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Post n°4089 pubblicato il 16 Settembre 2014 da swann1000
 

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Limpidi pomeriggi d'Ottobre.

     Ogni anno, prima della ricorrenza di Ognissanti, era (e forse è ancora un poco) tradizione mettere in ordine le tombe al cimitero.

     Il nostro cimitero, "non fo per dire" ma è davvero bello. Al di là del fatto che è collegato al dolore della morte, devo ammettere che spesso suscita una grande sensazione di pace (paradosso condiviso?). I miei morti sono sepolti in un altro paese, che dista cinque chilometri ma sono sempre stato legato al cimitero di Castelnuovo, perchè è il luogo dove vivo.

     Cammino tra le fotografie e i nomi, e mi sembra di entrare in una dimensione di silenzio e di libertà. In vita, tutti, abbiamo premure e attriti, qui invece, ogni persona sta ferma e mi guarda e io posso dialogare silenziosamente con gli sguardi e col ricordo. Tutti diventano accoglienti e attenti alla mia presenza donandomi una serenità che altrove non si può cogliere.

     Avvicinandosi il "giorno dei morti", si fa pulizia nelle Cappelle e vicino alle tombe. Si lustrano i marmi e le fotografie. Qualcuno porta dei sassetti bianchi per decorare il minuto pezzo di terra. I vasi sono puliti e pronti a ricevere i fiori.

     Quello che più mi piace ricordare e che mi dà serenità è il viavai di scale e di operai che riparano i muri e rinfrescano le tinte. I cancelli sono ripassati col nero lucido e le punte diventano d'oro. E' come un ritorno al passato, perchè i muri sono di mattoni ed i cancelli di ferro battuto. Sembra una rappresentazione teatrale o, forse, un presepe; tutti lavorano in silenzio.

     Il tempo è ancora bello e il sole, anche se pallido, contribuisce ai lavori, aiutando e sostenendo il lavorio della gente.

     Esco dal cimitero, mi volto e faccio il segno della croce. I passi sulla ghiaia creano un fondo sonoro e sottolineano il mio passaggio. Resta una pace leggera, guardo le nuvole che lentamente viaggiano. In lontananza, la grande fabbrica del tabacco dorme un sonno ormai lungo; sono finiti i tempi del lavoro, oggi è solo ricordo.

     Immagino questa dolcezza delicata e mi sembra di viverla.

 
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Post n°4085 pubblicato il 12 Settembre 2014 da swann1000
 

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IL PANETTONE DI MILANO



 
Quando si è bambini, i giorni di Dicembre, trasmettono una sottile felicità; una sensazione di
attesa e di sospensione dalle pene feriali.

     Io e mia cugina Anna, iniziavamo a fantasticare sin da Ottobre. Pensavamo a cosa avremmo ricevuto in dono ed a quanti giorni mancavano alla grande festa della luce: il Natale.

     Ogni anno, per quanto riesco a ricordare, capitava, in uno di quei dolci giorni d'attesa, che arrivasse un grosso pacco portato dal postino. Era un grande cartone circolare, come una  cappelliera, legato con lo spago; c'era incollata l'etichetta del mittende, col nostro indirizzo. Se fosse una favola, direi che il mio indirizzo era: "Strada del Bosco". In effetti, la mia strada è sempre stata chiamata così in paese, in quanto collega rapidamente l'abitato al fiume.



Foto di swann1000

     Il pacco era atteso da tutti. Si apriva alla sera. C'era anche mio fratello Antonio (Toto) che esercitava una certa autorità su di me e sulla cugina; c'erano, anche, il nonno Antonio e la nonna Barbara.

     All'interno, più piccolo ma sempre di rispettabili dimensioni, un panettone "Motta" avvolto dalla classica scatola celeste con le stelle d'oro. Tutt'attorno, truccioli bianchi di carta e un numero  indefinito di caramelle e torroncini. Era davvero una festa.

     Si trattava del panettone inviato dall'amico Nesti di Milano: commilitone di mio nonno durante la grande guerra. Rimasero sempre legati da una leale e aperta amicizia e anche negli anni dal 1943 al 1945, si aiutarono. Soprattutto la mia famiglia, dalla campagna, faceva pervenire generi alimentari (introvabili a causa della guerra), a Milano.

     Nesti era rappresentante della ditta "Kores" che vendeva articoli di cancelleria. Conservo ancora un tagliacarte col manico di legno, che mi regalò. Qualche volta, il nonno Antonio, andava a Milano, insieme al Signor Camillo (altro commilitone, comune amico) a visitare la Fiera Campionaria, invitato dall'amico cittadino.

     Quando mio nonno morì, mio padre scrisse una lettera al Signor Nesti. Il panettone non arrivò più. Si erano spenti i riflettori su quelle fasi del secolo; cose vecchie ormai. Ma a Natale, anche se non lo dico, mi sembra ancora di vedere la grande cappelliera sul tavolo e noi bambini felici di accaparrarci i torroncini arrivati nella strada del bosco da tanto lontano.

     Anche il panettone Motta finì. Mi sono sempre chiesto perchè.



Foto di swann1000

 
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Post n°4083 pubblicato il 11 Settembre 2014 da swann1000
 

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IL SALE

 

    
Mio nonno Antonio trovava sciocca, senza sapore, ogni sorta di cibo. In dialetto, "insipido", si dice da noi: "fatt" (fatto). Per cui, quando mia mamma metteva in tavola qualcosa, lui diceva senza fallo: "L'è fàta ra mnestra" (La minestra è senza sale). Si alzava, buttava con slancio il tovagliolo sulla spalla, e andava in cucina a cercare il sale, facendo finta di nulla, quasi fischiettando.

     Infatti era una persona molto gentile ed educata; non voleva offendere la cuoca. Era risaputo che salava in abbondanza e senza motivo. D'altro canto, mia mamma, non batteva ciglio. La nonna Barbara, invece, si arrabbiava. Lo sgridava e gli diceva che gli sarebbe venuta l'arterioscleròsi. Cosa che puntualmente avvenne ma non saprei dire se il sale la determinò.

     Certo è che, ad un certo punto della sua vita, mio nonno, cominciò a perdere il senso della realtà. Forse gli venne l'alzheimer ma allora non si chiamava così.

     Io e Anna, poco più che bambini, eravamo divertiti dalla comicità spontanea del nonno. Per lui, le ortensie del giardino, erano volti di frati che pregavano; e ci chiedeva il perchè tanti frati fossero radunati a casa nostra. Poi, tamburellando con le dita sul tavolo e con un volto aperto, ci sorrideva, come se avesse capito la stranezza delle sue parole.

     Alla sera, andando a letto, con la grande cuffia di lana in testa (retaggio di generazioni infreddolite e spaventate da malattie incurabili, cresciute senza riscaldamento), ci salutava in francese: "Bonne nuit!".

     Morì un giorno d'autunno, mentre la grande campana della Collegiata suonava mezzogiorno. Io ero presente, richiamato dal collegio; nella stanza eravamo molti. Ricordo che c'era lo zio Gildo (Ermenegildo), campanaro di Sale e cognato del nonno, che venne a trovarlo proprio quella mattina.


Foto di swann1000
Giuseppe Pellizza da Volpedo,
1893 - "Sul fienile"
(mio nonno Antonio nacque nel 1893).

    

     La morte del nonno segnò il termine della prima fase della mia vita; da allora anche il mondo cambiò, cancellando persone, tradizioni, abitudini e riti che per secoli avevano caratterizzato la nostra società.

 
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Post n°4080 pubblicato il 05 Settembre 2014 da swann1000
 

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LA DOMENICA
ANDANDO ALLA MESSA


    
    
Nel 1968 avevo nove anni e, alla Domenica, andavo a Messa col nonno Antonio. Mi vestiva la mamma, con i calzoni corti coni tre bottoni al lato della gamba e con le calze bianche traforate; quelle che lasciavano il segno rosso sulla pelle, come una copia del ricamo. Il nonno si preparava con cura, indossava l’abito bello di stagione e stava molto tempo a curare le scarpe. Forse perché suo padre e suo fratello erano calzolai o forse per un innato istinto di precisione, lucidava le calzature mettendoci impegno e tempo. Molte volte lo guardai; aveva una sedia particolare, a doppio fondo, si alzava il sedile e dentro c’era un vano pieno di spazzole e barattoli di lucido (il lucido, allora, era venduto in scatolette piatte di metallo). Le scarpe erano stringate e traforate.



Foto di swann1000

 

     Ricordo anche quando si faceva la barba in bagno. Aveva un rasoio elettrico tipo Philips (lui apparteneva a quella schiera, contrapposta agli amanti del Braun, che è fatto in altro modo). Mi ronza ancora negli orecchi il rumore continuo e cantilenante dell’apparecchio e lo stridore dei peli tagliati. Mi faceva andare in uno stato di piccolo trance che mi piaceva.

 

     Quando eravamo pronti, la mamma ci accompagnava sino al portone di casa e dava una aggiustatina al cappotto del nonno (che era di quelli imbottiti sulle spalle). Il nonno, allora, se lo sistemava bene tirandolo su e facendosi venire le spalle sul collo. Mia mamma,quindi, ripeteva l’operazione e glielo sistemava un po’ abbassando l’imbottitura, perché stesse bene. Il nonno dava ancora una sistemata a suo modo e il teatrino andava avanti sino agli scalini.

 

     Finalmente andavamo in chiesa. Entravamo dalla navata di destra, cosa strana, in quanto abitavamo dalla parte sinistra del paese (in chiesa, da noi, c’è la tradizione di sedersi dalla parte del paese alla quale si appartiene, senza che nessuno l’abbia mai detto o scritto). Poi capii che il nonno aveva abitato molti anni in via Roma, che sta dalla parte sinistra, ed ecco svelato il mistero. Ci sedevamo sulle piccole panche laterali, vicino ai confessionali, alle statue dei santi ed alle cappelle laterali. Ogni cappella ha una inferiata semplice, fatta di bacchette quadrate di ferro ed, in cima, una greca quadrata. Il nonno, come da tradizione, appendeva il cappello alla greca e si sedeva. Per anni ho visto i cappelli appesi a quella greca. Oggi non si porta più il cappello ma qualcuno si vede ancora. 

Foto di swann1000



 

 La messa si dipanava col suo ritmo lento e astruso, io mi annoiavo e stavo vicino al nonno. Avevo paura di essere precettato da qualche solerte volontario e deportato nelle prime panche davanti all’altare, dove si ammassavano i bambini per far vedere al Prevosto quanto ardimentosa fosse la fede infantile alla messa delle dieci.

 

     Al Prevosto non so cosa interessasse, la chiesa era scura, polverosa, sgretolata. Ci sono voluti trent’anni per restaurarla.

 

     Una volta, uscendo di casa, inciampai nel catenaccio del cancello e, cadendo, mi sporcai. Ricordo ancora l’acuta romanzina della mamma. Non ricordo i particolari dell’incidente ma non mi si è cancellata la traccia dell’ira che dovetti subire, impotente e ... macchiato mentre il nonno aspettava la sistemazione dei panni, per ripartire alla volta della messa).

 

 
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Post n°4076 pubblicato il 04 Settembre 2014 da swann1000
 

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Foto di swann1000



Tre uomini in barca.
Three Men in a Boat.
di Jerome K. Jerome - 1889


Cap. XVII - Episodio "della trota".

    
     Giorgio e io — io non so che ne fosse in quel momento di Harris: egli era uscito a farsi la
barba, subito dopo colazione, era ritornato e aveva passato quaranta buoni minuti a ingessarsi le
scarpe, e quindi non lo avevamo più veduto — Giorgio e io, perciò, e il cane, lasciati a noi
stessi, andammo la seconda sera a fare una passeggiata fino a Wellington, e, al ritorno,
entrammo in un piccolo alberghetto sul fiume per riposarci, e per altro.

     Andammo a sederci nella saletta. C’era un vecchio che fumava una lunga pipa di creta, e
noi naturalmente cominciammo chiacchierare.
Egli ci disse ch’era stata una bella giornata quel giorno, e noi ch’era stata una bella giornata il giorno prima, e poi ci dicemmo a vicenda che sarebbe stata una bella giornata il giorno dopo, e Giorgio aggiunse che sembrava che il raccolto promettesse di venir su magnificamente.

     Dopo apparve, nell’uno o nell’altro modo, che noi eravamo forastieri e che ce ne saremmo andati la mattina seguente. Poi la conversazione ebbe una pausa, dusante la quale i nostri occhi si misero a vagare in giro per la stanza, per posarsi  finalmente su una vecchia, polverosa campana di vetro, fissata in alto sul caminetto e contenente una trota. Quella trota quasi mi affascinò: era un pesce così mostruoso! Veramente, alla prima occhiata mi parve che fosse un merluzzo.

— Ah! — disse il vecchio, seguendo la direzione del mio sguardo — bel pesce quello, eh?
— Veramente straordinario — mormorai; e Giorgio chiese al vecchio quanto credeva che pesasse quell’esemplare.
— Diciotto libbre e sei once — disse l’amico, levandosi e infilandosi il soprabito. — Sì
— continuò — fanno sedici anni il tre del mese prossimo, che io lo presi. L’acchiappai proprio
sotto il ponte con un avanotto. M’avevano detto che c’era nel fiume, e io dissi che l’avrei presa,
come infatti feci. Credo che ora non ne troverete più da queste parti pesci della stessa
dimensione. Buona sera, signori, buona sera.
E uscì, lasciandoci soli.

     Da quel momento non potemmo staccar gli occhi dal pesce. Era veramente molto bello. E lo stavamo ancora guardando, quando il procaccia del luogo, che aveva appunto data una capatina nell’albergo, venne alla porta della stanza con un boccale di birra in mano, e anch’egli si mise a guardare il pesce.
— Una bellissima trota, questa — disse Giorgio, volgendogli la parola.
— Lo potete ben dire — rispose il procaccia; e, aggiunse, dopo un sorso di birra: — Forse
voi non c’eravate qui, signori, quando fu acchiappato quel pesce.
— No — gli rispondemmo. Siamo forastieri.
— Ah! — disse il procaccia — allora si capisce. Son quasi cinque anni che acchiappai
quella trota.
— Ah, allora foste voi ad acchiapparla? — io dissi.
— Sì, signore — rispose il vecchio con genialità. — L’acchiappai proprio sotto la chiusa,
per lo meno ciò che era la chiusa allora... un venerdì di pomeriggio; e la più strana cosa si è che l’acchiappai con una mosca.

     Io ero andato, Iddio vi benedica, a pescar lucci, non pensando neppur per idea a una trota, e quando vidi quel colosso all’estremità della lenza, mi pigli un accidente se non me ne sorpresi. Come vedete, pesava ventisei libbre. Buona sera, signori, buona sera.
Cinque minuti dopo, entrò una terza persona, che descrisse com’essa avesse acchiappato la trota una mattina di buon’ora, con un pesciolino; e quindi se n’andò, ed apparve un signore attempato, d’aspetto abbastanza solenne, che si sedette accanto alla finestra.
 
     Per un poco nessuno di noi parlò, ma finalmente Giorgio si volse al nuovo venuto e disse:
— Scusate, spero perdonerete la libertà che noi forastieri in questo paese, ci prendiamo:
ma il mio amico qui e io vi saremmo tanto obbligati se ci voleste dire quando acchiappaste
quella trota lì.
— Ma chi vi ha detto che acchiappai io quella trota? — domandò l’altro, sorpreso.
Rispondemmo che non ce l’aveva detto nessuno, ma, in un modo o nell’altro, sentivamo
istintivamente che l’aveva acchiappata lui.
— Bene, è strano... molto strano — rispose l’altro ridendo — perchè in realtà voi avete ragione. L’acchiappai io. Ma andare a immaginare che voi l’avreste indovinato! Poveretto me, è una cosa straordinaria!

     E poi continuò, dicendo che gli era occorsa mezz’ora per tirarla a riva, e che gli s’era rotta
la canna. L’aveva pesata accuratamente a casa, e la bilancia aveva segnato trentaquattro libbre.
Se ne andò a sua volta, e, dopo che se ne fu andato, ci si presentò il padrone dell’albergo.
Gli narrammo le varie storie della sua trota, ed egli si divertì immensamente, e rise assai
cordialmente con noi.
— Va a pensare che Gerolamo Bates, Giovanni Muggles, il signor Jones e Guglielmino
Maunders vi dovessero raccontare che l’avevano acchiappata loro! Ah, ah, ah! Questa è buona!
— disse il brav’uomo, ridendo di cuore. — Sì, son proprio le persone che me l’avrebbero data
per esporla nella sala, se l’avessero acchiappata loro! Proprio! Ah, ah, ah!
E allora ci raccontò la vera storia del pesce. Sembrava che l’avesse acchiappato lui, molti
anni prima, quand’era ragazzo, non per qualsiasi sua abilità, ma per quell’ingiustificabile colpo
di fortuna che pare accompagni sempre lo scolaro che marina la scuola, e va a pescare in un
pomeriggio di sole, con un pezzo di corda legato all’estremità d’un ramo d’albero.
Egli disse che l’aver portato a casa quella trota gli aveva risparmiata una solenne bastonatura, e che anche il maestro gli aveva detto che la trota valeva la regola del tre e tutta la computisteria messe insieme.

     L’albergatore a questo punto fu chiamato fuori della stanza, e Giorgio e io volgemmo lo
sguardo al pesce.
Era veramente una trota meravigliosa. Quanto più la guardavamo, tanto più ci appariva stupefacente.
Interessò tanto Giorgio ch’egli s’arrampicò sulla spalliera d’una sedia per osservarla meglio.
E allora la sedia scivolò, e Giorgio s’abbrancò furiosamente alla campana di vetro della trota per non cadere, ma la campana precipitò a terra con uno scroscio, e Giorgio con la sedia sulla campana.
— Non hai rovinata la trota? — gridai sgomento, accorrendo.
— Spero di no — disse Giorgio, levandosi cauto, e guardando in giro.

     Ma purtroppo sì. La trota giaceva in terra sparsa in mille frammenti... dico mille, ma forse
erano soltanto novecento. Non li contai.
Pensammo ch’era strano che una trota imbalsamata dovesse rompersi in pezzettini così.
E sarebbe stato strano, se la trota fosse stata imbalsamata, ma non lo era.

     La trota era di gesso.



Foto di swann1000

 
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