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Piccolo intermezzo portatile

Post n°216 pubblicato il 12 Marzo 2008 da semi.conduttore
 

Sappiamo per certo (almeno io so per certo) che esiste un nucleo profondo di noi stessi, inattingibile, a dispetto di tutti gli sforzi. In altre parole l'essere umano è opaco a se stesso, anche se può lavorare per ridurre ai minimi termini la zona d'ombra. Nonostante tutto il lavoro, però, una zona d'ombra resterà sempre, e non possiamo farci nulla, se non cercare di tenerla sotto controllo.
Ma questo apparentemente non conta, perché poi siamo sempre pronti a pretendere dagli altri ciò che non riusciamo nemmeno a darci da soli; siamo pronti a pretendere onestà cristallina, visibilità immediata e totale, abbandono senza condizioni (parlo evidentemente soprattutto delle così dette relazione d'amore).
La radice di questo ridicolo comportamento è duplice: da un lato, poiché è difficile dare sostanza a ciò che non si vede non si sente non si tocca, insomma, non si percepisce, ci è difficile ammettere di avere noi stessi una zona d'ombra (che possiamo conoscere solo per speculum et in aenigmate), e tendiamo a dimenticarcene, a relegarla nel cantuccio delle cose che è meglio non pensarci, non saperle; dall'altro, c'è come un effetto di spersonalizzazione, per cui "l'altro" o "l'altra" non è un essere umano come noi, ma diventa una specie di macchina più o meno intelligente, più o meno amorosa, ma comunque deterministica e supposta limpida; ovvero, ancora, inglobiamo l'altro (l'altra) come se fosse una lampada miracolosa in grado di fare luce dentro noi stessi - e una lampada non può avere zone d'ombra.

 
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