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BURQUA/ Sbai: una proposta per liberare le donne
La violenza, a volte, può assumere le forme più varie. Quella sulle donne, in particolare, travalica ogni limite, portandola ad essere oggetto di condizionamenti assurdi che non possono essere tollerati in una società che si dice pronta a superare ogni tipo di discriminazione. Nessuna donna, di nessuna nazionalità, dovrebbe essere sottoposta ad alcuna forma di coercizione, né fisica né tantomeno morale. Un problema, questo, che spesso sfugge ai più, e che a volte viene scagionato attraverso l’utilizzo di alibi che non trovano alcuna giustificazione. Essere una donna, e ancora di più, essere una donna musulmana oggi, significa essere “costretta” in una condizione di inferiorità alla stregua di un oggetto, senza alcuna possibilità di pensiero e di raziocinio. È questa la condizione che molti attribuiscono alla donna musulmana, forse appoggiandosi ad un’erronea concezione dei principi della religione islamica. In Marocco, grazie all’introduzione della Moudwana, il nuovo codice di famiglia, o in Tunisia come in tanti altri paesi, la condizione della donna non contempla questo tipo di vessazioni, né tantomeno la obbliga a vivere in condizione di inferiorità rispetto all’uomo. Questo avviene solo in altri paesi. Tra questi l’Afghanistan, dove il presidente Karzai avrebbe voluto introdurre una legge che non punisse lo stupro delle donne da parte dei mariti, per la quale alle donne sarebbe stato proibito lavorare ed uscire di casa senza il coniuge o un parente maschio, e che avrebbe dato al marito la possibilità di privare la moglie del cibo se "disubbidiente". Karzai per fortuna non vi è riuscito. Come ha affermato l’intellettuale marocchino di fama internazionale, Tahar Ben Jelloun, vi è “lo zahir e il batin, il visibile e il nascosto, ciò che è palese e ciò che invece è rinchiuso nell’anima”. Non c’è gerarchia, non ci sono intermediari fra il credente e Dio, non c’è uomo che possa stabilire se e come una donna si debba vestire per essere più vicina alla religione. Non è attraverso un burqa o un niqab che l’essere femminile dimostra di essere una buona musulmana. Anche se questi indumenti sono in uso presso alcune donne immigrate di religione musulmana e italiane convertite all’islam, ciò non significa che senza il loro uso la professione del culto venga intaccata. Il burqa e il niqab, come ha anche ricordato il grande imam dell’università al Ahzar del Cairo, non hanno nulla a che spartire con la religione. Fonte: Il Sussidiario.it |
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