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Dante Aligheri

 

 

 

Nel 1318, Dante termina la Divina Commedia, nella quale allude ripetutamente ai Templari, al loro martirio e alla loro resurrezione. Ad esempio, nel Paradiso (canto XXX), Beatrice, nell'empireo, è contornata e protetta dal "convento de le bianche stole", che non sono altro che i cavalieri del Tempio, riconoscibili per i loro favolosi mantelli bianchi contraddistinti da un croce patente rossa sulla spalla. Sempre negli ultimi cieli del Paradiso, se Dante sceglie San Bernardo come guida (canto XXXII), è a causa degli stretti rapporti tra l'abate di Clairvaux con l'Ordine del Tempio; in effetti, nel 1128, circa dieci anni dopo la sua fondazione, questo Ordine ricevette la sua regola dal concilio di Troyes, e fu proprio Bernardo che, in qualità di segretario del concilio, ebbe l'incarico di redigerla (completandola definitivamente solo nel 1131). Successivamente, Bernardo commentò questa regola nel trattato De laude novae militiae, nella quale espose con una magnifica eloquenza i termini della missione e dell'ideale di una cavalleria cristiana, definita "milizia di Dio". Ritroviamo spesso gli stessi termini negli scritti dei Fedeli d'Amore, di cui Dante era un membro eminente. Disseminando le loro opere con simboli esoterici, Dante e i Fedeli d'Amore non fanno altro che richiamare la loro affiliazione allo spirito cavalleresco dell'Ordine del Tempio, che aveva posto la sua soluzione sotto il segno dell'esoterismo, che gli avrebbe consentito d'instaurare relazioni pacifiche con i musulmani. Sul rovescio della medaglia che rappresenta Dante è possibile leggere una strana sequenza di lettere: "F.S.K.I.P.F.T.". Alcuni pensano che queste iniziali possano riferirsi alle sette virtù care a Pisanello: Fides, Spes, Charitas, Justitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia, malgrado l'anomalia tipografica relativa alla lettera "K" (l'ortografia di Charitas non può essere Karitas in latino); infatti, secondo René Guénon, queste lettere significano "Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius". Qualificando Dante come Fratello Templare, "Santo" della "Fede", questa medaglia non solo offre una dimostrazione aggiuntiva della stretta relazione che univa Dante ai Templari, ma sottintende anche che i Fedeli d'Amore furono senza dubbio i veri ed i soli guardiani dei valori morali e spirituali dell'Ordine del Tempio.

 

San Francesco di Assisi

fratello Sole e Sorella Luna

Altissimu, onnipotente bon Signore, Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. Ad Te solo, Altissimo, se konfano, et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumeni noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento. Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore et sostengono infirmitate et tribulatione. Beati quelli ke 'l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate. (Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi)

 

SINDONE

 

La figura di Goffredo de Charny, signore di Lirey, in Champagne, sembra uscire direttamente da un racconto cavalleresco. È tra le mani di questo eroico cavaliere che la Sacra Sindone fa ufficialmente la sua apparizione in Francia. Dopo una vita di avventure improntate ai più alti ideali della cavalleria medievale (ed intorno alle quali il nostro scriverà un libro di buon successo, sorta di manuale del perfetto Chevalier), nel 1355 viene incaricato dal re di portare il suo stendardo di battaglia.
È un grande riconoscimento, e il cavaliere non lo disonora: l'anno successivo muore eroicamente nella battaglia di Poitiers, nella strenua difesa dell'Orifiamma, la lingua di tessuto rosso fiammante simbolo del potere supremo e dell'onore di Francia. Come sia giunta, la Sacra Sindone, all'eroico vessillifero di Francia, rimane un mistero. Vediamo le ipotesi che sono state fatte in proposito. La Sacra Sindone potrebbe essere stato un bene di famiglia pervenuto a Goffredo tramite matrimonio o amicizia. Stretti legami collegano Goffredo ai discendenti di Otto de la Roche, feudatario francese e primo duca di Atene, ai tempi in cui proprio ad Atene della Sacra Sindone abbiamo avuto l’ultima segnalazione. La Sacra Sindone avrebbe potuto fare parte dei tesori di famiglia; Goffredo di Charny sposò una diretta discendente di Otto, che avrebbe potuto portargli la reliquia in dote,e fu grande amico di Gautier IV de Brienne, conestabile di Francia e fedele compagno d’armi, anche lui caduto a Poitiers. Se anche non fosse stata materialmente in loro possesso, Gautier IV de Brienne o la stessa consorte potrebbero aver rivelato all'indomito cavaliere il nascondiglio della Sacra Sindone in Oriente: questo spiegherebbe il rapido viaggio di Goffredo oltremare, fino a Smirne nel 1345, ufficialmente compiuto al seguito del Delfino. Ecco il possibile anello mancante della catena che, da Atene, porta il sudario direttamente nelle mani di un cavaliere francese del Trecento. La "pista templare" sostiene che la Sacra Sindone fosse stata affidata a Goffredo durante un periodo di prigionia in Inghilterra, nel castello di Goodrich. Qui essa sarebbe stata portata da quei Cavalieri Templari che scamparono ai roghi e alle carceri di Francia. In contrasto con i fitti misteri dei secoli precedenti, la storia "europea" del Sacro Tessuto, dopo la riapparizione in mano ai de Charny, è sufficientemente documentata: nel 1453 la reliquia viene ceduta da Margherita, ultima erede degli Charny, al duca Ludovico di Savoia. Le travagliate vicende del ducato dei Savoia porteranno in seguito la Sacra Sindone, a più riprese, da Chambéry, in Piemonte, in altre città della Francia e dell'Alta Italia, fino alla traslazione definitiva nella città di Torino nel 1578. La Sacra Sindone, di proprietà di Casa Savoia per oltre mezzo secolo, è stata assegnata, in un lascito testamentario del capo della Casata ed ultimo Re d'Italia S.A.R. Umberto II di Savoia, al Sommo Pontefice. Il re in esilio è morto a Ginevra nel 1983, anno dal quale la Sacra Sindone è divenuta, dunque, di proprietà pontificia.

 

IN FEDE

 

ANTICA SEDE

 

Nel  1102, il Re di Gerusalemme Baldovino II, concesse hai cavalieri di Cristo la custodia del Tempio di Salomone e la residenza nel  monastero fortificato di Nostra Signora di Sion situato a finaco al Tempio, con il passare degli anni il numero dei cavalieri aumentò, cosicchè dovettero trasferirsi a pochi metri, andando ad occupare tutta l'area di quella che era la spianata del Tempio di Salomone, ossia l'area fra la Moschea della Roccia e la Moschea di Al-Aqsaa. A questo punto il loro nome fu cambiato in "Ordine dei Cavalieri di Cristo a Cavalieri del Tempio di Gerusalemme". 

 

 

GOFFREDO DI BUGLIONE

BALDOVINO I

 

templari in Terrasanta

 

 

  


 

 

 

Il Krak dei cavalieri , così chiamato, imponente ancor oggi nonostante i millenni, sorge su un colle di 750 metri , conquistato nel 1109 da Tancredi di Antiochia; fu ceduto in seguito all’ordini cavallereschi. È un castello quasi senza fine, robusto; solo lo spessore della prima cerchia di mura è di 24 metri, la seconda cerchia domina la prima ed infine vi è un robusto mastio che controlla tutte e due; in pratica compongono il krak tre castelli costruiti uno sull’altro ed indipendenti tra loro. Il Krak era considerato il castello più grande tra le tante fortezze -forse il più bello del mondo-, nella valle della Becaa. Il suo nome in arabo significa dunque fortezza, “Karak”, cardine della difesa del porto di Tripoli e della valle d Becaa, inserito come un anello in una collana tra le cui maglie splendevano i castelli della Santa Milizia Templare.
 La fortezza KARAK come la chiamavano gli arabi-. KARAK è un palindromo, cioè una parola che si legge uguale sia da Occidente, sinistra a destra, che da Oriente, destra a sinistra. In sumero significa ‘anima (KA) Sole (sia RA che AR)’. KAR è la ‘forza dell’anima’ [Il nome Carlo ß KAR LU ‘soggetto forza’ comprova].

 

templari lungo la via Francigena

 
La presenza dei Templari in Italia riguardava tanto le regioni settentrionali (ad esempio lungo la via Francigena, una delle arterie principali lungo le quali i pellegrini dalla Francia giungevano a Roma), quanto nelle regioni meridionali e, tra queste, un sicuro ruolo di preminenza fu svolto dalla Puglia per la posizione strategica occupata da questa regione da sempre crocevia tra Occidente ed Oriente. La causa dell'espansione dei Templari in Italia è da ricondurre a due motivazioni principali: la viabilità terrestre e la possibilità di adoperare i porti, in modo speciale quelli della costa pugliese (Manfredonia, Barletta, Trani, Molfetta, Bari, Brindisi), per l'imbarco verso la Terra Santa dei pellegrini e dei Crociati ed il loro rientro, nonché per la spedizione di vettovagliamento e derrate alimentari alle guarnigioni templari in Outremer. L'espansione dell'Ordine (tra la seconda metà del XII secolo sino alla fine del XIII secolo) avveniva secondo una logica ben precisa tendente a privilegiare in primo luogo le località costiere per poi procedere verso l'entroterra. Secondo una stima approssimata per difetto, in Italia erano presenti almeno 150 insediamenti appartenenti all'Ordine del Tempio, di questi meno di un terzo si trovavano nella parte meridionale della penisola.
La maggiore concentrazione di domus templari, molto probabilmente, era nella terra di Puglia ove, tra l'altro, avevano diverse sedi. Gli insediamenti dei Templari erano chiamati in Italia "precettorie" o "mansioni" a seconda della loro importanza, mentre in Francia prendevano il nome di "Commanderies". Anche in Puglia l'espansione sul territorio delle case templari seguì la dinamica sopra esposta: dagli avamposti sul mar Adriatico i Templari cominciarono a penetrare all'interno del territorio pugliese e, in particolare, nelle fertili pianure della Capitanata nell'entroterra garganico e della Murgia in Terra di Bari.I Cavalieri Templari sovente alloggiavano in chiese minori, oratori, cappelle dipendenti da episcopi o cattedrali o in monasteri cui spesso erano annessi ospizi per l'accoglienza dei pellegrini. Grazie all'intervento dei pontefici il Tempio riusciva ad ottenere in concessione perpetua o temporanea immobili appartenenti ad Enti ecclesiastici dietro pagamento di un censo annuo. A volte erano gli stessi Templari a costruire delle chiese, anche se in Italia tale attività sembra essere alquanto ridotta. Ma è soprattutto alle donazioni e ai lasciti dei benefattori che il patrimonio templare vide una rapida crescita sia nelle città che nelle campagne. Le domus templari italiane raramente erano isolate e sovente facevano parte di ecclesiae, con le quali finivano per confondersi. Le domus erano anche costituite nell'ambito delle mansiones, composte nella forma più elementare da un ricovero per i viaggiatori ed una stalla per i cavalli. Le domus-mansiones erano collocate nei centri di transito o confluenza delle principali correnti di traffici e pellegrinaggi che percorrevano l'Italia. La funzione assistenziale era altresì svolta con le domus con annessi degli hospitales.

 

Templari in Puglia

Castel del Monte

All'interno del cortile c'era una vasca ottagonale monolitica che serviva per contenere l'acqua; sotto il cortile vi era una cisterna grandissima. Su cinque delle otto torri c'erano cinque cisterne pensili collocate proprio su quelle torri dove c’erano i servizi igienici. Le cisterne raccoglievano l’acqua e quando erano troppo piene c’era un troppo pieno che scaricava fuori. Il terrazzo del castello è fatto a dorso d’asino: l’acqua che scorreva verso l’esterno riempiva queste cisterne, l’acqua che scorreva verso l’interno riempiva la cisterna situata sotto. Ciò dimostrerebbe che Castel del Monte non è un castello di difesa ma un edificio costruito come un Tempio.Fedeico II, Ordina la costruzione del castello nel gennaio del 1240 e muore nel 1250: c'erano dieci anni di tempo per terminare la costruzione del castello. Alla costruzione del castello hanno lavorato maestranze altamente qualificate come dimostrato dalla costruzione architettonica che è un gioiello di matematica. Le pareti del piano superiore erano tutte rivestite di marmi preziosi che sono stati rubati assieme a sculture e bassorilievi. In quel momento storico particolare in Puglia vi era una presenza molto massiccia dei Cavalieri Templari, i monaci guerrieri i quali erano padroni di tutta la Puglia come dimostrano le numerose testimonianze dal Foggiano al Leccese. La Puglia era una delle dieci province dei Cavalieri Templari disseminate dal centro Europa fino al medio Oriente e in più la Puglia a quel tempo era la cerniera tra oriente e occidente.

 

RE RUGGERO II

Jolly Roger". La tradizione vuole che questo vessillo venisse utilizzato anche a bordo delle navi dei "Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone", come i Templari erano conosciuti originariamente. I Templari combattevano le loro battaglie anche in mare, abbordando ed affondando le navi nemiche: di qui l'analogia coi Pirati e l'adozione della bandiera col teschio e le ossa, la bandiera usata da  re Ruggero II di Sicilia (1095-1154). Ruggero era un famoso Templare e di una flotta di seguaci dell'Ordine si separò in quattro unità indipendenti, quindi era una eredità, e le sue ossa incrociate rappresentavano un chiaro riferimento al logo templare della croce rossa con le estremità ingrossate.sempre legata ai Cavalieri Templari. La notte del 13 Ottobre 1307, prima dell'arresto di massa, in gran segreto, 18 galee templari navigarono lungo la Senna e presero il mare, dirette a La Rochelle, dov'era pronta una flotta templare. I Templari, segretamente avvertiti del tranello teso nei loro confronti dal Re Filippo il bello di Francia, avevano portato in salvo il loro Tesoro e le reliquie più preziose. Le loro vele erano state annerite con del catrame per non essere visti nella notte. Durante il viaggio in mare, i Templari superstiti si riunirono in consiglio per decidere sotto quale segno avrebbero navigato, non potendo più utilizzare la classica croce rossa in quanto ormai bandita. Al termine, fu decisa l'adozione dell'antico simbolo di pericolo, il teschio con le tibie incrociate, con il fondo mutato in nero in riferimento al colore delle vele.

 

 

Portogallo tomar

ORDINE SUPREMO del CRISTO

 E’ il più prestigioso fra gli Ordini Equestri Pontifici, riservato solo ai Sovrani ed ai Capi di Stato, di fede cattolica, che si siano resi particolarmente benemeriti verso la Santa Sede. L’ Ordine venne creato da Dionigi I re del Portogallo ( 1279 - 1325) e dedicato a Cristo, riunendo in tale Ordine tutti i cavalieri del Tempio ( templari ) . Alla nuova istituzione rimase la stessa regola dei Templari, quella Cistercense, come parimenti identici restarono il mantello e la croce patente di rosso, con la sola aggiunta di una piccola croce latina di bianco, caricata sulla prima, in cuore. L’Ordine ebbe l’approvazione del Sommo Pontefice Giovanni XXII il 14 marzo 1319, riservando lo stesso Papa anche alla Santa Sede, oltre che ai Sovrani portoghesi, la facoltà di conferire tale ambitissima distinzione cavalleresca. L’Ordine, con la destinazione di tutti i beni dei cavalieri del Tempio presenti in Portogallo e con lo scopo di difendere il Regno d’Algarve contro gl’infedeli scrisse, nella penisola iberica stupende pagine di eroismo e di gloria, nella dura e sanguinosa lotta contro i Mori. La sede originaria dell’istituzione cavalleresca era situata a Castro Marino, nell’Algarvia ed in seguito venne invece spostata a Tomar, nel vecchio convento dei templari, ribattezzato Monastero del Cristo, per meglio respingere gli assalti dei Mori. Il Sommo Pontefice Eugenio IV ( 1431 - 1455 )

 
Creato da: knighttemplar il 18/05/2008
RICERCHE STORICHE

 

 

templari nella terra Molisana

Post n°162 pubblicato il 02 Agosto 2013 da knighttemplar

Situata nel centro storico di Petrella Tifernina, la chiesa di San Giorgio Martire è un edificio absidato a tre navate. La tradizione vuole sia sorta sui resti di un antico insediamento sannita e fu costruita per volontà del Magister Epidius intorno al 1211 (data che si ricava dall’iscrizione incisa sulla lunetta del portale principale).

Un  documento federiciano risalente  al 20 aprile 1241, è conservato in copia notarile del sec. XVI presso la Biblioteca Vaticana di Roma fa un inventario del tesoro delle chiese della Diocesi di Boiano eseguito da G. Capuano di Napoli per ordine di Federico II. Tra le varie chiese è citata quella di S. Giorgio Martire a Petrella Tifernina. Dagli studi dell'arch. Calvani, direttore dei lavori di restauro del 1959, è emerso che la zona absidale è stata costruita sulle strutture di un precedente edificio, impropriamente chiamato cripta di S. Giorgio, conservandone anche l'orientamento. La facciata principale è in pietra a capanna a salienti con uno pseudoprotiro, al di sopra del quale si trova una finestra. (Arch. Anna Claudia Palmieri).

La simbologia cristiano/pagana  raffigurata nella pietra può classificare la Chiesa come "Biblia pauperum" cioe  Bibbia dei poveri proprio perchè chi non sapeva leggere, e in epoca medievale era la  maggior parte del popolo, poteva  avere un'esperienza diretta degli insegnamenti biblici ed evangelici, delle ammonizioni,  grazie alle immagini delle Chiese le quali dovevano essere le più chiare, essenziali e "leggibili" possibile.

Il bestiario sulla facciata della chiesa
Sul portale centrale, nella lunetta, è inserita la scultura raffigurante Giona inghiottito e poi rigettato dalla balena, prefigurazione della morte e resurrezione di Cristo, un drago e l’Agnello crucifero.Sulla lunetta corrono due fasce, di cui quella interna ornata a motivi geometrici in rilievo e l’altra, più esterna, in cui sono scolpite figure umane, animali e fiori stilizzati. Inoltre è possibile leggervi un'iscrizione incompleta: Ad Oxorem Dei et Beati Georgi Martiris Ego XXXX XagisteX EpididiXXX Sc feci AdoXXX MDECIMO.

L'Interno si presenta a pianta basilicale a tre navate, chiuse in fondo da tre .absidi disuguali. Le navate sono separate da robusti pilastri di pietra, uniti tra loro da archi a tutto sesto. Su ogni pilastro poggia  un caratteristico capitello, che non segue i canoni classici, essendo uno diverso dall’altro, decorati a motivi floreali o bestiari. Altra particolarità è l'asimmetria dei pilastri e dei relativi archi. Le immagini scolpite sui capitelli  presentano immagini legate al mondo medievale, popolato da mostri e da elementi decorativi vegetali tipici dell’immaginario medievale ma non solo. La chiesa di Petrella Tifernina è stata definita "Chiesa Tempio Vivo", le scene scolpite sulla pietra riportano sia al mondo religioso, che a quello pagano. Negli ultimi anni però qualcuno ha avanzato l'idea che molti simboli siano direttamente riconducibili ai Templari, come ad esempio lo storico medievalista molisano Domenico La Porta.

 

La croce patente 
Su tutte le colonne all'interno della Chiesa troviamo scolpite "croci a coda di rondine" (simili alle croci patenti). La Croce "croce greca" (quella con i bracci uguali) di colore rosso da cucirsi sugli abiti e sui mantelli bianchi fu concessa ai Templari dal Papa Eugenio III (fonte Nel segno di Valcento cap. 4) allorché un forte contingente di Templari, dalle Capitanerie di Spagna e di Francia fu mandato in aiuto a Luigi VII sotto la guida di Everardo di Barres Maestro di Parigi, con decisione presa nel capitolo del 27 Aprile 1147. L'episodio segna l'identificazione dei Templari con i Cavalieri crociati.  La croce dei Templari é lineare, rappresenta quella della passione di Cristo, nella forma classica le punte si allargano a calice e terminano con bordo superiore dritto, molto più raramente il bordo diritto assume un aspetto concavo lievemente biforcuto (croce a coda di rondine).


"croce a coda di rondine", o "croce di Rodi", o "di Malta" o "Croce Giovannita"

Generalmente la presenza di una di queste croci in un sito non è sufficiente ad attribuire ad esso una presenza di Cavalieri del Tempio. Ma nel caso di Petrella Tifernina altri simboli sembrano ricondurre all'ordine: la scena scolpita nel bassorilievo sull'arco del portale centrale, la presenza dell'agnello crucifero, la collocazione particolare dell'edificio, che non segue la consuetudine delle basiliche cristiane e che hanno fatto nascere un' interrogativo: la chiesa è stata costruita dai Cavalieri Templari tra il 1160 e 1211 o essi ne furono custodi per un periodo? Interrogativi che hanno riaperto le ricerche sulla edificazione della chiesa.

 

Il green man 
Il capitello riproduce un "mascherone" tra foglie e fiori. La tradizione storica classica parla di grandi protomi dalle sembianze umane con enormi bocche dai denti aguzzi e digrignanti emergono nei capitelli del secondo e quinto sostegno della navata destra nonché in quello del quarto pilastro della navata sinistra. Tali maschere rappresentano il male in agguato e addirittura la stessa bocca dell'Inferno. (Arch. Anna Claudia Palmieri)

 

Ipotesi recenti riportano l'immagine raffigurata a quello del " green man". Semi-nascoste sotto i capitelli, le volte o le basi delle colonne in molte chiese, soprattutto di epoca medievale, si trovano molte volte delle strane figure, dei volti, circondate da fogliame. Il nome è di convenienza, perché nessuno ancora sa come questo tipo di raffigurazione fosse chiamata al principio, né quale il suo significato originario.

 

Quello che si sa è che non si tratta di un emblema medievale, ma molto più antico: teste fogliate di questo tipo sono state scolpite nei fregi dei templi e sui capitelli durante tutto l'Impero Romano, e vegetali che spuntano dai volti sono apparsi nell'arte Indiana dall'VII sec., molto prima che diventassero comuni in Europa. Il più antico esemplare conosciuto di Green Man appare sulla tomba di S. Abre, vicino Poitiers, in Francia. Una moderna concezione dell'Uomo Verde lo associa a parecchi riferimenti diversi: un gruppo di antichi miti arborei; l'idea dell'Albero della Vita; usanze popolari relative alle foglie rintracciabili in tutta l'Europa; racconti popolari come quelli di Robin Hood, Galvano, il Cavaliere Verde e altri.

La melusina 
Questo capitello è molto singolare, raffigura una sirena. La tradizione religiosa  riporta ad Isaia : “Ci sono nel mare degli animali detti sirene, che simili a muse cantano armoniosamente con le loro voci, e i naviganti che passano di là quando odono il loro canto si gettano nel mare e periscono".

 

Le sirene bifide, a due code, sono immagini ricorrenti nell'arte romanica. Nel tempo le rappresentazioni di queste figure fantastiche si sono diversificate, per esempio col passaggio dalle sirene-uccelli alle sirene-pesci, alle sirene con due code e addirittura a sirene maschi risentendo profondamente delle mentalità e dell'immaginario collettivo espresso nei testi letterari. Il recupero da parte del cristianesimo di un tema così profondamente pagano come quello della sirena, testimonia il passaggio di valori culturali dall'Antichità al Medioevo, un passaggio avvenuto con l'utilizzo di allegorie. La sirena con due code, una figura molto utilizzata dagli scultori romanici, come in questo caso,  e che, in virtù della sua doppiezza e dell’impudica posizione delle sue code, sta a significare la tentazione che ammalia e conduce alla perdizione.

La rosa a 8 petali  
I simboli che richiamano il numero otto, come la rosa ad otto petali, sono stati diffusamente utilizzati nell'arte e nell'architettura antica e medievale. Il fiore ad otto petali era uno dei simboli a cui era legato Federico II di Svevia. La simbologia del numero otto, ritorna anche nel suo monumento più famoso, Castel del Monte, in Puglia, nel quale l'orientamento degli otto lati e delle otto torri incontra non solo precise corrispondenze astronomiche nel corso delle diverse fasi solari, ma anche perfetti allineamenti geografici con i più importanti centri europei e mediterranei dell'epoca (in primo luogo con Costantinopoli e Gerusalemme, di cui Federico era formalmente anche sovrano). L'imponente castello ottagonale del sovrano svevo in un certo senso sembra avere (oltre che quello di una corona imperiale) anche il disegno di una rosa ad otto petali come il simbolo a lui così caro. Il numero otto indica anche l'ottavo giorno della creazione, ossia la nuova creazione che inizia con la resurrezione di Cristo, per cui l'otto indica la rinascita attraverso il battesimo, della resurrezione, della vita eterna.

 

Ancora otto significa vita futura. Il valore simbolico della rosa è antichissimo. Per la simbologia cristiana la rosa rossa era simbolo del sangue versato da Gesù crocifisso. Iconograficamente, in ambito ecclesiastico, la rosa essendo la regina dei fiori, divenne il simbolo di Maria Vergine.

Ancora un " mascherone " tra fiori e animali 
La tradizione religiosa lo ripoprta al Salmo 80 che recita: " Tu che abiti al riparo del Signore e che dimori alla sua ombra di al Signore, Mio rifugio, mia roccia in cui confido. E ti rialzerà ti solleverà, su ali d'aquila ti reggerà....". 
Ma sempre ricerche storiche recenti riportano al " dio barbuto" che ride, tra i fiori, a sei petali,  della creazione. Il dio barbuto è il chiaro riferimento ai Templari ed alla Sacra Sindone. Ian Wilson propone l'ipotesi che l'idolo templare non fosse altro che la riproduzione della faccia di Cristo effettuata dal Mandylion, la famosa reliquia cristiana che in seguito è stata identificata con la Sacra Sindone di Torino. Secondo le ipotesi più comuni, la Sindone fu nel periodo fra il 1204 ed il 1307 custodita dai Templari, ed essa, opportunamente ripiegata, sarebbe apparsa proprio come una testa barbuta. In effetti, nel presidio templare di Templecombe, nel Somerset (Inghilterra), venne ritrovata la riproduzione di una testa che presentava una rassomiglianza impressionante col volto impresso sulla Sacra Sindone. Per altri, infine, la descrizione terrificante che alcuni ne hanno data richiama la figura di Asmodeo, il demone guardiano del tesoro del Tempio di Salomone.  Infatti il fiore a sei petali ha una particolarità: se si uniscono i vertici, si  disegnano due triangoli uno in su uno in giù (Ermete) e si ottiene il sigillo di Salomone.  La stella di David è la stella a sei punte che, insieme alla Menorah, rappresenta la civiltà e la religiosità ebraica.

 

Le aquile o o girifalchi di federiciana memoria. Si ritorna al collegamento con Federico II.  Varie fonti documentano che Federico II era appassionato di caccia, in particolare di falconeria, da lui considerata "un'arte più nobile delle altre forme di caccia". Secondo la Principessa Yasmin von Hohenstaufen und von Hohenzollern Aprilis di Lanslebourg Puoti ci fu un passaggio della Sindone alla corte di Federico II di Svevia. Secondo ricerche effettuate in tutto il mondo, nel medioevo la Sindone fu nascosta dagli imperatori svevi, nel monastero benedettino di Lorche insieme a tutte le reliquie del Tempio di Gerusalemme. Si dice anche che lo stesso Federico custodì la Sindone tra il 1204 e il 1253 nel castello di Roseto Capo Spulico (CS).

Un morto che esce dalla sua sepoltura 
Un'altra figura antropomorfa di interessante valore simbologico è collocata sulla base della quinta colonna della navatella laterale sinistra: una figura umana, di cui sono visibili unicamente il volto, dall'espressione atterrita, e le braccia che, sollevate verso l'alto, si aggrappano al toro superiore. L'interpretazione simbologica potrebbe seguire un doppio percorso: da un lato l'essere umano potrebbe rappresentare il peccatore schiacciato dal peso delle sue colpe o che sta pagando lo scotto del peccato stesso; dall'altro potrebbe anche raffigurare, come il Gigante Finn del duomo di Lund, l'essere che sorregge con le sue braccia, forti del potere divino, la struttura della chiesa.( Arch. Anna Claudia Palmieri).

 

E’ evidente che si tratta di un uomo che vuole uscire dalla sua sepoltura, ovvero dalle tenebre, in cui è posto. Abbiamo già visto che la resurrezione dei corpi è uno dei temi ricorrenti nell’universo simbolico di S. Giorgio che, in facciata, coincide con il racconto di Giona che viene ingoiato dalla pistrice e sputato fuori il terzo giorno. Qui, invece di Giona, vi è un uomo che esce dalla sua tomba. Si tratta sicuramente di una trasposizione figurativa della resurrezione di Adamo quando Cristo discende agli inferi subito dopo la sua morte sulla croce e prima di risorgere. (arch. Franco Valente)

Il fonte battesimale e i fiori a 3, 6 e 8 petali 
Un elemento di pregio è il fonte battesimale emisferico, lavorato in un unico blocco di pietra, con apertura interna di circa un metro di diametro. L'esterno è ornato da girali, in cui sono scolpiti fiori a tre petali, ch richiamano la trinità, a sei petali che richiamano la creazione, ad otto petali, la rinascita attraverso il battesimo.

 

"Noi non siamo chiamati a restare dentro la logica del sei, bensì in quella dell’otto. Siamo chiamati a partire dalla creazione – con la sua fatica e le sue lacrime – per giungere alla redenzione. Perché quel Gesù che attendiamo a Natale «ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo, ha lavorato con mani d’uomo». È il Concilio a ricordarcelo, ma lo rammentavano già i Padri della Chiesa: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo divenisse Dio!». Questo è il testo teologico che a Petrella è divenuto ricamo di pietra. Anche il mistero dell’Immacolata ha nella pietra la sua evidenza: è san Giorgio che uccide il drago. Al santo è dedicata la chiesa di Petrella, simbolo di speranza nel nostro mondo inquieto. mistero non si spiega, si gusta. Solo così possiamo consentire alla luce della risurrezione di pervadere il nostro presente, poiché è quel sei che richiede l’otto, in un susseguirsi di forme e bellezze, di anelito e fiducia". (Ricamo di simboli a Petrella

 
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La Terra Idruntina, Abbazia di San Nicola di Casole

Post n°161 pubblicato il 06 Maggio 2013 da knighttemplar

Nel corso del IV secolo la denominazione “Hydruntum” veniva riportata da molti scrittori e sapienti latini nei loro scritti in quanto si riferivano al mare e all’entroterra della “Ydrontinus Ager” dell’attuale Terra d’Otranto. A seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente si susseguirono una serie di denominazioni nate dai vari gruppi etnici e culturali: Ostrogoti, Bizantini, Normanni e Aragonesi che si stabilirono su questa terra, la cui storia è possibile rivivere la storia attraverso i vari reperti archeologici rinvenuti nel corso degli scavi del 1980, in particolare si è evidenziato molti riferimenti al periodo di dominanza bizantina.
La denominazione di "Terra d'Otranto" deriva dal periodo di regno di Federico II di Svevia allorquando l'imperatore divise amministrativamente il proprio regno in 11 giustizierati di cui 3 erano in Puglia. La terra d'Otranto era per l'appunto uno, gli altri due erano la terra di Bari ed il territorio de l'odierna Capitanata.
Il nome "Terra d'Otranto" venne ripreso anche in epoca aragonese allorquando in omaggio al sacrificio patito dalla città per la presa ed il massacro operato dai turchi, il Duca Alfonso d'Aragona ridiede ai territori di questa parte di Puglia l'antico nome.
La storia antica medievale riporta come la Terra Idruntina sia stato il ponte che univa l’Occidente con l’Oriente sostituendosi all’importanza strategica del porto della città diBrentèsion (Brindisi). Il particolare connubio con il mondo Bizantino, poco conosciuto prima degli anni ottanta, si cementò con i magnifici ritrovamenti emersi stabilendo un profondo legame tra la Città Idruntina e Costantinopoli. L’epoca romana riconobbe alla Città di Otranto la massima potestà tanto da indurre i regnanti ad emettere la propria moneta conservandola sempre come punto di imbarco per l’Oriente. La leggenda riporta Enea sbarcato a pochi chilometri dalla stessa, presso Porto Badisco, San Paolo transitato nella città in occasione della crociata organizzata da Federico II, ed altre evidenze riportanti l’importanza geografica e strategica del porto idruntino. Nel corso del dominio bizantino, Otranto rappresentò un grande punto di forza militare per la sua resistenza ai tantissimi attacchi sferrati dalla guerriglia saracena, condizione sentita in tutta Italia per l’imminente pericolo del nuovo invasore che costeggiava i mari del Sud. La loro resistenza militare, nel corso del tempo, diminuì rendendo facile l’assalto alla Città dalla scimitarra turca, come vedremo più avanti.
I riferimenti storici la descrivono come una penisola di importanza straordinaria per l’Italia antica proprio in virtù della sua posizione geografica nell’Adriatico, poiché rappresentava lo scalo obbligatorio per la Grecia e il Levante e l’Albania. Nel periodo Bizantino era il centro amministrativo di rappresentanza per le province del Sud (IX secolo) e seppe respingere l’onta dell’invasione Barbarica per poi arrendersi alla potenza Longobarda.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), il medioevo italiano fu travolto da numerose invasioni barbariche. Le guerre greco-gotiche (535-553), volute dall’imperatore Bizantino (Basileus) Giustiniano, miravano a riunificare l’impero sotto dominio di Costantinopoli sottomettendo anche la penisola otrantina incapaci di porre la difesa via mare contro l’attacco nemico. Il dominio dell’Impero di Bisanzio si estendeva da Ravenna alla Puglia favorendo una capillare “grecizzazione” del territorio occupato come rimedio bellico da parte dei possibili conquistatori.
La Terra d’Apulia oggi racchiude nei suoi tesori archeologici le indelebili tracce del dominio bizantino, come le cripte chiese e cappelle, che a causa del logorio dell’usura del tempo molte sono in uno stato di degrado. Ma non può sfuggire in questi territori del Salento l’idioma delGriko affine al greco moderno che si parla nella sacca geografica della Grecìa Salentina.
Paesi accomunati da un'origine ellenica e dalla sopravvivenza di un dialetto greco detto "griko", che costituiscono un'isola linguistico-culturale convenzionalmente indicata come Grecìa salentina. Ne fanno parte, attualmente, nove comuni: Calimera, Martano, Castrignano dei Greci, Corigliano d'Otranto, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino, Martignano.L'attuale area della Grecia salentina è la parte residua di una grecità che andava dallo Ionio all'Adriatico. L'origine delle comunità ellenofone non trova d'accordo i numerosi glottologi che vi hanno riposto il loro interesse. Accanto alle due principali teorie che propendono, rispettivamente, ad un collegamento con l'antica Magna Grecia oppure al periodo bizantino (fine IX secolo), è stata avanzata un'altra ipotesi, ossia se i greci del Salento non siano arrivati dalla Calabria meridionale e dalla Sicilia attraverso una migrazione di monaci scacciati dalla invasione araba sul finire del IX secolo. Questi greci di Sicilia provenivano in sostanza da un'area geografica nella quale l'ellenismo sopravviveva in maniera continua sin dalla fine dell'antichità; il che spiega anche il carattere arcaico dei dialetti greci di terra d'Otranto (fonte salentogriko).

I Papi di Roma consideravano il rito greco delle liturgia fonte di eresia, perciò contrastato con tutte le forze e con l’aiuto dei Normanni, a cui venne promessa sovranità delle terre strappate al dominio bizantino. Nel 1071 i Normanni assunsero il dominio dell’Italia Meridionale, compreso Otranto, senza interferire nelle loro tradizioni culturali, in cambio ricevettero un grande flusso sapienziale proveniente dalla caduta di Costantinopoli del 1453. Quanto asserito trova piena testimonianza storica e architettonica nel periodo dal VIII al IX secolo, in cui si documenta la presenza di piccoli santuari e luoghi di culto scavati nel tufo al servizio delle comunità e dei villaggi rurali che richiamano il modello della civiltà bizantina. Di particolare interesse è la Chiesa di Santa Marina a Muro Leccese, espressione artistica del periodo di dominanza bizantina che conserva il più antico ciclo di affreschi della vita di San Nicola Vescovo di Mira e di tutto l’arco mediterraneo. A Carpignano Salentino, nella cripta della Chiesa delle SS. Cristina e Marina compare l’immagine del Cristo benedicente datata 959 ed eseguita dal pittore Teofilatto su commissione del prete Leone e della sua consorte Crisolea. Nello svolgimento delle attività pittoriche venivano coinvolte maestranze locali, anche se provenivano dall’Oriente e parlavano e scrivevano in greco. In questo affascinante periodo Bizantino l’espressioni raffigurative del Salento sono uguali con quelle presenti in altre terre di loro dominio come Cappodocia, Serbia e Corfù . Le straordinarie sequenze riportano immagini di santi posizionati in modelli frontali e rinchiusi entro pannelli devozionali come la raffigurazione della principessa bizantina S.Barbara di Santa Maria della Croce a Casaranello e S.Filippo e S.Andrea nella cripta di Vaste. Non mancano raffigurazioni del ciclo Cristologico, come la Lavata dei Piedi e l’Ultima Cena in san Pietro a Otranto.
Il dominio Normanno porta alla rifondazione dei monasteri brasiliani, che possono contare sull’immutato appoggio dei nuovi Signori non intendendo frenare il prosequio della cultura ereditata dai bizantini nella grecità. Nell’abbazia di santa Maria di Cerrate si evidenzia la raffigurazione più suggestiva: nella navata centrale appare San Basilio e San Benedetto, (il santo d’Oriente e il Santo d’Occidente) che accolgono insieme i fedeli all’entrata della stessa.
Il nesso artistico coniuga l’idea mediterranea al tempo dei Normanni e degli Svevi dopo. L’alleanza tra lo stile francese di borgogne caratterizzato dall’interno voltato a botte acuta, la rappresentazione islamica della cupola con il decoro dei capitelli a stile bizantino e il gusto islamico del portale viene riportato sull’intaglio ligneo musulmano della pietra leccese.
I monaci benedettini furono ingegnosi nel coniugare le tradizioni artistiche locali con i nuovi modelli artistici portando nel tempo ad una lenta occidentalizzazione . Sarà l’arte della scultura ad adattarsi al nuovo linguaggio latino, esempio ne è il portale di SS. Niccolò e Cataldo nella Chiesa di Santa Maria della Strada a Taurisano. In seguito saranno gli Angioini, con la loro arte francesizzante unitamente al legame francescano, che dal XIV secolo determineranno il linguaggio latino nell’opere di architettura e pittorica.
Nel periodo del VII e VIII secolo, gli imperatori Eraclio e Leone III l’Isaurico emanarono un’ editto con il quale ordinarono la distruzione delle immagini sacre e le icone in tutte le province dell’impero di Bisanzio, i mosaici e gli affreschi vennero distrutti a martellate e le icone fatte a pezzi e gettate nel fuoco. Il motivo di tale censura era quello di stroncare il commercio delle immagini sacre e combattere la venerazione che veniva considerata idolatrica e superstizione. Questa lotta, denominata “iconoclasta”, mise in fuga dall’Oriente molti monaci che per sfuggire alla persecuzione si rifugiarono anche nella Terra Salentina.
I Basiliani, al fine di proteggersi dall’ordine imperiale, si nascosero in luoghi solitari come grotte e foreste, trasformandoli in luoghi d’alloggio e di preghiera. Quando le condizioni naturali non permettevano di utilizzare le grotte, scavavano nella roccia più friabile creando rifugi simili a dei pozzi chiamati “laure”, nel cui ingresso veniva raffigurata l’immagine della Vergine Portinaia a proteggere il loro rifugio.
I monaci basiliani si inspirano alla regola di San Basilio Magno (330-379) e possono essere di rito greco e latino,anche se erroneamente vengono indicati tutti indistintamente monaci cattolici di rito greco. San Basilio fonda la sua obbedienza su due tempi:la prima racchiude 55 articoli e richiama i principi generali della vita monastica (Regulae Fusius Tractatae) e la seconda rappresenta l’ideale da raggiungere per perfezionare il credo cristiano. Di conseguenza anche i laici sono tenuti ad osservare uno stile di vita più consono alla spiritualità cristiana. (Regulae Brevius Tractatae).
La regola diffusa da San Basilio si distingueva per l’abbandono dell’eremo del monachesimo orientale con la diffusione del “cenobio” che erano luoghi di preghiera e di lavoro suddivisi in celle o romitori autonomi, ma favorendo l’interrelazione tra il stessi per una correzione dei difetti ed una crescita collettiva dei monaci. Egli attribuisce un “carattere ordinale” che consiste nel fare integrare i monaci nella comunità civile sottoponendosi all’autorità vescovile nell’esercizio del ministero (cristianesimo) pastorale. Per tale motivo il Santo fondò i suoi monasteri non in luoghi deserti, ma nelle città in modo che la scelta del silenzio fosse legata alla dimensione caritativa verso i poveri; queste cittadelle furono denominate “Città Basiliade”. Il fondamento della regola era sia il lavoro manuale, che rafforzava il corpo, quanto la preghiera, che rinfrancava lo spirito, con lo studio della Sacra Scrittura che illumina la mente. Terminata l’era della persecuzione iconoclasta nell’843 molti monasteri furono costruiti nella fertile terra del Salento importando dal Levante la quercia vallonea dalle grosse ghirlande dalle quali si ricavava la farina per il pane, il gelso, il carrubo, il pino d’aleppo ed incrementando anche l’olivocoltura.
Come già riportato, il momento di maggiore splendore della città idruntina, fu indubbiamente rappresentato dal dominio bizantino, infatti era la terra che si sarebbe contrapposta per la storia la cultura ed il nascente pensiero filosofico e poetico all’intera Europa.
La storia otrantina custodisce molti vestigi medioevali che testimoniano ancora oggi il grande crocevia che la penisola ha vissuto nel fiorente periodo bizantino e normanno. Da questa terra si diffuse in tutta Europa il più maestoso laboratorio culturale divenendo il richiamo dei grandi sapienti del medioevo: il Monastero di San Nicola di Casole. Ancora oggi a circa un chilometro e mezzo dal centro abitato della città di Otranto, sulla sinistra della litoranea Otranto - Santa Cesarea, rimane la Chiesa di San Francesco di Paola con le rovine dell’annesso convento costruito sul colle della Minerva, ove gli ottocento martiri otrantini caddero sotto la ferocia scimitarra turca. Proseguendo in tale direzione sulla destra invece si trova un sentiero alberato al cui termine si ritrovano i ruderi informi di ciò che resta dell’Abbazia di Casole con le sue colonne che hanno sorretto per tanti secoli il luogo dell’idee e dei pensieri fra l’Oriente e l’Occidente.
Sul muro superstite si osservano due pilastri polistili con pochi elementi architettonici che non lasciano comprendere lo stile originario. Osservando ad occhio nudo, ciò che rimane dell’antica fonte della conoscenza, solo l’immaginazione può ricreare la solennità dell’antica e complessa “pratica” di studi spirituali, filosofici, artistici derivanti dalla primiera regola di San Basilio (torneremo più avanti), rievocando oltre al fervore spirituale quello culturale da cui derivò la magnifica sapienza dei monaci basiliani.

 

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La Terra Idruntina, Abbazia di San Nicola di Casole

Post n°160 pubblicato il 06 Maggio 2013 da knighttemplar


L’Abbazia di Casole narra, nel suo silenzio più profondo, la storia di una terra di frontiera che è stata sempre pronta ad ospitare e coniugare le due opposte culture, dando vita a nuove idee e riflessioni con la magnifica opera dei monaci di San Basilio, istruiti in lettere greche e latine, diffondendo a quanti si cimentarono, la nuova filosofia del pensiero e divenendo il faro della conoscenza e fede tra Roma e Costantinopoli.
La loro infaticabile cura permise un trait-d’union nel passaggio della civiltà greca in Occidente e quella Latina in Oriente. La miscidanza di fede, di lingua greca, e scienza permisero ai monaci del cenobio idruntino un pellegrinaggio di pittori,copisti e miniaturisti di tutta Europa diffondendo il loro straordinario sapere che non conosceva rivali in quel periodo storico.
La ricchezza delle loro nozioni si basava sulla conoscenza Greca e Salentina e dominava, senza temere alcun confronto, le altre culture europee,nonostante fosse nata nella tebaide della terra di dimora dei monaci basiliani costruita tra la roccia e la massa di tufo sotterranea.
Nel XIII secolo l’Abbazia svolse la funzione di “officina” di cultura divenendo la fonte dell’Umanesimo Greco nel Salento in un clima di valori universali della Grecia classica; era un’accademia di lettere greche e latine nata prima delle università fondate nel Nord Europa. Qui nasceva una nuova visione del connubio tra teologia e filosofia. Tantissimi volumi greci e latini arrivarono alla biblioteca del Casale. Questo contesto vede la nascita della “scuola” dello scriptorium dove i basiliani copiavano i testi classici. Nel periodo in cui il conflitto di fede e politica raggiunse il massimo livello di scontro tra le due religiosità occidentali e orientali, i monaci furono impegnati nello svolgere azioni diplomatiche tra Roma e Bisanzio.
La nascita dell’Abbazia di San Nicola del Casole rappresentò il momento più importante nella diffusione della regola del monachesimo basiliano nella Terra del Salento. Alcuni storici ritengono che la loro presenza si imponeva in tutto il continente raggiungendo, tra l’XI e il XIII secolo, il suo massimo splendore così come la loro biblioteca divenne la più ricercata per l’innumerevole mole di testi custoditi.
Nel 1071 i Normanni conquistarono l’Italia Meridionale sottomettendo i territori precedentemente posti sotto dominio di Bisanzio, lasciando la città Idruntina come l’ultimo baluardo della grande cultura greca senza mai imporre alcun veto o costrizione agli abitanti del luogo, compreso gli stessi monaci basiliani. La presenza del nuovo impero intensificò la già difficile vicinanza ideologica del credo tra la Chiesa di Roma e la Chiesa Orientale. Nel territorio meridionale la Chiesa Greca non ebbe osteggiamenti da parte dei Normanni, anzi venne sovvenzionata per la costruzione di nuovi monasteri rispettando la loro libertà di fede.
Alcuni monasteri divennero il nodo principale per la trascrizione degli antichi testi, come il Casale di S.Nicola e San Mauro di Gallipoli, ove furono rinvenuti i manoscritti di Aristotele. Nel XV secolo con l’emanazione della controriforma della Chiesa di Roma nei confronti del credo Greco la situazione divenne più ostile in quanto vennero bloccati molti finanziamenti costringendo i sacerdoti di rito greco ad intraprendere il credo latino. Tale condizione segnò l’abbandono delle Abbazie Italo-Greche lasciando il posto alla messa in cantiere delle chiese di Roma.
Questa forzata controriforma della Chiesa Latina provocò l’estinguersi nel tempo della scrittura greco-salentina ben diversa della lingua accreditata Greca tramandata dal clero.
Il cenobio di San Nicola fu fondato nel 1098-1099 su proponimento di Boemondo I, principe di Taranto e Antiochia, e di sua madre Costanza. Il principe sovvenzionò ai monaci di Casole l’abbazia che fu eretta sulle fondamenta delle casupole (possibile derivazione di Casole) con annesse numerose Grance Metochie e Chiese. Per la ricchezza acquisita nel corso del tempo, i basiliani si trovarono a pagare il tributo più alto presso la Curia Pontificia tanto da svolgere funzioni diplomatiche per conto del papa Bonifacio IX a Costantinopoli congiuntamente alla direzione di molti monasteri sparsi in Italia. La cultura basiliana nel corso della sua capillare diffusione era sotto la protezione di Federico II. Con l’abate Nettario Igumeno nacque il “Circolo Poetico”.Egli era un erudito umanista e grande maestro greco e latino e, grazie ai suoi insegnamenti, nella sua scuola venivano trattati i temi dell’ideologia religiosa in lingua greca garantendo la sua stessa sopravvivenza come lingua letteraria del Salento in un periodo in cui alla corte di Federico II a Palermo l’italiano volgare prevaleva sulle lingue classiche.

 

 

 

 

 


Il Circolo Poetico era composto da letterati e poeti religiosi e laici, che divennero la roccaforte dell’Arcidiocesi Idruntina, grazie alla lustre sapienzalità della vicina Abbazia di San Nicola dei monaci basiliani. La cospicua biblioteca italo-greca permetteva a tutti un continuo approfondimento del pensiero filosofico raggiungendo il massimo riconoscimento nella stessa proporzione di Cluny, Fulda, York e Chartres. Lo stesso celebre scrittore dei nostri giorni, Umberto Eco,nel suo libro “Il nome della Rosa”, cita l’Abbazia di San Nicola in molti passaggi. La Terra del Salento divenne un crocevia nella diffusione nell’Alto Medioevo delle lettere greche fino al rinascimento, tutt’oggi ben dimostrabile per la presenza di monasteri greci a Maglie, Soleto, Gallipoli e Nardò. L’Arcidiocesi di Otranto, in quel periodo, dipendeva dal Patriarca di Costantinopoli, sede metropolita ottenuta nel X secolo da Niceforo II Foca.
Il corretto funzionamento del Casole prevedeva l’assoluta obbedienza alla Regola Monastica di San Basilio Magno (già citata in precedenza) articolata fra preghiera-studio e insegnamento.
I monaci basiliani erano organizzati tramite dei coordinatori: gli ieromonaci (sacerdoti) che celebravano le funzioni religiose e custodivano gli oggetti sacri; la biblioteca invece dipendeva dal monaco bibliofilace. Nel corso dell’intensa giornata i monaci si dedicavano alla copiatura dei codici che veniva eseguita dal protocalligrafo, invece il cellario era il responsabile della mensa e del magazzino il tutto era controllato dall’igumeno che rappresentava la funzione più alta del monastero, al quale tutti gli dovevano obbedienza e osservanza. L’impulso vigoroso dettato dai monaci basiliani mirava nel far intendere che la letteratura e l’approfondimento delle opere pie, come la preghiera, dovevano essere le fondamenta del perfezionamento spirituale. Lo scriptum e la dovizia dei testi rappresentavano un circuito chiuso attraverso cui i protocalligrafi creavano le basi per la liturgia e la lettura privata. La funzione dell’Igumeno comprendeva anche quella di indirizzare le copiature dei tomi più rari trascrivendo e parafrasando i testi dell’antica sapienza. A Nardò venivano redatti i libri destinati all’istruzione primaria nell’abbazie di San Mauro a Gallipoli e della Madonna dell’Alto senza approfondimento culturale e dottrinario, obiettivo dell’Abbazia di Otranto. Entrambe le Abbazie di Gallipoli e Nardò dipendevano dallo Scriptorium di Casole, dove come riportano le fonti storiche, già nell’anno 1000 venivano trascritte le opere di Omero, Esiodo, Aristofane. L’incessante attività propulgativa dell’Abbazia nel campo della cultura greco-salentina rappresentava ciò che oggi noi chiamiamo Università. Nelle sue mura, ora ridotte ad un rudere, custodivano la “fortezza del sapere” per le secolari tradizioni della storia e rappresentavano un luogo di discussione per Greci, Ebrei e Latini dando vita ad una sede dove gli ospiti ritrovavano la loro dimensione culturale. Nel corso del 1160, l’igumeno Niceta fece costruire la prima “Casa dello Studente” del mondo Occidentale che rappresentò un forte richiamo per quanti vollero perfezionarsi negli studi classici. Mentre nel resto dell’Italia medioevale la letteratura greca andava eclissandosi per opera dell’egemonia religiosa, nella terra idruntina invece fioriva nel suo maggiore splendore. Lo scriptorium basiliano si occupava anche della traduzione dei codici latini in lingua greca con successivo invio in Oriente:tra questi vanno annoverati il De Trinitate di S.Agostino e i Prologhi di San Gregorio Magno. In questo periodo emerge la figura di Marco, Vescovo di Otranto, monaco ed economo della Chiesa di Costantinopoli, chiamato “il sapientissimo” per la sua erudizione sacra. Pochi anni dopo, gli fu conferito il titolo di Arcivescovo sia per rendere più stretti i rapporti con Bisanzio sia per la terra salentina, che ecclesiasticamente meritava il maggiore prestigio sugli altri centri bizantini del meridione. L’autorità dell’Igumeno del cenobio di S.Nicola si estendeva su molti Colegerati di Terra d’Otranto e su quelli di Policastro, di Turlazzo, di Vaste, di Melendugno, di Alessano, di Castro e di Minervino. Da questi luoghi provenivano gli studiosi per ricopiare i codici e serbarli dalla dispersione (nell’Hypotyposis Casulana erano indicate le norme dell’attività dello Scriptorium Manasticum per la conservazione e copiatura dei testi). Tra il X e l’XI secolo Otranto partecipò al fiorente splendore di Bisanzio respirando le libertà locali,e nel cenobio di San Nicola sorse la splendida scuola pittorica greco-bizantina con Teofilotto,Pantaleone e Bizmano, i quali possedevano la prospettiva in cui le Madonne venivano raffigurate simili a quelle che avrebbe dipinto il famoso Cimabue.Questa nuova concezione artistica fu l’anello di congiunzione fra l’arte bizantina e l’altra giunta dalla laguna Veneta. In quella roccaforte della Abbazia del Casole nacque l’Umanesimo Salentino che precedette di circa trecento anni l’Umanesimo Italiano.
«L'umanesimo è la convinzione che l'uomo possa vivere bene senza credenze religiose e superstiziose. La ricerca di senso la troviamo usando la ragione, l'esperienza e i valori umani condivisi. Cerchiamo di vivere nel modo migliore possibile l'unica vita che abbiamo dando un senso e una prospettiva alle cose che facciamo. Ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni e lavoriamo con gli altri per il bene comune» (Definizione della British Humanist Association)
Tra le ricchezze delle strutture architettoniche di Otranto, unitamente a quelle presenti nell’intero Salento, emergono i rilievi dell’arte di Bisanzio con le sue cripte di San Giovanni e San Michele della città idruntina, scavate nel sabbioso calcareo,presentano l’identica geometria dell’antica basilica di Bisanzio con tre absidi sul fondo. Dunque si può dedurre, con fondata certezza, che tra la città idruntina e la Grecia, metaforicamente, si costruì un ponte culturale e artistico. Il sincretismo di questa civiltà è rappresentato dal cenobio di San Nicola Casole, l’Edicola di San Pietro e il Mosaico della Cattedrale di Otranto. San Nicola di Casole, pur conservando rito e moneta greca, sotto la dominazione Angioina, il Michalatus, moneta dell’Imperatore Michele VIII il Paleologo (1261-1281). La Chiesa del Monastero il 19 novembre del 1267, fu consacrata dal Cardinale Pandolfo e non dall’Abate, chiara espressione della dominanza della Chiesa di Roma su Casole. (La consacrazione si spiega con il fatto che i monaci non avevano rispettato la volontà dei pontefici che ripetutamente avevano scomunicato Federico II e suo figlio Manfredi; di conseguenza i pontefici avevano interdetto al culto le Chiese dei territori ai, loro fedeli tra le quali Casole. Manfredi morì nel 1266 e quindi dopo la sua morte Casole ritornò a Roma e venne riconsacrata. Con Manfredi ha termine la dinastia sveva). Molti dei tesori dispersi fra le biblioteche d’Europa sono l’unica deposizione del sapere dei Basiliani, in attesa che vengano rispolverati dalla polvere plurisecolare si mantiene a tutt’oggi nascosta una pagina di storia della civiltà bizantina in terra idruntina. Fra i tomi occorre evidenziare il Phisiologus a cui si sarebbe inspirato il monaco Pantaleone per incasellare il mosaico della Cattedrale della città.

I monaci basiliani italo-grechi, di rito e cultura greca, nella Apulia meridionale diffusero molti componimenti poetici,scritti in lingua greca identici nel valore letterario volgare, al massimo componimento della letteratura italiana di Dante nei decenni successivi. Il monarca Federico II, di padre tedesco e madre normanna, si circondò di dotti arabi e greci nella Reggia di Palermo divenendo il primo regnante colto ed illuminato dell’antico medioevo. I dominatori Normanni parlavano volgare, arabo, slavo e albanese ed assistevano alle cerimonie religiose celebrate dai basiliani in lingua greca. Un gruppo di poeti in lingua greca si formò sotto la guida dell’Igumeno Nettario, e con i loro scritti tra il sacro e il profano fecero emergere una nuova corrente letteraria. Dall’analisi accurata dei loro testi, i critici confermarono il loro forte sostegno al potere imperiale nella lotta contro il papato congiuntamente a Federico II.
Inoltre curavano la praticità terrena dei problemi che affliggeva l’umanità incoraggiando un graduale allontanamento dalla letteratura religiosa medioevale, ponendo le basi per la nascita dell’Umanesimo Greco-Cristiano. I celebri poeti che componevano il “Circolo Poetico del Casole” erano quattro: due religiosi e due laici. Uno era Giovanni Grasso, notaio imperiale, che il 10 dicembre del 1250 trascrisse il testamento di Federico II e fu, con molta probabilità, il latore delle missive in lingua greca inviate, per volontà del monarca, alla corte di Bisanzio. Il figlio di Giovanni Grasso fu Nicola D’Otranto, anch’egli poeta come lo stesso Giorgio da Gallipoli, il più celebre esponente della scuola greca del Salento.
La poesia era ricca di spiritualità bizantina ed erudita, cioè intrecciata a favole antiche legate alla vita della chiesa. Su questi caratteri si istituirono i temi legati al Cristianesimo ed alla vita dei santi; per questo il circolo otrantino visse un suo Umanesimo e preluse al Rinascimento italiano. Gli scrittori del monastero di Casole formarono un gruppo compatto di amici, strettamente legati alle tradizioni storico, politiche e culturali del luogo e del tempo. Alcuni componimenti rivolti contro Parma che era ribelle a Federico II; altri contenenti preghiere ai Santi e alla Vergine;altri meditazioni bibliche; altri ricordi di amici; altri ancora contenenti un’ appello di Roma all'Imperatore affinché restituisca l'antico dominio. Quella di Otranto è certamente la più antica, e risente più delle altre dell'ambiente religioso, ecclesiastico e politico del tempo: la scuola si rivela filo-bizantina e filo-sveva (è il tempo dei principi svevi in Italia Federico I, Enrico IV, Federico II). La scuola idruntina ha come cultura il bizantinismo, ma anche il ghibellinismo. Il ghibellinismo si spiega con il fatto che i poeti italo-greci avevano una concezione politica bizantina che si basava sul concetto dell'impero assoluto.
 

 

 

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La Terra Idruntina, Abbazia di San Nicola di Casole

Post n°159 pubblicato il 06 Maggio 2013 da knighttemplar

 

 

 


L’Abate più illuminato del Casole fu Nettario, che nel battesimo si chiamava Nicola,rivestendo il ruolo di Igumeno dal 1205 al 1224. Sotto il pontificato di Papa Innocenzo III assunse l’incarico di interprete per i cardinali nei tantissimi rapporti tra Greci e Latini a Costantinopoli: nel 1223/1224 per conto di Federico II in Oriente e nel 1232 a Roma in udienza dal papa per la discussione sulla validità del battezzo con il rito greco in Italia. L’epilogo più importante riportò che il cardinale Bessarione, metropolita di Nicea patriarca di Costantinopoli amante della letteratura classica, compì molti viaggi nelle abbazie greco-bizantine compreso quella nella città Idruntina. Nel corso delle sue visite prelevò moltissimi testi dallo scriptorium del Casole, salvati dalla distruzione nel periodo dell’invasione turco-ottomana del 1480, in seguito donati alla biblioteca Marciana per un totale di 533 volumi greci e 301 volumi latini.
Nel 1098-99 il codice in uso presso il Casole era il Tipikon in cui vennero trascritte le norme di vita all’interno dell’abbazia dei monaci. Nel suo interno vi era un manoscritto che comprendeva il Codice Torinese C111 composto di due versioni: il codice detto Barberiniano greco 350 e il codice Barberiniano 383 che non riporta l’autenticità della copia originale. Il contenuto del Tipikon è una minuziosa e scrupolosa descrizione delle “Sacre Officiature” suddivise in due sezioni: di cui una indica il periodo che va dal 1 settembre (per la cultura bizantina indicava l’indizione dell’anno) fino al 31 agosto (che rappresenta la fine), ove vengono riportate in sequenza il susseguirsi delle festività, delle processioni, delle solennità in uso nel monastero; nella seconda sezione vengono stilate le stesse prescrizioni trasferite nelle dieci settimane avanti la Pasqua a otto settimane dopo la stessa. Il codice oggi è conservato presso la Biblioteca Regia di Torino con l’effige “C.111.17 documento della vita religiosa ed intellettuale del monastero otrantino”, fortunatamente scampato alla distruzione vandalica degli ottomani nel 1480 scoperto alla fine dello scorso secolo e acquistato da Zaccaria Mega nel 1508.

Il manoscritto 201, conservato presso la Biblioteca Provinciale di Lecce, contiene una copia del Typikon di Casole in greco e la corrispondente traduzione latina, curata dall'Abate Giuseppe Cozza-Luzi intorno al 1888. Non è facile seguire le tappe del cammino fatte dalTypikon originale, da Casole (sec. XI-XII) fino ad oggi, perché non abbiamo sufficienti prove o documenti della sua storia. Ogni parte di questo manoscritto è stata trascritta in tempi diversi, come dimostrano i diversi tipi di carta usata, l'inchiostro più o meno sbiadito, la grafia che, pur della stessa persona, cambia col tempo.
L’interessante figurazione del manoscritto risulta così articolato:
- due fogli in traduzione latina,tra cui il Vangelo e l’elenco dei testi della biblioteca dell’abbazia;
- cinque fogli (carte) che riportano dettagliate notizie amministrative con relativo necrologio degli Igumeni fino al decimo Basilio;
- terza parte riporta una copia in lingua greca del Tipikon del Casole di S.Nicola;
- quarta parte contiene la disciplina nell’uso dei viveri e una lettera autografa del patriarca di Costantinopoli Michele III al vescovo di Gallipoli Paolo.
La conquista Normanna della terra otrantina diede origine al proseguimento dell’eredità spirituale bizantina, come già asserito la stessa Chiesa di Roma pur avendo manifestato la propria superiorità, mirava all’espansione della sua giurisdizione anche sulla Chiesa Greca, resasi indipendente nel periodo del VII-IX secolo. Fu la volontà di Boemondo, crociato e figlio di Roberto Guiscardo grande condottiero normanno, che finanziò il restauro dell’abbazia di San Nicola di Casole, rifortificando le mura dopo l’anno 1000, contrariamente allo stile delle costruzioni italo-greche, ricavate nella roccia unitamente al corpus (codice) delle regole canoniche in dotazione ai monasteri eretti nei loro domini, osservate già dai monaci di San Basilio Magno, illuminante espressione della sacra spiritualità e riformatrice della Chiesa Bizantina.
Dagli studi emersi sull’abbazia tramandati dall’umanista salentino Antonio De Ferrariis Galateo (1444-1517) nel suo dettame “De situ Iapygiae” si riporta quanto segue: "Dopo questo (porticciolo) vi è un cenobio dedicato a San Nicola,il quale dista da Otranto millecinquecento passi. Qui viveva in comunità una moltitudine di monaci del grande Basilio. Costoro,degni di ogni venerazione, tutti istruiti nelle lettere greche e,la maggior parte,anche in lettere latine, offrivano di sé un immagine estremamente esemplare. Chiunque desiderava dedicarsi alle lettere greche riceveva il dono del vitto quasi per intero, il maestro, l’alloggio, senza alcune mercede. Così lo stato della grecità, che ogni giorno va a ritrovo, veniva sostenuto". La diligenza dei basiliani aveva origine dall’assillo politico-religioso del contrasto tra la chiesa greca e latina,che riduceva in ogni parte l’area del rito greco. Uguale sorte fu riservata al monastero idruntino e alla sua opera culturale e spirituale, generando nel pensiero del Galateo un forte risentimento: "...mentre in Italia fiorisce l’umanesimo, che esalta il mondo antico e le lettere classiche, questo fulcro periferico di diffusione di studi greci è sempre più impedito nella sua opera di proselitismo, perché scomodo alle mire egemoniche del Papato e della Chiesa di Roma".
Nel 300 a Firenze, Coluccio Salutati istituiva la prima cattedra di greco affidandola a Manuele Crisolora, nel sud d’Italia lo studio delle lettere greche aveva raggiunto traguardi memorabili con i dialetti neogreci parlati in molte terre del Salento. Gli interessi formativi dell’abbazia basiliana miravano alla conservazione d’una civiltà bizantina con la difesa della liturgia greca non sempre apprezzata a causa dello scisma della Chiesa Ortodossa, anche il potere papale ne opprimeva il suo diffondersi. L’umanista salentino De Ferraris, che ricorda ancora l’Abate Niceta (Cezzi nel corso dei suoi studi ha dimostrato che in esso di identifica Nicola d’Otranto e Nettario di Casole, vedere precedente articolo nel paragrafo sul Mandylion) che non si limitò a spese nell’accogliere nel cenobio i testi provenienti dalla Grecia assorbendo e travolgendo le iniziative culturali del Casole. La cronologia dell’ingente libreria casolana di San Nicola si trova oggi in luoghi lontani, infatti le più interessanti informazioni sono reperite presso la Biblioteca Nazionale di Parigi che custodisce molti manoscritti provenienti dalla terra idruntina fra i quali citiamo: un manoscritto di Callistene ”De Vita Alexandri Magni” di mano di Nettario; un manoscritto di Apollonio di Alessandria stilato dal monaco S.Conon; e parecchi manoscritti autografati da Giovanni d’Otranto. A Madrid si conserva un Gregorio di Nazianze scritto da Gioacchino
Buona parte di questi tomi contengono canoni dei primi concili, trattati di diritto canonico, evangeliari, manuali liturgici, salteri, preghiere, inni (note musicali per il canto) e vite dei santi. I sacri autori, che maggiormente compaiono, sono: San Basilio; San Giovanni Crisostomo; San Gregorio Nazianzeno; Teofilatto di Burgaria. Tra i codici greco-salentini e casolari del XIV e XV secolo vi sono le opere di Aristotele (Le Categorie, L’Interpretazione, La Fisica e la Retorica) con i relativi commenti sulle stesse ad opera di Ammonio di Filopono. La fonte preziosa del Galateo riporta che in Nardò nacque il primo “ginnasio” di studi filosofici e letterari che divenne il centro di riferimento quando i greci persero nel Salento la loro notorietà. Carlo Diehl nel 1886 stilava questo commento sull’Abbazia: "All’estremità meridionale della penisola italica,vicino alla cittadella di Otranto,si ergono,sopra una piccola altura che domina il mare,i resti del convento brasiliano di San Nicola di Casole. Dal 1480 in cui i Turchi deprederanno il monastero e lo devastarono,la celebre abbazia non si è più completamente rifatta dalla sua rovina; nel vasto recinto, occupato oggigiorno dagli edifici della masseria, solo una piccola cappella ricorda l’antico splendore del convento. Pochi resti di pitture con iscrizioni greche ne coprono i muri: qui San Nicola, patrono dell’Abbazia, là i SS. Cosimo e Damiano, i santi medici così cari alla Chiesa Greca, e infine San Basilio, protettore dei monaci, ricordano l’origine e le tradizioni del monastero. Eppure questi miseri resti non tarderanno molto a scomparire:di già l’incuria dei paesani ha trasformato la cappella in fienile, e ben presto del vecchio convento, così celebre nel medioevo,non rimarrà che il ricordo e il nome".
Il Cenobio della terra idruntina, terra dei martiri fonte della sapienzalità filosofica-umanistica, si diffuse in tutta l’Italia e l’Europa divenendo il “faro” illuminante l’Occidente e ricevendo il fascino della più virtuosa conoscenza.
Oggi, gli occhi di quanti spinti dalla voglia di conoscere il grande medioevo salentino, si può solo fantasticare su questa straordinaria storicità del tempo,vista l’incuria e la dimenticanza dello stesso uomo. In questa giornata afosa di luglio mia moglie Giovanna ed io ci accingiamo,tra il cinguettio degli uccelli e il latrare dei cani vicini, a visitare quel che rimane della magnificenza dell’Abbazia di San Nicola di Casole.

Nel corso della ricerca di materiale storico reperito in rete alcune fonti riportano nei loro articoli la diffidenza degli attuali proprietari nel permettere la visita dei ruderi dell’Abbazia di San Nicola di Casole. Personalmente, senza conoscerli e senza intercessioni, ci hanno permesso di visitare l’Abbazia dimostrandosi ospitali, cordiali e molto discreti. A loro vada il nostro personale ringraziamento per la gradita attenzione riservataci.

IL MOSAICO della CATTEDRALE e l’Abbazia di S.Nicola di Casole
L’architettura della cattedrale idruntina dell’Annunziata si trova sulla linea in cui il sole unisce l’est con l’ovest ove si espande il maestoso mosaico pavimentale più grande d’Europa. Fu progettata sul punto più elevato perché la sua autorevole struttura dominasse l’intera Puglia. Le mura della Cattedrale furono costruite sulle rovine di un tempio paleocristiano di un villaggio messapico dal 1080 sotto il pontificato di Gregorio VII, e conclusasi il 1088, sotto papa Urbano II.
In essa ritroviamo l’egemonia di tre differenti caratteri artistici: paleocristiano,bizantino e romanico tutti ben armonizzati.
Sostando sulla piazza antistante la Cattedrale capeggia il grande rosone rinascimentale che sormonta il portale d’ingresso su cui è inserito lo stemma dell’arcivescovo Adorzo di Santander. Oltrepassando il portone d’ingresso si nota la pianta a croce latina a tre navate con un abside semicircolare e due cappelle laterali. Lungo il percorso si notano due file di colonne (14 in totale) di granito sormontate da minuziosi capitelli che aprono la loro estensione per una lunghezza di 54 metri e una larghezza di 25 metri. IL soffitto presenta uno sfondo nero e bianco con cassettoni in legno di colore oro. Altresì emerge che il soffitto centrale presenta una differente altezza rispetto ai due laterali il tutto arricchiti da eccezionali affreschi. Lungo le navate predominano gli altari: a destra troviamo quello della Resurrezione,San Domenico di Guzman e dell’Assunta, e a sinistra invece quello della Pentecoste. La Visitazione e San Antonio di Padova. Il battistero commissionato dall’arcivescovo Orsi (1722-1752), richiama lo stile barocco e presenta la forma basilicale sormontata dall’altare del tabernacolo. All’attenzione del visitatore non può sfuggire nella navata di destra la raffigurazione della splendida Madonna del Bambino in stile bizantino racchiusa nell’eccezionale cornice di fede e fulgore.
Sul pavimento (nell'effetto d'insieme della chiesa romanica il pavimento aveva un'importanza molto maggiore rispetto ad oggi perchè spesso non era occupato da sedie o da panche ed era di una semplicità puritana) della cattedrale si estende l’opera musiva del maestoso mosaico incastonato da Guglielmo il Malo sotto la guida del monaco Pantaleone dell’Abbazia di San Nicola di Casole, che presiedeva la facoltà pittorica della stessa. L’intera opera fu realizzata dal 1163 al 1165, come fedelmente incasellato all’inizio dello stesso

 

 

 

presbiterio, ripetendosi in maniera ridotta nelle navate del transetto. Nella sua raffigurazione viene riportato il dominio di Dio suddiviso in tre cantiche:
- Dio, nella navata centrale;
- Dio riscatta il mondo, nella navata di destra;
- Dio sentenzia il mondo, nella navata di Sinistra.

 

 

 

CONTINUA

 

 

 
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La Terra Idruntina, Abbazia di San Nicola di Casole

Post n°158 pubblicato il 06 Maggio 2013 da knighttemplar


L’opera nel complesso racconta la storia dell’Uomo da Adamo ad Eva modellato sulla storia della salvezza. IlTessellatum è come una monografia illustrata del mondo. Il pavimento è rivestito da tessere policromiche in calcare su sfondo grigio contornate di nero e marrone. L’anatomia descrittiva partendo dall’abside riporta Bisanzio quale capitale dell’Oriente a cui fa seguito una serie di tondi in cui vengono raffigurati gli animali fantastici.
Continuando in questo senso ritroviamo l’immagine di Re Artù in groppa al caprone, il gatto di Lasanna e vicino Caino e Abele: Caino trattiene nelle mani il bastone che colpisce Abele il quale si piega su stesso per il dolore.
Proseguendo vengono visti i tondi con all’interno i mesi dell’anno, contornati dai segni geometrici e cifre arabe nelle quali si riportano le fatiche dell’uomo nel corso delle stagioni per poi giungere alla preparazione dell’Arca di Noè con il diluvio universale, in cui gli uomini sono mangiati dai pesci.
A seguito di quanto appena descritto ecco comparire il ramoscello d’ulivo quale emblema di pace il tutto seguito da brevi frasi latine che custodiscono il passaggio da una scena all’altra da cui emergono le descrizioni di Pantaleone.
L’interpretazione del mosaico è rivolto a quanti possiedono la conoscenza del Bestiario Latino, del Phisiologus e persino dei Vangeli Apocrifi. Lungo il maestoso percorso del tronco i fedeli devono raggiungere quella luce dell’iniziazione tra i racconti dell’Antico Testamento, dei Vangeli e del ciclo di Re Artù. Nel suo insieme compaiono tre lunghe iscrizioni latine che di seguito riporto: - una risulta posta ai piedi dell'altare maggiore e recita: "Anno ab Incarnatione Domini Nostri Iesu Christi MCLXIII Indictione XI Regnante Feliciter Domino Nostro Willelmo Rege Magnifico et Triumphatore Humilis Servus Christi Jonatas";
- una seconda è posta a metà della navata centrale e recita: "Anno ab Incarnatione Domini Nostri Iesu Christi MCLXV Inditione XIII Regnante Domino Nostro Willelmo Rege Magnifico Humilis Servus Iesu Christi Jonatas Idruntinus Archiepiscopus iussit hoc opus fieri per manus Pantaleonis Presbiteri";
- l'ultima è posta all'ingresso della Cattedrale e porta la seguente iscrizione: "Ex Jonathas Donis per dexteram Pantaleonis hoc opus insigne est superans impendia digne".

Il simbolismo del mosaico, acquisito nel tempo, assume l’importanza di vere opere d’arte il cui valore artistico rispecchia il valore economico,tanto da divenire oggetto di controllo dei vertici imperiali. La diffusione nel medioevo di quest’arte suscitò, nel cistercense San Bernardo, una denuncia di “horror Vacui” nella quale nel 1124 scrisse: “…e non finiamo con il non riverire neppure le immagini dei santi di cui brulica il pavimento stesso, che si pesta con in piedi? Spesso si sputa nella bocca di un angelo, spesso la figura di qualche santo calpestato dai piedi di chi passa. Perchè dipingi ciò che devi calpestare”. Il mosaico resta senza ombra di dubbio la più intensa testimonianza della cultura trasmessa dai monaci basiliani nella magnificenza rappresentativa dell’albero della vita nella tradizione ebraico-cristiana. La gnosi del suo linguaggio racchiude un messaggio per l’Uomo Universale il quale interagisce con il Divino in una dimensione talmudica.
Il Talmud (
תלמוד) (che significa insegnamento, studio, discussione dalla radice ebraica "lmd") è uno dei testi sacri dell'Ebraismo: diversamente dalla Torah, il Talmud è riconosciuto solo dall'Ebraismo, che lo considera come la Torah orale, rivelata sul Sinai a Mosè e trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele potessero sparire. Il Talmud consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti (hakhamim) e i maestri (rabbanim) circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah scritta, e si articola in due livelli:
• la Mishnah (o ripetizione) raccoglie le discussioni dei maestri più antichi (giungendo fino al II secolo);
• la Ghemarah (o completamento), stilata tra il II e il V secolo, fornisce un commento analitico della Mishnah.
L’opus insigne del mosaico idruntino, come lo definisce lo stesso Pantaleone, si concretizza nel comprendere il messaggio cosmopolita della sapienza globale dell’Abbazia basiliana in cui la storia dell’uomo con i suoi miti e i misteri confluisce in una tradizione unitaria. Questo pavimento medioevale intarsiato nella cattedrale è una raccolta fitta di episodi staccati uno dall’altro nel suo “terribile” peccato d’orgoglio, rappresentato dalla Torre di Babele e da Alessandro Grande,seduto tra due grifoni colpevoli di aver osato troppo. La conclusione di tutto ciò richiama i tratti delle Sacre Scritture, delle scene mitologiche e della vita quotidiana. Il monaco Pantaleone realizzò nella direzione del mosaico il ponte occidentale verso l’oriente. Il periodo era rappresentato in questo territorio dalla presenza di colte comunità ebraiche che in altre parti d’Europa subivano le repressioni cristiane, mentre nella terra idruntina la tensione fu molto più blanda, condizione che diede la rinascita del pensiero non solo esoterico, ma anche gnostico. Infatti tra il XII e XIII secolo la dottrina del Sephirote dell’Albero della Vita, unitamente alla nascente Cabala ebraica, riceveranno una meditazione approfondita. La funzione mistico-alchemica pone sugli studi dell’esoterismo cristiano gnostico la domanda religiosa dell’origine del bene e del male: “Come mai da un Dio buono e creatore del mondo si è generato il male?”. In maniera emblematica la risposta deve essere vista nell’unità dello studio dell’uomo allo studio del mondo collegato allo studio del cielo all’armonia col creato. Il mosaico si snoda in cinque aree distinte. La simbologia del numero 5 rappresenta l’Uomo ovvero la testa con il corpo e le due braccia e le due gambe,che assume la forma di croce quando le gambe vengono chiuse, ed il cuore del Cristo diviene il fulcro del centro dei quattro punti. A seguito della visione totalitaria del mosaico, lo schema che si compone nella mente mostrerebbe tre alberi,due collocati nel transetto (navata che incrocia quella centrale perpendicolarmente) e un terzo di doppie dimensioni nella navata centrale. Dunque il cuore del Cristo è occupato da sedici cerchi 4x4 nella cosmogenesi, e la testa del Cristo è il semicerchio ove le metafore simboliche si estendono fino a Giona mangiato dal Pesce che rappresenta la resurrezione. Tra gli elementi che custodiscono un chiaro indizio del significato gnostico vi è la raffigurazione dei patriarchi, nell’albero del transetto sinistro, infatti secondo la simbologia degli gnostici, il lato sinistro è il lato del male rappresentato da Lucifero. La Cabala sintetizza il percorso sapienziale che l'uomo deve compiere per giungere a Dio. Essa ha un legame stretto con gli alberi del paradiso raffigurati nell'opera musiva, privata, come appare nel mosaico, delle Sefirot connesse al ramo centrale, sostituito dal grande albero,che rappresenta l'albero del bene e del male. Le Sefirot laterali, non mediate dalle due Sefirot della Consapevolezza e della Meditazione (la Bellezza e la Conoscenza), divengono strumento di perdizione, di eterna scissione ed eterna oscillazione tra il bene ed il male. Lungo il percorso dal presbiterio verso la porta della chiesa e da un lato viene il problema dell'uomo (la lettura destra e sinistra del mosaico) dall'altro rivela anche la soluzione: il grande albero al centro che è il percorso della conoscenza (Gnosi). Quindi al termine della conoscenza si giunge alla soglia dell'uscita dalla Chiesa Ufficiale, arrivando alla mediazione equilibrata della conoscenza del bene e del male e quindi alla giusta comprensione armonica degli opposti, giungendo a quello che la Cabala chiama Regno, che Gesù segnala come mèta ai sui discepoli e che è il cuore ed il senso stesso della conoscenza (fonte Sabato Scala). Il legame stretto che emerge tra la letteratura gnostica, scoperta nel 45 a Nag Hammadi (in particolare il Vangelo di Filippo), il fatto che l'Abbazia di Casole fosse un'accademia talmudica, i limpidi riferimenti alla Cabala, la leggenda che vuole ricchissimo il materiale documentale in possesso dell'Abbazia, induce a ipotizzare che Pantaleone fosse entrato in possesso dei testi che solo oggi possiamo visionare. Io sono la via (l'albero, il tronco, la via attraverso cui si arriva a Dio), la verità(l'asse che media tra gli estremi della cabala), la vita (l'albero della vita) dal Vangelo di Giovanni.

Il Sacco della Città Idruntina da parte degli Ottomani

Oggi per Impero ottomano si intende l'impero fondato dai Turchi ottomani, probabilmente già nel 1299, in continuità con il Sultanato selgiuchide di Rum. Il nome deriva da quello del fondatore di fatto della dinastia regnante, Osman I. Erede per molti aspetti dell'Impero bizantino (il Sultano, per esempio, portava il titolo di Cesare dei Romani), i cui ultimi brandelli vennero spazzati dagli Ottomani nel 1453, l'impero turco durò sino al 1923, quando nacque l'odierna Repubblica di Turchia.

La congiunzione tra l’Oriente e l’Occidente,come nel medioevo, anche oggi è il porto della Città idruntina, per la sua importanza strategica divenne, in quel frangente storico, mèta degli attacchi dell’espansione araba, come il terribile eccidio del 1480 che la storia annovera tra i suoi più terribili orrori. Maometto II (in ottomano: محمد ثانى, Mehmet II, detto ﺍلفاتح, Fātiḥ, "Il Conquistatore"; turco moderno: Fatih Sultan Mehmet; Edirne, 29 marzo 1432 – Scutari, 3 maggio 1481) fu il settimo sultano dell'Impero ottomano. Nato nella già greco-bizantina Adrianopoli divenuta Edirne dopo la presa da parte degli Ottomani (1365) e terza capitale del loro impero dopo Amasya e Bursa, il giovane destinato a diventare Maometto II era figlio del sultano Murat II e di una donna molto probabilmente cristiana (forse addirittura italiana ). Il 29 maggio 1453 a due anni della sua salita al trono mise fine all’Impero Romano d’Oriente con un enorme spiegamento di forze, usando i più grandi cannoni allora esistenti al mondo e addirittura trasportando decine di navi sulla terra, trascinate a forza di braccia dagli schiavi dal Bosforo fino al Corno d'oro scavalcando le erte alture di Galata, per aggirare la celebre catena che bloccava l'imboccatura del Corno d'oro dal Mar di Marmara. Inenarrabili furono le violenze operate dalla soldataglia turca sui cittadini. Presa la città, Maometto II ne fece la nuova capitale dell'Impero Ottomano con il definitivo nome di İstanbul, cancellando la denominazione di Costantinopoli.
L’idea espansionista del Sultano mirava anche alla conquista dell’Italia grazie alla potenza navale e all’esercito che rappresentava per l’intera Europa una seria minaccia, una vera potenza d’artiglieria che faceva tremare ogni resistenza che gli si opponeva. Nel maggio del 1480 una flotta ottomana faceva rotta per attaccare l’Isola di Rodi, in suo soccorso si mosse Ferrante di Napoli. Nello stesso frangente,il Sultano Maometto II dal porto di Valona, fece salpare una seconda flotta che nella sua strategia bellica prevedeva l’attacco di Napoli e non di Rodi, condizione che fu tramutata nel dirigersi verso Brindisi per alcuni pretesti contro i principi di Taranto. Al comando della predetta flotta vi era Gedik Ahmed Pasha che fu uno dei primi insegnanti e stratega della navigazione turca. La flotta disponeva da 70 a 100 navi che potevano trasportare tra i 18000 ai 100000 uomini con ulteriori 90 galee e 40 galeotte per un totale di 150 imbarcazioni. Il 27 luglio del 1480 mentre attraversavano il canale d’Otranto, a notte fonda, a causa di una portentosa tramontana si ritrovarono innanzi alle mura della Città di Otranto che si presentava mal fortificata e con circa 6000 abitanti. Il periodo evoca anche il conflitto turco-veneto che si era concluso dopo lunghe guerre con una pace tra gli stessi rendendo la Serenissima neutra, pur avendo l’ambizione di conquistare il meridione d’Italia, dominata di Ferdinando di Napoli. Gli ottomani erano a conoscenza che le truppe pontificie, unitamente all’armate aragonesi, erano in guerra contro i fiorentini, per cui non avrebbero potuto rafforzare le difese otrantine. Il 28 luglio, dello stesso, anno 16.000 uomini sbarcarono presso la Baia dei Turchi impiantando la loro base di artiglieria.

Baia dei Turchi


Il 29 luglio, il Pasha inviò una delegazione nella città idruntina offrendo pace per la resa in cambio concedeva salva la vita, ma la risposta fu respinta e la popolazione si ritirò nel castello al comando del capitano Zurlo. In risposta, l’artiglieria turca catapultò una mole di palle di granito arrecando un notevole indebolimento della già precaria situazione difensiva della città. La resistenza opposta dalla esigua guarnigione otrantina, permise il ritiro momentaneo dei turchi. La potenza strategica della forza ottomana fu incisiva per 15 giorni di assedio fino a quando non riuscirono a sfondare definitamene la cinta otrantina permettendo il loro passaggio nella città.
Il sacco della città si tramutò in un massacro incredibile di uomini, donne e bambini mentre i superstiti si portavano in Cattedrale per pregare unitamente al vescovo Stefano Agricoli. L’impeto della potenza ottomana fece irruzione con i cavalli all’interno della Cattedrale e portandosi verso il religioso gli imposero di convertirsi all’Islam, poiché Maometto (Islam) era l’unica fede da abbracciare, la sua risposta fu: "Sono un pastore a cui indegnamente è affidato questo popolo di Cristo", a tale risposta gli fu mozzata la testa con un colpo di scimitarra successivamente infilzata su una picca e portata in giro tra le mura di Otranto. La Cattedrale fu ridotta al lastrico divenendo la stalla dei cavalli turchi. Il 14 agosto Pasha diede ordine di legare i superstiti a due a due facendoli trascinare sul Colle della Minerva imponendogli la conversione alla fede islamica in cambio della vita, ma tra gli ottocento otrantini parlò per tutti Antonio Pezzulla, il quale disse: "Se fino ad oggi abbiamo lottato per la nostra Patria ora innanzi non ci resta che combattere per la nostra fede cristiana…" la scimitarra ottomana non esitò nel decapitare Pezzulla, detto Primaldo perché fu il primo a patire per fede. I racconti dell’epoca riportano che il corpo di Primaldo pur decapitato non volle cadere a terra fino a quando non fu sacrificato l’ultimo martire.

Il Turco nel corso delle macabre esecuzioni costringeva con forza i parenti ad assistere all’orda vandalica dei propri congiunti. Il secondo comandante della guarnigione Francesco Largo venne segato vivo. Il Pasha, che non accettava l’idea che nessuno si convertisse in cambio della vita, volle egli stesso riproporre la stessa scelta, ma solo venti di loro decisero di accettare la fede islamica. Il fatto più eclatante fu che lo stesso carnefice Barlabei, che sulla pietra della Minerva decapitava gli otrantini, si convertì al cristianesimo proprio per la fede e la serenità con cui morivano i martiri, venendo a sua volta impalato per la scelta fatta.
Papa Sisto IV notiziato dei gravi avvenimenti emanò la bolla papale “Non Solum Italiane”, con la quale invitava i Principi Italiani a frenare l’espansione turca nel meridione che nel frattempo giunse a Lecce, Nardò fino al Gargano. La gloriosa Abbazia di Casole fu annientata e distrutta, ed i preziosissimi testi furono messi alle fiamme. Il massacro di Otranto suscitò molto clamore tra i cristiani per l’efferatezza distribuita dai turchi alla popolazione otrantina,tanto da proporre il cauto trasferimento del papa ad Avignone. Lorenzo il Magnifico, integerrimo nemico del pontefice e del re di Napoli, fece sarcasticamente fondere una medaglia in memoria della vittoria turca. Venezia non rispose per motivi prettamente d’interesse e di dominio sul mediterraneo orientale, poiché con i turchi aveva stretto un trattato di concordanza e di pace. Bologna inviò solo una trirema. Il pontefice determinò un’alleanza con Genova e Firenze, il re d’Ungheria i duchi di Milano e Ferrara.
Il cardinale Savelli su incarico del Papa Sisto IV si recò a Genova per noleggiare ulteriori 20 unità navali, ricevendone 74 secondo Pastor e 24 secondo Giustiniani.
Il 30 giugno del 1481 la flotta si radunò alla foce del Tevere, ove a conclusione del concistoro, venne nominato Paolo Fregoso (Paolo di Campofregoso o Paolo Fregoso (Genova, 1427 – 22 marzo 1498) fu arcivescovo e cardinale dell'arcidiocesi di Genova e doge della Repubblica di Genova per quattro mandati. Viene ricordato per aver istituito a Genova la festa di precetto della Decollazione di San Giovanni Battista e l'istituzione ligure del Monte di Pietà grazie alla collaborazione con il beato Angelo da Chivasso), già doge, pirata ed infine cardinale, quale ammiraglio pontificio per la missione verso Otranto. Il 4 luglio salpò da Civitavecchia e a Napoli si congiunse con la flotta reale comandata da Galeazzo Caracciolo ulteriormente rafforzata dalle galee portoghesi e napoletane, mentre via terra Alfonso di Calabria si accampò nel castello di Roca a pochi chilometri a nord di Otranto. Intanto i militi crociati pianificavano la liberazione tattica della città, il turco Pasha fu richiamato in Patria e rinchiuso in carcere e dopo qualche anno trovò la morte.
Dopo il congiungimento delle armate nella penisola idruntina, venivano progettati i preparativi dal maestro e ingegnere militare Ciro Ciri del Ducato di Urbino, per cintare la città per mare e per terra. Lo scenario ebbe un improvviso travolgimento per la morte di Maometto II (3 maggio 1481) ed in Turchia era scoppiata la rivolta tra i figli del sultano per la successione al trono. Il 23 agosto le truppe cristiane attaccarono i turchi assediati nella città con una difesa molto ridotta, resistendo alle milizie cristiane con uno strascico di moltissime perdite per entrambi i blocchi. Sternatia fu il quartier generale delle truppe aragonesi di Napoli al comando di Alfonso d’Aragona, futuro re di Napoli, e di Giulio Antonio Acquaviva, duca di Atri e conte di Giulianova e Conversano. Quest’ultimo il 7 febbraio 1481 effettuò un’uscita di perlustrazione con un gruppo di dodici uomini, ma nelle vicinanze di Serrano cadde in un’imboscata tesa dai Turchi. Il suo corpo decapitato rimase in arcione sul suo cavallo che lo riportò indietro, al castello di Sternatia.

Il 10 settembre del 1481 la Città di Otranto fu riconquistata e riconsegnata al duca Alfonso di Calabria, ridotta ad un cumulo di macerie, mentre i turchi via mare si allontanavano per raggiungere Valona. Il Caracciolo voleva proseguire all’annientamento della flotta turca, come stabilito nel documento papale, ormeggiata nel porto albanese, ma Fregoso optò nel rimanere al presidio di Otranto. In seno alla sua forza navale scoppiarono delle dispute per la spartizione del bottino, condizione che fu drammaticamente peggiorata per il diffondersi dei primi casi di peste. A nulla valsero gli appelli pontifici, rivolti al Fregoso, nel continuare l’attacco alla flotta turca, poiché aveva fretta di rientrare a Genova per recuperare il potere dogatale.
Alfonso d’Aragona commissionò a Ciro Ciri la fortificazione delle mura delle Città Otrantina ancora oggi visibili. Le due torri ubicate all’entrata della stessa portano il suo nome e la terza denominata Duchesca in onore di sua moglie.
I fatti risalenti al XV secolo rievocano nella moderna narrazione il supplizio degli ottocento martiri otrantini che cambiarono le sorti dell’Italia impedendo con la vita la diffusione del dominio turco nelle altre regioni centro-settentrionali dell’Italia medioevale.
I loro resti sono venerati, unitamente alla pietra su cui furono decapitati dalla scimitarra turca, nell’abside della Cattedrale della Città di Otranto. Sul Colle della Minerva in loro memoria fu eretta la Chiesa di Santa Maria dei Martiri.
Il loro martirio indusse l’autorità ecclesiastica ad aprire il processo canonico per il riconoscimento ufficiale del culto della Chiesa (richiesta di reliquie, Messa in loro memoria, festa il 14 agosto, preghiere speciali),
Il processo iniziato nel 1539 dall'Arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua, si concluse il 14 dicembre 1771 con il decreto del Papa Clemente XIV, dichiarando Beati i Martiri di Otranto che 12 Maggio 2013 verranno resi Santi.

 
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BRAY

 

 

 

Sceau (SIGILLO) de la baronnie de Bray

La baronnie de Bray s'étend le long d'axes stratégiques comme la Seine, la voie romaine de Sens à Meaux qui permet de passer le pont en marquant le c'ur de la châtellenie de la vallée de l'Oreuse, la limite du comté de Champagne et l'Yonne. Ses barons Henri le Libéral, comte de Champagne, puis Jacques, duc de Savoie, gèrent les territoires autour de dix places principales : Passy, Montigny, Bazoches, Les Ormes, Dontilly, la Villeneuve-du-Comte, Égligny, Vin-neuf, Courlon et Bray-sur-Seine.

 

 

CENNI STORICI SUL MIO CASATO BRAY

Il casato BRAY-BRAI, cognome sembra essere derivante dal francese (e prima da quello, Celtico). Il nome proviene da diversi periodi storici nei paesi d'Europa. Contea Wicklow, l'Irlanda, vicino a Brayhead. Nelle annotazioni antiche il nome era Bree, preso dal vecchio bri o brigh irlandese, una collina. Questa parola è simile nelle vecchie lingue gaeliche e celtiche; In Inghilterra il nome è trovato applicato alle parrocchie in contee Devon e Berks. Molti città e distretti in Francia impiegano il Bray o certa forma del nome, come: Bray-sur-Somme, Bray-sur-Seine, Bre-Cotes-du-Nord, Bray-La-Campagne, Bray-Calvados e paga de Bray. Ci sono parecchi posti chiamati BRAY in Europa, la città Bray in Inghilterra è in Berkshire sul fiume di Tamigi vicino a Windsor, Bray in Irlanda è sul sud del litorale appena di Dublino in contea Wicklow e ci è un distretto chiamato paga de Bray vicino a Rouen e ad un villaggio Bray vicino a Parigi in Francia in Lilla."La gente normanna„ dal Re", condizioni il nome deriva da un posto denominato Bray vicino ad Evreux, Normandia; Milo de Brai 1064 era signore di Montlhéry a partire dal 1095 sua moglie era Lithuise figlia di Stephes conte di Blois e di Adela della Normandia, figlia di William il conquistatore ed il suo figlio dello stesso nome Milo II de Brai 1118 signore di Montlhéry e di Braye, visconte di Troyes 1096,  il figlio maggiore Trousseau de Brai, signore di Monthléry  sua figlia Elizabeth di Montlhéry nel 1103 sposò Philip, Conte di Mantes, figlio di Philip I della Francia e di Bertrada de Momtfort, parteciparono alla 1^ crociata nel 1096. Nel  1066, sir Guillaume de Brai, successivamente in inglese William de Bray e sir Thomas de Bray, parteciparono alla conquista dell'Inghilterra a fianco del Duca di Normandia William. Sul rotolo nell'abbazia i nomi di coloro che hanno partecipato alla battaglia di  hastings. Al Servizio dei Re d'Inghlilterra dal (1066 - 1485): In un villaggio vicino Berkshire Bray vi è una chiesa del XII secolo costruita da Bray, in cornovaglia. sir Richard Bray cavaliere della giarrettiera e Consigliere al servio di Henry VI e della sua moglie Joan Troughton. Nel Concistoro del 22 maggio 1262 fù nominato Cardinale Guillaume de Bray da Papa Urbano IV . Il casato si stabilì in Puglia in Gravina e nel salento. Nominis reliquiae supersunt planissime, Bibracte Galliae etiam nunc in Bray contrahitur, et non procul hinc Caesar Tamisim cum suis transmisit ...",

 

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Papa Benedictus XVI

Joseph Ratzinger


Il Santo Padre con il Vescovo di Ugento (LE) Mons. VITO DE GRISANTIS in occasione della visita a Santa Maria di Leuca (LE) "de finibus terrae"14 Giugno 2008


 

SIGILLUM MILITUM

 

A Troyes Francia nel 1127, i Cavalieri Templari adottarono il motto: "Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", ossia "Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo nome da gloria". E’ facile immaginare come un simile motto potesse accendere gli animi.
San Bernardo da Chiaravalle inoltre trasmise ai cavalieri la devozione a Maria e il grande rispetto per la donna, la Regola infatti cita: "Maria presiedette al principio del nostro Ordine

 

INVESTITURE

 

Nel medioevo il cavaliere veniva istruito nell’uso delle armi; egli era sottoposto a studi che ingentilivano gli animi e di ordine morale. Altre caratteristiche della cavalleria erano: cortesia, difesa della giustizia, appoggio alla debolezza, omaggio alla bellezza, idealizzazione dell’amore come mezzo di elevazione morale. L’incontro con il soprannaturale, secondo le credenze d’epoca, avrebbe completato l’iniziazione del cavaliere.

Iniziazione cavalleresca
La vestizione - com’era chiamata l’iniziazione cavalleresca - era considerata già alla fine del XI -XII secolo con la fondazione degli Ordini un "ottavo sacramento". Il candidato vi si preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di famiglia, inginocchiato davanti all’altare. Veniva poi purificato con un bagno rituale, confessato e comunicato. Seguiva una messa solenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria, che consisteva nella consegna da parte del sacerdote della spada consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie parti dell’armatura, che appunto il giovane indossava.
La cerimonia si concludeva infine con l’accollata o palmata, cioè con un colpo inferto col palmo della mano dal padrino sulla nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far vacillare il ricevente.
 
Bisognava alimentare tra i cavalieri rapporti di solidarietà, lealtà, fratellanza, oltre che naturalmente di fedeltà incondizionata. Non importava che la compagnia fosse numerosa; importava che fossero saldi i legami al suo interno e che ne facessero parte, soprattutto, quei pochi vassalli davvero in grado - per valore, potere, prestigio personale - di controllare tutti gli altri.

 

 

RE CRISTIANI

 

 

CATTEDRALI GOTICHE

 

I Cavalieri Templari, si ritiene avessero rinvenuto documenti relativi alle "LEGGI DIVINE DEI NUMERI,DEI PESI E DELLE MISURE" sotto le rovine del Tempio di Salomone a Gerusalemme e li avrebbero forniti ai costruttori di cattedrali.

Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Cavalieri Templari al Santo Graal.

Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche. Una dopo l'altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l'alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine.

Inoltre vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della "Grande Madre", ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l'energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti). Hanno pianta a croce latina: la croce "é il geroglifico alchemico del crogiuolo" (Fulcanelli), ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato.

Sono adornate da un gran numero di statue o bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e simboli magici ed esoterici, che poco hanno a che vedere con la loro funzione di chiese cristiane ed hanno un particolare orientamento in modo che il fedele, entrando nell'edificio sacro, cammini verso l'Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di nascita del Cristianesimo.

Ciascuna cattedrale è dotata di una cripta in cui secondo alcune tradizioni sarebbero nascosti degli oggetti sacri molto importanti (ad esempio si dice che in una delle cripte della Cattedrale di Chartres sia custodita l'Arca dell'Alleanza, e che quando questa cripta sarà scoperta la cattedrale crollerà al suolo). Ma le cripte sono legate ad un altro elemento molto misterioso: le "Vergini Nere", statue o bassorilievi, che raffigurano appunto la vergine Maria, con la particolarità della carnagione scura.

 

Francia Parigi

 

 

Notre Dame