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Ascesa 2

Post n°246 pubblicato il 10 Agosto 2017 da sblog

Mi trovavo in un imponente fuoristrada, di quelli (mai miei, tranquilli) che frequento spesso per lavoro, insieme ad altre tre persone, tutti uomini. Ero in estrema confidenza solo con due dei tre, quello che guidava, un pezzo grosso di una importante società (che conosco davvero in quel ruolo) ed un mio collega molto loquace, che mi raccontava del luogo dove saremmo giunti di lì a poco. Il terzo, o meglio il quarto passeggero del veicolo, ero certo di averlo visto già da qualche parte, ma il fatto che non proferisse parola non mi aiutava a portarlo nel contesto da cui avrei tratto i ricordi necessari per ben collocarlo nella mia memoria.

Dopo un po' arriviamo in un posto particolarissimo, un edificio dallo sviluppo planimetrico modesto, ma molto alto, con una scala metallica esterna che ci porta fino ad un piano intermedio nel quale, cosa anche questa per me abituale, cominciamo ad indossare tutto ciò che ci serve per lavoro, scarpe, pantaloni, felpe di colore molto forte ed accessori vari di protezione della testa e degli arti. La confidenza ci consente perfino di scherzare nei momenti più "delicati" del cambio di abbigliamento, con "complimenti" vari sul fisico di ciascuno di noi, evidentemente segnato dagli anni. Amo dire spesso che il mio fisico è stato molto usato (non solo da me), per consolarmi delle sue attuali inefficienze. E lo dico anche in quello strano contesto. L'unico che resta perplesso per tutto il tempo rispetto a quello che ci diciamo è ovviamente il tipo taciturno, che però nel frattempo ci spiega bene che tipo di condizioni meteo troveremo dopo il successivo spostamento previsto, quello attraverso una funivia a cui si accede dall'ultimo piano e che ci porterà fino a dove siamo diretti per lavoro.

Entriamo quindi in questa cabina, molto angusta, per vincere quello che resta del dislivello altimetrico da superare, ciascuno con tanti piccoli bagagli. Chi aveva con sé un a sciarpa, chi un cappello di lana, chi, come me, cose da mangiare (e quando mai). La cosa che mi impressiona subito è la variazione di accelerazione che subisce la cabina quando parte, una cosa davvero tipo partenza di un razzo, e noi a mantenerci per non cadere. Poi una graduale riduzione dell'accelerazione, ma sempre con un incremento notevole e progressivo di velocità, che ci porta a sfiorare gli speroni di roccia visibili dai finestrini in modo davvero impressionante. Più di una volta mi pare che stiamo per schiantarci e, all'ultimo momento, il cavo a cui siamo appesi ci fa viceversa deviare con dei contraccolpi laterali pazzeschi, davvero duri da sopportare.

Parte poi finalmente la frenata, che per le singolari decelerazioni "assaporate" mi appare quasi come uno di quegli atterraggi che si verificano a volte per gli elicotteri quando c'è molto vento, con una traiettoria elicolidale a degradare, fino all'apertura della porta. Scendiamo e troviamo ad attenderci altre molte persone, alcune le riconosco ed altre no. Prima di poterci scambiare dei saluti, però, aspettano un particolare passaggio che ognuno di noi deve ancora fare, ma io non ne sapevo nulla e guardo gli altri per capire. [...]. Nella cabina della funivia ognuno di noi aveva lasciato un altro sé stesso, inanimato. Il pezzo grosso prende il suo alter ego come si prenderebbe un pupazzo e lo abbraccia violentemente per diventare una cosa sola ed azzerare lo sdoppiamento avvenuto. Analogamente fanno gli altri due che erano saliti con me. Ed io? Io ci provo col mio me stesso, lo abbraccio come avevo visto fare, ma non riesco a "riunirmi" come gli altri erano facilmente riusciti a fare subito.

 
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