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di - IDA NUCERA “Oltre il cielo il mio sguardo” è la raccolta di poesie di Carolina Iavazzo, edito dalla Città del Sole.
La combattiva suora, collaboratrice diretta di P. Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, cimentandosi con i versi, svela al lettore un tratto inedito come autrice, senza mai cedere all’intimismo. Suor Carolina Iavazzo è nata ad Aversa, ma ha trascorsi molti anni ancora più a Sud, tra Calabria e Sicilia. Questi luoghi geografici, vissuti con intensa passione per l’uomo, in particolare per gli ultimi, abbracciano un tempo che va dal lontano 1985 al recente 2006, diventano luoghi dell’anima ben presenti e rappresentati nel libro. Il suo percorso in alcuni tratti sembra impresso col sigillo del fuoco. Tre luoghi cardine: Crotone, Brancaccio di Palermo e Bosco di Bovalino.
La sua storia ha inizio tra i vicoli di una città vecchia, dove la povertà e il pianto dei bimbi, richiamano ad una autentica vocazione apostolica, priva di orpelli, ma ricca di servizio e ascolto. A Crotone si incontrano il cammino della suora di Aversa e del prete di Denno, poi diventato vescovo di Locri Gerace, mons. Bregantini, che, molti anni dopo, dopo il dramma di Brancaccio, con discernimento provvidenziale, la chiama in Calabria. Cogliamo tra le pagine del suo libro tutta la fatica di un cammino lungo “La strada”, compiuto in fedeltà. Sono luci e ombre, come in una “Danza alla gioia”, che si schiudono a questo sentimento profondo, che non è di questa terra, quasi danza, quasi vittoria sulla tristezza di essere orfani, “la gioia, dice suor Carolina, ha il ruolo di madre, non siamo destinati ad essere orfani, abbandonati!”. Di quanti figli si farà carico non ce lo dice, ma lo immaginiamo bene. La bellezza di una vita al servizio degli altri sta anche nella fragilità svelata e non nascosta, “nell’ansia di credere nella luce”, espressa nei versi di “Coraggio”, in cui l’inquietudine emerge nella “paura del buio della notte… e nella paura del giorno che verrà”.. Le strada e le piazze si fanno luogo dell’anima, in cui oltre il deserto, c’è sempre la mano dell’Amico che attende. L’amicizia è anche separarsi dall’altro, ancor di più per chi sceglie o meglio è preso dalla “passione di un Amore al di là del muro del mio pianto”.
Ed è già Sicilia, in “Tenerezza lontana” del novembre 1991, Brancaccio di Palermo. “Prigioniera di un’isola”, in cui “uomini non liberi” sono trasformati in bestie. Persiste, nonostante tutto, il sogno di libertà, in “un’aquila in cerca di vette lontane”. Molti sono i simboli che rimandano ai segreti nascondigli dell’anima, dove è possibile ascoltare “una favola al camino della vita, avvolta nello scialle del tempo”, ritrovando “l’altra parte di me perduta chissà dove… inseguo il vento, la vita". Il vento lo ritroviamo nelle poesie di Palermo, parola cara all’autrice, che ha parlato dei suoi tanti ragazzi, definendoli con la struggente espressione, di “figli del vento”. Strappati alla strada e alla violenza mafiosa, con una tenacia, mai vinta, mai sopita, nonostante i tanti perduti. Ma il tempo delle lacrime è vicino, percepito come presagio: “sei lì, sullo scoglio remoto di un tempo non previsto, gabbiano dall’ala ferita”. Si fa dolore, pur “restando qui, al mio posto….porto nell’anima ferite come epitaffi su lapidi, eroi del passato e del presente. Come un solco accolgo i semi di una vita nell’attimo che va”. E’ datata Palermo, 10 gennaio 1993.
La pagina successiva è del 15 settembre 1993. Si apre con un annuncio di morte con l’oscurarsi del sole. “Muore un uomo solo, in un angolo buio della storia. Si spegne una vita nel tragico destino di chi non sa da quale parte palpita la vita, di chi non sa riconoscersi uomo. Muore un mite, un uomo consegnato a Dio e ai poveri”.Tre anni dopo ancora un grido si leva: “Muori così, senza far rumore… nel silenzio te ne vai, lasci a noi solo le impronte di una nuova libertà”, poche scarne parole a margine: per la morte di Padre Puglisi.
Poi sarà il tempo del silenzio per suor Carolina, colmato nel libro da liriche che risalgono ad un tempo precedente, ispirate dalla natura e dalla ricerca della “della carezza di Dio”. “Dio non parla, è nostro prigioniero: ha le mani legate dalla nostra libertà”, dice suor Carolina, esprimendo una fede non miracolistica, ma adulta conquista quotidiana. Ma quel tempo vuoto, quel grande silenzio personale, fino al 2000, ci tocca e ci inquieta. Le abbiamo chiesto come fosse stato possibile mentre tutti parlavano e scrivevano di p. Puglisi, proprio lei che gli era stata così vicina, taceva. Perché aveva atteso tanto tempo? “ho atteso la maturità del tempo, perché l’esperienza vissuta sedimentasse, la sua risposta è un insegnamento di vita che difficilmente si dimentica: Ho aspettato perché così potessero emergere le cose che ancora andavano dette… tutti siamo chiamati a lasciare qualcosa che resti nella storia e nella vita degli uomini, come un testimone che passa da una mano all’altra, di generazione in generazione perché la vita è un compito che Qualcuno ci affida perché altri dopo di noi, possa ritrovare la strada che porta alla meta”. Padre Puglisi “quando aveva detto: non lasciate il mio corpo troppo solo, voleva dire: continuate voi la mi attività, la mia speranza, realizzate voi il mio sogno”.
Così quel sogno che sembrava spezzarsi, passa attraverso un lungo travaglio, un “passaggio” di morte e resurrezione, un’ecclissi nel tempo del silenzio, dove la parola muta e spezzata, si ricompone proprio nella poesia “Il silenzio”del luglio 2002: “Ti regalerò i miei silenzi… il mio passato. Ti regalerò la mia isola felice ma qualcosa avrà il sapore della morte …le mie lacrime saranno perle di rugiada tra i fili d’erba”. Nel “Le nostre speranze”, “muore un uomo, solo, in un angolo buio della storia….nel suo sangue si bagnano le nostre speranze perché ritorni a vivere nella civiltà dell’Amore un domani più umano”. Una finestra, finalmente, si apre per Carolina, su un nuovo giorno, un sogno di speranza seminato dall’ “uomo dello stupore, figlio delle stelle generato dalle cime dei monti,… uomo di Dio che semina a piene mani, raccogliendo sassi che trasforma in zolle profonde”.
Strade che molti anni prima si erano intrecciate, sempre in terra calabra, si incontrano nuovamente. Padre GianCarlo, non più giovane religioso, ma vescovo di una terra amata come sposa, si fa strumento di una nuova chiamata al servizio, di una nuova chiamata alla vita feconda. Suor Carolina, adesso quel sogno infranto l’ha ricostruito a Bosco di Bovalino, tra mille fatiche e difficoltà, ma non da sola. Una piccola comunità, quella del Buon Samaritano, è con lei nell’esperienza della condivisione con i più poveri e feriti, proponendosi di offrire consolazione e speranza lottando contro le ingiustizie e i soprusi. Ed e’ proprio alle sue compagne di viaggio e di avventura, che Carolina dedica la raccolta, a Francesca e Silvia, insieme, in un cammino che attraverso il messaggio evangelico restituisce alla Calabria il suo volto più bello.
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Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l'altro si allontana.
Oh, no!
Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
Amore, non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto,
e nessuno ha mai amato.
(W. Shakespeare)
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del Trota, alle ragioni di quanti difendiamo il valore legale del titolo di
studio e la certificazione pubblica della qualità della formazione.*
Tirana, dove si è laureato in 13 mesi così a distanza da non esserci andato
neanche per la Laurea, è la miglior chiosa alla parabola storica della Lega
Nord. Come per il fascismo, nato anche dalla critica radicale
dell’italietta liberale e degli accomodamenti familistici di questa, anche
la Lega Nord replica in farsa il peggio dei fenomeni che pretendeva
denunciare.
mezzogiorno, individuando di conseguenza una parte sana del paese
stranamente immune geograficamente dai difetti del paese, invece allignano
senza eccezione ovunque. I “figli di papà” e il “tengo famiglia” sono gli
articolo uno della Costituzione materiale del paese dagli stati preunitari
all’Italia liberale, da quella fascista a quella repubblicana, da Gemonio a
Lampedusa, da Imperia a Otranto.
anticulturale è stata più forte in questi anni e dove l’operaio
(apparentemente) non desiderava avere più il figlio dottore, proprio il
massimo censore del “culturame” a colpi di corna, rutti e gesti
dell’ombrello, si abbarbichi al pezzo di carta per il figlio ipodotato come
riconoscimento disprezzato eppure indispensabile. *Non poteva esserci
miglior pubblicità che il caso della laurea del Trota, alle ragioni di
quanti difendiamo il valore legale del titolo di studio e la certificazione
pubblica della qualità della formazione.*
la carta d’identità, familiare. La supposizione che il figlio di Bossi
possa usare la sua improbabile laurea testimonia che l’abolizione del
valore legale creerebbe una giungla nella quale non i migliori (dotati di
lauree conferite da atenei considerati “migliori”) ma i più forti
(privilegiati familisticamente, magari favoriti spudoratamente da atenei
interessati ad averli come allievi) sarebbero avvantaggiati. È solo il
valore legale, la rigida certificazione di percorsi di studio comparabili
(quale quello che porta al riconoscimento di lauree straniere) a garantire
dai peggiori abusi oltre a garantire il rispetto del diritto costituzionale
allo studio *dei capaci e meritevoli anche se privi di mezzi*.
migliaia di insegnanti meridionali, facendo barricate per impedire loro di
lavorare e farneticando di scuole padane dove insegnare il dialetto della
Val Brembana, proprio il figlio del capo va a prendersi la laurea in
Albania. È all’ennesima potenza una replica del caso di Mariastella
Gelmini, anch’essa sguaiatamente antimeridionale, che però prese
l’abilitazione d’avvocato a Reggio Calabria “perché più facile”.
Radio Elettra Umberto Bossi o dalla pseudo-avvocato Gelmini abbia per anni
avuto nella scuola pubblica, nell’Università e nella ricerca scientifica il
peggior nemico. Quanta soggezione deve fare alla Gelmini un vero avvocato,
quanto marziano deve sembrare al Trota un vero laureato in marketing! Ciò
non c’entra nulla con la legittimità del non aver potuto studiare, per
censo o perché la vita ha scelto così. C’entra col non aver voluto studiare
ma volersi mostrarsi per quello che non si è. Potremmo farci un’alzata di
spalla delle frustrazioni di Gelmini o Bossi se non avessero contribuito in
questi anni ad affossare il sistema educativo e la ricerca italiana.
prima o di quarta serie dove i rampolli delle classi dirigenti mondiali
prendono i pezzi di carta con i quali subentrare ai loro papà. Ha scelto di
mandarlo in Albania, paese popolato da una razza inferiore per anni simbolo
della politica xenofobica della Lega. Dovremmo ringraziarlo il Rettore
dell’Università Kristal per aver venduto quel pezzo di carta a Renzo Bossi
pagato dai contribuenti di Bari e di Arezzo. Ha dimostrato quanto ipocrita
e strumentale alla preparazione culturale subalterna dei propri elettori
fosse (oltretutto) il razzismo della Lega. Un razzismo finalizzato al solo
mantenimento dei privilegi della classe dirigente per sé e per i propri
figli.
livello della politica, la corruzione dilagante, l’evasione fiscale, ma
quella cristallizzazione premoderna di una società dove ognuno è destinato
a rimanere a vita nella casta di provenienza. Demolita la speranza del sole
dell’avvenire socialista e disciolto il sogno americano della promozione
individualista offerta dal neoliberismo, ognuno stia come sta. Senza
ascensore sociale (e non se ne conosce altro che l’istruzione) l’Italia è
destinata a essere governata dai Trota, dalle Mariastella e dai Piersilvio,
che restano “razza padrona”. Forse il Trota non sarà mai ministro
(speriamo…) ma la Porche in garage non gliela leva più nessuno.
(come fosse poco) a dare strumenti ai propri figli per farsi strada nella
vita ma, non appena può, lavora per costruire a questi autostrade tra le
macerie di un paese, l’Italia, che dobbiamo ricostruire da zero. Va da sé
che per ogni laurea comprata c’è un laureato vero che resta disoccupato,
per ogni figlio di papà imposto, c’è una vocazione altrui frustrata. È
anche per fare spazio ai trota (i trota figli di notai, medici, architetti,
politici, docenti universitari…) che un’intera generazione di bravi
laureati fugge all’estero o è confinata nella precarietà.
kibbutz in Galilea, questi figli tutt’altro che degeneri delle nostre
classi dirigenti. Chissà, magari in un kibbutz di quelli di una volta,
senza papà, senza scorta e senza laurea taroccata, forse anche Renzo Bossi
imparerebbe a vivere.
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Con Occhi di Regina”. E’ il settimo lavoro che copre un percorso di circa ventisette anni che ha avuto inizio con la pubblicazione della prima raccolta in versi dal titolo “La memoria infame” del 1984. Con “Occhi di Regina” è un racconto che ripercorre la storia dell'Unità d'Italia, vista con gli occhi dell'ultima regina del Regno di Napoli, Maria Sofia Wittelsbach, moglie di Francesco II di Borbone, nell'arco dei suoi ottantatre anni di vita, fino al 1925, anno della sua morte. Una revisione storica necessaria, secondo l’autore, per rendere giustizia alla dinastia dei Borbone tanto vituperata dagli storici della prima ora. Leggere il testo di Iavazzo ci fa tornare indietro negli anni e ripercorrere la storia non solo di Napoli e della Campania ma dell’Italia intera. Molti i fatti di cronaca narrati dall’autore che rendono il libro interessante anche per i numerosi aneddoti raccontanti sconosciuti ai più. Alla presentazione del libro sarà presente l’autore Stefano Giacomo Iavazzo. Interverranno la dottoressa Teresa Scalzone e il corrispondente di Pupia Tv, dottor Gennaro Pacilio.
Stefano Giacomo Iavazzo è nato nel 1953 ad Aversa dove ha frequentato il Liceo “Cirillo”. Si è laureato in Sociologia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli nel 1977 presentando la tesi in Sociologia dell’arte e letteratura sul tema: “Cultura dominante e cultura subalterna negli anni della Napoli unitaria”. Ha già pubblicato sei opere: “La memoria infame” (Poesie 1984); “Ragioni al lumicino” (monologhi in due tempi 1994); “Il Vizio del lombrico” (poema in versi 2000); “Lettere e ritratti” (Poesie 2006); “Il regolo continuo” (romanzo 2009); “Il totem di cristallo” (Romanzo 2010) Ha già scritto due commedie che attendono solo di essere pubblicate. Chiunque sia interessato alle pubblicazioni di Iavazzo potrà richiederne copia allo stesso autore inviando una email a stef.iavazzo@libero.it.
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non negarmi il tuo sorriso,non negarmi la tua bocca
non negarmi i tuoi sospiri.
Ma negami questo dolore
negami la tua assenza,negami le immense attese.
Semmai domani ci sarò non negarmi nulla
perchè nulla negherei a te.
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Cari, quest'anno l'avvento si annuncia con un tempo bello, dopo il disastro degli ultimi giorni sia al nord che al sud. Il tempo bello, ma con il solito freddo e lo capisci dagli uccelli che in giardino cercano di nascondersi tra le larghe foglie della vite, che lascia sul prato, e ovunque, macchie di un bel rosso, come se avesse preso la consegna di non lasciarci troppo presto ai colori dell'inverno. Torna il tempo dell'attesa e ciascuno lo riempie delle cose più care e dei desideri più puliti. L'avvento ci prepara davvero all'annuncio di un tempo di buona volontà. Non c'è bisogno di essere religiosi per capirlo, anche se affidandoci al credo cristiano è una vera esplosione di Gloria. Cantare la Gloria è facile facile e non richiede nessuno sforzo dell'anima. Siamo naturalmente i pastori del campo d Betlemme. E' bello il campo dei pastori a Betlemme ed è lontano dal muro della vergogna e della paura, che fa sempre esagerare nella difesa ed è prigione per chi è dentro e per chi è fuori e non ne capisci il senso se non della paura e della piccineria, che qui poco si addice. Betlemme è bella quando sei fuori negli spazi aperti. Qui la storia degli uomini non ha reso giustizia al messaggio degli angeli. Dovette essere una grande notte, piena di celeste eccitazione e che gioia per i semplici, che questo attendono, consapevolmente, ma più ancora inconsapevolmente, ogni giorno della loro vita e questo naturalmente, e anche noi consapevolmente e inconsapevolmente, attendiamo, specie in questo tempo, che è sempre bello e non dipende dal freddo, o dagli altri agenti, che semmai fanno solo da cornice, più o meno riuscita, a questo tempo dell'anima. Vi penso, questo lo sapete e mi è facile quando l'alba stenta ad aprire gli occhi e la sera arriva presto per conciliare meglio i nostri pensieri e guidarli verso l'alto, verso quel cielo che si prepara la livrea migliore e non sbaglia mai la misura, nè il colore, con la magia delle sue stelle, che tornano allo splendore che è sempre particolare in questo scorcio di anno. Quest'anno il Natale mi porta la familiarità dei luoghi santi, che ho visitato appena l'altro ieri, tanto ancora mi riempie quell'esperienza che è bella da non credersi.
Chi sceglie di andare nella Terra che vide lo Splendore del Padre e accolse la Sua Parola Benedetta deve essere preparato al fatto che quella Terra interroga l’animo nostro nel modo più profondo e non ci lascia tranquilli. Quello che capita alla gran parte delle persone, perfino ai più scettici, o forse sarebbe meglio dire ai più impreparati, è di sentirsi cambiati nel modo più dolce pensabile, come dovette capitare a quei ricchi sapienti guidati dalla stella, che andarono per curiosità di ricerca e se ne tornarono talmente trasformati che divennero stranieri alle loro genti, secondo la bellissima intuizione di Eliot ” Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.”
A Nazareth una bella aria di Attesa si respira tutto l'anno.
Si arriva a Nazareth, come risvegliandosi da un sogno e ci si rende conto che qui è l’inizio di ogni cosa. La Chiesa dell’Annunciazione alza coraggiosa nel contesto islamico la sua cupola imponente. Ha studiato bene il suo progetto Barluzzi per indicare che i disegni di Dio sono una cosa seria. Nazareth, la semplice, mantiene la vita di tanto tempo fa. E’ araba Nazareth e non fa nulla per nasconderlo. E’ piena di colori e di voci, è piena di bancarelle stracariche di melograni e di arance in bella mostra. E’ carica di storia e mantiene il rispetto per una giovane donna piena di bellezza. E’ araba Nazareth e colma di canti di muezzin, che invitano alla preghiera in modo assordante, come a farsi largo nel resto che è ebreo.
Siamo ebrei anche noi, musulmani o cristiani di ogni orientamento, per dire che ogni preghiera si leva a Dio, piena di ogni giustificazione. Questo ho pensato e non ero disturbato, mentre i muezzin a squarciagola gridavano il loro canto ad ogni improbabile ora, senza tante domande sul diritto degli altri di fare lo stesso per il Dio che è unico e Supremo, Santo e fonte di ogni santità, ma in questa ignoranza del diritto degli altri, forte affermavano e ancora lo fanno, il diritto di Dio ad avere canti di gloria per il Suo creato. Il mio inno lo canto anche per questa giovane e coraggiosa donna, questa torre d’avorio, forte e incrollabile, questa benedetta fra le donne, quando fu creata questa creatura unica, infinitamente gradita a Dio, come sottolinea Charles Peguy, colei che è infinitamente regina, perché è la più umile delle creature, che è più vicina a Dio perché è la più vicina agli uomini.
E’ tardi quando arriviamo a Nazareth, ma a sorpresa la Chiesa di Maria è ancora aperta per una Adorazione. Ci accoglie bene Nazareth ed è un incanto la preghiera.
Si entra timorosi nella casa di Maria, non perché la Chiesa incuta soggezione. Siamo timorosi di creare trambusto, come in una casa che merita silenzio. La grotta è di una semplicità maestosa, perfino nel colore. E sorprende e rincuora e qui sembra appena giunto Gabriele, che ne fu confortato dopo il lungo viaggio, e metteva timore, ma non lo voleva. E si sorprese … Non temere, disse infatti. Ma con lui giunse la nuvola dello Spirito. Che mistero ineffabile. Ne parlo, ma la parola non serve. Bisogna stare nel mistero e accoglierlo nel cuore per meglio meditarlo. Ci accoglie Maria, non la si vede, ma si sente, ha qui lasciato come un segno della sua presenza e della sua fede determinata. Nella semplice casa vi è giusto un altare con una scritta che rivela un legittimo orgoglio. Non dice: Verbum caro factum est, ma grida felice, VERBUM CARO HIC FACTUM EST. Tutto attorno è posato lo sforzo degli uomini, a partire da Barluzzi, per dire la loro gratitudine, ma tutto è poca cosa in confronto a questa semplice grotta. E’ piena di grotte Nazareth, ma questa si ammanta di una bellezza indescrivibile. Fermatevi alla cancellata che la protegge per capirlo. HIC, qui, una vergine coraggiosa accetta un messaggio di un angelo che mette turbamento. E’ una vergine prudente e vuole capire e quando capisce accetta e sfida le leggi della sua comunità, che mette in pericolo la sua vita, perché è passibile di morte perfino per la sua religione. Si gira in fretta per dare spazio a tutti, ma si ritorna. Veloce e piano insieme, piano nella mente e nel cuore, le gambe si fanno complici dell’anima che vuole imparare a dire sì, con la stessa dolcezza e la stessa determinazione. La grotta è sempre qui, naturale, naturalmente, bella senza fronzoli, bella dello Spirito che ancora aleggia e richiama e ricorda la Sua natura d’amore. E ci si inginocchia, senza protocollo, senza liturgia, ci si inginocchia naturale, naturalmente, perché è l’anima che si inginocchia e neanche ti avverte e tu sei lì con gli occhi per terra, stordito, mentre tutte le Ave Marie, ancora Peguy, e il nobile Salve Regina, che cantiamo con il desiderio di mai finire e lo eleviamo al cielo, sono bianche caravelle, umilmente raccolte sotto le loro vele a fior d’acqua, come bianche colombe che si alzano nella cupola a giglio. Si prega a Nazareth, oh se si prega, e si canta e si canta in tante lingue, come in una Pentecoste. Il canto più bello è in arabo e noi lo abbiamo ascoltato rapiti, un canto pieno di melodia e di suoni carichi di inflessioni, che ci ricorda la lingua di quella giovane donna. E’ cara a Dio questa giovane, che seppe rallegrarsi della Sua Parola. E’ cara e ha saputo rispondere, facendosi tabernacolo vivente e cara al cuore degli uomini per aver saputo difendere il frutto benedetto del Suo ventre. E lo ha fatto da Erode fino all’Egitto e sembra averlo riportato qui, in questa semplice grotta, come se neanche a Betlemme si sentisse sicura. Chi va a Betlemme riceve la stessa sensazione di sovrastrutture del Santo Sepolcro. Solo sul punto della stella si prova una forte emozione e nei campi dei pastori, dove ci si guarda intorno immaginando il fulgore e il clamore di quella notte. Fu una notte di luce e di meraviglia, una notte di lode e di benedizione della buona volontà. Ma a pensarci bene ho ritrovato a Nazareth la gioia del Natale e per molte ragioni.
Ora potete immaginare con quali sentimenti vi penso in questa parte dell'anno e come mi preparo alla comunione con i vostri desideri e con le vostre speranze. Con affetto.
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Nel cuore uno strappo profondo e ramingo
….solitario.. si nutre…di immortali
Piaceri.
Procurati un sorriso e
guadagnati un amore…
Mezzanotte,nel freddo…
la ferita s’asciuga,
essa stessa al calore del sangue.
E non sente rumori o voci distorte
….dal vento.
Ma ululati…..ecco i lupi!!!!!
Affamati…rabbiosi!!!!
Uno strappo profondo proprio
in fondo al cuore…
s’insinua poi nella mente
dai pensieri perduti….
Le colpe cadono nel fondo e
pesante diventa il fardello.
Pesante è il raggio di sole che
non avrai mai nel letto disfatto e sudato.
…..cuore ferito….assopito….annegato..
profondo è il baratro aperto nelle vene.
Grande è il dolore che mai più
lascerò navigare nei pensieri altrui.
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NON SOFFRO PIU',NON PIANGO PIU' NON DESIDERO PIU'
NON RICORDO PIU'.
TUTTO E' FERMO ,STAGNANTE NELLA MENTE 
E NEL CUORE COME SE DOVESSE RIPRENDERE VITA
ALL'IMPROVVISO PER UN TEMPORALE RIGENERATORE.
SONO NEL SOTTOBOSCO DELLE EMOZIONI
NASCOSTA DA OMBRE PIù FORTI E PIU'GRANDI
DI ME E NON HO ARIA PER RESPIRARE .
VORREI ALLUNGARE LA MANO E AFFERRARE
QUALCOSA CHE MI PORTI ALLA LUCE.
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piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
avere paura dei tuoi ricordi.
È proibito non sorridere ai problemi,
non lottare per quello in cui credi
e desistere, per paura.
Non cercare di trasformare i tuoi sogni in realta'.
È proibito non dimostrare il tuo amore,
fare pagare agli altri i tuoi malumori.
È proibito abbandonare i tuoi amici,
non cercare di comprendere coloro che ti stanno accanto
e chiamarli solo quando ne hai bisogno.
È proibito non essere te stesso davanti alla gente,
fingere davanti alle persone che non ti interessano,
essere gentile solo con chi si ricorda di te,
dimenticare tutti coloro che ti amano.
È proibito non fare le cose per te stesso,
avere paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
È proibito sentire la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi occhi e le sue risate
solo perch è le vostre strade hanno smesso di abbracciarsi.
Dimenticare il passato e farlo scontare al presente.
È proibito non cercare di comprendere le persone,
pensare che le loro vite valgono meno della tua,
non credere che ciascuno tiene il proprio cammino
nelle proprie mani.
È proibito non creare la tua storia,
non avere neanche un momento per la gente che ha bisogno di te,
non comprendere che cio' che la vita ti dona,
allo stesso modo te lo puo' togliere.
È proibito non cercare la tua felicita',
non vivere la tua vita pensando positivo,
non pensare che possiamo solo migliorare,
non sentire che, senza di te,
questo mondo non sarebbe lo stesso.
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Non ho bisogno di danaro
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e da colori nuovi.
(Alda Merini)
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Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l'altro si allontana.
Oh, no!
Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
Amore, non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto,
e nessuno ha mai amato.
(W. Shakespeare)
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C’è solo un’uscita per le sofferenze... passando attraverso di esse. Dio non ti darà mai più di quello che puoi caricare. Quindi, caricati la tua Croce e rallegrati per il premio. Impariamo a caricare la nostra Croce senza protestare e chiediamo al Signore solo forza per continuare e uscirne trionfanti. Qualsiasi sia la tua Croce, qualsiasi sia il tuo dolore, ci sarà sempre uno splendore, un imbrunire, dopo la pioggia... Forse potrai inciampare, forse perfino cadere... Però Dio è sempre pronto a rispondere alla tua chiamata... Dio ti invierà sempre arcobaleni dopo la pioggia. Solo 30 parole: Dio, Padre Nostro, gira per casa mia e portati via tutte le mie preoccupazioni e malattie per favore prenditi cura e proteggi la mia famiglia. Nel nome di Gesù, Amen. | ||
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Graditissime zampogne, voce dell'anima che giunge intatta da anni luce della memoria, giunge con tanti messaggi, come appena consegnati dal Lemitone, da quella Via Orabona, crocevia di tanti sentimenti, di tante gioie e ansie. Che bella atmosfera sanno ricreare, nastro magico in cui è possibile recuperare la traccia indelebile di candele accese, frenesia di movimenti di tanti preparativi, che noi bambini moltiplicavamo nel tentativo di dare il nostro contributo, e ci inventavamo mille faccende e ci nutrivamo di mille speranze. Le profezie avevano ragione ad annunciare la gioia di coloro che hanno buona volontà e noi ne avevamo che ancora ci dura e ci sostiene e ci spinge sui sentieri di coloro che cercano pace e ci manteniamo fedeli all'impegno della buona umanità. Grazie per queste zampogne che ci fanno sentire la gioia di passi che non hanno altro suono, ci conducono in luoghi dello spirito dove ritroviamo la presenza di chi abbiamo amato, i segni della nostra crescita e le tappe della nostra maturazione. Che bella idea questo affidare la nostra consolazione alla dolcezza di uno strumento così semplice, che sembra fatto apposta per festeggiare la nascita di un Bimbo, che ogni anno ci porta l'occasione di una gioia che ogni volta si rinnova. Un abbraccio a tutti voi, col solito affetto. Raffaele
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Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
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oggi mi sento abbastanza bene.
dalle ultime analisi mi risulta di aver vinto con largo margine di tempo.
un grazie a tutti voi che mi siete stati vicini, ne siete in molti un abbraccio a tutti.
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ho fatto un sogno.
ho sognato una strada alberata, enorme ed era in discesa dove tutti mi guardavano, mi guidavano, mi consigliavano. tanta gente mi circondava ma proprio tanta, una folla. poi man mano che andavo avanti la strada incominciava a stringersi, gli alberi iniziavano ad essere sempre pochi e la gente iniziava a scomparire. la discesa iniziava a diventare una salita e la strada diventare un sentiero cupo e difficile da percorrere. ero solo, la gente che era intorno a me era scomparsa. io percorrevo questo sentiero sempre con + fatica con affanno, con la consapevolezza che dovevo farcela, con la consapevolezza che avrei trovato un qualcosa di bello dall'altra parte del sentiero ...........
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lei ha un tumore... mi disse il medico alzando lo sguardo dai documenti e guardandomi dritto negli occhi...
dottore...... e.... lei me lo dice in questo modo? balbettai....mentre il sangue iniziava a gelare la mente
perche lo devo chiamare in un altro modo se il tumore ha questo nome? io guardo la realtà e la realtà bisogna sempre affronarla, mai girargli attorno. ha qualche domanda da pormi?
dottore le domande da farle sono tantissime... ma in questo momento non ho niente da dire, mi dia tempo.......
tutto il tempo che vuole, ma sappia che bisogna asportare tutto ed in fretta se vuole continuare a vivere
se vuole continuare a vivere, è questo il problema... voglio continuare a vivere? ma quanto mi resta da vivere? ho paura di porre questa domanda.. a ki poi? ad un dottore che non avrebbe mezzi termini nel dare una risposta?
non lo so è tutto così strano, confuso, distorto, la realtà, quale realtà, boh. mille pensieri, tante domande, nessuna risposta, e la depressione?
tutto preso in un vortice assorbante che prende la mente non la lascia respirare, tanti pensieri per i figli, per mia moglie, che succederà adesso? il buio, il buio totale che non lascia trapelare nessun pensiero non lo lascia libero lo attanaglia nella sua morsa un oblio senza ritorno. mi rifugio nei sogni, nei miei sogni che mi hanno sempre accompagnato nella realtà.
iniziamo a fare analisi, riscontri, attese, speranze, certezze che non esistano.
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Inviato da: STREGAPORFIDIA
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