Creato da sottoilsette il 24/03/2005

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Uno sguardo tra tanti

 

 

« Grandi speranzeLatte »

Sending out an s.o.s.

Post n°162 pubblicato il 17 Febbraio 2013 da sottoilsette
 
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Adoravo mio zio.

Certo non era una cima, anzi, nel piccolo paese dove passavamo le vacanze tutte le estati sentivamo più di una persona chiamarlo “lo scemo”, mentre correvamo a cercare un po’ di refrigerio al fiume correndo in mezzo alle vecchie strade acciottolate.

Ma erano facce grigie, tristi, solitarie.

Zio era sempre allegro, una fonte inesauribile di divertimento e racconti. Il massimo per dei ragazzini di dieci anni con tre lunghissimi mesi da passare, prima di tornare alla vita di città e alla scuola. E ogni estate era bella come la precedente, fino al militare, al lavoro e alle prime timide esplorazioni del mondo, così diverse da quelle estati di allora.

La vita, insomma. Quella che ti giri un attimo e non ti accorgi che sono passati dieci anni, come cantano i Pink Floyd.

Ma, all’epoca, non sapevamo ancora niente di tutto questo.

Il mondo si divideva nell’universo estivo tanto atteso, e quella lunga parentesi di nove mesi tra una estate e l’altra.

E Zio Pino era una costante di quella vita. Tu arrivavi a metà Luglio e sapevi che era lì. Aspettava tutti noi che fuggivamo da Roma e cercavamo un’oasi.

Si mangiava tanto, e bene. Si preparavano le bottiglie di conserva di pomodoro che riportavamo in città. Si cantava e si assaggiava il vino. Si giocava a nascondino e a pallone. Ci sbucciavamo le ginocchia un giorno sì e l’altro pure. Mamma e papà erano felici, più di quando stavamo a casa. Forse anche perché si vedevano solo il fine settimana. Per farci fare due mesi al paese stavano un mese a turno lì e un mese al lavoro in città.

E noi eravamo in vacanza.

Tolta un’ora interminabile di noiose letture ed esercizi (mamma era inflessibile in questo, papà non ne parliamo) il mondo era nostro. Mio e di mio fratello Giovanni.

E il paese e tutti i suoi dintorni erano il nostro campo giochi personale.

E’ vero, zio era eccentrico. Un po’ artista, un po’ contadino, un po’ rigattiere, aveva trasformato quella casa in una specie di museo.

Tre piani e un terreno immenso di non so quanti ettari, pieno di statue strane e oggetti che non sapevamo a cosa servissero.

Se gli chiedevi di quelle cose, non ti dava mai una risposta uguale al giorno prima! E ogni volta cominciava un racconto che ti teneva inchiodato per almeno un’ora.

Noi ascoltavamo estasiati.

Niente di strano che al paese lo trattassero come un forestiero. La spesa la facevano i miei. E ogni volta guardavano anche noi come se fossimo quasi degli invasori.

Problemi loro, se non sapevano farsi quattro risate.

Io adoravo quelle estati.

Tranne l’ultima.

Avevo quindici anni, e la sensazione che qualcosa stesse per cambiare. L’estate era bella, ma le cose non mi entusiasmavano più come una volta.

A volte amavo stare da solo, e facevo lunghe passeggiate in quei boschi.

Ricordo perfettamente come fosse ieri che incontrai mio zio sulla riva del fiume.

Mi invitò a sedermi, e fu come se mi leggesse nel pensiero.

E’ per tua mamma, vero?

No. Sì. Non lo so. Forse è solo una giornata storta. E’ che… io non…

Tranquillo, Saverio. Tutti hanno giornate storte, anche io.

No, tu no. Hai sempre un sorriso pronto e la battuta in tasca.

Vero. Ma solo quando vi vedo. Quando siete qui, è facile stare in allegria. Ma quando ve ne andate se ne va anche un po’ del mio sorriso.

Era la prima volta che lo sentivo parlare così.

Vieni, ti faccio vedere una cosa.

E mi accompagnò senza parlare troppo fino ad un casino della tenuta che usavamo spesso come castello per i nostri giochi. Ma non quell’anno.

Aprì. L’odore di umido e chiuso era molto forte.

Spalancò tutte le finestre per fare arieggiare. Improvvisamente, dal centro della stanza, alcuni riflessi improvvisi mi accecarono.

Ci misi un tempo lunghissimo a vedere chiaramente. Erano tantissime bottiglie di vetro, chiuse con tappi di sughero. Tutte diverse tra di loro, per forma e colore. Ognuna aveva dei pezzi di carta arrotolati al suo interno.

Ma cosa sono?

Messaggi in bottiglia.

Messaggi in bottiglia? Ma non dovrebbero essere sulle spiagge, lanciati dai naufraghi?

Ci sono naufraghi e naufraghi. C’è chi affida i suoi pensieri al mare, e chi alla terra. E tutti finiscono da qualche parte perché qualcun altro possa trovarli.

E questi di chi sono? Perché sono tutti qui?

Perché ogni messaggio in bottiglia cerca un destinatario, e intanto fa un lungo giro. Spesso passano di qua, prima di trovarlo. E io le ospito volentieri.

Rimasi un tempo lunghissimo a guardare quello strano arcobaleno. Volevo tuffarmi sulla prima bottiglia che avevo visto, uno strano fiaschetto verde sopra una credenza, ma qualcosa mi trattenne.

Zio Pino capì e mi lasciò stare.

Sarà quando sarà destino, sentenziò.

Chiuse la porta e tornammo a casa.

Era l’ultimo giorno di quella strana, diversa estate. Ancora non lo sapevo che sarebbe stata l’ultima per lungo tempo.

Capitò quello che capitò.

E non tornai più al paese se non per piccole fughe dalla vita di città. Il vento mi aveva portato altrove, e quel particolare episodio, come tanti altri, fu dimenticato.

Mi allontanai da zio Pino senza accorgermene, come cambiano tante cose quando cresci. In fondo era normale.

Me ne resi conto appieno solo quando se ne andò anche lui. E la casa del paese, come tante altre cose, passò nelle mie mani e in quelle di mio fratello. L’avremmo usata per portarci i nostri figli in vacanza, seguendo la ruota che gira.

Poi capitò quello che capitò, e a portarci i figli fu solo lui.

Ma cominciai ad andarci lo stesso. il posto, in fondo, mi piaceva e aveva un sacco di ricordi belli. Era il mio nido quando l’aria si faceva pesante, la mia oasi dalla routine quotidiana.

Era un bel giorno di settembre quando mi ritrovai a fare una passeggiata che mi riportò al vecchio casino vicino al fiume. E mi venne la curiosità di vedere se aveva bisogno di essere risistemato, possibilmente prima che le piogge di ottobre lo massacrassero.

Lungo il vialetto inciampai.

Abbassai lo sguardo verso il basso e vidi una bottiglia.

Una bottiglia con un messaggio, che spuntava dal terreno.

La raccolsi.

Rialzandomi con la bottiglia in mano mi ritrovai con il sole in faccia. Girandomi, lo ritrovai in faccia lo stesso.

Ma da dove veniva quella luce?

Coprendomi la faccia osservai una scena stranissima che mi colpì come un pugno.

Decine, no… centinaia di bottiglie spuntavano dal terreno come funghi, riflettendo il sole basso che annunciava il tramonto.

Una scena surreale che risvegliò i miei ricordi come un secchio di acqua gelata.

Mi avvicinai al casino.

Aprii la porta senza difficoltà, aspettandomi di rivedere la stessa scena di tanti anni prima.

Ma non avvenne.

Il casino era vuoto. Abbastanza pulito ed ordinato, tutto sommato, ma era come se le bottiglie se ne fossero andate.

Uscii. Mi sedetti su di un tronco che spesso aveva funto da panchina durante le mie estati di tanti anni fa.

Guardavo la bottiglia, diffidente. Ma sapevo benissimo quello che avrei fatto.

 

Era impossibile. Semplicemente.

Non c’era una spiegazione logica per quello che vedevo. Forse stavo sognando, e quello che osservavo era il frutto di una fantasia figlia di tutto quello che avevo passato di recente.

Mi pizzicai.

Faceva male.

Per essere ancora più sicuro mi diedi uno schiaffo.

Faceva male anche quello.

Rilessi non so quante volte ciò che avevo estratto da quella bottiglia sulla quale ero inciampato. E continuavo a trovarlo impossibile.

Da quanto era lì, quella bottiglia?

Per quanto potevo immaginare, forse anni. La carta era indubbiamente rovinata.

Eppure quel pezzo di carta raccontava per filo e per segno quello che era avvenuto pochi istanti prima.

La mia storia.

Di me, che dopo tante estati passate al paese lo lasciavo, tornavo, trovavo una bottiglia, e decidevo di aprirla.

Esattamente nel modo in cui avrei raccontato questa storia a qualcun altro.

Guardai le bottiglie con timore.

Mi allontanai dal casino con passo felpato, quasi come se dovessi evitare degli animali feroci.

Tornai a casa con una strana inquietudine.

Quella notte non chiusi occhio.

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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