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INCHIESTA IN PUGLIA: “ NON LUOGO A PROCEDERE PER ENZA BRUNO BOSSIO.”

       "Tratto dal blog ufficiale di Enza Bruno Bossio"

La giustizia arriva prima o poi:è quanto deve affermarsi in merito alle traversie che hanno ingiustamenteinvestito Enza Bruno Bossio. Nell’inchiesta in cui era stata coinvolta in Puglia la posizione di Enza Bruno Bossio èstata stralciata “senza dibattimento perché ampiamente prescritta”. Unaprocedura rara e che difficilmente viene adottata dai Tribunali giudicanti,prima del dibattimento di merito.

Eppure il blog Rete della Calabriacontinua a dare la notizia, risalente al 2008, del rinvio a giudizio. Unbell’esempio di corretta informazione che fa strame anche delle veritàgiudiziarie certificate da sentenze.

Per Enza Bruno Bossio è un’altraassoluzione dopo quella nell’inchiesta Why Not “perché il fatto non sussiste”.

Magra soddisfazione dopo esserestata “massacrata” mediaticamente in questi anni. Eppure c’è sempre un giudicea Berlino.

Gian Luca Ferreri

 

Cosenza, li 16 gennaio 2011

 
 
 

PROCESSO DI PERUGIA, IL TRIONFO DEL DIRITTO E L’URLO DEI FORCAIOLI. LA CIVILTA’ E LA BARBARIE.

Foto di Ibico2007

Il Processo di Perugia si è concluso. La Corte d'Appello di Perugia ha sentenziato che Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti. Non sono tra coloro che ha seguito questa vicenda arruolandosi nelle schiere degli innocentisti o dei colpevolisti ma ho cercato di seguirla  osservando esclusivamente il corso del dibattimento sin dal processo di 1° grado in poi. Fin dall'inizio, infatti, sono stato convinto che sul piano processuale Amanda e Raffaele andavano assolti. L’unica prova certa che l’accusa era riuscita a presentare in questo procedimento penale era una prova scientifica che, alla controprova, i periti della Corte d’Appello hanno fatto a pezzi. I Giudici di 1° grado, invece, avevano respinto la richiesta di perizia presentata dalla difesa, una scelta inusuale se si parte dall’assunto che il principio giuridico stabilito dal nostro ordinamento è che, la prova si formi in dibattimento e, sempre nel dibattimento, accusa e difesa devono essere messi in condizione di parità. I giudici di primo grado ammettendo la prova dell’accusa e negando alla difesa il diritto di dimostrare il contrario, avevano violato questo principio di parità e avevano impedito che nel dibattimento di formasse la prova a discarico. La Corte d’Appello, correggendo l’errore dei Giudici di primo Grado, in punta di diritto, non poteva che assolvere, visto che l’unica prova dell’accusa era stata tecnicamente smontata. Il nodo giuridico del Processo di Perugia sta tutto qua.  Il resto: gli errori della P.G., le caciare dei PM, il circo mediatico, i talk show televisivi, la pressione internazionale è altra storia e nulla hanno a che fare con il Diritto con la D maiuscola, semmai, sono i sintomi della malattia del sistema giudiziario italiano. L'assoluzione di Amanda e Raffaele fa a pezzi il processo teoretico, una pratica che si sta diffondendo in una parte di Magistratura Giudicante e che dilaga da tempo tra le Procure di tutt’Italia, in sostanza, la sentenza  ha fatto trionfare il Processo che si deve basare sulle prove certe e non sui teoremi e la logica o peggio sul pregiudizio. L’esperienza di questo processo e il suo epilogo, mi spinge a chiedermi  se il Diritto, sia ancora il baluardo della democrazia italiana, oppure è seriamente messo a rischio da una certa pratica giudiziaria. Personalmente credo che il sistema giudiziario del nostro paese sia gravemente malato, d’altronde, se  delle persone possono essere rinchiuse in un Carcere per 4 anni  senza "aver commesso il fatto" il problema c’è ed è grosso, perché mette a rischio tutto l’impianto delle garanzie e quindi della democrazia. Dato atto che il problema esiste, esso  non può più essere dibattuto e sentito solo da una ristretta schiera di intellettuali, politici, giornalisti,  ma è necessario  che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica si renda consapevole che la crisi del sistema giustizia riguarda tutti,  perché a tutti potrebbe capitare di essere incriminati e farsi 4 anni di carcere ingiustamente; in una civile e moderna democrazia,  tutto ciò non può e non deve accadere. Ovviamente, non si tratta di ridurre il problema, allo schema semplicistico e sbagliato, di giudici buoni contro cattivi, come in questi anni ha fatto Berlusconi, ma si tratta di prendere atto che qualcosa non va nel sistema. D'altronde, ci sarà un motivo se  la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo più volte ha condannato il nostro paese per violazione dei diritti umani. Or dunque, in tutti i paesi del mondo occidentale una tematica di questo tipo è pane quotidiano della sinistra, in Italia, invece, per una serie di circostanze, la sinistra continua a negare e respingere l’urgenza di una riforma del sistema giudiziario. C’è di più, qui c’è un pezzo di sinistra che addirittura è scivolata su un terreno di giustizialismo manettaro di stampo autoritario. Quella piazza fuori del Tribunale e poi davanti al carcere che gridava “vergogna vergogna” all’indirizzo degli imputati, degli avvocati e della Corte, evidenzia in maniera inquietante,  come la gogna mediatica forcaiola, giustizialista, colpevolista, sia arrivata ad esacerbare gli animi a tal punto da rendere una parte di opinione pubblica più simile all’orda popolare che,  nella Roma papalina, incitava il  boia a tagliare rapidamente la testa del condannato. Quel tipo di contestazione è degna di una nazione che si definisce una civile e moderna democrazia liberale e europea? Si possono definire cittadini europei dei soggetti che dimenticano o che, non hanno consapevolezza che in una moderna democrazia il processo penale deve trovare "il colpevole" di un delitto e non, "un colpevole" da regalare alla folla? La risposta per quanto mi riguarda è scontata : no! Purtroppo, quella che apparentemente sembrava la caciara di una folla di ignoranti cialtroni, più tardi sul web, è stata rivendicata da quei movimenti di stampo giustizialista che si muovono a sinistra, in primis il popolo viola. Una rivendicazione che, apparentemente, veniva ammantata da una sorte di solidarietà quasi classista a Rudy Guede  e a  Meredith Kercher che venivano descritte come le uniche vittime di questo processo, in quanto espressione di ceti di estrazione proletaria. Siamo al delirio. La verità, a mio avviso, è che questo quadro a tinte fosche non è neutro  dalle campagne di una certa stampa, che ha fomentato il giustizialismo, che ha esaltato le inchieste sommarie di alcuni PM, che ha partecipato alle gogne mediatiche in nome dell’affermazione di non ben definite “società di migliori”, o esaltando  dubbie virtù, di ipotetiche “società civili”. In nome di queste presunte battaglie etiche, in questo paese, giorno dopo giorno vengono schiacciate e annientate la dignità di politici, imprenditori, professionisti che hanno avuto la sventura di incappare nelle maglie della sommaria e precaria giustizia italiana, e quello che è ancor più grave, con il plauso e il consenso di discutibili difensori della “legalità” che fomentano file di cortei viola, gialli o arancioni. Personalmente, per cultura e per esperienza, sogno l’affermazione di una società mite, gentile che si basi sul rispetto degli individui, siano essi indagati, incriminati o colpevoli e che mette al primo posto nella scala dei valori le garanzie democratiche, prima delle pene. Sogno una società dove non sia più possibile che la vita di due ragazzi venga sospesa, violata, processata eticamente e moralmente davanti a platee di milioni di persone per 4 anni, ingiustamente. Tutto ciò dovrebbe essere il sogno di ogni democratico, progressista, libertario e liberale ma, ahimè, in questo strano paese le cose non vanno così.

Pasquale Motta

 
 
 

FELTRI, E' IL "CANE DA GUARDIA" DEI VERI LAZZARONI D'ITALIA, I LEGHISTI!

Post n°536 pubblicato il 02 Ottobre 2011 da Ibico2007
 
Foto di Ibico2007

L’articolo di Vittorio Feltri in difesa della Padania non solo è vergognoso, è ridicolo. L’estremo tentativo di dividere l’Italia in un paese di lazzaroni, tutti concentrati al sud, e di virtuosi e onesti lavoratori tutti concentrati al nord. Lungi da me la tentazione di difendere le classi dirigenti del Sud che, comunque, sono indifendibili sia per la loro incapacità ma, soprattutto, per la loro subalternità ai poteri economici ed editoriali del Nord. Tuttavia, personalmente, anche perché so leggere e far di conto, non sono più disposto ad ascoltare le lezioncine dei “cani da guardia” a pagamento delle presunte virtù morali del “laborioso nord” come Vittorio Feltri. Il ragionamento vale per lui, ma anche per i mostri sacri del giornalismo di “sinistra” come Giorgio Bocca, o per i giornalisti al servizio di CONFINDUSTRIA come Roberto Galullo del Sole 24ore. Non voglio qui rievocare polemiche storico-economiche sul costo pagato dal Sud sull’altare dell’Unità d’Italia, temi che hanno ampiamente sviluppato non soltanto autori meridionali come Pino Aprile con il suo libro “Terroni”, ma anche autori come Giordano Bruno Guerri, intellettuale di destra e settentrionale,con il suo “Il Sangue del Sud”.Tuttavia, che il sud abbia complessivamente beneficiato di 1/10 delle risorse veicolate al nord lo dimostrano ampiamente le numerose ricostruzioni basate su studi socio-economici di diverse Università sparse in tutta la penisola, da nord a sud, e che un qualche valore in più delle strampalate tesi di Vittorio Feltri certamente valgono. Stante cosi le cose e, al netto delle inconcludenze della classe politica meridionale, neanche mago Merlino sarebbe riuscito ad impedire la crescita a due velocità del paese che il “feroce” Feltri, invece, attribuisce ai parassiti del Sud. Questa la verità, altro che lazzaroni contro virtuosi o le chiacchiere che, di volta in volta, certi giornalisti della carta stampata tentano di propinarci, siano essi di sinistra o di destra, a difesa degli interessi del nord. Feltri dice la verità quando sostiene che Napoli “è sudicia e sporca” e dice ancora il vero quando afferma che “la ‘ndrangheta e la mafia di Lombardia e di tutto il Nord è un fenomeno d’importazione”. Dimentica, però, il “nordista” Vittorio Feltri, che tanti “virtuosi imprenditori” del civile nord non hanno esitato a trattare con Camorra, Mafia e ‘Ndrangheta, in nome del business, per liquidare a basso costo lo smaltimento dei pericolosi rifiuti tossici prodotti dalle loro aziende, veleni che sono finiti ad avvelenare i “lazzaroni” e le loro famiglie di Campania, Calabria, Sicilia e di tutto il Sud. Dimentica ancora, il “feroce” Feltri, i “virtuosi imprenditori” del nord protagonisti della maggiore fetta di tangentopoli, o i “virtuosi imprenditori” del nord che diedero vita alla più grande truffa del secolo, ovvero Parmalat. E ancora, dimentica, il feroce Feltri, la simpatica cricca di “virtuosi imprenditori del nord”, meglio detti come i furbetti del quartierino, appoggiati da consistenti pezzi della Lega e che tentarono la scalata alla BNL. E potrei continuare ricordando a Feltri,per esempio, che la stragrande maggioranza di imprese che hanno partecipato alle truffe dell Sud ai fondi comunitari, alla 488 ecc. erano tutte nate nella nebbia della Valpadana, oppure ricordare che le multe ai “probi e laboriosi” produttori di latte del Nord dall’Europa sono state pagate in gran parte con i fondi Fas destinati allo sviluppo del Sud. Ciò detto, ci sarebbe da chiedere al feroce Feltri se i suddetti “virtuosi imprenditori settentrionali” siano meno “lazzaroni” di quei meridionali che colludono con le organizzazioni mafiose, che brigano per qualche pensione d’invalidità e che si macchiano degli atavici mali e vizi del meridione? Non credo. Credo, invece, che questo paese, dalle Alpi a Lampedusa, sia costituito da virtuosi e lazzaroni e, quest’ultimi, pur essendo una minoranza, spesso hanno contribuito ad impoverire, bloccare e rendere ridicola una nazione intera. L’analisi di Vittorio Feltri, dunque, è un indegna disamina di stampo lombrosiano, finalizzata a difendere un pezzo dei veri “lazzaroni” di questo paese: il gruppo dirigente leghista, quel leghismo che, in questi anni, ha utilizzato il disagio, la rabbia, l’insoddisfazione di tanta parte di quel nord laborioso vero e che ha subito il ritardo dei processi di modernizzazione per poter competere nel contesto della globalizzazione economica europea. In questo contesto il Nord civile e laborioso si è lasciato sedurre dal populismo xenofobo e secessionista e da tanti incantatori di serpenti, tra i quali lo stesso Vittorio Feltri. Oggi, dopo aver vissuto per vent’anni di rendita, cosa sia diventata la Lega è sotto gli occhi di tutti: un partito di potere, con tutti i vizi dei partiti della prima e seconda Repubblica, in palese calo di consensi, senza nuove idee, in mano ad una oligarchia cialtronesca, nepotistica e familistica che sta tentando di rispolverare i vecchi slogan secessionistici per salvare il culo e la poltrona. Certo, ha ragione Feltri quando sostiene che i sogni, anche quelli di immaginare una inesistente nazione Padana, siano legittimi, ci mancherebbe altro, quello che, invece, non è legittimo è che Ministri della Repubblica italiana utilizzino istituzioni, poteri, visibilità, che gli derivano dallo Stato italiano, per propagandare i loro sogni stravaganti con comportamenti da squadraccia. I veri “lazzaroni” sono costoro, con le loro camice e cravatte verdi, intenti a succhiare avidamente la mammella di “mamma Italia” e, contemporaneamente, gridare tra una poppata e l’altra: “viva la Padania”. Il Presidente della Repubblica, da Napoli e dalla Campania, da quel territorio che conserva dentro di se i veleni prodotti da quel “civile” ceto imprenditoriale del Nord, ai Ministri “sognatori della Padania” ha semplicemente ricordato tutto questo.

Pasquale Motta

 
 
 

Un giorno vennero a prendere me..... (DEDICATO A BERSANI)

Post n°535 pubblicato il 27 Luglio 2011 da Ibico2007
 

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano (i politici di destra?) Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici (i berlusconiani?) Poi vennero a prendere gli omosessualie fui sollevato, perché mi erano fastidiosi (i giornalisti non in linea con le Procure?) Poi vennero a prendere i comunisti (i traditori riformisti?) e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(il vecchio Bertold Brecht), dall'articolo di Caino Mediatico su The fronte page, Pogrom politico

 
 
 

UN POMERIGGIO COL PD CALABRIA, TRA PESSIME TINTE DI CAPELLI E GALLINE CHE NON FANNO UOVA…..

Foto di Ibico2007

Dopo un anno e mezzo, cioè il tempo del commissariamento, sono tornato ad una riunione del PD a Lamezia all’attivo regionale dei circoli. Ci sono andato per due motivi; per rispetto ai segretari dei circoli che insieme ai consiglieri regionali, a mio parere, sono gli unici espressione della base e, quindi, dirigenti legittimi. E anche, perché mosso dalla curiosità  di ascoltare Migliavacca,  responsabile nazionale di organizzazione che, a onor del vero, in questi mesi in Calabria, più che organizzazione ha determinato caos e disorganizzazione. Volevo vedere cioè, se il vecchio Migliavacca era in grado di smentire il vecchio detto latino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”. Devo confessare che, per la prima volta, mi sono sentito fuori luogo in quella riunione. A che titolo sono qui? -Mi sono chiesto- come dirigente, come semplice curioso, come giornalista? Le tre opzioni mi sono state utili a colmare i miei vuoti d’identità. Appena varco la sala delle conferenze del centro agroalimentare,  noto la tinta, di pessima fattura, di una rada capigliatura; è quella di  Pino Arlacchi. Si, avete sentito bene, il vecchio Pino Arlacchi, sociologo, eterno esperto antimafia, rientrato nel PD dopo un lungo girovagare attraverso diverse sigle della sinistra, un girovagare ben ricompensato, sia chiaro, visto che ha fatto di tutto, mi chiedo; quale sarà il prossimo incarico? Dopo aver quasi inciampato nelle enormi scarpe sportive dell’on. Franco Laratta, attaccate a dei pantaloni fuori tono, passo avanti e chi incrocio? La già senatrice, ora deputata Villeco Callipari, l’ultima volta che l’avevo vista era stato ad una iniziativa elettorale che  avevo organizzato in suo onore, poi di lei non si è saputo più nulla, i nostri sguardi si sono incrociati, accenno un saluto, nessuna risposta, d’altronde, quelli come me, per la Villeco Callipari a che servono? La sua elezione e quella di altri, avviene per nomina.  La sua attenzione, era rivolta altrove, a Migliavacca, ritenendo, evidentemente  non a torto, che  la sua ri-nomina dipenda esclusivamente da esso. Allora perché perdere tempo a rispondere al saluto del resto del mondo? Una poltrona in più in là, stravaccato in prima fila riconosco il Prefetto De Sena, senatore della Calabria. Ma non era malato? Mi pare che con questa motivazione avesse declinato l’invito del PD di Reggio a candidarsi a sindaco di quella città. Si sarà ripreso e, visto la precaria situazione politica nazionale, è probabile  che avrà pensato che è meglio tenersi pronti. Scorgo di sfuggita  l’on. Doris Lo Moro, l’unica parlamentare a cui è consentito autosospendersi dal partito in piena campagna elettorale e, poi, auto ammettersi a elezioni finite. Chiunque altro lo avesse fatto, sarebbe finito in purgatorio; parola di Musi. Già, Musi, il “commissario di latta” spedito da Roma per mettere in riga i riottosi e litigiosi dirigenti del PD. La sua relazione, all’assemblea di ieri, mi ha fatto venire in mente il mio vecchio Maestro elementare, quando ci dettava i temini; “Tema: “che fine farà il PD calabrese? Svolgimento. In compenso, però, presiedeva Mario Paraboschi, le malelingue in sala sussurravano che, circa 40 anni prima, presiedesse un attivo analogo,  ma il partito era il PCI;  ironia della sorte? Viene chiamato a parlare il giovane Salvatore Scalzo, eroe della campagna di Catanzaro che, per l’occasione,  indossava le scarpe. Parla di “laboratorio Catanzaro” e di “patto generazionale”. Temi suggestivi. Il vecchio Sandro Principe, però, non si lascia sfuggire la battuta: “ma davvero si può pensare di costruire il PD  con laboratori che producono formule a perdere?” Poi afferma: “se la legge elettorale per le politiche rimane questa bisogna fare le primarie! Scalzo è bravo e sa parlare, ma dovrebbe caratterizzare la sua battaglia per il rinnovamento dicendo basta ai nominati in Parlamento!” Il parterre parlamentare sbianca, il contrasto con il rosso delle poltrone è forte, per un attimo mi fa preoccupare, va a finire che qualcuno si sente male, penso tra me e me, il senatore De Sena d’altronde, è pure malato.  Impassibile, invece, Marco Minniti; merito dell’abbronzatura integrale? Può darsi. Coordinatori, rinnovatori, pseudo dirigenti, predicatori, tutti sponsorizzati da Musi in questi mesi, erano invece percorsi da una strana inquietudine; “che dirà Migliavacca? Non è che a questo gli viene in mente di confermare il congresso? Che ne sarà di noi?” -Si chiedevano preoccupati- trasferendosi questi interrogativi da orecchio in orecchio. Purtroppo per loro, Migliavacca, in tono quasi solenne, annunciava che, “l’ora delle grandi decisioni” era ormai giunta. Congressi subito, tesseramento subito, democrazia e pluralismo subito. Il tutto coordinato da comitati di garanzia paritetici in grado di garantire il pluralismo interno. In sostanza, fine dei commissariamenti. Mentre ai commissariamenti c’è una fine,  alle stronzate, invece, no. Infatti, la solita “gallina mariniana” che avrebbe dovuto fare uova d’oro e che, invece, non ha prodotto nemmeno l’ombra di un uovo da cova, dalle colonne di un Quotidiano, stamane, affermava: “garantire pluralismo a chi si è fatto carico di supplire il vuoto”. Il vuoto, appunto, quello rappresentato dalle galline che non fanno uova. La locuzione latina, invece,  “errare humanum est”…. è stata lasciata a metà da Migliavacca, il “diabolico perseverare”, per ora può andare in ferie. E le galline? Stumpo, mandaci quelle ovaiole, le altre, invece, datele a Callipo che, tra altro, ha una discreta azienda di trasformazione.

Pasquale Motta

 
 
 

L'ING. LUIGI FERLAINO, UNO SPUDORATO BUGIARDO CHE HA FINITO LA CORSA!

Post n°533 pubblicato il 25 Giugno 2011 da Ibico2007
 

Per l’ing. Luigi Ferlaino devo proprio rappresentare una ossessione se, nonostante non faccio più politica attiva da tempo a Nocera, continua ad attaccarmi o a parlare di me ad ogni occasione politica ed elettorale. La psichiatria definirebbe un tale atteggiamento, un palese complesso d’inferiorità nei miei confronti. Tuttavia, ancora una volta, Ferlaino, non ha smentito la sua naturale vocazione alla menzogna! E’ evidente, dunque, che l’ing. Luigi Ferlaino, alla vigilia delle elezioni comunali, stia tentando maldestramente, di distrarre i noceresi dal disastro  in cui ha trascinato il comune. Tant’è che, invece di rispondere nel merito delle accuse che gli sono state sollevate dal PD nocerese, preferisce parlare di vicende legate alla Amministrazione da me guidata e risalenti a ormai 11 anni fa. Non intendo rispondere nel merito delle questioni oggetto di polemica politica, lo farà il PD di Nocera a tempo debito e se lo riterrà opportuno. E’ evidente però, che le giustificazioni che Ferlaino porta a sua difesa, nella vicenda dei 15 milioni di euro di debiti (certificati dalla Corte dei Conti), sono assolutamente strampalate e ridicole, al punto che, sono convinto, nemmeno un clown professionista potrebbe fare di meglio, nel rendere ridicola questa vicenda. Le note vicende giudiziarie che hanno interessato la mia amministrazione e che, ormai, come un disco rotto continua ad utilizzare strumentalmente solo l’ing. Luigi Ferlaino, magari nel tentativo di recuperare una credibilità morale definitivamente persa, sono state due; la prima, finita con un assoluzione nel febbraio dell’anno scorso e, la seconda, in attesa  dei prossimi gradi di giudizio.  Allo stato,dunque,il sottoscritto, non ha nessuna condanna passata in giudicato. Il presunto danno erariale stabilito dalla Corte dei Conti,invece, è stato  impugnato e deve essere  valutato in Appello. Tuttavia, la Corte dei Conti, nel primo grado, ha stabilito per il sottoscritto e per gli altri amministratori, un presunto danno erariale di poco più che 10.000 euro. Solo uno spregiudicato e squallido bugiardo, poteva sostenere, come fa il sindaco uscente, nel suo ridicolo e mendace manifesto, che i 15 milioni di euro di debiti accumulati dalla sua fallimentare gestione e che, rimarranno sul groppone dei noceresi, possono essere riconducibili a quella vicenda. Se la matematica non è opinione; 15 milioni di euro, al netto del “presunto danno erariale” di 10 mila euro, fanno 14 milioni 990 mila. Come ha sperperato questi soldi l’ing. Ferlaino? Solo un maldestro giocatore di tre carte come Luigi Ferlaino, può pensare che, con le sue sistematiche menzogne possa continuare impunemente ad ingannare i noceresi, magari, illudendosi di eleggere un burattino al suo posto proseguendo con le sue malefatte. Purtroppo per lui e per fortuna dei noceresi, la sua corsa è finita, a maggio prossimo si scende perchè non sopravviverà al giudizio dei noceresi, con le  bugie e con le  calunnie. Di una cosa può star certo il sindaco uscente: nel corso della mia amministrazione, non ho avuto cognati e congiunti che hanno “acquistato” interi villaggi turistici; nè, il sottoscritto e, i miei colleghi amministratori, hanno “acquistato” auto, le cui rate di finti special credito venivano saldate con le carte di credito dei titolari delle concessionarie e fornitori di servizi al comune; nè abbiamo costruito con imprese intestate a nostro nome, manufatti abusivi e sequestrati dall’autorità giudiziaria; nè  abbiamo concesso chioschi in riva al mare ad amici e compari, in spregio a sentenze del TAR e del Consiglio di Stato. Mi auguro che altri possano affermare la stessa cosa. Anche perché, le eventuali “reti” di protezione che hanno cercato di imboscare e celare fatti del genere, prima o dopo, si sgretoleranno  e, la verità, quella vera, verrà a galla, rivelando misfatti e complicità a tutti i livelli.
Pasquale Motta

 
 
 

Il caso del giudice Lombardini -pezzo scritto per processomediatico.it-

Post n°532 pubblicato il 10 Giugno 2011 da Ibico2007
 

Sono le 19.50 di una serata afosa dell’11 agosto 1998, il boato di un colpo di pistola rimbomba negli uffici semideserti del Tribunale di Cagliari, la parabola professionale ed umana del Giudice Luigi Lombardini finisce così, accasciato in una pozza di sangue del suo studio. Il Giudice si è tirato un colpo di pistola in bocca. Sullo sfondo mesi di polemiche, illazioni sulla stampa, veline ed indiscrezioni. Lombardini era finito sotto indagine a causa dell’atteggiamento tenuto nel rapimento  di Silvia Melis.  Lombardini, ex stratega della lotta ai rapitori era accusato di ruoli ambigui sia nelle trattative per la liberazione della commercialista di Tortolì sia nelle fasi successive al rilascio. La sera del suicidio negli uffici della Procura di Cagliari c’era il Pool di Palermo diretto da Giancarlo Caselli. La Procura di Palermo conduceva le indagini per competenza. La morte violenta del Giudice mette a nudo un verminaio all’interno della Procura di Cagliari e nei rapporti tra Magistrati, una sequenza di vicende e veleni che attraversano diverse Procure d’Italia e arrivano fino al CSM. Ma chi era il Giudice Lombardini? Per capirlo bisogna fare qualche passo indietro. Lombardini era uno specialista nella risoluzione dei casi di rapimento in Sardegna. Secondo i suoi detrattori, risolveva i casi, in spregio ad ogni regola e procedura; secondo i suoi estimatori, un galantuomo mosso solo dall’obiettivo di salvare i rapiti. Il sacerdote che officiò ai suoi funerali ebbe modo di affermare: “Era uomo di indiscusse doti professionali di poche parole, ma capace di grandi azioni”.

L’epoca nella quale aveva operato il giudice Lombardini era un’epoca difficile, ma Lombardini veniva a capo di tutti i sequestri di persona degli anni 77-79; i latitanti cadevano nelle sue mani come tordi, i giornali esaltavano il giudice-sceriffo. Le denunce di qualche avvocato sui suoi metodi di indagine (gli interrogatori con la pistola sulla scrivania, i testimoni accusati di concorso per indurli a parlare, etc.) non trovavano ascolto da nessuna parte. Nemmeno al Csm. Insomma, metodi che gli avevano procurato l’appellativo di “giudice-sceriffo”. Le cose cominciarono a cambiare quando, a metà degli Anni 80, andò in pensione il procuratore generale Giuseppe Villasanta, magistrato potentissimo, considerato una specie di viceré della Sardegna. Col pensionamento di Villasanta, Lombardini perse un grande protettore, l’uomo che ne aveva fatto il giudice unico antisequestri, e si rafforzò il fronte avverso.

Si era trattato – per quanto queste categorie possono valere nel mondo giudiziario – dello scontro tra una destra (Villasanta- Lombardini) e una specie di sinistra. Sul fronte opposto a quello del giudice-sceriffo c’erano infatti Magistratura democratica, e il composito e sempre fluttuante mondo forense. Così, quando alla procura generale di Cagliari fu nominato Francesco Pintus, ex senatore della Sinistra indipendente, si pensò che la partita fosse definitivamente chiusa.

Ex membro della sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, Pintus cominciò a entrare in conflitto con la sinistra quando prese le difese dell’ammazza- sentenze. Qualche tempo dopo, nel discorso inaugurale, attaccò i metodi del pool di Borrelli. La sua domanda per la procura generale di Milano fu letta come una specie di dichiarazione di guerra. Inaspettatamente, quindi, il garantista di sinistra Pintus divenne il principale sponsor dell’ormai ex sceriffo Lombardini nella corsa, perduta, per la guida della procura della Repubblica di Cagliari. Quasi contemporaneamente perse la sua corsa per Milano. Negli uffici giudiziari sardi, scoppia una Guerra che, a suon di esposti e contro-esposti, tempestano il Csm. Un giudice di Sassari, Gaetano Cau, che accusa Lombardini e Pintus di interferenze; Pintus che invia al Csm un’intervista di Cau; Lombardini che viene alle mani col pm Paolo De Angelis; l’ex procuratore Franco Melis che segnala le interferenze di Lombardini nelle indagini sui sequestri; otto sostituti che sottoscrivono un esposto contro Pintus.

La vicenda Lombardini, dunque, deve essere inquadrata in un contesto inquietante  che evidenziava una lotta tra magistrati che andava ben oltre i confini della Sardegna,  incrociandosi con veleni di ogni tipo, lotte tra correnti giudiziarie, visioni diverse di concepire la giustizia. In questo contesto, dunque, parte l’indagine a carico del Giudice. Lo scenario: il rapimento di Silvia Melis, prelevata a Tortolì il 19 febbraio del ‘97 e rilasciata il 19 novembre dello stesso anno. Insieme al Giudice Lomabardini, viene indagato l’editore Nicola Grauso che aveva svolto una sorta di ruolo di mediatore, e anche di finanziatore di una parte del riscatto. Grauso, infatti, aveva dichiarato di avere pagato 2 miliardi e 650 milioni: 1 miliardo e 400 milioni prima della liberazione, il resto dopo. Tito Melis aveva detto di avere versato solo un miliardo. Queste versioni contrastanti fanno scaturire l’indagine.

La notizia esplode come una bomba: veline e indiscrezioni si susseguono. Lombardini, appare già mediaticamente crocifisso da affrettate conclusioni giornalistiche. Personaggi discutibili si susseguono nel dichiarare, alcuni in buona fede, altri meno. L’uomo, il giudice è sempre più provato dalla canea mediatica che puntualmente parte sui rotocalchi. Il suicidio, dunque, accende uno scontro tra giudici che, in una Italia distratta dalle vacanze ferragostane, passa quasi inosservato. Il procuratore generale Pintus, accusa il Pool di Palermo diretto da Giancarlo Caselli di indagare anche nei suoi confronti; il Procuratore di Caltanissetta Giordano richiede di visionare gli atti. L’editore Nicola Grauso, diffonde un memoriale che attribuisce allo stesso Lombardini nel quale si afferma che la sua carriera sarebbe stata ostacolata, per contrastare la Dc, da un importante personaggio politico.

Grauso fa il nome di Luciano Violante e il presidente della Camera ribatte: bugie. Antonio Ingroia, Lia Sava e Giovanni Di Leo, titolari dell’inchiesta Lombardini, sentono come persona informata dei fatti, il dott. De Angelis, sostituto a Cagliari, che afferma che nella Procura diretta da Lombardini era saltata ogni regola, gerarchica e formalità. De Angelis e Lombardini non si erano mai piaciuti tant’è che erano finiti avvinti in un unico procedimento penale (che li aveva visti indagati a Palermo per abuso d’ufficio), quindi protagonisti di un violento alterco nei sotterranei del palazzo di giustizia di Cagliari. Minacce, insulti, un accenno di rissa. Colpa di una vecchia inchiesta su un sindacalista – avrebbe spiegato De Angelis ai Pm palermitani – sul cui esito, Lombardini era di opposto parere. De Angelis aveva anche avuto uno scontro con il Procuratore generale Pintus che era finito davanti al CSM: il sostituto cagliaritano originario della Sicilia aveva attaccato il procuratore generale di Cagliari accusandolo di ingerenza in indagini estranee alla sua competenza, e aveva dipinto come sospetto il legame tra quest’ultimo e il giudice Lombardini, riferendo della polemica che aveva accompagnato l’informatizzazione degli uffici giudiziari cagliaritani. Per quelle accuse Pintus aveva annunciato una querela. E quelle accuse avevano spaccato il Csm e le sue correnti, soprattutto Unicost, da cui, proprio in occasione del caso Cagliari, aveva deciso di uscire il consigliere Frasso.

Anche il giorno dei funerali, le polemiche non si placano. Emergono inediti sfoghi da parte del Magistrato rivelati alle persone più care. In un bigliettino scritto alla sorella Maria Teresa qualche mese prima scriveva: “Purtroppo è difficile capire e far capire agli altri se stessi: per cui è inutile tentare di farlo. Sono e sarò sempre Luigi”. 

Le parole di Don Ottavio Otzeri, il segretario dell’arcivescovo di Cagliari, nella sua omelia calano come pietre: “Nessuno può essere giudicato definitivamente se non da Dio, e nessuno può essere condannato umanamente prima che se ne acquisiscano le prove”.
“Le condanne che fanno più male non sono le sentenze scritte nelle aule dei tribunali, ma quelle che vengono scritte con l’indifferenza, il silenzio, le insinuazioni e le omissioni”.

Suo fratello Carlo esprime parole che hanno il tono della sfida: “Io pretendo che la memoria di Luigi non resti infangata. Pretendo che il giudice Caselli continui a indagare fino in fondo, metto a sua disposizione tutti i conti della nostra famiglia, e lo sfido a trovare una sola prova contro Luigi. Se la troverà, sono disposto a farmi l’ergastolo al posto suo. Ma se non la trova, allora dovrà avere il coraggio di dire: su Luigi Lombardini abbiamo sbagliato, gli chiediamo scusa”.

Nella cerimonia di sepoltura al suo paese d’origine, Villacidro, celebrata da cinque sacerdoti tra cui il vescovo di Ales-Terralba, Antonino Orrù, il momento più teso si ha quando uno dei prelati, concludendo l’omelia, afferma: “In questi giorni di lupi e avvoltoi, Lombardini risplende nel firmamento e adesso riposa in quella pace che gli era stata negata in terra”.

Macigni che cadono tutti sulle spalle di Caselli e del suo pool, accusato anche dallo stesso Procuratore generale Pintus di aver “torchiato” il collega Lombardini nell’interrogatorio che si era svolto qualche ora prima del suicidio. Accuse che Caselli aveva sempre respinto. Qualche anno dopo, nel 2005, Caselli ritorna sulla vicenda del Giudice Lombardini dedicandogli un passo del suo libro Giudici sotto attacco edito dalla Melampo.
Ecco come racconta la vicenda del Giudice Lombardini:

Un caso esemplare è quello del suicidio di Luigi Lombardini, capo della Procura presso la Pretura di Cagliari, l’11 agosto 1998. I fatti sono questi. Nel corso delle indagini sul sequestro di Silvia Melis, la procura di Cagliari si imbatte in fatti penalmente rilevanti a carico del dottor Lombardini.
Ci trasmette subito gli atti, perchè per legge le indagini che coinvolgono magistrati di Cagliari spettano alla procura di Palermo. Assegno il fascicolo al procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, che coordina i sostituti Antonio Ingroia, Giovanni Di leo e Lia Sava.
Gli elementi emersi a carico di Lombardini sono seri. Durante il sequestro, Tito Melis, il padre della ragazza, viene invitato a recarsi a un appuntamento segreto, di notte, nei pressi di Elmas, l’aeroporto di Cagliari. Gli viene chiesto addirittura di viaggiare nel baule di un’auto (ma lui non riesce a entrarci). Al luogo convenuto si presenta un uomo in parte travisato. Si accerterà in modo inoppugnabile che si tratta proprio di Luigi Lombardini.
L’uomo usa modi bruschi, prospetta gravi pericoli per Silvia e fa alcune richieste: il versamento di un secondo miliardo di lire (uno era già stato versato) all’avvocato Antonio Piras; una lettera “liberatoria” per lo stesso Piras dove Melis avrebbe dovuto affermare –falsamente – che la Procura di Cagliari aveva autorizzato le trattative e il pagamento.
Le ipotesi di reato a carico di Lombardini sono quindi tentata estorsione (per il nuovo versamento, poi non effettuato), estorsione (richiesta della lettera, effettivamente redatta e poi acquisita agli atti del processo), falso e calunnia (per il contenuto della lettera).
Quando i colleghi partono per Cagliari per interrogare Lombardini, penso che sia opportuno unirmi a loro. Mi hanno insegnato che i rapporti fra magistrati, nei casi delicati, devono intercorrere tra “pari grado”. Lui è un capo ufficio, come me. Essere presente è, da parte mia, un atto dovuto di cortesia istituzionale, anche perchè avevo avuto modo di conoscerlo in passato.
D’accordo con i colleghi di Cagliari, ci preoccupiamo di incontrarlo nel palazzo di giustizia, ma lontano da giornalisti e telecamere.
L’interrogatorio di Lombardini si svolge in un clima di normalità assoluta, con le “rituali” pause per un caffè e con una interruzione perchè Lombardini possa fare il punto della situazione con il suo difensore. Ce ne dà atto a verbale proprio il suo avvocato, Luigi Concas.
Per fortuna (viste le disgustose strumentalizzazioni che si scateneranno) di tutto ciò resta traccia documentale, perchè l’intero interrogatorio viene fonoregistrato.
Alla fine decidiamo di chiedere a Lombardini di esibire alcuni documenti. In caso contrario avremmo dovuto procedere a una perquisizione del suo ufficio.
La tragedia si compie a questo punto. Lombardini cammina verso il suo ufficio con Ingroia e gli altri (tra cui un suo legale). A un certo punto fa uno scatto in avanti, raggiunge la sua stanza, si chiude dentro e si uccide con un colpo di pistola prima che chiunque possa intervenire.
La perquisizione permette di trovare materiale rilevante che porterà all’incriminazione di un’altra persona.
Nonostante il Consiglio superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, riconoscano subito l’assoluta correttezza del nostro operato, anche in base all’ascolto della registrazione integrale dell’interrogatorio, si scatena immediatamente la canea.”
La vicenda si conclude definitivamente nel luglio del 2010, con l’assoluzione di Nicola Grauso coinvolto insieme al Giudice Lombardini. Il tutto, 12 anni dopo il suicidio dello stesso Lombardini e 5 anni dopo l’uscita del libro di Caselli, nel quale l’attuale PG di Torino, continua a difendere le sue certezze accusatorie.

Carlo Lombardini, fratello del Giudice aveva sfidato Caselli a provare la condotta illecita del fratello Luigi o a chiedere scusa qualora non ci fosse riuscito. L’assoluzione di Grauso da ragione a Carlo Lombardini, purtroppo a quasi un anno dalla sentenza che ha fatto crollare il teorema accusatorio di Caselli. Caselli, tuttavia, non ha ancora chiesto scusa.

Pasquale Motta (da processomediatico.it)

 
 
 

Toghe lucane era una bufala. Ma la stampa ‘libera’ ora tace -pezzo scritto per processomediatico.it-

L’inchiesta “Toghe Lucane” si è conclusa con l’en plein, ovvero la posizione di 30 indagati su 30 si è risolta con un provvedimento di archiviazione. Le motivazioni del GUP di Catanzaro, la d.ssa Maria Rosaria Di Girolamo in questo caso non lasciano adito ad interpretazioni:“Un impianto accusatorio «lacunoso» e tale da non presentare elementi «di per sé idonei» a esercitare l’azione penale”.

In questa frase, infatti, si racchiude il fulcro centrale delle motivazione con cui il GUP catanzarese ha liquidato una delle indagini più eclatanti del ex PM Luigi De Magistris, ora deputato di Strasburgo, grazie al partito di Di Pietro e alla notorietà acquisita con queste inchieste.

L’inchiesta denominata “Toghe Lucane”, trascinò nel fango e nella relativa gogna mediatica, magistrati, politici, banchieri, imprenditori, rappresentanti delle forze dell’ordine. La stessa sorte aveva seguito l’altra eclatante inchiesta dello stesso De Magistris denominata “Why Not”. Anche in quel caso De Magistris trascinò nella polvere la Magistratura catanzarese, la classe politica regionale al completo, e da lì a cascata, fino ad arrivare ai vertici della politica nazionale, al Ministro della Giustizia Mastella, al Presidente del Consiglio Romano Prodi, vertici militari, esponenti del CSM, provocando la crisi istituzionale più grave della Repubblica italiana, tanto da costringere  il Capo dello Stato ad intervenire in persona, al fine di mediare un gravissimo conflitto di competenze tra la Procura di Salerno e quella di Catanzaro. Teoremi, ipotesi di reato, tutti  finiti in fumo. Vite rovinate, carriere distrutte, imprese in ginocchio. Milioni di euro bruciati in intercettazioni, perizie, missioni.  

Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dall’ex pm di Catanzaro, De Magistris, gli indagati avrebbero dato vita a un «comitato d’affari» che avrebbe condizionato la vita della Basilicata degli ultimi anni, gestendo interessi nel turismo, nella sanità e nelle banche.  33 i vip indagati. Nei loro confronti, a vario titolo, De Magistris, nel suo «avviso di conclusione delle indagini» aveva ipotizzato i reati di associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa aggravata ai danni dello Stato, corruzione, corruzione in atti giudiziari, rivelazione di segreto d’ufficio e minacce a pubblico ufficiale. «Avviso» che il pm fece recapitare oltre che al presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo (Pd), e al suo predecessore, ora parlamentare Pd, Filippo Bubbico, anche ad altre 31 persone. Si tratta di Arnaldo Mariotti, segretario particolare di Bubbico quando questi era sottosegretario; Massimo Goti, come direttore generale del ministero dello Sviluppo economico; Emilio Nicola Buccico, ex componente del Csm ed attuale sindaco Pdl di Matera; Vincenzo Tufano, procuratore generale a Potenza; Gaetano Bonomi, sostituto procuratore generale a Potenza; Felicia Genovese, ex pm della Dda di Potenza, ora a Roma; Michele Cannizzaro, marito della Genovese, ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza; Giuseppe Chieco, procuratore di Matera; Iside Granese, ex presidente del Tribunale di Matera; Vincenzo Barbieri, ex direttore della Direzione generale magistrati; Claudia De Luca, pm a Potenza; Daniele Cenci, ex giudice a Potenza; Biagio Costanzo, cancelliere al Tribunale di Lagonegro; Luisa Fasano, ex dirigente della squadra Mobile di Potenza poi a Matera; Vincenzo Mauro, ex questore di Potenza poi a Messina; Mas – simo Cetola, ex generale dei carabinieri; Emanuele Garelli, ex comandante della Regione carabinieri Basilicata; Nicola Improta, ex capo di Stato maggiore della Regione carabinieri Basilicata; Pietro Giuseppe Polignano, ex comandante provinciale dei carabinieri di Potenza; Attilio Caruso, ex presidente della Banca popolare del Materano; Vincenzo e Marco Vitale, padre e figlio, titolari del villaggio turistico Marinagri di Policoro, tutt’ora sotto sequestro preventivo; Pietro Gentili, ex ufficiale dei carabinieri e poi indicato come addetto alla sicurezza di Marinagri; Giuseppe Labriola, ex presidente dell’ordine degli avvocati di Matera e candidato presidente (sconfitto) del Pdl alla Provincia di Matera alle recenti amministrative; Elisabetta Spitz, dirigente generale dell’Agenzia del demanio di Roma, moglie del parlamentare Pd, Marco Follini; Nicolino Lopatriello, sindaco di Policoro; Nicola Montesano, ex presidente del Consiglio comunale di Policoro; Felice Viceconte, dirigente del settore urbanistica del Comune di Policoro; Giuseppe Pepe, dirigente del demanio di Matera; Michele Vita, segretario generale dell’Autorità di bacino regionale della Basilicata; Vito Santarsiero, sindaco Pd (riconfermato dopo ballottaggio) di Potenza. L’inchiesta in questione finì per competenza a Catanzaro quando nel corso delle indagini venne fuori l’ipotesi di presunte pressioni nei confronti del PM Henry John Woodcock titolare di una indagine su presunte irregolarità nella costruzione di un villaggio turistico a Policoro “Marinagri”. Finita nelle mani di De Magistris, l’inchiesta toccò tutti i gangli della vita economica e politica della Basilicata e anche oltre.

L’impatto mediatico di questa indagine, fu enorme. Il tutto veicolato da organi di stampa e alcuni giornalisti che agirono in quegli anni come veri e propri addetti stampa di De Magistris, tra questi, l’editorialista del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, sempre pronto a sostenere mediaticamente le strampalate tesi giudiziarie di Luigi De Magistris e partecipando con lui a decine di convegni sulla legalità contro le “caste” lucane e calabresi. Alcune distorsioni giornalistiche furono clamorose, protagonisti i soliti storici fiancheggiatori mediatici del giustizialismo, come Santoro, Travaglio, con trasmissioni come Annozero e finanche Federica Sciarelli, quando si arrivò ad intersecare l’inchiesta “Toghe Lucane” con il giallo Claps e con la scomparsa della coppietta di Policoro.

Il 22 Marzo 2007  su Rai Due, nella trasmissione televisiva Annozero intitolata “Transpolitica” si parlava dell’inchiesta Toghe Lucane e del caso di Elisa Claps. In quella puntata la Signora Filomena Claps lanciò accuse contro l’ex PM Antimafia Felicia Genovese rea di non avere svolto correttamente il suo lavoro. Felicia Genovese ex PM antimafia di Potenza che si era occupata del caso Claps, era stata accusata da un pentito di mafia (Cappiello) di aver intascato soldi per insabbiare il processo contro Restivo sospettato di essere il responsabile della scomparsa di Elisa Claps. Nel 2001 la Procura della Repubblica di Salerno aveva archiviato il tutto, in quanto il pentito Cappiello era stato ritenuto inattendibile per le accuse mosse alla Genovese, ma in quella trasmissione venne rilanciato il tutto in chiave complottista e la Genovese venne messa sotto accusa mediaticamente da ciò da cui, invece, giudiziariamente era stata scagionata.

Federica Sciarelli conduttrice di “Chi l’ha Visto?”,  aveva pubblicamente  ricamato congetture con il caso Toghe Lucane dicendo di tutto e  di più sull’ex PM Felicia Genovese (arrivando finanche ad intervistare i pentiti di mafia): insomma, un processo al di fuori delle aule giudiziarie. Una gogna senza fine quella toccata a Michele Cannizzaro e  Felicia Angelica Genovese. Sposati da molti anni, tre figli, finiti sotto inchiesta a causa delle rispettive professioni – quella di medico per lui, quella di magistrato per lei. Michele Cannizzaro, calabrese di Laganadi, in provincia di Reggio Calabria, medico di base per molti anni ha gestito il centro di fisiokinesioterapia «Camillo Genovese» in cui ricopriva il ruolo di responsabile sanitario. Il 5 giugno del 2004, però, viene nominato dalla giunta regionale direttore generale dell’Azienda sanitaria «San Carlo». Così, si dimette da responsabile sanitario del centro per poi cedere tutte le quote della struttura di fisioterapia. Come direttore generale dell’ospedale resterà in carica sino al 14 maggio del 2007 quando – con l’inchiesta già in corso – si dimette.

Più articolata e variegata la carriera della moglie Felicia Angelica Genovese, giudice in servizio a Potenza. Entrata in magistratura, è stata prima pretore e poi per molti anni pubblico ministero. Proprio in queste vesti ha condotto alcune delle indagini più delicate. Tra queste nel 1994 quella sulle tangenti all’Anas. Agli inizi degli anni Novanta viene nominata magistrato della Direzione distrettuale antimafia ed in questa veste dà vita a diverse inchieste sui clan che operavano nell’area del Metapontino, tra cui il clan Scarcia. Alla Dda rimane per molti anni, tanto che alla fine degli anni Novanta viene nominata anche consulente della Commissione parlamentare antimafia. Dopo un breve periodo alla Procura ordinaria ritorna alla Direzione distrettuale antimafia dove svolge la funzione di vicario del procuratore. Dopo l’inchiesta «Toghe lucane» è stata trasferita a Roma, in servizio alla Corte d’Appello. C’è da registrare il contegno e la compostezza della d.ssa Genovese in questa vicenda che, per tutta l’indagine si è sempre rifiutata di rilasciare dichiarazioni trincerandosi dietro “no comment”. E con lei il marito, dott. Cannizzaro. L’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, coinvolto nell’inchiesta ‘Toghe lucane’ e la cui posizione è stata ora archiviata, invece, ha così commentato: “A quelli che hanno provocato questo terremoto e hanno dato dolore alle nostre famiglie e infangato l’onore della Basilicata dico: vergognatevi dinanzi agli uomini e pentitevi dinanzi a Dio”.

«Con l’epilogo che sta avendo l’inchiesta Toghe lucane, De Magistris conferma in pieno il soprannome affibbiatogli in Calabria: “Gigino ‘o flop» – è invece il commento di Michele Mastrosimone, presidente dell’associazione “Vittime di De Magistris”, nata dopo il sequestro giudiziario dell’ex pm di Catanzaro a Marinagri. Mastrosimone, trentadue anni, è un imprenditore di Policoro, titolare della “Montaggi Sud” una ditta dedita alla realizzazione delle opere di urbanizzazione all’interno del cantiere della cittadella turistico-portuale.
“E’ sicuramente una notizia positiva – ha detto riferendosi agli ultimi accadimenti e facendosi portavoce delle maestranze dell’intero cantiere- per tutte le imprese che hanno sempre avuto fiducia nella bontà e nella legittimità del progetto. E’ la conferma che di tutto quello che è stato detto non esiste più niente. E’ stato completamente smontato il capo accusatorio. Tutte invenzioni di De Magistris per poter conquistare titoli di giornali e successo elettorale”.

Fin qui la cronaca di quanto è successo, ma possiamo far finta che questa ennesima vicenda non si inquadri nella crisi del sistema giudiziario italiano? Possiamo ancora una volta archiviare il tutto con la semplicistica affermazione che sono semplici errori di percorso? No, non possiamo, non dobbiamo. Né possiamo limitarci agli inviti a “vergognarsi dinanzi agli uomini e al pentimento dinanzi a Dio, invocato dall’ex Procuratore Tufano, ancor più, quando il tutto avviene in contemporanea con un dibattito politico che riguarda l’ipotesi di una riforma costituzionale del sistema giudiziario. Questa vicenda dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che un solo “De Magistris” è bastato a mettere in ginocchio il sistema. Allora bisogna agire, combattere, tenere alta una battaglia culturale e mediatica, una battaglia per una nuova civiltà giuridica e del diritto.

Chi continua ad affermare, dunque, che la riforma della giustizia non sia tra le priorità del paese, come spesso ripetono alcuni dirigenti del PD e della sinistra, è un criminale mediatico giudiziario al pari di “Gigino ‘o Flop”. Inoltre, non possiamo più tacere di fronte all’atteggiamento di alcuni giornalisti, rispetto a inchieste come queste; ho citato Vulpio, Santoro, Travaglio, ma ce ne sono stati tanti altri, e dislocati in tutte le testate di vario orientamento politico e culturale, che hanno sposato in toto, discutibili indagini come quelle di De Magistris e di altri magistrati, che hanno sfruttato il mercato giustizialista pubblicando libri a due o a quattro con gli stessi protagonisti delle inchieste: insomma, che si sono arricchiti, trascinando nella polvere e infangando decine di cittadini, anche nei loro confronti si dovrà aprire una discussione, per definire come si vuole svolgere questo mestiere. La deriva mediatico giudiziaria non sarebbe potuta mai avvenire, senza la complicità e la condivisone di fior di giornalisti senza scrupolo  che preferendo cavalcare l’onda giustizialista, rinunciando al giornalismo d’inchiesta, quello vero, quello cioè che indaga le malefatte della politica, certo,  ma che dovrebbe anche indagare  le malefatte di certa Giustizia, hanno contribuito alla deriva della giustizia penale italiana.

In queste ore, il silenzio dei protagonisti e degli attori della gogna di questa e altre inchieste, è la conferma delle loro pesanti responsabilità morali. Certo, per chi come noi,  si batte per l’affermazione di una  cultura politica e giornalistica all’insegna del garantismo e, per questo, ogni giorno si becca gli sberleffi e gli insulti dei “fascio-giustizialisti” rossi, è comunque una soddisfazione, leggere oggi su Il fatto quotidiano: “l’archiviazione dimostra, sotto il profilo processuale, che nessuna interferenza ci fu contro Woodcock e le sue inchieste lucane. Resta da chiedersi, quindi, perché parecchi magistrati siano stati chiamati a testimoniare questa interferenza. E perché mai l’abbiano testimoniata. Nessuno dubita della loro onestà, né dell’onestà delle loro dichiarazioni, anzi. E non si può neanche dubitare di un’archiviazione piena e senza appelli. Resta il sospetto che quella presunta interferenza non abbia costituito alcun reato ma, pur senza rilievi penali, in qualche modo vi sia stata. E allora, con il sospetto, resta l’amarezza: le indagini penali devono puntare ai reati. I reati non sono stati riscontrati. Possiamo riscontrare, invece, che la storia di “toghe lucane” è una delle peggiori fotografie della nostra magistratura.

Ma la soddisfazione non basta, l’obiettivo semmai è l’affermazione di una cultura politica, giornalistica e giudiziaria all’insegna dei valori del garantismo e per l’affermazione di una vera, autentica cultura democratica e liberale. Perché noi pensiamo, a differenza de il Fatto quotidiano, che ogni giorno c’è una fotografia peggiore del giorno prima della giustizia italiana.

 
 
 

PD CALABRIA, ROMA CAMBIA LINEA. CONGRESSO E "RINNOVAMENTO ORDINATO E SENZA ESCLUSIONI".

Post n°530 pubblicato il 10 Giugno 2011 da Ibico2007
 

Gli esiti della direzione nazionale PD, in relazione alla vicenda Calabria, sono stati letti dalla stampa locale negativamente. In sostanza i media denunciano una linea attendista. Personalmente non sono d’accordo. Dalla direzione sono venuti fuori due  fatti nuovi; la convocazione del congresso in autunno e la convocazione dei membri  della direzione nazionale del PD calabrese per fare una valutazione analitica delle questioni che ci sono in campo. Bersani, dunque, ha finalmente delineato un percorso per il PD del sud e, quindi, anche per la Calabria.  “Rinnovamento ordinato” e “autonomia del partito rispetto alle rappresentanze elettive”, questi, a quanto pare, i concetti basilari dei quali si dovrà tenere conto per un credibile processo di ricostruzione del PD. Se a ciò, si aggiunge, quanto sostenuto da D’Alema nel suo intervento e cioè che: “ il rinnovamento deve avvenire senza epurazioni ed esclusioni” ,  significa che si vuole procedere nel contesto di un patto generazionale al fine di costruire un processo unitario di rinnovamento.   Il PD nazionale, dunque, sembra che cominci a rendersi conto che nessun rinnovamento è possibile, senza un patto tra vecchio e nuovo, basato sul rispetto per i protagonisti delle fasi politiche del passato.  Appare abbastanza evidente, dunque, che si vuol percorrere la strada del “rinnovamento gentile” che è  diametralmente opposta, al rinnovamento traumatico e antidemocratico, che alcuni, in questi mesi hanno cercato di affermare in Calabria, con il risultato palese, di una bancarotta elettorale, quasi mortale. La direzione nazionale del PD, a quanto pare, ha inteso spazzare via dalla discussione, sia il rinnovamento auspicato da un certo “fondamentalismo giovanile”, sia la retorica del “nuovismo vuoto”, spesso praticato da chi, tutto è, tranne che rappresentante del nuovo. Musi ha fallito la sua missione, perché ha dato spazio a tutto ciò, e per farlo ha ristretto gli spazi democratici ma, soprattutto, perché ha accettato l’incarico di commissario a sovranità limitata, rinunciando nei fatti, a qualsiasi iniziativa politica nelle due maggiori province calabresi, Cosenza e Reggio Calabria , delegando la gestione politica e le scelte elettorali, a Oliverio  e a Minniti, facendo finta che, il processo di rinnovamento non dovesse riguardare costoro. Era evidente fin dal primo momento, che una strategia di questo tipo, era destinata a fallire in partenza. In entrambi le realtà, il PD è stato spazzato via. Tuttavia, è da apprezzare da parte di Musi, il gesto di presentarsi alla direzione nazionale dimissionario, dimissioni che, come era prevedibile, sono state congelate da Bersani, dato atto della convocazione del congresso, nonché della discussione con i membri della direzione nazionale fissata per i prossimi giorni. Quello che non è più rinviabile, invece, è la rimozione dei coordinatori provinciali di Cosenza e Reggio Calabria, non solo per il risultato elettorale, ma perché, oggettivamente, la loro permanenza, è di ostacolo al recupero di una serena e imparziale discussione nelle due città. Per fare ciò, infatti, c’è bisogno di quadri che abbiano equilibrio e che governino il congresso con spirito di imparzialità, nell’interesse del PD e non dei loro capi  corrente. Tuttavia, la fallimentare gestione di Musi del PD calabrese, presenta qualche eccezione positiva. L’eccezione è Catanzaro, dove credo che, il coordinatore Pasquale Mancuso, abbia fatto un buon lavoro, facendo uno sforzo non da poco,  per mantenere unite tutte le anime del PD e tutta la coalizione. E tutto ciò, nella città patria del vero male del PD; il loierismo. Alla candidatura del giovane Salvatore Scalzo, Mancuso è arrivato attraverso un percorso che aveva messo in campo altre autorevoli candidature, tutte impallinate dal gioco dei veti incrociati. Inoltre, correttamente, Mancuso prima di ricercare altre soluzioni, ha ritenuto di riproporre la candidatura del sindaco Rosario Olivo, partendo dall’assunto che il sindaco Olivo avesse ben operato. Olivo, pur declinando l’offerta,  si è poi messo a disposizione di tutte le iniziative elettorali di Salvatore Scalzo. Il comportamento di Mancuso, dunque, sul piano politico, mi è sembrato abbastanza lineare e, ritengo che, le critiche verso la sua gestione, in questi giorni, siano state  ingenerose e strumentali, anche perché, la  linea seguita dal PD di  Catanzaro mi è sembrata diametralmente opposta a quella tenuta, per esempio, dai rappresentanti del PD di Cosenza. Inoltre, il crollo del consenso del PD a Catanzaro, non può essere ricondotto alle ultime amministrative; la debacle parte da lontano, dalle elezioni provinciali, quando, il candidato imposto dall’allora governatore, l’attuale vice presidente del consiglio regionale, Pierino Amato, dopo una campagna elettorale piatta, a tratti burocratica, fu spianato elettoralmente dall’attuale Presidente  Wanda Ferro, il tutto avvenuto, mentre in quella tornata si riconquistavamo senza grandi sforzi sia Cosenza che Vibo Valentia. In conclusione, credo che, se il congresso saprà dare le giuste letture della crisi strutturale del PD calabrese, evitando letture parziali e moralistiche e, se tutti assieme, vecchi e nuovi gruppi dirigenti, sapranno  mettersi in discussione, allora si potrà riannodare il filo di un dialogo che, pur nelle diversità e nella pluralità delle posizioni, potrà ritrovare un percorso unitario che troverà la giusta legittimazione nel congresso, bandendo definitivamente i radicalismi velenosi, messi in scena da alcune finte “anime belle”, in questi mesi. La Calabria ha bisogno di un grande partito riformista e pluralista, vocato a governare e, non di un piccolo, elitario e minoritario partito, vocato solo a produrre piccoli e meschini veleni interni.

Pasquale Motta

 
 
 

LE AMNESIE E LE FURBIZIE DI GUGLIELMELLI,SEGRETARIO GD CALABRIA.

Post n°529 pubblicato il 10 Giugno 2011 da Ibico2007
 

Giugno 2011

Tra le diverse prese di posizioni post elettorali, una in particolare mi è sembrata

delirante, quella del segretario GD, Luigi Guglielmelli. Il documento, in

sostanza, si scaglia contro la presa di posizione del gruppo regionale del PD,

primo firmatario il capogruppo Sandro Principe che, nei giorni scorsi, aveva

messo sotto accusa il commissario Musi e richiesto un incontro urgente a

Bersani per fissare la convocazione del congresso. Una posizione che, a

mio avviso, alla luce del disastro elettorale del PD calabrese mi è apparsa

saggia e opportuna. Secondo il segretario dei GD, invece, tale posizione

nasconderebbe il tentativo di restaurare il potere dei vecchi “Baroni” del PD

che, a suo dire, vorrebbero bloccare il rinnovamento andato avanti in questi

mesi. Evidente, dunque, l'attacco sia all'on. Principe che all'on. Maiolo,

protagonisti e ispiratori della presa di posizione del gruppo regionale.

Guglielmelli, utilizzando una metafora storica, di fatto si scaglia contro

l’ipotesi della celebrazione dei congressi: “ il PD non ha bisogno di congressi

di Vienna per riportare sul trono le teste coronate che furono destituite dai

calabresi”, ha sostenuto con tono autoritario.

Ora, tralascio la circostanza assai curiosa che vede la posizione

espressa da Guglielmelli, assai simile a quella di Oliverio, con il quale, è

bene ricordarlo, ad oggi, ha condiviso tutte le posizioni politiche, compreso

il vergognoso disimpegno al 1° turno sul candidato PD, alle comunali di Cosenza.

Ma, sforzandomi, faccio finta di credere che, la sua posizione, sia frutto di un’autonoma e

genuina riflessione. Chiedo a Guglielmelli, visto che, evidentemente, in questi

mesi mi deve essere sfuggito: quale rinnovamento è andato avanti nell’epoca

della gestione Musi? Inoltre, se da come appare, non si vogliono celebrare i

congressi; quale dovrebbe essere il metodo, ad avviso di Guglielmelli, per

affermare il rinnovamento? Insomma, il segretario GD, vuole che tutto

rimanga congelato, Musi compreso, un po’ come sta succedendo nei GD calabresi

che mantiene Guglielmelli alla guida dell’organizzazione, nonostante, già da un pezzo,

 abbia superato l'età stabilita dallo statuto per militare nei GD. Una tale posizione, a

me pare, sia piena di contraddizioni, mezze verità, mistificazioni. Infatti, si

può spregiudicatamente sostenere, come fa il segretario dei GD calabresi, che

in questo partito, alla luce di quanto è successo elettoralmente, non serve il

congresso e che i consiglieri regionali non hanno titolo a mettere il naso nelle

faccende del PD? Ma davvero si può credere che appoggiare il PD a senso alternato, come a Cosenza, decidere candidature fallimentari come a San Giovanni in Fiore, possono essere accettate Ma veramente, c’è ancora qualcuno sano di mente, che può

come scelte giuste e, pretendere, come stano facendo in queste ore, Oliverio,

Guccione, Laratta di mantenere il controllo del PD, senza spazi di controllo

democratico?

accettare che, una minoranza maldestra e arrogante, si autoassolve dalle

proprie responsabilità, si candida ad interpretare il nuovo e, stabilisca come,

e soprattutto chi, debba interpretare il rinnovamento di cui ha bisogno come il

pane il PD calabrese? Da quale analisi democratica e collettiva, è stata

partorita l’idea che, la responsabilità del fallimento politico ed elettorale

dell’esperienza Loiero, sia da attribuirsi ad alcuni e ad altri no?

Non mi pare una grande manifestazione di equilibrio e autonomia, sostenere, come fa Guglielmelli che: i “baroni” del PD, siano solo alcuni e non altri e, soprattutto, dalla lista dei presunti “baroni”

individuati da Guglielmelli, non facciano parte Mario Oliverio (30 anni

consecutivi di istituzione), Minniti, Guccione e Laratta. Possibile che,

Guglielmelli, non si senta ridicolo, quando accusa i consiglieri regionali del

PD di loierismo e non rivolga questa accusa, a chi, come Mario Oliverio, si è

battuto strenuamente a favore della fallimentare ricandidatura di Loiero?

Presumo che si sia dimenticato Guglielmelli che, a sostenere Paolini a Cosenza,

candidato di Oliverio, vi era schierata la lista di “Autonomia e Diritti” di

Agazio Loiero, mentre nel resto della Calabria, Loiero ha fatto scelte diverse?

Sarà un caso che Agazio Loiero ha scelto di sostenere lo stesso candidato

sostenuto da Oliverio? Voglio essere magnanimo e immaginare che, le amnesie di

Guglielmelli, siano frutto di buona fede e non, invece, di disonestà

intellettuale. Credo però, che sia arrivato il momento, che i Guglielmelli, i

Guccione, gli Oliverio, recuperino un minimo di pudore quando parlano delle

responsabilità del passato. Se Adamo e Bova, per le funzioni che hanno

ricoperto, certamente hanno avuto importanti responsabilità, non meno di loro,

hanno avuto responsabilità Oliverio, Minniti, Guccione e tutti gli altri.

Insieme, per oltre 20 anni, infatti, hanno deciso alleanze, candidature,

strategie. Individuare come capri espiatori dei problemi del PD solo Adamo e

Bova; è vergognoso, falso e mistificatorio. Personalmente, sono convinto che in

Calabria, da un pezzo, sia finito un ciclo e che, sia arrivato per tutti, il

momento di fare un passo indietro. L’avvicendamento di una classe dirigente, in

un partito democratico, deve essere fatta con equilibrio e, nel contesto, di un

patto generazionale. Il dato elettorale, ha evidenziato che non c’è spazio per

forzature, epurazioni, pulizie etniche. Ne c’è spazio per la supponenza, la

presunzione e l’arroganza, di rappresentare l’unica istanza di rinnovamento,

come la propria, come sembra fare Guglielmelli, e non solo lui, nel suo

documento. La contrapposizione e la lacerazione di questi mesi, non è stata

imperniata sulla battaglia vecchio contro nuovo, come furbescamente si vuol far

credere con il documento mandato alla stampa da Guglielmelli, ma bensì,

attraverso il tentativo di rappresentare il vecchio solo in alcuni e, tentare

di far apparire altri, compreso Matusalemme Oliverio, la rappresentazione del

nuovo. Altro che battaglia per il rinnovamento, qui siamo all’esercizio

dell’imbroglio allo stato puro.

  Si tranquillizzi Guglielmelli, non ci sarà nessun “congresso di Vienna” ma,

tuttavia, per quanto Guglielmelli, Guccione, Oliverio, Laratta,

possono agitarsi, non c’è più spazio per dilazionare il congresso e continuare

con questo penoso e finto commissariamento che, in questi mesi ha semplicemente

celato il progetto spregiudicato e antidemocratico, di cessione della

rappresentanza formale del PD in appalto ad alcune correnti, ed in particolare

a quella di Mario Oliverio.

Semplicemente, un trasparente congresso democratico, con sede in Calabria, dove

si confronteranno piattaforme programmatiche stabilirà, chi e come, incarnerà Il PD calabrese, ha bisogno di un congresso che

il rinnovamento e la rinascita del PD calabrese. Tutto ciò, attraverso il

libero voto dei circoli e degli iscritti, e non, come si è fatto in questi

mesi, dalle liste di presunti rinnovatori, redatte da Musi, Villella, Oliverio,

Mezzo euro e la Gigliotti.

metta in campo idee, uomini e primarie che individuino tutte le rappresentanze

istituzionali. L’era dei rappresentanti del nulla, messa in scena in questi

mesi, è ormai al capolinea.

 
 
 
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