Creato da: sagredo58 il 03/01/2011
fibrillazioni, tentazioni, emozioni, provocazioni, sensazioni, cadute di stile e cazzeggi

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44 Storia di una storia mai raccontata - Ieri

Post n°837 pubblicato il 09 Luglio 2012 da sagredo58
 

44 Ieri: 1924 - Memoriale presentato al Sig. Generale Righini nob Raffaello

Alle ore 23 del 16 aprile 1916, la grandiosa mina preparata e studiata con intelletto da S.E. il Duca D. Gelasio CAETANI, per la conquista del Col di Lana, brillava travolgendo un intero battaglione nemico di cui non restarono che innocui avanzi.

In quel tempo appartenevo alla 16ª compagnia del 60° Fanteria ed il mio battaglione trovavasi in seconda linea quale riserva: avevo il grado di sottotenente.

Nelle notti che precedettero lo scoppio, la mia Compagnia fu incaricata del trasporto dei 60 quintali di gelatina necessari al brillamento; gelatina che veniva collocata entro i fornelli da soldati del genio e dai miei, ai quali venivano fatte togliere le scarpe per non destare sospetti nelle linee nemiche dalle quali si ascoltava certamente a mezzo di geofoni tutti i rumori che gli italiani producevano nei preparativi della mina.

E per trarre vieppiù in inganno il nemico, che stava preparando la contromina, si tenevano ancora in funzione le perforatrici e venivano fatte brillare delle piccole mine.

Al momento dell'esplosione la 16ª compagnia trovavasi al costone Salesei quale riserva e nella notte stessa fu chiamata a presidiare la posizione conquistata dalle truppe del 59° Fanteria.

Il mantenere la posizione fu più difficile che conquistarla, poiché il nemico, passate le prime ore di disorientamento, iniziò un violento bombardamento sulle perdute posizioni, bombardamento che si intensificò nei giorni successivi per l'intervento dei grossi calibri che furono concentrati dietro i costoni circostanti.

I fanti della 16ª compagnia, anzi i fanti della Brigata Calabria, mai si sarebbero fatti ritogliere una posizione di importanza strategica e morale grandissima, conquistata dopo sette mesi di lotte sanguinosissime, Cima Lana era ormai nelle nostre mani e vi sarebbe ad ogni costo rimasta.

La 16ª compagnia continuò a presidiare la posizione fino alla sera del 21 aprile, subì qualche perdita, ma mantenne il morale e lo spirito altissimo.

Era comandata da un capitano eroicissimo, e non meno capace: il capitano Marzio BRANCA che è tuttora pianto e ricordato dai pochi superstiti. Al comando dei quattro plotoni erano altrettanti sottotenenti: Migliorati, Gallistro, Gentili e Dragonetti.

L'ultimo, arrivato da pochi giorni al fronte, volle essere asseganto alla 16ª compagnia perchè legato allo scrivente da fraterni vincoli di amicizia quale concittadino e compagno di scuola.

Comandava il battaglione l'allora Maggiore Alcioni Cav. Edgardo, ufficiale di fegato, reduce dall'Africa dove aveva acquistato l'ascendente e la maestria del comando.

Molte volte il nostro Comandante spingeva lo sguardo oltre la valle che faceva intravedere Cavalese e bramava di "scendere giù".

Finalmente l'ordine di muoversi venne e fu il nostro obiettivo la cima del Monte Sief.

Io che la guerra ho voluta e combattuta quale volontario (compivo allora 20 anni) non so esprimere l'emozione che provai in quel momento. Dalla logorante vita di trincea passavo all'attacco.

Ricordo (e chi cancellerà mai questi ricordi?) che il capitano fu imbarazzato nello stabilire l'ordine dei plotoni che dovevano muovere all'assalto poichè nessuno voleva essere il secondo. Sorteggiammo:

  • il 1° fu il plotone del S.T. Gallistro, 
  • il 2° quello dello scrivente; 
  • il 3° quello del Migliorati;
  • l'ultimo quello di Dragonetti. 

La compagnia doveva procedere in fila indiana causa la conformazione del terreno.

Si scendeva per un costone scosceso camminando sulla lama di un coltello poiché ai due lati correva il baratro. Ansioso di essere uno dei primi, scavalcai molti soldati del plotone di testa quindi trovai il S.T. Gallistro con le gambe spezzate da una fucilata.

Procedetti animosamente avanti e mi fermai sul dentino del Sief e dovetti arrestarmi perché ero rimasto con pochi uomini e m'accorgevo che il resto della compagnia non serrava sotto.

Alla compagnia era aggregato un piccolo plotone di allievi ufficiali composto di 4 sottufficiali i quali in quella notte si comportarono meravigliosamente, tanto che l'unico superstite fu, per quella azione, promosso Sottotenente S.A.P. ed ottenne in seguito anche la medaglia d'argento al valore militare.

Intanto il nemico gettava su di noi una grandine di ferro e di fuoco. Il perché la compagnia non raggiunse che con un numero assai limitato di uomini la posizione da me raggiunta lo spiego subito: il nemico, sparando orizzontalmente, investiva col fuoco soltanto la parte alta del camminamento e non investiva che raramente gli uomini nella selletta; mentre flagellava il centro e la coda della compagnia che veniva avanzando cosicché quelli che si spinsero più avanti furono i più coperti.

Incaricai alcuni graduati di rafforzarsi sulla posizione raggiunta e risalii lungo il camminamento per constatare personalmente ciò che avveniva dei solfati della 16ª compagnia.

Percorsi pochi metri, trovai l'Aspirante Dragonetti agonizzante. Nell'angoscia della morte imminente, si strappava di dosso gli indumenti e mi pregava di sollevarlo, il che feci colla massima premura. Constatai, con raccapriccio, che una granata gli aveva asportato completamente le natiche.

Lo baciai, lo incoraggiai rispondendo alle sue implorazioni assicurandolo che non era cosa grave e che finita l'azione, sarei tornato da lui per soccorrerlo. Pochi istanti dopo il mio disgraziato compagno spirava. In quel mentre l'incessante susseguirsi dei proiettili continuava a falciare vittime.

Un soldato che mi era al fianco seguendomi premurosamente, colpito in pieno ventre da una granata nemica di piccolo calibro, fu sventrato ed ebbi proiettati sul viso parte dei suoi intestini.

Percorsi alcuni passi camminando sui cadaveri di quelli che furono tra i più bravi ed eroici soldati d'Italia e mi furono presentati i resti dell'eroicissimo Capitano Branca.

Vidi un braccio staccato dal busto con sulla manica ancora infilate le tre stellette ricamate. Capii allora che l'unico ufficiale miracolosamente illeso ero io ed il mio dovere era di tornare nuovamente sulla posizione conquistata e mantenerla ad ogni costo poiché era costata tanto generoso sangue.

Ecco prima dell'alba venne di rinforzo la 16ª compagnia comandata dal Ten. Cipollini Armando cogli ufficiali Pianura Cesare, Franciosini Luigi ed altri di cui non ricordo il nome.

Alle nostre spalle avevamo certamente lanciati [lasciati] dei nemici tagliati fuori dalle loro linee, ma non mi preoccupai del rastrellamento perchè avevo sulla posizione conquistata pochissimi uomini e mi preoccupavo dell'inevitabile contrattacco.

Il S.T. Pianura, per ordine del Ten. Cipollini eseguì una accurata ricognizione ed infatti in una cavernetta scoprì sei o sette nemici ed una mitragliatrice. Albeggiava appena quando sulla posizione scese il Magg. Alcioni accompagnato dal Duca Caetani. Ambedue mi strinsero la mano congratulandosi ed il Duca Caetani mi raccomandò alcuni lavori di rafforzamento che furono subito eseguiti.

La sera stessa tutti gli uomini che presidiavano la posizione, (16ª e 15ª compagnia) ebbero il cambio e tornammo nella piccola galleria da cui eravamo partiti col cuore gonfio di speranza.

Il Capitano BRANCA ed il S.T. DRAGONETTI morti, il S.T. GALLISTRO ferito alle gambe, il S.T. MIGLIORATI ferito alla testa ed io miracolosamente illeso.

Presidiò la posizione da me conquistata la 14ª Compagnia comandata dal Capitano Massarotti. Nel mattino seguente (23 aprile) cadde una forte nevicata che coprì uomini e cose.

Ad aumentare le difficoltà il nemico aprì coi grossi calibri un intensissimo fuoco sulle posizioni conquistate; ogni proiettile che arrivava provocava vuoti tremendi, sicchè un proiettile colpì in pieno il Capitano Massarotti ed il Ten. Cagetti, uccidendoli sul colpo.

I nemici catturarono il S.T. Gelnetti che ritornò dalla prigionia con un braccio amputato.

Il Magg. Alcioni, saputo da alcuni soldati che risalivano Cima Lana del disgraziato incidente, immaginò che la posizione fosse rimasta sguarnita di uomini ed ordinò che un plotone accorresse subito a controllare l'accaduto.

Mi offersi ed accompagnato da 20 uomini di diverse compagnie (il battaglione era decimato ed esausto e si attendeva il 20° bersaglieri per il cambio).

Approfittammo di una fittissima nebbia e della scarsa resistenza nemica, rioccupai la posizione.

Dico RIOCCUPAI perché sul posto non trovai nessuno dei nostri e dovetti scambiare col nemico diverse bombe e qualche fucilata.

Restai quindi sulla posizione, vicinissimo al nemico ed in attesa di eventi. Due lunghissimi giorni passavano, mentre la neve che ci ricopriva continuava a cadere.

Avevo a mia disposizione pochissimi e fedelissimi soldati e mandavo al Comando notizie verbali non potendo assolutamente scrivere. Stavo seduto collo sguardo rivolto al parapetto della trincea e speravo che muovessero verso di me gli aiuti e le munizioni richieste.

I soldati si offrivano allo scopo di riscaldarmi, di sedersi sulle mie ginocchia. Eravamo costretti ad una immobilità assoluta poiché la trincea era un riparo appena accennato. Il nemico era a noi vicinissimo tanto che sentivamo lo scalpitio dei piedi delle vedette.

Le forze cominciavano a mancarmi e così doveva essere dei miei soldati che mi guardavano attoniti aspettando qualche decisione od aiuto.

Dovevo abbandonare la posizione? MAI. Dovevo mandare altri uomini a portare notizie al Comando? NO perché ormai i superstiti si contavano sulle dita.

Molti ne avevo mandati colla speranza che almeno uno giungesse alla meta, ma tutti erano stati inesorabilmente raggiunti dal piombo nemico durante la lunga e faticosa ascesa verso Cima Lana.

Prima che cadesse il tramonto, con un fazzoletto, cominciai a fare segnali verso Cima Lana ove sapevo i nostri. Intanto il nemico, accompagnando l'invito con qualche bomba a mano, ci invitava ad arrenderci.

Finalmente a notte alta una pattuglia del 20° Batt. Bersaglieri venne a sostituirci. Date le consegne all'Ufficiale, provai ad alzarmi: non avevo più la percezione delle gambe. Ero gelato. Fui trascinato faticosamente lungo il camminamento, risalii la dolorosa china, e proseguii fino all'ospedale.

Il 13 giugno, benché non completamente guarito, volli tornare al mio Glorioso Reggimento.

Giuro sul mio onore che il presente racconto non ha nulla di romanzesco o di esagerato: ma è la pura e semplice esposizione dei fatti.

Molti potrebbero ancora testimoniare sulla verità delle mie asserzioni in primo piano l'oggi Generale Alcioni Comm. Edgardo allora mio valoroso comandante di battaglione.

In conseguenza di detta operazione furono assegnate le seguenti decorazioni al valore:

  • Alla memoria del Capitano BRANCA: med. Argento
  • Alla memoria del S.T. DRAGONETTI: id. id.
  • Al Mag.ALCIONI Com. il Battaglione:id. id.
  • Al Serg. Magg. FERRAI: Promozione a S.T. effettivo per merito di guerra e successivamente medaglia di argento al valore militare
  • Al Ten. CIPOLLINI: accorso in rinforzo: med.Argento
  • Al Ten. PIANURA Cesare: che rastrellando il terreno occupato catturò alcuni prigionieri ed una mitragliatrice: med. Argento
  • Al S.T. GALLISTRO: ferito Med. Argento
  • Al S.T. MIGLIORATI: id. id. id.
  • Al sottoscritto croce di guerra al Valore Militare colla seguente motivazione: SUBALTERNO DI UNA COMPAGNIA LANCIATA ALL'ATTACCO DI UNA FORTE POSIZIONE NEMICA SI COMPORTAVA CORAGGIOSAMENTE E RIMASTO SOLO UFFICIALE CONSERVAVA LA POSIZIONE FINO AL SOPRAGGIUNGERE DEI RINFORZI.
 
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sagredo58
sagredo58 il 09/07/12 alle 10:37 via WEB
Ogni volta che rileggo il memoriale del nonno, il disgusto che provo è sempre lo stesso come se leggessi la prima volta. La scrittura dl nonno appare emotivamente distaccata, quasi una scenografia che mi riporta alla mente i primi 15minuti del film “Salvate il soldato Ryan”: altra guerra medesimo orrore. E’ proprio questo disgusto, unito al disagio che la lettura provoca, che mi ha convinto a pubblicare l’orrido memoriale. La guerra è spesso idealizzata, oltre che ideologizzata. La guerra moderna è anche peggio, è astratta, asettica, fintamente pulita dall’elettronica che permette di allontanare il contatto dal nemico, per sporcarsi meno delle sue zampillanti viscere sanguinolente. E’ guerra di bombe guidate, cosiddette intelligenti, che ti mostrano perfino la ripresa dell’obbiettivo in avvicinamento. E’ guerra di pirotecnici fuochi d’artificio notturni, di traccianti che disegnano guizzanti arabeschi nei cieli bui. E’ guerra di fluorescenti e verdastri visori notturni, di immagini da satelliti che ricordano la prospettiva dei war games. E’ guerra di combattimenti aerei, dove il nemico è un icona virtuale su uno schermo, a rappresentare un uomo dentro una macchina a chilometri di distanza. La guerra di mio nonno no, è guerra di contatto: dove le voci del nemico le senti; dove spari fucilate mirando alla testa; dove finisci i caduti con la baionetta; dove ti sporchi di sangue, tuo, degli amici agonizzanti, del nemico colpito ai tuoi piedi. Per questo la sporcizia è più evidente, le frattaglie entrano inevitabilmente nel racconto, disgusto, orrore, disagio, repulsione, dilagano. La guerra di qualsiasi tipo, di qualsiasi tempo è lerciume, questo lerciume mio nonno lo racconta in tutta la sua evidenza, senza connotazioni emotive, cosa che amplifica il disgusto. Proprio per questo va divulgata, assieme alle tante altre storie di tanti altri nonni e padri.
(Rispondi)
 
manuelazen
manuelazen il 09/07/12 alle 23:11 via WEB
Ciao Marco, avevo letto questa mattina il memoriale di tuo nonno, mi ha lasciata una sensazione di disagio che non sono riuscita a scacciare. Tutti noi, che non l'abbiamo vissuta, presumiamo di sapere cosa sia la guerra... Ogni volta che leggo narrazioni affini la mia reazione è la stessa: la nausea, il nodo alla gola, la rabbia, il senso di impotenza, il sapere di non poter far nulla per gli uomini che hanno sopportato simili orrori, sono gli stessi. Non so se mio nonno, morto quand'ero bambina, avesse vissuto ciò che scrisse tuo nonno, certo qualcosa di simile. Mi ricordo che mio padre si rivolgeva a lui (suo suocero) chiamandolo: "Cavaliere", cavaliere dell'ordine di Vittorio Veneto, perchè aveva combattuto trentenne nella I guerra mondiale. Non voglio giustificare con l'orrore vissuto in guerra il modo di essere di mio nonno che mi spaventava. La responsabilità personale nel determinare ciò che diventiamo in conseguenza delle esperienze vissute non va mai misconosciuta; ma non mi riesce nemmeno d'ignorare come l'esperienza del conflitto mondiale possa aver contribuito ad esasperare debolezze ed aspetti negativi di alcuni uomini. Non posso che condannare una volta di più la crudeltà insita nell'inviare degli uomini a combattersi gli uni cogli altri. Gli effetti della bestialità della guerra non ricadono solo su chi prende in mano un'arma per sparare o su chi viene ucciso, ricadono anche sulle generazioni successive che si ritrovano con dei familiari profondamente cambiati da quell'esperienza e a volte non possono neppure dichiararsene orgogliosi. Qualcuno potrà mai restituire l'integrità, la dignità, la speranza di ciò che la guerra e la violenza alterano e sottraggono?
(Rispondi)
 
 
sagredo58
sagredo58 il 10/07/12 alle 00:02 via WEB
Nulla e nessuno possono restituire quello che la guerra toglie.
(Rispondi)
 
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