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6. Perdono.
Haikuju era inserito nella comunità dei monaci da alcuni anni. Aveva un carattere impulsivo e permaloso, che provava a domare meditando a lungo. Frequentava maggiormente i confratelli più mansueti: sperava, in questo modo, di imparar da loro l’arte della tranquillità e della tolleranza. Studiava attentamente i loro atteggiamenti, le loro parole, i loro sguardi, le loro reazioni ai torti subìti. A volte, li metteva lui stesso alla prova, provocandoli apertamente, e rimaneva stupito dalla loro grande capacità di saperlo sempre perdonare. Perdonare era sempre stato difficile per lui che faticava pure a dimenticare sgarbi ricevuti, anche se lievi. Si confidò con il suo maestro: “Da anni sono tuo discepolo, eppure mi sento molto indegno. Faccio ancora tanta fatica a perdonare. Non riesco a trovare una buona ragione per poterlo fare con tutti. Puoi, tu, darmene una, universalmente valida?” “Per dono!” Rispose subito il maestro.
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1. Il pozzo ed il mare.
In un villaggio si aggirava per le vie un ragazzino che viveva mendicando. Camminava lentamente ed aveva un misero bagaglio per le sue poche cose. Molti lo scansavano, i più lo schernivano per il suo aspetto trasandato. Solo pochi gli davano qualcosa. Lui, grato, rispondeva sempre con un sorriso alle persone che gli dimostravano generosità e non sembrava particolarmente turbato dalla sua povertà. Ekido percorreva con il figlio la via principale del villaggio, quando si imbatté nel ragazzino mendicante. “Signore, mi donate qualcosa?” Ekido gli regalò dieci monete. Suo figlio sgranò gli occhi e disse al padre: “Perché sei stato così generoso con un piccolo?” “Cosa intendi dire?”lo interrogò Ekido. “È piccolo, non è importante, non potrà mai darci alcun aiuto”. “E chi può saperlo! – rispose – Imparerai che spesso, un piccolo, come tu dici, può aiutarci meglio di un grande!” “E come è possibile padre?” “La sete te la toglie il pozzo o il mare?”.
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![]() ![]() Le decine e decine di persone che ieri pomeriggio si accalcavano all’inizio di Corso dei Martiri della Libertà, nel pieno centro di Brescia, erano davanti alla Libreria Ferrata (una libreria, vi rendete conto?) e si erano radunati lì per poi trasferirsi in una sala della vicina via Bronzetti, dove si sarebbe tenuta la presentazione di “Racconti Bonsai”, l’agile opera prima della brescianissima Laura Sberna. Ovviamente sala gremita, con moltissimi spettatori costretti ad assistere in piedi, per un’ora di grande interesse e relax, costellata di applausi, condotta da uno spumeggiante Patrizio Pacioni e impreziosito dalla voce di Anna Bruna Gigliotti, per l’occasione in veste di attrice-lettrice. (Dal Blog di Patrizio Pacioni)
Ringrazio di cuore tutti quelli che ieri hanno condiviso con me la gioia per la presentazione del mio primo libro: è stata una bella emozione!Un ringraziamento particolare a Patrizio Pacioni, disinvolto e abile intervistatore, e a Anna Bruna Gigliotti deliziosa lettrice: mi hanno trasmesso tranquillità e sono contenta che sulla mia strada ci siano anche loro! |
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"RACCONTI BONSAI" ED. SABINAE LAURA SBERNA Ho chiamato bonsai questi racconti per la loro modesta lunghezza e per il tipo di ambientazione scelta come sfondo. In ognuno ho cercato di esprimere una visione diversa delle varie situazioni che la vita ci può presentare. Per cambiare realtà basta, a volte, cambiare solo punto di vista.
Il libro si trova nelle librerie di Brescia Feltrinelli, Tarantola, Rinascita e nelle seguenti librerie di Roma: LIBRERIA CROCE e si può acquistare anche on line: http://www.bol.it/libri/Racconti-bonsai/Laura-Sberna/ea978889610531/
http://www.edizionisabinae.com/EDIZIONI_SABINAE/SBERNA.html http://www.ibs.it/code/9788896105313/sberna-laura/racconti-bonsai.html
http://www.deastore.com/libro/racconti-bonsai-laura-sberna-edizioni-sabinae/9788896105313.html
http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-sberna_laura_.htm |
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“La tragedia dell’amore è che può non esser corrisposto”. Ripeto queste parole dentro me come un mantra, camminando sotto i portici del centro. Sento un pugno nello stomaco per ogni coppia abbracciata che mi capita di vedere. Quando sono triste non sopporto chi è felice… e pure questo mi fa star male: “Che razza di persona sei?” Mi dico. Poi non mi rispondo, so già che la risposta non mi piacerebbe. Ho già tanto dolore, perché aggiungerne dell’altro?
Un ragazzo mi urta: gli urlo in faccia tutta la mia rabbia. Mi guarda stupito. Non sa che, per me, in quel momento, lui rappresenta tutti gli uomini che mi hanno ferita. Risento le parole bugiarde dell’inganno. Rivivo sguardi cupi e ostili. Riprovo la vergogna dell’esser derisa: tutto quell’amore dato a chi non sa che farsene. Eppure io li ho amati… quelle canaglie! Sì, canaglie. La rabbia mi monta dentro. Penso che amore fa rima con dolore, che è solo illusione che ti far star male…e ti lasci svuotata dei tuoi sogni e delle tue magie. Mi porto una mano al cuore: non voglio esser così, come mi sento ora. “Batti, batti.” dico dentro me. “Fammi sentire che son viva, anche se ferita, delusa, triste. Fammi sentire che sei ancora pieno d’amore e che io saprò usarti senza i fantasmi del passato, le tristezze del presente e le paure per il futuro”. Mi calmo. Ora imbocco la salita del Castello: camminare mi fa bene. Penso alla salita che dovrò affrontare per uscire dal mio dolore. Non sarà così bella come questa che sto percorrendo. Sarà più importante. Sicuramente più difficile. Ma necessaria.
Dall’alto vedo la calma piatta della città dopo il tramonto.
Tutto mi pare più chiaro.
E finalmente il ritmo del mio cuore è anche il ritmo della vita.
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Me ne stavo così bene io, nella mia bella e lucida confezione rossa a scritte bianche! Quarto scaffale,vista panoramica, assistevo, divertito, all’acquisto dei miei compari PC dei piani inferiori: poveretti, chissà in che mani sarebbero finiti! Io ero un fiero notebook, due gigabyte di ram, centoventi di disco fisso, scheda audio e video da far paura, un’invidiabile ed elegante estetica: ero bello, e non mi andava proprio di far parte di quell’accozzaglia di offerte speciali che si vendevano come il pane ad improbabili ed improvvisati informatici. Mi sentivo al sicuro, pensavo che in quell’ipermercato così modesto, nessuno mi avrebbe mai acquistato!
Mi sbagliavo.
Prelevato da due mani grasse e pelose di un commesso che, in bilico su una scala, sbuffava come un mantice, mi sono ritrovato dentro uno stupido carrello fra confezioni di vino rosso, birre scure, grappe di vinacce e un gambo di sedano: mio Dio, già dalla spesa capisco che sono finito nei guai! Dopo un lungo e penoso viaggio, chiuso in un lercio baule di una scarcassata familiare blu, mi ritrovo appoggiato, solo soletto, su una scrivania color mogano. Non sto poi così male…
Ho parlato troppo presto!
Con veemenza mi collegano alla presa, dita sudaticce disturbano i miei tasti e si muovono, maldestre, fra le lettere: ma questo qui, lo sa l’italiano? Invoca santi e madonne perché non riesce ad usare il touchpad come si deve, e con rabbia, urla: “Dove diavolo ha il mouse questo coso?”
Il mouse? Io, fiero notebook, con vicino quello stupido stupido topo elettronico? Mai e poi mai!
Oddio, adesso mi inserisce un CD ROM, la solita rude “gentilezza”, e punta due inespressivi occhi bovini sul mio bellissimo schermo a cristalli liquidi. Si avvia un giochino con dei suoni infernali, così sciocco, ma così sciocco, che mi sembra adatto ad un bimbo di cinque anni… solo che lui, il mio “padrone”, ne avrà almeno cinquanta!
Per tutti i pixel…sono finito in mano ad un…ad un… ad un bambinone! Quegli adulti mai cresciuti nel cervello che si credono grandi solo per una questione di centimetri e di chili, e, magari, perché si possono comprare un notebook bello come me! Capirà mai le mie molteplici funzioni? Tutte le mie risorse al servizio di un incapace che, ne sono certo, mi rovinerà nel giro di poco tempo!
Non lo posso sopportare!
Ero un fiero notebook con vista panoramica, avvolto nei caldi confort della mia splendida e lucida confezione rossa, ed ora mi sento come un insulso giocattolo in mano ad un buzzurro che non mi sa nemmeno apprezzare e mi tratta come un semplice videogioco. Sono sempre stato orgoglioso, non ho mai avuto bisogno di niente e di nessuno, ma ora, ora sono così giù che solo una cosa potrebbe consolarmi davvero: un tenero, tenero abbraccio della mia scheda madre!
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Un giorno Mi presento bussò alla porta di Verità e le chiese: “Come posso sapere chi sono?” Verità rispose sicura: “Guarda dentro di te e lo saprai.”
“Perbacco! - pensò Mi presento – E’ un lavoro complicato, due occhi non mi basteranno!”
Allora prese in prestito gli occhi dei suoi genitori: occhi grandi, amabili, pieni di tenerezza e si vide come una bambina fortunata che giocava spesso all’aria aperta come un maschiaccio, su e giù con la sua bici, nonostante mangiasse poco e di malavoglia.
Ad altri occhi non seppe dire di no, perché, per lei, erano molto importanti: erano gli occhi di suo figlio. Limpidi, vivaci, ma attraversati, a volte, da un guizzo d’inquietudine. Mi presento si sentì turbata, le immagini erano un po’ sfocate, forse lei aveva paura di guardarle. Le venne in aiuto Amore e, subito, la visione si delineò chiara e si vide come una mamma affettuosa e attenta, un po’ insicura perché, non sempre, sapeva cosa fosse meglio per lui.
Mentre indugiava su queste immagini e pensava da quali altri occhi potesse attingere conoscenza di sé, Verità le suggerì delicatamente: “Non sottrarti allo sguardo dei tuoi occhi” Mi presento si mise persino gli occhiali per vederci meglio. In passato aveva già preso degli abbagli e, spesso, non aveva visto cose che pure erano davanti a lei. Ora si era fatta più attenta e sapeva che la luce bianca, pur sembrando unica, era formata da più colori, e fu così che iniziò a vedersi verde come tutte le speranze di vita piena per sé e per tutte le persone care che lei teneva strette nel suo cuore. Violetto, come il suo vivo ed irrinunciabile desiderio di una misteriosa ed appagante spiritualità. Rosso, come il sangue di una sua dolorosissima ferita. Giallo sole, come il calore di cui aveva bisogno per riprendersi da un lungo freddo. E, ancora, arancione, come il frutto maturo, bello da guardare e succoso da gustare, che lei desiderava essere. Blu, come un grande cielo terso in cui poter spaziare a tutto campo. Ed infine rosa, come tutte le emozioni che, ancora intensamente, lei, voleva provare.
“Hei tu – sentì da una nuova voce Mi presento – sono Desiderio, un dono di Verità, cosa vuoi per te?”
Mi presento ci pensò su e poi, sicura, rispose: “Vorrei Fiducia, Accettazione, Coraggio e Amore, per far crescere la migliore me stessa.”
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Quando vado fuor di testa io mi sento come in festa, tutto quanto posso fare col mio solo immaginare.
Apro ricche casseforti suono tutti i pianoforti, mangio piano un buon panino mi concedo un riposino.
Se poi sogno di viaggiare non mi devo scoraggiare, se al risveglio turbolento io mi sento lo scontento.
Posso andare su Saturno con un bel gufo notturno, assaggiar la luna piena dare un calcio ad una iena.
Trattenere poi il respiro e baciare un bel tapiro, azzannare un elefante acchiappare un lestofante.
Se poi voglio esagerare basta solo di sognare una vita bella assai senza pianti, senza guai!
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Quel giorno, pur non essendo domenica, il museo delle auto d’epoca era pieno. Eleganti uomini occhialuti scrutavano le auto in ogni loro dettaglio. Come ispirati, alcuni, ne accarezzavano persino le lucide carrozzerie con tocchi delicati e leggeri: una grande soddisfazione si leggeva distintamente nei loro occhi. Fra i visitatori, poche donne, tutte rigorosamente ignorate dai loro uomini e, con dipinta sul volto, la cocente delusione di non esser oggetto del desiderio quanto quelle stupide ed inanimate auto. Solo un annoiato e paffuto guardiano le osservava malizioso, contento di posare, finalmente, il suo sguardo su un bel paio di gambe anziché su quelle solite e, per lui, insopportabili auto. Incastrata, fra gli ingranaggi del motore che un rosso cofano aperto esponeva ai visitatori più esigenti, stava, apparentemente beata, una strana ed originale lumaca. Capitata lì, non si sa come, da molto tempo, soggiornava indisturbata, nel museo. I primi tempi eran stati duri:continuava a domandarsi dove mai fosse finita tutta l’erbetta verde sulla quale strisciava lenta, felice di sentire quel freschino sotto la pancia. E quanta nostalgia del sole, del profumo dei fiori…
Perché la natura era sparita? Cos’eran tutte quelle superfici strane e quegli odori pungenti e nauseabondi che confondevano il suo olfatto? Ricorrendo a quel sorprendente istinto d’adattamento di cui ogni essere vivente è provvisto, aveva presto imparato ad assimilare, a mo’ di cibo, tutto ciò che veniva usato per tenere linde e splendenti quei begli esemplari d’auto d’epoca. Il suo dna si era ormai alterato. Pure lei stentava a riconoscersi con quelle due antenne che, nel tempo, erano finite per assomigliare a due grandi e luminosi fari cromati! E che dire del guscio? Si era ammorbidito ed allungato formando una perfetta ed aerodinamica capote. Non riusciva nemmeno più a strisciare: si spostava, velocemente, su quattro ruote,con lucidi cerchi in lega, che le erano spuntate ai lati del suo corpo. A volte, urtava contro qualcosa, perché faticava ad abituarsi a quegli specchietti retrovisori di cui non riusciva a spiegarsi l’utilità. Erano tante, ormai, le cose che non capiva di sé… per esempio il fumo, o quello strano rombo che sentiva nel respirare e che lei non riusciva a governare in nessun modo. Di colpo, si sentì sollevare a mezz’aria: mille occhi stupiti eran puntati su di lei . L’assordante vociare le fece intuire che qualcosa, di lì in poi, sarebbe cambiato… Non si sbagliava: da quel giorno lei, la “lumacAUTO”, diventò la vera attrazione del museo, strombettando e rombando felice per l’inaspettata e conquistata popolarità!
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Ero solo una bambina, ma già sapevo che volevo dedicare la mia vita agli altri. Mia madre era orgogliosa di me e mi esibiva come un trofeo. La mia maestra mi portava ad esempio ai compagni. Mio padre, tutte le sere, mi baciava teneramente sulla fronte e, stringendomi a sé, diceva: “Dormi bene, santa bimba mia!” Sono cresciuta così, quasi obbligata alla bontà. Prendere i voti fu per me naturale. Non mi sembrava di perdere la libertà: avevo scelto un ordine di suore missionarie. Non avrei vissuto chiusa in un convento o confinata in una comoda parrocchia.
Io avevo scelto l’avventura… seppure dentro i binari di rigide regole.
L’addestramento pre-missione procedeva a gonfie vele. Africa, sarei andata in Africa! Partii con tutto l’entusiasmo della mia giovane età e con la certezza che la fede mi avrebbe sostenuta nelle difficoltà che avrei incontrato. La missione mi accolse con grandi festeggiamenti. L’Africa mi diede il suo benvenuto regalandomi un suggestivo tramonto infuocato. Lavoravo molto e con soddisfazione. Conquistai presto la stima e la fiducia della gente del posto. Anche gli uomini, restii a dar credito ad una donna bianca col velo, mi cercavano e ascoltavano i miei consigli. Avevo spesso a che fare con uno di loro, Abdhul. Con il suo fiero portamento da guerriero, si faceva portavoce dei problemi della comunità. Insieme si riusciva sempre a trovare un modo per migliorare le cose. La notte, cullata dalle voci e dai suoni della splendida natura africana, pensavo a quanto fortuna avessi avuto nel trovare una persona così utile vicino a me.
Tre anni passarono in fretta.
Ricordo bene quel mattino: il mio mondo non fu più lo stesso. Io non fui più la stessa.
Abdhul partiva, se ne andava lontano lontano. Mi salutò frettolosamente, occhi bassi a terra. Rispose timidamente al mio abbraccio, eppure, il mio corpo, vicino al suo, cominciò a tremare. Sentivo distintamente le sue mani ferme sulla mia schiena, la sua guancia appoggiata alla mia. Un’onda di desiderio mi attraversò.
Avevo un corpo. Lo sentivo, per la prima volta, in tutta la sua pienezza, e ne ero sconvolta.
Quel giorno mi ubriacai di lavoro senza trarne alcuna soddisfazione. La gente mi infastidiva: nella testa, nel cuore, nel corpo avevo sempre più Abdhul. Echi di tamburi lontani acuivano la mia inquietudine. Una doccia, avevo bisogno di una doccia. Mi spogliai. L’acqua mi scivolava addosso risvegliando sensualmente il mio corpo: sentivo che, prepotentemente, desiderava esser toccato, accarezzato, finalmente riconosciuto. E non voleva più aspettare.
Il tempo si fermò. Rimasi così: nuda. Ma coperta di emozioni.
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Piazza Duomo era ormai diventata la sua casa. Uscito, di buon mattino, dal dormitorio in cui passava tutte le sue agitate notti, si sistemava, con le sue povere cose, appoggiato alla grande colonna marmorea dell’antico porticato. Un sottovaso di plastica verde serviva a raccogliere le offerte di quei passanti che, vedendolo, s’impietosivano. Vicino a lui, acciambellato in un cartone della Coop che sembrava aver superato mille battaglie, un timido cagnolino color cognac, dormiva beato sollevando ritmicamente la pancia. Barba lunga, capelli arruffati grigi, pantaloni sformati di velluto blu e un grezzo maglione azzurro, azzurro come i suoi occhi rassegnati e stanchi. Chi avrebbe mai immaginato che lui, sì proprio lui, era stato uno stimato chirurgo del Policlinico di Milano? Le sue mani, ora ruvide e sporche, con estrema precisione avevano maneggiato scintillanti bisturi e portato a termine operazioni complesse…tranne una: ancora oggi non si capacitava dell’errore che aveva fatto e non riusciva a perdonarsi di aver ammazzato un uomo che si era fidato di lui e della sua perizia. Da solo si era condannato a quella vita di stenti: gli sembrava la giusta punizione per la sua colpa. A chi gli lasciava una moneta diceva sempre: “Tanta salute a lei e ai suoi cari” Il sorriso che riceveva come risposta, lo sollevava per un attimo dal peso dei ricordi, ma subito ripiombava nella sua cupa malinconia con il solito ritornello ossessivo nella testa: “E’ morto…è morto…” Allora, per calmarsi, accarezzava piano il suo Jack, ne sentiva pulsare il cuore sotto le dita affusolate e, intenerito, si godeva il suo sguardo affettuoso. Solo da lui non si sentiva giudicato ed era una sensazione bellissima! Da tanto aveva rinunciato a radersi per evitare di guardarsi allo specchio: nei suoi occhi leggeva solo rimprovero e disperazione e non riusciva a sopportarlo. Amava quel cane, non era solo per la compagnia, Jack gli dava molto di più. Con lui vicino si sentiva protetto come in famiglia. Affrontare gli sguardi della gente, all’inizio, era stato difficile, più difficile ancora, accettare l’elemosina. Un senso di vergogna si impossessava di lui, ma bisognava sopportarlo, e sopportarlo in silenzio, perché se l’era meritato. Lui era vivo…quell’altro…morto.
Ma era vita la sua?
Se lo domandava, stranamente, da qualche giorno, prima non gli era mai capitato, e questo lo inquietava. Non voleva sottrarsi alla pena che si era inflitto, ma sentiva che, qualcosa, iniziava a sgretolare questa sua decisione. “Dottor Corti…i suoi occhi…è il dottor Corti vero?” Lui annuì, stupito di esser stato riconosciuto. “Lei salvò questo mio figlio – disse la donna indicando una zazzera bionda - io non sono più riuscita a ringraziarla… ma non è mai troppo tardi!” E, spontaneamente, lo abbracciò. Stretto in quella dolce morsa, sentì di nuovo nella testa tutte le sue ossessioni: “Io vivo, lui morto, non merito perdono, non merito niente… io vivo… lui morto.” Si liberò rabbiosamente da quell’abbraccio, non voleva abbandonarsi a quella nuova chance, si sentiva ancora indegno, sporco. Ma poi la mano quasi furtiva del bambino afferrò la sua stringendola forte forte. Ed ogni cosa ritornò possibile.
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Ridere è per me importante quanto scrivere! Per questo nel mio blog troveranno spazio anche battute umoristiche, celebri e non, vignette, e tutto ciò che riuscirà a strapparmi un delicato sorriso o una sonora risata, sperando di suscitarne anche nei miei ospiti! Considero questo tag (un po' di linguaggio tenico dà tono) la sezione umoristica del mio blog: i lavori sono in corso...
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