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Creato da salvalegale il 23/05/2008

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Pensieri, progetti e azioni di Salvatore Spitaleri

 

 

UNA SCELTA DA MEDIANO. ANCORA DUE NOTE SUL CONGRESSO DEL pd

Post n°13 pubblicato il 11 Luglio 2009 da salvalegale
 

A quanto pare è ormai divenuto abituale che discese in campo, scelte, presentazioni (siano per un evento sociale che per una manifestazione politica) debbano avere una colonna sonora, per far sì che la musica possa esprimere anche quello che le parole non sanno dire.
Allora c'è chi si scrive i testi e li fa musicare dal musico di corte, chi si fa guidare dalle proprie passioni magari giovanili, chi sceglie musica impegnata perché discorsi impegnati non possono che essere accompagnati da musica impegnata.
Se, per esplicitare la mia idea sul prossimo congresso del PD, dovessi scegliere anche io una colonna sonora, vorrei che queste poche righe fossero accompagnate da una recente ballata di Ligabue: "Una vita da mediano", che ho appena scaricato da youtube (che ringrazio!)
Per carità, nessuno voglia prendere una "canzonetta" (come ricordava Bennato) come manifesto ed io non ne ho né intenzione né presunzione, ma indubbiamente, per la fascia di quanti impegnati nella vita sociale e politica hanno superato i 30 e non hanno ancora i 50 anni, può essere una significativa metafora.

Fatta questa premessa, veniamo al prossimo congresso nazionale e regionale del Partito Democratico.
In queste ore, a molti iscritti, militanti o semplici elettori del PD, viene sempre più spesso proposta la domanda: "Ma tu, con chi stai?".
Il quesito è legittimo, ma insufficiente a rispondere alla domanda di futuro che agita e deve scuotere un grande soggetto politico riformista del nostro Paese.
Il vero tema è la domanda successiva che troppo spesso rimane inespressa: "Ma tu, perché stai con lui/lei e per fare che cosa?".
Vorrei, per franchezza, evidenziare che non pongo la domanda per inserirmi in una triste e disdicevole litania seguita ad una battuta posta sui giornali da una cara ed intelligente amica. Una battuta è una battuta ed un ragionamento è un ragionamento.
Pongo e, prima di tutto, mi pongo la seconda domanda perché la scelta congressuale (che, sia chiaro, non è la scelta della vita e non è neanche un'ordalia) rappresenta un significativo passaggio di costruzione di un'alternativa ad un centrodestra, sempre più spostato a destra, con forti derive antisolidaristiche, che si sta consolidando in Italia, con una forza e radicamento sconosciuto nell'Italia repubblicana.

Allora, due sono i temi su cui ragionare:
- quale PD costruiamo;
- quali elementi di progetto e programma poniamo verso il governo prossimo venturo del Paese.

Come evidente i due temi si intrecciano intimamente e altrettanto intimamente camminano con le gambe degli uomini e delle donne che questo PD e questo progetto costruiscono e rappresentano.
Per questo, la scelta del segretario/a non è certo indifferente, anche se, va detto, il PD non può essere un partito leaderistico e, salvo improvvisi collassi e cataclismi (sempre possibili nel paese dove l'emergenza è il quotidiano ed il vero uomo di governo è il capo della protezione civile), siamo sufficientemente lontani dalla scelta del candidato premier (l'idea della contestualità era ed è, peraltro, presente nello Statuto nazionale, fin dalla stessa previsione della durata quadriennale delle cariche, ma a mio avviso è scelta errata, particolarmente in questo contesto).
In second'ordine, va altresì chiarito che, in questo congresso, il PD e particolarmente candidati e dirigenti potranno fare molti errori, ma devono assolutamente evitare di parlarsi addosso o peggio fare una semplice enunciazione del partito che vorremmo, quasi che la responsabilità/colpa sia sempre di altri e, accanto a questo, evitare una situazione che ormai è più che un rischio: avvelenare i pozzi. Nessuno di noi potrà impostare la propria scelta di campo per eliminare l'altra parte, perché, dal 26 ottobre, comunque vogliamo un grande partito e deve essere il partito di tutti quelli che questo processo stanno costruendo, con le diverse tesi.
Ci deve essere, infatti, una consapevolezza di partenza: i tre candidati attuali alla segreteria nazionale sono tre ottimi candidati. Bisogna esserne fieri.

A proposito di tesi, in queste settimane ho cercato di leggere ed ascoltare tesi e posizioni dei candidati in campo, per capire dove alla fine si vuole andare a parare e, prima di prendere una posizione, vorrei, senza presunzione alcuna, porre alcune riflessioni o meglio chiavi interpretative e di raffronto, utili poi a meglio scegliere.

Sul Pd che vorrei contribuire a costruire, ho già tentato di dire ai miei tre amici lettori, con alcune riflessioni post voto che, in sintesi, riassumo:
­- un Partito che sia organizzato e strutturato sia territorialmente che per ambiti;
­- un Partito che sia autentica casa comune, accogliente verso chi vi entra, solidale verso chi fa fatica o ha dubbi (in questo senso non ho per nulla apprezzato chi non solo ha posto condizioni ultimative per l'adesione al PD, ma si è arrogato il diritto di discernere chi è da PD e chi no), rispettoso degli spazi di azione politica e delle persone, che premi realmente consenso e competenza (senza eccessive derive mediatiche), con solide e condivise fondamenta;
­- un Partito maggiormente impegnato nell'ascolto di ciò che sta fuori, nell'elaborazione di proposte, nella realizzazione di politiche che abbiano al centro la persona, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, come ci ricorda la nostra Carta fondamentale;
­- un Partito che si radichi con un sistema a rete, certo più complesso e faticoso da gestire e governare, ma tale da consentire maggiore permeabilità e soprattutto tendenzialmente in grado di evitare fratture insanabili e perniciose. Peraltro, il sistema a rete ha come presupposto indefettibile la consapevolezza, per tutti i nodi, dell'esistenza dei fili;
­- un Partito che abbia la consapevolezza del necessario dialogo con quanti stanno alla sua sinistra ed alla sua destra, per costruire un sistema di reale alternanza;
­- e ultimo ma non ultimo, un Partito che abbia consapevolezza reale (e non la mera enunciazione teorica) che, al proprio interno, convivono matrici culturali plurali (non necessariamente appartenenti allo scorso secolo) e, quindi, si attrezzi non a superare/travolgere tali ricchezze, ma a trovare percorsi di sintesi che, come noto, è cosa diversa dalla mediazione.

Anche sul secondo corno del tema (ossia gli elementi di progetto e programma di governo), il PD deve poter enunciare alcuni punti, forse scomodi oggi, ma che devono gradualmente rientrare nel dibattito politico:
1) non si esce dalla crisi socio-economica che attraversa il nostro Paese, con operazioni di chiusura o protezionistiche, che hanno il respiro corto, frammentano e amplificano i costi sociali complessivi;
2) più che parlare, magari a vanvera, di federalismo, pratichiamo fino in fondo il principio di sussidiarietà orizzontale e verticale che ha trovato anche dignità costituzionale;
3) assumiamo la consapevolezza che alcune operazioni di privatizzazione, soprattutto nei servizi pubblici, hanno creato monopoli completamente autocefalici e autodeterminantesi;
4) il tema dell'equo accesso ai servizi, alle risorse ed alle opportunità è la vera sfida e garanzia nei confronti di una società globalizzata;
5) proviamo ad elaborare e sostenere modelli economici compatibili con le risorse del nostro Paese;
6) investiamo risorse umane, organizzative e strumentali sulla giustizia, sia civile che penale, finendola di giocare ad abbreviare riti, con termini che poi è impossibile garantire;
7) prepariamoci a più forti investimenti, anche in termini di cessione di pezzi di sovranità, per un'Europa unita e forte.

Se qualcuno avrà avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a queste mie poche righe, e vorrà già oggi sapere la mia risposta alla prima domanda-tormentone di questi giorni, dovrà attendere ancora qualche giorno: servirà certo a me per meglio comprendere.

Io, da mediano, voglio portare il mio contributo di idee, di passione, di valori a chi, in questo momento, ritengo sia in grado di poter meglio far giocare la squadra e di fare del PD un partito del nostro tempo.

A tutti, veramente a tutti, un vero e buon Congresso, con l'auspicio e l'impegno a parlare di contenuti prima che di protagonisti.



Salvatore Spitaleri


Udine, lì 7 luglio 2009

 

 
 
 

Sul rinnovamento del PD. Perditempo astenersi.

Post n°12 pubblicato il 13 Giugno 2009 da salvalegale
 
Foto di salvalegale

Carissimi amici,

                           gli occhi continuano ancora a balenare sui dati per le elezioni europee che affluiscono ed il numero dei consensi che Debora Serracchiani ha raggiunto: un successo travolgente, frutto del felice mix di un’ottima candidata, per freschezza e franchezza, e di una sapiente strategia mediatica che le ha consentito, finalmente per i candidati del FVG, una copertura su tutto il collegio e a livello nazionale.

Veramente un grande risultato che consegna alla nostra regione ed al PD regionale il premio di poter esprimere un’europarlamentare (dato assolutamente non banale nella nostra idea di FVG) e al PD di sperimentare l’insidioso e affascinante territorio della nuova comunicazione.

Se la rete lo può trasmettere, mando a Debora un sincero abbraccio e anche un grazie per una campagna elettorale faticosa.

Un altro elemento certo positivo è l’abnegazione che molti hanno dimostrato in una campagna elettorale dove, nella migliore delle ipotesi, eravamo vissuti come il terzo incomodo di un fidanzamento senza scadenza.

 La circostanza, poi, che sia stato spazzato via l’incubo di elezioni anticipate “plebiscitarie” è certamente positiva per noi e, se consentito, per il Paese.

 Ma ciò posto e chiarito, anche a scanso di equivoci o ambiguità, la valutazione del voto al PD, sia a livello nazionale che regionale, e delle elezioni amministrative impone una seria analisi, che non si può esaurire in alcuni trionfalistici proclami di asseriti ed inesistenti modelli (anche questo sia detto per chiarezza e amore di verità), né che si può concentrare in pochissime battute (ed in questo senso, mi scuso se magari qualche pensiero eccessivamente involuto susciterà il rimprovero di quanti ritengono che i ragionamenti debbano avere lo sviluppo e la struttura di uno slogan).

Vorrei allora importare nel nostro metodo di analisi, in un linguaggio a me molto caro (e forse strano se non profano ad alcuni amici), la possibilità di un discernimento comunitario. Il che, sia detto per chiarezza, è tutto fuorché scontro mediatico, alla ricerca della visibilità di nuovi e vecchi leader, ma faticoso e a volte franco confronto.

Tale impostazione comporta che anche queste due righe abbiano il senso e la finalità del contributo piuttosto che del documento: siano, nei limiti dati, più punto di partenza che di arrivo.

 Ci sono alcuni dati e situazioni molto complessi, che non hanno risposte semplicistiche, ma che richiedono di essere affrontati con la necessaria chiarezza e probabilmente senza la fretta di chiudere un capitolo, soprattutto per le ricadute sul piano della concreta azione politica sul territorio; il tutto con l’auspicio di avere davanti un periodo non sincopato da eccessive scadenze elettorali che, come abbiamo vissuto, rischiano di rappresentare più turbative che occasioni di costruzione.

In questo momento, anche a seguito del risultato delle elezioni amministrative sia a livello locale che nazionale, va particolarmente evidenziato che il percorso di riacquisizione della congrua fetta di consenso perduto e di ampliamento dello stesso non può essere vissuto in termini leaderistici, ma di concreta e diffusa azione politica.

 Partiamo dai dati macro del consenso al PD a livello nazionale e regionale.

Non voglio (e non pretendo di averne i mezzi) fare elaborati raffronti sui risultati e sui precedenti, sulle attese e sulla realtà, ma mi pare che sia indubbio un appannamento di consensi e progettuale piuttosto grave e potenzialmente esiziale.

La tesi, che molto ho condiviso, della vocazione maggioritaria del PD è indubbiamente fallita, per lo meno nella versione più rigorosa.

I processi di fusione tra diverse matrici culturali e politiche e di apertura verso quanti non hanno esperienza politica (pensati, ad onor del vero, sempre in sincrono dagli spesso ingiustamente vituperati “fondatori”), purtroppo, non hanno superato la prima fase dell’innamoramento e si sono spesso incagliati tra giacobinismo e incrostazioni personalistiche, con il duplice risultato di allontanare utili entusiasmi ed emarginare processi graduali di aggregazione ed elaborazione.

 

Questi primi due elementi ci inducono ad una prima riflessione.

 Venuto meno, sul medio periodo, il tempo del voto utile, è necessario consentire alla sinistra (oggi extraparlamentare) di avviare sereni processi di aggregazione, garantendone, da un lato, visibilità e diritto di cittadinanza, e dall’altra sfidandola, in senso positivo, a costruire non libri dei sogni, ma concreti programmi di governo.

 D’altro lato, il PD deve maggiormente caratterizzare la sua posizione nel campo del centrosinistra riformista non ideologico né autoreferenziale (della serie “chi non ci capisce, sbaglia”) o tanto meno, nei confronti dei cittadini-elettori, dai toni ultimativi da ordalia.

 E’ un grande sforzo che richiede tempi non brevi, ma la dilazione degli appuntamenti elettorali, almeno a livello locale, consente il dipanarsi di un’azione che non rivendichi la novità per la novità, ma sia veramente lo sforzo di creare un’autentica casa comune, accogliente verso chi vi entra, solidale verso chi fa fatica o ha dubbi, rispettosa degli spazi di azione politica e delle persone, che premi realmente consenso e competenza, con solide e condivise fondamenta. Questa è la scommessa da intraprendere rispetto a derive o abbandoni.

 Un PD che si assuma la non semplice responsabilità non della rappresentanza, ma della sintesi, con l’autorevolezza che viene dall’essere un soggetto politico fortemente radicato ed elettoralmente strutturato, sensibile interlocutore con quanti ne stanno a sinistra e a destra.

 Quindi, tutto fuorché ritorni al passato (che i miei vecchi maestri mi hanno insegnato non avere cittadinanza in politica) di qualunque matrice esso sia, ma la fine dell’assunto che il nuovismo sia panacea di tutti i problemi e che il rinnovamento possa essere usato come clava contro qualcuno (per cui, alcuni devono rinnovarsi e per altri si possono fare delle eccezioni).

 Nei molteplici sforzi compiuti e nel trasformarsi vorticoso della nostra realtà sociale, abbiamo forse perso il vocabolario per comprendere i reali bisogni dei cittadini e forse anche la bussola, per capire dove i cittadini si muovono e, quindi, per noi, tracciare gli utili percorsi per intersecarne bisogni e speranze, trasformandoli in concrete risposte.

 Non possiamo non essere fortemente preoccupati dalla nostra incapacità di dialogo e di rappresentanza (non dico interclassista, linguaggio ormai desueto) ma di blocchi sociali sufficientemente ampi. Dall’altra parte, è forse inutile inseguire, peraltro senza successo, forme di collateralismo con quanti non si sentano per converso collaterali.

 In sintesi, rispetto ad un dibattito troppo spesso autocentrico, è necessario lo sviluppo di percorsi di maggior coinvolgimento di mondi, sensibilità, rappresentanze che stanno fuori dal Partito Democratico.

Forse, in detto ragionamento, va anche dedicata una battuta sulla forma-partito e atteso che lo statuto regionale è ancora in ballo, potrebbe tentarsi una riflessione.

Un tema che, nella mia breve esperienza politica mi è sempre interessato, è quello della rete, struttura dialetticamente antagonista rispetto al tema della piramide, magari ad investitura plebiscitaria e tendenzialmente rivolta ad un legame sostanzialmente esclusivo cittadino/leader e viceversa: il sistema a rete è certo più complesso e faticoso da gestire e governare, ma consente maggiore permeabilità e soprattutto è tendenzialmente in grado di evitare fratture insanabili e perniciose. Peraltro, il sistema a rete ha come presupposto indefettibile la consapevolezza, per tutti i nodi, dell’esistenza dei fili.

Il sistema a rete può consentire che il dibattito si sposti dal PD all’azione del PD, dalla disputa sulla classe dirigente alla formazione e selezione della classe dirigente, da un PD dell’idealità al PD dell’azione politica. Non solo, rispetto a derive leaderistiche, lavorare sulla rete consente di creare/ricreare una vera struttura ponte con i cittadini, data dalla presenza diffusa di amministratori locali, dirigenti locali di partito, strutture di dialogo ed elaborazione: detti elementi vanno maggiormente valorizzati e strutturati.

D’altro lato, il sistema a rete non è che l’altra faccia di un sistema socio-economico-culturale policentrico, quale è, anche dal punto di vista territoriale, quello regionale e, per quanto mi è dato comprendere, anche quello nazionale.

Un capitolo a parte va, invece, dedicato agli aspetti valoriali e programmatici e, certamente sul quadro delle amministrative che, nella nostra realtà, non ha certo valorizzato gli aspetti più identitari del Partito. Ad oggi, allora, solo prime valutazioni: sul resto, sarà necessario tornarci.

Ora, qualcuno potrebbe sfidarmi a dare pronte ricette e soluzioni: francamente non credo vi sia niente di pronto né tanto meno di facile e sarei contraddittorio, nel proporle, con l’invito sopra espresso ad un discernimento comunitario, che per primo sono disposto a intraprendere, ma è certo utile, prima di inseguire sogni e attese, partire da ciò che concretamente si ha, nei luoghi nei quali si è, con i mezzi che ci sono.

Un sincero grazie a quanti sono arrivati fino in fondo nella lettura e un buon lavoro a tutti.

                                                                      Salvatore Spitaleri

Udine, lì 13 giugno 2009

 
 
 

E VENNE NATALE ...

Post n°11 pubblicato il 26 Dicembre 2008 da salvalegale
 
Tag: natale
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"Salite sulle impalcature della Storia": con questa invocazione accorata, siamo cresciuti in molti ragazzi e ragazze a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Si trattava dell'appello di mons. Alfredo Battisti, ora arcivescovo emerito della Diocesi di Udine.
Chi sa perchè, in questi giorni di Natale, è quasi riemersa come un monito fortissimo.
Salire sulle impalcature della Storia significava, secondo Battisti, un preciso convincimento ed una sollecitazione forte ad essere, ognuno per le proprie possibilità, protagonista e artefice della storia personale e comunitaria,nella profetica visione che il Regno di pace e giustizia non poteva essere rinviato ad altri.
Si trattava, per il contesto, di un invito rivolto prima di tutto ai giovani, ma, come si dice, esportabile.
Oggi, giorno di Santo Stefano, protomartire, è una sollecitazione per tutti noi.
Ancora auguri.

 
 
 

La via complicata del PD.

Post n°10 pubblicato il 21 Dicembre 2008 da salvalegale
 
Foto di salvalegale

Ho seguito
l’ampia relazione di Veltroni alla Direzione di venerdì scorso e, per
scambiarci gli auguri, parto da un’affermazione che denota sicuramente una
attenta lettura della situazione del PD.

Ora, essendomi
preso la briga di restare nelle cinquanta righe (nella fiduciosa speranza che i
miei tre lettori arrivino in fondo) e consapevole che estrapolare da un lungo
intervento un solo passaggio può essere non politicamente corretto,
purtuttavia, parto da un punto.

Dice Veltroni: “C’è un disagio diffuso, tra i nostri
iscritti, i nostri militanti, riguardo alla nostra unità interna. La sgradevole
sensazione che provano è che stiamo rischiando seriamente di diventare come
l’Unione: la difficile convivenza di punti di vista diversi, che finiscono per
paralizzarsi a vicenda. Quel segare l’albero sul quale tutti si è seduti, che è
stato il terribile male del centrosinistra in tutti questi anni
.”

La risposta che
il Segretario dà è “innovazione” ed io, nel mio piccolo, scuoto la testa e propongo
un percorso un po’ diverso: capacità di sintesi e autorevolezza.

Diciamo la
verità: l’Unione non è fallita solo e semplicemente perché univa forze e
posizione molto diversificate tra di loro (questo accade, grazie a Dio, in
tutti i soggetti democratici e non padronali), ma anche perché nessuna di
queste forze e dei molti personaggi che l’animavano intendeva cedere un pizzico
della propria sovranità a chi aveva il diritto/dovere della sintesi, tanto che,
alla fine, un uomo dal carattere di ferro e di granitica determinazione
sembrava un pugile a fine carriera.

Ora, dice bene Veltroni
quando riporta il paragone tra stato dell’Unione e odierna situazione del PD ed
è corretto e pienamente condiviso il richiamo all’unità interna. Il vero
problema è che l’unità interna non sempre viene da sé, per un salvifico o
sovrannaturale intervento esterno, ma è faticosa ricerca, reale ascolto,
capacità di condivisione, assoluta umiltà.

E fare un
partito, lo sappiano i molti della c.d. Società Civile che al PD hanno deciso
di aderire, richiede anche la complicata via della conoscenza e della pratica delle
regole del gioco e del “gioco” della democrazia in particolare. Troppo spesso,
in questi mesi, abbiamo visto il tentativo di voler portare le proprie regole e
ricette personali semplicemente perché considerate nuove e, quindi, positive e
benefiche ex se.

Tra le regole
della democrazia e dei partiti a vocazione democratica, vi è il diritto/dovere
di sintesi degli organi rappresentativi. Il diritto/dovere di sintesi non è una
mielosa mediazione, né l’esercizio di una forma autocratica, né il piccato
rimando ad investiture popolari (che, se ci si fa caso, spesso sono iniziali
toccasana, ma si risolvono in un atto di delega che lascia, poi, le mani libere
un po’ a tutti). Il diritto/dovere di sintesi è, a mio avviso, l’obbligo dei
partecipanti di cedere un pizzico di sovranità o meglio indipendenza di
pensiero e di azione a chi è legittimato alla rappresentanza e, dall’altra
parte, la consapevolezza da parte chi è legittimato alla rappresentanza che la
grazia dello stato non dà sempre lo stato di grazia, ma richiede, come dicevo,
faticosa ricerca, reale ascolto, capacità di condivisione, assoluta umiltà.

L’autorevolezza,
poi, è un dato quasi misterioso, perché non è sempre corrispondente agli sforzi
individuali, ma frutto, spesso imponderabile, dei riconoscimenti degli altri,
per lo più, nei partiti politici, espresso in forma associata e comunitaria.

E allora?

Allora,
utilizzando un’immagine che ho sempre considerato crudele e riprorevole,
attenzione a non buttare il bambino con l’acqua sporca: alla vocazione
riformista e maggioritaria non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo rinunciare.
Tutto il resto è da costruire … con il tempo e con la paglia.

Auguri a tutti.

 
 
 

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Post n°7 pubblicato il 21 Dicembre 2008 da salvalegale
 
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