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Messaggi del 06/06/2017

 

Scoperta di un luogo suggestivo – Frammenti d’Anfora, I-III secolo d.C.

Post n°7847 pubblicato il 06 Giugno 2017 da sagredo58
 
Tag: Roma, teatro

 

I resti delle anfore hanno permesso agli studiosi di stimare che tra il I ed il IV secolo le anfore olearie importate a Roma sono circa 87 milioni.

Un bel numero!

Corrispondente a più di 6 milioni di tonnellate d'olio.

 

Ci vuole tutta l'organizzazione dell'Impero romano per gestire quella che oggi indubbiamente definiremmo una discarica collocata nella pianura alle falde sud-orientali dell'Aventino destinata alla collettività.

Un accumulo di tale quantità di frammenti d'anfora è possibile solo grazie ad un'attenta sistemazione dei cocci gestita dai Curatores, i funzionari addetti alla pianificazione della discarica,:

  • rampe di accesso e stradine, per far salire e circolare i carri con resti di anfore non più utilizzabili;
  • muretti a secco, per contenere l'enorme spinta del carico di cocci, costruiti anch'essi con anfore private del piede, riempite di frammenti, disposte orizzontalmente a costituire un basamento.

 

Un cumulo ordinato e gestito di anfore spezzate per casi quasi tre secoli che produce?

Inevitabilmente un ammasso di anfore frantumate ...

Un monte di terracotta.

Che detto in latino diventa un monte Testaceus.

Quello che oggi si chiama Monte Testaccio, nell'omonimo quartiere.

 

Ovvero un Monte de cocci!

Come popolarmente è sempre stata chiamata questa discarica di 2000 anni fa.

 

 
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Scoperta di un luogo suggestivo – Anfore Olearie, I-III secolo d.C.

Post n°7846 pubblicato il 06 Giugno 2017 da sagredo58
 
Tag: Roma, teatro

 

Tutti questi segni sulle anfore sono stati approfonditamente studiati.

Secondo alcuni studiosi l'80-85% delle anfore che transitano per l'Emporium sono anfore olearie, sferiche, pesanti e rozze, alte circa 75 cm, con un diametro di 55 cm, contenenti in media 73 Kg di olio, pesanti a vuoto 20-25 Kg.

 

L'olio proveniente dalla Spagna e dall'Africa contenuto nelle anfore, una volta sbarcato è travasato negli enormi Dolia, una sorta di cisterne poste all'interno degli Horrea, i magazzini.

Il Dolium è un contenitore di terracotta di forma sferica, con altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri nel punto di massima espansione, la sua capacità è di circa 1.500-2.000 litri.

 

Che ci si fa con le anfore olearie una volta travasato il loro contenuto nei Dolia?

La superficie interna delle anfore non è smaltata, è porosa e s'impregna del liquido contenuto.

Le anfore non sono riutilizzabili, il vino prende d'aceto, l'olio irrancidisce.

Le anfore finito il loro viaggio, svuotate sono buttate via.

 

Le anfore sono ridotte in frammenti, in alcuni casi questi frammenti sono riutilizzati nell'edilizia:

  • per alleggerire il nucleo cementizio delle volte, ad esempio, come nel circo di Massenzio sull'Appia;
  • oppure, triturate e miscelate a sabbia, calce e pozzolana, per ottenere il cocciopesto, una malta destinata a impermeabilizzare gli ambienti umidi o destinati a stare in contatto con l'acqua, come nel caso di acquedotti e impianti termali.

 

La stragrande maggioranza dei frammenti di anfora sono gettati via, o meglio ordinatamente accatastati dopo essere state ricoperti di calce, che:

  • assorbe i residui d'olio che, colla decomposizione, genererebbero odori nauseabondi;
  • assicura un ottimale consolidamento dei materiali.

 

 
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Scoperta di un luogo suggestivo – Anfore, I-III secolo d.C.

Post n°7845 pubblicato il 06 Giugno 2017 da sagredo58
 
Tag: Roma, teatro

 

Come si trasportano all'epoca dell'antica Roma gli alimenti liquidi?

In anfore, vasi di terracotta a due manici, di forma affusolata quelle romane; globulari e panciute quelle andaluse, cilindriche quelle africane.

 

Come si costruiscono le anfore?

Nelle Figlinae, le fabbriche d'anfore, il vasaio lavora il corpo dell'anfora alla ruota, un disco ruotante, quindi la lascia essiccare.

Chiude il foro terminale con una palla di argilla o un puntale, quindi applica il collo e le anse, i manici.

Segue la cottura al forno.

Si producono anche i coperchi, dischi di argilla con il bordo esterno più rigonfio e un peduncolo al centro, che vengono sigillati con resina e pece.

 

Sull'anfora si applica il bollo di fabbrica della Figlina che l'ha prodotta, con cui s'incide l'argilla ancor fresca dell'anfora:

  • al positivo (caratteri sporgenti) o al negativo (caratteri rientranti),
  • quasi sempre apposto sulle anse dell'anfora;
  • lungo da tre a sei centimetri;
  • abbellito da figure di fantasia, delfini, stelle, allori, croci, frecce, edere.

 

Quindi con un pennello intinto in un colore nerasto resistente all'acqua, il minio, un ossido di piombo, o l'atramentum, una sostanza catramosa, si scrive il Titulus pictus, ovvero la specifica del contenuto e il tipo di spedizione, per la burocrazia doganale e fiscale:

  • nomi dei commercianti (mercatores),
  • peso dell'anfora (tara),
  • peso dell'olio contenuto (peso netto),
  • datazione consolare,
  • città di origine,
  • nome del prodotto e del produttore,
  • nome di chi confermava il peso netto (scriptor).

 

Altre scritte sono per la contabilità dei magazzini, compaiono inoltre dei graffiti:

  • aneddotici, in fondo al ventre (firma officinatores);
  • con una solo sigla o lettera sul ventre, segni di riconoscimento dei lavoranti;
  • numerali apposti sul collo, quasi tutti del III d.C., forse relativi alle fasi di cottura.

 

 
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