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Messaggi del 10/07/2017

 

Miniera su un Palcoscenico – Dall’interiorità femminile alla fatica maschile

Post n°7943 pubblicato il 10 Luglio 2017 da sagredo58
 

Con questo suo viaggio di ricerca la Linke si dedica al silenzioso osservatorio dell'interiorità femminile.

Poi all’inizio degli anni ’90 lo abbandona per dedicarsi al fragoroso universo del lavoro maschile, perché lo dice lei stessa:

Volevo mostrare con la danza l' attitudine maschile, quel misto di comportamento e vocazione che il maschio esprime nel lavoro di fatica.

 

Le sue coreografie ora affrontano il confronto fra la fisicità maschile e lo sguardo femminile su un mondo virile.

Di conseguenza si sviluppano nuovi lavori che riflettono sulla precarietà delle creazioni di danza contemporanea e lavori che cercano una sempre maggiore compenetrazione con le altre arti, specialmente con uno sviluppo spaziale della scena.

 

Lo spettacolo di teatro-danza che segna il cambio di stile e prospettiva di Susanne Linke, in cui si evidenzia quello che si è chiamato il confronto fra la fisicità maschile e lo sguardo femminile su un mondo virile, è Ruhr-Ort, il "Luogo Ruhr", del 1991, pensato solo per ballerini.

Due uniche immagini, nello spettacolo, lasciano che l' immagine maschile e femminile si sovrappongano, confondendosi, complici i lunghi capelli che un ballerino si scioglie sulla scena.

Dice la Linke:

 

L' ho fatto per sottolineare che, comunque, dentro ogni uomo non c' è solo un animus, ma anche un' anima, una parte maschile e una parte femminile. E perché questo tema, il tema dell'ambiguità sessuale, sarà al centro del mio prossimo spettacolo. 

 

 
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Miniera su un Palcoscenico – Susanne Linke

Post n°7942 pubblicato il 10 Luglio 2017 da sagredo58
 

 

Una miniera su un palcoscenico?

Quest'anno Susanne Linke, danzatrice e coreografa tedesca, ha rielaborato, dopo 26 anni, il suo spettacolo di Teatro-danza Ruhr-Ort in Renegade.

 

Susanne Linke (1944), da adolescente soffre di problemi all'udito e conseguenti difficoltà d'espressione del linguaggio che ne ritardano lo sviluppo.

Saranno proprio queste iniziali difficoltà che la spingeranno a cercare nuove forme di comunicazione nella danza e coreografia.

Verso i vent'anni, nel 1964, inizia a interessarsi alla danza prendendo lezioni nello Studio di Mary Wigman a Berlino.

Da lì in poi comincia a sviluppare un proprio linguaggio coreografico e una personale ricerca che la porta alla creazione di assoli di danza.

Non ha una sua compagnia stabile, ma uno studio, in cui lavora, insegna e allestisce i suoi spettacoli.

Volendosi confrontare con scuole esterne all'ambiente della sua formazione è spinta a cercare nuove collaborazioni con formazioni internazionali:

  • la José Limón American Dance Company (Also Egmont Bitte, 1986);
  • il Groupe de recherce Coreographique dell'Opéra di Parigi (Jardin Cour, 1988).

 

 
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Miniera su un Palcoscenico

Post n°7941 pubblicato il 10 Luglio 2017 da sagredo58
 

 

Mestiere difficile quello del minatore, imparagonabile per fatica e rischio a qualsiasi altro.

Le testimonianze che ho raccolto, "minerabondo" che sono, ovvero vagabondo delle miniere, da vecchi minatori, nelle tante visite a miniere abbandonate, la maggior parte in Sardegna, ma anche nel resto d'Italia, in Francia ed in Germania, sono concordi su diversi aspetti:

  • la durezza del lavoro,
  • la "distanza sociale" dai capi, segnata perfino dagli impianti urbanistici dei villaggi minerari;
  • il fatto icxredibile che questo lavoro, per quanto faticoso, difficile, rischioso, piaceva.

 

Nel ricordare i tanti ex minatori con cui ho parlato ho davanti agli occhi uno di loro, un vecchio incurvato e calvo che ho incontrato ad Ingurtosu, una delle prime volte che ho visitato questa piccola cittadella mineraria ridotta a città fantasma.

Nella mia memoria ho reso sue le parole dei molti di cui non ricordo più le facce.

 

Quest'anno mia figlia, ben sapendo di questa mi passione, mi ha condotto in un'ennesima miniera ...

Questa volta allestita su un palcoscenico!

 

 

 
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Mediatore culturale museale – Mia Figlia

Post n°7940 pubblicato il 10 Luglio 2017 da sagredo58
 

 

Concludo lasciando la parola a chi questo lavoro lo sta sperimentando, mia figlia, alle sue prime esperienze di mediatrice culturale

 

Mediare non è un gioco da ragazzi, bisogna conoscere molto bene ciò che si vuole mediare, un quadro, una scultura, un'installazione, una performance.

Ancora più difficile è conoscere dal vivo, in poco tempo chi fruisce della mediazione, questo per poter offrire un servizio che vada oltre le parole, oltre la visita guidata.

È necessario porsi domande, essere critici con ciò che ci circonda, opere e fruitori delle stesse.

 

A Venezia i mediatori hanno una t-shirt di riconoscimento rossa con sopra alcune parole chiave stampate a lettere cubitali:

  • camminare,
  • ascoltare,
  • dialogare,
  • conoscere,
  • osservare.

 

Verbi che se vanno da soli non valgono niente, ma insieme formano l'anima della mediazione culturale.

 

Mi auguro che con i nuovi musei e le nuove forme di fruizione aumentino le professioni nel settore dei beni culturali.

 

Mi auguro che mia figlia e tutti gli studenti delle Accademie delle Belle arti non debbano subire discrepanze tra le varie professioni dei beni culturali, disomogeneità di trattamenti e che le venga garantita l'apertura ai vari concorsi pubblici all'importante professione dei Mediatori culturali museali che per negligenza, da anni, non viene conosciuta e riconosciuta.

 

 
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