Creato da sottoilsette il 24/03/2005

sottoilsette

Uno sguardo tra tanti

 

 

Arte Moderna

Post n°160 pubblicato il 22 Gennaio 2013 da sottoilsette
 
Foto di sottoilsette

Marco non sopportava le mostre. Era più forte di lui.

Accompagnare Anna in cose che piacevano principalmente a lei era il frutto del classico compromesso uomo-donna: una partita di calcetto in cambio di una cena tra amiche, un film che piaceva a lui in cambio di una giornata di shopping, eccetera.

Era un po' come una tessera a punti, ogni “beneficio” dell'uno doveva corrispondere a una piccola concessione all'altro, oppure una gaffe si doveva compensare con un regalino e così via.

In fondo, quel gioco lo divertiva. Era un modo per giocare con la loro relazione che li aveva divertiti, fino ad oggi.

Ecco. Fino ad oggi.

Oggi avrebbe disintegrato a calci quella “bilancia” con cui era finito laggiù, a Via Nazionale, ad osservare oggetti di uso quotidiano spacciati per arte. Era passata mezz'ora da quando avevano pagato i biglietti e gli sembrava un'eternità.

Non ne poteva più. Vagavano tra armadi senza porte, tazze con statue sedute sopra, finestre appese al soffitto, un tavolo con delle sedie appoggiate sopra senza le gambe, lampadari di foggia assurda con lampadine che si accendevano da sole... e Anna che andava in estasi e snocciolava nomi da un catalogo come se fossero vecchi amici, piantandosi per dieci minuti a elogiare oggetti assurdi, come un gruppo di candelabri di ferro annodati insieme e mezzi fusi. Bella roba! Se fossero andati a fare quattro passi da uno sfasciacarrozze sarebbe stata praticamente la stessa cosa. Per rendere più tollerabile si immaginò come guida turistica illustrando le meraviglie di un cofano arrugginito di una 127 blu, o le mirabili rotondità di una twingo incidentata, o ancora l'ardita linea di una Duna, sottolineando come nemmeno i carabinieri seppero apprezzare appieno le sue forme troppo avanti per quegli anni!

        Come hai detto, scusa?

Doveva aver parlato sovrappensiero senza accorgersene. Brutto vizio.

        Se non ti andava di venire con me bastava dirlo. Avrei barattato questa giornata con due settimane di lavaggio piatti, ci venivo da sola e tanti saluti.

- Ma no, dai... mi fa piacere.

- Menti male. Te lo dico sempre.

La strategia di stare zitti è sempre la migliore, per un uomo di fronte ad una donna indispettita. Soprattutto se la temperatura nel raggio di un metro arriva ai livelli di un pinguino. Marco la seguì alla perfezione, ovviamente.

        Come, sempre?

- Certo, vieni “per farmi piacere” e poi hai un muso lungo un chilometro. Mi credi scema o cosa?

- Senti, non ho voglia di discutere – rispose lui con un tono che sottintendeva esattamente il contrario – ma guarda dove mi hai portato...

- Non è che un po' di cultura ti farebbe male, di tanto in tanto.

Si stava finendo su una china pericolosa. Frenare, frenare subito.

        Parla “sex and the city” di cultura...? Ma guarda questa porcheria!

E così facendo indicò con un ampio gesto del un grosso cubo di gelatina sopra un tavolino ikea al centro di uno spazio di quattro metri per quattro. Al suo interno un televisore  era fissato un un ipotetico fotogramma mentre veniva spaccato da un martello. I cocci rimanevano nello “spazio”  mentre sulle pareti c'erano delle gigantografie di facce con la bocca spalancata la “scena”.

        Ecco. Ecco. Guarda qua! Che cazzo dovrebbe significare questo?

- Un concetto. Che non è detto che tutti afferrino.

Inarcò leggermente la testa verso l'alto. Non era la voce di Anna. Anna era davanti a lui. E poi, tante cose si potevano dire di lei, ma non era nota per la sua aria mascolina. Si voltò temendo di essere stato appena “cazziato” da un sorvegliante o da un curatore della  mostra. Che giornata.

        Vedo che non le piace. Peccato. Mi ci sono impegnato tanto. Ma, si sa, tanta gente va alle prime solo per il buffet.

L'uomo aveva i capelli bianchi, leggermente arruffati. Una giacca scompagnata col resto del vestito, occhiali tondi, barba appena accennata. Un'aria quasi da mendicante. Ma l'odore sicuramente non lo era. Gli tese la mano.

        Ruggero Calza, piacere. In un certo senso, oggi sono il padrone di casa.

Marco non ricordava il nome sul biglietto comperato all'ingresso, perso come era a pugnalarsi metaforicamente nello stomaco. Ma un sesto senso gli diceva che sotto la scritta “museo di arte moderna” e il prezzo c'erano il nome e il cognome di quello strano tipo che aveva davanti a lui e al quale stava porgendo timidamente la mano.

        E così ha preferenze diverse? Magari, se vuole, può illustrarmele. Oppure, se preferisce, posso mettere una buona parola per farle restituire i soldi del biglietto. Magari fa ancora in tempo per lo spettacolo del multisala delle 22,30. Mi hanno detto che c'è un cinepanettone che fa spanciare dal ridere. Tette, culi e scuregge in quantità.

Ora, in circostanze normali, di fronte a una figura del genere difficilmente si osa ribattere.  Il rischio di perdere e fare una figuraccia peggiore non è dietro l’angolo. Ce l’hai proprio davanti. Ragion per cui, il buonsenso suggeriva a Marco di tacere, incassare e salutare, sparendo velocemente verso l'uscita.

        Grazie, no – rispose stringendo la mano più forte – fatti non fummo per viver come bruti, ma per spartire virtù e conoscenza.

Complimenti – gli rispose Calza – una buona risposta.

- Non quanto delle buone scuse – ammise controvoglia Marco.

- Fa spesso queste gaffe, signor...

- Taddei. Marco Taddei. Purtroppo sì. E a volte le pago anche care, come oggi.

- Signor Taddei, sarei insincero se non ammettessi di aver fatto una figura altrettanto orribile io stesso cercando di abbassare automaticamente il mio giudizio su di lei senza conoscerla. Direi che siamo pari. Del resto, dovrei essere abbastanza abituato alle critiche distruttive, col mio mestiere, ma non si finisce mai di conoscersi.

- Ha ragione. Siamo pari, allora – fece Marco, prima di ricevere un meritato calcio nello stinco da parte di Anna e trattenendo un gemito.

 
 
 

Bianco

Post n°159 pubblicato il 20 Dicembre 2012 da sottoilsette
 
Foto di sottoilsette

 

-         Dai, torna a letto. Fa freddo.

-         No.

-         Proprio non riesci a dormire?

-         No.

-         Bella, però?

-         Mh.

-         Ti faccio un latte caldo.

-         Ok.

Marco continuava a guardare quello spettacolo irreale fuori dalla finestra. La neve a Roma.

Ma non una neve qualunque. Uno spettacolo perfettamente normale in mezza Italia, lì sembrava un film di fantascienza. Per fortuna era capitato nel fine settimana, si diceva. Aveva avuto il suo bel daffare, nel pomeriggio, quando la città era andata nel panico.

Aveva sentito cose assurde. Gente che aveva abbandonato la macchina sul raccordo anulare, altri che avevano percorso a piedi sui binari l’ultimo chilometro prima di Cesano per andare a bussare alle caserme, dopo aver dovuto abbandonare il treno, rimasto senza corrente sulla linea.

La centrale operativa era stata subissata di telefonate fino al collasso. Il coordinamento delle emergenze era andato completamente a puttane, dopo che gli allarmi della protezione civile erano stati sottovalutati e i colleghi non erano stati precettati.

Come se poi ce ne fossero tanti, dopo le “razionalizzazioni” delle caserme.

Tutto sommato, a lui era andata bene.

Quello strano caso della ragazza scomparsa in quella giornata così pazzesca lo aveva tenuto in zona; non aveva potuto mollare l’osso praticamente fino al tramonto, mentre tutte le altre persone in servizio venivano sbattute di qua e di là senza logica, in mezzo al caos incontrollato di quella città abituata a vedere la neve una volta ogni trenta  anni. Al calare del sole, quando aveva fatto rapporto, nessuno gli aveva chiesto niente, a parte un “lascia il cellulare acceso” del capo, nemmeno troppo convinto e alle prese con il cellulare che squillava in continuazione.

Nessuno lo avrebbe cercato fino a lunedì.

Era praticamente tornato a casa a piedi. Adesso la palla restava a chi doveva gestire la giornata di Sabato. Cioè nessuno, di fatto. Tanto, domani le persone sarebbero state tutte a fare casino in quella Roma che sembrava il Trentino.

Il massimo dei problemi lo avrebbero avuto i pronto soccorso degli ospedali per qualche caduta dagli slittini improvvisati.

Con quel casino, non ci sarebbe stato nemmeno uno scippo, ne era sicuro.

Che roba! Fuori, quella pazzesca bufera stava ricoprendo tutto. Domani ci sarebbe stato la solita follia da “guerra nel golfo”. Gente che tirava fuori i moon boot per andare a svuotare gli scaffali dei supermercati, pupazzi e palle di neve. E quella panchina sarebbe stata sepolta. E ghiacciata.

-         Cazzo!

-         Che succede – fece Paola, ancora mezza addormentata.

-         Devo uscire.

-         Adesso? Ma sei scemo? Ma dove vuoi andare?

-         Mi sono ricordato di una cosa.

-         Può aspettare fino a domani. Sono le due di notte. Vuoi congelare?

-         Lasciami il latte nel bricco. Quando torno lo scaldo.

-         No. Tu sei sicuramente scemo. Il freddo ti ha dato al cervello.

-         Vai a dormire e non preoccuparti – fece Marco mentre si vestiva al volo con le cose più pesanti che trovava al volo – dove sono gli scarponcini da trekking?

-         Te li cerchi da solo!

-         Ma porca… si tuffò nell’armadio ripescando le scarpe dimenticate dall’ultima gita in Abruzzo. Si mise due maglioni e un giaccone da moto. Fece per uscire quando si ricordò della cosa più importante.

-         La torcia!

-         Terzo cassetto della cucina – gli fece la voce di sua moglie dal buio della camera da letto.

-         Ti amo! – le rispose.

-         Se non ci resti secco ti ammazzo io, stavolta.

Fece una smorfia, incuneò le spalle e si tuffò nel buio di quella notte irreale. Perse un quarto d’ora buono a cercare le catene nel caos del box e altri dieci minuti per montarle alla bell’e meglio, maledicendo il tempo perso.

In cinque minuti fu all’ingresso del parco. Nessuno in un paio di quartieri si stava muovendo. Prese la torcia, ricordandosi che non si era portato delle batterie di scorta.

Dovrà bastare, pensò.

Si incamminò nel buio del parco, verso il punto dove dicevano di aver visto la ragazza per l’ultima volta. C’era qualcosa che lo guidava che non riusciva a definire. La sensazione terribile di aver sbagliato qualcosa, in quella giornata. Le telefonate, la convulsione, il caos tutto intorno dal quale tutti – lui compreso – volevano fuggire. Tutti coloro che erano giunti in quel parco verso le quattro, poco prima che facesse buio, pensavano ad altro e non vedevano l’ora di andarsene. Avevano preso appunti superficiali, cercando immediatamente riparo in un bar, chi a a farsi una cioccolata calda, chi un goccetto, chi a telefonare per sapere se tutta la famiglia era a casa. La realtà era che nessuno aveva prestato attenzione ai dettagli di quello spicchio di parco dove una ragazza di diciassette anni era sparita, apparentemente ingoiata da quel bianco.

Ma a freddo, davanti alla finestra della cucina, qualcosa nel suo cervello aveva fatto riavvolgere il nastro. C’era un fotogramma stonato che in qualche modo era riemerso.

Ma poteva essere troppo tardi.

Si avvicinò alla panchina, per niente certo di cosa dovesse aspettarsi di trovare.

Puntò la torcia. Al centro della panchina, leggermente spostato sulla sinistra, il mucchio di neve era leggermente incuneato. La sensazione era quella di vedere che effetto fa un fantasma seduto.

Si avvicinò ancora, in mezzo al caos più completo, esplorando con la poca luce che aveva, il quadro che aveva davanti ai suoi occhi. C’era qualcosa che doveva aver visto nel pomeriggio.

Sì, ma cosa? E perché doveva essere così rilevante?

Sotto l’incavo, delle impronte quasi scomparse partivano dalla posizione del fantasma fino a confondersi con tutto il resto della terra smossa da mezzo mondo, colleghi compresi.

Altro che ”non inquinare la scena del crimine”. Chi vede i film non sa come vanno le cose nella realtà.

-         Che è già tanto se si riesce a trovare qualcosa che appartenga a quel crimine - si disse a voce alta senza rendersene conto – bestia, che freddo. Ma chi me l’ha fatto fare…

Gli sembrò di vedere un’ombra sulla panchina. Ripassò la torcia sul punto della panchina dove era passato un attimo prima.

-         C’è qualcosa, forse, ma… - aveva ragione. Era tardi. Tentando di ripulire la panchina dalla neve, si accorse che uno strato di parecchi centimetri era congelato. Non sarebbe riuscito a recuperare niente da lì. Cazzo, se erano stati superficiali!

Se era stato superficiale, si corresse.

Ok. C’era poco da fare. Toccava aspettare fino a domani.

Certo, come no. Provò con un ramo a scavare, ma niente. La luce della torcia cominciava ad affievolirsi. E le mani a surgelarsi, nonostante i guanti.

Un’idea pazzesca gli passò per la mente.

Andò alla macchina e prese il blocca-pedali. Tornò di corsa. Puntò la torcia su un trespolo improvvisato e cominciò a spaccare la parte di panchina dove gli sembrava che ci fosse qualcosa.

Faceva un casino d’inferno in quella parte di notte. Era tranquillo. Sicuramente non sarebbe venuto nessuno.

Dopo cinque lunghissimi minuti, il ghiaccio e mezza panchina si arresero.

Aveva ragione. Non sapeva se aveva un senso con quello che forse era successo in quel pomeriggio, ma qualcosa c’era.

Dei petali di rosa gialla apparvero in mezzo al ghiaccio.

E dei pezzi di carta stracciati praticamente illeggibili.

Ma anche qualcosa che poteva essere o non essere quello che sembrava. Anche se la sensazione era che fosse esattamente quello.

Il ghiaccio che prima era neve era sporco di un colore scuro.

Devo portare via tutto, si disse. Già. ma come?

Non aveva una busta, un sacchetto niente.

Alzò gli occhi. Il cappello.

Se riescono ad esaminare questa roba gioco al superenalotto. Minimo cinque lo faccio.

Si rimise al volante. Era congelato. Si scaldò le mani per cinque minuti prima di riuscire a digitare un messaggio.

-         Perdonami, ma devo andare in centrale. Non preoccuparti, torno appena possibile.

Non fece in tempo ad avviare il motore ed inserire la retromarcia che arrivò un bip bip sul cellulare.

-         Vaffanculo.

Poteva andare peggio, pensò.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

Fumo

Post n°158 pubblicato il 11 Dicembre 2012 da sottoilsette
 
Foto di sottoilsette

-         Due anni. Due anni!!!

Mi massaggio la guancia per cercare di assorbire il dolore. Non credo che mi abbia mai colpito così forte.

Ora che ci penso, credo non mi abbia mai colpito.

-         Sono più di due anni che non ho tue notizie! Sei sparito nel nulla come un fantasma e ti presenti sulla porta di casa mia come se niente fosse! E guardati! Sembri… non lo so nemmeno cosa sembri! Ma dove diavolo sei stato?

Non dico nulla. Peggiorerei solo le cose.

-         Ti ho cercato per mesi. Per mesi! Ho chiamato chiunque, dai tuoi parenti ai negozianti dove facevi la spesa di solito! Credevo fossi morto! E ti fai vivo adesso? Così? Come se fosse una cosa normale?

Si accascia su una sedia, improvvisamente stanchissima. Un luccichio da quegli occhi mi spinge istintivamente ad avvicinarmi, ma ottengo una reazione che non riesco a prevedere. Si alza di scatto, allontanandomi di nuovo verso il pianerottolo. Mi fissa con un odio che non avrei mai creduto possibile. Si blocca e mi punta un dito accusatore che mi fa più male del ceffone di un attimo fa.

-         No! Non ti concederò di vedermi piangere. Ho già versato troppe lacrime a causa tua. Fuori di qui!

-         Ma…

-         Ho detto fuori! Hai capito? FUORI!!!

E prima che me ne renda conto, mi spinge fuori dall’appartamento e la porta di casa si stampa sulla mia faccia.

Mi siedo sul pianerottolo, appoggiandomi a quella stessa porta.

Ed è allora che sento l’odore di sigaretta.

Maria non ha mai fumato.

Se avessi avuto ancora qualche dubbio, ormai ne ero certo. Era davvero troppo tardi.

Davvero non so cosa mi fosse passato per la testa tornando a casa. Ma cosa pensavo?

Sorrido amaramente.

Mi alzo. Scendo le scale. Lentamente, esco dal portone.

Cammino. In che direzione, non ne ho idea. Una strada, ormai, vale l’altra. Ormai ho finito tutte le opzioni. Sono stanco. Ho fame e non so come affrontare quello che succederà domani.

Senza rendermene conto mi ritrovo alla fermata dell’autobus. Quale linea, nemmeno me ne rendo conto. Salirò sul primo che mi capita e che sarà, sarà.

Ed è allora che le prime gocce si stampano sulla mia faccia. E non solo le prime.

In poco tempo sono uno straccio, e non c’è un balcone da nessuna parte, lì intorno.

Mi siedo, come un idiota, pensando a come diavolo sono finito in quella situazione.

E non mi accorgo dei fari di una macchina che bucano la pioggia battente.

La mia macchina.

Come la scena di un film, lo sportello si apre e la vedo.

-         Sali – mi fa senza guardarmi.

Alzo lo sguardo. Devo avere un aspetto terrificante.

-         Non farmelo ripetere. Potrei cambiare idea.

Salgo. Sembro un ranocchio. Ma dubito che questa principessa mi bacerebbe. Nemmeno mi guarda.

-         Non voglio sapere niente di quello che ti è successo. Adesso vieni a casa. Ti fai una doccia, mangi un boccone, ti metti a letto e dormi. Parleremo domani. Se ne ho voglia.

Finalmente si volta.

-         Ok?

Alzo e abbasso la testa. E, lentamente, ce ne andiamo verso casa.

 

 

 
 
 

Inchiostro rosso

Post n°157 pubblicato il 09 Dicembre 2012 da sottoilsette
 

 

Al risveglio, la spalla faceva ancora molto male.

Certo, non male come prima di addormentarsi (anche se forse il termine “collassato” era sicuramente più adatto), ma abbastanza male. Ma quanto tempo era rimasto privo di sensi, lì a terra?

Si tirò su, vide buona parte del firmamento, ricadde. Perse qualche istante per mettere a fuoco e finalmente diede un’occhiata intorno.

La casa era tutto sommato pulita, fatta eccezione per le tracce di neve e fango che tracciavano una linea incerta dalla porta fino al punto dove si trovava adesso.

Le sue tracce.

Si alzò con fatica e subito si appoggio alla parete per poi accasciarsi nuovamente.

Al quarto tentativo, finalmente, potè cominciare ad esplorare quella casa. 

Una classica casetta di montagna. Poco più di un rifugio. Spartana e funzionale. E solida, aggiunse mentalmente. Tutto il necessario, ma in piccolo. Di fatto, era una grande stanza equamente divisa a metà', una delle quali fungeva da camera da letto, e l’altra da ambiente giorno con angolo cottura. Due porte, una sicuramente verso il bagno, e l’altra da dispensa e sgabuzzino. Un paio di finestre piccoline dalle quali entravano due lame di luce dagli scuri chiusi. Più o meno in mezzo a dividere gli “ambienti”, un camino.

Di legna, a vista, pochina. Sicuramente, la maggior parte sarà stata dentro una capanna là fuori, chissà sotto quale mucchio di bianco. Non si era congelato, quindi la casa doveva essere ben isolata termicamente. Non ricordava nessuno di questi particolari, mentre era impegnato a rifugiarsi dentro quell’unico porto sicuro prima e cadere a corpo morto poi. La paura, il dolore e lo scarico di adrenalina avevano cancellato quei momenti dalla sua mente, prima dell'oblio.

Ed ora eccomi bloccato qui, pensò.

Senza sapere dove sono, rinchiuso dentro una cassaforte di ghiaccio e probabilmente dato per disperso. Magari mi troveranno tra chissà' quante settimane, uno scheletro dentro una tuta da sci firmata. Che fine idiota.

Andò verso lo sgabuzzino e lo aprì.

Che mi venisse..

C’erano provviste in scatola per un reggimento. E coperte e abiti pesanti di scorta. Una ottima organizzazione a prova di emergenza.

Bè, chiunque sia il padrone, dovrò fargli un monumento, quando esco da qui.

Se esco da qui, aggiunse mentalmente un istante dopo.

Scosse la testa per scacciare quel pensiero, quando notò un’altra cosa sul pavimento dello sgabuzzino.

Una valigetta nera. Si abbassò per guardarla meglio.

Uhm. Sarà mica un contrabbandiere. Nel caso, se mi trova, il monumento rischio che lo facciano a me. Meglio fare finta di non averla vista.

Ma, mentre si diceva questo, le sue mani erano già scattate verso la chiusura della valigetta.

Inclinò leggermente la testa per essere sicuro di aver visto bene.

Una vecchia macchina da scrivere. Pulita e lucida. Decisamente un oggetto fuori posto in quell'ambiente.

Sul davanti campeggiava in bella vista la scritta ‘lettara 22’.

La prese e subito la dovette lasciare. Aveva dimenticato la spalla fuori uso.

Chissà. Forse quassù ci viene uno scrittore, pensò. Ed anche di una certa età, direi. Chi diavolo usa ancora questa roba oggi?

Vicino alla valigetta, una scatola. Risme di carta formata A4 che facevano il paio con quell’oggetto di un’altra epoca.

Prese una scatoletta e la portò sul tavolo della ‘sala da pranzo’. Nel cassetto del tavolo, un vecchio apriscatole gli ricordò dolorosamente quanto fanno comodo tutte e due le mani ben funzionanti.

Aprì la porta con circospezione. Come immaginava, un muro di bianco lo isolava dal mondo. Usò il vecchio apriscatole per togliere un pò di ghiaccio e bere. Capì che di scavare una via per raggiungere il mondo civile, non se ne parlava proprio. Non in quel momento, in quelle condizioni e con quella temperatura. E in che direzione sarebbe andato, poi?

Meglio cercare di riprendere le forze e la testa. Scampato il pericolo, aveva tempo per pensare alla sua prossima mossa.

Richiuse la porta. Raggiunse il letto e lo usò per la prima volta.

Tempo dopo (Minuti? Ore?) i suoi occhi si riaprirono. Da quell’angolo del letto vedeva chiaramente la porta dello sgabuzziono aperto e la macchina da scrivere. Da qualche parte dalla sua memoria, l’immagine di suo padre che infilava una risma di carta nella loro macchina da scrivere lo colpi con forza. Era un’immagine dimenticata che riemergeva sovrapponendosi a quella che aveva davanti a sè, come un sogno ad occhi aperti.

Si ritrovò senza sapere come di nuovo seduto a quell’oggetto antico.

In fondo non c’è molto da fare qui, mentre aspetto che mi cerchino, si disse. Prese un foglio, lo inserì nel rullo e premette dei tasti a caso.

Il foglio restò bianco.

Non c’è il rullo con l’inchiostro, capì.

Dietro le risme, un’altra scatola più piccola rivelò dei nastri metà neri e metà rossi, chiusi in delle bustine di plastica. Chissà quanto tempo era passato dall'ultima volta che en aveva visto uno.

Ne aprì una, infilo le bobine negli appositi alloggamenti e riprovò nuovamente a scrivere.

Niente. Foglio nuovamente bianco. Mosse una levetta che sollevò il rullo, passando alla modalità ‘rosso’ e miracolosamente apparve la parola che le sue dita scrissero.

Il nero si è seccato e il rosso no , pensò scartando un’altra bobina.

Inserì nuovamente l’oggetto del desiderio, ottenendo lo stesso identico effetto.

Sono sicuro che se le aprissi tutte sarebbe la stessa cosa, sbuffò.

Evidentemente è destino che questa storia sia raccontata col colore rosso, ghignò proseguendo la sua scrittura incerta da un dito alla volta.

Fuori, la poca luce che filtrava incominciava ad affievolirsi.

 

 

 
 
 

Progetto Incipit

Post n°156 pubblicato il 09 Dicembre 2012 da sottoilsette
 

Cos'è il “progetto incipit”?

Una cosa a cui pensavo già da un po’. “Semplicemente” una raccolta di primi capitoli di “possibili” storie che mi piace lasciare aperte e metterle a disposizione di tutti quelli che vogliano raccogliere il testimone per proseguire da queste tracce e andare dove la loro fantasia li voglia trasportare.

Significa che chiunque voglia proseguire dal mio ultimo punto a capo lo può fare, senza limiti di sorta. Se lo prende, lo copia, lo incolla e va oltre, senza limiti di sorta...

O meglio, alcune piccole regole ci sono:

Se il racconto verrà scritto senza fini di lucro, nulla è dovuto, se non un grazie (sempre gradito).

Se il racconto vedrà la luce in una forma retribuita (cosa che auguro a tutti gli scrittori, aspiranti e non), si intende che esista tra noi quello che viene chiamato un “accordo tra gentiluomini” per cui eventuali diritti siano dovuti in percentuale. Semplificando: se viene pubblicato un libro di 100 pagine di cui la parte da me scritta occupa una pagina, mi tocca un centesimo del pattuito. Semplice, no?

Una ultima raccomandazione, più una cortesia che altro: se fosse necessario modificare quanto trovato scritto da me per esigenze narrative (miei eventuali strafalcioni a parte, si intende), avrei piacere che su queste modifiche fossimo d'accordo. Eventualmente sentiamoci, il mezzo informatico aiuta.

Per il resto, carta bianca. Buona lettura.. e buona scrittura.

 
 
 

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