Creato da sottoilsette il 24/03/2005

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Grandi speranze

Post n°161 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da sottoilsette
 
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Guardavo quella maschera bianca nello specchio. Ormai la detestavo... Andavamo avanti da talmente tanto tempo, senza vedere la fine, che in certi momenti temevo di non riuscire a ricordarmi più come ero al di sotto di tutto quel trucco.

Per fortuna, anche stavolta, col tramonto, ci eravamo dovuti fermare. Per Totheroh il duro cominciava adesso, ma che diavolo, non era un problema mio. Del resto facevo l’attore, non il montatore.

A metà faccia recuperata, la puzza di sigaro che annunciava il re della California mi comunicò ufficialmente che il mio malumore era ancora lontano dallo smontare le tende.

- Ehilà, Jack – mi fece con un sorriso a quaranta denti – splendide riprese, oggi, non trovi?

- Grande capo, se sei contento tu, non possiamo che esserlo anche noi – replicai con la mia miglior faccia da poker. Lui intuì subito il mio bluff.

- Sì, sì, lo so che sei stanco, vecchio mio – disse allargando le braccia – ma stai tranquillo! Tutto questo sforzo non farà che riempirci le tasche di dollaroni sonanti… e alla fine ne sarai contento anche tu, scommetto – e concluse col solito gesto: pollice e indice che si sfregavano e occhiolino di accompagno.

- Mi arrendo sempre di fronte a George Washington – replicai alzando le braccia.

- Bravo. Perché Mack non sbaglia mai. E non ha intenzione di cominciare adesso. – e poi fece la sua solita pausa finto melodrammatica. – Vecchio mio, sono tempi duri. La gente vuole distrarsi, ridere. E chi lo glielo fa fare meglio di me?

Non ero molto convinto. Sennett era il re della commedia, era vero, ma non osava mai più di un rullo. Cinque minuti e via, come i fumetti del giornale della domenica. Ma sei rulli, quasi un’ora e mezza di film… Il “Romanzo di Tillie” stava logorando tutti. Quel metodo di lavoro, poi… tutti che facevano tutto. Recitare, riprendere, allestire le scene… tutto per ottimizzare le spese. Finchè si facevano cinque minuti di sketches, nessuno se ne accorgeva, ma in quel tempo così lungo, tutti i difetti sarebbero emersi. La truppa si divertiva. Io un po’ meno.

- Mack, lo sai che normalmente non ti dico nulla…

- Bravo. Continua così.

- …ma pensi davvero che “Tillie” sia una bomba come credi? Non è un po’ …

Mi guardava malissimo. Ma ormai avevo aperto bocca.

- …troppo lungo?

Bussò a lungo sulla mia testa.

- Zuccone, ma allora non mi ascolti.. Ma lo sai che in Europa non aspettano altro che una scusa per scannarsi come tacchini? L’aria è pesante! Se normalmente la gente vuole ridere, adesso ne ha bisogno ancora di più. E noi faremo meglio di tutti!   

Non so perché insistessi tanto. In fondo ero ben pagato e non avevo certo bisogno di inimicarmi il mio foraggiatore. Forse era la stanchezza. Così provai a rilanciare.

- E se investissimo di più su Charles, quello nuovo? Secondo me può fare grandi cose…

- Mah. Sì, ci stavo già pensando. Peccato non abbia ancora trovato una sua, come dire… identità. Se non fosse per quella macchietta del vecchio ubriacone, ancora non saprei cosa fargli fare, oltre il generico.

Secondo me sbagliava, e di brutto. Ripensai ad una conversazione avuta con Charles poco tempo prima. Mi disse:

- Sennett è convinto di essere Dio. Io ringrazio il Signore ogni giorno per averlo conosciuto, ma secondo me è limitato. Sempre le stesse scene… la bella, lo sfigato, i Keystone Cops che fanno una gran confusione… è… come dire… ripetitivo. Non può durare. Se guardi gli altri registi, al di là delle imperfezioni tecniche, non si fermano alle gag, cercano sempre di realizzare delle storie. Quando la gente si stancherà di lui, andrà a fondo come un sasso. E quel giorno io non sarò qui, te lo assicuro. Mi sarò già assicurato un futuro.

Aveva centrato il punto alla perfezione. Del resto non solo il ragazzo aveva talento, ma aveva anche cervello; in due mesi aveva preso le misure a tutti, e voleva imparare sempre tutto, dalle riprese al montaggio. Come se non bastasse, aveva un carisma notevole e la capacità di risultare simpatico a tutti. Avrebbe fatto molta strada, ne ero sicuro. Così gli dissi semplicemente:

- Buona fortuna, Charlie. Se le nostre strade si dovessero allontanare, spero non sia a lungo…

Mi strinse la mano calorosamente.

- Sono sicuro che a bordo della mia barca ci sarà sempre un posto per te, soprattutto se contribuirai a pagare il carburante – disse sghignazzando - E comunque non sto andando via. Ho ancora troppo da imparare.

- Ehi, ci sei? – dovevo essermi assentato. Mack mi stava scuotendo per una spalla. – Lascia perdere, sei stanco e lo capisco anche io quando non è il caso di esagerare. Per cui ti faccio due regali: il primo è un bel paio di giorni di riposo.

Mi diede una pacca e si alzò per andarsene, non prima di un bello sbuffo di sigaro in piena faccia. Mi stava lasciando come un cretino.

- E il secondo? – dissi prima che uscisse.

Con uno dei suoi colpi di teatro, scostò la tenda del camerino. Una cameriera in vestiti molto succinti, troppo per essere una vera cameriera, reggeva un cestello di ghiaccio con una bottiglia dentro.

- Un bel paio di bicchieri di champagne da bere alla mia salute. Anzi – fece replicando il gesto del dollaro – alla NOSTRA salute.

Sospirai. Tipico di Sennett passare sopra gli ostacoli con tutta l’automobile. Guardai lo splendido panorama e la invitai a sedersi accanto a me. Sembrava Betty Boop materializzata in carne ed ossa. Caschetto nero, vestitino corto, calze autoreggenti. Difficile dedicarsi allo struccarsi, ma ero davvero stanco e in quella strana giornata non desideravo altro che riacquistare l’altra mia mezza faccia, farmi una doccia e andare a dormire, il più possibile lontano dagli studi.

- Versati un bicchiere, se vuoi – le dissi mentre cercavo di guardare lo specchio. Non senza difficoltà.

- Lei non vuole nulla?

- Magari appena finisco ci facciamo un bicchiere insieme.

- Sì, ma… non mi piace bere… da sola – mi disse accavallando le gambe e slacciando un bottone della camicetta. Al diavolo. Un bicchiere, alla fine, me lo potevo anche permettere. A voler essere onesti, il resto forse no. Ma non era necessario far sentire una seria professionista così poco apprezzata con cose banali come la verità.

Riempì due bicchieri. Brindammo. Trangugiai il mio sorridendo.

Poi avvertii come una fitta e cominciai a vedere sfuocato.

Dovetti appoggiarmi allo schienale per non cadere.

La ragazza mi guardò con un sorriso strano.

- Grande attore, cosa c’è? Ti senti male?

- Che cosa hai fatto? – biascicai – chi sei?

- Non mi riconosci?

- Non so. Dovrei? – la vedevo a malapena.

Il caschetto finì tra le sue mani mentre la sua testa finiva per sfoggiare una cascata di capelli biondi.

- Mi hai promesso di presentarmi Sennett, bastardo. Di farmi entrare nel mondo del cinema!

- Veramente io… - non riuscivo ad articolare bene le frasi. Per la verità non ero nemmeno sicuro di avere detto qualcosa. La ragazza non mi ricordava nessuno, se non una delle tante ragazze tutte uguali a cui si dice qualcosa alle feste per fare colpo su di loro. E spesso per passare la notte con loro. Chissà se con lei lo avevo fatto.

L’ultima cosa che mi sembra di ricordare è un’ombra sfocata che prende qualcosa di appuntito dal cestello del ghiaccio, una specie di puntura e una sensazione di appiccicaticcio sulle mie mani dopo che si sono toccate la pancia.

E questo è tutto.

Sono passati tanti anni da allora.

Ora passo gran parte del mio tempo su questa sedia, all’interno del grande salone di casa mia, davanti alla mia finestra preferita, quella che guarda verso la collina con la grande scritta.

Gli affari vanno bene. Sono entrato in società con Charlie, e la United Artists va a gonfie vele. I soldi certamente non mi mancano.

Peccato non poter fare quattro passi all’aria aperta. E’ la cosa di cui più sento nostalgia in questo periodo dell’anno. Ma quando le gambe sono solo due zavorre, non è che si possa fare più di tanto. Diciamoci la verità, avere qualcuno che ti spinge non è proprio la stessa cosa.

E quando il sole tramonta, ogni tanto, ripenso a quella giornata che mi ha cambiato la vita, nel bene e nel male.

E mi rendo conto che non ho mai saputo che fine abbia fatto quella ragazza.

O come si chiamasse.

 
 
 
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