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Star Trek - Seconde possibilità

Post n°165 pubblicato il 08 Aprile 2013 da sottoilsette
 

Quella sciarada stava finalmente per finire. Questo era l'unico pensiero del capitano Harriman, mentre furiosamente lottava con Kirrn sul suolo del pianeta. Gli era costato molto aspettare fino all'ultimo minuto per assaltare la sua squadra di terroristi Klingon, ma sapeva che contro dei guerrieri esperti doveva usare il cervello, e non l'istinto.

Adesso, finalmente, sapeva che non doveva più trattenersi. Aveva dovuto pazientare mentre Kirrn e i suoi avevano vigliaccamente abbordato l'Enterprise alla cerimonia per il quinto anno dell'anniversario dell'accordo di Khitomer, mentre la maggior parte dell’equipaggio - lui compreso - stazionava sulla superficie, e l’aveva diretta verso quel pianeta proibito persino alle navi federali.

Aveva dovuto pazientare due - ben due giorni - a bordo della USS Excelsior, in orbita opposta dietro il pianeta, mentre Kirrn si faceva beffe dei codici di sicurezza della Federazione per sbarcare davanti al Guardiano dell’Eternità, minacciando di schiantarsi con tutta la nave su quello che aveva definito beffardamente "un vecchio pezzo di roccia" se avessero interferito con i suoi piani. La minaccia aveva sortito il suo effetto: nessuna nave della flotta si era avvicinata al pianeta. Ed era logico. L’Enterprise poteva resistere a un assalto abbastanza a lungo per tracciare una rotta di collisione con l’antico manufatto.

Giocare col continuum spazio-temporale, però, era una cosa pericolosa, come il consiglio della Federazione sapeva bene. Per questo Harriman era stato autorizzato a compiere qualunque azione avesse ritenuto necessaria.

Il piano di Kirrn era molto semplice: entrare nel Guardiano cercando di emergere prima dell’esplosione di Praxis, il pianeta principale fornitore di risorse dell’Impero Klingon, e prevenirla. L’Impero non avrebbe mai stipulato la pace con la Federazione e i terrestri, sotto la guida di un condottiero come lui, sarebbero stati annullati.

Il piano di Harriman era ancora più semplice: fermarlo ad ogni costo.

Alla guida di un commando di specialisti formato in parte dal suo equipaggio e in parte da quello dell’Excelsior, la stava avendo vinta con facilità, fino a quando Kirrn non aveva esitato a far esplodere una bomba sonica che aveva spazzato via più della metà dei combattenti Klingon e federali.

E adesso, circondati da corpi vivi e morti, solo lui e Harriman stavano combattendo, scambiandosi velenose parole e feroci colpi.

-          Arrenditi…. È finita, Kirrn…

-          Patetico terrestre… non… sei degno di un guerriero Klingon…

-          Arrenditi… ho detto…

-          Ahhh… non sei altro che una patetica imitazione… di un guerriero…

Dietro di loro, mentre intorno cominciava ad alzarsi il vento, un turbinio di colori proveniva dal Guardiano dell’eternità. Una voce limpida esclamò improvvisamente:

-          Qual'è la tua domanda?

-          Finalmente!!! - esclamò Kirrn, divincolandosi quel tanto che bastava per allontanare Harriman.

-          Noooo!

Kirrn colpì Harriman con un potente calcio, alzandosi in piedi e avvicinandosi al Guardiano. In piedi di fronte alla roccia, estasiato dai colori e dalle rapide immagini in successione, Kirrn si fermò, prima di  fare la sua domanda.

-          Troppo tardi, terrestre… Guardiano! Voglio….

Non finì mai la frase. Un coltello Klingon gli trapassò la gola, interrompendo le sue parole.

-          Non avrei voluto, Kirrn. Mi ci hai portato tu. - Furono le parole di Harriman mentre ancora aveva il braccio teso nella direzione del colpo mortale che aveva dovuto sferrare. Si diresse a esaminare il cadavere, quando si rese conto che il vento non accennava minimamente a cessare. E a quel punto accadde una cosa ancora più strana. Il Guardiano parlò di nuovo.

-          Ti ripeto: qual'è la tua domanda?

Da quello che Harriman sapeva, era un evento raro vedere il guardiano rivolgersi a qualcuno. Per anni gli scienziati della federazione avevano cercato di stabilire un contatto con quel “vecchio pezzo di roccia”, non essendo ancora riusciti a stabilire se fosse un sofisticatissimo computer o una forma di vita. Si sapeva che era antichissima, forse addirittura antecedente alla formazione del sistema solare terrestre.

Quello che era certo è che era un meccanismo potente di trasporto spazio-temporale, in grado, apparentemente a suo piacimento, di portare dei viaggiatori dove volessero nello spazio e nel tempo. Ma nessuno aveva mai capito come usarlo.

Ed ora aveva parlato. Dopo almeno dieci anni. E il John Harriman, capitano della USS Enterprise NCC-1701-B, aveva realizzato che non stava parlando con Kirrn, ma con lui.

E, forse, aveva capito anche quale era il motivo. Senza parlare, si incamminò verso il guardiano, attraversando la sua apertura luminescente.

Fu una sensazione strana. Gli sembrava di essersi svegliato dopo un lungo sonno. Era seduto sulla radice di un grande albero, sotto un caldo sole primaverile. Ricordava vagamente di aver attraversato un paesino, la notte prima, e di aver immaginato che fosse Natale, perché all’interno delle case alcune famiglie si stavano scambiando doni intorno al fuoco, ma ora non ne era più così sicuro. Alzò lo sguardo al cielo, riparandosi gli occhi con una mano. Senza una ragione apparente, si alzò e si incamminò. In qualche modo, sapeva dove andare.

Dopo poco tempo (minuti? Ore?) arrivò al perimetro esterno di una fattoria. In lontananza, un  cavalli stava galoppando in quella direzione. Con sopra un uomo e una donna.

Alzò una mano per salutarli. Era arrivato esattamente dove voleva, dove doveva arrivare. Aveva finalmente compiuto la sua missione.

E fu a quel punto che una mano si posò sulla sua spalla. Gentilmente, ma con fermezza.

Harriman si voltò lentamente.

Una donna di colore lo guardava con occhi che emanavano saggezza e rispetto. Aveva un’aria in qualche modo familiare. Forse si conoscevano? Sembrava giovane, ma in qualche modo sapeva che aveva molti più degli anni che dimostrava.

-          Non dovresti essere qui - lo ammonì semplicemente.

-          Perché?

-          Quello che vorresti fare è sbagliato.

Harriman non capiva. Dopo tutta quella strada, non poteva fermarsi quando era così vicino a realizzare quello che aveva segretamente desiderato ogni giorno della sua vita negli ultimi quattro anni. E finalmente disse quello che forse qualcuno aveva immaginato, ma che nessuno aveva mai udito dalla sua bocca.

-          Dovrei essere io qui, non lui. Ha sacrificato la sua vita al mio posto, quando era compito mio proteggere i miei uomini. E invece se ne è andato via, così…

Abbassò lo sguardo. Provava vergogna e dispiacere, e un lacerante senso di sconfitta che in tanti anni di comando non aveva mai voluto ammettere. Si ricordò la frase “Solo un rapido giro del sistema….”

-          Sapeva quello che faceva, come sempre. Se ne è andato come ha vissuto. E sapeva anche che lei doveva crescere, maturare, come uomo e come capitano. Cosa che sta facendo con onore e merito.

-          Ma come faccio ad accettare che quell’uomo ne abbia pagato il prezzo al posto mio?

La donna lo guardò e sorrise.

-          Col tempo. Amico mio. Col tempo.

La voce gracchiante e disturbata lo richiamò di colpo ad un altro tempo, ad un’altra realtà.

-          Mi sente, capitano? La prego, risponda!

John Harriman sbatté gli occhi, stupito di doversi riabituare di colpo alla luce opaca del pianeta e alla polvere sferzante tutt’intorno a lui. Posò una mano sul comunicatore.

-          Qui Harriman.

-          Grazie al cielo… capitano, sono Tuchinski. Avevamo perso le sue coordinate, ma ora la abbiamo di nuovo. La nave è nuovamente sotto il nostro controllo, e i feriti sono stati portati direttamente in infermeria sull’Excelsior. Come si sente?

Sbattè gli occhi per un istante, guardando in alto verso la poderosa sagoma della nave. La sua nave.

-          Meglio, tenente. Direi molto meglio, adesso.

-          Come, Signore?

Si voltò verso il Guardiano, scorgendo ancora delle scintille provenire dalla sua soglia.

-          Nulla, tenente, nulla. Si prepari a farmi tornare su.

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