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Creato da trentaadaprile_M il 06/08/2006

SALA OPERATORIA

prima sala operatoria virtuale

 

 

2011 e ventidodici

Post n°93 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da trentaadaprile_M
Foto di trentaadaprile_M

 

Che il 2011 abbia avuto un inizio frizzantino è indubbio.

Quello che non sapevo è che il "frizzicore" dell'aria annunciava "aria di montagna".

Trovarmi di fronte una montagna non me lo aspettavo, chissà perché invece mi ero immaginato una bella strada in discesa, come se il più fosse fatto

Indietro non si poteva tornare, e l'alternativa sarebbe stato rimanere fermo lì ad aspettare, ma aspettare cosa?

A stare fermo c'ho provato, qualche giorno c'ho provato, ma non era proprio possibile.

Ansia, smania, soprattutto la paura di non riuscire a controllare tutta quella rabbia di trovarmi di fronte ad un percorso che fondamentalmente non volevo fare, almeno non in quel momento.

E' stato allora che ho deciso di salire. Da solo.

E anche qui ho immaginato  la salita, dura certo, faticosa vero, ma pur sempre una salita.

Perché non avrei dovuto farcela? Riposarsi quando si era stanchi, andare piano, appoggiarsi ad un bastone, tutte cose che potevo fare.

E poi chi avrebbe detto che non mi sarei goduto anche qualche bel panorama, una sorpresa dietro un angolo, magari lungo la strada trovare compagnia, e perché no, ogni tanto un panino e una birra che in montagna hanno tutto un altro sapore.

La salita non sarebbe stata così brutta come magari me la immaginavo.

Beh, mi sbagliavo, era peggio di come me la immaginavo!!!

Non me ne sono reso conto subito, perché all'inizio, all'inizio è solo un passo dopo l'altro... non sembra così terribile.

E' stato dopo un po' che ho compreso, non stavo facendo una strada in salita...

Avrei dovuto sentire il fiato corto, le gambe stanche e pesanti, ma in realtà dopo un po' mi facevano male le mani e le braccia.

E non è che avevo il fiato corto, non avevo proprio più fiato, mi dovevo fermare per  respirare

Pensavo che dopo un po' sarebbe stato meglio, che più avanti la strada sarebbe stata più dolce e io più allenato

Sono andato avanti

E più avanti andavo e peggio era...strano!!!

Poi ho capito

Non stavo salendo su una strada di montagna... qualche bel panorama, una sorpresa dietro un angolo, magari lungo la strada trovare compagnia...che ridere!!!

Non stò per niente salendo

Mi fanno male le mani, le braccia, il collo, non vedo nessun panorama, nessuna compagnia.

Addirittura non ci sono angoli

Non stò per niente salendo....

Io mi stò...

Io mi stò arrampicando!!!!

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Giochi pericolosi

Post n°92 pubblicato il 10 Agosto 2011 da trentaadaprile_M

 

Certe volte si crede, abbastanza ingenuamente, che giocare sia solo un divertimento, che non fa male a nessuno e che il risultato è divertirsi a prescindere dal vincere o dal perdere.

Quando le persone arrivano a questa conclusione, allora dicono di se stessi che sono dei gran saggi, e inizia una predicazione sul “non è importante la meta, ma la strada che percorri” oppure “non è importante dove vai, ma con chi vai” e roba del genere.

C’è questa filosofia improvvisata che serve solo ad affrontare il momento e queste frasi diventano solo la stampella di quando ci si è rotti una gamba. Appena la gamba guarisce, si torna alla competitività, agli obiettivi, al perseguimento del risultato, con buona pace della “di sopra” saggezza.

Ma proprio la gamba rotta è il segnale, che il gioco a cui si stava partecipando, alla fine era un gioco pericoloso. Certo nessuno includerebbe tra i giochi pericolosi, che ne so… la tombola per esempio!!

Ora Bettheleim, in “un genitore quasi perfetto” dice che le bambine rispetto ai maschietti sono più fortunate perché giocando con gli orsacchiotti di peluche o le bambole riescono a trasferire su questi oggetti aspetti emotivi relazionali imparando una migliore gestione sentimentale. I maschietti con le macchinine, o le costruzioni imparano meglio a dominare l’oggetto ma poi falliscono nel gestire la propria emotività. Egli stesso consigliava che ai maschi fosse regalato e insegnato a giocare con un bambolotto.

Sicuramente Bruno Bettheleim non è Fabio Volo o le migliori frasi di Grey’s Anatomy, quindi se lo dice lui…

Né vogliamo che la pubblicità di Alonso che “stacca sempre all’ultimo “ diventi la nostra filosofia di vita o un insegnamento da trasmettere alle prossime generazioni….

Neanche il facebookiano “semo de roma” può essere citato a mò di contestazione del grande Bruno Bettheleim…

Che io mi ricordi bene, ai miei tempi, le bambine giocavano con la Barbie, con la casa di Barbie, con i vestiti di Barbie e con…Dolce Forno!!!

E anche qui nessuno direbbe che Dolce Forno è un gioco pericoloso!!! E la Barbie….che male può fare?

Il gioco di per sé diventa pericoloso quando non finisce mai!!! Continuare a giocare perché l’importante è divertirsi, conta con chi vai, non è la meta ma la strada…portati all’infinito sono concetti pericolosi.

Ma non è proprio questo a rendere pericoloso qualsiasi gioco. La dimensione emotiva del gioco non può essere confusa o sovrapposta alla dimensione temporale! Dire che la vita stessa è un gioco, è una perversa manipolazione della filosofia del benessere se non si aggiunge che anche la vita ha un termine.

Infine, senza scomodare alcun gruppo di facebook per confermare il concetto, si può dire che esistono i compagni di giochi.  Anche essi non sono eterni. Nessun compagno di gioco è un orsacchiotto di peluche da mettere in un cassetto o nella cesta dei giocattoli che si può riprendere in qualsiasi momento. Il compagno di gioco, a differenza di barbie, ha fame, ha sete, si annoia, si diverte, cresce, matura, invecchia, soffre, gode…

Se qualcuno/a andando a riprendersi quel gioco, non lo trovasse più…che che ne dica Fabio Volo, o Grey’s Anatomy o Bruno Bettheleim o addirittura Alonso…può essere che non è importante dove è andato, quale strada ha percorso per andarsene, con chi è andato…ma forse è importante considerare che lui non si considerava un gioco, forse era seriamente impegnato a diventare una persona. Andandosene l’ha dimostrato. E’ questa la differenza fra il giocatore e il giocattolo. Il giocattolo resta per sempre, o se si rompe se ne compra un altro…i giocatori quando vedono che non sono considerati tali, se ne vanno!

La vita è un gioco, le relazioni sono giochi…pericolosi se qualcuno gioca con voi considerandovi il giocattolo, e anche la tombola diventa pericolosa se vi fanno fare solo il numero da estrarre a caso.

Se durante quest’estate avrete l’impressione che qualcuno aspetti che rientrate per continuare il gioco…un gioco che dura da sempre, che non finisce mai…

…se vi fanno continuamente le stesse proposte, sempre lo stesso gioco, sempre lo stesso ruolo…

…se il vostro presunto compagno di gioco misura la distanza da voi con i cm o le ore…

Allora non chiedetevi perché il marito che è andato un attimo a comprare le sigarette, non è più tornato!!! Tanto non è importante  dove è andato, quanto lontano è andato, con chi è andato, quale strada…chiedetevi piuttosto che sigarette ha comprato…tanto…per chi gioca, una risposta vale l’altra, l’importante è divertirsi!!!

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Eco e Narciso

Post n°91 pubblicato il 03 Maggio 2011 da trentaadaprile_M

Narciso era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso che, innamorato della ninfa, la avvolse nelle sue onde e nelle sue correnti, possedendola. Da questa unione nacque un bambino di indescrivibile bellezza e grazia. La madre, poichè voleva conoscere il destino del proprio figlio, si recò dal vate Tiresia per sapere il suo futuro.

Tiresia dopo aver ascoltato le richieste di Liriope le disse che suo figlio avrebbe avuto una lunga vita se non avesse mai conosciuto se stesso.

Gli anni passarono veloci e Narciso cresceva forte e di una bellezza tanto dolce e raffinata che tutte le persone che lo rimiravano, fossero esse uomini o donne, si innamoravano di lui anche se Narciso rifuggiva ogni attenzione amorosa. Si racconta della sua insensibilità e vanità tanto che un giorno regalò una spada ad Aminio, un suo acceso spasimante, perchè si suicidasse ed Aminio tanto era grande il suo amore per Narciso, si trafisse il cuore sulla soglia della sua casa.

La sorte volle che la storia di Narciso si incrociasse con quella della ninfa Eco, incontro nefasto che fu la rovina di entrambi i giovani.

Si narra che la sposa di Zeus, Era, la cui gelosia era nota a tutti gli dei e a tutti i mortali, era sempre alla ricerca dei tradimenti del marito e sfortuna volle che un giorno si rese conto che la compagnia e le continue chiacchiere della ninfa Eco, altro non erano che un modo per tenerla a bada e distrarla per favorire gli amori di Zeus dando il tempo alle sue concubine di mettersi in salvo. Grande fu la sua rabbia quando apprese la verità e la sua ira si manifestò in tutta la sua potenza: rese Eco destinata a ripetere per sempre solo le ultime parole dei discorsi che le si rivolgevano.

Racconta Luciano (Epigrammi "A una statua di Eco")

" Questa è l'Eco petrosa amica di Pane,"

 

Che rimanda, ripete le parole,

 

E ti risponde in tutte le lingue umane;

E più scherzare coi pastori suole.

Dille qualunque cosa, odila e poi

 

Vanne pei fatti tuoi.

 

 

 

Un giorno mentre Narciso era intento a vagare nei boschi e a tendere reti tra gli alberi per catturare i cervi, lo vide la bella Eco che, non potendo rivolgergli la parola, si limitò a rimirare la sua bellezza, estasiata da tanta grazia. Per diverso tempo lo seguì da lontano senza farsi scorgere e Narciso, intento a rincorrere i cervi, nè si accorse di lei nè si accorse che si era allontanato dai compagni ed aveva smarrito il sentiero. Iniziò Narciso a chiamare a gran voce, chiedendo aiuto non sapendo dove andare. A quel punto Eco decise di mostrarsi a Narciso rispondendo al suo richiamo di aiuto e si presentò protendendo verso di lui le sue braccia offrendosi teneramente come un dono d'amore e con il cuore traboccante di teneri pensieri.

Ma ancora una volta la reazione di Narciso fu spietata: alla vista di questa ninfa che si offriva a lui fuggi inorridito tanto che la povera Eco avvilita e vergognandosi, scappò via dolente. Si nascose nel folto del bosco e cominciò a vivere in solitudine con un solo pensiero nella mente: la sua passione per Narciso e questo pensiero era ogni giorno sempre più struggente che si dimenticò anche di vivere ed il suo corpo deperì rapidamente fino a scomparire e a lasciare di lei solo la voce. Da allora la sua presenza si manifesta solo sotto forma di voce, la voce di Eco, che continua a ripetere le ultime parole che gli sono state rivolte.

 

Gli dei vollero allora punire Narcisco per la sua freddezza ed insensibilità e mandarono Nemesi, dea della vendetta, che fece si che mentre si trovava presso una fonte e si chinava per bere un sorso d'acqua, nel vedere la sua immagine riflessa immediatamente il suo cuore iniziò a palpitare e a struggersi d'amore per quel volto così bello, tenero e sorridente.

Racconta Ovidio (Metamorfosi III, 420 e segg.):

"Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell'immagine ..."

 

Non consapevole che aveva di fronte se stesso, ammirava quell'immagine e mandava baci e tenere carezze ed immergeva le braccia nell'acqua per sfiorare quel soave volto ma l'immagine scompariva non appena la toccava.

Rimase a lungo Narciso presso la fonte cercando di afferrare quel riflesso senza accorgersi che i giorni scorrevano inesorabili, dimenticandosi di mangiare e di bere sostenuto solo dal pensiero che quel malefico sortilegio che faceva si che quell'immagine gli sfuggisse, sparisse per sempre.

Alla fine morì Narciso, presso la fonte che gli aveva regalato l'amore anelando un abbraccio dalla sua stessa immagine.

Quando le Naiadi e le Driadi andarono a prendere il suo corpo per collocarlo sulla pira funebre si narra che al suo posto fu trovato uno splendido fiore bianco che da lui prese il nome di Narciso.

 

-Ovidio- metamorfosi

 
 
 

La nascita

Post n°90 pubblicato il 25 Gennaio 2009 da trentaadaprile_M

 


 


Pur essendo la mia attività quasi esclusivamente legata all’aspetto ginecologico, non mi sembra giusto ignorare anche l’aspetto ostetrico della professione.


E ostetricia altro non è che l’osservazione dei fenomeni che portano dal concepimento alla nascita.


Quando nasce un bambino, fondamentalmente è la nascita di un (s)oggetto d’amore.


E’ la nascita stessa di un amore.


Accade che la mamma, ma anche il padre, durante la gestazione iniziano a fantasticare sul bambino. Addirittura viene fatta una progettualità così estesa che neanche si è certi della notizia della gravidanza che già la coppia inizia a mettere da parte i soldi per l’università del figlio.


La gravidanza per fortuna, dura nove mesi, 40 settimane per noi ostetrici, e dico per fortuna perché si ha il tempo di ritornare ad una dimensione più immediata. Così la coppia che all’inizio investe i soldi per l’università, si rende conto di dover spendere gli stessi soldi in pannolini.


La prima cosa che accade al genitore quando nasce un bambino, è la relazione stessa con il bambino.


Questa relazione consiste fondamentalmente in uno sguardo ed un sorriso che il genitore innamorato rivolge al proprio figlio.


Chi è genitore ben saprà di quanto tempo ha dedicato a guardare il proprio figlio e come abbia iniziato a sorridere nel momento stesso in cui quello sguardo è ricambiato.


Ecco che la nascita può essere sintetizzata in questi tre fenomeni principali: fantasticare, sguardo e sorriso.


Molto spesso ci chiediamo come si fa a far nascere l’amore. La natura ci offre un esempio così evidente che non possiamo evitare di confrontarci con esso.


A tutti noi ci è capitato di fantasticare sul nostro rapporto di coppia, anche se la coppia ancora non è nata. Quante cose potremmo fare insieme all’altro che invece da soli non riusciamo a fare.


Come sarà l’altro? Che dirà? E come lo dirà? Che farà e come lo farà?


Se pensiamo a come sono nate alcune delle nostre storie d’amore, non possiamo fare a meno di notare che esse sono nate con uno sguardo.


Questo sguardo che ci accoglie nel momento della nostra nascita è lo stesso sguardo che ritroviamo nella persona di cui ci innamoriamo. Di nuovo costretti a subire quel primitivo sguardo con cui è iniziata la nostra vita. Ed è forse proprio così che nasce l’amore. Quello sguardo che ci riporta alla prima relazione della nostra stessa vita.


Io mi ricordo bene appena nato, quello sguardo di mia madre. Io piangevo e lei mi guardava. Rileggo i suoi pensieri in quel momento. Mi guardava semplicemente come se fossi la cosa più ignota del mondo….semplicemente un bambino!!!


 


Nessuno potrà mai innamorarsi se è chiuso a questa primitiva relazione. Se non si usa la fantasia, non si usa lo sguardo e non si usa il sorriso difficilmente nascerà niente.


La nascita di un bambino è un fenomeno reale. Anche l’amore è reale. Ma implica il farsi guardare e il guardare, il sorridere e accettare un sorriso. Molti si limitano al fantasticare…un eterna gravidanza da cui non nascerà mai niente.


 


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Post N° 89

Post n°89 pubblicato il 29 Dicembre 2008 da trentaadaprile_M

TRA TRISTEZZA E NOIA

 

 

Distinguere fra noia e tristezza è difficile.

 

Io ho una amica che ogni volta che la incontro mi racconta qualche guaio, quando finisce i suoi inizia con quelli degli altri e quando ha finito pure questi inizia con previsioni catastrofiche e pessimistiche sul futuro. Non riesco a capire se ella sia più triste o noiosa.

Ho una zia che è noiosissima, per fortuna la vedo (e la sento) due volte all’anno. Ogni volta inizia con l’elenco dei suoi acciacchi, sempre gli stessi, ovvio, poi con i problemi economici, i problemi familiari e infine con un attacco alla vita che è sempre così triste!!!

Ho un collega di lavoro, che se stai vedendo una aurora boreale a Roma, lui ti parla invece della guardia del sabato notte in più che ha dovuto fare questo mese, che palle!!!!

A me queste persone mettono tristezza!!!

Ci sono delle ragazze bellissime che potrebbero farti divertire solo mettendosi una gonna un po’ più corta e invece ti raccontano di problemi sentimentali con l’unico vero uomo sulla faccia della terra che però ha il difetto di essere anche il più stronzo della storia dell’umanità.

Che tristezza!!!!

E si potrebbero fare infiniti esempi….

Noia e tristezza sono per me indissolubilmente legati. Se incontro una persona noiosa alla fine divento triste.

Sono così legate che mi risulta difficile distinguere l’una dall’altra e molto spesso le confondo. A volte definisco noiosa una persona che è soltanto triste. E a volte mi capita di considerare triste una persona che è veramente noiosa.

Però si impara anche da queste persone. Non fosse altro per comprendere come sia importante invece essere attraenti.

L’attrazione si basa proprio sul concetto che stare insieme non deve essere fonte di tristezza e di noia né per se stessi che per l’altro.

Per essere attraenti basta a volte chiedersi, ma mi piaccio? Con i discorsi che faccio, le cose che penso, come mi muovo, come mi vesto, mi piaccio?

A volte stai con una ragazza, in auto, con la neve che cade a fiocchi larghi….e tu parli, parli, parli….poi lei ti dice “ma con quella bocca sai solo parlare o fare anche altre cose?”

E tu capisci quanta tristezza c’era nella tua noia.

Allora sorridi, cominci a canticchiare “I love you baby” ti allunghi verso di lei, ti conficchi il freno a mano nel costato e ti procuri una sublussazione del cingolo omero-scapolare di destra e continuando a sorridere nonostante il dolore capisci che noia e tristezza nascono solo dalla paura che ci sia un freno a mano…tra te e lei

 

…I love you…..baby….

 

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Quando ci sono?

Boh?  dovrebbe funzionare l'indicatore!!!!!

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NESSUN POSTO

nessun posto è come un ospedale...

esso è denso in ogni frammento....

un corridoio non è un semplice corridoio

quante volte li ho visti attraversare da occhi umidi

a cui era stata tolta la speranza

e le sedie

ti siedi su di esse e il legno ti trasmette

l'emozione di centinaia di persone che

sedute lì

aspettavano un responso

o appoggiato ad un muro

distrattamente leggi: dai marco ce la puoi fare

e se tocchi quella scritta ne senti tutta la forza.

nessun posto e come l'ospedale

anche prendendo un semplice caffè

al bar

solo alzando lo sguardo

vedi quanti pensieri vengono girati dentri un caffè

e le notti passate a scrivere una tesi, o un articolo

oppure a preparare una relazione

le discussioni solo mimate per non svegliare i pazienti

vengono ascoltate da attente luci

e le notti, quando sei di guardia

passando davanti ad una finestra

l'emozione della storia della sofferenza di una mamma

ti fanno alzare gli occhi al cielo

per una preghiera

e per questo che gli ospedali hanno tante finestre

attraverso esse

tutta una vita da guardare

nessun posto è come l'ospedale

chi lo conosce meglio di un medico....

chi lo conosce meglio di un paziente???

 

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