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L'uomo che aspettava il 556

Post n°126 pubblicato il 08 Dicembre 2009 da sottoilsette
 
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Devo ammettere che di voglia di scrivere ne ho pochina, in questo periodo. Una serie di motivi troppo lunghi ...di cui non ho voglia di scrivere.

Ma a volte la lampadina si accende da sè e una volta aperto, il rubinetto, non si riesce a richiudere senza aver riempito un secchio preciso preciso (non una parola di più, non una di meno).

Questo racconto potrà sembrare un pò ostico, molto è basato sulla realtà, e anche abbastanza circostanziata, ragion per cui i riferimenti possono essere poco chiari.

L'origine è comunque semplice: c'è un punto in una strada in cui, da una particolare angolazione, sembra di vedere un uomo seduto. La foto non  gli rende giustizia, ma fidatevi, si vede.

Vediamo se va.

 

L'uomo che aspettava il 556

 

Mario era felice, nonostante tutto. Aveva fatto tantissime rinunce e sacrifici, ma era riuscito a comperarsi un piccolo monolocale a Tor Tre Teste. Era felice perché, anche se si trovava in periferia e la sua casa era piccolina, aveva tanto verde in quel bellissimo parco, e pensava di essere fortunato. C’era un acquedotto, un laghetto, si potevano fare i picnic… in città!!!

Aveva solo un cruccio: quello di fare tardi al lavoro. Lavorava per una ditta di costruzioni all’EUR, e, non avendo una macchina, vuoi perché voleva poterne fare a meno, vuoi perché comunque costava troppo, aveva dovuto abituarsi a fare affidamento sull’unico autobus che transitava di là, per poi prendere un tram, la metropolitana (la terribile linea “B”!) e un altro autobus… il risultato era che, per fare una quindicina di chilometri in linea d’aria, ci metteva un’ora e mezza ad andare e spesso anche due ore per tornare.

Il suo capo, il dottor Ganassa, non faceva mai mancare le critiche per i suoi ritardi al povero Mario.

Ancora fai affidamento sull’Atac? Sul 556, poi? – facendo seguire il tutto da un sonoro sghignazzo – fai come me, fatti una macchina! Conosco un mio amico concessionario, se vuoi ti faccio fare un bel trattamento speciale, 120 rate e ti cambia la vita!!

- No grazie – replicava mestamente Mario – io non voglio dover dipendere dall’automobile e…Ganassa, per cui l’amore per i suv era superato solo da quello per gli intrallazzi, non gradì.

-         Ah sì? Allora facciamo così. Ogni minuto di ritardo, che prima ti facevo recuperare a fine giornata, adesso te lo detraggo dallo stipendio. Così impari, fesso, a rifiutare le gentilezze.

Mario era ottimista sul fatto che non avrebbe dovuto dare soddisfazione a quel trombone di capo dispotico e prepotente.

Ma sbagliava i suoi calcoli. Il 556, ogni mattina, sistematicamente era in ritardo, saltava le corse, era pieno e si bloccava a quel maledetto semaforo del Quarticciolo regolato male. Ed accumulava ritardi e stress.

Ganassa, che si riteneva il principe della coerenza, non venne meno alle sue intenzioni. I ritardi si tramutavano in soldi mancanti, che si traducevano in porzioni più piccole. Mario dimagriva a vista d’occhio.

-         Allora, sempre convinto del mezzo pubblico? Guarda, Mario, voglio venirti incontro – diceva mentre addentava l’ennesimo spuntino. Se Mario dimagriva, Ganassa ingrassava.

-         No, dottore, anche se volessi, per me l’auto rimarrebbe una scelta…

-         Lascia perdere – lo interruppe – ti conviene andare da quel mio amico. Anche perché quando realizzeranno quella superstrada che passerà sopra il parco la macchina ti diventerà in-di-spe-nsa-bi-le.

-         Come.. cosa? – disse Mario.

-         Bello mio, ma dove vivi, in un mondo tutto tuo… guarda che se vogliamo che quella partecipazione nel nuovo iper-super-ultra centro commerciale che faremo proprio sotto casa tua ci convenga, una arteria di scorrimento veloce ci serve!!!

Mario era sconcertato.

-         Ma se faranno un centro commerciale e una superstrada… che ne sarà del parco?

-         Parco? Il parco non fa business, imbecille – si limitò a liquidarlo Ganassa.

Mario non voleva arrendersi. Cercò di informarsi in ogni dove, al comune, al municipio, urp, difensore civico, eccetera, eccetera, ma …lo faceva sempre sfruttando quel maledetto autobus che non arrivava mai. E più tardava, meno mangiava. E più dimagriva. Ormai i colleghi che ancora gli rivolgevano la parola lo chiamavano “ombra” per quanto era pallido e magro.

Ganassa godeva come un maiale, al quale somigliava ogni giorno di più. Sembrava quasi che i chili si spostassero dall’uno all’altro.

-         Sempre a informarti sul tuo parco, sfigatone? Guarda che se continui a fare tardi ti caccio, eh?

-         Guardi che non può fare come le pare – provò ad obiettare Mario, in un impeto d’orgoglio - anche noi poveracci abbiamo i nostri diritti. E il parco si salverà. Dal centro commerciale E dall’autostrada. E comunque l’atac ci ha promesso un nuovo collegamento veloce per il nostro quartiere, il 550. Non farò più tardi…

Ganassa lo guardava proprio come un poveraccio. 

-         Povero idiota. In questa città, in questo paese, quelli come me possono fare quello che vogliono. E lo fanno. Quelli come te non sono nemmeno un ostacolo. I miei amici all’atac mi hanno già cancellato il tuo velocissimo 550, solo per fare contento me che mi diverto a vederti fare tardi. Ti riempiranno di chiacchere su progetti di linee personalizzate solo per farti fesso e contento, mentre ti fanno l’autostrada in faccia, per fare ricco me e i miei amici nei posti chiave. Pensi ancora che qualcuno stia a sentire te e i tuoi amici dei comitati di quartiere? Quelli sono dipendenti NOSTRI. Ti è chiaro il concetto? E adesso vattene, che mi hai stancato. E dico per sempre. Levati di torno.

Mario stava per piangere. Ma non aveva forza per farsi uscire le lacrime. Passò oltre la sua scrivania, timbrò il cartellino per l’ultima volta e se ne andò. Era molto stanco, ma visto che era una bella giornata si diresse verso il parco.

Quello che vide lo riempì ulteriormente di tristezza. Le attrezzature sportive stavano venendo smontate, anzi, no, spaccate, come se si sapesse che non c’era bisogno di trattarle con riguardo; era evidente che non sarebbero state ripiantate lì. Poco più avanti, le ruspe stavano portando avanti con solerzia il lavoro di tracciamento delle quattro corsie dove una volta c’era il campo da pallone. Intorno, sotto i manifesti che annunciavano la prossima inaugurazione del centro commerciale “La Magica” e disegni delle nuove costruzioni di palazzi ad otto piani del gruppo immobiliare Ganassa “ottimamente collegati con la nuova Predestina Bis a scorrimento veloce e a soli 5 minuti di automobile dalla metro C”, alcuni politici cercavano di convincere i pochi irriducibili difensori del parco a comprendere “le necessità della collettività sull’indispensabilità di quast’opera da realizzare assolutamente in questo modo”.

Mario si sentiva tanto stanco. Pensava solo a quello che aveva passato e sofferto e a come gli era stato strappato via da persone senza scrupoli, per cui il denaro era l’unica religione.

Si sedette su un muretto, a guardare gli operai che spaccavano e scavavano, e pensò che non si sarebbe arreso. Appena passa l’autobus, disse a se stesso, vado in municipio a fare qualcosa. Appena passa…

Nessuno lo vide più.

Da quella sera, però, passando per la rampa che dalla Predestina bis porta al centro commerciale, quella nota una volta come Via Davide Campari, sotto un ponticello, si può vedere un’ombra che sembra seduta, come ad aspettare qualcosa.

Ad aspettare ancora il 556.

 

 

 
 
 
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