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fibrillazioni, tentazioni, emozioni, provocazioni, sensazioni, cazzeggi, per celebrare parola, significato e conoscenza

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Indelebili Tracce – Merda d’Artista

Post n°8526 pubblicato il 19 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Il 21 maggio 1961 sigilla le proprie feci, avete capito bene la merda, in 90 barattoli di latta, del diametro di 6,5 centimetri e 4,5 d'altezza, ai quali applica un'etichetta con la scritta:

 

Merda d'artista

CONTENUTO NETTO GR 30

CONSERVATA AL NATURALE

PRODOTTA ED INSCATOLATA

NEL MAGGIO 1961

 

Scritta ripetuta in quattro lingue: inglese, francese, tedesco e italiano.

 

Sulla parte superiore del barattolo, il tappo, appone:

  • un numero progressivo da 1 a 90, che definisce l'opera essere un multiplo;
  • insieme alla sua firma, posta sotto la scritta PRODUCED BY.

 

Mette in vendita i barattoli ad un prezzo pari all'equivalente in oro del loro peso.

 

Ho visto alcune scatole di "Merda d'artista" alla X Quadriennale d'arte moderna che si tenne a Roma nel 1973, avevo 15 anni, quella merda:

  • mi è parsa una bellissima e trasgressiva provocazione;
  • un inequivocabile e radicale segnale di rottura con la tradizione artistica del tempo;
  • l'incipit che apre la via alla degenerazione e decadenza dell'arte contemporanea in carriola.

 

"Merda d'artista" è il titolo di un'opera dell'artista italiano Piero Manzoni.

 

 

 
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Indelebili Tracce – Biografia di un Eroe

Post n°8525 pubblicato il 18 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Questo eroe dell'arte contemporanea nasce il 13 luglio del 1933, a Soncino, vicino Cremona.

Cresce a Milano, trascorrendo le vacanze estive ad Albisola Marina, in Liguria, dove la famiglia frequenta Lucio Fontana, il fondatore dello Spazialismo, quello che taglia le tele o le buca, tanto per capirci.

Nel 1956 debutta come artista, l'anno successivo partecipa alla mostra "Arte Nucleare", a Milano, dove dipinge sagome antropomorfe e quadri con impronte di oggetti.

Nel 1958 espone insieme a Lucio Fontana e ad Enrico Baj.

Nel 1959 fonda la rivista "Azimuth" e l'omonima galleria d'arte.

 

Nei primissimi anni '60, il suo stile diviene sempre più radicale, vuole superare la superficie del quadro.

Per questo propone una serie di opere provocatorie, insofferenti nei confronti della tradizione:

  • grandi superfici imbevute di colla e caolino, un'argilla bianca impiegata nella produzione della ceramica, o realizzate con i materiali più vari, dalla fibra di vetro ai pani plastificati, alcuni rigorosamente bianchi, altri in colori fosforescenti;
  • linee tracciate su strisce di carta, arrotolate e chiuse in un tubo di cartone, la più lunga misura 7.200 metri che, per chi non se lo ricorda, sono poco più di 7 chilometri;
  • palloncini contenenti il suo fiato;
  • uova (sode), autenticate dalla sua impronta digitale;
  • esseri umani trasformati in sculture viventi semplicemente per essere stati firmati dall'artista;
  • basi magiche, piedistalli sui quali chiunque sale diventa per definizione un'opera d'arte.

 

Nel 1961 realizza la sua opera d'arte più famosa, l'indelebile traccia che lo consacrerà.

 

Il 6 febbraio 1963, nemmeno trentenne, muore improvvisamente d'infarto, a Milano, nel suo studio.

Questa morte prematura e la geniate critica provocatoria portata all'arte nell'arco di soli 6 anni lo consacrano eroe ma non gli impediscono di lasciare dietro di se una traccia di merda.

 

Che aveva combinato nel 1961, per passare alla storia?

 

 
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Indelebili Tracce – Domanda

Post n°8524 pubblicato il 18 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Che cosa vorreste lasciare come ricordo di voi stessi? Come indelebile traccia?

Una carriola?

 

O meglio una carrriola-ta di cazzate?

Come il raramente comprensibile sproloquio della poveretta che si sopravvaluta grafantastica artista.

 

Molto meglio la Merda (con la "M" maiuscola) come indelebile traccia!

C'è una persona che ha avuto la sfiga, o il privilegio, sceglierete voi, di morire in un età eroica e di lasciare come ricordo di se stessa una indelebile traccia di Merda.

 

Non sto usando un termine spregiativo, quello (che scrivo con la "m" minuscola) lo riservo alla scarriolante, mi attengo semplicemente alla realtà dei fatti.

 

Ricordo ancora come fosse ieri, alla X Quadriennale d'arte moderna che si tenne a Roma nel 1973, avevo 15 anni, conobbi l'opera somma di quell'artista, opera che me lo fece istantaneamente promuovere ad eroe dell'arte contemporanea ...

 

 
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Cultura digitale – Limiti

Post n°8523 pubblicato il 18 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Possibile che non siano evidenti i limiti di questi falsi entusiasmi in ambito educativo?

  • Imparare da soli di fronte ad un computer non è divertente, è una pratica noiosa, come non deve essere stato divertente imparare nemmeno con quella strana cosa chiamata istruzione programmata.
  • Il computer nell'educazione è esperienza di solitudine organizzata, non favorisce la vita collettiva, isola invece di avvicinare e insegnare a collaborare tra discenti;
  • Il computer confina i docenti, riduce i professori ad appendici accessorie, i tutor, impone rapporti rarefatti, tanto che il discente potrebbe non riconoscere il volto del docente.

 

Se ogni discente sta davanti al suo monitor, invia messaggi digitali a un lontano docente, come agli altri discenti, s'impoverisce l'esperienza educativa, per questo motivo nessun luogo è meno appropriato per un computer che la scuola dell'infanzia (materna) e primaria (elementare).

 

Ma anche per le scuole secondarie e per le università, non è uno strumento, qualsiasi strumento (PC, WWW, CAI, CBT, LIM), che può produrre educazione alla cultura digitale, che deve arginare il rischio di derealizzazione, deve cambiare molto altro:

  • gli insegnanti innanzitutto, che devono rimanere gli attori primari di qualsiasi tipo di educazione, anche quella alla cultura digitale, però formandosi all'uso degli strumenti digitali;
  • i programmi scolastici subito dopo, che devono prevedere una alfabetizzazione reale al nuovo che avanza, ai suoi modi d'uso tramite le tecnologie digitali, evidenziandone vantaggi, rischi e relative contromisure;
  • le tecniche d'insegnamento, supportate da strumenti didattici, anche digitali (tra cui PC, WWW, CAI, CBT, LIM), che possono essere un aiuto nella difficile traghettata dell'educazione verso il postmoderno, ma non sono da soli una sorta di bacchetta magica;

 

Ma oltre a scuola, università e discenti, serve altro, servono genitori consapevoli, di essere tali per prima cosa, poi del digitale, dei concomitanti effetti di sostituzione e barriera, del rischio di derealizzazione.

Se non si vuole un figlio derealizzato, cosa evidentemente patologica:

  • costantemente connesso al virtuale,
  • che significa sconnesso dal reale,

lo si deve educare in tal senso:

  • sin dall'età prescolare,
  • poi ricercando un'alleanza con la scuola e con gli insegnanti, non ponendosi in antagonistica opposizione ad essi.

 

Il rischio derealizzazione non è un problema solo dell'educazione scolastica ma investe pienamente gli atteggiamenti educativi all'interno dell'ambito familiare.

 

 
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Cultura digitale – Insegnare

Post n°8522 pubblicato il 17 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Pur non essendo un professore, ho una lunga esperienza d'insegnamento, erogato in presenza, in aula, cominciata precocemente, proprio quell'anno, il 1978, in cui ho visitato le grotte di Altamira, per scoprire il punto d'inizio dell'arte/cultura, quando ero solo al primo anno di fisica all'università.

 

Esperienza d'aula mai terminata, portata avanti sino ad oggi, maturata all'interno di:

  • Scuole, elementari e licei (a cominciare da quello in cui ho studiato);
  • Università pubbliche (Sapienza, Tor Vergata, Roma 3) e private (Bocconi, Luiss, Link Campus);
  • Scuole Superiori della Pubblica Amministrazione (SSPA SSPAL, SSAI).

rivolta ad una compagine assai variegata di discenti:

  • studenti, dalla terza elementare all'ultimo anno delle superiori;
  • studenti universitari, principalmente di filosofia e fisica;
  • quadri e dirigenti pubblici, interessati al management di progetti, servizi, processi, qualità;

 

Se (fortunatamente) non ho esperienze dirette di Istruzione programmata, conosco bene i diversi modi di ausilio delle tecnologie informatiche alle diverse tecniche d'insegnamento:

  • dal 1985 al 1990 ho progettato e sviluppato, strumenti software per Computer Aided Instruction (CAI) e Computer Based Training (CBT);
  • dal 1991 al 1997, ho utilizzato questi stessi software CAI, CBT, per sviluppare interventi di addestramento all'interno di organizzazioni pubbliche e private e, come direttore della formazione, all'interno della stessa azienda per cui lavoravo;
  • dal 1997 al 2012, come docente, ho realizzato molti corsi di management in modalità e-Learning rivolti ai dipendenti pubblici.

 

In tutto questo tempo, 40 anni sono passati, non ho visto l'educazione evolversi veramente, colmare il divario tra educazione tradizionale e cultura divenuta digitale, ma solo adornarsi di miti tecnologici, sempre più avanzati al progredire della tecnologia, e relative sigle dei falsi entusiasmi promossi PC, WWW, CAI, CBT, LIM.

 

 
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Cultura digitale – E-learning

Post n°8521 pubblicato il 17 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Con l'avvento del World-Wide Web (WWW), dalla tecnica di insegnamento Computer Based Training (CBT) si evolve verso prodotti di autoformazione su Web, con il vantaggio di aumentare la possibilità di interagire flessibilmente con tutto ciò che è "formazione" attraverso il supporto delle reti:

  • corsi a distanza, Web Based Training (WBT);
  • "apprendimento online", esplorando e navigando.

Infine nella seconda metà degli anni '90 nasce la tecnica di insegnamento e-Learning, come integrazione di due precedenti campi di sperimentazione nelle tecnologie didattiche:

  • la formazione a distanza (WBT);
  • il Computer Based Training (CBT).

 

I vantaggi dell'e-learning sono evidenti:

  • non richiede al discente nessuna attrezzatura particolare, che non sia quello che oggi hanno "tutti", un PC connesso ad Internet;
  • consente l'utilizzo della multimedialità (testi, immagini, animazioni, suoni, filmati, simulazioni), e la possibilità di simulare in rete situazioni con risvolti pratici;
  • permette l'organizzazione e articolazione modulare dei contenuti da apprendere, suddividendoli in "moduli didattici", articolati in ulteriori segmenti unitari (unità didattiche), di un più esteso percorso disciplinare;
  • prevede la libera esplorazione ipertestuale dei materiali offerti, requisito fondamentale del "modulo didattico" è la sua componibilità, ovvero la capacità di interagire con altri moduli, di essere suscettibile di progressivi approfondimenti, così superando la logica lineare progressiva dell'istruzione programmata, favorendo l'aumento della curiosità e della voglia di "esplorare";
  • garantisce flessibilità nel processo di apprendimento (tempi, luoghi, differenti e molteplici percorsi d'apprendimento, esplorazione ipertestuale di risorse e materiali variamente collegati al modulo), facendo perseguire, in un arco di tempo definito, obiettivi individuati, verificabili, eventualmente certificabili, cosa interessante soprattutto per le attività formative legate ai bisogni reali del mondo del lavoro;
  • favorisce la verifica del personale percorso formativo del discente, attraverso una gamma articolata di operazioni di controllo in itinere per tracciare i percorsi d'apprendimento e di feed-back (test e verifiche; verifica e valutazione delle funzionalità del modulo attraverso l'analisi della "memoria" del percorso didattico, ...);
  • garantisce l'interattività e nuove forme di coinvolgimento dei discenti, grazie ad una forte componente comunicativa che permette al discente di relazionarsi in ogni momento con i docenti (coaching, educazione assistita) e con gli altri discenti (peer tutoring, tutorship tra pari), per scambiare informazioni, esperienze e materiali, per condividere conoscenze e confrontarsi, mediante ambienti di comunicazione asincrona (forum, mailing list, e-mail) e/o sincrona (chat, videoconfereze etc. );
  • introduce un nuova figura di docente, il tutor, elemento cardine della formazione in rete, un "facilitatore" competente nell'apprendimento a distanza, dotato di particolari competenze relazionali che soddisfa il bisogno di "intensità" nelle esperienze formative, che: supporta ogni discente individualmente per orientarlo nel percorso formativo, per dare immediata risposta ad eventuali difficoltà o indirizzare le sue domande laddove ci può essere soluzione al problema che si è presentato, per supportarlo nell'attività didattica; interagisce con il gruppo dei discenti come moderatore ed animatore della comunità di apprendimento.

 

Vantaggi ovviamente raggiunti solo se si tiene conto che, rispetto al modulo didattico erogato in presenza in aula, il modulo informatizzato presenta una maggiore "rigidità", cosa per cui:

  • deve essere compiutamente organizzato e predisposto preventivamente;
  • non può essere una mera trasposizione (come una registrazione) dell'attività in aula.

 

 
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Cultura digitale – Computer Based Training (CBT),

Post n°8520 pubblicato il 17 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Superata la tecnica di insegnamento Computer-assisted instruction (CAI) che si limita a rimodernare la "teaching machine" dell'istruzione programmata, si cerca di riprodurre le caratteristiche di un insegnante umano:

  • la conoscenza di un dato ambito culturale;
  • insieme a quella delle strategie e metodi didattici più opportuni.

 

Il Computer diviene progressivamente elemento di supporto alla didattica, un facilitatore del processo di insegnamento/apprendimento, consentendo di:

  • registrare i dati e i progressi degli studenti;
  • utilizzare posta elettronica, fax, chat in tempo reale;
  • integrare materiali di differente formato (multimedialità);
  • gestire processi di interazione (interattività);
  • accedere al World-Wide Web (WWW).

 

Così negli anni '80 la tecnica di insegnamento Computer-Aided Instruction (CAI) lascia il passo al Computer Based Training (CBT):

 "mentre con il CAI si ottiene un'assistenza nello studio di determinate discipline, con il CBT il fruitore deve utilizzare il computer prima come training e subito dopo come strumento di lavoro: il CBT infatti serve non ad acquisire nozioni, ma ad acquisire soprattutto capacità procedurali ed informazioni".

 

La tecnica di insegnamento CBT:

  • è utilizzata prevalentemente nelle aziende a supporto dell'addestramento tecnico, per la simulazione di ambienti di lavoro, realizzando una forte interazione corso-discente.
  • realizza, come l'istruzione programmata, programmi didattici "chiusi", in cui l'iniziativa, nell'interazione didattica, è completamente gestita dal sistema informatico.

Questi programmi didattici, sebbene presentino il vantaggio di essere specifici per ambito e di "adattarsi" al discente, possono indurre una mentalità passiva:

  • meramente orientata alla scoperta della sola risposta giusta, in maniera acritica e non riflessiva;
  • non stimolando né creatività, né ricerca.

 

 
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Cultura digitale – Istruzione programmata e “Teaching Machine”/CAI

Post n°8519 pubblicato il 16 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

L'istruzione programmata è una tecnica di insegnamento derivata dagli esperimenti sul processo d'apprendimento avviati nel 1920, proseguiti negli anni '50 e '60 dallo psicologo, B. F. Skinner che elabora la teoria comportamentista stimolo/risposta, approdando ad una visione meccanicista dell'insegnamento.

 

I principi psicologici alla base dell'istruzione programmata sono due:

  • gradualità, il discente affronta principalmente nozioni elementari, così le possibilità d'errore sono minimizzate, solo dopo aver risposto in modo esauriente alle domande poste, affronta le nozioni più complesse; ogni fase rende più agevole la comprensione di quelle successive.
  • rafforzamento, l'immediata conferma circa la correttezza delle risposte fornite agisce come "ricompensa" nei riguardi dell'allievo, rafforzando il suo processo d'apprendimento.

La tecnica di insegnamento dell'istruzione programmata si sviluppa scomponendo un argomento da insegnare in una sequenza accuratamente graduata di "unità di lezione", ogni unità:

  • è costituita da una o più frasi;
  • prevede alla fine una serie di domande, che agiscono come stimolo per il discente, a cui deve fornire una risposta immediata, prima di passare alla "unità di lezione" successiva;
  • è somministrata al discente mediante una "teaching machine" (letteralmente macchina per insegnare), inizialmente meccanica, che utilizza una sorta di schede testuali; poi sostituita dal computer (PC) per presentare le "unità di lezione" individuali al discente (informazioni strutturate mediante sequenze di schermate, testi e audiovideo, strumenti per l'autoverifica), cosa sintetizzata nella sigla Computer Aided Instruction (CAI).

 

La "teaching machine", o il PC, assume una sorta di ruolo succedaneo del docente:

  • valuta le risposte (giuste/sbagliate) del discente e reagisce di conseguenza;
  • sceglie cosa presentare successivamente, in questo modo segue i ritmi e le necessità del discente.

 

Il discente ha subito conferma sulla correttezza o meno della risposta data, esaminando l' "unità di lezione" successiva, così partecipa al proprio apprendimento, accettandone le responsabilità e procedendo nello studio secondo le proprie possibilità.

 

Il docente elabora il materiale didattico utilizzato e, soprattutto, svolge un ruolo di controllo sui discenti tramite riunioni programmate:

  • per colmare eventuali lacune di alcuni discenti;
  • per sviluppare ed approfondire aspetti del programma formativo rivelatisi di interesse.

 

 
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Cultura digitale – Falsi Entusiasmi

Post n°8518 pubblicato il 16 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Molti ministri dell'istruzione convinti che un computer, magari mascherato da Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) è ciò di cui si ha primariamente bisogno per cambiare l'insegnamento e l'educazione.

Dove una Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) è una superficie interattiva:

  • su cui è possibile scrivere, disegnare, allegare immagini, visualizzare testi, riprodurre video o animazioni;
  • i cui contenuti, visualizzati ed elaborati sulla lavagna, possono essere digitalizzati e trattati da un computer.

 

In Italia il primo fautore della LIM è stato mezzo ministro dell'innovazione tecnologica praticante l'egolatria (adorare se stessi, ego-latria, invece che un qualsiasi dio, ido-latria), cosa che inevitabilmente produce nell'offerta formativa di una qualsiasi scuola secondaria slogan del genere:

Il nostro Istituto offre: Lavagne Interattive Multimediali, aule informatizzate dotate di PC, collegamento in rete di tutto l'edificio scolastico, registro elettronico, sito accessibile a genitori e studenti ...

 

E' questa l'evoluzione dell'educazione verso la cultura digitale?

E' solo un approccio superficiale, è solo "tecnology push", ovvero fare la cosa più facile, spingere mera tecnologia:

  • promuovendo miti tecnologici, la LIM in testa;
  • generando falsi entusiasmi, quante LIM sono state effettivamente utilizzate in senso evolutivo rispetto alla vecchia lavagna di ardesia?

Non basta cogliere le opportunità che la tecnologia offre:

  • abbattimento delle barriere materiali;
  • diffusione, velocità e pluralità dell'informazione e delle idee;

senza considerare ed evolvere organizzazione e docenti:

  • senza modificare modalità, contenuti e programmi, dell'insegnamento;
  • senza preparare gli insegnanti a posare il gessetto e prendere in mano il mouse.

 

Certo è che dagli anni '50 ad oggi di falsi entusiasmi per nuove tecniche di insegnamento, basati su teorie comportamentiste e/o cognitiviste, anche con l'ausilio del digitale (Information Communication Technology intelligenza artificiale inclusa), ce ne sono stati parecchi:

  • Istruzione Programmata e "Teaching Machine" (PC, WWW)
  • Computer Aided Instruction (CAI),
  • Computer Based Training (CBT),
  • E-learning.

 

 

 
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Cultura digitale – Educazione

Post n°8517 pubblicato il 16 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Le tecnologie digitali sono neutre, è il loro uso che può non esserlo, cosa che richiede una sola cosa: educazione!

Condivido da sempre la citazione di Rita Levi Montalcini, che evidenzia il valore dell'educazione come fattore di promozione sociale e progresso civile:

Solo l'istruzione può garantire il futuro ai tanti giovani nel mondo,

che non devono aver paura delle difficoltà.

 

Se, come si è sempre stuccosamente e retoricamente detto, la scuola vuole continuare ad essere la "fabbrica del futuro", anche in questo momento complesso che:

  • scippa il futuro ai giovani,
  • alimenta un senso di disorientamento,
  • limita la capacità di scelta e la voglia di intraprendere,

l'educazione deve sapersi evolvere:

  • educare all'uso delle tecnologie digitali stesse, all'uso del Virtuale, non solo i discenti ma anche i docenti;
  • soprattutto muovere verso la cultura digitale più in generale, che deve rimanere espressione del Reale.

 

Purtroppo l'educazione attuale non è molto diversa da quella che ho ricevuto da adolescente, quando la cultura non conosceva il digitale (ben prima della visita alla Piramide di Palenque nel 1987).

Questo è assurdo ed anacronistico, foriero della nascita di una divergenza profonda tra quanto insegnato e le modalità d'esperire l'attuale cultura digitale.

 

Come colmare questo divario tra educazione immodificata e cultura divenuta digitale?

 

 
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