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Post n°4035 pubblicato il 30 Luglio 2014 da swann1000

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Quattro passi
nelle nuvole.



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Post n°4030 pubblicato il 28 Luglio 2014 da swann1000
 

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1 0 0   a n n i



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Ecco il nonno Antonio a Monfalcone, il 16-09-1916.



     Cent'anni or sono, il 28 Luglio 1914, iniziava la Prima Guerra Mondiale. Per rispetto ai morti, fu chiamata "La Grande Guerra". Per me, che non l'ho vissuta, era una cosa normale come un oggetto della storia, un soprammobile o una vecchia foto alla parete.

     Procedendo nella vita, accumulando esperienze, ho potuto rendermi conto della crudezza di tale evento. Paradossalmente, nonostante il tempo trascorso, oggi mi spaventa più di ieri. E' come se si fossero assottigliate le barriere tra il buon senso e la violenza.

     Questa ricorrenza mi provoca una commozione particolare. In quella sporca faccenda si dovettero impegnare anche mio nonno Antonio (classe 1893) e mio zio Felice (suo fratello, un po' più vecchio di lui). Tornarono a casa entrambi; a volte succede.

     Mio nonno non mi parlò quasi mai della guerra. Un giorno, cinicamente, come fanno i bambini talvolta, mi resi conto che prima o poi sarebbe morto. Allora mi venne l'urgenza di fargli qualche domanda. Mi raccontò di una ferita, di una mitragliatrice, di un compaesano trovato casualmente in una trincea, di un giornale avuto miracolosamente durante una marcia.

     Adesso che non c'è più, non posso chiedergli ancora di raccontare. Mi deve bastare il ricordo.

     Ciao nonno, quella medaglietta, che tanto ti hanno fatto aspettare, che ti arrivò appena prima di morire, concentra tutta la paurosa esperienza della guerra in un bagliore dorato. Non è lo scoppio di una bomba ma il riflesso della speranza. La conservo pensando alla tua vita e cerco di immaginare la tua felicità, quando finì e tornasti a casa. Ti saluto con la mano, mentre mi guardi con quei sottili baffetti coperto dall'elmetto, vestito con una giacca lunga, piena di bottoni. Oggi penso a te.



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Post n°4027 pubblicato il 12 Luglio 2014 da swann1000
 

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IL GEYSER QUOTIDIANO

     È inutile struggersi in ragionamenti infiniti e angosciosi: la vita è fatta di piccole cose. Ed è un paradosso se si compara la profondità e lucidità della mente alla semplicità e linearità del vivere quotidiano.

      Ci si alza al mattino e si fanno le solite cose. A me piace far colazione col caffelatte, caffè freddo e latte caldo, così la temperatura è perfetta. Ho scoperto delle ciambelle gustose e dure al punto giusto da rammollirsi quel tanto che basta nella tazza, senza spappolarsi.

     Ogni mattina mi alzo col pensiero concentrato su quel fenomeno di inzuppamento. E mi piace far colazione guardando la televisione senza sonoro. Muta. Così da pareggiare i conti: io sono la parte debole, lo spettatore inerme, che paga riluttante il canone e Lei, la Signora Televisione, è costretta a mezzo servizio: solo immagini.

     Metto il canale 48, quello che mi aiutò quando stavo dietro alle barricate a combattere il nano di Arcore, e guardo le immagini.

     È forse la vita questa? Pare di si, pare che la vita sia fatta di queste sciocchezze. E la profondità della mente umana, dov'è finita? Forse nelle ciambelle? Forse sì. I giorni si susseguono e sempre meno ho speranza di capire.

     Meglio tuffarsi nel caffelatte, caldo, fumante; enorme piscina chiara, come un geyser che ribolle energia dal sottosuolo. Mi metto la muta e mi tuffo, con coraggio, in quella pastosità dolciastra; non vedo nulla. Scompaio nella quotidianità.

 

 
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Post n°4026 pubblicato il 11 Luglio 2014 da swann1000

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Da sinistra: io (nella fase "grassa"), mia cugina Anna e due amiche. Il cane è la famosa Laika del mio maestro, mitica barboncina che abitava a pochi passi da casa mia.


LA VACANZA

Mi capita di ripensare alle vacanze al mare; quando ero bambino. Basta un odore, una parola, e la mente ritorna a quelle giornate estive di molti anni fa, un po’ come capitò a Marcel Proust intingendo una madeline nel caffelatte.

Dall’età di quattro o cinque anni, sino alla quinta elementare (1963-1970), con la mia famiglia, mi recai regolarmente per le vacanze estive a Marina di Ravenna, lungo la frequentatissima e popolare riviera romagnola.

Il giorno prima della partenza, per me privo di riferimenti precisi, immerso in un mare di giorni soleggiati e sereni, facevo il giro del giardino e dell’orto, accompagnato dalla cugina Anna, coetanea, diretta verso altri lidi. Andava con la sua famiglia ad Arma di Taggia. Ci avrebbe poi raggiunti, sul finire della vacanza, accompagnata da mio padre.

Salutavamo gli alberi, uno ad uno, e poi, con un rito più solenne, il cane Boby e il gatto Puccy. Saremmo andati via dal nostro mondo per un periodo lungo, non ben preciso nella nostra mente infantile; era come emigrare.






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IL VIAGGIO

Viaggiavamo in auto. Mio padre aveva una Lancia Fulvia verde bottiglia. Forse, allora, era una gran macchina e certamente fu pagata cara ma oggi, rivista con gli occhi di un mondo tanto mutato, appare come un vecchio comò semovente. Era rigida e impregnata di un odore di plastica e cellofan che mi provocava il vomito appena salito, anche da fermo.

Un anno, una di quelle estati ormai al di fuori di una cronologia precisa, durante il viaggio, capitò un piccolo guasto. Allora l’autostrada terminava alle porte di Bologna poi era necessario attraversare la città e raggiungere Ravenna con la strada normale. Prima di Bologna si ruppe un manicotto dell’acqua. L’antigelo non era stato lavato dopo l’inverno e aveva provocato il guaio. A causa del giorno festivo trovammo una sola officina disposta ad aiutarci: era della FIAT. In quei tempi c’era forte concorrenza tra le due case automobilistiche e ci trattarono come nemici feriti, tutelati dalla convenzione di Ginevra. Mi colpì la curiosità del meccanico che commentava ogni parte del motore e faceva rilevare come, nelle auto FIAT, fosse tutto disposto diversamente. La riparazione fu parziale e il viaggio si concluse dopo estenuanti soste per rabbocchi d’acqua al motore.



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Eccomi in mutande....vergognosamente.

Ricordo anche una pausa in un parcheggio, tra Piacenza e Parma, all’ombra di teneri alberelli. La canicola incalzava e tutti si misero in libertà, mangiando e bevendo. Io, che ho sempre odiato spogliarmi, mi accovacciai vestito con pantaloni e maglietta. Mio padre, preso da raptus naturistico, aggravato dalla calura, mi intimò di spogliarmi e di stare comodo. Resistetti sino a che mia madre, per risolvere la diatriba, mi tolse la maglia e i pantaloni. Restai in canottiera e mutande: una vergogna che ancora oggi mi perseguita.




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LA PENSIONE VITTORIA

Alloggiavamo presso la Pensione Vittoria, sul lungomare, a poca distanza dal faro e dal porto. Era così battezzata in onore della Signora Vittoria, moglie del proprietario Dero: un ometto simpatico, basso e sorridente, con due baffi enormi e neri, simile a qualche personaggio felliniano (penso al padre di famiglia in “Amarcord”).

Alla pensione Vittoria eravamo di casa. All’arrivo ci accoglievano tutti i famigliari. Il vecchio signor Dero con la signora Vittoria, i tre fratelli con le mogli e il festoso “Bagarì”, il piccolo cane del vecchio padrone. Un fratello gestiva la pensione, un altro aveva aperto un bar poco distante e il terzo, Cesare, dotato di ridotte capacità intellettive, aiutava nella pensione come cameriere tuttofare. Inoltre sbrigava le commissioni utilizzando una Fiat 124 azzurra; non ho mai capito come avessero fatto a rilasciargli la patente.

Un anno in cui la pensione era strapiena di clienti, i proprietari ci lasciarono la loro camera da letto e andarono ad alloggiare in garage; tanto per far capire di quale forza sia dotata la gente romagnola romagnola e per intuire da quale gente scaturì il “miracolo economico”. Sacrifici e semplicità oggi perdute.

Si mangiava in sala da pranzo, con i tovaglioli segnati e le bottiglie semivuote sulle quali era scritto il nome del cliente; non si buttava nulla. Io e mio fratello, abituati a cenare col caffelatte, piuttosto che rinunciare a quella antica e radicata abitudine famigliare, andavamo a cena, in via straordinaria, prima degli altri e, seduti al nostro tavolo, aspettavamo di essere serviti da Margherita, cameriera di origini magrebine che, a quanto si bisbigliava, era in ottimi rapporti personali con Cesare.

Poi la sala si riempiva di gente. Ricordo un fiorentino corpulento e la sua signora altrettanto ben arrotondata, con abbondanti capelli neri raccolti alla Ave Ninchi; lui era un poliziotto e mi raccontava un sacco di avventure. Poi c’era un altro toscano, magro e alto, col figlio inappetente. Diceva spesso: “Oh Cesare! O che mi porti un po’ d’affettato pel mi figliolo che nun vo mangiare?”. E detto questo si arrabbiava col figlio.

Una volta ci furono dei francesi ed io imparai a dire: “Très bien!”.

Alloggiarono con noi anche dei sommozzatori dell’Agip per compiere delle immersioni di verifica a navi ormeggiate a Ravenna. Vennero spesso a trovarci in spiaggia, io ne ero orgoglioso. Una volta ci salutarono dal cielo volando su un elicottero, di quelli piccoli col traliccio di ferro, come quelli del film MASH.





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I BAGNI ULISSE

Frequentavamo i Bagni Ulisse, vicini e antichi. Il proprietario, che nemmeno a farlo apposta si chiamava Ulisse, era una persona magra, con la pelle scura, ricoperto di una peluria biancastra e le rughe profonde, specialmente sul collo, di quelle che oggi non si vedono più. Forse aveva fatto il marinaio in gioventù e il sole lo aveva scavato in quel modo. Indossava pantaloncini e canottiera, portava un cappello da marinaio ed aveva un fare sicuro, come un capitano.

Alla mattina poteva capitare di veder passare dei piccoli aereoplani che trascinavano degli striscioni pubblicitari. Lanciavano lungo la battigia dei piccoli paracadute di plastica con appesi dei buoni commerciali. Ogni tanto qualcuno vinceva qualcosa di bello. A me capitò di vincere un salvagente ma dovetti subito donare il buono alla cameriera Margherita, su invito severo di mia madre, come atto caritativo e di simpatia nei confronti di questa donna meno fortunata di noi. Seppi poi che aveva un figlio e non era sposata. Il salvagente sarebbe andato a quel piccolo. Nonostante l’atto fosse stato certamente buono ed encomiabile, rimasi come chi è stato fatto oggetto di un’ingiustizia. La morale infantile è più spigolosa di quella degli adulti.

Con i fondali bassi e sabbiosi è facile incappare nella puntura del pesce gatto (almeno così lo chiamarono). Puntualmente ci misi un piede sopra e fui punto. Preciso che, per anni, dopo quel fatto, feci il bagno con scarpette di gomma. La puntura fu molto dolorosa e mi portarono da Ulisse. Lui, col fare di un antico guaritore, simile ad uno sciamano adriatico, mise il piede a bagno nell’acqua calda con ammoniaca, e il dolore cessò.






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IL CANTAGIRO

Alla sera mi mettevano a letto presto. Si stava un po a giocare nel giardinetto e sotto la veranda della pensione. Poi, verso le undici, mia mamma fingeva di salire a dormire con me. Capii dopo anni il tranello. In realtà, una volta addormentato, scendeva e andava a zonzo con mio padre o con altri pensionanti.

Non so, quindi, come faccio ad avere il ricordo del “cantagiro”. Forse passarono di sera o forse mi lasciarono sveglio per l’occasione. Ho impressa una visione, come un sogno ad occhi aperti. Ricordo una strada affollata ai lati, tipo “Giro d’Italia”, ma con automobili al posto dei corridori. Le auto passavano lente ed erano tutte cabriolet. Seduti sui bordi della carrozzeria c’erano i cantanti. Non ricordo nessuno in particolare ma è come se li avessi visti tutti.


PIPPO BAUDO

Anche l’essere più schivo, se capita casualmente sui piedi di un personaggio famoso, resta coinvolto, suo malgrado, in un momento “mondano”. A me capitò, tra capo e collo, Pippo Baudo.

Stavo giocando tra i mosconi posati sulla spiaggia, pronti per essere noleggiati. Il Pippo nazionale, accompagnato da un codazzo di amici, stava cercando di affittarne uno e, credendo che io fossi il figlio del bagnino, si avvicinò e mi chiese un moscone.

Io devo aver fatto la faccia di uno scemo, o qualcosa di simile. Non capivo la domanda e vedevo che tutti, attorno a me, mi facevono segno. Ma di cosa? Appena Pippo si fu allontanato mi resero edotto del grande onore del quale fui inconscio protagonista.

Questo fu il top della mia carriera da vip.


LA PETTINATRICE

Un pomeriggio, invece di andare in spiaggia, dovetti accompagnare mia madre dalla parrucchiera. Anzi, a dire il vero, fui io ad insistere. Volli andarci per non abbandonarla. Avevo una forma di gelosia. Non fui mai innamorato di lei ma certamente ne fui geloso. Non volevo scindere i nostri tempi e non volevo mancare ai momenti della sua vita.

Fu uno strazio. Cercai di leggere qualche rivista ma nulla mi interessava. Fissai l’orologio e chiesi quanto tempo mancava alla fine dell’operazione. I caschi ronzavano e il sole brillava caldo sulla strada. Mi fu dato un tempo teorico al quale credetti ciecamente. Decisi che un’ora, in fondo, non sarebbe stata infinita. Fissai la lancetta dei minuti. Ogni tanto scattava avanti di una tacca. Sessanta scatti e sarei stato libero e avrei respirato l’aria del giorno.

Durò di più e non riuscii a contare per bene gli scatti della lancetta ma finì. Un ricordo che mi resta, fra tanti, dopo molti anni. 


CONCLUSIONE

Potrei raccontare altri piccoli episodi ma credo di aver già stufato abbastanza.

Per me, rievocare queste piccole situazioni, significa cercare di rivivere e riassaporare un tempo passato che, però, sono conscio essere irrecuperabile (con buona pace di Marcel Proust). Le cose si sono consumate, sono mutate e nulla è più come allora.

Vi assicuro che quelle giornate e quegl’anni restano impressi nella mia mente come un eldorado luminoso. Gli anni ’60, nel mio immaginario personale, sono sempre pieni di sole. Gioventù e boom economico coincisero nella mia piccola storia; adesso sento che devo cercare altre gioie ed altre soddisfazioni, certamente più ardue da individuare e raggiungere.

 
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Post n°4021 pubblicato il 10 Luglio 2014 da swann1000
 

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Cosa succede in giardino.


     La lavanda continua portare a maturazione i fiori sulle spighe violacee e gli insetti dimostrano di gradire. Dalla mattina sino a dopo il tramonto si sente il ronzio delle piccole ali operose. La fioritura si espande dalla terra come un grande fuoco d'artificio. Le farfalle giocano irrequiete infilzando i calici profumati.



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     Le "prugne di San Pietro", un'antica varietà di frutta selvatica, piantate da mio nonno nel 1957, continuano a produrre frutti, anche dopo radicali sovvertimenti, e regalano dorate sorprese dal nocciolo spaccato. Il sapore di queste piccole gioie mi riporta a momenti passati, in solitudine, nel giardino di tanti anni fa. Allora v'era anche un enorme albicocco dai grandi frutti lentigginosi che coglievo, insieme alla cugina Anna, con una latta del caffè legata in cima ad una canna. Risuona ancora negli orecchi il tonfo sordo del frutto che cade nel contenitore, battendo come un tamburo fesso e il sapore condito dal calore del sole che ardeva a lungo dentro la polpa colorata come l'estate.


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     Come ogni anno, ho piantato qualche seme di Ipomea. E' una campanula da giardino, bianca o colorata, con fiori che durano solo un giorno. Mi piace, gironzolando nel giardino, stupirmi di qualche nuovo fiore, effimera sorpresa estiva che varia la monotonia dell'affanno quotidiano. A volte, prima di partire per una gita, saluto questi fiori come ad ottenere un buon auspicio, un viatico per ciò che farò. 


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     Ecco la Lantana; una novità di quest'anno. Mi piace: è selvaggia e solitaria, riservata e tenace.


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     Tra le foglie della zucca ornamentale, svetta, cercando di sopravvivere, la "Bella di Giorno" con le sue piccole campane colorate. E' un fiore rustico, vive sempre e cerca di riprodursi da sé. Un bell'esempio per tutti.

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