Angolo Cattivo
"Luminoso e solo, come se fossi la prima stella della sera, minuscolo e buio, come se fossi l’ultimo uomo del mondo."
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Post n°476 pubblicato il 24 Maggio 2012 da stringalove
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Post n°475 pubblicato il 24 Maggio 2012 da stringalove
Le ombre si fondono nelle strade del tramonto, come un tuffo nel sangue. Gli occhi si riaprono sul cielo accessibile, come un viso che riemerge dalle acque. Libero il respiro con il movimento di mani nude, sciolte da altre mani, non accompagnate. Mi riempio di brezza, di secondi che scorrono sull’orizzonte struggente. L’uomo solo si ferma sulla calma tagliente di un gradino. Mi sono intossicato di sole ed ho alterato i miei sensi di desiderio diffuso e caotico. Il tatto ha investito senza premura oggetti e persone. Il pudore non sfidò mai l'eccesso. Le carezze sognanti nascondevano tagli già decisi, non concedevano altra poesia. Sfioravo viandanti dai nomi volatili, intabarrati anche con la canicola. Mi raccontavo la storia illanguidita di un pescatore di sguardi e della sirena muta senza sentire la sete e la salsedine. Rilessi pagine rivolte ad un’immagine, riscoprendone colori non sbiaditi e la lirica nei versi dedicati ad un volto mai mutato. Poi ho schivato piacere e dolore: sono caduto, ho corso, ho lottato guerre morbide ed incruente tra i cuscini, sobillato rivoluzioni insonni per palpebre cadenti su incantevoli tappeti sonori. Ricordo la paralisi ed il sudore, il peso, il senso di rotolamento disegnato da un ciclo senza fine. Furono mesi ed altri ne passarono. Ho stretto mani, ho posseduto mani, ho amputato mani. Ho sofferto nella parola, molto di più per il silenzio. Ammutolisco la recita verbosa dell’attore. In un teatro vuoto e largo, io ed il mare ci guardiamo, ciocche ingrigite e nuvole scarlatte. Il vento alza i capelli e sparpaglia le nubi. |
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Post n°473 pubblicato il 14 Maggio 2012 da stringalove
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Post n°471 pubblicato il 11 Maggio 2012 da stringalove
Il pavimento è in bilico secondo il cuscino. Il caldo ingrandisce le zanzare nei pensieri. Il silenzio pare soffiare come un vento fitto di fischi. Le ginocchia portate in alto e le gambe flesse sono monti senza neve. Sono sciolto, quasi spezzato, unito solo per comporre un facile futuro o per reinventarlo, da qua a poco, senza sostanza. Disegno la mappa del mio disordine prima di pianificare i giorni che verranno. Musiche, a tratti, escono fuori nel mutismo della stanza: filtro il pianoforte e barlumi di armonica, separandoli da elementi vocali non graditi. I respiri sono sottili come il volo delle dita prima che incontrino i tasti. Scrivo annoiato, dimentico di srotolare le calze, mentre, meccanici movimenti di braccia fendono l’aria contro le zanzare impudenti e contro parole rimesse in sterile libertà. Il tono lento delle sensazioni inconsistenti illustra l’agonia del giorno già morto. Trasognato continuo nel conto alla rovescia di un crollo ben descritto da orbite annerite da ore già trascorse. Stanco di crogiolarmi nel tiepido reflusso di contenuti nulli, mi abbandono definitivamente sul cuscino, pianeta soffice dall’aria rarefatta, insistendo sul tessuto con il viso, sprofondandovi con la punta del naso. Potrebbe essere ieri, l’altro ieri, invece è oggi. Cercherò l’immagine migliore per definire uno stato d'animo, dimenticando che qua è tutto di un'unica tinta. Adesso tutto é nulla e nient'altro. |
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Post n°469 pubblicato il 06 Aprile 2012 da stringalove
Le lacrime della terra morta si asciugano con schiaffi di sole su crepe disseccate e scarti opalescenti di petrolio. Le bocche restano mute mentre il feretro passeggia con le sue mille gambe e le sue mille voci interiori. Il corridoio ansima, sino a far percepire un canto, spezzato tra le note, tra sapori quotidiani, e fumi urbani. Il massacro della carne si compie senza sangue, senza un corpo: solo angoscia di sintesi che si solleva dai petti battuti. Immagino pigramente il fluido scarlatto sporcato di azzurro, sdegnatamente la mistura vinosa del sangue e dello spirito colliquato dalla noia e dalle corte speranze di un uomo qualunque. La saliva ed il denaro si impastano nei sentieri di fango tappezzati di nero e di porpora, la macabra recita si inabissa nella strada, nel sudore trasparente, nella voce incrinata che interrompe l’ascesa della preghiera. Carni bruciate, carne di legno, prati di chiodi sulla pelle secca, il sangue non brilla: cerco l’ombra e temperature più miti. La preghiera si spegne nella gola, il bicchiere è vuoto, la bottiglia si rompe in mille pezzi, il vetro scintilla toccando il suolo. Lo sguardo si impolvera di terriccio, la bocca mastica la pietra, il cuore zoppica, la collina si alza ripida senza il fiato del petto, come divenisse montagna, come se toccasse il cielo, come illudendomi che ci sia qualcosa in alto. Le cicatrici si aprono sull’orizzonte carcerato dai palazzi tra sibili di cuoio che straziano l’aria. Il canto rimane in basso, con le sue parole biascicate appesantite dai filtri elettrici e dal bisbigliare formicolante di tuniche e panni, lucidi e neri. La cera non lacrima dalle candele spente, il sole le rende vane, sconfigge il fuoco e le sue pretese smodate, mortifica la fede. Quel corpo consunto e riarso è sgambettato dalla folla che non lo vede. Il miraggio allarga la passione, il cielo è il sudario, la terra bruna è piagata con i suoi solchi allargati. L’orizzonte si verticalizza come un palo di legno, pesante ed odioso, spina atroce, aguzzo come tutti i chiodi, di tutti i giorni, di tutta la vita. Preferisco non guardarlo. Il balsamo dolciastro dalle cucine mi inganna lo stomaco, le curve suadenti spezzano il protocollo serioso ed incrementano il battito, le anime pesanti passeggiano sul viale di teste devote mentre l’orchestra sospira con veemenza dentro gli ottoni lucenti. Il ciclo della vita si accorcia nel mistero triste di un uomo diverso, il suo tempo si ripete, nella rievocazione solenne della condanna del peccato, scandita ed urlata per orecchie sorde: crocifiggilo, a morte, crocifiggilo. Non patisco la sete di quel corpo percosso, non lo sento morire ad ogni passo, ad ogni gradino superato a stento. La polvere ricopre i suoi piedi nudi, gronda il sangue, ingrossa i grumi ancora caldi. Non mi riempio di quel respiro mortificato e pesante, scappo via dal bilico, dal baratro, da una visuale di fine. Mi distraggo mentre muore. Morirà ancora, ed ancora una volta. |
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Post n°468 pubblicato il 05 Aprile 2012 da stringalove
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Post n°467 pubblicato il 05 Aprile 2012 da stringalove
La disegnavo inginocchiata nel silenzio di un prato deserto. Deturpavo la stagione, deprimendo il sole e colorando gli scenari delle mie tinte umorali con predominanza di bianco e nero. Gli spazi larghi delle idee non violava con la sua posa calma, quel contorno dolce che si traduceva in fotografia incorniciata da panorami ariosi. Viveva nei modelli dinamici in serie, estrapolata dai rari fotogrammi, da sguardi incidenti volatili, dalle sensazioni in crescendo sfumate alle nostre spalle. La delicatezza mi feriva, nei giorni distratti ed impolverati, per i passi non incisivi, per le frasi sterili, per una meravigliosa e timida incompiutezza che lasciava solo scarne voragini. La foschia quotidiana apriva il varco agli sguardi, ai desideri nostalgici, alla poesia sedata da troppe sconfitte. Ero un ladro senza occasione, rimanevo uomo, sognante e pigro. Un ritratto incompleto, un ritaglio irregolare, una scultura non finita, racchiudevano le forme amabili, impresse nelle pagine numerate di libri scritti per non essere letti, nelle date che riportano a labili entusiasmi di gioventù. Il profumo buono di pelle si confondeva con l’odore della terra su cui mi gettavo, su cui mi rotolavo, su cui giacevo, sempre più stanco, sempre solo, sempre scontento. I fiori scoloriti dal passato in fuga a ritroso l’adornano della solita grazia semplice. Le parole rilette sono dediche non morte, riaprono il sorriso in quella bocca mai vissuta, regalano finali non scritti ad una storia nata su sospiri di carta e lasciata in sospeso come un progetto fallito. Mi concedo il ricordo, lo trasformo, senza modificare il suo viso, provo pure a varcare il limite del sogno. Sentirla dentro, però, resta sempre e soltanto un pensiero di carta, senza peso. |
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Post n°466 pubblicato il 02 Aprile 2012 da stringalove
La notte è appendice della sua chioma. Il vapore bruno si contorce profumato, modellato come seta docile dai tentativi delle mani e dai sospiri tolti alle labbra. I suoi capelli si posano su quel tempo lasciato all’amore ed agli sguardi, alla fatica confusa con il sonno come se lo imbrigliassero fatalmente. I suoi occhi sono appendice del mio sorriso, si cercano e si seguono, nomadi felici nelle brevi praterie in penombra. La sua gioia è cattura e vertigine liquida e densa, prigionia affamata e rincorsa estatica. Il volto poi si nasconde nella tregua pudica, le spalle si inarcano, le palpebre si chiudono, petali che si chiudono sulla corolla. Il fiore si reclina sul gambo. Perdo il contatto della pelle con mani aperte e vuote, il suo sguardo riposa in una nicchia di nero: i due corpi sono soli nel deserto, soli in due deserti distanti, senza tepore di primavera. Le mie mani diventano ombra, il mio corpo si raffredda come un giardino d’inverno. Perdo il suo sguardo nei prati d’erba sterminati, tutti gli astri sono spenti. La notte ritorna appendice della mia immaginazione. |
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La notte magnificamente m'illude che ogni giorno appena giunto non sia un nastro di Möbius capricciosamente dilatato e neppure inverosimilmente un nodo stretto; poi mi sotterra nella nicchia serena in cui il mondo mi ha posto e dimenticato. I pensieri sono rami cresciuti attorcigliati in una zona estesa di aria spinosa visivamente catturata, mentre le radici induriscono nei loro grovigli terrestri espansi, tentando un deciso sprofondare nel suolo carnoso delle idee. Gomitoli allungati dalla penna anneriscono di fili afoni e variamente circonflessi, le pareti della stanza: sembrano capelli, catene e fruste che evocano un dolore già rimosso, una fatica ciclica, il dovere imposto, l'abbandono spossato. Ho il sospetto della voragine, se lo trascuro accelero temerario verso il precipizio. La notte è pausa ed emozione, fermarsi e ripartire, poi è violenta corsa sullo slancio di un'inesauribile inerzia, forzatura dolce di situazioni improbabili ed invenzione di impalcature oltre il sipario scenico delle palpebre, inserimento di attori e sapori, ombre minori, urla silenziate da un ambiente già attutito dalla sterminatezza del sogno. L'atmosfera è ipocrita, il pubblico ha abbandonato la platea e vociante si dilegua. Il vento soffia negli acufeni che si distaccano dall'orecchio e poi lo trafiggono, conficcati come aculei nel sudario dei suoni sospesi e delle parole uccise. Un unico applauso mi avvolge con un unico richiamo, un unico suono, concentrico e malato, compassionevole ed intenso, un piccolo vento che esce dall'incontro rapido di due superfici fuggevoli, quasi senza attrito. La sciarpa é attorno al collo nelle fasi contigue di freddo, del brivido, del tepore e del caldo, mentre il giro solenne e crudo dell'orologio sul polso descrive la fine continua del tempo. Le stringhe delle scarpe costringono al passo flemmatico un'inconsulta frenesia di gambe, il compasso danza con l'unico piede di grafite nello scenario candido ed imbrattabile del foglio e l'anello scivola dal dito e rotola musicalmente sino a perdersi. Il tutto si ripete allorchè ricomincia. |
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Post n°464 pubblicato il 13 Marzo 2012 da stringalove
Balbetto favole tra i cammini solitari, tra tentazioni astratte e realtà precipitose. Un solo protagonista percorre i canali occasionali battuti dal vento, nella ciclica riproposizione di una stagione unica, dolorosamente lunga. Sono ancorato a pensieri che assorbono nella noia umori non solidificati e succhi emotivi che si innalzano come scintille audaci e ricadono come cenere leggera. Calpesto visivamente i mosaici grigi di un cielo autunnale rivissuto attraverso i rami secchi e le finestre continue, poi annaspo tra coperte accartocciate, penisole di pigrizia e di calore gradite, territorio sterminato di sogni a tratti scomodo ed irritante. La favola vive la sua dimensione divergente, io l'ho abbandonata per godere della mia oasi sterile, quindi ne ho perso il copione, la trama, l'immagine sorridente di un lieto fine evitato. Le settimane trascorrono, senza sottrarmi l'opacità ed il ritmo blando, la passiva commemorazione di un tempo diversamente vivibile, le occasioni sfumate, le corse frenate, all'improvviso e senza ragione, del sangue nelle vene. Balbetto parole di carica vitale, con la fatica che le spezza, con i denti che masticano aria e nella grinta spengono gli occhi strappandone i contorni di futuro. Non penso a correre, parto stanco, c'è andatura poco sostenuta, fatica che affiora da muscoli provati ancora turgidi. La solitudine mi coinvolge, come se sentissi il respiro, non mio, come se frammenti di parole appena dette fossero il vocio del mondo accalcato dietro una parete sottile, non scarti biascicati di malumore limitati ad una stanza stancamente vissuta. La finestra un pò distante è dietro ai miei occhi e di fronte alla vita. I passi sono conservati nei piedi posati, la favola perde le pagine di sogni non ricreati, l'amore rattrappito è un ricordo senza rimorso, naufragato nell'impeto solitario e nelle scariche occasionali di un piacere diverso. Il protagonista tace fermo, la carrozza l'ha persa, i suoi piedi non trovano il ballo, le sue mani non hanno altre mani, quindi si alza quasi angosciato in quel grigio che sa di notte spezzata, cercando la finestra come via di fuga disperata e felice. La voce irrompe nel vento muto della camera, poi si zittisce mentre aumenta il respiro, il ritmo, il battito, mentre il pavimento dietro una porta sbattuta diventa asfalto, erba, terra, campi seminati di desiderio, ed allora io corro, io urlo, io vivo, scalzo, nudo, senza pietre in tasca, senza freddo dentro. Ritrovo la vita. Aspetto una nuova favola. |
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Post n°463 pubblicato il 07 Marzo 2012 da stringalove
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Post n°462 pubblicato il 07 Marzo 2012 da stringalove
Le luci di case e lampioni macchiano le mie spalle già appesantite dalla sera, sembrano quasi spingermi verso un ritorno, verso la fine del giorno. Sono nascosto dai vertici ispidi dei palazzi agli sguardi variegati delle stelle non raccolti da un viso basso. Le mie dita si tendono nell'aria come nodi sciolti, come rami secchi piegati dall'insistenza del vento, e si conservano fuggenti nel tepore sagomato del cappotto. Le parole sopravvissute sono fiacche e non hanno amici a cui raccontarsi nei segmenti rapidi di un esterno urbano subìto come un precipizio breve ed orizzontale. Ci siamo io, il vento isterico ed i treni che non passano, le nuvole che lisciano la luna, gli sguardi su angoli casuali e rette improvvise su cui mi illudo di infinito con lentezza puntiforme. Il sipario della pioggia accorcia il finale della scena ripetuta, lava le impronte labili ed i numeri arabi di una data già estinta nell'agenda in tasca. L'indomani è silenzioso, non svela futuri movimentati, deludendo con il solito torpore speranze e proclami folli. Accelero l'ombra nel passo verso casa, la disoriento accendendo la luce. Rivesto di notte la nuda pelle senza strati: le restituisco la mimica stanca prima di sferzarla di penombra. Ci pieghiamo in una fessura di buio e dormiamo insieme. |














Inviato da: Valentina
il 29/04/2012 alle 04:05
Inviato da: valeria
il 06/04/2012 alle 19:20
Inviato da: vale
il 01/04/2012 alle 17:16
Inviato da: valeria
il 12/03/2012 alle 00:22
Inviato da: luce776
il 04/02/2012 alle 15:24