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Creato da: sagredo58 il 03/01/2011
fibrillazioni, tentazioni, emozioni, provocazioni, sensazioni
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Post n°2463 pubblicato il 19 Maggio 2013 da sagredo58
Mi riprendevo un attimo quando si parlava delle stupidaggini riguardanti la nostra età. Al primo anno di fisica avevo 18 anni essendo andato a scuola un anno avanti, Chiara, credo fosse andata a scuola regolare, doveva averne uno di più. Mi aveva detto di aver fatto il Liceo classico vicino casa mia dove era andata anche mia sorella. Strano che non conoscesse la miriade di amici che avevo in quella scuola, glieli nominavo ma non dava mai un segno di reazione. Che venisse nuovamente da un’altro universo come già avevo creduto a propostito della classe “M-Z”? Di tempo libero ne aveva poco, non capivo come mai avesse tanti impegni e perché per i nostri incontri dovessimo fare le acrobazie. Poi scoprii che aveva il fidanzato, questo chiariva una volta per tutte che non ci voleva provare con me, spiegava anche in parte l’utilizzo del tempo libero. Questa scoperta mi diede un incompreso e passeggero fastidio. Un giorno all’ennesima domanda del tipo “Come è possibile che non conosci tizio?”, mi rispose che lei era un poco più grande di me. Oggi non ricordo quanti anni mi abbia detto di avere, penso cinque più di me, quindi all’epoca 23, forse 24. Pazzesco, oltre che da un altro universo veniva allora anche da un altro tempo. All’epoca quel lustro di differenza mi pareva un baratro. Nella totale rozzezza della mia ingenuità me ne uscii volgarmente: “Ma che cazzo hai fatto fino ad oggi?”. Trovai la risposta semplice, secca, stupefacente: “Mi sono laureata in biologia …”. Ancora oggi ho chiarissimo il senso di disappunto. Ma come, una studentessa, erroneamente creduta mia coetanea, mi chiede di studiare insieme geometria, cosa che io traduco immediatamente in “la devo aiutare a studiare geometria”, e poi mi dice candidamente che si è laureata in biologia, ovviamente con lode, che lavora come ricercatrice all’università, occupandosi di biochimica e macrobiologia molecolare. Mi sono sentito un totale imbecille, cercavo di sembrare intelligente nei confronti di una persona che lo aveva già ampiamente dimostrato da un pezzo. Oggi che il mio diploma di laurea si è sufficientemente impolverato da qualche parte, la laurea di Chiara non m’impressiona più come quando avevo diciotto anni. Mi colpisce però ancora maggiormente Chiara, per la serena percezione di se stessa, per la ferrea determinazione, per la progettualità, per la dedizione, per la pacata tranquillità nell’affrontare le cose, per la messa in conto del tempo necessario a raggiungere i traguardi che si dava. Quando quel giorno ho ovviamente chiesto a Chiara perché si era iscritta nuovamente all’università, a Fisica, lei dovrebbe avere risposto qualcosa di molto simile a questo: “Mi sono segnata a Fisica perché il corso di biologia non impartisce completamente e correttamente quella serie di principi che vanno sotto il nome di metodo scientifico; nemmeno fornendo quell’insieme di strumenti, in gran parte matematici, oltre la capacità di astrazione, che permettono a chiunque svolga un’attività di ricerca di poterla descrivere proficuamente traendone elementi di realtà e verità. La fisica mi è allora sembrata la scienza più utile dove poter imparare quello che quotidianamente mi serve per portare avanti con efficacia il mio lavoro da biologa…”. Abbiamo dato quel primo esame nella stessa sessione del primo semestre dell’anno accademico 76/77, poi ne abbiamo preparati insieme altri. Chiara non si è mai laureata in fisica, un tumore l’ha uccisa prima. Sono qui a scrivere tutto ciò perché non credendo ci sia nulla dopo la morte, l’unica cosa che posso fare è ricordarla. Questo mi viene più facile scrivendo, poi potrò piangerla nuovamente.
Post n°2462 pubblicato il 19 Maggio 2013 da sagredo58
Il giorno fatidico, avremmo dovuto vederci il pomeriggio alle tre, subito dopo pranzo arrivò un’altra telefonata di Chiara, mi proponeva di spostare l’appuntamento a casa sua per un motivo che non ricordo più. Accettai ancora una volta. Ero tutto incazzato, perdevo il vantaggio psicologico del giocare in casa, avevo pure inutilmente riordinato la mia stanza, e non avevo più la mia affezionata lavagna piena di segni. Giacché ci dovevamo vedere da lei, fu costretta a dirmi il suo cognome riportato sul citofono. Fu così che venni a sapere che era un’aliena venuta dall’altro universo “M-Z”. Roba da pelle d’oca. Lo studio insieme andò bene; monopolizzai il tempo mettendomi in cattedra come previsto. Mi aspettavo reazioni di disappunto che non arrivarono mai, né quel giorno, né tutti i successivi. Chiara accettò tranquillamente le mie spiegazioni geometriche, fece le domande che riteneva di dover fare, prese appunti con un’aria così soddisfatta e disarmante. Fu chiaro così, naturalmente, da quella volta, come avremmo studiato insieme, lei imparando ed io imparando a spiegare. Sapevo già a quel tempo che c’è una grande differenza tra essersi impadronito di un concetto, averlo sconfitto e capito, e viceversa padroneggiare un concetto, saperlo divulgare, spiegare, illustrare, sintetizzare, riordinare, capovolgere, farci le acrobazie insomma. A Chiara so, da quei giorni, di dovere il successo dei miei primi esami universitari e molto altro legato alla mia crisi universitaria di quattro anni più tardi. Si andò così avanti con incontri di due o tre volte a settimana. Pomeriggi interi, densi e faticosi, interrotti da qualche intervallo per un thè e per le chiacchiere. Lo studio andava veloce, mi piaceva finalmente studiare con Chiara. Le chiacchiere extra-studio si conquistavano piano, piano, una loro dignità autonoma e degli spazi, non più costipati dal thè bollente che non ho mai sopportato. Mi pareva incredibile che questa studentessa del primo anno come me, esprimesse una determinatezza d’idee ed azioni che nulla aveva a che fare con il suo aspetto solo apparentemente timido. Aveva cambiato esercitazioni di geometria da “M-Z” ad “A-L” perché non trovava nella classe originaria qualcuno con cui studiare e perché avevano un orario che le era più comodo. Gesto ardimentoso che non mi sarebbe mai venuto in mente. Si muoveva all’interno dell’università, intesa come luoghi fisici, procedimenti burocratici, professori e studenti, con una conoscenza e facilità incredibili. Andava, chiedeva gentilmente, pretendeva inflessibilmente. Escludendo la geometria, dove comunque Chiara non perdeva una battuta e starle avanti di una lezione o due mi costava una fatica del diavolo, mi sentivo un imbecille ritardato vicino a tanta Chiara chiarezza.
Post n°2461 pubblicato il 19 Maggio 2013 da sagredo58
In merito allo studiare insieme mi era parso brutto esternare il fatto che preferivo studiare da solo, che andavo veloce e non volevo gente tra le palle a rallentarmi. Su questo punto ero rimasto sul vago. Il mio egocentrismo era però soddisfatto dal fato che una studentessa mai vista, seguita una sola lezione, avesse capito immediatamente con chi le convenisse studiare. Le solite chiacchiere alla fine della lezione ridussero un pochino questo egocentrismo, il mio alter ego della classe di geometria mi domandò se quella studentessa avesse chiesto anche a me dove abitavo. Come se non bastasse appresi che tutta la classe era stata interrogata in merito, ancor prima che io arrivassi in ritardo. Nessuno degli altri aveva però in mano un bigliettino con il suo numero di telefono. Nessuno degli altri abitava a Monteverde. Nessuno degli altri distava cinque minuti di strada da casa sua. Allibito! Ero stato scelto in base a considerazioni esclusivamente toponomastiche. Oggi non ricordo bene, ma, dopo essere rimasto a pensare per un po', devo aver buttato quella stessa mattina il biglietto di Chiara. In ogni caso è certo che non le avrei telefonato, preferivo studiare da solo. Nei giorni seguenti per curiosità devo aver chiesto in giro a tutti se conoscevano o avevano visto una studentessa di nome Chiara che chiedeva alla gente dove abitava. Ovviamente i cognomi di tutti quelli cui chiedevo iniziavano con la solita lettera tra la “A” e la “L”, nessuno la conosceva, nessuno l’aveva vista. Si era materializzata dal nulla a quella lezione di geometria nello scantinato come se fosse venuta da un’altro universo. In effetti a pensarci bene era proprio così, veniva da un altro universo, l’ignoto e misterioso universo “M-Z”. Pochi giorni dopo arrivò la telefonata. L’esordio fu questa volta consueto :”sono Chiara…”. Voleva sapere quando cominciavamo a studiare insieme. Direi che per telefono era più sfacciata. Non che non fosse stata diretta dal vivo, ma mentre di persona si limitava a chiedere, per telefono ordinava. Riuscii a guadagnare qualche altro giorno di tempo rimandando il primo incontro di una settimana. Per giocare su un terreno conosciuto proposti di vederci a casa mia, accettò senza fiatare. Forse fu quella volta che mi passò per la testa che ci volesse provare; so solo che una volta, solo una volta, tra le prime che ci vedemmo, l’idea mi ruzzolò per la testa. Venivo da una lunga tradizione di studio di gruppo protrattasi per tutto il liceo. A parte il latino, in cui mi limitavo a copiare traduzioni altrui, studiare in gruppo significava per me esercitare una ferrea leadership riconosciutami ed accettata solo perché garantivo il sette come voto collettivo. Avrebbe visto Chiara con chi aveva a che fare! Nella settimana che mancava al nostro appuntamento mi misi a studiare tutte le lezioni trascorse; poi mi avvantaggiai sul programma rimanente; infine iniziai a preparare la lezione, schizzi, quadri sinottici, appunti, utilizzando la vecchia lavagna di ardesia di mio nonno, ormai interamente ricoperta di formule. Una fatica enorme per preparare un incontro nel quale avremmo dovuto studiare insieme!
Post n°2460 pubblicato il 18 Maggio 2013 da sagredo58
Quella fredda mattina, leggermente in ritardo, con la calzamaglia che mi pizzicava sulla pelle, per la corsa appena fatta, appena i colori virarono al giallo sotto l’effetto dell’ignobile neon, vidi la nuova studentessa seduta tra le prime file degli sgangherati banchi di scrostata formica verdolina. Piccolina, minuta, con dei grossi occhiali che ne intralciavano i lineamenti delicati, impossibile decifrare il colore dei capelli immersi in quella luce marziana. Mi chiedevo chi fosse, quel corso era già iniziato da un pezzo, che senso aveva farsi vedere così in ritardo? Dopo poco mi distrassi pensando ad altro ed assieme al solito altro studente iniziammo il fuoco serrato di domande, obiezioni, precisazioni, che esprimeva la nostra incontenibile irruenza. Alla fine della lezione, occupato nelle usuali chiacchiere e commenti, mi ritrovai la sconosciuta studentessa al mio fianco. Ora io penso che se vuoi attaccare bottone con una persona gli puoi chiedere un’infinità di cose: come ti chiami, di che segno sei, ti va di fare una passeggiata, ti piace questo, ti piace quello, ti piaccio io, ti piacerebbe uscire con me. La lista potrebbe essere ovviamente molto più lunga. Rimasi interdetto per la sua prima domanda di approccio: “tu dove abiti?”. Che c’entra! Che ti frega! La cosa pazzesca è che non dissi nulla di tutto ciò, semplicemente risposi dove abitavo. Impacciato me la guardavo vicina: con il musetto vispo e saputo all’insù, così piccolina vicino all’omone che sono e che ero. Quegli strani occhiali grandi, sfumati sul marrone, verso l’alto; la gonna a kilt scozzese sul rosso; calze scure di lana, scarpe col tacco quadrato non troppo alte; una maglia verde bottiglia col collo rivoltato; borsa di pelle a tracolla; una montagna di carta e libri tenuta contro il seno con entrambe le braccia; un cappotto color cammello, non so se suo, buttato su una sedia ad un passo da lei. Se questo era servito a rompere il ghiaccio continuavo ad aspettarmi che adesso mi avrebbe perlomeno detto il suo nome. Mi disse invece dove abitava lei. Il fatto che distasse cinque minuti di strada a piedi da casa mia non rendeva meno pazzesca la sua seconda emissione di suono. La terza emissione servì a chiedermi il numero di telefono. La quarta a dirmi che poiché abitavamo così vicini avremmo potuto preparare quell’esame assieme. La quinta a dirmi ciao. Una mano affusolata, longilinea, una stretta leggera come un soffio, ma una stretta continua che non molla ad esprimere un caratterino di quelli decisi e tenaci, che ti prendono per stanchezza. Mi ritrovai inebetito con un foglietto in mano con su scritto, Chiara, ed un numero di telefono che iniziava con il 58 come il mio. Avevo educatamente e puntualmente risposto a tutte le sue domande.
Post n°2459 pubblicato il 18 Maggio 2013 da sagredo58
Nel 1976 sono all’Università, iscritto al primo anno di Fisica. Tante cose sono accadute, altre accadranno, ma qui ne voglio raccontare solo una. Il primo semestre del corso di laurea in fisica era cominciato da un paio di mesi, senza alcuna traccia della agognata fisica: seguivo le lezioni di geometria ed analisi. Lo sconforto di ritrovarmi in aula con 250 persone, la metà di tutti gli iscritti, era appena mitigato dalle esercitazioni di geometria che, affidate ad un’assistente, raggranellavano un esigua presenza di studenti. Erano tutti studenti il cui cognome iniziava con una lettera qualsiasi compresa tre la “A” e la “L”, quest’ultima alzata come una diga a contenere i 250. La nostra impacciataggine, l’ambiente ancora indefinito, alzavano una sorta di “muro di berlino” nei confronti della classe alfabeticamente adiacente. Sapevamo con certezza che esisteva, anche quali professori avesse; ogni tanto avvistavamo perfino qualche studente misterioso che si mormorava appartenesse alla classe “M-Z”. Era la fine di una mattina invernale, di quelle tanto terse quanto fredde; una di quelle che affrontavo con una calzamaglia di lana sotto i jeans per traghettarmi in vespone da casa sino all’università. Quella splendida luce cristallina l’avevo goduta poco, impaziente di immergermi in un’angusto seminterrato rischiarato malamente da verdastre lampade al neon. Si scendeva con una scaletta metallica in un freddo antro, unico luogo dove la facoltà di fisica, in occasione delle già citate esercitazioni di geometria, si umanizzava riducendo il rapporto professore/studenti a circa 1/40. Una cifra in grado di approssimare le ancora recenti esperienze liceali. Forse questo simulacro di classe liceale m’intimidiva meno. Forse il fatto che per il ridotto numero riuscissimo a riconoscerci ogni mattina. Forse che per il freddo intenso riuscissimo e socializzare imparando i nostri nomi. Forse per tutto questo, unitamente ad una voglia di protagonismo mai sopita in me, in quella ridotta classe tenevo banco assieme ad un’unico altro studente. Ci facevamo da spalla l’uno con l’altro ed in due avevamo soggiogato prima la classe, poi la giovane assistente inizialmente incerta se classificarci come rompiballe o simpatici. Era tutto un susseguirsi di domande, vere e proprie provocazioni sotto forma di interruzioni intelligenti, riesposizione dei concetti appena appresi agli altri studenti, deduzioni di inutili o pleonastici fatti collaterali. Tutto ciò lo facevamo bene, intendo dire senza quell’aria di spocchia che ti allontana dagli altri; la classe ci aveva preso a benvolere e noi rendevamo questo “affetto” riversando su di essa tutto l’aiuto di cui eravamo capaci, appunti, spiegazioni, ripassi assieme, libri.
Post n°2458 pubblicato il 17 Maggio 2013 da sagredo58
OUTING: Confessione pubblica di un fatto o di un’esperienza personale. Sempre dal Devoto-Oli. Sono stato fortunato, una donna da coccolare non solo l’ho trovata, la sto anche aspettando. Questo tiepido e torpido pomeriggio, in cui la primavera prigioniera della pioggi stenta a subentrare pienamente all'inverno, nonostante la luce che accentua l’agognata fuga dal freddo letargo da cui lentamente mi desto, nonostante il calore che già suggerisce di camminare sulla sabbia in riva al mare, sarà, grazie alle coccole che ci scambieremo, priva dell’ansia lieve della vita che incombe, priva della malinconia leggera che senza di lei m’imprigionerebbe nell’apatia.
Post n°2457 pubblicato il 17 Maggio 2013 da sagredo58
Questa domanda, diversamente dall’analoga sulla pomiciata, me la sono fatta. Mi sono risposto che si coccola bene con un sesso bradipo:
Difficile trovare uomini e donne per fare sesso, cioè scambiarsi coccole così.
Post n°2456 pubblicato il 17 Maggio 2013 da sagredo58
Sono le coccole:
Che rispondete? Per me le coccole sono sesso, una sua parte bella ed importante. Sono un fautore del sesso che supera la dicotomia tra eccitazione e coccole, per dilatarsi nel tempo in continua alternanza di godimento e conforto, quello che chiamo il sesso bradipo. Perché lo chiamo così ve lo scoprite da soli:
Post n°2455 pubblicato il 17 Maggio 2013 da sagredo58
Tutto questo razzolare tra dizionari ed enciclopedie per affermare che mi piacciono le coccole, amo coccolare, essere coccolato. Il significato che do a tutto questo nulla ha a che fare con:
Le mie coccole, come il mio coccolare, hanno a che fare esclusivamente con le donne. Quelle donne di cui non riesco mai ad essere semplicemente amico, cosa che rimanda necessariamente ad una qualche connotazione sessuale delle coccole. Vi piacciono le coccole?
Post n°2454 pubblicato il 16 Maggio 2013 da sagredo58
Non mi sono mai fatto questa domanda. Mentre cercavo il significato di pomiciare in rete, in particolare su wikipedia che invece in merito tace, mi sono imbattuto su un forum di ragazzini che intorno a questa domanda ci ha costruito un dibattito. Nonostante sia in rete dalla fine degli anni ’80, continuo a stupirmi di quello che questo mezzo significa. Come sarebbero stati i miei 13-15 anni se avessi avuto internet ed il pc? Per questo sono rimasto incantato da questo scambio di domande, risposte e interventi con toni moralistici, di giovani agli albori della loro prima pomiciata. Non rinuncio, tolti nomi e riferimenti a riproporli per il loro candore, senza nemmeno correggere l’italiano volutamente storpiato. DOMANDA - Come si pomicia bene con un ragazzo? Ho 13 anni ... non ho mai pomiciato ma baciato si per favore aiutatemi e NON DITEMI CHE SONO TROPPO PICCOLA PERCHE’ NON E? ASSOLUTAMENTE VERO!!! MIGLIOR RISPOSTA Ho la tua stessa età e anke io pensavo ke non sarei stata in grado di baciare un ragazzo ma poi quando stai con lui ti viene tutto spontaneo non pensarci molto. COMMENTO ALLA RISPOSTA DI CHI HA FATTO LA DOMANDA Intanto dico grazie a chi mi ha dato dei buoni consigli e poi vorrei mandare a quel paese tutti quelli che mi hanno detto che sono troppo piccola in particolare quelli che mi hanno detto "vai a giocare con le bambole" e io gli risponde ma vacce te a giocà con le bambole invidiosi!!! ALTRE RISPOSTE
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Inviato da: BacardiAndCola
il 20/05/2013 alle 01:16
Inviato da: BacardiAndCola
il 20/05/2013 alle 01:13
Inviato da: sagredo58
il 19/05/2013 alle 21:07
Inviato da: sagredo58
il 19/05/2013 alle 20:29
Inviato da: BacardiAndCola
il 19/05/2013 alle 19:18