Post N° 217

Post n°217 pubblicato il 17 Novembre 2008 da eleperci

Caravaggio “privato” a Milano, torna in mostra il Saulo restaurato

di Elena Percivaldi


pubblicato lunedì 17 novembre 2008

Un grande Caravaggio a Palazzo Marino, esposto dopo il restauro che nel 2006 lo ha riportato all'originario splendore. La Conversione di Saulo è l'unico esempio rilevante di pittura su tavola del grande maestro. Eseguita nel 1601, ha avuto un destino a dir poco avventuroso. Commissionata da Tiberio Cerasi per la sua cappella in S. Maria del Popolo a Roma, l'opera non venne mai esposta in loco a causa del dilungarsi dei lavori. All'improvvisa morte del cardinale, finì in Spagna, poi fu acquistata dai Balbi di Genova e infine tornò per via ereditaria, negli anni Cinquanta, a Roma come punta di diamante della collezione degli Odescalchi. Ora sarà esposta a Milano, sede nel 1951 della grande mostra sul Caravaggio curata da Roberto Longhi che ne riconobbe l'attribuzione, al centro della Sala Alessi della sede del Comune. Subito dopo il restauro, realizzato da Valeria Merlini e Daniela Storti, la tavola fu collocata in S. Maria del Popolo accanto alla versione su tela dipinta dal Caravaggio. A Milano invece sarà possibile ammirare da vicino ogni particolare grazie alla teca di vetro realizzata dal Laboratorio Museotecnico Goppion, che consentirà di girare attorno al capolavoro vedendone anche il retro. Nella sala stampa adiacente alla Sala Alessi, inoltre, sarà proiettato un video relativo al restauro dell'opera e per due volte la settimana le curatrici racconteranno al pubblico e alle scuole la storia del quadro. La mostra (catalogo Skira) prosegue idealmente in un percorso che, partendo da Palazzo Reale, passerà in Piazza Duomo - dove sarà utilizzato il maxi schermo con un filmato sull'opera - e, attraverso Galleria Vittorio Emanuele, si concluderà in Piazza della Scala, dove l'ultima delle installazioni progettate dall'architetto Elisabetta Greci evidenzierà l'esposizione a Palazzo Marino. (elena percivaldi)


Fino al 20 dicembre 2008
Palazzo Marino
Piazza della Scala - Milano
Info: 026597979
Web:
www.caravaggioemilano.it

[exibart]

PUBBLICATO SU EXIBART:
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=25450&IDCategoria=204

 
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Post N° 216

Post n°216 pubblicato il 16 Novembre 2008 da eleperci
 

Storia in Rete di novembre-dicembre è in edicola!

Numero dedicato quasi per metà al Novantesimo della Vittoria italiana nella Grande Guerra, Storia in Rete di novembre-dicembre offre ai lettori un’ampia panoramica dell’ultimo anno del conflitto mondiale, con analisi della battaglia del Piave e di Vittorio Veneto, una retrospettiva fotografica, considerazioni sul valore di questa ricorrenza e della memoria e rubriche dedicate. Ma questo numero Storia in Rete non è solo Grande Guerra. Riflettori accesi sulle elezioni americane e sulle incredibili ispirazioni che un professore nazista trasse dall’America. Un salto indietro nel tempo, invece, ci riporta fra quei Gonzaga delle Nebbie cui in questi giorni è dedicata una bella mostra nel Mantovano. Continua l’intricata spy-story legata alla strage nazista della Storta (1944) e quindi Storia in Rete anticipa un capitolo dalla nuova biografia del controverso Nicola Bombacci, il fondatore del PCI che morì a Dongo con Mussolini. Nuovo balzo nel passato, con il glamour tragico di Murat, il genero di Napoleone, re di Napoli e glamour dinastico con le relazioni fra il ramo dei Savoia-Aosta con la nobiltà greca. Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di novembre-dicembre.

SU QUESTO NUMERO ANCHE IL MIO ARTICOLO SU I GONZAGA DELLE NEBBIE, STORIA DEL RAMO CADETTO DELLA DINASTIA MANTOVANA CHE VIDE TRA I SUOI PROTAGONISTI VESPASIANO (L'IDEATORE DI SABBIONETA) E GIULIA, LA DONNA PIU' BELLA DEL SUO TEMPO.

vedi anteprima:
http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/11/64-69-gonzaga-2.pdf

 
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Post N° 215

Post n°215 pubblicato il 16 Novembre 2008 da eleperci
 

Per la mostra di Pompeo Batoni a Lucca una pala (quasi) inedita

di Elena Percivaldi


pubblicato venerdì 14 novembre 2008

Non solo ritratti della sfavillante élite che partecipava ai Grand Tour. La grande mostra che Lucca, sua città natale, dedicherà a Pompeo Batoni nel trecentesimo anniversario della nascita (1708-2008), avrà certo come pezzi forti le "istantanee" di nobiluomini e regnanti europei realizzate alla moda del tempo - ossia come viaggiatori colti davanti ad un monumento della Città Eterna -, ma anche alcune importanti pale d'altare come il San Giacomo condotto al martirio eseguita nel 1752 per la Chiesa delle Anime del Purgatorio di Messina, demolita dopo il terremoto del 1908. E sarà una novità quasi assoluta perché, giacente nella chiesa privata dei Marchesi di Cassibile (Siracusa) in pessimo stato di conservazione, viene ora restaurata grazie all'intervento della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dunque arriverà, si suppone, in gran forma alla mostra che inizierà il 6 dicembre a Palazzo Ducale. Ad occuparsi del recupero sono Massimo Bonino con la collaborazione di Elena Salotti, sotto la direzione di Antonia d'Aniello della Soprintendenza di Lucca e Carmela Vella della Soprintendenza di Siracusa. Della pala si conoscono svariati disegni preparatori, ma solo vedendo l'originale si potrà apprezzare la capacità di Batoni di assimilare suggestioni tratte da Raffaello, Reni e Annibale Carracci, riproponendole in chiave classicista. Un'opera assimilabile ad altri soggetti religiosi come la Caduta di Simon Mago per San Pietro in Vaticano, l'Estasi di santa Caterina da Siena, le grandi pale d'altare per le chiese lombarde tra Brescia e Milano, che diventarono vere e proprie icone delle istanze riformatrici di una Chiesa che voleva recuperare, schivando le bordate illuministe, un ruolo di leader nella società. Un'ampia anticipazione della mostra lucchese compare nel nuovo numero del magazine Grandimostre, in distribuzione in questi giorni agli abbonati di Exibart ed in oltre venti point nelle più importanti sedi espositive italiane. (elena percivaldi)

link correlati
www.grandimostre.com


Pompeo Batoni. 1708-1787. L'Europa delle Corti e il Grand Tour
Dal 6 dicembre 2008 al 29 marzo 2009
Palazzo Ducale
Cortile Carrara, 1 - Lucca
Info: 199199111 -
servizi@civita.it
Web: www.pompeobatoni.it

 
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Post N° 214

Post n°214 pubblicato il 16 Novembre 2008 da eleperci
 

TURNER EQUO E SOLIDALE

Spilorcio, egocentrico e misantropo? Manco a parlarne. William Turner, il più grande paesaggista di tutti i tempi, era in realtà un uomo generoso e profondo. Come altrimenti concepire la sublimità dei suoi quadri? La parola a James Hamilton, curatore della grande mostra ferrarese dedicata alle tele italiane...

di ELENA PERCIVALDI

pubblicato domenica 16 novembre 2008

Le sontuose e terribili rovine di Roma, i sinuosi e arcadici paesaggi della campagna italiana. Ma anche la luce tenue e vibrante della laguna di Venezia colta nei suoi scorci più intimi e raccolti. Tutto questo, e altro ancora, offre la mostra Turner e l’Italia, che apre oggi i battenti a Ferrara. A Palazzo dei Diamanti sarà esposta, fino al 22 febbraio, un’ampia selezione di oli, acquerelli, tele, disegni e incisioni del grande pittore inglese che rivoluzionò l’arte di ritrarre il paesaggio, superando i limiti della raffigurazione prospettica e restituendo gli aspetti più segreti dello spettacolo della natura. A curare l’evento il professor James Hamilton, tra i maggiori esperti di William Turner (Londra, 1775 - Chelsea, 1851) e autore di una rivoluzionaria biografia (Turner: A Life, Hodder and Stoughton, 1997) che ha contribuito a sfatare miti e leggende negative sull’uomo, ricollocando nel contempo l’artista tra i grandi di ogni tempo.

Professor Hamilton, la mostra Turner e l’Italia esplora i legami tra il celebre pittore inglese e il nostro Paese. Lui lo percorse in lungo e in largo, ma poi si fermò a Roma e a Venezia. Perché allora scegliere Ferrara come sede espositiva?

A proporre Ferrara fu proprio Andrea Buzzoni, direttore di Palazzo dei Diamanti, che contattò nell’occasione la National Gallery of Scotland a Edimburgo. Siamo felici di lavorare con un gruppo così pieno di entusiasmo e talento. Turner probabilmente passò da Ferrara quando, nel settembre 1819, lasciò Venezia per dirigersi al sud, anche se non sembra che vi si sia fermato, come del resto farebbe supporre l’assenza di disegni che ritraggono la città. Ma non è nemmeno troppo corretto dire che solo Roma e Venezia furono al centro della sua attenzione. Entrambe, certo, furono per lui molto importanti, ma i suoi viaggi in Italia, in particolare quello del 1819, lo portarono a conoscere tutto il Paese, a nord fino a Domodossola, a est verso Rimini e Ancona, a nord-ovest fino a Torino, spingendosi poi nel Mezzogiorno e toccando Napoli e Paestum. Come dimostrano le sue opere, egli rimase affascinato dall’Italia sia antica che moderna, anzi amò profondamente l’Italia in tutti i suoi aspetti: dalle sue leggende alla sua storia, dalla letteratura all’arte.

Che novità porterà l’esposizione ferrarese di Palazzo dei Diamanti?
Innanzitutto, saranno esposte alcune delle più belle tele “italiane” di Turner, tra cui Roma vista dal Vaticano (1820), dipinto subito dopo il suo ritorno dal viaggio, e Palestrina e La visione di Medea, realizzati entrambi a Roma nel 1828. Tutti e tre questi quadri sono stati prestati dalla Tate Gallery di Londra. Avremo poi in mostra anche una straordinaria Scena di montagna in Val d’Aosta, prestito della National Gallery of Victoria di Melbourne, e la poco conosciuta Fontana dell’indolenza (1834) dalla Beaverbrook Art Gallery di New Brunswick, in Canada. Altri prestiti importanti provengono dalla Rosebery Collection, dal Louvre e dalla Royal Academy di Londra.

Turner e l’arte italiana. Quali furono i maestri che lo intrigarono di più?
Direi Tiziano, Veronese e Salvator Rosa. In mostra, ad esempio, vedrete una Sacra Famiglia (1830, oggi alla Tate) che si ispira direttamente alla pittura del Seicento veneziano. Tra i non italiani, sicuramente Poussin, la cui influenza è tangibile in tutti i dipinti in esposizione.

Come tutti gli artisti (e gli scrittori) romantici, Turner ha subito il fascino del paesaggio italiano. Come Goethe, ad esempio, apprezzava sia la campagna, arcadica e selvaggia, sia una città che, come Roma, con le sue monumentali rovine antiche costituiva un suggestivo museo a cielo aperto. Qual era il rapporto di Turner con l’arte classica, e quanto essa influenzò i suoi lavori?
Il suo viaggio in Italia del 1819 fu per lui un percorso sia nello spazio che nel tempo. Prese appunti molto precisi delle rovine e delle iscrizioni che poté vedere attraversando il Paese, cercando di inquadrarle alla luce di quanto aveva studiato nella sua giovinezza. Tra le sue letture figuravano i resoconti di viaggi di autori contemporanei come il reverendo John Eustace e Henry Sass, ma anche i classici latini e greci: Omero, Virgilio, Ovidio e Cicerone. E tra questi, Virgilio e l’Eneide furono decisivi. Turner era un viaggiatore molto “intellettuale”, faceva spesso deviazioni per visitare siti che custodivano memorie storiche o mitologiche, come ad esempio il Lago d’Averno, Rimini e Paestum. Durante i mesi che trascorse a Roma, lavorò alacremente ai Musei Vaticani, in Campidoglio e al Foro studiando la scultura romana. Il risultato sono dozzine di disegni e acquerelli che probabilmente avrebbero dovuto servire come base per future incisioni. Turner si considerava un artista europeo, e come tale era convinto che le rovine antiche costituissero una radice profonda dell’identità europea.

Turner non fu l’unico artista inglese a dipingere paesaggi. Perché, secondo lei, porta le stimmate del genio?
Perché rivoluzionò il modo di concepire e vedere il paesaggio. Le costruzioni pittoresche e oleografiche del XVIII secolo non facevano per lui. Molto più adatte alla sua sensibilità le nuove concezioni romantiche che vedevano unità tra paesaggio, luce, clima e attività umane. Pochissimi dei suoi paesaggi non recano alcuna traccia di una presenza umana: di solito infatti compaiono sempre figure di persone intente alle loro occupazioni quotidiane, oppure tracce di opere dell’uomo come ponti, strade e rovine. Il suo genio consiste nell’aver individuato nel paesaggio gli elementi essenziali e poi trasferirli in una realtà che comprendesse, al centro di tutto, l’umanità colta nella sua storia. Era un grande affabulatore, e riuscì a esserlo usando le immagini piuttosto che la parola. Ma fu anche un impresario dotato di grande intuito commerciale, come dimostra il fatto che cercò in ogni modo di far ricavare incisioni dai suoi quadri per pubblicizzarli a un mercato il più vasto possibile. Fu proprio Turner a creare un nuovo concetto del paesaggio inglese, e grazie ai suoi viaggi in Francia, Germania e Italia, anche del paesaggio europeo, storico e contemporaneo.

Quale fu dunque il suo rapporto con gli altri paesaggisti inglesi, Cozens, Wilson e Constable?
Cozens e Wilson erano i suoi eroi, i suoi mentori per quanto concerne la pittura inglese. Riguardo a Constable, i due non erano amici sebbene egli lo ammirasse molto. Non conosciamo quasi nulla riguardo al giudizio che Turner possedeva dei lavori di Constable; tuttavia entrambi possono essere considerati i “geni gemelli” della pittura di paesaggio, con tutte le loro differenze. Entrambi contavano su un pubblico abbastanza ristretto per quanto concerne sia la clientela, sia la comprensione in sé del loro lavoro. Per questo furono, in ultima analisi, rivali, come emerse agli inizi degli anni ‘30 quando si scontrarono per esporre alla Royal Academy.

Il viaggio a Venezia di Turner può essere considerato un punto di non ritorno. Da allora, le sue opere sembrano riflettere il suo universo interiore più che il mondo sensibile. Che impatto ebbe la laguna sul suo lavoro e sul suo spirito?
Turner visitò Venezia per la prima volta nel 1819, ma la città non divenne un soggetto importante sino agli anni ‘30. Dai suoi quadri emerge che per lui Venezia era l’esatto opposto di Roma: la prima lussuosa e indolente, la seconda in equilibrio tra storia antica e attività moderne. A Roma le rovine contrastano con il divenire contemporaneo, che si traduce nella costruzione del nuovo ma anche nel rinnovamento e nel restauro dell’antico nel rispetto per il passato. Invecchiando, tornava spesso ai temi trattati in gioventù, ad esempio la Valle d’Aosta o Didone ed Enea. A Venezia egli trovò un senso della storia che probabilmente interpretò come il crepuscolo, un approccio del resto abbastanza naturale per un uomo della sua età. Ma anche in questo non mancano le contraddizioni: nei suoi ultimi anni Turner continuò a sperimentare nuove tecniche di pittura, e in almeno due occasioni riprese in mano opere precedenti per allinearle al suo nuovo senso estetico. La reazione di Turner nei confronti di Venezia non va dunque considerata a mio avviso un punto di non ritorno, ma semmai un’ulteriore fase nello sviluppo continuo e costante della sua arte.

Nella sua biografia, lei ha smentito molti luoghi comuni sul pittore e sul personaggio, come l’avarizia e la misantropia. Qual era in realtà il suo vero carattere, come uomo e come artista?
Era generoso, riflessivo, solidale e comprensivo nei confronti di quelli che chiamava “fratelli artisti”, sensibile all’educazione dei giovani e sempre attento ai cambiamenti sociali, tecnologici e scientifici. Concepiva il paesaggio come un luogo eletto, un’oasi dove nutrire e rinfrancare lo spirito. Era un uomo straordinario, unico, la cui statura può essere tranquillamente considerata alla pari con quella di Dante, Shakespeare e Dickens.

In due parole: quale fu l’importanza di Turner nella storia dell’arte?
È una domanda troppo difficile. Rispondere richiederebbe assai più che poche battute, ma credo di averlo in parte già fatto. Turner si considerava un grande artista europeo. Penso che il tempo gli abbia dato ragione.

articoli correlati
Turner e gli impressionisti al Museo di Santa Giulia

a cura di elena percivaldi

*articolo pubblicato su Grandimostre n. 1. Te l’eri perso? Abbonati!
http://www.grandimostre.com


dal 15 novembre 2008 al 22 febbraio 2009
Turner e l'Italia
a cura di James Hamilton
Palazzo dei Diamanti
Corso Ercole I d'Este, 21 - 44100 Ferrara
Orario: tutti i giorni ore 9-19
Ingresso: intero € 10; ridotto € 8
Catalogo Ferrara Arte
Info: tel. +39 0532209988; fax +39 0532203064; diamanti@comune.fe.it; www.palazzodiamanti.it


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Post N° 213

Post n°213 pubblicato il 07 Novembre 2008 da eleperci
 

fino al 6.I.2009
Bonacolsi l'Antico
Mantova, Palazzo Ducale

Fredda, accademica, noiosa. Così è stata bollata dalla critica moderna l’opera di Pier Jacopo Alari, soprannominato l’Antico perché amava il classico. Invece, i suoi bronzi perfetti celano un mondo. Storia di un equivoco. Risolto a Mantova...

di Elena Percivaldi


 

pubblicato venerdì 7 novembre 2008

Neri come l’ebano e lucidi come specchi, coi loro fisici ora possenti ora sensuali, ritratti sempre in pose plastiche. Classici, che più classici non si può. Sono gli eroi e le eroine di Pier Jacopo Alari Bonacolsi (1460[?]-1528), scultore alla corte dei Gonzaga, che all’arte antica s’ispirò fino a identificarsi con essa, e come l’Antico passò alla storia....

LEGGI TUTTA LA RECENSIONE SU EXIBART:
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Post N° 212

Post n°212 pubblicato il 05 Novembre 2008 da eleperci

Da Turner a Magritte, respiro internazionale per il secondo numero di Grandimostre


pubblicato domenica 2 novembre 2008

Un'intervista esclusiva a James Hamilton, curatore inglese della mostra Turner l'Italia, che dal prossimo 16 novembre al 22 febbraio 2009 terrà banco a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. E l'altrettanto esclusiva anticipazione del testo di Michel Draguet - direttore generale dei Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio - per la grande rassegna dedicata, dal 22 novembre al 29 marzo 2009, a René Magritte, a Milano, a Palazzo Reale. Con un occhio a Est, ed una dettagliata anteprima del nuovo Museo d'Arte Orientale di Torino, in apertura per il 5 dicembre. Sono solo alcune delle chicche contenute nel numero uno di Grandimostre, nuovo magazine di casa Exibart dedicato alle grandi kermesse artistiche italiane e non solo, in uscita in questi giorni e che gli abbonati troveranno allegato a Exibart.onpaper. Con una foliazione che - dalle 28 pagine del numero zero - passa a 44 pagine, ricche di nuove rubriche e grandi anticipazioni su un settore - quello dei grandi eventi artistici e culturali - che non conosce crisi. Fra le novità di Grandimostre, oltre al website dove è possibile avere tutte le informazioni e scaricare la rivista in formato pdf, anche l'esclusiva distribuzione, che ve lo farà trovare nelle più importanti sedi di... grandi mostre del paese.

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Stavolta, solo “Grandimostre”. Parte la nuova rivista di casa Exibart
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Post N° 211

Post n°211 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da eleperci
 

Cinque mostre in cinque sedi. A Trieste i novant’anni della Grande Guerra

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato mercoledì 29 ottobre 2008

"La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asperrima per 41 mesi, è vinta". Firmato, Armando Diaz. Ecco la data fatidica, il 4 novembre 1918 alle ore 12: Trieste, insieme a Trento e ai rispettivi territori, tornavano sotto la bandiera italiana dopo oltre tre anni di guerra cruenta, tra gli altri, contro l'impero austro-ungarico. Una guerra che, condotta scelleratamente dal generale Cadorna con la folle teoria delle "spallate", ci costò quasi un milione di morti, lasciati sulle trincee per guadagnare pochi metri di terreno, senza contare i feriti, i mutilati, i dispersi. E poi ancora, il dramma delle decimazioni, le condizioni inumane in cui i soldati erano costretti in prima linea, mal nutriti, malvestiti, al freddo, in mezzo a topi e agli escrementi. "Si sta come d'autunno, sugli alberi le foglie", poetò Ungaretti in una sua lirica composta sul Carso. Moralmente precario, in attesa che un colpo di shrapnel o di mortaio venisse a centrarlo in pieno volto, a fargli fare la fine del commilitone che marciva, pochi metri più in là, nella terra di nessuno. Tutto questo è costata la "prima redenzione" di Trieste, che sarebbe potuta essere evitata a tavolino visto che gli Asburgo erano anche disposti a lasciare all'Italia in concessione le cosiddette "terre irredente" se essa avesse fornito il suo supporto all'intervento contro la Serbia, rea di aver assassinato l'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. Ma la Triplice Alleanza era difensiva, e comunque perché non intervenire in una guerra che, in cambio di un po' di carne da cannone, avrebbe concesso all'Italia, Paese straccione, di sedere finalmente al tavolo dell'Europa che conta? A spingere, del resto, erano gli irredentisti, gli interventisti come D'Annunzio e Mussolini, i "giovani" delle avanguardie come Marinetti e i futuristi, che volevano, fortissimamente volevano la guerra come "sola igiene del mondo". Un modo per calciare via il passato, senza pensare (o forse sì, gioiosamente) che sarebbe stato spazzato via da una cascata di sangue. Il "ribaltone" a favore dell'Intesa diede i suoi frutti. Sono passati 90 anni giusti da quel 4 novembre del 1918. E l'anniversario della "Vittoria", finora un po' in sordina, viene ora celebrato a Trieste con manifestazioni in programma fino a gennaio. "L'intento - dicono gli organizzatori - non è tanto celebrativo ma di indagine storica, a più voci e su più fronti, per approfondire un momento cruciale nelle vicende della città ma egualmente fondamentale nella storia d'Italia". In "Trieste 1918" rientrano cinque mostre in cinque sedi, oltre a dibattiti, letture, spettacoli, film e documentari d'autore. Tra le iniziative, "La posta degli irredenti. Documenti dei volontari giuliani e dalmati del Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa", con le testimonianze di Slataper e Stuparich, la mostra di foto (a Palazzo Costanzi) sui momenti di Trieste liberata. E poi ancora, divise, reperti bellici, immagini d'epoca. Col ritorno di Trieste italiana si aprì un nuovo capitolo che avrà di lì a poco nuovi risvolti tragici. Col Fascismo, con la seconda guerra mondiale, con la dittatura di Tito, con le deportazioni di massa, le foibe, il genocidio di istriani, giuliani e dalmati. Ferite che la "seconda redenzione" di Trieste con il suo ritorno all'Italia nel 1954 non è ancora riuscita a sanare. Che questa mostra sia al servizio della Verità è più di un auspicio. (elena percivaldi)


Info: 0406754068
Web:
www.triestecultura.it

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Post N° 210

Post n°210 pubblicato il 30 Ottobre 2008 da eleperci
Foto di eleperci

Ciao a tutti, mi permetto un consiglio.

Andate a visitare il mio altro blog:
http://blog.libero.it/grandeguerra1418/view.php

Chi come me è sensibile a certe tematiche, in questo periodo dell'anno troverà di che riflettere. Buona serata.

Elena

 
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Post N° 209

Post n°209 pubblicato il 26 Ottobre 2008 da eleperci
 

Addio a Michele Piccirillo, missionario del bello in Terrasanta

di Elena Percivaldi


pubblicato domenica 26 ottobre 2008

 

Lo avevamo conosciuto nel febbraio del 2000 a Milano, in occasione della grande mostra "In Terrasanta" che aveva curato con il professor Franco Cardini a Palazzo Reale, e che ripercorreva la storia dei secolari rapporti tra Oriente e Occidente, proficui come nel caso dei commerci e degli interscambi culturali, nefasti con la tragedia delle Crociate. Negli ultimi mesi era stato colpito da un tumore: così Michele Piccirillo si è spento ieri notte a Livorno, mentre si trovava convalescente in casa di parenti. Aveva 64 anni. Un uomo energico, coltissimo, che sin da giovane, vestendo gli abiti francescani, aveva voluto ripercorrere le orme del poverello d'Assisi anche recandosi in Terrasanta. Il frate umbro vi andò alla fine degli anni Dieci del Duecento per predicare la Buona Novella, ma non riuscì a convertire il Sultano d'Egitto, gettando però le basi per la Provincia francescana di Terra Santa che, fondata nel 1217, si estendeva a tutte le regioni del bacino sud-orientale del Mediterraneo, dall'Egitto fino a oltre la Grecia. Ma Piccirillo, nato nel 1944 a Casanova di Carinola, in Campania, fece di più, lavorando per la tutela del patrimonio culturale e archeologico dei luoghi sacri divenendo famoso in tutto il mondo come archeologo e come biblista. Frate Piccirillo in Terrasanta visse a lungo partecipando a decine di campagne di scavi, su entrambe le sponde del Giordano, in particolare sul Monte Nebo, riportando alla luce chiese, conventi e mosaici bizantini di immenso valore artistico e storico, affermandosi come uno dei principali esperti di archeologia biblica. Questo "Indiana Jones" in tonaca era un uomo dottissimo ma anche simpatico e pieno di umorismo. Pur lavorando in un'area tutt'altro che tranquilla - Israele, la Giordania, i territori occupati, la striscia di Gaza, Gerusalemme, la Siria -, non esitava a fare da guida a pellegrini, di qualsiasi provenienza e rango, sulle strade della Terra Santa. Così nel 2000 accompagnò sul Monte Nebo papa Giovanni Paolo II, e l'anno successivo il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il tutto senza timori né tremori. In una zona dove la tensione è sempre palpabile, e il rischio attentati (soprattutto dopo il punto di non ritorno dell'11 settembre 2001) è all'ordine de giorno, aveva aperto a Gerico una scuola di restauro, e non temeva di riconscere che l'arte bizantina poté continuare ad accrescere il suo splendore anche sotto il califfato omayyade, senza soluzione di continuità. «Ho visto il frutto del mio lavoro diventare testimonianza di un impegno di pace tra popoli ostili», spiegava con orgoglio a chi lo andava a trovare nel suo studio nel Convento della Flagellazione a Gerusalemme, una stanza dove dormiva, lavorava e riceveva, pregna di libri, carte, reperti e antiche monete. In questi mesi, prima che il male lo cogliesse, padre Piccirillo stava lottando per preservare dall'urbanizzazione israeliana e dagli attacchi del fondamentalismo islamico i luoghi della memoria cristiana. Ai cristiani di casa nostra, che si interessavano solo ai simboli eclastanti dei Luoghi Santi, egli ricordava le tante chiese e cappelle che, distrutti dalle guerre, erano finiti chissà dove, sotto l'asfalto di nuove strade. «Il passato - ripeteva scuotendo la testa - è un tessuto di testimonianze. Se si riduce a pochi simboli, per quanto importanti, esso è irrimediabilmente perduto». Chissà chi, ora, sarà in grado di raccoglierne la pesantissima eredità. I funerali si svolgeranno mercoledì 29 ottobre alle 10.30, a Roma, presso la Basilica di Sant'Antonio. La salma sarà esposta per un omaggio il giorno prima, presso la delegazione di Terra Santa a Roma, in via Matteo Bogliardo 16. (elena percivaldi)

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Post N° 208

Post n°208 pubblicato il 26 Ottobre 2008 da eleperci
 

CORREGGIO: LA LUCE E L'OMBRA

Gioioso, sensuale, mistico. Il pittore della luce torna a misurarsi, dopo cinque secoli, con l’infinito. E, in quattro sedi, la capitale dei Farnese eleva in gloria un altro suo genio del Rinascimento. Al di sopra delle polemiche su un presunto falso...

di Elena Percivaldi


 

pubblicato domenica 26 ottobre 2008

Sotto il velame del Duomo attelato, saliti gli scalini che conducono a tu per tu con la cupola, dietro l'ultima spirale, ecco la rivelazione: stabat Nuda Veritas. La Verità, lì da sempre, già svelata. Dai colori, dalla luce e dal virtuosismo compositivo di Antonio Allegri detto il Correggio (Correggio, Reggio Emilia, 1489-1534), complici le luminescenze escogitate da Vittorio Storaro.
Se Parmigianino è il pittore della grazia, Correggio lo è della luce. Una luce che parte da Leonardo e ci porta a Carracci e a Caravaggio. Ma mentre per il lombardo è rivelazione del portento, della chiamata divina, e lascia in ombra brutture e miserie umane, per l’emiliano avvolge e accarezza la sensualità delle tizianesche forme (Venere e Cupido addormentati, Educazione di Cupido) oppure narra il mistero assoluto della maternità (La Madonna adorante il bambino degli Uffizi). Solo nell'Adorazione dei pastori il bagliore accecante che promana dal Bambino rivela una deità, un monstrum non tollerabile all'occhio umano: la pastorella nell'angolo non comprende e strabuzza gli occhi, infastidita o incredula. Ma è l'eccezione, non la regola.
Tutto questo e altro ancora offre la mostra di Parma. Un evento che fa parlare di sé, senza bisogno di sensazionalismi e polemiche su veri o presunti falsi (lo ha fatto Sgarbi il giorno dell’inaugurazione, ma senza dire a quale quadro si stesse riferendo, né chi fosse l’autore: la solita boutade pubblicitaria?). Basta guardare le opere. Basta lasciarsi trasportare.
Non c'è molto realismo, nel Correggio. Non è un pittore della realtà. E non è un pittore barocco. Manca quasi del tutto l'ostentazione, il dramma, la quinta teatrale. Anche laddove il tema lo consentirebbe (Martirio di Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino), lo spruzzo di sangue dei decollati resta nell'angolo in basso a destra, vinto dalla serena accettazione dei santi, trasfigurati in Cristo, al centro della scena. Tutto è ascesi, ordine, pace. Con una sola eccezione: lo stravolgente Compianto sul Cristo morto della Galleria Nazionale di Parma, pregno di un dolore inaudito che affiora, più che dai volti di Maria e della Maddalena, dalle palpebre semisocchiuse del Redentore. Tutto però è, anche, pura gioia e sensualità, come nel celeberrimo Giove ed Io o nel Ganimede: quella maliziosa lingua del volatile che lambisce il polso del fanciullo è il grazioso lepos, sebbene in chiave omosessuale, di Catullo. Ma senza i suoi aspri tormenti.
Le opere esposte, per la magistrale curatela di Lucia Fornari Schianchi, consentono di riconoscere il debito che Allegri contrasse con gli artisti a lui coevi: si è detto della luce, si aggiungano gli sfumati raffaelleschi, gli audaci scorci prospettici del Mantegna, la sensazionale tavolozza veneta, quest’ultima apprezzabile, in mostra, dai confronti col Pordenone, con Cima da Conegliano e con l’ambiente ferrarese del Garofalo e di Dosso Dossi. Con Stendhal si ripete entusiasti che Correggio “coi colori ha saputo rendere determinati sentimenti che nessuna poesia può esprimere”.

Non lo si crede? Si torni alla cupola del Duomo. Un’audacissima costruzione di volti e figure di santi e angeli sembra risucchiarci, come una spirale, verso l’empireo invaso dalla luce dello Spirito. Più si sale verso l’alto, più la materia viene meno, fino a dissolversi nell’infinito del cosmo. Un itinerarium mentis in Deum. “Riempite la cupola d'oro”, disse Tiziano, “e non sarà mai pagata abbastanza”. Di questo sconvolgente virtuosismo si ricorderà, forse, il Guarini nella cupola torinese della Sindone. Pura metafisica. Terminata la visione, vorremmo uscire come Dante a riveder le stelle. Invece, con Leopardi, ripiombiamo nell’infinita vanità del tutto.


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Correggio a Roma

elena percivaldi
mostra visitata il 21 settembre 2008


dal 19 settembre 2008 al 25 gennaio 2009
Correggio
a cura di Lucia Fornari Schianchi
Sedi varie - 43100 Parma
Orario: Palazzo della Pilotta ore 9.30-19.30; Cupola della Cattedrale ore 9.30-18.30; Cupola della Chiesa di San Giovanni Evangelista dal lunedì al sabato ore 9.30-18 e domenica ore 13.15-18
Ingresso: Palazzo della Pilotta intero € 10 e ridotto € 8; Cupola della Cattedrale intero € 5 e ridotto € 4; Cupola di San Giovanni Evangelista intero € 5 e ridotto € 4. Biglietto cumulativo: intero € 15; ridotto € 12
Catalogo Skira
Info: tel. 199199111 / +39 0243353522; mostracorreggioparma@spsadpr.it; www.mostracorreggioparma.it


[exibart]

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http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=25127&IDCategoria=1

 
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Questa la faccio anche io....

Post n°207 pubblicato il 16 Ottobre 2008 da eleperci
 

Già sul primo numero clamorose inchieste: spostata la data di nascita del grande pittore Giovanni Bellini

TUTTE LE GRANDIMOSTRE

IN UN NUOVO FREEPRESS

Nasce una nuova testata dedicata all’arte classica ed ai grandi eventi.
Diventerà la più diffusa rivista di settore in Italia

Nell’arcipelago della stampa culturale a diffusione gratuita nasce una nuova proposta assolutamente originale e innovativa in un settore di mercato completamente abbandonato sin’ora. Grandimostre, questo il nome del giornale in formato magazine che sarà presentato in occasione di Artelibro a Bologna dal 25 al 28 settembre, è una testata dedicata alle kermesse artistiche italiane e non solo che, fino ad oggi, non avevano trovato ‘copertura’ sui freepress esistenti molto più concentrati sull’arte contemporanea o sul design. Un settore paradossalmente trascurato, quello delle mostre di gran richiamo, che da oggi ha il proprio ‘organo ufficiale’ veloce, informato, fresco, autorevole. Fatto di interviste ai curatori, anticipazioni, approfondimenti, rubriche ad ampio raggio, una corposa dose di news ed una completa agenda degli eventi in Italia, nella Svizzera Italiana ed in Costa Azzurra.

Un nuovo prodotto editoriale concepito per essere letto e sfogliato durante le attese, magari in fila, prima di entrare in un’esposizione da grandi numeri. E poi da portare a casa per essere archiviato e collezionato. Anche per tenere sempre alla portata i preziosi consigli su dove mangiare e dove dormire nei pressi di musei e spazi espositivi; indicazioni che fanno di Grandimostre un importante strumento di turismo culturale al servizio non solo delle esposizioni, ma anche dei territori che le ospitano.

Il numero zero conta 28 pagine per una tiratura di 22mila copie. Ma Grandimostre, già dalla prossima uscita, punta a aumentare copie e foliazione fino a diventare, nei primi mesi del 2009, la più diffusa rivista d’arte italiana in assoluto. Con una distribuzione che coprirà tutte più prestigiose sedi espositive nelle grandi metropoli e nelle città medie e piccole. Già il numero zero dimostra lo spessore e l’autorevolezza che la nuova testata vuole esprimere fin da subito. Ad esempio nell’ampia intervista a Mauro Lucco, curatore della mostra dedicata a Giovanni Bellini che sta per inaugurare alle Scuderie del Quirinale di Roma. "Giovanni Bellini non è nato, come si pensava, intorno al 1425, la data di nascita va spostata intorno al 1440", dichiara l’intervistato. Un’affermazione clamorosa che, se confermata, porterebbe ad uno stravolgimento della storiografia su uno dei maggiori artisti italiani.

Grandimostre

è un progetto nato in seno alla casa editrice EMMI srl di Firenze che va ad affiancarsi al già noto Exibart, attualmente la più diffusa piattaforma informativa sull’arte in Italia. Grandimostre è diretto da Massimiliano Tonelli e coordinato a livello editoriale da Massimo Mattioli ed Elena Percivaldi. Tra i collaboratori, oltre alle firme storiche di Exibart, si possono citare opinionisti come la direttrice dei Musei di Castelvecchio di Verona Paola Marini e il direttore del Cisa Palladio di Vicenza Guido Beltramini.

________________________________________________________________________________

per ulteriori informazioni:

grandimostre@exibart.com

SCARICA IL PDF GRATIS:
http://www.emmi.it/pdf/GRANDIMOSTRE00.pdf

 
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NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM...

Post n°206 pubblicato il 09 Ottobre 2008 da eleperci
 

Sta per uscire il mio nuovo libro.

Per ora vi posso dire che lo pubblica una nota casa editrice di Rimini...

Tenete d'occhio il mio sito per novità e aggiornamenti!

 
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Post N° 205

Post n°205 pubblicato il 09 Ottobre 2008 da eleperci
 

restauri
Restyling al laser per il Laocoonte fiorentino

L'originale fu trovato per caso in una fossa sotterranea. La copia d'autore fu realizzata nel Rinascimento. Restyling al laser per l'altro Laocoonte, attrazione inquietante della Firenze medicea...

di ELENA PERCIVALDI

pubblicato martedì 7 ottobre 2008

L’originale fu trovato per caso e divenne una delle sculture più ammirate e studiate dell’antichità, nonché uno dei gioielli più preziosi dei Musei Vaticani. La copia fu realizzata nel 1520 da Baccio Bandinelli per il cardinal Giulio de’ Medici, che voleva regalarla al re di Francia Francesco I, invece rimase in riva all’Arno: dapprima nel cortile di Palazzo Medici, poi nel casino di San Marco, infine agli Uffizi. Stiamo parlando del gruppo marmoreo del Laocoonte, il sacerdote troiano immortalato da Virgilio che, fiutando l’inganno, si oppose all'ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci e fu per questo punito con la morte dagli dei: soffocato, lui e i figli, dalle spire di due serpenti marini.
La scultura originale fu trovata nel 1506 in una stanza sotterranea presso le Terme di Tito da un certo Felice de Fredis mentre lavorava nella sua vigna: cadde in una buca e scoprì il loculo. E mai avrebbe sospettato che questo capolavoro dell’arte ellenistica - che Plinio il Vecchio attribuì ad Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi - avrebbe sconvolto, complici le lodi di Michelangelo, i contemporanei a tal punto che l’intera Roma si accalcava notte e giorno per vederlo.
Ripulito l’originale nel 2006, tocca ora anche alla copia tornare all’antico splendore. A occuparsene, un team diretto da Antonio Natali, Antonella Romualdi e Francesca de Luca che restaurerà, insieme al Laocoonte, altre opere del terzo corridoio: il cinghiale, copia di un bronzo di epoca ellenistica, modello per il celebre “Porcellino” di Pietro Tacca della fontana del Mercato Nuovo; un Ercole rappresentato al termine delle proprie fatiche, sull'esempio dell'Ercole Farnese, due ritratti virili del I secolo d.C. e i dipinti della serie aulica, ovvero i ritratti di Francesco e Giovan Carlo de’ Medici opera del fiammingo Giusto Sustermans (1597-1681).
Il restauro del Laocoonte, che durerà circa dieci mesi ed è sponsorizzato dall'associazione Amici degli Uffizi e dai Friends of Uffizi Gallery Inc., punta a restituire prima di tutto leggibilità al gruppo togliendo lo strato di sporcizia, cera e polveri depositatosi nel corso dei secoli. Per la superficie sarà utilizzata acqua deionizzata, mentre per ripulire gli interstizi dovuti alla rugosità del marmo si farà ricorso al laser. In seguito saranno riviste le stuccature tra i vari pezzi della scultura, fratturati e poi riassemblati dopo l'incendio che nel 1762 devastò la galleria: in alcuni casi eseguite maldestramente, saranno demolite e rifatte.
Per gli appassionati, gli studenti o anche i semplici curiosi, ecco la novità: potranno assistere al cantiere, aperto al pubblico, e “spiare” gli esperti al lavoro, cercando - perché no? - di carpirne i segreti.


elena percivaldi


Laocoonte
Galleria degli Uffizi - Terzo corridoio
Piazzale degli Uffizi, 1 - 50122 Firenze
Orario: da martedì a domenica ore 8.15-18.50
Info: tel. +39 055213560; www.polomuseale.firenze.it/uffizi


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Post N° 204

Post n°204 pubblicato il 09 Ottobre 2008 da eleperci
 

fino al 2.XI.2008
Andrea Riccio
Trento, Castello del Buonconsiglio

Bronzi aggraziati e terrecotte drammatiche, rese palpitanti da una perizia tecnica con pochi eguali. Un virtuosismo che ricorda il Cellini. Ovvero: come uno scultore ispirato dal classicismo del Mantegna finì per strizzare l’occhio al manierismo...

di Elena Percivaldi

pubblicato giovedì 9 ottobre 2008

Si prenda una grossa dose di sapienza tecnica. La si applichi in maniera pressoché esclusiva alla terracotta e al bronzo. Si aggiunga uno spiccato gusto per la ricerca formale e una virtuosistica capacità di trattare particolari e superfici, senza però cadere nel kitsch. Ed ecco, miracolo alchemico, un artista che meriterebbe molto di più che non essere un semplice nome nel folto panorama degli artisti operanti nella Padova del Rinascimento.
Andrea Brioso detto Riccio (Trento, 1479 - Padova, 1532) visse e operò nel capoluogo euganeo a stretto contatto con gli umanisti, impegnati in un continuo confronto intellettuale con gli antichi. E seppe rielaborare la lezione di Donatello e Mantegna con l’ottica di un classicismo certamente filologico, ma senza fossilizzarsi nella pura e semplice imitazione, per quanto dotta e inappuntabile...
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Post N° 203

Post n°203 pubblicato il 19 Settembre 2008 da eleperci
 

fino all'11.I.2009
Matilde di Canossa
Mantova / Reggio Emilia, sedi varie

Quattro città e sei mostre per una contessa. Che ha segnato con la sua personalità un territorio, la Pianura Padana, e un’epoca, il Medioevo. Documenti, opere d’arte, cimeli e filmati raccontano vita, morte e miracoli di una donna che ha cambiato la Storia...

di Elena Percivaldi


 

pubblicato venerdì 19 settembre 2008

Tutto quanto io posso di una donna sì grande cantare, / lo sa la gente con me, è sempre meno di quant’ella meriterebbe: / e sappiate che può essere solo ammirata. / Ell’è luminosa quanto è fulgido l’astro di Diana: / la fede l’illumina, la speranza l’avvolge in modo mirabile, / ed abita in lei il dono maggiore, la carità”. Così il monaco Donizone descriveva Matilde di Canossa, singolare figura di donna che, in un Medioevo dominato dagli uomini, seppe detenere con fermezza il potere, reggere il bastone del comando su città e castelli, fondare monasteri e persino comandare (ferocissima, la definisce Petrarca) eserciti. Una donna che cambiò, con il suo carisma, la Storia. E che oggi è celebrata con una serie di mostre allestite nei luoghi che la videro all’opera: Mantova, Reggio Emilia e l’abbazia di San Benedetto Po, che torna all’antico splendore....
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BENVENUTO PICCOLO JACOPO!

Post n°202 pubblicato il 31 Agosto 2008 da eleperci
 
Tag: news

Il 25 agosto alle 17.43, all'Ospedale Vecchio di Monza, è nato con parto cesareo il piccolo Jacopo.
Ad attenderlo con ansia, oltre a me, il papà Mario e il fratellino Riccardo, di due anni.

Volevo rendervi partecipi di questa bellissima notizia, augurandovi buon rientro dalle ferie.
Un saluto a tutti.

 
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Post N° 201

Post n°201 pubblicato il 29 Agosto 2008 da eleperci
 

Intervista a Enrico Dindo, violoncellista, presidente di Musicarticolo9 e direttore dei Solisti di Pavia 

«Allevi il nuovo Mozart? E’ solo un grande equivoco»

 

«Bravo interprete, ma è una pop star e non un artista di classica. Farlo credere non solo non aiuta la musica colta, ma crea gravi danni»

di Elena Percivaldi

 

 

 

A 22 anni ha debuttato come violoncello solista alla Scala di Milano, e ci è rimasto per oltre un decennio. A 32 ha vinto il Premio Rostropovich a Parigi, col  grande maestro che scriveva di lui “è un violoncellista di straordinarie qualità, artista compiuto e musicista formato e possiede un suono eccezionale che fluisce come una splendida voce italiana”.  Nel 2000 ha vinto il Premio Abbiati, e poi numerosi altri riconoscimenti. Ma di Enrico Dindo tutto si può dire tranne che sia un musicista dedito unicamente al suo lavoro, quello di interprete: dei grandi classici –Schubert, Strauss, Beethoven, Chopin–,  come dei contemporanei –Giulio Castagnoli, Carlo Boccadoro, Carlo Galante, Roberto Molinelli- che pure per lui hanno scritto pagine ispirate. Dindo affianca infatti volentieri al violoncello che lo ha reso celebre e apprezzato in tutto il mondo la bacchetta da direttore d’orchestra (alla testa dei Solisti di Pavia) e ama profondamente insegnare (all’Accademia Musicale di Pavia).   Lo abbiamo intervistato, al di là delle domande “di prassi”,  per avere la sua opinione sulla situazione musicale attuale, soprattutto in confronto con quanto avviene all’estero.  Ma anche per sapere se la ricetta per salvare la musica classica, in Italia, è davvero quella dei fenomeni come Allevi. Energico, ironico, pure un pochino polemico, comunque mai banale, ecco cosa ci ha risposto.

Maestro Dindo, nel '97, vincendo il Premio Rostropovich,  ha ricevuto un giudizio molto lusinghiero da parte del grande violoncellista. Si considera in qualche modo il  suo erede?

 

«Io credo che in Arte nessuno sia erede di nessuno. Ogni artista coglie suggestioni dai grandi del passato e del presente e cerca di progredire. Rostropovic è stato il più grande violoncellista per tutto il '900, è
naturale che un po' tutti si siano ispirati a lui».

 

Alla Scala a soli 22 anni, un traguardo importante per un giovane. Cosa consiglia a un ragazzo che oggi vorrebbe intraprendere la carriera di musicista?

 

«Oggi è senza dubbio molto più difficile rispetto a quando ho iniziato io. La concorrenza è maggiore e la qualità media è più alta. Consiglio di coltivare passioni parallele e di non puntare esclusivamente
sulla musica se non quando si è raggiunto un equilibrio di vita. La musica deve far parte della vita delle persone, in alcuni casi poi può diventare anche fonte di sostentamento».

 

Lei è presidente di MUSICARTICOLO9. Perché "articolo 9"? e in cosa consiste la vostra attività di promozione della musica?

 

«La Costituzione della Repubblica Italiana recita, all’Articolo 9, "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione." L'Associazione (musicarticolo9.it) nasce dal desiderio di poter affrontare - e provare a risolvere - alcuni temi e problematiche legate all'attività autonoma di musicista. Riunisce molti nomi illustri del concertismo
italiano. Essendo però un numero esiguo di persone non siamo molto ricercati dai grandi sindacati che hanno bisogno di grandi numeri per grandi poteri. Però abbiamo problemi anche noi e di non facile soluzione, anche perché spesso chi se ne occupa (la politica!) non conosce a fondo la materia,
come abbiamo visto per il problema dell'Iva (10 o 20%) che ha coinvolto alcuni musicisti e c'è voluto parecchio tempo prima che si arrivasse ad una... soluzione! Per non parlare dell'Enpals... La nostra situazione previdenziale è talmente complicata che nessun musicista è in grado di farsi personalmente
una previsione di quanto percepirà di pensione».

 

Da presidente dell'Associazione, cosa chiederebbe al nuovo governo in una materia spinosa come questa? Tenendo presente che non si parla altro che di tagli…

 

«Oramai più che richieste le nostre sono preghiere o speranze. Nessuno ci ascolta. Un Paese che vorrebbe dirsi civile non può e non deve dimenticarsi del suo passato e soprattutto non deve dimenticare il suo futuro. Il nostro è il Paese dove è nato tutto, l'arte qui era di casa ed era il motivo per cui tutto il resto del mondo ci guardava con ammirazione. Ora non più. Per i giovani non si fa abbastanza (riforma dei Conservatori???), ci si lamenta del fatto che si uccidono uscendo dalle discoteche ma non ci si preoccupa di proporgli un'alternativa valida. L'arte e la cultura potrebbero esserlo! Passioni! Le televisioni veicolano ormai solo sub valori e la scuola primaria non è in grado di supportare un'adeguata educazione musicale».

 

Lei si è esibito in tanti Paesi ed è spesso in tournèe. Può fare un rapido confronto tra lo stato di salute della musica in Italia e all'estero?

 

«Devo riconoscere che purtroppo la situazione è abbastanza generalizzata, questo male è parte integrante dell'ingordo Occidente, con alcune eccezioni: in Europa, Austria e Germania resistono nonostante la crisi sia presente anche sul loro territorio e ultimamente la Spagna vive con entusiasmo e passione la sua vita musicale ed è desiderosa di recuperare il gap che forse finora l'aveva tenuta un po' distante dal resto del continente. Grandi e coraggiosi investimenti sono stati effettuati dal governo spagnolo che negli ultimi anni ha costruito un gran numero di auditorium, i quali sono poco a poco divenuti centri di aggregazione anche giovanile. Un esempio. Il Sud America sta mostrando esempi di grande volontà, il progetto Abreu è stato uno straordinario apripista. Lo stato di salute della musica in Italia è apparentemente buono, abbiamo
molti teatri d'opera con un buon seguito di pubblico, diverse orchestre sinfoniche e anche una discreta nicchia di attività da camera. Tutti però si lamentano che mancano i fondi; forse la soluzione potrebbe
essere cercata in una più attenta gestione "meritocratica" del denaro pubblico e ad una più netta distinzione tra sevizio ed evento. Il privato poi dovrebbe essere meglio incentivato alla partecipazione
attraverso maggiori possibilità di detrazioni delle donazioni. Ho letto da poco che l'affluenza del pubblico dei teatri sarebbe superiore a quella degli stadi; se così fosse questo sarebbe un Paese diverso».

Maestro, Lei ha anche dato vita all'Associazione "I Quattro Cavalieri" che anima la scena  musicale grazie anche all'ensemble "I Solisti di Pavia". Perché da noi la musica classica fa così fatica a trovare spazi e non riesce a diventare parte integrante della cultura di massa, come invece accade in altre  realtà  (ad esempio in Estremo Oriente) peraltro con una storia, da questo punto  di vista, molto meno lunga e articolata della nostra?

 

«A Pavia sta accadendo qualcosa di magico. Ho la fortuna di avere dei collaboratori straordinari, persone capaci di mettere in gioco passione, entusiasmo e quindi ben disposte a nuovi
progetti. Oggi l'Associazione - che era nata nel 2001 - non esiste più e la nuova Fondazione Teatro Fraschini (teatrofraschini.it) contiene in se i Solisti di Pavia (isolistidipavia.com) e l'Accademia Musicale di Pavia (accademiadipavia.com) oltre naturalmente all'attività del Teatro e questa trasformazione apre nuovi entusiasmanti orizzonti. Tutto ciò sta accadendo semplicemente perché alcune persone - a Pavia - hanno deciso che la cultura deve essere un servizio ai cittadini e quindi non temono di investire economicamente sul futuro, anzi, è il loro scopo. La Fondazione Banca del Monte di Lombardia sostiene il progetto con
esemplare passione. Se trovassimo persone simili in Parlamento...».

 

Da artista e da docente, come giudica il fenomeno Allevi, in cime alle  classifiche con vendite da pop star? Un bene o un male - se così si può dire - per la musica classica?

 

«Ascolto molti tipi di musica. Anzi, quella classica è quella che ascolto di meno. Mi piace il jazz, Sting, Pino Daniele, Chick Corea... Il problema non sta in quello che Allevi suona, ma nel come lo si vuole catalogare. Non mi disturba affatto che sia popolare, una pop star appunto, ma non è musica classica e bisogna dirlo chiaramente. Continuare a ripetere che è un esempio per avvicinare i giovani alla musica classica è un grave errore. Ci vorrebbe una maggiore capacità di distinguere i generi, allora i suoi cd finirebbero sullo scaffale giusto, quello della musica pop; impariamo a vederlo come un fenomeno costruito per riempire stadi e vendere molti cd, come succede appunto nella musica pop. E poi che ne sarebbe di lui se Spike Lee non avesse scelto un suo brano per la pubblicità di una nota casa automobilistica? Se poi qualche importante quotidiano titola "Il nuovo Mozart" il danno è gigantesco».

Progetti futuri?

 

«Far capire a mio figlio la differenza tra Allevi e Mozart!».

PUBBLICATO SU CLASSICAONLINE:
http://www.classicaonline.com/interviste/26-08-08.html

 
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Post N° 200

Post n°200 pubblicato il 23 Luglio 2008 da eleperci
 

E' uscito il numero 9-10 di EUROPAITALIA. mensile di chi produce, crea e pensa europeo diretto da Adolfo Morganti.
Tra i tanti servizi interessanti (tra le firme, Franco Cardini, Francesco Mario Agnoli, Otto von Habsburg)  segnalo il mio contributo "La rinascita delle lingue celtiche. Una sfida per l'Europa dei Popoli", che posto qui di seguito.

In edicola a 5 euro, sito internet: http://www.europaitalia.eu

LA RINASCITA DELLE LINGUE CELTICHE
UNA SFIDA PER L’EUROPA DEI POPOLI

di Elena Percivaldi


Sono lingue con millenni di storia, ma dopo essere sopravvissute all’incalzare di idiomi più forti, oggi devono affrontare la nuova, difficile sfida con la globalizzazione. Le lingue celtiche sono gli ultimi baluardi della koinè che, in un passato ormai remoto, era diffusa non solo nelle isole britanniche, ma anche sulla terraferma, laddove la civiltà celtica si era – in tempi diversi - radicata. Ma se il celtico, nelle sue varianti, sul continente scomparve già nell’antichità con la perdita dell’indipendenza dei suoi popoli, nelle isole fu parlato ben oltre l’età moderna, entrando in crisi solo in tempi recenti per la volontà politica, da parte dei governi centrali, di “modernizzare” la burocrazia e la scuola proibendone l’insegnamento. Così il manx si è estinto nel Settecento, il cornico è raro da una trentina d’anni, l’irlandese è parlato solo nelle aree rurali e nell’estremo ovest dell’isola; scozzese, gallese e bretone sono patrimonio di una esigua minoranza. Ora, nel Duemila, le prospettive sono cambiate. Complici il rinnovato fascino dei Celti e una maggiore attenzione (anche politica) nei confronti delle minoranze, queste lingue stanno lentamente rinascendo.

L’irlandese (Gaeilge) è la prima lingua ufficiale dell’Irlanda sin dalla nascita dello Stato Libero nel 1922 ed è oggi utilizzato come idioma principale da 80.000 persone, cui se ne aggiungono 260.000 che lo parlano correntemente. A comprenderlo, però, sono oltre un milione. Fuori dalla Repubblica d’Irlanda, è parlato in Ulster e in altre regioni del Regno Unito, mentre in Usa, Canada e Australia è stato portato dagli emigranti. Diviso in tre dialetti, gode di ampi mezzi di diffusione e di un fascino letterario che non conosce crisi.

Il gaelico scozzese (Gàidhlig) è parlato in Scozia da circa 60mila persone, soprattutto nelle Highlands e nelle isole occidentali. A queste si aggiungono le comunità di emigrati. Il 21 aprile 2005 il Parlamento Scozzese ne ha approvato il riconoscimento accordandogli lo status di parità con l’inglese e costituendo una commissione per promuoverlo anche tramite i media. Così il gaelico, dopo che ne fu escluso nel 1872, è tornato a essere insegnato a scuola, e le severe punizioni inflitte in passato agli alunni che osavano parlarlo sono ormai, fortunatamente, un ricordo lontano.

Chiamato dai suoi parlanti Cymraeg, il gallese è diffuso in Galles ma anche tra gli emigrati. Agli inizi del ‘900 la metà degli abitanti lo parlava come unica lingua; nel 2001 secondo il censimento era usato dal 23% della popolazione. L’ultimo sondaggio svolto dal canale tv S4C, però, enumera 750.000 parlanti e 1 milione e mezzo di persone che lo capiscono; a queste ne vanno aggiunte altre 133.000 in Inghilterra, 50.000 delle quali nell’area londinese. Il Welsh Language Act (‘93) e il Government of Wales Act (‘98) ne garantiscono la parità con l’inglese e gli enti locali ne fanno uso ufficiale nei documenti. La diffusione del gallese è favorita, oltre che dalla Welsh Language Society e dal Welsh Language Board, dall’emittente S4C (fondata nel 1982) e da un numero crescente di riviste e siti in lingua.

Il revival del cornico (Kernewek) è invece iniziato nel 1904 grazie all’opera di Henry Jenner. Pochi anni dopo Robert Morton Nance introdusse un sistema ortografico unificato che rimase in vigore fino agli anni ’80, finché non fu riformato da Ken George con una versione che fu adottata dal Cornish Language Board. Il sistema “unificato”, tuttavia, non fu accantonato, così quando nel 1995 Nicholas Williams ne elaborò un terzo (Unified Cornish Revised), la confusione è aumentata. La situazione attuale di recupero del cornico comunque, è incoraggiante: è insegnato a scuola e all’Università di Exeter, è presente in cartelli bilingui, giornali e programmi radiofonici, e gode di una fiorente industria cinematografica, mentre è in corso la traduzione della Bibbia. I parlanti “forti” sarebbero circa 3-400 emigranti compresi, ma in realtà a conoscerlo (e a trasmetterlo ai figli) sono molti di più.


Diversa la situazione per il manx. Dopo la già morte (1974) di Ned Maddrell, l’ultimo madrelingua, si sono moltiplicati gli sforzi di recupero grazie alla Manx Gaelic Society, che dal 1899 promuove la pubblicazione di libri, corsi di lingua e dizionari ora anche online. Nel 1985 il Parlamento dell’isola di Man ha riconosciuto il manx come lingua ufficiale, creando anche una commissione per standardizzarne l’uso. I risultati si sono visti: nel censimento del ‘91, delle 741 persone che dichiaravano di usarlo la maggior parte era di età compresa tra i 35 e i 44 anni. Nel 1992 è stata creata la Manx Language Unit che si occupa del suo insegnamento nelle scuole. Ciò, insieme ai media, fa ben sperare per la sua sorte futura.

Lo stesso per il bretone. Portato sulle coste francesi nel V secolo dai celti insulari che vi insediarono per sfuggire alle invasioni degli Angli e dei Sassoni, ricco di varianti locali, tra il 1880 e gli inizi del Novecento fu bandito dalle scuole laiche. Solo a partire dal 1951, grazie alla legge di Deixonne, fu possibile riprenderne l’insegnamento. Da allora il bretone (ar brezhoneg), riformato nell’ortografia, è tornato a far parte del patrimonio identitario della Francia. Oggi è parlato da 600.000 persone. Nel 2004 il fumetto Asterix è stato tradotto in bretone, riaccendendo non pochi entusiasmi. Ma la Francia ha rifiutato di firmare l’articolo 27 della Dichiarazione dei Diritti Civili e Politici e la Carta Europea delle Lingue Minoritarie Autoctone: riconoscere il bretone avrebbe infatti comportato la riscrittura dell’articolo 2 della Costituzione che proclama il francese sola lingua della Repubblica.


Nonostante le difficoltà, le lingue celtiche sono oggi non solo vive, ma anche in grande recupero, sia come idiomi d’uso, sia come testimonianza culturale. Una realtà che, forte anche di un’organizzazione politica ramificata come la Celtic League, potrebbe imporsi ora anche all’attenzione di enti internazionali a partire dalla Comunità Europea. Sperando che non rimangano sordi.

© Elena Percivaldi

© EuropaItalia, San Marino

 
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Post N° 199

Post n°199 pubblicato il 19 Luglio 2008 da eleperci
 

Grand Tour sul Lago Maggiore, ora c’è anche la quadreria dei principi Borromeo

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato sabato 19 luglio 2008

All'interno ci sono le vedute di Roma del Vanvitelli, un intenso Redentore del Bergognone, un paio di ritratti del Boltraffio, la languida Sofonisba del Giampietrino, una Trasfigurazione e un Martirio di sant'Agnese del Procaccini. Ma soprattutto due meravigliosi ritratti - di gentiluomo con barba e di giovane scapigliato - di Daniele Crespi. Fuori, una sontuosa villa che appartenne ai principi Borromeo che dà sulla magica e solatìa cornice del Verbano. Centotrenta dipinti antichi, dai leonardeschi al Barocco, finora gioia per i soli occhi dei Borromeo e dei loro ospiti, sono da adesso visibili a tutti nella Galleria di Quadri (detta anche Berthier dal nome del generale napoleonico che vi soggiornò nel 1797 sulla via dell'Elba) e nella Sala del Trono dopo un restauro durato tre anni. La ricostruzione del percorso (la miniguida è pubblicata da Silvana Editoriale) è filologica e rispetta il concetto delle antiche quadrerie ben declinato dall'architetto veneto Vincenzo Scamozzi: luoghi, cioè, dove i nobili si intrattenevano per far conversazione in compagnia di tele disposte a mosaico, con pezzi originali alternati a copie di opere celebri di artisti come Raffaello, Correggio e Guido Reni. La collezione, messa insieme dai Borromeo con certosina accuratezza e grande gusto, apre un vero e proprio spaccato sull'arte lombarda tra Cinque e Seicento ed è l'unica ad essersi mantenuta intatta fino ai giorni nostri. Le altre quadrerie nobiliari - come quella dei Gonzaga, venduta a re Carlo I d'Inghilterra per pagare i debiti - sono infatti andate tutte più o meno disperse. I Borromeo amavano a tal punto la loro Galleria da collocare la propria alcova proprio in mezzo ai quadri, salvaguardando l'intimità grazie al piccolo diaframma di una monumentale cornice. Così i loro amplessi avvenivano sotto lo sguardo complice di Venere e di Eros. Ma poiché l'età era quella della Controriforma, poco più in là ecco - provvidenziale - il richiamo alla sobrietà e alla morigeratezza dei costumi, incarnate proprio dal Borromeo san Carlo: ammoniti dalla severità del Ritratto d'uomo in veste di martire di Vincenzo Catena, dopo i voli estatici dell'amore, la necessità di volgere lo sguardo al cielo ma con i piedi ben piantati in terra. (elena percivaldi)

link correlati
www.borromeoturismo.it

[exibart]

 
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4 NOVEMBRE FESTA NAZIONALE!!!!

Post n°198 pubblicato il 13 Luglio 2008 da eleperci
 

 «Storia In Rete» da questo mese lancia un’iniziativa provocatoria che tende a mettere sul tavolo una questione a nostro avviso centrale: l’Italia può uscire dall’attuale crisi solo facendo appello alle risorse comuni, risorse che è possibile ritrovare solo nella nostra Storia, specie quella Storia che ha unito e “fatto” il Paese più che dividerlo. E quale occasione migliore di tornare a fare del 4 novembre, anniversario della vittoria nella Grande Guerra, “la” festa nazionale” dell’Italia del Terzo Millennio. Stimo raccogliendo su internet, da oggi, firme ed adesioni. Il contributo di tutti è bene accetto.

 

Si può firmare la petizione su questo link:

 

http://www.firmiamo.it/sign/list/4-novembre-festa-nazionale

 

 
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IL MIO ULTIMO LIBRO

E' uscito il mio nuovo libro. Si tratta dell'edizione, con traduzione, testo latino a fronte, commento e ampia introduzione, della "Navigatio sancti Brendani", testo anonimo del X secolo composto con molta probabilità da un monaco irlandese e che narra la peripezie di san Brandano e dei suoi monaci alla ricerca della "Terra repromissionis sanctorum", la terra promessa dei santi.
Un classico assoluto della letteratura medievale. Prefazione di Franco Cardini.

Anonimo del X secolo
La Navigazione di san Brandano
A cura di Elena Percivaldi
Prefazione di Franco Cardini
Ed. Il Cerchio, Rimini
pp. 224, euro 18


PER GLI ALTRI LIBRI, SCORRI LA PAGINA E GUARDA LA COLONNA A DESTRA

 

NE PARLANO:

GR2 (RAI RADIO 2): INTERVISTA (9 gennaio 2008, ore 19.30) Dal minuto 20' 14''
http://www.radio.rai.it/radio2/gr2.cfm#

ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE
http://medioevo.leonardo.it/blog/la_navigazione_di_san_brandano.html

IL SECOLO D'ITALIA 12 dicembre 2008 p. 8 - SEGNALAZIONE
http://www.alleanzanazionale.it/public/SecoloDItalia/2008/12-dicembre/081214.pdf

IL SECOLO D'ITALIA  01 gennaio 2009 p.8 - RECENSIONE
http://www.alleanzanazionale.it/public/SecoloDItalia/2009/01-gennaio/090110.pdf

ARIANNA EDITRICE
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=23436

 LA STAMPA
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=248&ID_articolo=21&ID_sezione=&sezione

 GRUPPI ARCHEOLOGICI DEL VENETO, p. 12-13:
http://www.gruppiarcheologicidelveneto.it/VA129.pdf

IRLANDAONLINE:
http://www.irlandaonline.com/notizie/notizia.asp?ID=1231329012

 

 

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IL MIO INTERVENTO A RADIO RAI nella trasmissione NUDO E CRUDO, in onda su RADIO 1 a proposito di Halloween e dei Celti:

1 novembre, Europa tra sacro e profano

1 novembre, Europa tra sacro e profano. Ne hanno parlato al microfono di Giulia Fossà: Elena Percivaldi, giornalista e studiosa di storia antica e medievale; Flavio Zanonato, sindaco di Padova; Marino Niola, Professore di Antropologia Culturale all'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli; Sonia Oranges, giornalista de 'Il Riformista'; Alberto Bobbio, capo della redazione romana di 'Famiglia Cristiana'; Ennio Remondino, corrispondente Rai in Turchia. La corrispondenza di Alessandro Feroldi sulle politiche dell'immigrazione a Pordenone.

ASCOLTA: http://www.radio.rai.it/radio1/nudoecrudo/view.cfm?Q_EV_ID=230636

 

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I MIEI LIBRI / 1

ELENA PERCIVALDI, "I Celti. Una civiltà europea", 2003, Giunti (Firenze), pagine 192, euro 16.50

ACQUISTALO CON IL 10% DI SCONTO:
http://www.giuntistore.it/index.php3?SCREEN=libro&SCHEDA=1&sid=w5BNJSuwLwowzuxLJX4wizNrpOYnniok&TIPOCM=55215R

TRADOTTO IN TEDESCO (ED. TOSA)


E IN SPAGNOLO (ED. SUSAETA)

 

I MIEI LIBRI / 2

ELENA PERCIVALDI, I Celti. Un popolo e una civiltà d'Europa, 2005, Giunti, pagine 190, euro 14.50

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***

Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150x230 -pagine 176, euro 15
brossura, con xx tavole fuori testo in b/n
ISBN 88-7392-019-5


Il libro è il PRIMO saggio COMPLETO in italiano sull'argomento.

L'alfabeto ogamico è un originalissimo modo di scrivere che fu inventato presumibilmente intorno al IV secolo d.C. Il nome "ogam" è stato collegato a quello di un personaggio chiamato Ogme o Ogmios: per i Celti il dio della sapienza. Nella tradizione irlandese del Lebor Gàbala (Libro delle invasioni), Ogma è un guerriero appartenente alle tribù della dea Danu (Tuatha Dé Danann). Un testo noto come Auraicept na n-éces (Il Manuale del Letterato), che contiene un trattato sull'alfabeto ogam, dice: "al tempo di Bres, figlio di Elatha e re d'Irlanda (...) Ogma, un uomo molto dotato per il linguaggio e la poesia, inventò l'Ogham.”

COMPRALO:
http://www.keltia.it/catalogo/albiziered/ogam.htm

 

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Tibet. Land of exile
di Patricio Estay
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pp. 224, euro 39

Volti, cerimonie rituali, frammenti di vita in seno ai templi delineano attraverso la fotografia i segni del ritratto di un mondo in cui le difficoltà morali, il fervore spirituale e la profondità d’animo vanno di pari passo con la gentilezza, l’allegria e l’immensa generosità.  Le suggestive immagini in bianco e nero, fortemente spirituali, della prima parte del volume si contrappongono alle intense fotografie a colori dedicate alla realtà di tutti i giorni (centri commerciali, prostitute) pubblicate nella seconda parte. Il libro è introdotto da un accorato messaggio di pace del Dalai Lama che pone l’accento sulla grande forza d’animo con cui il popolo tibetano affronta continuamente ardue prove nel tentativo di continuare a perpetuare l’affermazione delle proprie idee e della propria spiritualità.

 

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di John Boorman
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