Creato da stringalove il 20/10/2004

Angolo Cattivo

"Luminoso e solo, come se fossi la prima stella della sera, minuscolo e buio, come se fossi l’ultimo uomo del mondo."

 

 

Galaxie 500 - Decomposing Trees

Post n°588 pubblicato il 25 Aprile 2016 da stringalove
 

 
 
 

Sotto un cielo crudo (Versione post-beta)

Post n°587 pubblicato il 16 Aprile 2016 da stringalove
 

Mi lasciai dimenticare, gettandomi lontano dai panorami polimerizzati di una Babilonia minore.

Congelai la nostalgia nelle celle frigo di una macelleria incruenta, ma non appesi desiderio ai corpi ignudi sui ganci ricurvi dei mattini sognanti.

Mi penetrò dentro, sino alle ossa, tutta l'umidità di una stagione spenta, ingrossando i torrenti intossicati dai flussi costanti di me.

Le mie mani si imposerò epilettiche sui padiglioni e fui così, capace di non sentire me stesso, di sospendermi sino a rarefarmi pur conservandomi in un continuo e salvifico rimandare.

Mesi di plastica si fusero nell'anemica dissolvenza di ogni tensione, mescolati dai venti corsari in un braccio di mare, lasciandomi mucchi di noia da smaltire senza fretta con la forchetta spuntata di un destino parsimonioso.

Le mie navigazioni abuliche cozzarono all'orizzonte con ogive alate crocifisse nella stratosfera: rimasero opacamente incistate in uno sfondo post bellico, totalmente demilitarizzato.

Calpestai ciottoli grigi e neri come un gesso sulla lavagna, poi poggiai i miei passi sul tappeto ispido di silenzi acuminati, muovendomi strisciante tra stravaganze pietrificate.

Briciole di lava arroventavano di memorie magmatiche, alternando vivide coccarde muschiate ad enfasi ferruginosa tra costellazioni luccicanti di silicio in un cielo di ossidiana.

Ogni altro campione visivo raccolto, esprimeva secchezza mimetica, vegetale e vegetante, su cui confondere il mio movimento e le mie pause fluide, senza disorientamento olfattivo, senza turbamento, senza cenni di posa contemplativa per il recupero di un eden disidradato.

Lo scirocco imbastardiva il pallore di un cielo crudo con una carezza cerea di pulviscolo e sabbia, quasi cremosa, senza ruvidezze.

Confusi il respiro di un passo affrettato con lo sciamare bulimico su esplosioni floreali sgargianti, prima dello strapiombo che sfaldava fatalmente ciottoli e terreno brumoso nella perdizione intensamente blu del mare.

Gli occhi restarono entrambe aperti, senza bruciare per esposizioni luminose eccessive.

Il giorno difettoso smitizzò il ciclope bianco, allargò le sue crepe bigie malate di tempo, narcotizzò il guardiano nato insonne, interrompendo il girotondo del suo unico occhio incandescente sulla pelle del mare e sulle tuberosità aspre del suolo.

La nave così naufragò senza l'unzione sanguigna del tramonto.

Tornai indietro nel mio asilo abituale come se fosse ovvio, come se fosse tutto normale, ed in quella inesorabilità nascondevo la delusione per uno scafo colato a picco senza l'abbraccio del porto.

Lungo il tragitto rivivevo sequenze post belliche narrate da luoghi muti, smarrendo persino la pretesa emozionale della fuga.

Un aereo emerse puntiforme invertendo la sua rotta di eterea inerzia, un altro aereo ed un altro ed altri ancora infoltivano lo stormo stilizzando concetti di minaccia, increspando nervosamente la bianca e filante bava di ogni reattore, parallela all'orizzonte.

Il rumore rapido silenziò i messaggi di pace, con un ronzio vorace di terra, di voragine, di profondità, di pietre da inghiottire come pane raffermo, da scagliare come dardi, da sputare come vomito, come nuova terra per dilatare le propaggini mutilate di un'isola, poi corroderle, liquefarle, pietrificarle di nuovo nella ciclicità del disfacimento e della rinascita.

Solo pochi secondi e da prigioniero, divenni fuggitivo, inesperto naufragai, perso nell'indolenza mi riscoprii rivoltoso, poi collerico, così violento da diventare esplosivo ed infine distruttivo.

Un cielo che si svuota, appare ancora più vasto, ancora più vuoto, ancora più crudo.

Senza amici, senza nemici, come l'unico sopravvissuto in uno stato di tregua.

Frammentaria è ogni mia voce, senza senso compiuto quelle mie parole orfane di periodi completi e di interlocutori.

Nessuna vittoria, nessuna sconfitta, come sempre in ogni desertica pace.

Ho spento il motore e spengo la radio.

La guerra adesso è di nuovo finita.

 
 
 

Slowdive - Blue Skied an' Clear

Post n°586 pubblicato il 31 Marzo 2016 da stringalove
 

 
 
 

Cieloterrafuocomare

Post n°585 pubblicato il 31 Marzo 2016 da stringalove
 

In un cielo troppo azzurro ho scagliato bianche colombe, con un candido distacco dalle mie mani.

Approfittarono della libertà nascosta nel gioco di prestigio di polpastrelli che si tramutano in ali, senza sprecarla in velleità deflagranti.

Non generarono prevedibili moti circolari nella volta celeste delicatamente disturbata, non tornarono carta da poker nella manica per stupori collettivi da monetizzare.

Non volai con loro: scelsi la terra, la prevedibilità dei passi sul suolo, l'incapacità delle dita a trattenere granuli di materia.

Ascoltavo la voce degli insetti nella loro operosa incuranza verso corpi opachi goffi sul percorso disassato, accelerati da fecondo appetito e dalla psichedelia dei pollini, come abitanti di metropoli orientali nell'ora di punta.

Il fuoco ardeva irritante nei campi di terra rossa e glabra, bruciando garrulo antiche sterpaglie, deformando sghembe porzioni di visuale, attorcigliando il fumo in fuga agli effluvi di erba pressata e di fiori anarchici, nascondendo le sagome squadrate delle dimore contadine.

Nelle corolle delicate e marzialmente a testa alta sotto il sole, trovai il codice dell'infinita confusione, cerchi slabbrati e disorientamento ottico.

Sfumando e sfocando ogni scenario, avvilii e poi esaltai i fotogrammi di infinite nature morte.

Esploravo pianeti profumati, inzuppati in una costellazione verde, tra nebulose umiche disidratate.

Desideravo solo il tramonto ad ogni giro della lancetta lunga: l'eccesso di luce mi nascondeva l'orizzonte, tramortiva il senso d'orientamento trastullandolo maliziosamente nella culla del sole.

Ero un capitano senza nave, fingevo di schivare i flutti ai lati di una chiglia statica di pietra, tra miraggio ed autosuggestione, ed intanto scorgevo sempre più vicina la linea tra aria ed acqua, la varcavo, la toccavo, la tenevo tra le dita e la pizzicavo con virtuosismo emozionale.

Come una corda del cuore, vibrava l'orizzonte, silenzioso, sollevandosi verso un tintinnio frammentato ed infine un drone persistente, a coprire i sospiri e le paure di un crescendo onirico, compresi i sentori di rinascita impregnati di ricordi salmastri adolescenziali, di epica nautica di sintesi tramite odissee altrui.

Ma quegli orizzonti invece saranno sempre più lontani ed affilati, sempre più angolati da soli inverecondi, poi divaricati, intimiditi ed assorbiti facilmente dal cielo.

L'ora dell'approdo sarà magicamente banale, sempre e rigorosamente di notte.

 
 
 

Polvo - Vibracobra

Post n°584 pubblicato il 20 Marzo 2016 da stringalove
 

 
 
 

Domenica delle palme

Post n°583 pubblicato il 20 Marzo 2016 da stringalove
 

A rivolgere le palme agli dei e le spranghe agli uomini, imparai tardivamente.

Sono la coda di un pavone caricata a molla per rincorrere il sole e le sue metamorfosi.

La percezione è già cattura.

Non sono cartilagine, sono pelle tesa, vibrante ed appuntita di fame di emozione, di sensazioni pure e sensazioni autoprovocate.

Esco da me per vincere vane corse, apro le mani per sentire il freddo sulle mani e le crederò ali sfrangiantesi ed in espansione.

Amo i panorami dentro visuali squadrate, amo la perdizione di una testa che affonda nel cielo, come un pianeta dentro un pianeta.

Dentro un pianeta dopato, vedo uomini precipitare ed uomini comprare le credenziali di semidio.

A me basta un quartiere di cielo per sentirmi suddito ed uomo libero.

So espanderlo, so squarciarne la pellicola di protezione, sono un chiodo di carne conficcato nel blu.

Ieri ho rincorso il sole prima che rotolasse nel mare, come un gesto isolato, come se fosse un evento unico ed irripetibile.

Dalle acque basse che imbiancano la roccia, salii sui promontori rigogliosi e verdi, riempiendo i polmoni di strapiombi su cui modulare il fiato e sfidare le vertigini.

La distorsione dei suoni umanizzava la natura, chitarrismi, stridori, batterie, umanizzavano il mio urlo, foravano la ruota del pavone, sempre meno colorata, sempre più grigia, poi sempre più nera, come una ruota gommata cicatrizzata dagli attriti.

Lentamente mi sgonfio.

Se non potrò correre e non potrò camminare, immaginerò la voragine che decapita la mia strada, magari il mare ci sarà davvero a ridefinire sogni rovinosi e cadute bagnate, senza eventualità intermedie.

La vanità affonda il pianeta testa in una profondità supposta, come un sasso nello stagno.

Gli occhi corrono come palle di biliardo sul tappeto omogeneo, come favola senza draghi ed eroismi, senza carambole, senza contatti, senza buche in cui sistermarsi.

Concentrici pensieri persi nelle acque senza memoria di propagazione.

Onde e musica assorbiti dal silenzio mistico.

Altrove ci sarà rumore di uomini, la melodia del denaro giustapposta al luccicare fallace di bava su sentieri d'oro senza orizzonte.

Là, rivolgerò le palme per gli dei e le spranghe per gli uomini.

 
 
 

Ultra Vivid Scene - Mercy Seat

Post n°582 pubblicato il 28 Febbraio 2016 da stringalove
 

 
 
 

Sataria

Post n°581 pubblicato il 28 Febbraio 2016 da stringalove
 

Dei gabbiani vedo solo il volo.

Ingrandisco la sagoma spigolosa che sforbicia il cielo, invaghita più dei rifiuti urbani che dell'arcano richiamo di un orizzonte mediterraneo.

Il verso doppia il muggire del mare, assieme acuto e rauco non teme lo sciabordio dell'onda.

Masse d'aria snellite dal vento ed addolcite dal tramonto che verrà, paiono colonne rosate del confine della terra, Esperidi rinvigorite dall'imminente imbrunire.

Le onde esplodono il loro carico fluido di cristallo sul nero lucido della scogliera, con la balistica schizofrenica di un calice scagliato verso un pavimento: le gocce trasparenti diventano schegge e lance diafane che trafiggono di scabra violenza primordiale gli occhi che ritraggono lo scenario.

La scalinata dopo i miei passi, si estingue tra i flutti che tutto ricoprono e che tutto dischiudono, giusto prima di farmi conoscere l'abisso.

Le aspre fenditure della pietra svelano obliquamente il mare, come oblò di nave in burrasca.

Le palme che incorniciano sporadiche la perimetrale, paiono stelle appese al suolo, con il loro alone sfrangiato e bruno, lungo il viale immaginario che calpesto con gli occhi, come una costellazione improvvisamente vicina.

Ho visto solo pietra, ubriaca di sole, quel sole che, estremo, poi l'ha seccata ed ingrigita, resa dura e poi porosa ed infine sfaldabile per smarrirsi nello scirocco, ed ho ripensato a me.

Ho rivisto me, la stagione del piacere e la stagione della sofferenza, tra nostalgie evocabili ed aridità algebriche, ad oggi, elementi del dominio aventi immagine nulla.

La ginestra aveva trovato l'orifizio per corrompere la lava senza tempo, e già minimale e suadente, rallentava, rapendo i dilatabili fotogrammi di un volo d'ape.

Risalgo verso lo sfumare del giorno, e quella scalinata lasciata dietro, pare riemergere dall'abisso che non vidi, ad ogni passo con cui mi allontano da quel mare.

 
 
 

Hauschka – Who Lived Here?

Post n°580 pubblicato il 27 Febbraio 2016 da stringalove
 

 
 
 

Disabitato Versione Beta

Post n°579 pubblicato il 27 Febbraio 2016 da stringalove
 

Mi ricordo: fui capoluogo di me stesso, provincia con ambizioni di grande impero, concedendomi illegittime levitazioni nell'aria che non sapevo calpestare nè fendere pur turbinando gambe e braccia.

Mi isolarono e mi isolai senza essere isola.

Andando per il pane e la carne, scoprii l'attrazione tagliente per la fame e per la sete, ma la privazione non fu un fioretto.

Il mare prosciugato non fece emergere tesori dai fondali, abissi emozionanti, miraggi naufragati, ma solo corpi boccheggianti, da una Guernica ittica sino alla non vita.

Naufragai nella siccità di ogni giorno.

Mi ci stabilii.

Non ricordo stragi, nè sangue, nè incendi, nè il terrore che mi arrecarono nè la violenza inattesa di singulti dal sottosuolo.

C'ero io, solido e forte come una torre di cento piani, con le sue pareti levigate, con le sue finestre e ed i suoi vetri, che, come me si illuminavano più dei neon che dei soli, delle lune e gli astri.

C'ero io, piccolo come la stanzetta di uno scrittore che abbaglia di sè una fioca lampada, generando profusione di sogni e smarrimenti con il fiume di inchiostro secreto dalle sue dita sul foglio.

Ora mi costringo all'esigenza di disabitarmi dentro.

Svuoto gli interni, li spoglio dei pavimenti, stacco ciò che è appeso, non lascio conforto, possibilità di ristoro, idea di casa.

Non ho dove sedermi, la caduta sarà il mio giaciglio.

Calpesto la pietra nuda e la terra bruna, senza tappeti, legno e mattoni sotto i piedi.

Farà freddo e starò nell'angolo, sarò l'angolo, così compresso, così raccolto, così rimpicciolito.

La voce sarà scabra eco, sarà zampillo ghiacciato che si ramifica sul panorama sterminato di un davanzale in cui incontro inerme la natura, come un patibolo incruento, proscenio di una sopraffazione.

Eccomi: camera vuota, albergo senza clienti, un buco nel cemento grigio, un dito nella sabbia dorata, un respiro che risucchia la saliva, pioggia e polvere che generano fango e melma, pietra come un qualcosa che rimane appoggiato da ieri, ad oggi ed a domani, come se ci fosse un sempre.

Coprirà la durezza, la natura che si riappropria di ciò che non è vissuto, di ciò che non vive.

Inventerà morbidezza con tappeti verdi, con tutti quei colori che muteranno con variabili e persistenti espressioni del sole e con ogni carezza e schiaffo umido che colpirà la terra, inventerà secchezza con i tappeti scoloriti dall'aria ferma, asciutta e senza umori evaporati nella sua apatica canicola.

Macchie di colore definirono i nomi di ogni cosa, i volti di ogni figura, l'acqua le sbiadì, diluendone i significati, sfregiando visi, il clima secco munito di vento asciugò ogni cosa, ed ogni cosa sparì, sopirono concetto, impulsi e gesti di amore e cattiveria con le rispettive gradazioni ed inevitabili zone neutre: pollini, germogli divennero il mantello, il tappeto, coperta calda e soffocante su polvere e macerie, più che mimetismo di gradazioni differenti di gioia con drastiche deflessioni.

Io ero la pietra, come se lo fossi da sempre, nè esprimevo metamorfosi, nè attuavo un passaggio di stato, marmorizzato in una persistenza minerale, divinamente inutile e neppure trascendente.

Ma ero anche aria compressa in un contenitore amorfo, in cerca di esplosione e vento, di fuga rapida e forsennata, prima di essere bruciato senza cambiare stato, come il respiro anonimo di chiunque altro, ben oltre una necessità vitale.

Ma non c'era nessun altro, animato riempitivo ed animante contenitore: ero solo io.

Loro c'erano stati, ma poi si diradarono, loro erano gli uomini, quegli uomini ed assieme tutti gli uomini: avevo dimenticato chi fossero, cosa fossero.

Io aveva ucciso loro e dimenticò il misfatto.

Il concetto di forma si estingueva e sopravviveva solo l'idea di contenitore, da riempire, da svuotare, ciclicamente, e perpetuamente da svuotare e da riempire.

Senza immagine nè somiglianza.

Ero tutto fuorchè un uomo.

Ma oggi, quel corpo di quell'uomo, io l'ho disabitato.

 
 
 
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