Community
 
sonsciopaa
Sito
Foto
   
 
Creato da sonsciopaa il 02/10/2006

dammi una sigaretta

il contenuto del mio portacenere

 

 

Post N° 31

Post n°31 pubblicato il 28 Aprile 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

It's closing time?

 
 
 

Ultimo boccone

Post n°30 pubblicato il 09 Aprile 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Scuro è tutto quello che mi sta di fronte, fuori dal mio albergo silenzioso, esco sul marciapiede e conto i passi che mi dividono dalla piazza e sono tanti ma basta dividerli per tre e diventano pochi, e non mi stanco mai perché tre sono i sorsi di gin che mi rimangono e voglio berli nello spazio aperto e nelle ombre di piazza Vittorio, non qui tra questi palazzi nella via col nome del principe, voglio Vittorio, voglio bere con Vittorio che quasi mi ci sento amico e fratello e figliol prodigo, perché torno da lui, da lei, dalla piazza.

Piazza Vittorio è un pretesto alla felicità, ma questo non lo sapevo ancora quella notte, e ormai potevo vederne i contorni, io e le mie gambe tre avevamo raggiunto e girato l’angolo e volevo subito ripararmi sotto i portici sbilenchi, come diceva il poeta, o squilibrati, ora non ricordo e certamente nessuno di voi ricorda il poeta; i portici di Piazza Vittorio dove all’improvviso non ti sembra Roma ma ti sembra Torino, ti viene in mente Bologna, ti immagini altre piazze ma vorresti essere lì dove stai; i portici di piazza Vittorio dove l’eco di un bastone che saltella è il rumore d’una scarica di mitra che giustizia la solitudine, i portici di Piazza Vittorio dove lo sporco che è amico della morte ti ricorda che siamo sotto questo cielo e che il cielo sopra di me non si vede e che non esiste legge morale. Sotto i portici di piazza Vittorio quella notte non c’era nessuno, ma tanti mi hanno detto e riferito, perché io non posso averlo visto, che di giorno è tutto un formicaio sotto i portici, la gente ha buste piene di colore azzurro piene di mercato, del vicino mercato, gruppi di uomini da ogni luogo del pianeta parlano della vita nel loro idioma caciarone di parole impronunciabili, i fazzoletti delle donne ammazzano il grigio dell’intonaco eternamente macchiato, e vecchie cartomanti leggono futuri ancora da decidere e la sedia di fronte ai loro tavolini non è mai vuota e alle vetrine sudano polli grassissimi sugli spiedi, e gli odori di piscio e gli angoli di sporco e di nero e di città si mischiano all’odore di cibo speziato e pane cotto sottile e caffè alla cannella; e io tutto questo non l’ho mai visto ma è come se l’avessi visto perché piazza Vittorio è un pretesto alla felicità e trovi sempre qualcuno che ci ambienti una storia, che la racconti, che ci spenda parole.

Parole non se ne sentivano quella notte, non c’era spazio, solo la sventagliata e gli spari del mio bastone a punta che cessano solo quando mi fermo per decapitare il rapace e estrarre la boccetta e bere un sorso di gin caldo e trasparente in questa notte senza cielo, sotto i portici, in questa notte calda e trasparente. Gli angoli di una piazza sono tutto quello che serve perché una piazza esista, e gli angoli di Piazza Vittorio sono la luce e i colori dei fiorai, sono l’inutilità dei fiorai aperti tutta la notte, come se qualcuno regalasse ancora fiori, e perlopiù la notte, ma in fondo sono un promemoria al sentimento, al sorriso di una donna, ai baci sulla bocca, alle poesie di Baudelaire, dove la città è cattiva ma ci incontri anche cigni in difficoltà. Come quando si interrompe la musica, come l’ultima passeggiata sulla tastiera del bandoleon di un tanghero assonnato, proprio così è il silenzio adesso, senza il mio bastone e senza fucili, tutto spento o in attesa, e quando si aspetta può esserci anche la guerra o il temporale, ma non si sente nulla, non si muove nulla.

Nulla mi aspetto da questa notte, ma c’è attesa sotto i portici di piazza Vittorio, aspettano i palazzi e i lampioni e i binari del tram dritti come spaghetti; c’è attesa da tagliare a fette come si taglia a fette un albero perché bruci meglio, e anche gli alberi della piazza aspettano, e la discesa che porta a Monti e ai Fori imperiali aspetta, il profilo austero di Santa Maria Maggiore aspetta, le storie dell’ingegnere su via Merulana aspettano, la gloria delle rovine abbandonate e sporche di Porta Maggiore aspettano e, se togliete me, tutto il resto aspetta, tranne me tutti i contorni, tutti i perimetri possibili di questa notte aspettano.

Aspettano le pietre soprattutto, e io non aspetto nulla, non aspetto nulla ma sono pietra anch’io, come loro mi dispongo all’ascolto e alla vista nel silenzio e nell’immobilità a cui il caldo ci costringe, e sono calde anche le pietre, soprattutto le pietre che fanno girotondo al giardino di piazza Vittorio, sotto la ringhiera, vicino alla fontana; ma nemmeno l’acqua che scorre fa rumore, nemmeno lei ha tempo per raccontare.

Per raccontare ho il tempo io però, che non aspetto nessuno ma sono disposto alla vista e i miei occhi trasparenti come il gin e a causa del gin vedono bene, e vedono che la fontana non è sola, che qualcosa si muove vicino a lei, che forse c’è vita questa notte, qui davanti a me, accanto alla fontana, vicino al rumore dell’acqua che scivola sottoterra, giù nel fondo, dove non so.

Non so se è vita o se è il gin, ma c’è una figura che si muove vicino alla fontana, e quella figura è una figura di donna, l’ombra di una donna e io non so cosa ci faccio lì e sono sicuro di non aspettarmi nulla da questa notte, ma sono le pietre ad aspettare, sono le pietre la figura dell’attesa e in fondo l’attesa è sempre attesa del miracolo dell’apparizione. Aspettano altro queste pietre, aspettano quello che a me, questa notte, è concesso di vedere, una donna con i capelli lunghi e neri come per Campana, come per Gozzano hanno le donne, i capelli lunghi e neri come una cascata di lava fredda che scendono e si sollevano perché la mia donna danza, danza a piedi nudi sulle pietre calde e danza come danza un filo di fumo che sale dal comignolo di una casa nel disegno di un bambino. Ora lo so cosa aspettano le pietre di Piazza Vittorio, perché piazza Vittorio è un pretesto alla felicità e questo lo sanno tutti quelli che l’hanno camminata di notte, e addio alla grammatica, le piazze si camminano perché camminare è verbo transitivo; e le pietre di piazza Vittorio è risaputo che non camminino, ma sanno aspettare e sanno bene cosa aspettare, e c’è una donna che danza su di loro, a piedi nudi e capelli sciolti, e mi si piegano le gambe, le due che si muovono, e devo appoggiarmi alla terza, quella rigida e appuntita, al mio bastone con la testa da rapace, devo appoggiarmi al gin che mi corre dentro come corre l’acqua al sottoterra, devo appoggiarmi a loro per non scappare subito, per restare a guardare, per imparare anche io e finalmente e per certo che Piazza Vittorio è un pretesto alla felicità,e che la felicità si incontra senza attenderla e si incontra una volta sola e non si può raggiungere.

Raggiungere e sfiorare la vorrei, la donna dai capelli neri di lava fredda, ma non posso muovermi e per un istante esistono solo i suoi piedi che modellano le pietre, che saziano la loro attesa, che pagano il loro essere pietre da sempre ed essere nate pietre per farsi ballare sopra, per essere palcoscenico di una danza, per essere l’inizio di una danza e di un miracolo e della felicità; e si muove, la mia donna, e i suoi piedi sono piccoli e bianchi, e non le vedo il viso ma non mi serve il viso, mi basta che ancora siano nuvola di lava quei capelli al vento caldo, che ancora disegnino forme quei piedi bianchi sulle pietre calde, che tutto continui, che niente cambi, che l’acqua scorra e che la notte resti notte e che io resti sveglio e qui, sotto i portici di Piazza Vittorio, a respirare il caldo e questa spremuta di vita e di poesia e di bellezza, tutta per me, tutta mia, tutta bellezza da far bagaglio.

Bagaglio non ne porto con me, e oggi parto e vado via e il mio congedo è quello del viaggiatore cerimonioso, come direbbe e ha detto così bene Caproni; vado via anzi scendo, porto questo mio piccolo bagaglio con me e scendo dal treno in cui sono sempre stato e saluto tutto quello e tutti quelli che mi hanno accompagnato, ormai sono a destinazione e buon proseguimento, ormai ho visto la bellezza e non c’è più spazio per me qui, non per me. E tutto questo lo capisco perché la danza è finita, e i piedi non si muovono più, e la lava fredda dei capelli è adesso preda del vento caldo ma non del movimento; perché la danza è finita e io chiudo tutto, chiudo me stesso e butto via le chiavi, vado via da me, esco da me; e lascio pure Piazza Vittorio e l’Esquilino e pure Roma di cui questo quartiere sembra non far parte, lascio trascorrere quanto resta di questa notte e questo rimasuglio di notte lo voglio spendere per raggiungere un altro treno ed essere presto lontano, questa notte vado via e torno tra dieci anni.

 

Dieci anni sono passati come passano le processioni sotto i balconi del corso nei paesi del sud, e li ho visti sfilare e sfilare senza bellezza. Perché la bellezza l’ho vista quella notte a Piazza Vittorio, e non la aspettavo ed era solo per me. Qualcuno ha scritto che se in un racconto compare nella prima pagina un fucile, prima dell’ultima pagina quel fucile dovrà sparare. Io non ho una buona mira e in queste pagine non ci sono omicidi, ma devo far sparare ancora una volta il mio bastone prima di far tacere questo lamento o questo inno, perché io non lo so cos’è; e il mio bastone non potrà più seguirmi, e il mio bastone resterà qui, nel silenzio vecchio di dieci anni di questa notte a Piazza Vittorio, oggi che finalmente mi sono ricordato che la felicità non è che un pretesto, uno schizzo dalla fontana a raffreddare pietre in attesa, pietre che da sempre aspettavano una zingara che le invitasse a ballare.

 
 
 

un altro po'...

Post n°29 pubblicato il 08 Aprile 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Fa caldo anche ora ma quella notte di dieci anni fa non era questione di temperatura o di umidità, era che si scioglieva il cervello ed evaporava il sangue e io qui ci lavoravo, poco più avanti, in un’altra strada col nome di un principe che non ho il tempo di ricordare; io ci lavoravo di notte perché di giorno non riuscivo a stare sveglio, perché di casa uscivo che era già buio e ritornavo quando era appena spuntato il sole, perché non vedevo l’ora di appoggiare il mio letto al bordo della finestra aperta e addormentarmi in quella vasca di sole e di luce e di sonno, che poi sonno e sole cominciano uguali e forse lo ho già detto, ma non è un caso, nulla è per caso, mai.

Mai avrei dovuto farlo, perché era vietato, ma quella notte c’era troppo caldo e io volevo camminare e provare il bastone nuovo di legno scuro e appuntito, appena comprato e già pieno di gin, e pure io ero già pieno di gin, e l’aria era piena di caldo ed era tutto colmo di vento caldo e non si respirava che quel vento e la gola raschiava e il gin seccava ancora di più il mio respiro e io volevo provare il mio bastone nuovo sulle pietre di piazza Vittorio. E nemmeno vi ho detto che lavoravo in un albergo, come dice la canzone facevo come San Pietro e davo le chiavi di piccoli minuscoli paradisi a tutti coloro che avessero voluto far l’amore, o guardare la tv, o dormire, loro che potevano, di notte. E io lavoravo solo di notte che di giorno dovevo dormire, e quella notte era così caldo, l’albergo così calmo e silenzioso, il mio bastone così nuovo e il gin così trasparente che io dovevo andare sulle pietre di piazza Vittorio a battere il mio bastone appuntito e a bere l’ultimo sorso di gin e ad aspettare che arrivasse la luce, veloce.

Veloce era passato l’ultimo tram, quello che va verso Porta Maggiore dalla stazione, lo stesso che dieci anni dopo, oggi, mi ha portato qui; veloce era passato quel tram con tutto il suo rumore di ferro e ruggine e vibrazioni, veloce era passato l’autista che voleva tornare a casa a dormire anche lui, lui che forse ci riusciva a dormire di notte. Ma io non ci riuscivo, e l’albergo era così vuoto e silenzioso come un albergo vuoto che me ne fottevo dell’ordine perentorio di mai abbandonare il luogo di lavoro, me ne fottevo del lavoro, me ne fottevo di scappare; perché era caldo e io non avevo più tempo per stare fermo e c’erano delle pietre da raggiungere e la camicia si attaccava alla pelle e la mia pelle profumava di voglia e desiderio di staccarsi la camicia da dosso, di non avere camicia, desiderio che le camicie nel mondo nemmeno esistessero più.

Più lo vedi il caldo e più lo senti, e quella notte era caldo il cielo, caldi tutti i muri, notte di stelle e senza luna e pure le stelle come lampadine mandavano calore e non luce e poesia; e caldo era l’asfalto e calde le vetrine dei cinesi, mute, tristi come un presepio fuori stagione; calda, bollente, liquefatta la maniglia della porta dell’albergo e se la apro sono fuori e sono finalmente sulla strada a far saltellare e battere il mio bastone dalla punta appuntita e il gin saltella anche lui e mentre si agita il gin mi tranquillizzo io, perché finalmente il mio bastone nuovo mi convince che il numero giusto delle gambe di un uomo è tre, due flessibili e una rigida, due di carne e una di legno appuntito e scuro.

Continua...

 
 
 

A puntate, come si faceva una volta.

Post n°28 pubblicato il 07 Aprile 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

“Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story”. Così comincia il racconto di un altro, non il mio, io non ce li ho nemmeno trentacinque anni, ma a volte me ne sento il doppio; e per quando me ne sento il doppio ho comprato un bastone da passeggio di legno scuro con la punta affilata e il manico a testa di rapace, e la testa del rapace si svita e dentro c’è una fiala, una provetta lunga e sottile, una piccola sinuosa bottiglia come la zanna di un tricheco, e dentro la bottiglia ci tengo sempre due o tre sorsi di gin, che quando ti senti il doppio di trentacinque anni e vai a passeggio a volte ti viene voglia di sentirti un doppio gin in corpo, nelle vene, sulle tempie.

E le tempie le avevo coperte di capelli fino a qualche anno fa, e forse anche questo aiuta a farmi sentire addosso il doppio dei trentacinque anni che nemmeno ho, ma non ci faccio caso alle tempie vuote che i capelli ostruiscono l’uscita dei cattivi pensieri e impediscono l’arrivo della luce del sole.

Ma poi quanto tempo sarà che non la vedo davvero, la luce. Io non so fare nulla di quello che le persone fanno di giorno, forse qualche dispositivo mi è stato montato al contrario e io con la luce prendo sonno, con la luce mi accascio, con la luce non mi capisco proprio più.

Più di dieci anni che non torno qui, che non calpesto queste strade. Nemmeno Ulisse è stato via così tanto, ma almeno lui aveva qualcuno che lo aspettava al ritorno e io che in Grecia ci sono stato lo so che in greco ancora oggi ritorno si dice νοστος, e così si diceva pure quando c’era Omero, anche se Omero non è mai esistito, mi hanno detto in Grecia, e le città si sono date battaglia per i suoi natali e hanno fatto le guerre per essere riconosciute patria di uno che nemmeno è mai esistito. Ma Troia la hanno trovata, i resti non umani si trovano sempre, e degli umani rimangono solo le parole e Omero ne ha lasciato tantissime e una è arrivata fino a qui, alla mia penna, fino a qui. La parola per dire ritorno che resiste dura come pietra fino a qui, al mio ritorno qui, a queste strade qui che erano le mie strade e che lo sono ancora e dove ho preso quella brutta malattia che mi fa venire il sonno col sole, che anche se le due parole cominciano uguali e per me si assomigliano, la maggior parte delle persone le considerano appartenere a mondi diversi e dissimili e incompatibili tra loro.

Loro, queste pietre che oggi sono tornato a calpestare con le mie due gambe e con la terza di legno scuro appuntito; loro le pietre forse se lo ricordano dell’ultima volta che sono stato qui, perchè io non mi ricordo più nulla, perché io la boccetta del gin la tiro fuori spesso; però forse nemmeno Ulisse si ricordava per bene l’ultima notte con Penelope, che anche lui ne ha viste succedere di cose durante la sua assenza e uno mica può trattenere tutto.

Tutto quello che ricordo di questa piazza è il nome, ma non lo avevo mai richiamato alla mente prima di questa notte. Ed era notte anche l’ultima volta che sono stato qui, e non poteva essere altrimenti, che io di giorno dormo o mi nascondo dietro pesanti tende; e ora il nome me lo ricordo perché lo sto pronunciando piano piano sulle labbra, e insieme ai nomi vengono sempre fuori le facce, e insieme alle facce più nulla, perché il nome e la faccia sono tutto il necessario, il bagaglio essenziale, e a me piace viaggiare leggero. Piazza Vittorio, che poi il nome è più lungo ma quasi nessuno lo conosce più, e del resto nemmeno io sono sicuro di ricordarmelo, e se è giusto il nome che mi ricordo, bhè, preferisco essere convinto di non ricordarlo. Piazza Vittorio, Piazza Vittorio e tutti nomi di principe e nobili qui intorno, tutti così antipatici tutti così scostanti; perché io non sono mai stato nobile, e nemmeno gli aggettivi nobili mi piacciono, e non voglio essere cortese né gentile né cavalleresco né magnanimo. L’unica cosa che mi avvicina a principi e re è che anche loro a volte finiscono in esilio, ma loro sono spediti a calci in culo da sudditi che non li sopportano più, mentre per me è stato diverso, io sono andato via perché non potevo più restare, io sono andato via perché dopo quella notte era giusto che andassi via, io sono andato via perché non c’era più bellezza disponibile per me dopo quella notte di bronzo di dieci anni fa.

Continua....

 
 
 

Post N° 27

Post n°27 pubblicato il 19 Febbraio 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Forse era Tozzi (no Umberto, ragazzi!) che scriveva che i soldi sono come le persone, le banconote intendo, tutte diverse, rovinate alcune, fenomenali e splendenti altre, tagliate a volte, irremediabilmente strappate in certi disperati casi.

Io non sono del settore, davvero non saprei.

C.

 
 
 

Post N° 26

Post n°26 pubblicato il 29 Gennaio 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Io non sapevo che a partir per nave

tutta la terra se n'andasse via.

E tu?

C.

 
 
 

Post N° 25

Post n°25 pubblicato il 13 Gennaio 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

"Manca il sale

del mondo: il sole"

direbbe il poeta, ma i poeti hanno sempre la camicia fuori dai pantaloni.

Se li hanno. I pantaloni.

Legato per le bretelle alle parole,

sospendo e trattengo,

un po' il fiato, un po' il cuore.

Un po', o un Pò, cioè un fiume.

Sono un fiume e divido  il Paese.

Ma vattene, va', va'.

C.

 
 
 

Post N° 24

Post n°24 pubblicato il 09 Gennaio 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Schiaccio un pisolino, ma il più delle volte rimango schiacciato.

Esco un po', giusto per buttare la spazzatura.

Poi mi travesto da alterco con l'autista dell'autobus, e automaticamente mi autorizzo ad aver ragione.

Chissà se c'entra qualcosa lei,

oh,

la verità, vi prego, sull'amore!

C.

 
 
 

Post N° 23

Post n°23 pubblicato il 08 Gennaio 2007 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

"...come quando gli uccelli se ne migrano

lasciando il loro nido..."

C.

 
 
 

Post N° 22

Post n°22 pubblicato il 29 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Non è che mi lamenti,

ma nemmeno Mirta oggi mi capisce;

che poi ci prova pure,

e mi fa carezze di muso sulla faccia,

e suggerisce poesie alle mie braccia,

ma non mi capisce,

nemmeno lei,

nemmeno un po'.

Mi gratto

la schiena

da me.

C.

 
 
 

Post N° 21

Post n°21 pubblicato il 23 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Fishes are jumping,

e oggi, più solo di sempre da che ho braccia per abbracciare,

e oggi solo questo conta.

Che i pesci saltano, e ognuno ha il suo giocattolo.

C.

 
 
 

Post N° 20

Post n°20 pubblicato il 17 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Mi arrotolo stretto stretto in questo continuo rimandare, che quasi soffoco, che quasi gemo.

Mica è vero che i gatti cadono sempre in piedi,

mica è vero che le tartine imburrate cadono sempre dalla parte del burro.

E poi mica tutti devono cadere, basto io e le mie cicatrici non le spiego al primo questuante venuto.

Non c'è nulla di quello che avrei voluto e mi va profumatamente bene così.

Vorrei accucciarmi sulle mensole che ancora non ho, negarmi alla vista con le tende che ancora non trovo, bagnarmi nell'igiene di questa stanza che è asciutta di polvere e catrame.

Soprattutto catrame, che quello mi capita in sorte.

Autorizzo chiunque a dirmi di no.

Anzi, comincio io.

C.

 
 
 

Post N° 19

Post n°19 pubblicato il 14 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Dall'altra parte arrivano discorsi dissossati, arrivano come la luce di due stanze fa.

Ho scoperto delle ciglia lunghe, lunghissime.

Ho visto quanto ribelli possano essere i capelli (purtroppo e per fortuna non i miei)

Le vene scure sulle palpebre sottili sembrano disegnare antiche mappe, inchiostro di sangue su pregiata pergamena.

Poi ride e viene da ridere pure a me;

mai l'ho vista piangere, ma so che verrebbe da piangere pure a me.

Devo guardarmi le spalle, ma finisco sempre ad immaginare le sue.

A volte sono ridicolo;

le altre volte lo siamo entrambi.

Sapessi soffiare fuori il fumo come sapeva farlo lui,

forse avrei più parole da scrivere.

C.

 
 
 

Post N° 18

Post n°18 pubblicato il 02 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Travestito da ombra di lucertola, rosicchio all'inverno questo stretto torsolo di sole.

La quintessenzadellamerda oggi parla da un palco, sbraita e strilla, in una piazza che non dovevamo lasciargli calpestare. Proprio no.

Ed io non so cibarmi solo di cinema, anche se lì c'è tutto quello che mi serve: caldo e buio, il culo protetto, velluto sotto le unghie se stringo forte.

Sono nato buono e mi sono trattenuto da quelle parti per un po'. Poi ho indossato il mio primo cappello.

Che la solitudine, mi dicevo, si vince con un cappello nuovo.

Ora mi lacrimano le mani, e nessuno riesce a farmi piangere dagli occhi.

Forse Hrabal,ma lui è stato nella cittadina dove il tempo si è fermato.

Io invece non ho zii che mi regalino storielle oscene, nè frammenti di passato o consigli che sia meglio non seguire.

Ma dove va a nascondersi, a volte, la paura?

C.

 
 
 

Post N° 17

Post n°17 pubblicato il 01 Dicembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Avevo diciasette anni, qualche brufolo, e cantavo delle canzoni che canterei ancora.

Una voce al telefono mi dice che mi sto spegnendo, lentamente.

Un tempo intrecciavo parole come si intrecciano le lingue di palma per pasqua, ora non so stringere nemmeno la penna,non so accarezzare un foglio.

Sono un illusionista convincente,

ed ottimista meglio.

C.

 
 
 

Post N° 16

Post n°16 pubblicato il 27 Novembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Mi piaceva rompere il guscio delle mandorle,

arrivare al cuore

delle mandorle.

C.

 
 
 

Post N° 15

Post n°15 pubblicato il 14 Novembre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Come me Vladimir sapeva parlare con gli animali, ogni volta che incontrava un gatto subito tendeva un dito e toccando il musetto allacciava una comunicazione col gatto e diceva: Dottore, chi fa amicizia con gli animali fa amicizia gratis con Dio, e così in un colpo solo collega e unisce l'infimo con l'altissimo e chiude il cerchio, proprio come da tutti quei rifiiuti della fabbrica,grazie a una grafica io volo veloce verso le raffiche più alte del mio spirito. Ah, ah...! E così accadde una volta che eravamo andati sopra la Kelerka, dove c'è lo stagno, che prima era con i salici come nella poesia di Erben, ed eravamo andati a vedere che aria tirava alla birreria Al Cane Parlante, dove c'era davvero un cane lupo che mandava i clienti a fare in culo in modo ben chiaro e pronunciava merda ancora più distintamente, tornammo attraversando il cimitero di Prosek, la terra consacrata era tutta infestata dall'edera, arrivammo alla chiesa di Prosek e siccome era aperta entrammo, perchè quella chiesetta aveva compiuto da poco quasi mille anni...e lì la donna delle pulizie spolverava le panche e l'accompagnava un bellissimo gatto, come quelli che piacciono a me, un gatto tigrato con le zampine e la pettorina bianche e il musetto rosa, il gatto camminava sulle panche e, quando la donna si inginocchiò e si mise a spolverare l'altare, con un salto la superò e salì sulla tribuna, si sedette accanto al campanello per l'elevazione e il suo sguardo era tale, che avrebbe potuto essere un chierichetto o il sagrestano o anche più, come temeva Vladimir... Poi la donna si inginocchiò e fece un profondo inchino e il gatto la seguiva, lei chiuse la chiesa ed entrò nella canonica e il gatto dietro. Quando la domenica io e Vladimir andammo a messa, le cose andarono come aveva previsto Vladimir. Alla messa lunga il gatto stava seduto accanto al campanello, guardava l'altare in un modo, che, quando dalla prima fila ci voltammo, vedemo che nessun viso umano esprimeva tanta devozione e tanta saggezza quanto quel gatto, perciò Vladimir mi sussurrò che il gatto, che guardava compiaciuto il parroco che celebrava la funzione, per un tiro di carambola era in comunicazione direttamente con Dio,e Dio,di nuovo tramite il parroco, era in diretto contatto col gatto, cosicchè in casi eccezionali i gatti precedono i credenti tiepidi, e in cielo dev'essere pieno di gatti. Quando Egon Bondy venne a conoscenza di questa considerazione, disse afflitto: Io me ne vado dritto a letto, porca puttana, ma dove la va a prendere questa roba, quello psicopatico? E invece a letto non ci vado, io schiatto qui, che venga a prendermi l'ambulanza, ma non quella normale, quella con il lampeggiatore blu sul davanti...questa sarà un'altra notte di quelle buone, cristto...!

J.H.

 
 
 

Post N° 14

Post n°14 pubblicato il 31 Ottobre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

A vivere col cuore dentro al naso non sono mica buoni tutti.

Una volta eravamo tre in una stanza tutta colorata. Io non avevo casa, non più affetti,nemmeno una direzione di riserva.Uno aspettava un bambino e non sapeva nemmeno sillabarla la parola padre. Uno aveva perso una storia d'amore di cento anni correndo dietro una spogliarellista con bambino. Con bambino.

Sono passati quasi nove mesi. Quel bambino che aspettavamo si annuncia, strombazza, comincia a salutare. Della spogliarellista non so nulla. Del bambino annesso nemmeno.

Io ho una casa, qualche direzione casareccia. Mi mancano solo gli affetti e, come sempre, il labbro superiore.

Suggerisco una ritirata, ma quando suggerisci a chi non sa sono più i danni dei benefici.

Sono passati otto mesi e non ho scritto una parola.

C.

 
 
 

Post N° 13

Post n°13 pubblicato il 26 Ottobre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa

Non Più San Pietro,

non più chiavi da consegnare.

Porci Padroni Fascisti.

C.

 
 
 

Post n°12 pubblicato il 18 Ottobre 2006 da sonsciopaa
Foto di sonsciopaa
"Ce n'hoabbastanza " di  Victor Cavallo
 

ce n'ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka

un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra

un pacchetto di marlboro.

E poi mangio l'amburg col pane tondo tostato e

bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due

arance con la vodka.

E poi esco e incontro la più grande figa della mia

vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca

rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non

fare nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare

nessuna cagata e di non andare in campagna

e di non occuparci della casa né della merda né dei

capelli né dei comunisti.

Io butto nel fiume il trench di mio fratello

io compro i biglietti per la partita roma-river plate

io raccolgo gli occhi nella spazzatura

io accompagno mio figlio nel paradiso totale

senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica

né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.

E lei scompare come le ore e appare come le ore

e me ne frego della pensione e me ne frego di morire

me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno

e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi

respirano e le nuvole di merda si spaccano

e da dentro partono razzi luminosi

e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura

né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti

e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo

e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra

e grido come un'arancia stellare

e viaggio nella luce dell'ananas e cago cicche d'oro

sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti

puliscicessi. Buttare via il tempo della vita

a lucidare i bidè e conservare i bicchieri

e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare

come i più stronzi prima di noi.

Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.
lei apparirà. Bruciando i tampax dell'anima sanguinante.

apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa

anima luminosa come arcobaleno puro

radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda

e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.

 

Victor Cavallo- da 1° Guida Poetica Italiana, 1979

 
 
 
Successivi »
 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Luglio 2014 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31      
 
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

ULTIME VISITE AL BLOG

porfrio5theoriginal34leolarkluigicostanzizeusdeo771Sammina4gabbermirkonat.lanzafalco58dglrobinio1931punkesteemshockportatilechelsea_morningannalisap82kitty_kat_meow
 

ULTIMI COMMENTI

sarà. Saluti C.
Inviato da: shockportatile
il 24/09/2007 alle 22:21
 
Già, il primo dei dimenticati. Saluti. C.
Inviato da: sonsciopaa
il 14/06/2007 alle 12:03
 
ciao, mi sono fermato per il nick e il titolo del blog......
Inviato da: wo_land
il 13/06/2007 alle 07:18
 
...continua a scrivere per noi...
Inviato da: audiogramma
il 25/05/2007 alle 10:04
 
NO... IT'S SHOW TIME!!!
Inviato da: harry_lime
il 14/05/2007 alle 13:33
 
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom