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        <title>Carpe diem</title>
        <description>Mondo e altro</description>
        <link>http://blog.libero.it/steve22966/</link>
        <lastBuildDate>Wed, 25 Jan 2012 21:09:12 +0100</lastBuildDate>
        <generator>Libero Blog</generator>
        <category>Di Tutto un pó</category>
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            <title>Quando il buco nero spara</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/11009291.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Nuove immagini ad altissima definizione mostrano per la prima volta l'istante in cui un buco nero spara &quot;proiettili&quot; di gas superveloci. I dati provengono dall'osservazione del &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;H1743-322&lt;/strong&gt; e della sua stella compagna, che si trovano a circa 28.000 anni luce dalla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Nei sistemi binari come questo, pu&amp;ograve; accadere che il &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; strappi alla compagna del materiale che va a formare i cosiddetti dischi di accrescimento, che ruotano vorticosamente attorno all'equatore del &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;La materia che cade nel &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; pu&amp;ograve; causare l'emissione di getti di materiale dai poli.&amp;nbsp;&lt;img style=&quot;float: left;&quot; title=&quot;Quando il buco nero spara&quot; src=&quot;http://www.nationalgeographic.it/images/2012/01/11/160150597-5622e5b5-30e5-4282-a26a-fb42b0b6c096.jpg&quot; alt=&quot;astronomia&quot; width=&quot;200&quot; /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Di solito si tratta di getti continui, ma a volte possono essere sostituiti da emissioni rapidissime di gas elettricamente carico, &lt;em&gt;&quot;proprio come proiettili sparati da un fucile&quot;&lt;/em&gt;, dice &lt;em&gt;Gregory Sivakoff&lt;/em&gt;, ricercatore dell'Universit&amp;agrave; dell'Alberta, in Canada. &lt;br /&gt;Queste emissioni possono produrre in un'ora la quantit&amp;agrave; di energia che il &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; emette in cinque anni. Dal 1977, anno della sua scoperta, il &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;H1743-322&lt;/strong&gt;, che ha una massa tra cinque e dieci volte quella del &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, ha pi&amp;ugrave; volte prodotto queste emissioni, ma finora gli scienziati finora non erano riusciti a capire quando e perch&amp;eacute; il &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; si decidesse a &quot;premere &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;il grilletto&quot;. &lt;em&gt;Sivakoff&lt;/em&gt; e colleghi sono riusciti a catturare immagini estremamente dettagliate di un paio di proiettili di gas lanciati dal &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; nel 2009, in direzioni opposte. Misurandone la traiettoria, sono riusciti anche a ricostruire il punto preciso da cui erano stati emessi. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;Abbiamo 'beccato' il &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt; proprio mentre sparava un getto di materiale a una velocit&amp;agrave; quasi pari a un quarto di quella della luce&quot;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;Studiando le variazioni nelle emissioni di radiazioni e di raggi X del &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt;, gli scienziati hanno anche ipotizzato che i proiettili provengano da grumi di gas presenti nei dischi di accrescimento. Quando i dischi, ruotando, si avvicinano troppo al &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;buco &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;ne&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;ro&lt;/span&gt;, vengono distrutti e il gas viene &quot;sparato&quot; via. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;&amp;Egrave; un primo passo verso una migliore comprensione dei dischi di accrescimento e dei meccanismi fisici che determinano i getti di gas&quot;&lt;/em&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;, commenta &lt;em&gt;Sivakoff&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;strong&gt;Charles Q. Choi - National Geographic Italia - 11.01.12 &lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Immagine per gentile concessione A. Weiss e R. Kraft, ESO/WFI/MPIfR/APEX/NASA/CXC/CfA&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Buchi neri</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Wed, 25 Jan 2012 21:09:11 +0100</pubDate>
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            <title>Alle Cayman il «camino nero» più bollente: 450 °C</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10992716.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: mceinline;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;La vena idrotermale oceanica che si trova nella fossa delle Cayman, nell'oceano Atlantico, a una profondit&amp;agrave; di 4.960 m, non solo &amp;egrave; la pi&amp;ugrave; profonda, ma &amp;egrave; anche quella che emette acqua a temperatura pi&amp;ugrave; alta: 450&amp;deg;. &lt;br /&gt;Il &amp;laquo;camino nero&amp;raquo; (&amp;laquo;fumatore nero&amp;raquo; in linguaggio scientifico, che riprende l'inglese &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;black smoker&lt;/span&gt;) &amp;egrave; il terminale della circolazione idrica sotterranea nelle zone delle dorsali oceaniche, dove le placche divergono con spaccature e vulcani sottomarini per dare origine a nuova crosta. &lt;br /&gt;Il colore nero dell'&lt;span style=&quot;font-family: mceinline;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; che viene sparata fuori ad alta pressione &amp;egrave; dovuto alla grande quantit&amp;agrave; di metalli che i fluidi caldissimi e sotto pressione asportano dalle rocce basiche vulcaniche. &lt;br /&gt;&lt;img title=&quot;I gamberetti ciechi con un organo luminoso sulla schiena. In mezzo a loro un pescetto anguilliforme (da Noc)&quot; src=&quot;http://images2.corriereobjects.it/Hermes%20Foto/2012/01/11/eyeless_shrimp_1000[1]--180x140.jpg?v=20120111194619&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;I gamberetti ciechi con un organo luminoso sulla schiena. In mezzo a loro un pescetto anguilliforme (da Noc)&quot; width=&quot;164&quot; height=&quot;124&quot; align=&quot;left&quot; /&gt;La scoperta del record di profondit&amp;agrave; &amp;egrave; stata effettuata nell'aprile 2010 nel corso di una campagna di ricerche condotta dal National Oceanography Centre di Southampton, ora nel corso di analisi pi&amp;ugrave; accurate pubblicate su&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Nature Communications&lt;/span&gt; &amp;egrave; stata riscontrata che la Beebe Vent Field possiede anche la temperatura record. &lt;br /&gt;Inoltre la pressione di uscita &amp;egrave; tale che la colonna d'acqua calda arriva sino a 1.100 m sopra la zona di emissione. &lt;br /&gt;Intorno ai camini di emissione, alti sei metri, sono state trovate specie mai viste in precedenza: tra queste un gamberetto cieco con un organo che emette luce sulla schiena, un pescetto che assomiglia a un'anguilla. &lt;br /&gt;I camini neri, a profondit&amp;agrave; dove non arriva n&amp;eacute; luce n&amp;eacute; energia, sono alla base di una straordinaria comunit&amp;agrave; di animali che vivono grazie al calore e ai nutrienti emessi dalle vene idrotermali. &lt;br /&gt;Secondo alcuni biologi, inoltre, le prime forme di vita apparse sul pianeta 4 mld di anni fa possono essersi formate proprio in corrispondenza dei fumatori neri. &lt;br /&gt;Il dilavamento dei metalli contenuti nelle rocce vulcaniche e la seguente deposizione d&amp;agrave; origine a importanti giacimenti di sulfuri metallici, in particolare rame e manganese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class=&quot;author&quot;&gt;&lt;strong&gt;Paolo Virtuani - Il Corriere - 11.01.12&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>Ambiente</category>
        <category>Genesi</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Thu, 19 Jan 2012 22:10:35 +0100</pubDate>
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            <title>Scoperto &quot;El Gorgo&quot; il più grande ammasso stellare mai visto</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10978831.html</link>
            <description>&lt;p class=&quot;bodytext&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Degno rappresentante dell&amp;rsquo; &amp;ldquo;immensamente grande&amp;rdquo;, si chiama &amp;ldquo;&lt;strong&gt;El Gordo&lt;/strong&gt;&amp;rdquo;, il grasso in spagnolo, ed &amp;egrave;&amp;nbsp;un enorme&amp;nbsp;ammasso di galassie, il pi&amp;ugrave; grande mai scoperto. &lt;br /&gt;A darne notizia un gruppo di astronomi cileni, durante il 219 convegno dell'American Astronomical Society. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;occhio di questi scienziati per scrutare il cielo &amp;egrave; il telescopio Atacama Cosmology, &amp;nbsp;situato sul Cerro Toco nel deserto Atacama, a nord del Cile.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Questo nuovo cluster, come sono detti gli ammassi stellari, dista dalla &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sette miliardi di anni luce ed &amp;egrave; ben due milioni di miliardi di volte pi&amp;ugrave; grande del nostro &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;In pi&amp;ugrave; sarebbe anche in crescita: secondo gli astronomi&amp;nbsp;sono in corso processi di fusione con altri ammassi stellari. &lt;br /&gt;Una situazione comune nell&amp;rsquo;universo, dove le masse stellari si scontrano e si mischiano di continuo, generando i fenomeni energetici pi&amp;ugrave; grandi mai documentati. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;&lt;strong&gt;El Gordo&lt;/strong&gt; &amp;egrave; destinato a continuare a crescere,&lt;/em&gt; - ha detto alla Bbc &lt;em&gt;Jack Hughes&lt;/em&gt;, della Rutgers University nel New Jersey - &lt;em&gt;Purtroppo i modelli sono incerti, ma in futuro potrebbe diventare il cluster pi&amp;ugrave; massiccio conosciuto&quot;&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Un vero tuffo nel passato, vista l&amp;rsquo;enorme distanza che ci separa da questo corpo celeste: &lt;em&gt;&quot;&lt;strong&gt;El Gordo&lt;/strong&gt; &amp;egrave; ad una distanza che corrisponde a circa sette miliardi di anni luce.&lt;/em&gt; &amp;ndash; continua &lt;em&gt;Hughes&lt;/em&gt; &amp;ndash; &lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;em&gt;Stiamo guardando un momento in cui l&amp;rsquo;universo era giovanissimo, quando cio&amp;egrave; la struttura si stava formando a una velocit&amp;agrave; diversa da quella riscontrabile pi&amp;ugrave; avanti. &lt;br /&gt;Osservando &lt;strong&gt;El Gordo&lt;/strong&gt;, siamo in grado di capire l&amp;rsquo;evoluzione temporale e la formazione della struttura delle galassie come sono ora&quot;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La Stampa 11.10.12&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
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        <category>Sole</category>
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        <category>Terra</category>
            <pubDate>Sun, 15 Jan 2012 11:18:34 +0100</pubDate>
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            <title>Un nuovo modello per i laghi di Titano</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10969045.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Un nuovo modello della circolazione atmosferica del grande satellite di &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Saturno&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sembra finalmente spiegare la distribuzione asimmetrica fra i due emisferi dei vasti laghi di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano &lt;/span&gt;che ne caratterizzano la superficie. &lt;br /&gt;La causa sarebbe l'eccentricit&amp;agrave; dell'orbita del pianeta, che porta a un'estate boreale pi&amp;ugrave; lunga e fredda di quella che si verifica nell'emisfero opposto, durante la quale viene quindi intrappolata dal freddo una quantit&amp;agrave; molto maggiore di metano. &lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Titano &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;ha un ciclo del metano simile al ciclo dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Nelle regioni polari, soprattutto in quella settentrionale, ci sono ampi laghi di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano&lt;/span&gt;, mentre alle medie latitudini si possono osservare strutture dalle caratteristiche fluviali e occasionali tempeste si pioggia. &lt;br /&gt;Tuttavia qualcosa non quadra. I modelli di circolazione generale suggeriscono infatti che le nubi sia formino prevalentemente alle medie latitudini e nei pressi dei poli in entrambi gli emisferi - ma questo &amp;egrave; incompatibile con le differenze fra gli emisferi osservate - o che si formino l&amp;agrave; dove l'insolazione &amp;egrave; massima, una possibilit&amp;agrave; che per&amp;ograve; non &amp;egrave; anch'essa completamente coerente con le osservazioni. &lt;br /&gt;Allo stesso modo, le spiegazioni dei laghi polari di idrocarburi spaziano dal richiamo alle caratteristiche topografiche locali alla distribuzione del metano nel sottosuolo fino al ciclo di evaporazione e precipitazione, che peraltro dipende dalla circolazione atmosferica. &lt;br /&gt;Inoltre i modelli di circolazione generale possono spiegare l'accumulo di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano&lt;/span&gt; in superficie vicino ai poli, ma prevedono la loro formazione anche alle medie latitudini, dove i laghi non sono stati osservati, e tanto meno riescono a riprodurre l'asimmetria fra gli emisferi. &lt;br /&gt;Ora un gruppo di ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) e della &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt; Dryden Aircraft Operations Facility descrive in un articolo pubblicato su &quot;Nature&quot; un nuovo modello che contempla sia la circolazione globale dell'atmosfera, sia la dislocazione delle maggiori riserve di metano del satellite.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Sulla base di lunghe e complesse simulazioni in 3D eseguite al computer, i ricercatori hanno cos&amp;igrave; desunto che la prevalenza dei laghi in prossimit&amp;agrave; dei poli, e in particolare di quello Nord, sia da imputare in primo luogo alla eccentricit&amp;agrave;&amp;nbsp;dell'orbita di &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Saturno&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, confermando un'ipotesi avanzata tempo fa da &lt;em&gt;Oded Aharonson&lt;/em&gt;, anch'egli del Caltech. &lt;br /&gt;A causa dell'eccentricit&amp;agrave; dell'orbita del pianeta, infatti, l'estate boreale&amp;nbsp;attualmente si verifica quando il pianeta &amp;egrave; in prossimit&amp;agrave; dell'afelio. &lt;br /&gt;Ci&amp;ograve; porta a una estate boreale pi&amp;ugrave; lunga e pi&amp;ugrave; fredda di quella che si verifica nell'emisfero opposto: in tal modo viene intrappolata dal freddo una quantit&amp;agrave; molto maggiore di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Alle basse latitudini, si verificano invece rari temporali ma sufficientemente intensi per dare conto delle caratteristiche superficiali osservate. &lt;br /&gt;Secondo il nuovo modello, inoltre, nella regione polare settentrionale dovrebbero formarsi, nell'arco dei prossimi due anni (terrestri), imponenti formazioni nuvolose, innescando un processo che dovrebbe portare a un aumento o del livello dei laghi nei prossimi quindici anni. &lt;br /&gt;Un'occasione per verificare in tempi brevi la validit&amp;agrave; del modello.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Scienze - 06.01.12&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Metano</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Saturno</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
        <category>Titano</category>
            <pubDate>Wed, 11 Jan 2012 23:02:58 +0100</pubDate>
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            <title>Ecco quello che succederà alla Terra fra 5 miliardi di anni</title>
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            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;La scena che hanno visto gli astronomi &amp;egrave; quella del possibile futuro della nostra &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e non &amp;egrave; certo entusiasmante. L&amp;rsquo;inferno che accadr&amp;agrave; &amp;egrave; inimmaginabile. Per questo si stanno scrutando con attenzione fotografie e dati raccolti dal satellite della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt; &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Keplero&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;di due pianeti della taglia un po&amp;rsquo; inferiore a quella della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; (&lt;strong&gt;KOI 55.01&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;KOI 55.02&lt;/strong&gt;) attorno a una stella (&lt;strong&gt;KIC 05807616&lt;/strong&gt;) , una &lt;strong&gt;gigante rossa&lt;/strong&gt;, uno stadio avanzato della sua vita.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Questi astri sono giganteschi (possono arrivare a una massa dieci volte il &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) e relativamente freddi, assumendo queste caratteristiche quando iniziano a esaurire la riserva di &lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;idrogeno&lt;/span&gt;. Allora si espandono, diventano pi&amp;ugrave; luminosi e di colore rossastro. In questa dilatazione coinvolgono ovviamente i pianeti circostanti sconvolgendoli. &lt;br /&gt;Ci&amp;ograve; che gli astronomi hanno infatti visto &amp;egrave; quello che resta dei due corpi originari che dovevano essere come il nostro &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Giove&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, vale a dire rivestiti da un ampio strato gassoso. &lt;br /&gt;Questo &amp;egrave; stato letteralmente strappato via lasciando soltanto il loro nucleo solido centrale probabilmente costituito da nuclei pesanti come il &lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;ferro&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Entrambi ruotano rapidissimi intorno all&amp;rsquo;astro-madre al quale sono vicinissimi: da due a tre volte la distanza &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;-&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Luna&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Questo fa ritenere che la loro temperatura superficiale sia intorno ai 9.000 K (circa 8.700&amp;deg; C). &lt;br /&gt;Alla scoperta pubblicata dalla rivista britannica &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Nature &lt;/span&gt;ha partecipato anche lo scienziato italiano &lt;em&gt;Roberto Silvotti&lt;/em&gt; dell&amp;rsquo;Inaf-Osservatorio di Torino. &lt;br /&gt;La drammatica scena, appunto, si ripeter&amp;agrave; anche per la nostra &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; fra circa 5 mld di anni distruggendola. &lt;br /&gt;Ma la morte la avvolger&amp;agrave; ben prima perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;inizio della trasformazione della stella intensificher&amp;agrave; il vento solare il quale spinger&amp;agrave; il nostro globo azzurro pi&amp;ugrave; lontano sconvolgendo il suoi delicati equilibri. &lt;br /&gt;Se vogliamo consolarci dalla sorte riservata dalla natura al nostro astro e all&amp;rsquo;amato pianeta che abitiamo possiamo considerare la notizia diffusa dalla Cornell University e pubblicata su &lt;span style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Arxiv &lt;/span&gt;secondo la quale la &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;avrebbe quasi sempre la compagnia non solo di una, ma di due lune. Partendo dalla scoperta di un asteroide avvistato nel 2006 e rimasto per circa un anno a orbitare intorno al pianeta azzurro, gli studiosi hanno sviluppato dei calcoli arrivando a una sorpresa. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;equazione elaborata sulla base della forza gravitazionale terrestre porterebbe a concludere che periodicamente dovrebbe stazionare per alcuni mesi almeno un asteroide attratto nelle nostre vicinanze. Cos&amp;igrave; la &lt;span style=&quot;color: #999999;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Luna&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;non sarebbe sempre sola e, se si volesse, sarebbe anche facile raggiungerlo e studiarlo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;footnotes&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;span class=&quot;author&quot;&gt;Giovanni Caprara - Il Corriere&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;date_modification&quot;&gt;22.12.11&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Asteroidi</category>
        <category>Giove</category>
        <category>Keplero</category>
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            <pubDate>Mon, 09 Jan 2012 22:14:55 +0100</pubDate>
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        <item>
            <title>Scoperti due pianeti simili alla Terra</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10949724.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Due nuovi pianeti sono stati scoperti nell'orbita di una stella simile al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;; si tratta dei primi mondi con dimensioni simili a quelle della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;scoperti dalla &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;missione &lt;strong&gt;Kepler&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;della &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt;, nata con lo scopo di cercare pianeti simili al nostro. &lt;br /&gt;Battezzati &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler-20e&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20f&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, i due nuovi pianeti hanno dimensioni comparabili a quelle della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffcc99;&quot;&gt;Venere&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;: &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20e&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; 0,87 le dimensioni della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, quindi leggermente pi&amp;ugrave; piccolo di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffcc99;&quot;&gt;Venere&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, mentre &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20f&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; ha un diametro 1,03 volte superiore a quello della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Ma entrambi i nuovi pianeti extrasolari - o esopianeti -&amp;nbsp; si trovano in un'orbita troppo prossima al loro sole per essere nella zona abitabile. In effetti si ritene che l'intero sistema &lt;span style=&quot;color: #808000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;comprenda almeno cinque pianeti che orbitano la loro stella a una distanza inferiore a quella tra &lt;span style=&quot;color: #333333;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Mercurio&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e il &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Una distanza che rende i pianeti decisamente caldi. Si stima infatti che &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20e&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; abbia una temperatura superficiale media di 760 &amp;ordm;C, mentre &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20f&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; relativamente pi&amp;ugrave; &quot;fresco&quot; (427 &amp;ordm;C). &lt;br /&gt;Per farsi un'idea, la temperatura media di superficie della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&amp;egrave; di 14 &amp;ordm;C. &lt;br /&gt;Ci&amp;ograve; nonostante, si tratta della prima conferma dell'esistenza di pianeti delle dimensioni della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;effettuata dalla &lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;missione&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, il cui obiettivo primario &amp;egrave; proprio quello di scoprire mondi simili al nostro. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;Il dicembre del 2011 potr&amp;agrave; essere ricordato come la prima occasione in cui l'umanit&amp;agrave; &amp;egrave; stata in grado di individuare un pianeta di dimensioni terrestri in orbita attorno a un'altra stella&quot;&lt;/em&gt;, ha dichiarato il capoprogetto &lt;em&gt;Francois Fressin&lt;/em&gt; dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA) di Cambridge, Massachusetts. &lt;br /&gt;La scoperta &lt;em&gt;&quot;dimostra per la prima volta che pianeti di dimensioni terrestri esistono attorno ad altre stelle, e che siamo in grado di individuarli&quot;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;Tutti gli esopianeti scoperti in precedenza erano considerevolmente pi&amp;ugrave; grandi della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Grazie alla nuova scoperta di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, abbiamo la conferma che esistono pianeti &lt;em&gt;&quot;esattamente delle giuste dimensioni... ma troppo caldi&quot;&lt;/em&gt; per ospitare la vita come la conosciamo, ha spiegato lo scienziato dell'&amp;eacute;quipe di studio del CfA &lt;em&gt;David Charbonneau&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;Altra caratteristica curiosa del sistema &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; che gli altri tre pianeti conosciuti, delle dimensioni di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #33cccc;&quot;&gt;Nettuno&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, orbitano tra altri pianeti rocciosi pi&amp;ugrave; piccoli. &lt;br /&gt;La struttura &amp;egrave; piuttosto diversa rispetto a quella del nostro Sistema Solare, in cui i mondi rocciosi sono pi&amp;ugrave; vicini al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;e i giganti gassosi si trovano su orbite pi&amp;ugrave; esterne. &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il gemello della &lt;/strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;verr&amp;agrave; scoperto nell'arco di due anni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Per trovare pianeti che orbitano stelle simili al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, il &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;satellite&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; osserva in continuazione una sezione di spazio tra le &lt;em&gt;costellazioni del Cigno&lt;/em&gt; e della &lt;em&gt;Lira&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;In questo spicchio di cielo, &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; individua cambiamenti nella luminosit&amp;agrave; delle singole stelle, che pu&amp;ograve; indicare la presenza di pianeti in transito, in pratica corpi che passano di fronte a una stella rispetto alla prospettiva della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;A oggi la &lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;missione &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; ha identificato oltre 2.300 candidati esopianeti, mondi che si sospetta orbitino altre stelle ma la cui presenza va confermata attraverso altre osservazioni. &lt;br /&gt;Se il transito viene osservato su base periodica di fronte a una particolare stella, conferma la presenza di uno o pi&amp;ugrave; esopianeti, come nel caso del sistema &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler-20&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Ma occorreranno ulteriori osservazioni per scoprire il vero &quot;sacro graal&quot; della ricerca esoplanetaria: un mondo delle dimensioni della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;situato nella zona abitabile di una stella simile al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, che possieda anche acqua allo stato liquido sulla sua superficie. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;L'&amp;eacute;quipe di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; molto stimolata dalla prospettiva di trovare esopaneti pi&amp;ugrave; piccoli a una maggiore distanza dalle loro stelle&quot;&lt;/em&gt;, spiega &lt;em&gt;Charbonneau&lt;/em&gt;. &lt;em&gt;&quot;Abbiamo bisogno di ulteriori dati&quot;&lt;/em&gt;. Ma prima che ci&amp;ograve; accada, la &lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;missione&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; avr&amp;agrave; bisogno di pi&amp;ugrave; tempo, e quindi una proroga della missione, che dovrebbe terminare nel novembre del 2012.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Tuttavia, continua &lt;em&gt;Charbonneau&lt;/em&gt;, anche con i tempi disponibili attualmente, &lt;em&gt;&amp;ldquo;speriamo di annunciare la scoperta di un esopianeta abitabile delle dimensioni della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;entro i prossimi due anni&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Jason Major - National Geographic 21.12.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Esopianeti</category>
        <category>Keplero</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Nettuno</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
        <category>Venere</category>
            <pubDate>Thu, 05 Jan 2012 01:14:02 +0100</pubDate>
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            <title>Possibile vita microbica nel sottosuolo di Marte</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10940442.html</link>
            <description>&lt;p class=&quot;bodytext&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Ci potrebbe essere vita microbica nel sottosuolo di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;Marte&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Lo sostengono scienziati australiani che hanno paragonato le condizioni di vita sul pianeta rosso a quella sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Secondo gli esperti dell'Universit&amp;agrave; nazionale d'Australia guidati da &lt;em&gt;Charley&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Lineweaver&lt;/em&gt;, il 3% del volume di &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, in particolare nel sottosuolo, potrebbe ospitare forme viventi o altri organismi viventi (la &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;non supera l'1%). &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;laquo;Siamo riusciti a realizzare una compilazione esaustiva&lt;/em&gt; - ha affermato &lt;em&gt;Lineweaver&lt;/em&gt; - &lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;em&gt;Abbiamo preso quasi tutte le informazioni di cui disponiamo, le abbiamo assemblate e ci siamo chiesti: i dati di insieme sono coerenti con la vita su &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;?&amp;nbsp;E la risposta &amp;egrave; s&amp;igrave;. &lt;br /&gt;Vaste regioni di &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;sono compatibili con la vita terrestre&amp;raquo;&lt;/em&gt; se paragoniamo le temperature e la pressione terrestre a quelle del pianeta rosso. &lt;br /&gt;Per &lt;em&gt;Lineweaver&lt;/em&gt;, il cui studio &amp;egrave; stato pubblicato sulla rivista scientifica &lt;em&gt;Astrobiology&lt;/em&gt;, le deboli pressioni e le temperature che regnano (-60&amp;deg;) sulla superficie di &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;non permettono all'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; di raggiungere lo stato liquido. &lt;br /&gt;Al contrario, nel sottosuolo del pianeta rosso, la pressione sarebbe sufficiente per permettere di avere &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Non solo, ma il calore emesso dal nucleo di &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;garantirebbe ai batteri e agli altri micro organismi di svilupparsi, ha sottolineato l'esperto. &lt;br /&gt;La presenza dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; su &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, sottoforma di argilla idratata o di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;ghiaccio&lt;/span&gt;, &amp;egrave; stata provata dalle sonde statunitensi lanciate a partire dagli anni '70, ma, fino ad ora, nessuna traccia di vita organica &amp;egrave; stata rilevata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La Stampa 13.12.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>Marte</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Sun, 01 Jan 2012 19:07:17 +0100</pubDate>
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            <title>Il più grande buco nero mai scoperto</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10918710.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&amp;Egrave; il mostro del cielo pi&amp;ugrave; grande mai scoperto. &amp;Egrave; un &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;buco nero&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;con un identikit da brivido: la sua massa &amp;egrave; 21 mld pi&amp;ugrave; consistente di quella del nostro &lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Sole&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e la dimensione &amp;egrave; pari a 10 volte il nostro sistema solare. E&amp;rsquo; stato trovato a 336 mln di anni luce dalla &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;nella &lt;em&gt;costellazione della Chioma di Berenice&lt;/em&gt; incastonato nella super-&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;galassia&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;ellittica &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #c0c0c0;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;NGC &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;4889&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Assieme a questo mostro ne hanno individuato un altro altrettanto grande, anche se un po&amp;rsquo; meno (9,7 mld di masse solari), nella &lt;em&gt;costellazione del Leone&lt;/em&gt; all&amp;rsquo;interno della &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;galassia&lt;/span&gt; ellittica &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #c0c0c0;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;NGC&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;3842&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; che &amp;egrave; parte di un gruppo noto come &lt;strong&gt;Abell 1367&lt;/strong&gt; distante 331 mln di anni luce. Finora il record dei &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #339966;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;buchi&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;neri&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; si fermava a 6,3 mld di masse solari e riguardava un mostro nascosto nella &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;galassia&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;M87&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; nel &lt;em&gt;raggruppamento della Vergine&lt;/em&gt; a 54 mln di anni luce. La prima sorpresa per &lt;em&gt;Nicholas J. McConnell&lt;/em&gt; dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; di California, a Berkeley, autore della scoperta del super-mostro pubblicata sulla rivista britannica Nature, &amp;egrave; che le sue previsioni non osavano tanto: i calcoli effettuati stimavano infatti una massa al di sotto dei 21 mld. Al risultato si arriva valutando la velocit&amp;agrave; delle stelle che gli ruotano intorno; una valutazione non semplice da effettuare.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;La domanda per la quale gli astronomi cercano una precisa risposta &amp;egrave; come un &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;buco nero&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; riesca ad essere cos&amp;igrave; massiccio essendo nato dalla morte di una stella. Questa, dopo il suo collasso finale, lascia un nucleo minuscolo da cui si sprigiona un gravit&amp;agrave; talmente intensa da non lasciar sfuggire nemmeno la luce. Per ora due sono le risposte: i &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;buchi neri&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; crescono perch&amp;eacute; si fondono con altri &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;buchi neri&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; quando due &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;galassie&lt;/span&gt; si fondono insieme e perch&amp;eacute; divorano la materia intorno ad essi. Due dati emergono anche dal nuovo risultato. Il primo &amp;egrave; che i &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;buchi neri&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; sembrano essere il cuore costante delle &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;galassie&lt;/span&gt; e che pi&amp;ugrave; grandi sono queste isole stellari altrettanto pi&amp;ugrave; massicci sono i &lt;span style=&quot;color: #339966;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;buchi neri&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;contenuti al loro centro. Il loro studio aiuta gli scienziati a decifrare meglio natura e caratteristiche delle galassie e, viceversa, indagando le galassie si facilita anche la comprensione dei mostri celesti. &lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;author&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Giovanni Caprara - Il Corriere 09.12.11&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Buchi neri</category>
        <category>Genesi</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Fri, 23 Dec 2011 21:31:49 +0100</pubDate>
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            <title>Nasa, c'è acqua liquida  sotto la crosta ghiacciata di Europa</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10913094.html</link>
            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%2Bre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F1%3C121910-k3011k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FS&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Gli scienziati della &lt;strong&gt;Nasa &lt;/strong&gt;hanno raccolto nuove prove che confermano la presenza di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua &lt;/span&gt;allo stato liquido poco sotto la superficie ghiacciata di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Europa&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, uno dei 64 satelliti di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Giove&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, rendendo sempre pi&amp;ugrave; plausibile la presenza di forme di vita.&lt;br /&gt;Secondo un nuovo studio che sar&amp;agrave; pubblicato sulla rivista Nature, gli scienziati hanno rilevato la presenza di laghi a soli tre km dalla crosta di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;ghiaccio &lt;/span&gt;che ricopre il satellite. Gli scienziati ipotizzano che l'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; pi&amp;ugrave; superficiale si mescoli con quella degli oceani presenti su &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Europa&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;a circa 30 km di profondit&amp;agrave;, trasferendo sostanze nutritive in &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acque&lt;/span&gt; la cui temperatura, prossima a zero gradi centigradi, potrebbe permettere lo sviluppo di forme di vita.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Europa&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;&amp;egrave; stato scoperto nel 1610 da &lt;em&gt;Galileo &lt;/em&gt;e ha un diametro di 3121 km. Esperti di glaciologia ne hanno studiato per anni la composizione, cercando di spiegare le fenditure e le striature che si osservano sulla superficie liscia. Secondo &lt;em&gt;Martin Siegert&lt;/em&gt;, glaciologo dell'Universit&amp;agrave; di Edimburgo, i rigurgiti di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; pi&amp;ugrave; calda che salgono dagli oceani profondi verso la superficie provocano locali scioglimenti di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;ghiaccio&lt;/span&gt; e dunque la formazione di crepe. In queste fenditure successivamente si riforma il &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;ghiaccio&lt;/span&gt;, cementandosi con i blocchi preesistenti e formando delle irregolarit&amp;agrave;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;La scoperta di laghi vicini alla superficie di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Europa&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;rende sempre pi&amp;ugrave; plausibile una missione spaziale da parte della &lt;strong&gt;Nasa &lt;/strong&gt;per raccogliere dei campioni di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; da analizzare. Ma ancora nessuna operazione &amp;egrave; stata annunciata ufficialmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La Stampa 18.11.11&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>Europa</category>
        <category>Giove</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Wed, 21 Dec 2011 23:15:57 +0100</pubDate>
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            <title>Kepler-22b, il pianeta gemello della Terra</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10887490.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Ha un diametro 2,4 volte quello terrestre e sulla sua superficie potrebbe esserci acqua allo stato liquido: &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler-22b&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&amp;egrave; il primo esopianeta&amp;nbsp;per cui la &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt; ha confermato le condizioni di &quot;abitabilit&amp;agrave;&quot;. Inoltre, sulla base delle stesse osservazioni grazie a cui &amp;egrave; stato scoperto &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler-22b&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, il &lt;em&gt;Planetary Habitability Laboratory&lt;/em&gt; dell'Universit&amp;agrave; di Puerto Rico ad Arecibo ha realizzato una sorta di &quot;tavola periodica&quot; degli esopianeti identificando oltre 15 esopianeti e 30 esosatelliti potenzialmente abitabili. &lt;br /&gt;Coloro che cercavano un pianeta gemello della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sono ora accontentati: la missione &lt;strong&gt;Kepler&lt;/strong&gt; della &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt; ha confermato l&amp;rsquo;esistenza di un pianeta, il pi&amp;ugrave; piccolo osservato finora, che orbita nella &amp;ldquo;&lt;strong&gt;zona abitabile&lt;/strong&gt;&amp;rdquo; di una stella simile al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler-22b&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&amp;ndash; questo il nome del pianeta extrasolare &amp;ndash; ha un diametro pari a 2,4 volte quello terrestre e potrebbe dunque avere &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua &lt;/span&gt;liquida sulla superficie e condizioni adatte allo sviluppo della vita, per quanto in forme elementari. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Si tratta di un risultato fondamentale per la ricerca di un gemello del nostro pianeta&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha commentato entusiasticamente &lt;em&gt;Douglas Hudgins&lt;/em&gt;, che partecipa al &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;programma&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Kepler&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; presso il quartier generale della &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt; a Washington. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;I risultati continuano a dimostrare l&amp;rsquo;importanza delle missioni che cercano di rispondere alle domande principali sul nostro ruolo nell&amp;rsquo;universo&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;La notizia divulgata dalla &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt; ha in parte offuscato quella del&amp;nbsp; Pla&lt;em&gt;netary Habitability Laboratory&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;PHL&lt;/strong&gt;) dell'Universit&amp;agrave; di Puerto Rico ad Arecibo (UPR Arecibo) che grazie ai dati di &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;ha condotto una nuova valutazione dell'abitabilit&amp;agrave; dei pianeti gi&amp;agrave; compresi nell'&lt;em&gt;Habitable Exoplanets Catalog&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;HEC&lt;/strong&gt;) che non solo identifica nuovi esopianeti, tra cui alcuni esosatelliti, ma li classifica secondo diversi indici di abitabilit&amp;agrave;. &lt;br /&gt;Dopo oltre 700 oggetti scoperti in 20 anni e altre migliaia in attesa di una conferma, sembra quindi aprirsi una nuova fase della rilevazione della presenza di esopianeti che mette in primo piano la valutazione sempre pi&amp;ugrave; accurata della presenza di condizioni favorevoli allo sviluppo della vita. &lt;br /&gt;Tra le novit&amp;agrave; introdotte nel Catalogo, vi sono tre nuovi indici di abitabilit&amp;agrave;, denominati rispettivamente &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;&lt;em&gt;Earth Similarity Index&lt;/em&gt; &lt;/span&gt;(&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;ESI&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;), &lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Habitable Zones Distance&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;HZD&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;), e &lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Global Primary Habitability&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;GPH&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;), che fanno riferimento ai dati di altre banche dati come l'Extrasolar Planets Encyclopaedia,l'Exoplanet Data Explorer, la NASA Kepler Mission. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Le nuove osservazioni effettuate con osservatori orbitali e a &lt;/em&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Terra&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;em&gt;permetteranno di scoprire migliaia di esopianeti nei prossimi anni&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha commentato &lt;em&gt;Abel M&amp;eacute;ndez&lt;/em&gt;, direttore del &lt;strong&gt;PHL&lt;/strong&gt; e &lt;em&gt;principal investigator &lt;/em&gt;del progetto. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Ci aspettiamo che le analisi contenute nel nostro catalogo aiuteranno a identificare, organizzare, e confrontare la potenziale capacit&amp;agrave; di sostenere la vita di ciascuno di essi&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;Il catalogo elenca e categorizza le scoperte di esopianeti con vari sistemi di classificazione basati sulle propriet&amp;agrave; planetarie e stellari: una di esse divide gli oggetti in 18 categorie termiche e di massa, realizzando una sorta di &quot;tavola periodica&quot; degli esopianeti. &lt;br /&gt;Prima di &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Kepler-22b &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;solo due esopianeti confermati hanno soddisfatti i criteri di abitabilit&amp;agrave; nel catalogo: &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Gliese 581d&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;HD 85512b&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, entrambi classificati come esopianeti di tipo terrestre, ma solo marginalmente. Oltre a essi, il catalogo identifica pi&amp;ugrave; di 15 esopianeti e 30 esosatelliti come&amp;nbsp; potenzialmente abitabili. Per confermare queste ipotesi occorreranno nuove osservazioni con strumenti innovativi come il proposto &lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Terrestrial Planet Finder&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;TPF&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) della &lt;strong&gt;NASA&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Scienze 06.12.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>Esopianeti</category>
        <category>Genesi</category>
        <category>Gliese 581</category>
        <category>Keplero</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Tue, 13 Dec 2011 00:37:32 +0100</pubDate>
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            <title>La pulsar superveloce più luminosa dell’Universo</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10875158.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Si trova tra centinaia di migliaia di&amp;nbsp;stelle, eppure la sua luminosit&amp;agrave; &amp;egrave; tale da oscurarle tutte. &lt;br /&gt;Stiamo parlando della&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar superveloce&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;J1823-3021A&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, nella &lt;em&gt;costellazione del Sagittario&lt;/em&gt;, a 27 mila anni luce dalla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Gi&amp;agrave; nota agli astronomi dal 1994, solo ora ne sono state scoperte tutte le caratteristiche: &amp;egrave; la &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar superveloce&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;a &lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;raggi&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; &lt;/span&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;gamma&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; pi&amp;ugrave; luminosa, pi&amp;ugrave; giovane, pi&amp;ugrave; lontana e con il campo magnetico pi&amp;ugrave; intenso. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;oggetto celeste pi&amp;ugrave; simile a un &lt;strong&gt;buco nero &lt;/strong&gt;che si conosca, insomma. &lt;br /&gt;A scoprirla &amp;egrave; stato un gruppo internazionale cha ha visto la presenza anche di ricercatori dell&amp;rsquo;&lt;strong&gt;ASI&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;e dell&amp;rsquo;Istituto nazionale di fisica nucleare, guidato da &lt;em&gt;Paulo Freire &lt;/em&gt;del&amp;nbsp;Max Planck Institute for Radio Astronomy&amp;nbsp;di Bonn, in Germania. Nel loro&amp;nbsp;studio, pubblicato su&amp;nbsp;Science, gli astronomi raccontano tutte le peculiarit&amp;agrave; di questa stella da record, svelate grazie al&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Fermi Large Area Telescope&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;della&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Da quando &amp;egrave; stato lanciato nello&amp;nbsp;Spazio, nel 2008, il&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Large Area Telescope&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;(&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Lat&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) esegue delle scansioni del cielo alla ricerca dei corpi pi&amp;ugrave; strani: pulsar, nuclei galattici, stelle binarie, rimasugli di supernovae, sorgenti di &lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;raggi gamma&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Nel corso delle sue incursioni spaziali, ha scovato numerosi&amp;nbsp;ammassi globulari, cio&amp;egrave; gruppi formati da centinaia di migliaia di stelle tenute assieme dalla&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;forza di gravit&amp;agrave;. &lt;br /&gt;Questi ammassi stellari contengono molte &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, stelle di neutroni nate dalla frantumazione del nucleo di&amp;nbsp;stelle massicce&amp;nbsp;esplose.&amp;nbsp;Hanno un diametro di circa 20 km ma, essendo supercompatte, sono mln di volte pi&amp;ugrave; pesanti della&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Ormai, nell&amp;rsquo;archivio del &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Fermi&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;vi sono ben 100 &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. Queste stellle ruotano attorno al proprio asse con un periodo che pu&amp;ograve; variare tra i 16 millisec e gli 8 sec, ma nel caso delle cosiddette&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;pulsar superveloci&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;la velocit&amp;agrave; di rotazione aumenta vertiginosamente, sino a toccare gli 1,4 millisec (corrispondenti a ben 43mila rotazioni per min). &lt;br /&gt;Durante la rotazione, i nuclei carichi emettono radiazioni elettromagnetiche sotto forma di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;onde &lt;/em&gt;&lt;em&gt;radio&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;raggi&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt; x&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;raggi&lt;/span&gt; &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;gamma&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;e, talvolta, anche&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;luce &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;visibile&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Dal momento che l&amp;rsquo;emissione delle onde &amp;egrave; confinata ai due poli magnetici, le &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;pulsar&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;appaiono come fari nell&amp;rsquo;Universo: ne osserviamo i fasci luminosi solo quando sono orientati verso di noi. &lt;br /&gt;Ogni volta che questi impulsi vengono catturati dall&amp;rsquo;obiettivo del &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Lat&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, si ottengono nuove, preziose informazioni su questo particolare tipo di stelle. &lt;br /&gt;Ed &amp;egrave; stato proprio guardando all&amp;rsquo;interno dell&amp;rsquo;ammasso&amp;nbsp;&lt;strong&gt;NGC 6624&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;che i ricercatori hanno fatto la loro scoperta. Da questo gruppo di stelle, infatti, proveniva una massiccia emissione di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;raggi&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;gamma&lt;/span&gt;&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;che, sino a oggi, era stata attribuita all&amp;rsquo;intera popolazione di &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;presenti nell&amp;rsquo;ammasso globulare (stimata intorno alla centinaia di unit&amp;agrave;).&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Ma guardando con pi&amp;ugrave; attenzione e combinando le osservazioni con i dati relativi all&amp;rsquo;emissione delle &lt;em&gt;&lt;strong&gt;onde&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; &lt;strong&gt;&lt;em&gt;radio&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; dallo stesso ammasso, i ricercatori si sono accorti che la quasi la totalit&amp;agrave; dei &lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;raggi gamma&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; proviene da questa unica stella. &lt;br /&gt;Come spiegare la straordinaria luminosit&amp;agrave;? Chiamando in causa l&amp;rsquo;intensit&amp;agrave; del&amp;nbsp;&lt;strong&gt;campo &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;magnetico&lt;/strong&gt;, che i ricercatori assicurano essere la pi&amp;ugrave; alta mai osservata per una pulsar superveloce. &lt;br /&gt;Ma la stella pu&amp;ograve; vantare anche altri primati: con un periodo di rotazione di 5,44 millisec (11.100 giri al min), &amp;egrave; probabilmente la &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;superveloce&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; a &lt;em&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;raggi gamma&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; pi&amp;ugrave; distante mai rilevata ed &amp;egrave; certamente la pi&amp;ugrave; giovane del suo tipo. &lt;br /&gt;Dovrebbe avere circa 25 mln di anni, una bambina se pensiamo che generalmente le &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;superveloci&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; sono vecchie mld di anni. Ora i ricercatori si domandano quante altri oggetti di questo tipo si nascondano nell&amp;rsquo;Universo. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Queste stelle cos&amp;igrave; energetiche probabilmente si originano con la stessa frequenza delle altre gi&amp;agrave; note, normali &lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;pulsar&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;superveloci&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, sia all&amp;rsquo;interno degli ammassi globulari sia in tutto l&amp;rsquo;Universo&lt;/em&gt; &amp;ndash; spiega &lt;em&gt;Freire &lt;/em&gt;&amp;ndash; &lt;em&gt;questo sembra essere solo la punta di un iceberg&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Martina Saporiti - Galileo&amp;nbsp;- Giornale di Scienza 04.11.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>ASI</category>
        <category>Large Area Telescope</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Pulsar</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Thu, 08 Dec 2011 19:54:59 +0100</pubDate>
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            <title>Curiosity verso Marte a cercare tracce di vita</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10841803.html</link>
            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%28re.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F21900%3C10-k1111k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FP&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Su &lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;non ci sono le mucche, dicono con una battuta alla &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;, e allora si deve in qualche modo spiegare come mai nell&amp;rsquo;esile atmosfera marziana di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;andride carbonica &lt;/span&gt;(CO2) sono state rilevate presenze di metano. &lt;br /&gt;Sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; le mucche danno il loro contributo con la digestione. La caccia alle molecole di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;carbonio&lt;/span&gt;, cio&amp;egrave; ai composti organici, &amp;egrave; l&amp;rsquo;obiettivo della nuova missione della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt; con il grande rover robotizzato &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; che &amp;egrave; partito da Cape Canaveral sabato alle 16,02 ora italiana.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; un Suv marziano per le dimensioni e la missione marziana pi&amp;ugrave; complicata e costosa (2,5 mld di $) mai tentata. &lt;br /&gt;&amp;Egrave; cos&amp;igrave; gigante perch&amp;eacute; ha davanti compiti che i suoi predecessori, come il piccolo &lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Pathfinder&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;(1997) e i fratelli un po&amp;rsquo; pi&amp;ugrave; cresciuti &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Spirit&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Opportunity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; (2004), non potrebbero mai affrontare. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;obiettivo &amp;egrave;, comunque, sempre la ricerca delle tracce della possibile vita passata o presente. Finora &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Spirit&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Opportunity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Phoenix&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; al Polo Nord, hanno dimostrato che il Pianeta Rosso in epoche remote era un ambiente umido in cui scorreva l&amp;rsquo;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt;. E questo &amp;egrave; il primo requisito perch&amp;eacute; la vita si accenda. Adesso si tenta di compiere un passo avanti provando, appunto, a scovare il &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;carbonio&lt;/span&gt;, elemento essenziale della biologia. &lt;br /&gt;Il &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano&lt;/span&gt; che lo contiene &amp;egrave; stato avvistato con osservazioni da terra ma anche, e prima ancora e per la prima volta, con uno strumento della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;sonda Mars Express&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; dell&amp;rsquo;&lt;strong&gt;ESA&lt;/strong&gt; europea costruito dal fisico italiano &lt;em&gt;Vittorio Formisano&lt;/em&gt; dell&amp;rsquo;INAF. Inoltre rocce carbonacee &amp;ndash; notano gli scienziati - esistono anche in superficie e quindi &amp;egrave; ragionevole pensare che si possa trovare. Ma non sar&amp;agrave; facile. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;laquo;Sar&amp;agrave; come cercare un ago in un pagliaio grande come un campo di calcio&amp;raquo;&lt;/em&gt; avverte &lt;em&gt;John Grotzinger&lt;/em&gt;, lo scienziato a capo della spedizione. Inoltre il &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;metano&lt;/span&gt; pur essendo stato individuato &amp;egrave; rimasto una questione discussa; cio&amp;egrave; non c&amp;rsquo;&amp;egrave; un&amp;rsquo;assoluta certezza. Per questo era necessario organizzare un&amp;rsquo;indagine sul luogo ed &amp;egrave; ci&amp;ograve; che far&amp;agrave; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Dopo il lancio il viaggio durer&amp;agrave; nove mesi arrivando su &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;Marte&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; il 6 agosto 2012. &lt;br /&gt;Per sbarcare, per&amp;ograve;, essendo &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; troppo grande e pesante (una tonn) non poteva far ricorso al sistema degli airbag adottato in passato. &lt;br /&gt;Quindi al &lt;em&gt;Jet Propulsion Laboratory&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;JPL&lt;/strong&gt;) della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt; a Pasadena, dove &amp;egrave; stato concepito, costruito e da dove sar&amp;agrave; gestito, si sono dovuti inventare un altro metodo. Cos&amp;igrave; hanno progettato lo &amp;ldquo;&lt;strong&gt;sky crane&lt;/strong&gt;&amp;rdquo;, la gru del cielo, come l&amp;rsquo;anno battezzata e quello che succeder&amp;agrave; lass&amp;ugrave; per effettuare lo sbarco sar&amp;agrave; una cosa da fantascienza. &lt;br /&gt;Quando arriver&amp;agrave; dopo aver rallentato la corsa con un paracadute che poi abbandoner&amp;agrave;, ad un&amp;rsquo;altezza di circa 20 m quasi si fermer&amp;agrave; nell&amp;rsquo;aria azionando una batteria di razzi e intanto il veicolo madre comincer&amp;agrave; a far scendere &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; rilasciando tre cavi ai quali &amp;egrave; collegato. Come una gru appunto. &lt;br /&gt;Nel momento in cui il rover robotizzato toccher&amp;agrave; il suolo i cavi si staccheranno automaticamente e il veicolo madre voler&amp;agrave; via candendo lontano.&amp;nbsp;Allora inizier&amp;agrave; l&amp;rsquo;avventura ed &amp;egrave; previsto che il robot resti in attivit&amp;agrave; per almeno un anno marziano, cio&amp;egrave; 687 gg terrestri. &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;Curiosity&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; dotato di una batteria formidabile di strumenti per cercare composti organici e studiare le rocce. &lt;br /&gt;Sparer&amp;agrave; addirittura un raggio Laser per polverizzare le pietre e studiarne i componenti. Sbarcher&amp;agrave; all&amp;rsquo;interno dell&amp;rsquo;immenso &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;cratere Gale&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;esteso quasi 160 km e salir&amp;agrave; sulla montagna situata al centro. &lt;br /&gt;Al contrario dei suoi predecessori dotati di pannelli solari non avr&amp;agrave; limiti nel funzionare e nel muoversi perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;energia gli sar&amp;agrave; fornita da un generatore nucleare a radioisotopi. Perci&amp;ograve; potr&amp;agrave; lavorare instancabilmente giorno e notte e non dovr&amp;agrave; pi&amp;ugrave; temere l&amp;rsquo;inverno marziano perch&amp;eacute; il generatore nucleare gli garantir&amp;agrave; anche adeguato riscaldamento. Un pensiero di cautela &amp;egrave; d&amp;rsquo;obbligo. &lt;br /&gt;Andare su &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;Marte&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &amp;egrave; sempre un&amp;rsquo;operazione difficile e la strada &amp;egrave; costellata di fallimenti. Delle 18 spedizioni della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt; dagli inizi degli anni '60 tre sono andate male. Peggio &amp;egrave; andata ai russi: di 20 spedizioni tentate solo due sono in parte riuscite. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;ultima sconfitta &amp;egrave; di questi giorni. L&amp;rsquo;8 novembre era partita la sonda russa &lt;strong&gt;Phobos-Grunt&lt;/strong&gt; che doveva sbarcare su &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Phobos&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, la pi&amp;ugrave; grande luna di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;Marte&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, riportando a &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; dei campioni. Per guasto dall&amp;rsquo;origine misteriosa &amp;egrave; rimasta bloccata intorno alla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Nei giorni scorsi un&amp;rsquo;antenna dell&amp;rsquo;&lt;strong&gt;ESA&lt;/strong&gt; aveva raccolto dei segnali ma ieri si sono persi di nuovo e, a questo punto, sembra impossibile recuperarla. Cadr&amp;agrave; presto sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Naturalmente auguriamo maggiore fortuna a &lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Curiosity&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sulla quale c&amp;rsquo;&amp;egrave; pure un&amp;rsquo;immagine di Leonardo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class=&quot;author&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Giovanni Caprara - Il Corriere 27.11.11&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
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        <category>ESA</category>
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        <category>Spazio</category>
        <category>Spirit</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Sun, 27 Nov 2011 21:19:13 +0100</pubDate>
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            <title>Eris, il gemello di Plutone</title>
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            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?3re.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F83%3D20910-k1111k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FS&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Il diametro del pianeta nano &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;Eris &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&amp;egrave; stato misurato accuratamente per la prima volta durante il suo transito davanti a una stella debole: i valori ottenuti mostrano che si tratta quasi di un gemello identico di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;Plutone&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Ma le osservazioni effettuate nel 2010 dai telescopi situati in Cile, compresi il &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;telescopio TRAPPIST &lt;/span&gt;e quelli dell'&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;osservatorio&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;di&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;La Silla&lt;/span&gt; dell'&lt;strong&gt;ESO&lt;/strong&gt;, riservano anche qualche altra sorpresa: &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;Eris&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;sembra avere una superficie molto riflettente, il che fa ipotizzare che essa sia uniformemente coperta da un sottile strato di ghiaccio, probabilmente frutto della condensazione e della solidificazione dell'umidit&amp;agrave; atmosferica.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Secondo quanto riferito sull'ultimo numero&amp;nbsp;della rivista&amp;nbsp;&lt;em&gt;Nature,&lt;/em&gt;&amp;nbsp;l'occultazione di una stella debole distante da parte del pianeta nano distante &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;Eris&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, avvenuta nel novembre dello scorso anno, &amp;egrave; un evento molto raro, e la sua osservazione &amp;egrave; stata resa ancora pi&amp;ugrave; difficoltosa proprio dalla distanza del pianeta e dalle sue dimensioni molto limitate.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;La stella candidata all'occultamento &amp;egrave; stata identificata studiando le immagini del telescopio da 2,2 m dell'&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Osservatorio di La Silla&lt;/span&gt; e le osservazioni sono state pianificate attentamente e poi effettuate da un gruppo di internazionale di astronomi, tra cui quello del telescopio &lt;em&gt;TRAPPIST&lt;/em&gt; (&lt;strong&gt;TRA&lt;/strong&gt;nsiting &lt;strong&gt;P&lt;/strong&gt;lanets and &lt;strong&gt;P&lt;/strong&gt;lanetes&lt;strong&gt;I&lt;/strong&gt;mals &lt;strong&gt;S&lt;/strong&gt;mall &lt;strong&gt;T&lt;/strong&gt;elescope).&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Mentre le precedenti osservazioni che utilizzavano altri metodi avevano indicato che &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;Eris&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; potesse essere del 25% pi&amp;ugrave; grande di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;Plutone&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, con una stima di 3000 km per il diametro, le nuove misurazioni indicano invece un diametro di 2326 km, con un'accuratezza di 12 km. &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;Plutone&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, per confronto, ha un diametro compreso tra 2300 e 2400 km: l'incertezza &amp;egrave; dovuta alla difficolt&amp;agrave; di misurazione dovuta alla presenza di un'atmosfera che rende impossibile la rilevazione diretta mediante gli occultamenti.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nature 27.10.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Eris</category>
        <category>Plutone</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Sat, 19 Nov 2011 12:19:43 +0100</pubDate>
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            <title>Scoperto un pianeta caldo come il corpo umano: 37°</title>
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            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%2Cre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F76610810-k1111k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FT&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Il pi&amp;ugrave; freddo oggetto celeste al di fuori del Sistema solare &amp;egrave; stato scoperto a 63 anni luce dalla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, quindi molto vicino a noi. &lt;br /&gt;La temperatura &amp;egrave; quella del corpo umano, circa 37&amp;deg; e quindi lass&amp;ugrave; il termometro sale in media come sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Il record lo conferma il suo scopritore, l&amp;rsquo;astrofisico &lt;em&gt;Kevin Luhman &lt;/em&gt;della Penn State University che ha raccontato il risultato durante un meeting al Goddard Space Flight Center della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;, e di cui ora pubblicher&amp;agrave; i dettagli su&amp;nbsp;Astrophysical Journal.&amp;nbsp;Con lui hanno lavorato diversi astronomi da anni perch&amp;eacute; il tutto non &amp;egrave; stato facile e ha richiesto, ovviamente, ripetute osservazioni a partire dal 2004 con l&amp;rsquo;&lt;span style=&quot;color: #800080;&quot;&gt;osservatorio spaziale&lt;/span&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #800080;&quot;&gt;Spitzer &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;. Ma le conclusioni sono state gratificanti. &lt;br /&gt;Il nuovo soggetto identificato ( &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;WD &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;0806-661 B&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) ha una natura ambigua che ora si sta definendo. Intanto ruota intorno a una stella ( &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #339966;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;WD 0806-661&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) che una volta era come il nostro &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;ma poi, avendo perso una parte del suoi strati esterni nel corso dell&amp;rsquo;evoluzione, impoverendosi &amp;egrave; diventata una &amp;laquo;&lt;strong&gt;nana bianca&lt;/strong&gt;&amp;raquo;. La distanza fra loro &amp;egrave; notevole: 2.500 unit&amp;agrave; astronomiche, cio&amp;egrave; 2.500 volte la distanza tra la &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;e il &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &amp;Egrave; ambigua la sua natura perch&amp;eacute; ha una massa che &amp;egrave; da sei a nove volte quella del nostro &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff6600;&quot;&gt;Giove&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;; quindi &amp;egrave; molto grande.&amp;nbsp;&lt;em&gt;&amp;laquo;Potremmo dire addirittura che &amp;egrave; una piccola stella&amp;raquo;&lt;/em&gt;, dice &lt;em&gt;Luhman&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;&amp;laquo;la quale per&amp;ograve; non &amp;egrave; cresciuta abbastanza nella sua massa tanto da accendere le reazioni nucleari che la potrebbero far brillare. Attorno ha un&amp;rsquo;atmosfera gassosa appunto con una bassa temperatura e perci&amp;ograve; potremmo anche dire che &amp;egrave; una stella fredda come la &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&amp;raquo;&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;Qualcosa di analogo era accaduto anche a &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff6600;&quot;&gt;Giove&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, per cui &amp;egrave; rimasto soltanto un grande pianeta dai magnifici colori. Per queste ragioni il nuovo corpo celeste viene anche battezzato da alcuni &amp;laquo;&lt;strong&gt;nana bruna&lt;/strong&gt;&amp;raquo;. &lt;br /&gt;Il risultato &amp;egrave; emerso dagli studi riguardanti le atmosfere dei pianeti extrasolari nella caccia sempre pi&amp;ugrave; intensa al gemello della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. E un passo dopo l&amp;rsquo;altro siamo certi che non mancher&amp;agrave; molto alla grande scoperta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giovanni Caprara - Il Corriere 26.10.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Giove</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Tue, 15 Nov 2011 00:28:26 +0100</pubDate>
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            <title>L'asteroide che ci sfiorerà l'8 novembre</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10774102.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Sta arrivando, come previsto, il grande asteroide &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;2005 YU55&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;che da tempo fa parlare di s&amp;eacute;. &lt;br /&gt;Il prossimo 8 novembre ci sfiorer&amp;agrave;, in senso astronomico, da appena 324 mila km, vale a dire un po&amp;rsquo; pi&amp;ugrave; vicino della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Luna&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Non &amp;egrave; il primo, naturalmente, che vola su queste traiettorie, ma fa notizia per la sua dimensione avendo un diametro di 400 metri come hanno stabilito le rilevazioni con il grande &lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;radar di Arecibo&lt;/span&gt;. E in questa fase finale viene seguito quattro ore ogni giorno dalla &lt;span style=&quot;color: #cc99ff;&quot;&gt;parabola di Goldstone&lt;/span&gt;, in California, di solito impegnata nel comunicare con le sonde interplanetarie della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;. Ci&amp;ograve; consente di affinare ancora di pi&amp;ugrave; il disegno del percorso.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;YU55 &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;con la sua forma sferoidale transiter&amp;agrave; rapido alla velocit&amp;agrave; di 18 km al secondo. Un corpo celeste di questa dimensione &amp;egrave; passato tanto vicino solo nel 1976 e di nuovo accadr&amp;agrave; nel 2028. &lt;br /&gt;Il transito &amp;egrave; eccezionale, dunque, e per questo aveva sollevato chiacchiere e paure da collegarlo e, secondo alcuni farlo addirittura diventare la causa della &amp;laquo;fine del mondo&amp;raquo; immaginata per il 2012. La fantasia e l&amp;rsquo;irrazionale volano ancora pi&amp;ugrave; veloci degli asteroidi e superano persino, potremmo dire oggi, pure i neutrini candidati a battere la luce.&amp;nbsp;Infatti, come accade con questi pianetini, come li chiamava &lt;em&gt;Giuseppe Piazzi&lt;/em&gt; che scopr&amp;igrave; il primo, &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;Cerere&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, dall&amp;rsquo;osservatorio di Palermo nel 1801, seguendoli si pu&amp;ograve; conoscere bene la loro strada e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;YU55&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;pur rimanendo nel gruppo dei&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Neo &lt;/strong&gt;(Near Earth Object, oggetti vicini alla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;) non ci cadr&amp;agrave; addosso. Seguiremo il suo arrivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giovanni Caprara - Il Corriere 02.11.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Asteroidi</category>
        <category>Cerere</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Fri, 04 Nov 2011 22:27:53 +0100</pubDate>
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            <title>Risolto l'enigma dell'anomalo asse di Urano</title>
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            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%2Fre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F33%3C07610-k1111k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FW&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Urano&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;ha una particolarit&amp;agrave; che lo distingue da tutti gli altri pianeti del sistema solare: il suo asse di rotazione &amp;egrave; inclinato di 98&amp;deg; rispetto al suo piano orbitale intorno al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Si tratta di un valore molto pi&amp;ugrave; elevato rispetto a quelli che caratterizzano gli altri pianeti: quello della &lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Terra&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&amp;egrave; inclinato di 23&amp;deg;, quelli di &lt;span style=&quot;color: #ffcc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Saturno&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Nettuno&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;di 29&amp;deg;, mentre &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff6600;&quot;&gt;Giove&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; ha un'inclinazione minima, di appena 3&amp;deg;. &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;Urano&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;&amp;egrave; come una trottola coricata di lato. &lt;br /&gt;L'ipotesi generalmente accettata per spiegare questa singolare anomalia, che fa ruotare il pianeta &quot;su un fianco&quot;, &amp;egrave; che in passato un corpo della massa circa doppia della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; si sia scontrato con &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;Urano&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Tuttavia, gli astronomi non si nascondono che questa ipotesi soffre di un problema non indifferente: se questo fosse stato il meccanismo, i suoi satelliti avrebbero comunque conservato l'inclinazione originaria, invece anch'essi sono inclinati quasi esattamente a 98&amp;deg;. &lt;br /&gt;Questo annoso mistero &amp;egrave; stato risolto da un gruppo di astronomi diretto dall'italiano &lt;em&gt;Alessandro Morbidelli&lt;/em&gt;, ricercatore presso l'Observatoire de la Cote d'Azur a Nizza, che ha illustrato i risultati del loro studio nel corso dello European Planetary Science Congress tenutosi a Nantes. &lt;em&gt;Morbidelli&lt;/em&gt; e collaboratori hanno realizzato diverse simulazioni per riprodurre vari scenari di impatto, scoprendo che se la collisione fosse avvenuta quando &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Urano &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;era ancora circondato da un disco protoplanetario, ossia dal materiale da cui si sarebbero formati i satelliti, questo si sarebbe ristrutturato formando una &quot;ciambella&quot; fortemente inclinata rispetto al piano equatoriale, che si sarebbe poi appiattita per le collisioni al proprio interno, finendo per portare alla formazione dei satelliti proprio nelle posizioni che vediamo oggi. Tuttavia, la simulazione ha fornito anche un risultato inaspettato: in quello scenario, le lune sarebbero state animate da un moto retrogrado, ossia in direzione opposta a quella che osserviamo. Modificando i parametri delle simulazioni, &lt;em&gt;Morbidelli&lt;/em&gt; ha potuto scoprire che se l'urto non &amp;egrave; stato unico ma ripetuto, almeno due volte, la probabilit&amp;agrave; che i satelliti di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;Urano&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; assumessero la direzione di rotazione che effettivamente si osserva &amp;egrave; molto pi&amp;ugrave; alta. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&quot;La teoria standard presuppone che la formazione dei pianeti &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;Urano&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Nettuno&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; e il nucleo di &lt;span style=&quot;color: #ff6600;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Giove&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;e &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffcc00;&quot;&gt;Saturno&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; si siano formati per accrescimento a partire solo da piccoli oggetti nel disco protoplanetario, che non avrebbero dovuto subire alcuna collisione gigante. Il fatto che &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;Urano&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; sia stato colpito almeno due volte suggerisce che gli impatti significativi possano essere stati tipici nella formazione dei pianeti giganti. Quindi, la teoria standard va rivista&quot;&lt;/em&gt;, ha concluso &lt;em&gt;Morbidelli&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Scienze 10.10.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Giove</category>
        <category>Nettuno</category>
        <category>Saturno</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
        <category>Urano</category>
            <pubDate>Tue, 01 Nov 2011 23:26:16 +0100</pubDate>
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            <title>L'acqua della Terra proviene dalle comete. Ora c'è la prova</title>
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            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%2Cre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F33575610-k1011k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FX&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Si rafforza l'ipotesi dell'origine extraterrestre dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; degli oceani. &amp;Egrave; stata infatti identificata la prima volta sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;cometa&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;103P/Hartley 2&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; ghiaccio d'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; con una composizione isotopica molto simile a quella dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; degli oceani del nostro pianeta. &lt;br /&gt;Lo studio,&amp;nbsp;pubblicato sulla rivista&amp;nbsp;Nature, &amp;egrave; stato coordinato da &lt;em&gt;Paul Hartogh&lt;/em&gt; dell'Istituto Max Planck di Lindau, in Germania, e &lt;em&gt;Dariusz Lis&lt;/em&gt; dell'americano Caltec basandosi sulle misurazioni effettuate dall'osservatorio &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Herschel &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;dell'Agenzia spaziale europea (&lt;strong&gt;Esa&lt;/strong&gt;) e della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;La teoria pi&amp;ugrave; accreditata dell'origine dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; sulla &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;spiega che il pianeta, dopo la sua formazione 4 mld e 564 mln di anni fa, era molto caldo e arido. Soltanto 8 mln di anni dopo la sua nascita, durante una fase nota tra gli scienziati come &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Late Heavy Bombardment&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, la &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;si sarebbe arricchita d'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; , portata dalle &lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;comete&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;o dagli &lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;asteroidi&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Fino a non molti anni fa, la maggior parte degli scienziati propendeva per l'arrivo dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; con gli &lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;asteroidi&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;, ma recentemente nuove evidenze hanno dato forza alle &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;comete&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; come origine di almeno il 10% dell'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt;. Secondo questo studio, l'apporto cometario sarebbe addirittura maggiore. &lt;br /&gt;La scoperta su &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Hartley 2&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; che il rapporto tra idrogeno e il suo isotopo deuterio &amp;egrave; identico a quello degli oceani, sembra essere una prova importante, se non decisiva. L'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; di questa cometa ha un atomo di deuterio (&amp;sup2;H2O) ogni 6.200 atomi di idrogeno (&amp;sup1;H2O), nei nostri oceani il rapporto &amp;egrave; uno di deuterio ogni 6.400 atomi di idrogeno. Per questa ragione &lt;em&gt;&amp;laquo;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;comete&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;come &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Hartley 2&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; devono essere prese in considerazione quando cerchiamo i corpi celesti che hanno potuto portare l'&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; sul nostro pianeta&amp;raquo;&lt;/em&gt;, ha detto &lt;em&gt;Hartogh&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Herschel&lt;/span&gt; &lt;/strong&gt;ha analizzato anche la composizione del ghiaccio di altre sei &lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;comete&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; (tra le quali &lt;strong&gt;Halley&lt;/strong&gt; ed &lt;strong&gt;Hale-Bopp&lt;/strong&gt;), ma solo quello di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Hartley 2&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; ha mostrato una somiglianza con gli oceani terrestri. Gli astronomi ipotizzano che &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;Hartley 2&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; sia nata nella &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Fascia di Kuiper&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, la cintura di oggetti freddi e ghiacciati che circonda il Sistema solare e che si trova oltre &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Nettuno &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;in un'orbita da 30 a 50 volte la distanza &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #3366ff;&quot;&gt;Terra&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;-&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffff00;&quot;&gt;Sole&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Le altre invece sarebbero partite da una regione ancora pi&amp;ugrave; lontana, la cosiddetta &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ffcc99;&quot;&gt;Nube di Oort&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, che si trova 10 mila volte pi&amp;ugrave; lontano della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;Fascia di Kuiper&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;footnotes&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Il Corriere 06.10.11&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>Asteroidi</category>
        <category>Comete</category>
        <category>ESA</category>
        <category>Hartley2</category>
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        <category>NASA</category>
        <category>Nettuno</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Sole</category>
        <category>Spazio</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 21:16:30 +0100</pubDate>
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            <title>Le pianure di Mercurio? Frutto di attività vulcanica</title>
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            <description>&lt;IMG width=&quot;120&quot; height=&quot;90&quot; SRC=&quot;http://blog.libero.it/steve22966/getmedia.php?%2Bre.jgmmiJwugJw%7De%7C%60-%3F0419%3C210-k1011k%25iaed-o66x322tgteyc%3B-34%27z%05kgonmghom-%3FO&quot; border=&quot;1&quot; align=&quot;left&quot;&gt;&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Le dolci pianure del pianeta &lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Mercurio&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sono frutto di attivit&amp;agrave; vulcanica: &amp;egrave; questo il risultato di una nuova analisi dei dati raccolti dalla sonda &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;MESSENGER&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, condotta dai ricercatori di un'ampia collaborazione internazionale che firmano in proposito un articolo di resoconto sulla rivista &lt;em&gt;Science&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Per pi&amp;ugrave; di 35 anni &amp;egrave; rimasta una grande incertezza su quale sia stato il ruolo dell'attivit&amp;agrave; vulcanica sul pianeta&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha spiegato &lt;em&gt;James W, Head III&lt;/em&gt;, professore di scienze geologiche della Brown University e coordinatore della ricerca. &lt;br /&gt;Gli studiosi infatti dibattono la questione fin dal 1974, ovvero da quando la missione &lt;strong&gt;Mariner 10&lt;/strong&gt; riport&amp;ograve; le prime immagini della superficie del pianeta, che presentava in alcune sue parti pianure senza irregolarit&amp;agrave;. &lt;br /&gt;Subito si cominci&amp;ograve; a ipotizzare un'attivit&amp;agrave; vulcanica ma non esistevano segni della presenza di vulcani nelle vicinanze. Inoltre, le pianure del nord del pianeta appaiono, nelle immagini, della stessa luminosit&amp;agrave; delle regioni craterizzate, a differenza di quanto avviene, per esempio, nel caso della &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Luna&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. Secondo quest'ultimo studio, nelle fasi primordiali della storia del pianeta, tra 3,5 e 4 mld di anni fa, enormi quantit&amp;agrave; di lava fluirono da fratture della superficie di &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Mercurio&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; invadendo le pianure circostanti poste a una quota inferiore e colmarono anche fratture profonde pi&amp;ugrave; di un km. Il processo riguard&amp;ograve; circa il 6% della superficie. La conferma del fatto che le pianure siano state causate da un vulcanismo molto rapido &amp;egrave; venuta dall'analisi di una struttura presente a circa 150 km dalla zona vulcanica, in cui si possono rintracciare le prove di un'antica sorgente di lava, con ampi canali simili a fiumi che si dipartono dalla frattura. &lt;br /&gt;La sonda &lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;MESSENGER&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;sta orbitando intorno al &lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993366;&quot;&gt;Mercurio&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; dal mese di marzo e negli anni scorsi ha eseguito tre sorvoli che hanno fornito agli scienziati una prima prima impressioene delle pianure. Per il prossimo futuro si spera di arrivare a una migliore comprensione della composizione chimica e dei minerali presenti alle maggiori latitudini in modo da poter confrontare l'attivit&amp;agrave; vulcanica qui presesnte con quella di altre regioni. I flussi di lava pemettono infatti agli studiosi di arrivare a nuove informazioni sulle dinamiche di formazione e di evoluzione dei pianeti, e sul fatto che siano o meno ancora attivi. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Quando si cerca di comprendere l'origine delle pianure &amp;egrave; utile analizzare il margine e i loro dintorni&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha spiegato &lt;em&gt;Caleb Fassett&lt;/em&gt;, coautore dell'articolo. &lt;em&gt;&amp;ldquo;In tali zone, le differenze tra le pianure e il terreno preesistente pu&amp;ograve; aiutare a capire in che modo esse si siano formate&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Scienze 29.09.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Luna</category>
        <category>Mercurio</category>
        <category>Messenger</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Fri, 07 Oct 2011 23:48:12 +0100</pubDate>
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            <title>Il caldo estremo? Si fa presto a dire anomalo</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10677684.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;Le temperature medie del pianeta di stanno innalzando, secondo il ben noto fenomeno del global warming. D&amp;rsquo;altra parte, le eccezionali ondate di caldo, come quella che ha investito l&amp;rsquo;Italia in questo settembre che non sembra voler cedere il passo all&amp;rsquo;autunno, sono sotto gli occhi di tutti.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Ma qual &amp;egrave; il rapporto tra fenomeni globali e clima percepito? Finora era opinione comune che i numerosi picchi di caldo fossero conseguenza di una pi&amp;ugrave; accentuata variabilit&amp;agrave; climatica, ma un nuovo studio condotto presso il Consiglio nazionale delle ricerche (&lt;strong&gt;Isac-Cnr&lt;/strong&gt;) di Bologna e dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; degli studi di Milano mostra che in realt&amp;agrave; le oscillazioni climatiche abbiano mantenuto la stessa ampiezza del passato, ma avvengono intorno a una temperatura media pi&amp;ugrave; alta.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Lo studio, pubblicato sulla rivista&amp;nbsp;&lt;em&gt;Geophysical Research Letters&lt;/em&gt;&amp;nbsp;riprende i risultati relativi al territorio italiano di un precedente lavoro degli stessi autori, ampliandolo al contesto europeo.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Nel lavoro appena pubblicato &amp;egrave; stato sviluppato un modello statistico per comprendere l&amp;rsquo;evoluzione degli eventi estremi durante gli ultimi 50 anni nel contesto del riscaldamento globale in atto&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha spiegato &lt;em&gt;Michele Brunetti&lt;/em&gt;, dell&amp;rsquo;Isac-Cnr, tra gli autori dello studio. &lt;em&gt;&amp;ldquo;Le nostre analisi hanno dimostrato come la frequenza degli eventi con temperature eccezionalmente alte sia aumentata in modo significativo negli ultimi decenni in numerose zone del pianeta, in particolare in Europa. E come l'incremento di tali eventi estremi non sia causato da un aumento delle anomalie climatiche, come molti sostengono, ma si spieghi con lo spostamento della temperatura media globale verso valori pi&amp;ugrave; elevati, attorno al quale l&amp;rsquo;ampiezza delle oscillazioni resta pressoch&amp;eacute; inalterata. Sviluppare una metodologia che permetta di quantificare l&amp;rsquo;evoluzione di queste oscillazioni &amp;egrave; molto importante per gli effetti che esse hanno sull&amp;rsquo;ambiente e la vita stessa dell&amp;rsquo;uomo&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;In sostanza, la distribuzione statistica delle temperature giornaliere ha subito uno spostamento che spiega anche il pi&amp;ugrave; marcato aumento delle condizioni di caldo estremo rispetto alla diminuzione degli eventi eccezionalmente freddi&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha conlcuso &lt;em&gt;Claudia Simolo&lt;/em&gt;, dell&amp;rsquo;Isac-Cnr. &lt;em&gt;&amp;ldquo;Nell&amp;rsquo;ultimo mezzo secolo ogni porzione della distribuzione si &amp;egrave; spostata di 1,5 &amp;deg;C in modo solidale con la sua media, che &amp;egrave; l&amp;rsquo;unico parametro ad avere un 'trend&amp;rsquo;, mentre tutti gli altri, come la larghezza, non presentano alcun cambiamento di lungo termine&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le Scienze 27.09.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Ambiente</category>
        <category>Cronaca</category>
        <category>Terra</category>
            <pubDate>Tue, 04 Oct 2011 20:36:13 +0100</pubDate>
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            <title>Marte: ecco dove cercare tracce di vita</title>
            <link>http://blog.libero.it/steve22966/10663829.html</link>
            <description>&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff00ff;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Curiosity&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;il rover da 2,5 mld di dollari che verr&amp;agrave; lanciato entro quest&amp;rsquo;anno dalla &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;su&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;per capire se il&amp;nbsp;Pianeta Rosso&amp;nbsp;presentasse in passato le condizioni per ospitare la vita, ha gi&amp;agrave; la sua destinazione: il&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Cratere Gale&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;br /&gt;Ma questo non &amp;egrave; l&amp;rsquo;unico luogo che potrebbe conservare tracce di organismi, e ora la lista si allunga di due nuovi promettenti candidati, dalle caratteristiche uniche.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Si tratta di due depressioni all&amp;rsquo;interno della&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Valle Marineris&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, un sistema di canyon che si innalza fino a 7mila km di altezza e si estende per circa 4mila km (posizionato in una zona pi&amp;ugrave; ampia, nota come&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #339966;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Noctis&lt;/span&gt; &lt;span style=&quot;color: #99cc00;&quot;&gt;Labyrinthus&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;); entrambi i siti appaiono ricchi di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;ferro/magnesio-smectiti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, minerali argillosi che si formano solo in presenza di &lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua &lt;/span&gt;non acida, e che potrebbero conservare tracce di molecole organiche al loro interno. &lt;br /&gt;Le&amp;nbsp;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;smectiti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, infatti, si espandono quando assorbono l&amp;rsquo;&lt;span style=&quot;color: #00ffff;&quot;&gt;acqua&lt;/span&gt; per poi tornare a contrarsi.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Le due depressioni individuate, descritte ora su&amp;nbsp;Geology, non sono gli unici luoghi in cui questo minerale &amp;egrave; presente, ma sono i pi&amp;ugrave; giovani: per ora le stime indicano un&amp;rsquo;et&amp;agrave; compresa tra i 3 e i 2 mkd di anni fa (gli altri siti normalmente sono pi&amp;ugrave; antichi di 3,6 mld di anni). &lt;br /&gt;Significa che qui le condizioni avrebbero permesso la vita in un periodo in cui tutto il pianeta era sottoposto a una forte evaporazione. &lt;br /&gt;Non solo: qui la deposizione geologica sembra invertita rispetto alle altre zone studiate finora e indica un lungo periodo a pH neutro e basico. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Questi luoghi potrebbero essere stati i pi&amp;ugrave; ospitali di&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Marte&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;in quel periodo&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha detto a&amp;nbsp;Mars Daily&amp;nbsp;una delle autrici della scoperta, &lt;em&gt;Janice Bishop&lt;/em&gt; dell&amp;rsquo;Ames Research Center della &lt;strong&gt;Nasa&lt;/strong&gt; e del &lt;strong&gt;Seti Istitute&lt;/strong&gt; (Search for Extra-Terrestrial Intelligence).&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Janice Bishop&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Catherine Weitz&lt;/em&gt; del&amp;nbsp;Planetary Science Institute&amp;nbsp;hanno passato al setaccio le immagini inviate dal&amp;nbsp;Mars Reconnaissance Orbiter&amp;nbsp;(&lt;strong&gt;Mro&lt;/strong&gt;), con a bordo il radar&amp;nbsp;ShaRad&amp;nbsp;dell&amp;rsquo;Agenzia spaziale italiana, grazie anche alla collaborazione dell&amp;rsquo;High Resolution Imaging Science Experiment&amp;nbsp;(&lt;strong&gt;HiRISE&lt;/strong&gt;) e ai dati del&amp;nbsp;Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars&amp;nbsp;(&lt;strong&gt;CRISM&lt;/strong&gt;) e hanno combinato il tutto con modelli digitali del terreno per determinare l&amp;rsquo;elevazione e la struttura geologica. &lt;br /&gt;Dalla loro analisi &amp;egrave; emersa una mappa (che copre circa 300 m) dei minerali idrati, da cui &amp;egrave; possibile dedurre la variazione del chimismo delle acque nel tempo e da zona a zona. &lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;Sarebbero due posti fantastici in cui inviare un&amp;nbsp;&lt;strong&gt;rover&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;ma, sfortunatamente, le caratteristiche del terreno li rendono poco sicuri sia per l&amp;rsquo;atterraggio sia per la guida&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, ha commentato &lt;em&gt;Weit&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tiziana Moriconi&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Galileo - Giornale di Scienza 27.09.11&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>Acqua</category>
        <category>ASI</category>
        <category>Marte</category>
        <category>NASA</category>
        <category>Scienza</category>
        <category>Spazio</category>
            <pubDate>Thu, 29 Sep 2011 21:45:58 +0100</pubDate>
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