
Carissimi amici,
gli occhi continuano ancora a balenare sui dati per le elezioni europee che affluiscono ed il numero dei consensi che Debora Serracchiani ha raggiunto: un successo travolgente, frutto del felice mix di un’ottima candidata, per freschezza e franchezza, e di una sapiente strategia mediatica che le ha consentito, finalmente per i candidati del FVG, una copertura su tutto il collegio e a livello nazionale.
Veramente un grande risultato che consegna alla nostra regione ed al PD regionale il premio di poter esprimere un’europarlamentare (dato assolutamente non banale nella nostra idea di FVG) e al PD di sperimentare l’insidioso e affascinante territorio della nuova comunicazione.
Se la rete lo può trasmettere, mando a Debora un sincero abbraccio e anche un grazie per una campagna elettorale faticosa.
Un altro elemento certo positivo è l’abnegazione che molti hanno dimostrato in una campagna elettorale dove, nella migliore delle ipotesi, eravamo vissuti come il terzo incomodo di un fidanzamento senza scadenza.
La circostanza, poi, che sia stato spazzato via l’incubo di elezioni anticipate “plebiscitarie” è certamente positiva per noi e, se consentito, per il Paese.
Ma ciò posto e chiarito, anche a scanso di equivoci o ambiguità, la valutazione del voto al PD, sia a livello nazionale che regionale, e delle elezioni amministrative impone una seria analisi, che non si può esaurire in alcuni trionfalistici proclami di asseriti ed inesistenti modelli (anche questo sia detto per chiarezza e amore di verità), né che si può concentrare in pochissime battute (ed in questo senso, mi scuso se magari qualche pensiero eccessivamente involuto susciterà il rimprovero di quanti ritengono che i ragionamenti debbano avere lo sviluppo e la struttura di uno slogan).
Vorrei allora importare nel nostro metodo di analisi, in un linguaggio a me molto caro (e forse strano se non profano ad alcuni amici), la possibilità di un discernimento comunitario. Il che, sia detto per chiarezza, è tutto fuorché scontro mediatico, alla ricerca della visibilità di nuovi e vecchi leader, ma faticoso e a volte franco confronto.
Tale impostazione comporta che anche queste due righe abbiano il senso e la finalità del contributo piuttosto che del documento: siano, nei limiti dati, più punto di partenza che di arrivo.
Ci sono alcuni dati e situazioni molto complessi, che non hanno risposte semplicistiche, ma che richiedono di essere affrontati con la necessaria chiarezza e probabilmente senza la fretta di chiudere un capitolo, soprattutto per le ricadute sul piano della concreta azione politica sul territorio; il tutto con l’auspicio di avere davanti un periodo non sincopato da eccessive scadenze elettorali che, come abbiamo vissuto, rischiano di rappresentare più turbative che occasioni di costruzione.
In questo momento, anche a seguito del risultato delle elezioni amministrative sia a livello locale che nazionale, va particolarmente evidenziato che il percorso di riacquisizione della congrua fetta di consenso perduto e di ampliamento dello stesso non può essere vissuto in termini leaderistici, ma di concreta e diffusa azione politica.
Partiamo dai dati macro del consenso al PD a livello nazionale e regionale.
Non voglio (e non pretendo di averne i mezzi) fare elaborati raffronti sui risultati e sui precedenti, sulle attese e sulla realtà, ma mi pare che sia indubbio un appannamento di consensi e progettuale piuttosto grave e potenzialmente esiziale.
La tesi, che molto ho condiviso, della vocazione maggioritaria del PD è indubbiamente fallita, per lo meno nella versione più rigorosa.
I processi di fusione tra diverse matrici culturali e politiche e di apertura verso quanti non hanno esperienza politica (pensati, ad onor del vero, sempre in sincrono dagli spesso ingiustamente vituperati “fondatori”), purtroppo, non hanno superato la prima fase dell’innamoramento e si sono spesso incagliati tra giacobinismo e incrostazioni personalistiche, con il duplice risultato di allontanare utili entusiasmi ed emarginare processi graduali di aggregazione ed elaborazione.
Questi primi due elementi ci inducono ad una prima riflessione.
Venuto meno, sul medio periodo, il tempo del voto utile, è necessario consentire alla sinistra (oggi extraparlamentare) di avviare sereni processi di aggregazione, garantendone, da un lato, visibilità e diritto di cittadinanza, e dall’altra sfidandola, in senso positivo, a costruire non libri dei sogni, ma concreti programmi di governo.
D’altro lato, il PD deve maggiormente caratterizzare la sua posizione nel campo del centrosinistra riformista non ideologico né autoreferenziale (della serie “chi non ci capisce, sbaglia”) o tanto meno, nei confronti dei cittadini-elettori, dai toni ultimativi da ordalia.
E’ un grande sforzo che richiede tempi non brevi, ma la dilazione degli appuntamenti elettorali, almeno a livello locale, consente il dipanarsi di un’azione che non rivendichi la novità per la novità, ma sia veramente lo sforzo di creare un’autentica casa comune, accogliente verso chi vi entra, solidale verso chi fa fatica o ha dubbi, rispettosa degli spazi di azione politica e delle persone, che premi realmente consenso e competenza, con solide e condivise fondamenta. Questa è la scommessa da intraprendere rispetto a derive o abbandoni.
Un PD che si assuma la non semplice responsabilità non della rappresentanza, ma della sintesi, con l’autorevolezza che viene dall’essere un soggetto politico fortemente radicato ed elettoralmente strutturato, sensibile interlocutore con quanti ne stanno a sinistra e a destra.
Quindi, tutto fuorché ritorni al passato (che i miei vecchi maestri mi hanno insegnato non avere cittadinanza in politica) di qualunque matrice esso sia, ma la fine dell’assunto che il nuovismo sia panacea di tutti i problemi e che il rinnovamento possa essere usato come clava contro qualcuno (per cui, alcuni devono rinnovarsi e per altri si possono fare delle eccezioni).
Nei molteplici sforzi compiuti e nel trasformarsi vorticoso della nostra realtà sociale, abbiamo forse perso il vocabolario per comprendere i reali bisogni dei cittadini e forse anche la bussola, per capire dove i cittadini si muovono e, quindi, per noi, tracciare gli utili percorsi per intersecarne bisogni e speranze, trasformandoli in concrete risposte.
Non possiamo non essere fortemente preoccupati dalla nostra incapacità di dialogo e di rappresentanza (non dico interclassista, linguaggio ormai desueto) ma di blocchi sociali sufficientemente ampi. Dall’altra parte, è forse inutile inseguire, peraltro senza successo, forme di collateralismo con quanti non si sentano per converso collaterali.
In sintesi, rispetto ad un dibattito troppo spesso autocentrico, è necessario lo sviluppo di percorsi di maggior coinvolgimento di mondi, sensibilità, rappresentanze che stanno fuori dal Partito Democratico.
Forse, in detto ragionamento, va anche dedicata una battuta sulla forma-partito e atteso che lo statuto regionale è ancora in ballo, potrebbe tentarsi una riflessione.
Un tema che, nella mia breve esperienza politica mi è sempre interessato, è quello della rete, struttura dialetticamente antagonista rispetto al tema della piramide, magari ad investitura plebiscitaria e tendenzialmente rivolta ad un legame sostanzialmente esclusivo cittadino/leader e viceversa: il sistema a rete è certo più complesso e faticoso da gestire e governare, ma consente maggiore permeabilità e soprattutto è tendenzialmente in grado di evitare fratture insanabili e perniciose. Peraltro, il sistema a rete ha come presupposto indefettibile la consapevolezza, per tutti i nodi, dell’esistenza dei fili.
Il sistema a rete può consentire che il dibattito si sposti dal PD all’azione del PD, dalla disputa sulla classe dirigente alla formazione e selezione della classe dirigente, da un PD dell’idealità al PD dell’azione politica. Non solo, rispetto a derive leaderistiche, lavorare sulla rete consente di creare/ricreare una vera struttura ponte con i cittadini, data dalla presenza diffusa di amministratori locali, dirigenti locali di partito, strutture di dialogo ed elaborazione: detti elementi vanno maggiormente valorizzati e strutturati.
D’altro lato, il sistema a rete non è che l’altra faccia di un sistema socio-economico-culturale policentrico, quale è, anche dal punto di vista territoriale, quello regionale e, per quanto mi è dato comprendere, anche quello nazionale.
Un capitolo a parte va, invece, dedicato agli aspetti valoriali e programmatici e, certamente sul quadro delle amministrative che, nella nostra realtà, non ha certo valorizzato gli aspetti più identitari del Partito. Ad oggi, allora, solo prime valutazioni: sul resto, sarà necessario tornarci.
Ora, qualcuno potrebbe sfidarmi a dare pronte ricette e soluzioni: francamente non credo vi sia niente di pronto né tanto meno di facile e sarei contraddittorio, nel proporle, con l’invito sopra espresso ad un discernimento comunitario, che per primo sono disposto a intraprendere, ma è certo utile, prima di inseguire sogni e attese, partire da ciò che concretamente si ha, nei luoghi nei quali si è, con i mezzi che ci sono.
Un sincero grazie a quanti sono arrivati fino in fondo nella lettura e un buon lavoro a tutti.
Salvatore Spitaleri
Udine, lì 13 giugno 2009
Inviato da: nazzareno
il 01/11/2009 alle 15:27
Inviato da: etienne64
il 28/07/2009 alle 23:09
Inviato da: alessandro
il 13/06/2009 alle 12:21
Inviato da: Anonimo
il 04/01/2009 alle 10:46
Inviato da: Anonimo
il 22/12/2008 alle 18:28