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Post n°4059 pubblicato il 27 Agosto 2014 da swann1000
 

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QUANTE VOLTE
(Poesia di Settembre)



Quante volte ti ho salutata
 

mentre mi guardavi 

col viso pallido e sorridente; 

illuminata da una luce leggera.

 

 

Ogni volta ho cercato di portare via 

qualcosa di te, senza avere il tempo 

di restare; senza potermi fermare.

 

 

Quante volte ho cercato con gli occhi 

di fissare i particolari dei tuoi cambiamenti 

desiderando stupirmi di qualche goccia 

di sorprendente diversità.  

 

 

Ogni volta sono partito e ti ho lasciata 

sola nel silenzio delle foglie cadute, 

dell’acqua ferma e delle ombre sagge.

 

 
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Post n°4057 pubblicato il 26 Agosto 2014 da swann1000
 

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Foto di swann1000



I fuochi di San desiderio.

    

     In un tempo lontano, la gente della mia terra tagliò la foresta che ricopriva le sponde dello Scrivia e cominciò a coltivare i campi. Per superare le difficoltà lavorarono ma ebbero bisogno anche di Dio. Cercarono un Santo adatto e fu individuato San desiderio di Langres (
http://it.wikipedia.org/wiki/San_Desiderio_di_Langres). Un genovese emigrato in francia che fu ucciso dai Vandali (gli tagliarono la testa ma lui, miracolosamente, la raccolse e camminò). Era stato un contadino, più precisamente un ortolano. Niente di più adatto al nostro caso.

     Pregarono il Santo e il miracolo si compì: la terra divenne fertile e per secoli è stata la fonte
di vita di questa gente di pianura che coniuga la tenacia alla parsimonia e la furbizia alla speranza. Si dice che un contadino di Castelnuovo si alzi al mattino quando il cappello si muove ancora sull'attaccapanni dalla sera prima. Per non parlare, poi, dell'avarizia: in quattro mangiano un uovo e, se ne avanzano, lo vanno a vendere in piazza. Saranno proverbi dettati dalla cattiveria dei vicini di casa ma le cose vanno più o meno così.

     Il giorno della festa di San Desiderio è il 23 Maggio. E per molto tempo si festeggiò così. Nel secolo XIX° si constatò che il Santo, pur adatto al mondo contadino come biografia, era inadatto come cronologia. A Maggio i contadini hanno fame e non hanno soldi (Mag': fest, fiur e famm  --  Maggio: feste, fiori e fame). Con un provvedimento amministrativo di una semplicità sbalorditiva la data fu spostata ad Agosto, quando i raccolti erano sulla cascina e ci si poteva lasciar andare a pranzi e balli.

     A Maggio si celebra solo una messa solenne e si espone il busto argenteo alla devozione. I contadini, con i vestiti neri e la camicia bianca, guardano il viso del Vescovo di Langres e commentano. Ride? Piange? I riflessi del sole sull'argento rivitalizzano il volto barbuto, troppo a lungo chiuso nel Sancta Sanctorum della Collegiata, e davvero sembra volerci indicare qualcosa.

    
Da ortolano esperto sa quanto vale un'informazione. In genere, con le lucide scarpe nere, gli uomini tornano a casa convinti di aver compreso il messaggio e senza svelarlo lo custodiscono gelosamente nel loro cuore.

     La cosiddetta "festa di pentola", come abbiamo accennato, si svolge ad Agosto, alla quarta domenica. In genere fa molto caldo e le mosche sono arrivate al massimo dell'antipatia (superate solo dalle zanzare). Il tempo e i raccolti sono stati quello che il Signore ha voluto e si fa pace col Santo che rise o pianse a Maggio. Si festeggia per tre giorni.

     La Domenica, con la messa, la processione all'arco delle mura e lo scoppio di tre salve; poi la
benedizione verso la campagna, ai quattro punti cardinali. Il lunedì, invece, è la sera dei "fuochi". Martedì, la corsa ciclistica; è la giornata di relax, si mangiano gli avanzi e si sta un poco raccolti, senza troppa gente da fuori.

     Di tutte le sere, quella dei fuochi, è la più magica e speciale per Castelnuovo. Non c'è un momento, in tutto l'anno, che sia più fatato e che scavi più a fondo nella pur tenace anima di questa gente, abituata a cuocersi sotto il sole a Luglio nei campi di granturco o a congelare quando si raccolgono gli spinaci a Gennaio. L'agitazione inizia verso le sette di sera, quando cominciano ad arrivare da tutto il circondario. I fuochi sono famosi per la loro bellezza, durata e grandiosità. Costano molto ma Castelnuovo non può farne a meno. E' come un vizio che non si può smettere. Nessuno ha mai contestato alla municipalità come inopportuna la spesa, sia pur elevata, dei fuochi.

     Si mangia distratti e con la fretta di essere pronti, le vie sono percorse da gente che cammina veloce e guarda avanti. Tutti vogliono raggiungere la postazione "segreta" da dove si vedono bene i fuochi. Il posto è svelato solo agli amici. In piazza, il complesso comincia a suonare ma tutti vanno verso Scrivia, sul ponte, lungo i viali, sull'argine. Alcune macchine e qualche autocarro restano imprigionati tra la folla. Come prede di un formicaio devono arrendersi, spengono il motore e aspettano, come tutti.

     Improvviso un boato forte e cieco. Buuuum! Cominciano. I piccioni fuggono e i cani si spaventano. Qualche ritardatario cerca di prendere posizione, la folla è tutta stipata, si riempiono ancora gli angoli liberi. Poi cominciano a salire i razzi nel cielo buio. Tutti fanno silenzio, si spengono le giostre, stiamo col naso in aria per non perdere lo spettacolo che ogni anno facciamo finta di ignorare fino all'ultimo momento ma che, sempre, al lunedì, ci coinvolge e ci porta ad andare "a Scrivia", schiacciati tra la folla.

     Tra il fragore forte degli scoppi tutti commentano e
lentamente la massa è completamente coinvolta. Lo spettacolo dura mezz'ora.

     All'inizio si sparano razzi "normali". Le figure luminose e colorate sono conosciute. Poi, tra un colpo e l'altro, ecco nuove immagini: sono le novità della ditta. Esplosioni ritardate, inattese, colorate, sonore. Sino ad arrivare al bombardamento finale che non lascia fiato. E' un emozionante susseguirsi di esplosioni fantastiche. Poi un botto forte: buuum! Poi ancora e ancora. Al terzo colpo è finita.

     Anche quest'estate, il Santo di Langres, che non sapeva nulla di questa moderna diavoleria dei fuochi, ci saluta. Ci vediamo il prossimo anno. La gente va lungo le strade verso la piazza. Si balla, si chiacchiera, si commentano i fuochi. Sono stati bellissimi, belli, così così, meglio dell'anno scorso, peggio dell'anno scorso; ognuno commenta a suo modo. Nel cuore scende un velo malinconico, ci si ritira in disparte con le orecchie ovattate dal rumore e si guarda la gente che fa festa. C'è in noi una sensazione mista di di gioia e tristezza. Quella sensazione che capita alla fine di qualcosa che si è atteso e si è consumato. I fuochi sono la cerimonia di purificazione, la catarsi dell'uomo che non poteva lasciar passare tutto senza far nulla.

La notte magica è finita.

 
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Post n°4053 pubblicato il 22 Agosto 2014 da swann1000
 

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L'indiano nel bagno.

     Il bagno di casa mia fu costruito da mio nonno Antonio nel 1957. Lo ristrutturarono nel 1975 e il pavimento fu rifatto. Fu un peccato, per due motivi.

     Primo perchè l'epoca era stravagante e le piastrelle, ancora oggi, mi inquietano. I colori forti e densi sono una traccia di quegli anni formidabili ma pacchiani da morire. Tant'è che ho ricoperto le piastrelle con vernice bianca, per non vederle più (non avendo i soldi per sostituirle).
    
     In secondo luogo andò distrutto il vecchio bagno; un bene per l'Organizzazione Mondiale della Sanità ma un piccolo colpo per le mie abitudini fantastiche.

     Il vecchio pavimento era fatto di piastrelle piccolissime e quadrate, come un mosaico, in tinta unita. Mi sembra avessero una colorazione pallida tra il rosa e il grigio. Alcune piastrelline si creparono e formarono delle immagini, come dei disegni. Una di quelle piastrelle rappresentava un cavallo cavalcato da un indiano con l'arco teso, in procinto di lanciare una freccia.

     Quante volte, seduto sul water, fantasticai su quel "fotogramma" di maiolica...


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Post n°4051 pubblicato il 22 Agosto 2014 da swann1000
 

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La carriola dei poeti


     Quando ero bambino, abitava con me mia cugina Anna; della stessa età. Giocavamo nel cortile che si dipanava attorno alla casa. C'erano tre alti pini, un grande albicocco, qualche filare di vite, peri e peschi. Attorno alla casa si poteva camminare su un marciapiede di cemento, reso interessante da crepe "creative" che rappresentavano strani disegni. Spunto per viaggi fantastici.

     Il nonno Antonio aveva una carriola. Io e Anna organizzavamo dei viaggi e la carriola era la nostra carrozza. Io facevo il cavallo e, una volta arrivati, ero anche cocchiere e compagno di viaggio. Anna prendeva posto dentro la carriola, insieme al gatto ed al cane Boby. Si metteva un asse di traverso che faceva da tavolo e Anna scriveva lunghissimi poemi, mentre viaggiavamo. In realtà faceva finta di scrivere e tracciava segni ondeggianti e infiniti. Per noi "il poema" doveva essere lunghissimo, infinito. Anna era la poetessa.

     Per rendere più realistica l'avventura ci facevamo dare delle scorte di cibo e d'acqua. L'acqua era contenuta nei vecchi bottiglini del tamarindo, perchè avevano il tappo e sembravano bottiglie di liquore. Il pane, in genere, era valorizzato dalla favolosa marmellata di prugne della zia Lina (la mamma di Anna).

     Giunti nel pieno della foresta (il prato, sotto i pini) facevamo la sosta, per far riposare i cavalli. Scesa dalla carriola, Anna, poteva comporre altre parti del poema e il gatto e il cane ne approfittavano per sgranchire le zampe.
Oggi, quella carriola, c'è ancora. L'ho verniciata di rosso.

     Io e la carriola siamo gli ultimi superstiti di quelle antiche avventure (Anna c'è ancora ma non la vedo più).

 
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Post n°4050 pubblicato il 20 Agosto 2014 da swann1000
 
Tag: ipomea

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Dolce Ipomea



     Sono alcuni anni che, ad Aprile, semino l'Ipomea. Si tratta di una pianticella annuale (che muore in Inverno), rampicante, che produce campanule violacee, azzurre, rosse e bianche.
     I fiori, che appaiono dopo molto dalla semina (almeno 60 giorni), si schiudono al mattino e durano sino a mezzogiorno. Poi il sole li scotta, ed essi appassiscono.
     Ho preso l'abitudine, al mattino presto, prima del lavoro, di andare a vedere i fiori dell'Ipomea. Guardare quanti se ne siano formati e di che colori. E' un piacevole appuntamento; silenzioso e discreto. E' uno scambio tra me e la natura.

     Mi viene in mente la tradizione degli antichi di trarre auspici dal volo degli uccelli: guardando al cielo, secondo quali uccelli si avvistassero, si traevano conseguenze positive o funeste e si prendevano decisioni.
     Così anch'io, oggi, traggo le mie deduzioni dai fiori d'Ipomea.
     Sono sempre benevole.

     Prima di andare in montagna, quando parto al mattino (alla domenica), saluto i fiori che mi sembrano amici in attesa di un cenno. Come se mi dicessero: "Siamo qui per salutarti, dove vai?".

 
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