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Post n°455 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da stringalove
Lo sguardo pesante dell'inadatto cerca il passato con sollievo, ammalato di libertà perché non sa che farsene. La mente dimentica, il cuore scorda, così l'oblio allarga la memoria svuotandola dell'obbligo di tutti a conservare la tragedia umana. Una doccia calda restringe e poi allarga il senso di freddo, divento più permeabile, mi lascio attraversare da flussi veloci di me stesso. La mia definizione scritta di ambiente è dilatata da innumerevoli distrazioni e furti più erotici che onirici, nelle mie notti vissute. Catturo le interferenze meteo-sonore, in attesa di un piano creativo orizzontale e sufficientemente morbido: risposte interiori verbose e flussi di scrittura incontrollata spiegano la mia insanabile predilezione per la musica strumentale. Leggere le cronache di ieri mi fa dimenticare la strettezza stupida di una cravatta con dentro un collo piegato nell’agonia festante di un cambio data. Il mio passato prossimo è un terreno molle, scavo ed estraggo vecchie frasi da prati gelati senza memoria: trasformo i ricordi in aforismi. Cerco immagine e suono per il ritratto istantaneo di una boccata d'aria. Come una serpe tra i sassi in una notte d'inverno, l'angoscia si nasconde tra sospiri di fronde e vapori umici sepolti dalla neve. Descrivo lo sguardo di un piccolo uomo tra le pieghe disarmoniche di un cielo curvo. Trovo sostentamento nel brivido e nella parola, preferisco la voce da espellere al cibo da introdurre. Fuggivo dal mio solito mondo senza pormi domande, da bambino, immaginavo botole nascoste che mi portavano, di notte, dentro i negozi di giocattoli. Tra idee squamate e varianti urbane di schiavitù, salsedine ed asfalto sfumano su un macadam di vecchie e solite parole, c'è tanta notte! Nella mia città non c'è la metropolitana per disperdermi e diffondermi. Una variazione ambientale è sempre possibile. Dei pensieri perfetti mi rimane quello che mi ha fatto dimenticare gli altri. Sto per scegliere il vestito sonoro di questa pioggia, l'abbinamento coi tuoni, e lo spiegarsi al vento di lembi di tessuto emotivo. Dal primo mattino fingo cavalcate bucolico-urbane e corse campestri rallentate tra papaveri non fradici e tralicci della luce in serie. Quante idee per poche pagine, anzi tantissime idee per zero pagine: dinamo frenetica scatenata non dissipante. Il populismo della morte frena ogni velocità, sradica di mano ogni scettro, spegne come candele qualsiasi vita e la banalizza. Certe volte, per mia stessa causa rimango senza parole, ed è la cosa più bella. Di notte succede che anche il cielo si spegne. Un'immagine ripetuta, una sensazione ripetuta, qualcosa di mai vissuto: come immaginare di avere spedito una lettera. Il ruvido della sabbia si perde lungo la strada di velluto. Il sistema compatta, preme e schiaccia: l'ipocrita la definisce libertà, il dissidente regime, il prigioniero si ribella e poi si addormenta. Didascalia prolissa di blister scaduto nel 1975 di Serenace sotto un Sol levante poco arrossato, leggere bene le avvertenze. L'uomo ritorna terra che diventa sale, polvere di mare sospesa su due punti di sonno che definiscono la notte, succede ogni giorno, succederà per sempre. Vivo in una cella in overdose sonora, intensi istanti bastano per un dopo, infinito e muto con applausi di due mani che sfumano. Il lirismo di un fiammifero spento nell'eco di un cassetto socchiuso, dolce debolezza verticale in crescendo indotto. Ascensori d'aria e respiri pennellano figure nello stupore spaziale: tutto per dimenticarsi della voragine sottostante. La pelle si fece carta catturando le ombre ritagliate nelle cavità silenziose dell'angolo cattivo, lasciando il vuoto oltre. Mi chiudo in una cella sincretica come fossi un prigioniero sciamano, tra mondialismo estatico thriller e lacrime: dai grigi a 16,7 milioni di colori. Eseguo la potatura dei fiori del male per uso rigorosamente privato ed il confezionamento di bouquet di plastica per ogni bluff simpaticamente emerso. C'è produzione di veli ed intercapedini frapposte: io sono il battito e l'arcolaio in ripresa cardiotessile senza manodopera estranea richiesta. Raccolgo petali nei panorami casuali, solo quelli senza sfumature appassite dal grigiore di contorno. Un tuffo nell'oceano è ancora troppo distante, resto asciutto. A tuttora sussiste uno stato emotivo virante sul grigio, anzi, ancora non meglio definito. |
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Post n°453 pubblicato il 29 Gennaio 2012 da stringalove
Nell'ora fredda non ho un cappello da far precipitare sugli occhi. Le tenebre spariscono nel letto, le nebbie contaminano i sogni. Nell’ora fredda non ho coperte che mi scaldino ma veli di angoscia quasi profetica. Il nero inghiotte l’eroismo di un viandante pigro nella voragine fobica dei rimorsi. Nell’ora fredda il brivido solleva la pelle poi sarà solo indifferenza la terapia del futuro. Dormire non nasconde il passato, è un tentativo delicato di mimetismo. Nell’ora fredda le sagome inerti prendono vita sfidando un’alba improvvisa. Il corpo è fermo, inchiodato da uno sguardo perso al cielo basso di un’anima greve. Nell’ora fredda il rumore pare neve che imbianca sequenze oscure continue. Il senso di rassegnazione invecchia e corruga lo sguardo, labili sentieri d'empietà non lo ravvivano. Nell’ora fredda lo specchio è appannato da sequenze rallentate di sbadigli. La tensione si mimetizza nella tregua plastica degli arti. Neppure ritrovo il tepore in un’ultima emozione. E’ finita l’ora fredda ed è iniziato il sonno. |
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Post n°452 pubblicato il 11 Gennaio 2012 da stringalove
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Post n°451 pubblicato il 11 Gennaio 2012 da stringalove
![]() Un respiro prolungato fugge via da cavità umane e sembra quasi vento, diventa quasi musica, quasi canto. La fatica ed il piacere si alternano in quella bocca che si attacca all’aria, e si disperdono in quella stessa aria riempita da un viso e da nuvole di fiato. Aria è un mare che non bagna, un tuffo costante, un abisso orizzontale e verticale, senza fondali, senza pesci, dove correre e stare fermi. L’aria ha il limite di una tinozza di cielo, immenso ed impalpabile, non liquido, che la contiene tutta, schiacciando visivamente corpi puntiformi. Della stessa sostanza dell’anima, ingoiata da una cavità di carne ne ha smarrito il peccato, fuggendo via verso l’alto, leggera. Un respiro prolungato pare quasi divenire voce, un urlo ed una smorfia, un uomo ed un animale, forme alterate, il verso di un’ombra sfregiata da luci bianche schizzate all'improvviso. Un respiro è fluido caldo su cui far scorrere la parola, da far sgorgare copioso, come sangue, come seme, come poesia, come vita. Nel movimento dei corpi, la pelle plasmata dal vento si ribella alle chiusure geometriche, alle forme già tracciate, alle danze studiate col moto degli arti, e codifica la voce interiore, lo zefiro modulato, lo smarrimento breve, la dissoluzione continua. Mi confondo con il mio ambiente bevendo ossigeno dalle narici, soffiando calore e memoria labile di uomo nei miei liberi percorsi. |
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Post n°450 pubblicato il 09 Gennaio 2012 da stringalove
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Post n°449 pubblicato il 04 Gennaio 2012 da stringalove
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Post n°448 pubblicato il 04 Gennaio 2012 da stringalove
Il cielo si incurva nello sguardo di un piccolo uomo. Parole troppo deboli scrissero per lui un destino esile. La carta si lacerò con il respiro animoso del vento. Si raccoglie nei colori rappresi nelle mappa piegata di un mondo breve, quel cielo catturato. Solo quell'uomo nell'ambiente disadorno, profilo affilato ed ombra larga come un orizzonte sulle pareti: il suo viso è una terrazza mobile sulla terra distante, un’isola umana risucchiata da un oceano drammatico. Il cielo stropicciato dal vento incolore di un fiacco tramonto non si rianima con il riflesso inscurito del mare. E la notte non racconta le strie candide delle onde, sorda alle urla del vento, non corrotta dai sogni dei marinai. L’azzurro di ieri foderava di luce e d'azzurro, tutte le finestre: il piccolo uomo alterava la forma delle nuvole con sguardi non sequenziali versati dalle fessure irregolari della stanza. Lo spazio è la sfida cieca, la domanda senza risposta che circoscrive il futuro. Il cielo è un prato rotondo nel ritaglio incavo delle orbite, macchiato di stelle, nel buio totale non ha un colore definito. Era pieno di questo cielo, una coperta impalpabile nella piega dei suoi occhi: una cornice di brivido e sorriso contornano un viaggio promesso ed atteso. Non hanno colore i suoi occhi, vagano in alto per non toccare l'abisso, marinai senza nave, improvvisamente distanti dal suo piccolo corpo, silenzioso e sottile come un punto solitario. Luminoso e solo, come se fosse la prima stella della sera, minuscolo e buio, come se fosse l’ultimo uomo del mondo. |
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Post n°447 pubblicato il 04 Gennaio 2012 da stringalove
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Inviato da: valeria
il 14/12/2011 alle 08:07
Inviato da: valeria
il 11/12/2011 alle 10:42
Inviato da: stringalove
il 03/12/2011 alle 03:07
Inviato da: albanuova2011
il 02/12/2011 alle 23:15
Inviato da: divieto_di_coraggi0
il 26/11/2011 alle 17:07