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Creato da manonsolospine il 15/07/2008

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Radio Vaticana, una perizia conferma il nessotra le onde delle antenne e i tumori nei bimbi

Post n°611 pubblicato il 13 Luglio 2010 da manonsolospine

C'è stata "un'associazione importante, coerente e significativa, tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini". All'incremento di questo rischio potrebbero aver "plausibilmente contribuito" anche le strutture di Maritele, sia pure "in modo limitato e additivo". Sono queste alcune delle conclusioni cui è giunta la perizia firmata dal professor Andrea Micheli e affidata in sede di incidente probatorio dal gip Zaira Secchi cinque anni fa perché si accertasse l'eventuale nesso di causalità tra le onde elettromagnetiche emesse dalle antenne di Radio Vaticana, a Cesano, e quelle del quartier generale della Marina militare, in localià La Storta.

La battaglia giudiziaria contro le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana è durata anni, con la Santa Sede che invocava l'extraterritorialità e reclamava il diritto a non essere giudicata dallo Stato italiano, e dall'altra parte i cittadini di Roma nord e di Cesano, vicini all'antenna di Santa Maria di Galeria, che lamentavano citofoni ed elettrodomestici che si trasformavano in ripetitori della radio, conversazioni telefoniche scandite dalle recite del rosario. «Molestie» denunciate dagli abitanti di Cesano già nel 1999, cui successivamente si aggiunsero gli esposti per le malattie che sarebbero state provocate dal superamento dei limiti di emissione delle onde elettromagnetiche. Citati in giudizio nel luglio 2000, gli imputati ottennero prima la sospensione del processo per un difetto di giurisdizione legato a questioni di procedibilità disciplinate dai Patti Lateranensi, poi fu la Corte di Cassazione nell'aprile 2003 a riconoscere il diritto dello Stato italiano a svolgere il processo. Nel 2005 la sentenza storica, con condanne simboliche, per il reato 674 del codice penale, "gettito pericoloso di cose". 

Restava l'altro filone, e le denunce per «troppi casi di leucemia e la morte di una decina di bambini». Questa inchiesta della procura di Roma va avanti, sei gli indagati, e riguarda le morti sospette e i decessi per leucemia avvenuti tra il 1994 e il 2000, per cui ipotizza il reato di omicidio colposo. Cinque anni fa il gip Zaira Secchi commissionò la perizia per accertare il possibile nesso di causalità tra l'inquinamento elettromagnetico e l'incremento di tumori e leucemia a Cesano e a La Storta, aree vicine agli impianti della radio. Oggi i risultati.

Nel dossier si legge che poiché la leucemia è una patologia "relativamente rara" negli adulti, l'esposizione di lungo periodo (oltre dieci anni) alle antenne di Radio Vaticana per i bambini fino a 14 anni di età, che hanno abitato nella fascia tra 6 e 12 km dalle antenne, ha determinato un eccesso di incidenze di leucemie e linfomi. Nei casi di decessi di adulti, invece, gli esperti nominati dal giudice hanno evidenziato "un'associazione importante, coerente e significativa" tra i malati e quelli che hanno abitato a poca distanza da Radio Vaticana, associazione che non sembra sia stata supportata da prove decisive nel caso degli impianti della Marina.

Nelle 140 pagine di accertamento peritale gli esperti danno conto degli aspetti anagrafici della popolazione investigata, della storia di tabagismo (fumo attivo e passivo), dell'esposizione da alcol sulle patologie familiari e sui decessi complessivamente avvenuti negli ultimi anni nelle aree vicine a Radio Vaticana (137 morti) e a Maritele (141). L'inchiesta della procura, prima che venisse affidata la perizia, chiamava in causa Roberto Tucci, Pasquale Borgomeo e Costantino Pacifici (responsabili dell'emittente della Santa Sede) e Gino Bizzarri, Vittorio Emanuele Di Cecco e Emilio Roberto Guarini, della Marina militare. I primi tre, erano finiti sotto processo per 'getto pericoloso di cose', in relazione all'emissione nociva di onde elettromagnetiche provenienti dagli impianti radiofonici di Santa Maria di Galeria. Pacifici, però, era stato assolto in primo grado, mentre per Tucci e Borgomeo (poi deceduto) la corte d'appello, dopo una prima assoluzione annullata dalla Cassazione, aveva dichiarato il 'non doversi procedere' per prescrizione del reato.

 
 
 

Innocenzi si dimette dall’Agcom

Post n°610 pubblicato il 26 Giugno 2010 da manonsolospine

Nell'indagine di Trani Innocenzi è accusato di favoreggiamento personale. Fu intercettato anche con il direttore di Raifiction Agostino Saccà

S’è dimesso Giancarlo Innocenzi, il componente dell’Agcom al quale Silvio Berlusconi telefonava, più volte al giorno, chiedendo di “aprire il fuoco” su Annozero. Il premier premeva: la trasmissione condotta da Michele Santoro doveva essere “chiusa”. La Guardia di Finanza, però, intercettava. E la procura di Trani indagava. E nero su bianco, negli atti d’indagine, veniva trascritto il conflitto d’interessi che opprime il Paese e il sistema dell’informazione: Innocenzi, indagato per favoreggiamento dalla procura di Trani, doveva garantire lo Stato, doveva servire il bene pubblico.

Al telefono, invece, rispondeva asservito agli ordini di Berlusconi. In un contesto che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, assimilò allo Zimbawe. Oggi che Innocenzi s’è dimesso c’è da chiedersi perché abbia lasciato il suo posto. La risposta è semplice: il 12 marzo, il Fatto Quotidiano, pubblicò in esclusiva i contenuti dell’inchiesta di Trani. I lettori  hanno saputo quello che accadeva nell’Agcom e nella Rai. E non soltanto loro. Da quel momento nessuno ha potuto, anche volendo, ignorare la notizia. Neanche l’Agcom che, dopo la pubblicazione della notizia, ha dovuto aprire un’istruttoria per verificare le violazioni del Codice etico.

Innocenzi, intanto, nel suo ufficio e nei lavori della ‘Authority s’è visto poco e niente. Che fosse un persona molto vicina a Berlusconi, però, si sapeva già da tempo: era stato sottosegretario alle Comunicazioni tra il 2001 e il 2005. Che il suo approccio con la Rai, e Berlusconi, fosse di fedeltà nei confronti del premier, era altrettanto noto: nel 2008 Innocenzi fu intercettato mentre parlava con Agostino Saccà, il responsabile di Rai Fiction. Nelle conversazioni si discuteva di favorire la crisi del governo Prodi. Come? Si poteva far lavorare, in qualche fiction, la mogli di un deputato del centrosinistra, Willer Bordon con lo scopo di sottrare il suo appoggio alla maggioranza.

La moglie di Bordon non recitò poi in nessuna fiction. Ma l’atteggiamento di Innocenzi restò impresso nelle bobine delle intercettazioni. Eppure: Innocenzi è rimasto al suo posto, come commissario dell’Agcom, fino a questa mattina. Per dimettersi ha aspettato anche troppo, ma comunque, oggi, possiamo prendere nota del suo passo. Tre mesi nei quali ha continuato a guadagnare il suo ricco stipendio – parliamo di 397mila euro l’anno, per sette anni, pagati per garantire l’indipendenza dell’Agcom – senza neanche partecipare alle riunioni.

Il Fatto Quotidiano, per quella pubblicazione – si trattava di notizie ancora riservate – è stato perquisito e tuttora il suo cronista è indagato dalla procura di Trani. Se il ddl sulle intercettazioni fosse già stato approvato, Innocenzi probabilmente sarebbe ancora al suo posto, perché nessuno avrebbe potuto pubblicare quella notizia fino alla fine delle indagini preliminari.

Indagini che non si sono ancora concluse e che, in teoria, possono durare due anni. Nessuno avrebbe saputo, l’opinione pubblica non avrebbe potuto contestare nulla, Berlusconi avrebbe potuto continuare a telefonare a Innocenzi, per chiudere Annozero, e chissà come sarebbe andata a finire. Questo è il vero obiettivo della legge bavaglio: imbavagliare qualsiasi tipo di protesta, di reazione, di consapevolezza dell’opnione pubblica. È per questo che – legge bavaglio o no – continueremo a fare il nostro dovere: pubblicare le notizie. Anche se dovessero essere riservate e coperte dal segreto istruttorio. Ler dimissioni di Innocenzi, considerato il contesto descritto dall’indagine del pm Michele Ruggiero sulla Rai e sull’Agcom, sono forse troppo poco. Ma sono pur sempre qualcosa. E sono arrivate perchè, quelle notizie, ve le abbiamo raccontate senza veli e censure.

 
 
 

Un sito internet da 8 milioni di euro, l’ultimo spreco del ministro Brambilla

Post n°609 pubblicato il 26 Giugno 2010 da manonsolospine

Il budget per il ministero del Turismo inizialmente era stato fissato a 642.960 euro. Ha speso 15,5miloni di euro. Tra questi 8,6 per il portale italia.it

È l’anno del turismo. Almeno per la Presidenza del Consiglio dei ministri che, nei mesi della crisi finanziaria internazionale, ha deciso l’8 maggio 2009 di creare un ministero ad hoc, farlo gestire a Michela Vittoria Brambilla, e rivedere le proprie previsioni di spesa: dagli iniziali 642.960 euro fissati con Tremonti, ai 15 milioni e mezzo finali, con un aumento di 14.892.052. Un vero e proprio successo per un ministro “senza portafoglio”. Tra le voci più interessanti per il solo “funzionamento” ci sono i 378.360 euro spesi per il solo trasporto in Italia e all’estero del ministro e dei responsabili del dicastero da maggio a dicembre (già più di metà del budget iniziale complessivo, e quattro volte gli 88.360 euro previsti), i 3 milioni di euro per “iniziative di rilancio dell’immagine dell’Italia” e i 2 milioni e 900mila susseguenti per la “struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia”. A questi si aggiungono i 75mila euro per il funzionamento “della segreteria permanente del comitato mondiale per l’etica del turismo”, i 72.652,93 euro per uffici e interpreti, i 22mila euro per le “spese di rappresentanza” e gli 85mila per “esperti e incarichi speciali, ivi comprese le indennità e il rimborso spese di trasporto”.

La cifra maggiore, però, parliamo di 8 milioni e 600mila euro, è quella pagata per la resurrezione del sito www.italia.it, portale del Turismo, già inaugurato da Lucio Stanca con un investimento faraonico di 45 milioni di euro, e immediata pioggia di polemiche, e chiuso l’anno seguente da Francesco Rutelli (all’epoca ministro ai Beni Culturali), che pure aveva provato a rilanciarlo da par suo, per l’evidente scarso rapporto tra costo e benefici. La nuova e dispendiosa vita di italia.it, portale che la rete non ama, collocandolo al posto 4562 del rank italiano e al 184.594 di quello internazionale, ben al di sotto dei portali turistici degli altri paesi e anche, sia detto, del sito www.enit.it, non sembra giustificarsi con il proprio contenuto. Anche perchè le quattro informazioni “turistiche” che fornisce si limitano a un “cosa vedere”, “cosa fare” e “cosa assaggiare”, senza dar conto, ad esempio, di “dove dormire” (sul sito dell’Enit ovviamente presente). A volte, inoltre, l’informazione si limita a qualcosa di meno che una cartolina. Imbarazzante, ad esempio, la voce dedicata allo “shopping in Italia”: dopo aver segnalato la presenza di via Condotti a Roma e via Montenapoleone a Milano, afferma, sprezzante del ridicolo “andare a fare shopping in Italia non significa soltanto negozi e boutique: esistono più di 3700 outlet e spacci aziendali”. E il sottotesto è: andateveli a cercare. Oltre al sito “fratello” dell’Enit (decisamente meglio costruito) , d’altronde, italia.it può contare anche su innumerevoli portali messi su da regioni, enti locali ed enti per il turismo territoriali. Il risultato è una inutile somma di informazioni che spesso non dialogano nemmeno tra loro. In fondo, però, non di soli siti internet si vive. Perché, se 15 milioni è la spesa per il solo funzionamento del dicastero, la spesa complessiva del ministero del Turismo quest’anno è costata alle casse dello Stato 189.611.361,56 euro, con una variazione complessiva rispetto alle previsioni di circa 113 milioni di euro.

La sproporzione dei conti è dovuta essenzialmente all’assistenza che il ministero ha dovuto dare a un settore che quest’anno ha dovuto fare i conti con la crisi. Oltre alla cifra fissa data all’Eni t (33.556.000 diventati 33.838.624), ci sono i 5.115.198 investiti per l’erogazione dei “buoni vacanze” e i 118 milioni investiti per “l’incentivazione dell’adeguamento dell’offerta delle imprese turistico-ricettive e della promozione di forme di turismo ecocompatibile”. La cifra prevista all’inizio per questo investimento in conto capitale era di 26.900.279 euro. Alla fine c’è stata una “leggera” variazione di 91.164.777 euro. Nel decreto di istituzione di questi fondi, si pensava al turismo montano, al turismo in bicicletta e al turismo legato all’attività sportiva e ricreativa del golf. Che si sia speso un po’ troppo?

 
 
 

Meolo, cacciati dall’albergo perché neri

Post n°608 pubblicato il 26 Giugno 2010 da manonsolospine

MEOLO. Costretti ad andare via dall’albergo, che avevano regolarmente prenotato, in quanto apostrofati come indesiderati. Il tutto solo perché neri. E’ quanto capitato a tre giovani operai senegalesi, tutti regolari e in Italia ormai da una decina di anni. L’episodio è accaduto nella zona di Meolo, i tre operai hanno presentato denuncia ai carabinieri. La vicenda si è consumata mercoledì.

I tre senegalesi - che lavorano per un’azienda di Brescia specializzata nell’escavazione per la geotermia - sono arrivati in paese per eseguire alcuni scavi. Lavori destinati a durare due giorni. Per questo, martedì l’azienda aveva provveduto a riservare per loro una stanza in una pensione a gestione familiare. Prenotazione accettata dall’albergo, con tanto di nominativi di coloro che avrebbero alloggiato.

Mercoledì intorno alle 21.30, i tre operai si presentano alla pensione. «Ci ha accolto il figlio dei titolari. Ci ha chiesto se eravamo noi ad aver prenotato e ci ha indicato dove parcheggiare il furgone - raccontano i senegalesi - Tutto sembrava a posto, quando abbiamo sentito l’anziano padre urlare al figlio di mandarci via, che non voleva vedere quei negri di m...E giù di insulti».

La situazione è andata surriscaldandosi. Tanto che i tre giovani hanno preferito andarsene, trovando un altro albergo solo dopo mezzanotte. Giovedì, dopo averne parlato con il loro titolare, si sono rivolti ai carabinieri per denunciare l’anziano. «E’ la prima volta che ci capita una cosa del genere» dicono rammaricati.
Dalla pensione però non si vuol sentir parlare di razzismo, prendendo le distanze da quanto accaduto.

«Io non ero presente. Ma, se è successo davvero così, ci dispiace per quanto accaduto - spiega la figlia del titolare - Il fatto che mio fratello abbia ricevuto la prenotazione dimostra che per noi non c’era alcun problema ad ospitare i signori. Purtroppo abbiamo a che fare con una persona ultra 70enne, che ha delle problematiche di salute e una certa mentalità radicata. Anche per noi è un problema ogni giorno. Ma non so se valga la pena montare un caso su questo fatto. Possiamo assicurare che non è il classico episodio di razzismo: qui da noi alloggiano albanesi, ex jugoslavi e altri stranieri

 
 
 

LEGGE BAVAGLIO

Post n°607 pubblicato il 20 Giugno 2010 da manonsolospine

Dunque, si può. Berlusconi può essere fermato, può essere costretto a precipitose ritirate. La sua ambizione cesaristica e il progetto post-costituzionale che l'accompagna si possono costringere nel solco dei principi costituzionali (del loro rispetto). È la buona notizia di questa storia della legge contro le intercettazioni (purtroppo ce n'è anche una cattiva) e vale la pena ragionarci su perché il congelamento (sine die?) di una legge liberticida e criminogena indica in modo scintillante un paio di cose non trascurabili o che molti hanno trascurato e trascurano ancora oggi. Berlusconi non è il nostro Destino. Non è il Fato cui dobbiamo inchinarci, rassegnati, disposti a sopportare tutto, silenziosi perché travolti dalla "rassicurante frustrazione" di chi è stato espropriato finanche della capacità espressiva per rappresentare il proprio disagio. In questa occasione, un'opinione pubblica critica, ampi settori del mondo dell'informazione  -  questo giornale e i suoi lettori in testa  -  , segmenti non irrilevanti della maggioranza, qualche presidio istituzionale e addirittura un'opposizione che ritrova le ragioni del suo esistere hanno trovato la forza di obbiettare il proprio dissenso sentendo come un sopruso quella legge.

Come una vergogna non opporvicisi; come un dovere civico impedire la distruzione del diritto dei cittadini alla sicurezza e all'informazione. Se Berlusconi non è una necessità ineluttabile, non è scritto allora nella

pietra che la nostra democrazia debba essere fatalmente affidata a chi come il Cavaliere "vince di default e governa attraverso la demoralizzazione cinica" (Slavoj Zizek).

Sono due convincimenti che da oggi bisogna coltivare con cura e impegno perché la sconfitta che Berlusconi incassa non è soltanto lo stop a un disegno di legge. Il passo falso di oggi è anche il tracollo di un'idea politica che attribuisce il potere di una "decisione assoluta" a chi governa perché solo il comando diretto e indiscusso può assicurare la "governabilità" del Paese. Chi dissente da questo paradigma di governo o soltanto lo limita per dovere istituzionale o lo vaglia per impegno professionale e civile diventa - in questo quadro politico e, se si vuole, psicologico - il pericoloso agente del declino da affrontare. Ecco perché, nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto alla forza, Berlusconi avverte da sempre come un obbligo improrogabile intervenire contro la magistratura limitando l'uso delle intercettazioni o contro l'informazione promettendo il bavaglio a chi pubblica il testo di "un ascolto".

Magistratura e informazione - i due ordini che, in un'equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri - diventano "nemici" da ridurre a uno stato di costrizione perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l'urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi - va ricordato - avrebbe voluto fin dal quinto Consiglio dei ministri del suo governo con immediata forza di legge, costretto a una marcia indietro dal Capo dello Stato e dalla Lega, che avrebbe dovuto spiegare alla sua gente di aver negato le intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione.

Se la bocciatura del disegno di legge è anche la sconfitta di un'idea politica, si deve osservare che le nuove regole avrebbero voluto, sì, appesantire l'investigazione con intralci, intoppi, bizzarri obblighi soltanto per proteggere le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendendo più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy, ma quella legge avrebbe dovuto codificare una sorta di "diritto positivo della crisi" che impone ossequio alla funzionalità delle decisione politica e dunque il silenzio ai giornalisti, onerose penitenze economiche agli editori non conformi e un'innocua agenda di lavoro al pubblico ministero.
Questo "presepio" non è piaciuto perché ridisegna una nuova forma costituzionale con un governo abusivamente armato di più poteri e un cittadino abusivamente privato dei suoi diritti. Il progetto fallisce non per l'inettitudine politica di Berlusconi, come argomenta Giuliano Ferrara, ma al contrario per l'abbagliante riverbero della sua politicità. Il Cavaliere posa ad antipolitico, ma chi può credergli? Alla politica classica la dignità che egli non riconosce, che palesemente disprezza è di stare al di là e al di sopra degli interessi particolari che agitano la società civile.

Per il capo del governo, la politica non è altro che potere pubblico esercitato senza scrupoli a protezione, innanzitutto, dei propri interessi economici e, poi, dei gruppi, ceti, lobby che lo sostengono. È questa convinzione che rende necessaria la pretesa di immunizzarsi da ogni controllo; di rendere Legge la sua persona e le sue convenienze personali; indiscutibili le sue decisioni e scelte anche quando nomina un socius ministro soltanto per sottrarlo alla giustizia (è il caso di Aldo Brancher). I controlli della magistratura, dell'informazione hanno scovato e mostrato che cosa nasconde l'illusionismo pubblicitario del Cavaliere. Hanno ricomposto una realtà dissolta dal dominio mediatico del governo, illuminato il conflitto d'interessi che strangola il servizio pubblico della Rai, rivelato le miserie e il vuoto della sua affabulazione, la corruzione nascosta nel modello del trauma e del miracolo, dell'emergenza risolta con un prodigio. È infatti lo scandalo della Protezione civile che ha convinto Berlusconi a giurare il pubblico "mai più intercettazioni" perché quel sistema, affidato alla leadership amministrativa di Gianni Letta e alla guida tecnocratica di Bertolaso, è il prototipo del potere che egli pretende. È il dispositivo che anche pubblicamente egli invoca quando dice: "Per governare questo Paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile".

È la politicità di questo disegno dunque che è stata rifiutata: questa volta non tutti hanno creduto che i personali interessi di Silvio Berlusconi fossero gli interessi del Paese e del "popolo" e meno che mai una battaglia per il diritto alla privacy. Il Cavaliere ha dovuto prendere atto che forzare la mano avrebbe messo a serio rischio il suo governo, le alleanze, il suo prestigio. È una buona notizia. Il programma di andare oltre la democrazia parlamentare verso un governo legittimato dal carisma e dal potere del Sovrano è stato fermato. È un buon inizio anche per affrontare la cattiva notizia. Berlusconi ci riproverà. Non ha altra alternativa per conservare se stesso che dissolvere non solo nei fatti, ma anche formalmente, l'equilibrio costituzionale e il principio di legalità. Sarà la battaglia d'autunno e ci sarà modo di parlarne.

 
 
 
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