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Creato da: meninasallospecchio il 28/04/2012
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Farsi degli sconti

Post n°207 pubblicato il 17 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Riprendo dal post precedente. Farsi Degli Sconti è la mia nuova filosofia di vita nata in opposizione al malefico Senso Del Dovere. Si ispira al pensiero speculativo maschile secondo il quale i lavori di casa si dividono in due categorie: i Lavori Inutili e i Lavori Che Si Possono Fare In Un Altro Momento.

Personalmente ho già archiviato alla voce "Lavori Inutili" le principali fonti di stress che distruggono la serenità di ogni donna, e cioè le Pulizie Di Primavera e il Cambio Di Stagione. Le prime sono totalmente inutili. Perché dovrei preoccuparmi dello sporco che si annida dietro a quell'armadio che non sposto mai? Basta continuare a non spostarlo. Se mai in futuro dovessi muoverlo per qualsiasi ragione, me ne preoccuperò, ma a ogni giorno basta la sua pena. Quanto al cambio di stagione, quello è uno dei più clamorosi vantaggi che ogni donna separata conosce: ti resta una parte dell'armadio libera e puoi comodamente tenere tutti i vestiti a portata di mano.

Ma ci sono tante piccole cose. Per esempio l'altra sera erano le 23, avevo appena finito di fare il trattamento anti-calcare alla macchinetta del caffé e per sovrammercato di pulirla accuratamente, quando mi sono resa conto che la tovaglia che avrei dovuto mettere l'indomani era rimasta da stirare da una settimana. Al che mi sono detta: ma succede qualcosa se metto la tovaglia non stirata? Ovviamente no. Fa un po' cagare, ma non importa. Per contro non rinuncio a tovaglia e tovagliolo, piatto piano e piatto fondo, bicchiere dell'acqua e del vino, perché quello non è senso del dovere, ma qualità della vita.

I lavori che si possono fare in un altro momento richiedono un'organizzazione più attenta. Bisogna individuare il cosidetto cammino critico, in inglese critical path, e rigorosamente fare soltanto le attività che si trovano lungo questo cammino, ovvero sono propedeutiche a una scadenza inderogabile (milestone). Esemplifico. Se domani devo andare a Milano (milestone) e stare via fino alle 9 di sera è vitale che io la sera prima mi occupi dei cani in modo che abbiano da mangiare e da bere, bagni i fiori, abbia pronti i vestiti da indossare, abbia pronto qualcosa per la cena di domani. Invece pulire la  macchinetta del caffè, per quanto il led lampeggi accusatorio, non sta sul cammino critico.

Per esempio ieri sera si è svolta la seguente conversazione fra Senso Del Dovere e Farsi Degli Sconti. Dovevo uscire. Avevo cenato e c'erano delle briciole sul pavimento:

FDS: Vai a vestirti e metterti l'Autan!

SDD: Ma le briciole sul pavimento mi danno fastidio...

FDS: Ora esci e non le vedi più.

SDD: Prendo la scopa, ci metto un attimo...

FDS: Al più puoi farlo fare alla baby-sitter. Fila a vestirti!

Sembrano ovvietà. Eppure in genere le donne si sfiniscono inutilmente facendo tutti i lavori che vedono incombere, mentre si aggirano per la casa, finendo per andare in ritardo su quelli critici. Gli uomini invece sono specializzati nel fare soltanto i lavori che non stanno sul critical path. Così, quando dovete partire per le ferie il giorno dopo e vi state sbattendo per fare le valigie nel tentativo di non dimenticare niente, loro stanno aggiustando quel rubinetto che perde da 4 mesi e che è stato argomento di tali e tanti litigi che quasi quasi il terapista di coppia viene ad aggiustarlo lui. E' chiaro che non potete protestare. Altrimenti lui vi dirà che sta facendo quello che voi avete chiesto e che non siete mai contente. Peraltro il terapista di coppia, maschio anche lui, concorderà sul fatto che siete un'arpìa. Rassegnatevi, non riuscirete mai a far comprendere appieno a un maschio il concetto di critical path, per quanto l'abbia studiato all'università.

Insomma, quando si è stanche o si ha poco tempo, basta porsi le domande: questo lavoro è veramente indispensabile? ed è veramente indispensabile che io lo faccia ora? Quasi sempre la risposta è: no. Sarà pure l'età, ma ogni tanto comincio anch'io a dire a me stessa "Io sono stanca". Punto. E a mettere il mio benessere prima di questo cazzo di dovere.

 
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Il senso del dovere

Post n°206 pubblicato il 15 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Quello che ci frega, noi donne, è il maledettissimo Senso del Dovere. Ovviamente è colpa di quelle stronze delle nostre madri, che ci hanno trasmesso questa iattura, come probabilmente faremo noi con le nostre figlie. Solo le figlie naturalmente, i maschi sono esentati; e temo che questo abbia poco a che fare con la genetica.

Non parlo del senso del dovere che ti porta a prenderti cura in primo luogo dei figli. Quello è sacrosanto, anche se in Italia assume forme da sacrificio umano che meritano un altro post. Vero è che dal momento in cui mette al mondo un figlio, una donna ha una specie di chiodo conficcato dentro al cervello, per cui non esiste un istante della sua vita in cui non abbia un retropensiero per la creatura.

No, parlo proprio di quel senso del dovere del cazzo, per cui quando torni la domenica sera alle 23 da un weekend al mare, senza neanche fare la pipì, ti fiondi a disfare i bagagli e fare la lavatrice, mentre tuo marito sentenzia "Io sono stanco", si stravacca 10 minuti sul divano e poi va a dormire, lasciandoti lì a mettere a posto come una cretina. Se protesti, lui ribadisce "Io sono stanco". La questione non ammette repliche.

La maggior parte delle donne rovinate dal Senso del Dovere ritiene che gli uomini possano permettersi questo atteggiamento soltanto perché hanno una donna che provvede alle necessità inderogabili, come quella di fare una lavatrice alle 23 della domenica, magari per sfruttare la tariffa bi-oraria o per poter stirare il lunedì sera. Errore.

L'uomo abbandonato a se stesso sopravvive egregiamente. Per esempio gli uomini non si fanno il letto, lavoro che considerano sommamente inutile. Molti single non tirano neanche su le tapparelle, anche questa è considerata un'attività a somma zero. La lavatrice si fa quando non si ha più niente da mettersi. Stirare non serve, basta ricordarsi di stendere il bucato entro le prime 48 ore dalla fine del lavaggio. Si mangia fuori il più possibile; oppure si acquistano cibi già pronti o da cucinare rapidamente e mangiare direttamente dalla pentola. Tovaglia e tovaglioli non pervenuti. Riordinare e pulire è un'operazione che richiede una giornata dedicata, più o meno in prossimità degli equinozi. Interventi straordinari sono previsti nel caso in cui si debba ricevere la visita di una donna particolarmente appetibile e con la quale rapporti di stima reciproca siano esclusi (perché in caso di stima si esigerebbe dalla donna medesima tolleranza assoluta sullo stato di abbandono in cui versa la casa).

Con estrema gradualità sto facendo dei passi in quella direzione. La teoria si chiama "farsi degli sconti". E' basata sul principio maschile che i lavori di casa si dividono in due categorie: i Lavori Inutili e i Lavori Che Si Possono Fare In Un Altro Momento.

Alla prima categoria appartiene per esempio fare il letto; alla seconda la maggioranza delle incombenze,  come per esempio  pulire. Con un po' di pratica si riesce a individuarli.

 

(continua)

 

 
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Proattivi

Post n°205 pubblicato il 11 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Essere proattivi significa fare una cosa utile che nessuno ti ha chiesto di fare.

Funziona così. C'è un bonus di ingresso per cui le prime 3 volte che lo fai ti ringraziano per essere stato proattivo.

Dalla quarta in poi vieni mandato affanculo e invitato a farti una paccata di cazzi tuoi.

 
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Il fritto misto

Post n°204 pubblicato il 09 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Niente metafore questa volta, voglio proprio parlare di fritto misto.

Intanto chiariamo che cosa si intende, perché di fritto misto ognuno c'ha il suo. In Liguria è quello di pesce, a Roma è quello con verdure e carne insieme; poi c'è quello ascolano e chissà quali altri che io non conosco. Ma quello di cui vi parlo è il fritto misto piemontese.

 

Fritto misto

La caratteristica saliente del nostro fritto è quella di essere costituito da elementi salati e dolci insieme, quasi tutti impanati e fritti.

Gli elementi salati includono milanese (che noi, come i milanesi, chiamiamo cotoletta), petto di pollo impanato, fegato, salsiccia, cervella impanate e altri pezzi di carne vari ed eventuali che possono essere polmone, animelle, rognone, grive (polpette di fegato di maiale), ecc. Ci sono inoltre alcune verdure come carote, melanzane o cavolfiori impanati, ecc.

Gli elementi dolci sono più variabili e tutti rigorosamente impanati. L'unico sempre presente è il semolino dolce. Poi, fra quelli più comuni, ci sono la mela e l'amaretto, ma possono esserci pesche e albicocche o anche ananas, coppia di pavesini con ripieno di marmellata, ecc.

Un buon fritto misto deve essere asciutto e croccante e soprattutto caldissimo. Una volta l'ho mangiato in un posto fighetto, dove mi hanno portato i vari elementi a due a due in portate successive e i dolci alla fine. Era tutto ottimo, ma non è così che si mangia il fritto misto. Perché la vera abiezione di noi piemontesi è quella di mangiare dolce e salato insieme.

C'è da dire che non raggiungiamo la vette di perversione dei liguri, quando pucciano la focaccia nel caffelatte. Cioè: io arrivo a capire che si possa mangiare la focaccia e berci un sorso di caffelatte appresso. Ma il vero ligure prende la sua sleppa di focaccia e la immerge nella tazza prima di darle un morso, di modo che l'olio si diffonde sulla superficie del caffelatte. Sodoma e Gomorra. Mi ritraggo inorridita.

Ma da buona piemontese DOC il fritto misto me lo gusto al massimo della depravazione, perché le cose si fanno bene o non si fanno. E la libidine assoluta consiste nell'alternare il boccone salato e quello dolce, creando il proprio abbinamento. Così il gusto moderatamente deciso della cotoletta vuole il semolino dolce, mentre il gusto forte della salsiccia richiama quello altrettanto marcato dell'amaretto, e così via. Provare per credere.

Il fritto misto si mangia in tutto il Piemonte, anche se in certe zone, come ad esempio il Canavese e il Vercellese, è più diffuso. Come la bagna cauda (di cui mi riprometto di parlarvi in un'altra occasione), sarebbe tradizionalmente un antipasto, anche se è diventato un piatto principale o unico, per cui si va al ristorante o alla sagra soltanto per quello. Non si può però sedersi al ristorante e ordinare un fritto misto: bisogna prenotarlo (dove lo sanno fare) ed essere in numero adeguato, oppure partecipare alle serate a tema che certi ristoranti offrono ogni tanto. Abbinamento ideale con vino un po' tannico, Grignolino se siete nell'astigiano, Carema nel Canavese.

Nel basso Piemonte meglio mangiarlo alle sagre, come ho fatto io l'altra sera. 11 euro per il miglior fritto misto dell'astigiano, quello della pro loco della Bazzana, frazione di Mombaruzzo. In coda allo stand chiacchierando con sconosciuti e poi con il mio vassoio e bicchiere di vino al tavolone della sagra. Piano B splendidamente riuscito.

 
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La cassata siciliana

Post n°203 pubblicato il 06 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Un mio amico, una volta l'anno, si fa spedire dalla Sicilia una cassata confezionata secondo tutti i crismi. A lui piace menare un po' vanto di queste cose, tipo dire "sai, me la faccio spedire con l'aereo, così e cosà", insomma fare un po' di teatro. Ma sua moglie e suo figlio non la mangiano, cosicché si ritrova con la cassata intera e l'esigenza di dividerla con qualcuno. 

Quindi tempo fa mi invita a casa sua a mangiarne una fetta. Io non l'ho mai assaggiata e accetto volentieri. La cassata è arrivata da 2 o 3 giorni, ormai è quasi finita. L'amico me ne serve una porzione generosa. La base è una pasta pressata di pistacchi e zucchero. La parte centrale è fatta di ricotta, farcita di pezzettini di cioccolato e canditi, il tutto contenuto dentro uno strato sottile di pan di Spagna. Tutto intorno c'è una glassa e sopra altri canditi in pezzi più grossi.

Cassata siciliana

Non è precisamente il mio genere di dolce, ma lo mangio incuriosita dalla novità. Alla fine l'amico mi chiede se ne voglio ancora. Rifiuto cortesemente, ma lui insiste. "Prenderei ancora una cucchiaiata della parte centrale", dico allora, "quella con la ricotta". "E no! Quella piace a me", mi risponde. Comincia una schermaglia, al termine della quale mi ha riempito il piattino con ogni parte della torta, tranne quello che avevo chiesto, ma finisco per mangiarla lo stesso.

Protesto l'insensatezza dell'operazione. La cassata è fatta di tante parti, alcune mi piacciono di più, altre meno, ma bisogna mangiare tutto insieme, in fondo è il meno buono che dà un senso al buono. C'è un sorriso d'intesa, adolescenziale, ironico, filosofico. Parliamo della cassata, ma anche di tutto il resto. L'amico sa che per me è così, lui invece preferisce scegliere solo il buono.

Più tardi gli dirò: "Ma se ti piace soltanto la ricotta farcita, perché non ti fai mandare i cannoli invece della cassata?". "Ah sì, me l'hanno detto".

Non lo farà. Continuerà con la cassata. Perché ognuno di noi fa le sue cazzate. Io prendo il cattivo insieme al buono, considerandolo così inevitabile da pensare che sia meglio così. Lui fa le scelte sbagliate e poi pilucca il buono che gli riesce di prendere.

Rifilandomi le parti che gli piacevano meno, si è cesellato un'ultima fetta, soltanto con la parte centrale. La guarda compiaciuto, ma alla fine mi chiede se voglio portarmela a casa. Dico di no, ne ho avuto abbastanza. Avrei dovuto forse dire di sì, per metterlo in difficoltà. Un po' sadico, un po' goliardico, sarebbe stato capace di dirmi: "Col cazzo che te la do", anche se dirà poi che me l'avrebbe data davvero. Ma io non la volevo. Ho preso il buono e il cattivo insieme, com'è giusto che sia. Poi ho preso il cattivo da solo, perché è quello che lui ha voluto darmi. Avrei potuto anche avere il solo buono? Non lo saprò mai, ma va bene così.

 
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Quando smettere di...?

Post n°202 pubblicato il 03 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Vi ammorbo ancora con i discorsi sull'età. Del resto vi ho avvisati che sono entrata in un tunnel di bilanci esistenziali e quindi mi beccherete ancora per un po'. Non siamo neanche sicuri che passi.

Mi sento spesso criticare più o meno larvatamente per comportamenti o atteggiamenti che non sarebbero consoni alla mia età. Per esempio mi capita di leggere in giro definizioni poco lusinghiere sulle over 40 che portano la minigonna. A quanto pare non bisognerebbe indossarla perché provocherebbe l'effetto "dietro liceo, davanti museo". Ora, a parte che mi sfugge perché il museo davanti e dietro dovrebbe essere preferibile. Ho sentito parlare di "museo diffuso", ma pensavo fosse un'altra cosa. Ma soprattutto, quale sarebbe esattamente l'età per conferire le minigonne ai cassonetti della Caritas?

Perché questo è il punto. Quando avevo 20 anni le minigonne non erano di moda, ma in ogni caso probabilmente mai avrei pensato di portarle a 50 anni, età che a quei tempi consideravo anticamera dell'ospizio e indicata al più per leggere il giornale sulla panchina chiacchierando di reumatismi. Invece il tempo è passato, la pensione è lontana, il livello di attività costante e l'ospizio può attendere. E l'età per "smettere" qualsiasi cosa non è mai arrivata, non vi so dire perché. Non è come smettere di fumare, che uno dice: questa è la mia ultima sigaretta, domani non fumo più. Questa è l'ultima volta che metto la minigonna, domani smetto. Boh.

Allora chiedo a chi invece ha idee precise sull'argomento di compilare un semplice questionario, in modo da dire una parola chiara e definitiva sull'argomento.

QUANDO SMETTERE?

1. Quando devi smettere di indossare la minigonna?
A. Al compimento del 30esimo anno di età.
B. Quando ti sposi.
C. Quando lo dice lo specchio.
D. Quando metti la protesi all'anca.

2. Quando devi smettere di portare i capelli lunghi?
A. Al compimento del 25esimo anno di età.
B. Quando tuo figlio si prende i pidocchi.
C. Quando la tinta ti costa troppo.

3. Quando devi smettere di prendere il sole in topless?
A. Il sole in topless????!!! Non bisogna neanche cominciare.
B. Quando ti fidanzi.
C. Quando prendi una badante musulmana.

4. Quando devi smettere di fare figli?
A. Al compimento del 35esimo anno di età.
B. Quando sei in menopausa.
C. Quando Antinori muore prima della data del tuo appuntamento.

5. Quando devi smettere di fare sesso?
A. Al compimento del 55esimo anno di età.
B. Quando non ne hai più voglia.
C. Quando quelli che ti tromberebbero non sono più in grado di farlo.
D. Quando non ti basta la pensione per pagare qualcuno che ti trombi. 

 
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La solitudine del blogger

Post n°201 pubblicato il 01 Giugno 2013 da meninasallospecchio

Qualche giorno fa ho scritto un post su SOS Tata. Ci tenevo molto, era un argomento sofferto e il post mi sembrava anche buono, ma nessuno se l'è cagato. Questo mi induce a una riflessione riguardo a un cruccio tipico di ogni buon blogger, e cioè la dicotomia fra i post che piacciono all'autore e quelli che sono apprezzati dai lettori. 

Questa contrapposizione prende tipicamente la forma della distinzione fra post seri e faceti. Ci sono blogger che scrivono soltanto post scherzosi, ma fra questi quelli buoni sono rari. Ci sono anche quelli che scrivono soltanto post seri, ma sono tematici nella migliore delle ipotesi o lagnosi nella peggiore. In genere i blogger che mi piacciono alternano argomenti di un certo spessore, seppure trattati con la superficialità insita nel medium, a cazzeggio che potremmo definire "di costume".

Il blogger è in genere più affezionato ai post seri. Per vari motivi. Intanto il post serio nasce da un'esigenza interiore del blogger di rendere noto al mondo un suo pensiero o una sua conoscenza o qualcosa che gli interessa e a cui tiene in modo particolare. Al contrario il post faceto è spesso una pura esibizione di arguzia, di simpatia, di padronanza del mezzo espressivo; di intelligenza anche, ma pur sempre qualcosa di gratuito che in fondo non è così importante esprimere, dato che potrebbe anche trovare spazio nella vita sociale, ammesso che il blogger ce l'abbia.

In secondo luogo il blogger profonde nel post serio un grande impegno. Il post contiene citazioni, notizie, dati: tutte informazioni che conosce, ma che, prima di mettere per scritto in forma pubblica, ricontrolla mille volte per tema di scrivere cazzate. Se vogliamo è meno impegnativo dal punto di vista stilistico. Il post faceto sgorga felice da una battuta, da un'idea scherzosa: è facile da scrivere, poi deve essere limato con cura perché lessico e sintassi accompagnino leggeri il pensiero, a fingerlo facile e spontaneo. Il blogger si compiace anche di questo, ma niente a che vedere con l'appagamento evacuatorio ottenuto con la pubblica condivisione delle proprie riflessioni filosofiche.

E però il lettore non ti dà soddisfazione. I post seri non se li caga nessuno. Realtà o apparenza? Sicuramente il post serio è più difficile da commentare. Perché quando si cazzeggia tutti hanno da dire la loro; quando si parla di politica pure, abbastanza; quando si parla di letteratura o di arte o di filosofia, magari uno legge anche con qualche interesse ma non ha niente da aggiungere. Quindi può pure darsi che il non essere cagati sia un'impressione. 

Ma certamente c'è dell'altro. Perché io stessa, quando visito gli altri blog, mi comporto come il lettore medio. Il cazzeggio ben fatto è sempre gradevole. Gli argomenti seri possono interessarmi oppure no, ovviamente la mia sfera di interessi copre soltanto un sottoinsieme degli argomenti bloggabili. E spesso, quando giro per blog, lo faccio soltanto per divertimento, che un argomento serio catturi la mia attenzione non è così frequente e magari è legato al mio specifico interesse per un blogger che seguo abitualmente.

Devo dire che le mie informazioni su questo argomento sono parziali; il mio blog non è frequentatissimo, mi riferisco anche a quello che dicono gli altri . Però ricevo commenti anche per altre vie, a voce o in chat. Per esempio nel mio best of ho mischiato post seri e faceti: qualcuno a cui ho parlato del blog ha visto i post vecchi, ma quelli a cui vanno gli apprezzamenti sono sempre gli stessi, delle mie fatiche filosofiche non frega un cazzo a nessuno. Forse giustamente, anche se fatico ad ammetterlo; più di quanto non accetti serenamente l'accoglienza tiepida riservata ai miei esperimenti narrativi, della cui modesta qualità sono pienamente consapevole.

Che fare dunque? Diciamo che se l'obiettivo del blogger è massimizzare il numero dei lettori, certamente conviene andare incontro ai gusti del pubblico. Ma il punto è: a che scopo massimizzare i lettori? Se non puoi ammorbarli con i tuoi pensieri più profondi, che te ne fai di tanti lettori?

A ben vedere il discorso è più ampio rispetto alla questione del blog e ha a che vedere con il problema di come conciliare la propria originalità con il desiderio di socialità, desiderio che sicuramente anima la grandissima parte dei blogger. E cioè, blog a parte, come farsi accettare dagli altri riuscendo a essere se stessi, senza snaturare la propria identità. Nel blog essere accettati significa scrivere di argomenti che possono piacere; nella vita significa parlare e comportarsi in modo da ricevere l'approvazione dei più. Mi domando se per qualcuno sia facile, a volte ho l'impressione di sì, o sicuramente molto più facile di quanto non sia per me. D'altra parte se dovessi rinunciare a una certa mia "lateralità", una propensione a guardare le cose sotto punti di vista diversi, l'esercizio del paradosso, forse mi ritroverei senza niente da dire. Però questo mi costa molta incomprensione e persino un po' di emarginazione: chi vuole competere con me ha il gioco facile a cavalcare la grande onda del Pensiero Comune. Ed è un prezzo carissimo da pagare per chi come me ha un forte desiderio di socialità e condivisione, ma non credo che saprei fare in un altro modo.

 
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50 anni e non sentirli

Post n°200 pubblicato il 30 Maggio 2013 da meninasallospecchio

Questa la devo proprio raccontare, la festa della leva del '63 nella mia città di origine. 150 partecipanti, secondo gli organizzatori. Secondo la questura chissà. 150 babbioni tutti riuniti, senza trucco, senza inganno. All'ingresso vendono felpe con la scritta 1963 stampata a caratteri cubitali. Io e la mia amica ci guardiamo: ma COL CAZZO che ci compriamo una felpa con il nostro anno di nascita, ma manco morte. Al massimo una con scritto 50, da indossare nel 2023.

Non che ci sia da farsi grandi illusioni. Lo sport è guardarsi intorno per vedere quanto sono decrepiti gli altri e domandarsi: ma io faccio quella figura lì? La risposta è sì. Più o meno, ma sì. Poi si parte con i distinguo. Checché se ne dica gli uomini sono decisamente peggio, il colpo d'occhio è desolante. Noi donne guardiamo con concupiscenza i componenti della band, Doriano e i suoi crackers, alcuni dei quali sono giovinetti di 46-47 anni. Fra le donne pure il panorama non è incoraggiante, ma almeno i capelli sono tinti, c'è una maggiore inclinazione a conservare una forma fisica decente, abbigliamento curato e, detto in tutta franchezza, ci sono una decina di belle fighe sempreverdi.

Il bello però sono le conversazioni, gente che non si vede da 30 anni o più, e anche un po' rincoglionita.

- Non ti ricordi di me? Eravamo fidanzati all'asilo.

- Ma sai che D. non l'avrei proprio riconosciuta.
- E infatti non era D.
- Ma allora chi cazzo era quella che ho baciato?

- Voglio proprio vedere se ti ricordi chi sono!
- ...

- Sì, l'avevo incontrata al supermercato, D.G.
- E chi è D.G.?
- Quella con cui hai appena parlato per mezz'ora.

Io poi ho uno svantaggio ulteriore. Sono andata a scuola a 5 anni perché i miei temevano di non vivere abbastanza a lungo da vedermi "sistemata". Capirai. Ho 50 anni e mia madre è viva e vegeta e rompe ancora i coglioni. Ha fatto in tempo a vedermi mollare 2 mariti, 3 case, 2 città. Se continuo così chissà come mi vedrà ancora sistemata. Comunque i miei compagni di scuola erano del '62, questi ragazzotti del '63 li conoscevo appena. Infatti mi vedono e dicono: ma tu non eri in classe con noi, chi sei? Dico: no, ma ero famosa :-), sono M.P. Aaaahhh!, fingono di ricordarsi. 

- Sei sposata?
- In questo momento no.

- Raccontami cosa hai fatto negli ultimi 35 anni.

Con qualcuno è come se ci fossimo lasciati ieri. Con D. e A., con cui parliamo come vecchie amiche, anche se non ci vediamo da 30 anni. Con S., che mi prende per mano come se avessimo ancora 15 anni. Con M., che ha il fascino senza età dell'intelligenza superiore e intavola una conversazione calda e accogliente. 

Si balla, nel gelo del maggio più freddo dell'era quaternaria. Nel terreno umido i tacchi rimangono piantati come tuberi. Via le scarpe, si balla scalze sull'erba: forse domani saremo azzoppate da impietosi reumatismi, ma questa sera uccidiamo Chronos, il dio del tempo che divora i suoi figli. 

 

50 lire

 
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Il dovere e il piacere

Post n°199 pubblicato il 26 Maggio 2013 da meninasallospecchio

Questo è quello che avrei dovuto fare...

Edera

... ovvero tagliare quella cazzo di edera che mi copre il sensore del crepuscolare, di modo che mi si accendono le luci alle 3 di pomeriggio. Ma mi serve qualcuno che mi tenga la scala, non voglio morire in un modo così del menga, tagliando l'edera.

E questo invece è quello che ho fatto...

Sangiovese

... degustazione di sangiovese, e fanculo all'edera.

Sono tornata cantando:

This is the glory of the age of acquarius
age of acquarius
age of acquariuuuusssss
acquariuuuuusssss
acquaaaaariuuuuuusss 

 
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Serve davvero Tata Lucia?

Post n°198 pubblicato il 26 Maggio 2013 da meninasallospecchio

L'altra sera sono rientrata tardi dal lavoro. Mentre cenavo da sola ho acceso la TV, senza neppure prendermi la briga di cambiare canale. Era sulla 7 e c'era S.O.S. Tata. E' una di quelle trasmissioni che non bisognerebbe mai guardare. Oddìo, l'ho vista altre volte, e spesso i genitori protagonisti fanno errori così madornali che uno si rasserena, ma l'altra sera era una storia diversa.

Sonia è una bella donna, fra i 30 e i 35. Ha tre bambini maschi, di 7, 4 e 2 anni. I bambini sono normalissimi, nessun problema particolare: normali capricci, niente di che. Ma Sonia è stressatissima, basta guardarla in faccia, non ce la fa più. La sua vita è un insieme di doveri, scanditi da orari che lei deve rispettare, per cui tutto deve essere fatto in fretta: sollecita continuamente i bambini a sbrigarsi, a fare meglio. Il primogenito, in particolare, è continuamente sotto pressione e, quel che è peggio, oggetto di continue critiche e reprimende.

La telecamera, con il commento impietoso della tata, ci mostra questo bambino triste e frustrato, sottolinea crudele gli errori di Sonia. Errori che credo lei stessa conosca. Dopo un quarto d'ora di questo tormento, Tata Lucia parla con i genitori. Il padre ha un'officina, è sempre fuori casa, quindi ovviamente è lei quella che sbaglia tutto. Lui non sbaglia perché non c'è. Nel rivolgersi a Sonia, la tata è molto più morbida rispetto ai commenti fuori campo. Ma Sonia piange. E vi giuro che piango anch'io, non so memmeno io se per l'infelice primogenito che diventerà un uomo insicuro e insoddisfatto o per la vita di merda di  questa donna e di tante come lei. Guardo lei e riconosco gli errori miei, quelli di mia madre, di mia nonna. Quante siamo così? A far pagare ai nostri figli le frustrazioni nostre.

A Sonia serve davvero Tata Lucia? Ve lo dico io che cosa le serve. Le serve andare in crociera, senza bambini, magari trombandosi quell'africano che avevamo già individuato come cura per la depressione post partum. Le serve una vita, una vita per se stessa. Lo sa benissimo cosa sbaglia, non sa che farsene di una Tata Lucia (o tante volte di un marito, o di una madre) a dirle che quello che fa non va bene, aggiungendo stress a stress. Un po' di felicità per lei, come donna, come persona, le darebbe quel sorriso che Tata Lucia ha scritto fra le sue regole appese al muro.

Sonia fa l'istruttrice di ginnastica artistica per bambini. La telecamera ce la mostra nel suo lavoro, probabilmente occasionale. E' severa ma pacata, palesemente soddisfatta. Con i bambini è inflessibile, ma dolce e incoraggiante. Lei è, può essere, una persona molto migliore di quello che appare con i suoi figli. Che cosa si è rotto in lei, nella sua vita? Perché le donne, le madri, fanno quasi tutte una vita di merda? Che poi, questo la tata non ce lo racconta, ma noi sappiamo che sicuramente lei e il marito faranno sesso una volta al mese, che lui si fa magari le seghe in chat con qualche sconociuta, nella migliore delle ipotesi.

Per carità, ci sono donne appagate da una vita per i figli. E che magari sono ancora capaci, la sera, di accogliere il marito con il tacco 12 e una cenetta intima. O almeno così la raccontano. Ma credo che la storia di Sonia sia molto più tipica. E non posso credere che non ci sia una soluzione.

 
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