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Post n°18 pubblicato il 27 Maggio 2012 da storieanonime
Quando posso cammino in ciabatte. Lo ammetto, non è elegante È che mi piacciono i piedi nudi sull'asfalto o sulla terra e le ciabatte Sono la cosa più esile che si frappone al contatto col mondo. Cammino in ciabatte e pantaloncini corti e magliette o camicie molto Lunghe Ampie. È come se il cielo mi baciasse la pelle. E l’aria attraversasse l’anima. È come se gli uccelli volassero dentro, i ghepardi corressero nella carne I delfini e le balene attraversassero il sangue. Quando posso sono nudo al mondo. Mi denudo. Mi apro. Mi spalanco.
I miei stanno ancora in campagna. Posso raggiungerli la domenica, spogliarmi del tempo. Posso tornare il bambino che ero. Arrampicarmi sugli alberi. Parlare alle foglie e alle carpe mutanti che alleviamo nella piscina desueta. I cani sono morti. Ci vengono a trovare gatti randagi e qualche altra specie animale di solito poco apprezzata. Lucertole. Serpenti. Ragni. Formiche. Libellule e farfalle. Cornacchie e altri volatili che non ricordo il nome. Non sono san Francesco ma confesso che con loro mi trovo meglio che con la specie di bipidi glabri a cui appartengo.
Come spesso succede una carpa è riuscita a saltare fuori dalla vasca. Provava a correre sul prato, facendo leva sulle poderose pinne mutate in artigli. Ci ho messo un po’ a catturarla. Non sono più l’uomo che ero. Questo me lo ha detto la carpa, allungando il muso quasi per mordermi il naso. Carpa traditrice! ho detto Mordi chi ti nutre ogni giorno! Nutri ogni giorno un prigioniero. Ha detto la carpa mutante. Aveva ragione. Ho guardato il cielo. I piedi. Gli animali Che sogno mi corrono dentro e ho capito che è vero. Non puoi tenere qualcuno prigioniero senza che impazzisca. In un modo o nell’altro. Così ho lasciato la carpa sull’erba. Sono tornato a casa. Ho ingoiato un rinforzo di grappa. Poi sul display del telefono multimediale ho scritto al mio capo: In gabbia nessun animale è felice neppure una carpa.
(foto di Aaron Feaver)
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Post n°17 pubblicato il 26 Maggio 2012 da storieanonime
Il dolore mi piace, quando non è troppo beninteso. Ti fa sentire vivo. Che ci sei nel mondo. Che il tuo corpo è qui e geme e soffre e gode. Perché se un dolore non è lancinante, non raggiunge il parossismo, ci troverai dentro una componente di piacere. Se non altro il piacere di sentirsi vivi. Di esserci, di trovarsi, riconoscersi. Sono qui. Bene. Siamo tornati sotto la pioggia. Mi hai lasciato a casa, sei andata al lavoro. A massaggiare qualcuno. Tranquillo, hai detto. Non c’è penetrazione. Tu sei stato un’eccezione. È così che dici a tutti? Ho chiesto,mentre su queste labbra, lieve come una carezza, deponevi un ultimo bacio. Doveva essere una battuta ma in quel momento non ti ho fatto ridere. Con il muso quadrato della tua vecchia mini puntavamo l’attenzione al mare, gustavo lentamente il piacere del tuo mondo e ho sentito quella cosa, dentro. Quella cosa che è come un buco profondissimo che temono in molti. Come lasciarsi cadere non sapendo se c’è qualcosa, lì in fondo, a sostenerti, a proteggerti, a mantenerti saldo. Il dolore è bello se sopravvivi. Io non ho mai avuto paura di lasciarmi andare, forse perché non l’ho mai fatto davvero. Mi affacciavo sull’orlo dell’abisso e dicevo, Chi me lo fa fare? Prendi quello che ti serve e vattene. Assaporala, godila, e via. Questa cazzo di vita. Poi ho fatto il movimento sbagliato e un fulmine mi ha colpito la schiena. Fulminato. Proprio dopo l’ultimo bacio. Mentre scendevo dalla piccola trappola che chiami automobile. Ora sono a letto. Sorrido per le fitte che spezzano in due, quando mi alzo per andare a pisciare. Questo corpo. Da fuori arrivano le grida e i crepiti di una città in rovina. Clacson, stridore di gomme, urla. Non posso chiudere la finestra, sto fumando un sigaro. La salute è importante, m’hanno detto. Per quello non chiudo la finestra. Questa è una battuta. Oggi niente lavoro. L’idea era passare qualche ora con Giulia e poi aspettare che tornasse dal Louvre per mangiarci una cosa insieme e insieme passare la notte. Rifletto sul fatto. Da quando l’ho conosciuta, ci vediamo sempre più spesso. E’ una relazione la nostra? Non ce lo siamo mai chiesto. Provo a ricordare quante altre storie ho in ballo. Mi confondo. È per via di un problema con la memoria affettiva. Così la chiamo. Rimuovo. Cerco di dimenticare. Nel cervello ho un calendario sballato. Certe volte passano giorni che mi sembrano anni, altre volte passano gli anni e mi sembrano giorni. Faccio bene i conti. Con Laura mi sono lasciato. Michela mi ha lasciato lei, e in malo modo. Paola l’ho trovata con un altro, colta in flagrante. Al mare. Questo cazzo di mare, come dice Giulia. Si baciavano. Bé, meglio che se li avessi incontrati a scopare in una trappola di mini come con Giulia qualche ora fa! Vabbé, andiamo avanti... buco di qualche anno. Nessuna relazione. Cioè, niente che durasse più di qualche incontro. Qualche puttana, pure. Credo. Se quelle come Giulia si possono chiamare puttane. Un mio amico dice di no. Se non c’è penetrazione non è prostituzione vera ma solo preliminari. Insomma coccole. E chi mai chiamerebbe coccole la prostituzione! Stefano ha una logica curiosa, ma parlerò di lui più avanti. Quindi? Niente. Giulia è la prima cosa simile a una storia che vivo da anni. Quasi. Cazzarola, dimenticavo Narumi! Ma lei non è proprio una storia, nel senso stretto voglio dire... una specie di amicizia... ci conosciamoda anni, lei è il top manager per l’Italia di una multinazionale giapponese che produce presidi ospedalieri, o come diavolo si chiamano... Tipo valvole per il cuore, viti che aggiustano ossa, palloncini per dilatare le arterie, reti per sostenere le ernie o roba del genere... strumenti, macchinari. Protesi. Insomma, l’uomo ormai è un mezzo androide. Ci sostituiscono i pezzi. Aggiungono, tolgono, riciclano. Con Narumi ci vediamo pochissimo e non so quasi niente della sua vita. E’ sposata con un americano che vive in Giappone, un mega capo ancora più importante di lei, ma non mi ha mai raccontato di come vivono, non hanno figli e da quanto ne so non fanno quasi mai niente insieme se non incontri ufficiali con politici o altri mega capi di altre mega multinazionali. Viaggia spesso, vive soprattutto nei cieli, è di base a Milano ma qualche volta scende a Roma per riunioni con politici o rappresentanti del ministero della salute. Qualche giorno prima di venire a Roma mi chiama per organizzare un incontro, sempre con molto anticipo, almeno una settimana, dieci giorni. Certe volte anche un mese. Viene a prendermi con l’autista, andiamo a cena in posti dove devi mettere la giacca e non so bene come comportarmi, dove mangi poco ma bevi vino prelibato e poi a letto, in alberghi altrettanto esclusivi. E’ soprattutto una storia di sesso. Mi prende e mi porta via, per parafrasare il titolo di un romanzo, però solo per usarmi. Manipolazione si chiama. Dice, Fai questo, fai quello. Dice, Mi vuoi? E quanto mi vuoi? La vuoi? Dice, Hai voglia di leccarla. Dice, Sono tutta bagnata. Colo. Dice, Da come ce l’hai duro mi sa tanto che non vedi l’ora di scoparmi. Sbattermi per bene. Ha una voce divertita e suadente ma capisco che per lei è come un mantra, certe volte penso che si ecciti più a parlare che a fare quello che facciamo. Si eccita a ‘pensarlo’ quello che faremo... Una specie di gioco. Credo sia sadica o qualcosa del genere. Ma non mi ha mai picchiato, gode solo quando vede che la desidero, che ho voglia di lei. Che ho bisogno. Per questo mi manipola. E mi chiama con tutto quell’anticipo. Non vuole che lo faccia, prima del nostro incontro. Per almeno una settimana o due. Voglio che hai bisogno, dice. Le pochissime volte che ho mentito se n’è accorta subito. Dice che lo vede da quanto ho voglia. E da quanto è carico lo sperma. Una questione biologica,dice. Dalla biologia non si scappa. E lei è una biochimica. Certe cose le sa. Ha sul display del blackberry la foto di un nero bello e maestoso. Va spesso a Cuba in vacanza o africa o posti del genere. Io devo essere il suo giocattolo del posto, mi sembra strano che non abbia trovato qualcuno più giovane e atletico ma forse la diverto per i miei sbagli sul lavoro, quando a cena parliamo di lavoro. La faccio ridere. Sono un uomo da ridere. Ci siamo conosciuti a un convegno, per caso. Anch’io lavoro nel farmaceutico ma per una società di marketing che offre servizi alle aziende. Invento pubblicità, sono a tutti gli effetti un markettaro. Quel giorno lei non aveva preso impegni per cena e così l’ho invitata. E’ stata una cosa semplice da subito. Aveva voglia di sesso, me lo disse così, esplicitamente, al dessert. Mi portò in albergo, mi chiese di fare la doccia, posò un preservativo sul comodino e mi fece stendere sul letto. Si è spogliata. Io non mi lavo, ha detto. Voglio che mi prendi così. Che mi lavi tu, con la lingua. Concludo che con Narumi non è una storia, posso anche non dirlo a Giulia, lei mica mi racconta dei clienti! E se ci penso bene anche se Narumi non ha mai lasciato i soldi sul comodino, vicino al sacchetto vuoto del preservativo, è solo perché mi ha premiato in altri modi. Consigliando prodotti, contatti, clienti. In effetti ho un secondo lavoro che è come il primo di Giulia, la differenza sta nel fatto che ho un cliente soltanto. Il pensiero mi deprime. Non l’avevo mai vista da questo profilo, la relazione con Narumi. Anni. Cerco di ricordare le persone che mi ha fatto conoscere. I lavori che in qualche modo mi ha procurato. Tante e tanti. Chi sarei stato senza di lei? Improvvisamente mi sento uno schifo. Un dolore che non mi piace per niente. Questa cazzo di vita.
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Post n°16 pubblicato il 24 Maggio 2012 da storieanonime
Se guardo il mare dopo un po’ mi commuovo. Tipo lacrimoni. Ma non è tristezza, non sempre almeno, è meraviglia. A me la meraviglia fa questo effetto. Certo, non sempre fino alle lacrime, non sono ‘così’ emotivo, tipo rimbambito, però resto lì, in silenzio, davanti a questa immane distesa di acqua, penso a tutto quello c’è sotto, dentro, montagne, profondità abissali, pesci, balene, relitti, ogni tipo di animale sospeso in quel liquido caldo, freddo, gelato, vulcanico… penso a maremoti, tempeste maestose, onde perfette alte trenta piani, penso al tempo passato, a romanzi, film, storie più o meno immaginarie… penso all’estate e alle donne che camminano sulla spiaggia, costumi succinti, di tutti i colori, che s’infilano tra i glutei… è nuvolo e piove fitto ma leggerissimo, quasi non lo sento, non c’è nessuno tranne il sottoscritto e la mia benefattrice. Così chiamo Giulia. Quando si spoglia e mi bacia. Una santa donna. Un angelo. Una puttana. Un po’ tutto insieme. Adoro questo genere di donne, non so perché, forse perché ho radici nomadi, zingaresche… non saprei… sta di fatto che in questo momento, nonostante il brutto tempo e la spiaggia deserta, dopo che alle balene, le maestose distese di acqua, le tempeste terrificanti e le onde perfette alte trenta piani, il pensiero arriva inevitabilmente a quello. Il passo della femmina sulla sabbia. Come stai? Chiede la mia benefattrice, quando resto in silenzio si preoccupa… Benissimo dico io. Pensavo al culo delle donne. A cosa? Sorrido e ripeto, Al culo delle donne! Vorresti dire che ho attraversato l’intera fottutissima città, incazzandomi con mezzo milione di auto e bipedi all’interno, quasi facendomi violentare e picchiare (non necessariamente nell’ordine) da un energumeno troglodita che si è stranito per quella strombazzata, che sono arrivata fin qui e che da venti minuti minimo sono seduta sulla sabbia bagnata sotto la pioggia a guardare questo cazzo di mare che è una fogna con te più silenzioso di un morto per sentirmi dire che stai pensando al culo delle donne? E poi, di grazia, mio signore, a quale culo nello specifico? Almeno al mio, spero! Ma certo amore, che dici, stavo scherzando! E non chiamarmi amore che non sai neppure cosa vuol dire! Non lo conosci neppure lontanamente il senso di quella parola, hai quasi mezzo secolo sulle spalle ma potrei spiegartelo io cos’è l’amore! Come chiunque altro d’altronde, ma tu no, tu non lo sai cos’è l’amore! Ti ho capito bello mio, ami solo la tua depressione, l’alcool, le piccole manie e viziarti o viziarmi solo per il piacere di aver la sensazione che mi compri. Sei malato dentro. Cazzo! Dovrei mollarti qui e adesso! Si alza in piedi, fa per andarsene, l’afferro appena in tempo per la cinta dei jeans, la tiro a me, mi cade addosso, prova a schiaffeggiarmi ma le blocco le mani, gliele stringo dietro la schiena, la rivolto sulla sabbia, mi ci accavallo sopra, provo a baciarla, non ci riesco, sposta il viso, prova a mordermi il collo, ci riesce, grido, Cazzo sei pazza! Rido. Lasciami! Grida lei. Ti lascio se non scappi e ti fai baciare il collo, giura! Giulia giura. Ma non ride. La lascio. Lei allarga le braccia sulla sabbia, alza il mento, mostra il suo bellissimo tenero collo. Lì nascondo tanti piccoli baci. Sospira. Arrivo alle labbra. Ora non morde. Mi abbraccia. Sei più bella di tutte le onde del mare, dico. Sei più stronzo di tutti gli stronzi del mare, dice Giulia. Labbra di albicocca. Arrivo con la mano sotto il maglioncino, sollevo il reggiseno e la carezzo, la stuzzico piano piano. Sospira. Sospiro. Cazzo. Aumenta la pioggia, temporale. Proprio adesso! Mi stavo eccitando. Pensavo alla monta dei cavalli. Quella bestialità pura. Animali possenti. Le passo la lingua sulle labbra. Giulia è furiosa e bacia come se mordesse. Sei uno stronzo, dice. Non lo so perché mi ecciti. Tu mi ecciti anche se non sei stronza, dico io. Andiamo in macchina. Corriamo. Cioè, Giulia corre mentre io la seguo lento, mi piace bagnarmi, ci sarei rimasto, lì, sulla sabbia. Di solito le persone cominciano a scappare come se cadesse acido muriatico, è curioso, facciamo la doccia ma se l’acqua cade dal cielo ci spaventa, anche se potremmo asciugarci cinque minuti dopo. Forse è una questione genetica, in fondo la mente umana è civilizzata solo per metà e in effetti per molti aspetti preferisco la metà animale. Quando entro in macchina Giulia è distesa sul sedile posteriore. Quasi nuda. Solo con le mutandine. Cazzarola, penso. Giulia a raccontarla non ci riesco, avrei bisogno di una foto, farei prima, ma neppure una foto la descriverebbe come si deve… è rossiccia, morbida e caotica, con un carattere da indiavolata però, dardeggiante... per molti aspetti la sua bellezza è in come si muove, in come ti guarda e sorride. Non è bella ed è bellissima allo stesso tempo. Cioè è fatta bene, per carità, però ha un viso particolare, intrigante, molto. Almeno per me. E comunque ha un sacco di successo con gli uomini, E’ una della massaggiatrici più richieste, lì al Louvre, così dice. Non sono geloso, è il suo lavoro. In un certo senso mi intriga pure quello, pensare come eccita altri uomini. Ho una mente contorta, lo ammetto. Resto a guardarla dal finestrino, sotto la pioggia. Si carezza. Allarga le cosce. Fa scivolare le dita sotto le mutandine. Si muovono come ombre cinesi. Sento il vuoto dentro, le farfalle e tutto il resto. Quella fame atavica. Che bello. Lo stallone e la puledra. La monta. Sospiro. Entro in macchina. L’adoro questa cazzo di vita.
(foto scaricata da wevegotbush su tumblr)
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Post n°15 pubblicato il 22 Maggio 2012 da storieanonime
L’adoro questa cazzo di vita. Ma non riesco a dirla. Scrivo una serie di stupidaggini. Niente che venga bene. Mi viene in mente David Foster Wallace, come diavolo faceva? E perché cazzarola si è impiccato? Accendo la televisione, vedo un presentatore, un politico, la velina di turno che sculetta senza neppure farlo bene, accennando un balletto che proprio non riesce, mi chiedo, perché Lui e non Loro? Non lo so, davvero. La vita mi assale da tutte le parti, mi sorprende. Non la capisco. Certe volte vorrei arrendermi. Lasciarmi andare.L’ottusità incombe. Quello che hai proprio davanti che ti verrebbe da gridare E’ quella la verità! Ti sembra che lo vedano in pochissimi e tu sei lì con loro a riscoprirlo ogni giorno senza saperlo dire. Come se fossimo tanti muti con esplosioni incessanti nel cuore. Sei venuta a prendermi. Adoro quando lo fai. Questa cazzo di vita. Sonno una femmina, dentro, l’ho sempre detto. Mi porti al mare. Piove. Tu lo sai che adoro il mare, quando piove. Oggi sono così depresso che non parlo. Dici che non mi sopporti più, che non sai perché continui a venirmi a trovare, che conosci un sacco di gente ‘fichissima’ da ‘sballo’ e perdi tempo con un mezzo relitto come me. Dici che mi lascerai all’angolo di una strada a chiedere l’elemosina, come quel mio amico che è scomparso, cioè che ha mollato tutto e si è messo a fare il barbone. Si può fare il barbone?, questo vorrei chiedertelo ma non mi va di parlare. Barbone lo sei o non lo sei, è uno stato interno. Io sono un barbone, dentro, anche. E una femmina e un’anima in pena. E un depresso che mi stanco pure a stare con me stesso. Ecco perché si è suicidato il mitico Wallace. Non si amava. Io non ti amo, scrive Nathalie Sarraute nel suo romanzo a più voci. Tu non ti ami. Per quello uno si uccide. Per la pena di vivere che è peggio della paura di morire. Invece la gente si ama. Si adorano. Si credono tutti dei grandi pensatori, grandi sentimentali! Sensibile, è la parola. Sono tutti molto sensibili e intelligenti e fichissimi! Ma cosa ci trovano in questi corpi? In questa esperienza di vivere? In questo ammasso di cellule e limiti che se ti va bene (ma solo ‘se’) riesci ad articolare un pensiero sublime,restando lo stesso, comunque e per sempre, un pezzo di carne a breve scadenza?Cosa? Non lo so, davvero. Se si suicida David Foster Wallace dovremmo farlo tutti, per rispetto. Per declinare questo gene perverso che chiamiamo ‘umano’. Ma oggi no. Oggi non divento barbone e neppure muoio, non credo, a meno che Giulia non continui a correre come una pazza per le vie del centro, litigare ai semafori, suonare il clacson come se le mani fossero inchiodate a una croce di plastica nera. Ma perché lo faccio! Ripete. Io lo so perché lo fa. Perché sono un uomo di grandi vedute e nonostante il suo lavoro la coccolo e le voglio bene, mi piace un sacco e la nostra relazione clandestina è la cosa più viva che vivo e forse pure lei, che nonostante sia giovane e bella è costretta ad alzare gli euri al centro massaggi dove l’ho conosciuta. Dice di aver fatto una scuola di fisioterapia ma che solo con quella ci alzava pochissimo. Alzare è la parola. Non campava insomma. Poi ha scoperto Il Louvre. Così lo chiamano. Ma vai a capire perché! Mi ricorda quella serie di vecchi telefilm, Belfagor o qualcosa del genere. La mente galoppa mentre il mio piccolo fiore sgattaiola per vie impenetrabili e sopratutto a traffico limitato (tanto pago io ha detto, se mi multano) che ha poco tempo e deve portarmi e riportarmi dal mare entro le sei, che ha un appuntamento. Pranzo veloce alla luce del sole che non c’è, sotto lapioggia. Voglio sentire l’acqua con i piedi, sono le uniche parole che ho detto. Tu sei sbagliato ha detto lei, E’per questo che mi stai simpatico. Uno come te non l’ho mai visto e ancora non l’ho incontrato. Certo che se lo incontro più bello e divertente, puoi giurarci che ti mollo all’istante! I belli e divertenti spesso durano poco, non ce la fanno, hanno l’inquietudine ma non la riconoscono e quindi sono loro a mollarti e presto. Io duro di più. Questo lo dico io e sorrido. Mi hai fatto sorridere, dico. Grazie dice Giulia. E mi bacia sulle labbra, un bacio leggero e dolcissimo che le frattempo non si accorge del rosso e inchioda a un centimetro dall’auto ferma davanti, riprende le urla di una lupa che soffre e spreme per bene il clacson, provo a dirle che è colpa nostra ma non mi sente. Quando l’energumeno esce dall’auto io pure lo faccio e a mani alzate e grido Ti prego calmati è una pazza che già devo combatterci io e vorrei arrivare al mare sano e salvo! Quello mi guarda e dice: Ma vaffanculo! Così vanno certe cose. ...
(foto di david foester wallace 1962-2008) |
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Post n°12 pubblicato il 22 Maggio 2012 da storieanonime
Finché resta il fiato, il cuore batte, le gambe mi sostengono (nonostante il vuoto il dolore le sconfitte) Finché mi sostengono le gambe e le braccia e gli occhi vedono E queste labbra toccano come dita e queste dita come labbra Ti cercano in bocca, finché mi sostengono i baci e il sapore Fra le cosce, e il sole e il vento che batte come un corno Le tempie, finché mi sostengono le tempie e il sangue che batte e Il cervello canta un canto che non conosco senza dirlo Finché posso dirlo, bene o male, posso sussurrarlo, piangerlo a parole (nonostante il vuoto il dolore le sconfitte) A parole farti piangere e godere, finché posso farti piangere e godere E nei miei giorni ci sarà il desiderio e la rabbia, la tristezza la gioia Il canto la caduta la sconfitta e la vittoria Finché ogni giorno mi alzerò con tutto questo dentro Provando semplicemente a dirlo... Vivrò e sarò vivo. (foto di dan busta) |
I testi sono del curatore, delle foto dove possibile cito la fonte, quella del nick e questa qui sopra sono di Aaron Feaver. Buona lettura.
"Falcone, Morvillo, scuola, ragazzi, mattina, cassonetto, bomba, bombe, schegge, sangue, sirene, sangue, prof, genitori, bidelli, ospedale, mafia, Italia, allarme, orrore, paura, retorica, sangue, notizie, altre notizie, accertamenti, autorità, Melissa, 16 anni. (...)"
Alessandro Robecchi " Le parole per dirlo" (su ll manifesto), Domenica, 20 maggio, 2012.


