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Thamyris
   
 
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La ricerca di Tamiri

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La mia donna

Post n°15 pubblicato il 26 Marzo 2011 da Thamyris

 

Potevo non vederla per ore, la mia donna; lontano da lei passavo il mio tempo, preso dal lavoro, dalle carte, dai pensieri, dalla vita prosastica di ogni giorno. Ora la cerco sempre negli occhi degli altri, uomini o donne che siano, bagliori della sua luce riesco a volte a cogliergli. La bellezza del mondo è solo un ingrandimento del suo viso, del suo cuore riflesso tra i suoi occhi; potrei ringraziare non so chi per questo, e questo che sto scrivendo può sembrare un mieloso messaggio, una banale lettera scritta alla luce di una luna indifferente, ma sempre presente nelle mie notti solitarie, ma così non è, credetemi.  Nella casa inciampo nei suoi ricordi e nei suoi sogni, così come nelle sue paure e nella sua rabbia, nei desideri insoddisfatti, oggetti abbandonati a loro stessi, in musiche vergini di orecchie umane, in dipinti inconclusi.  Un cibo, il suo, privo di sapore per me, o per lei, quando non è condiviso da uno dei suoi sogni.  Ne parlai un tempo con qualcuno, anche lui ne apprezzò la forma, la grazia, l’indole da regina che nella sua ira manifestava fulgida dignità di essere compagna di vita, è che vita! Questi “qualcuno” oscillavano tra l’invidia, l’orgoglio, la gioia tra i miei occhi, i miei sguardi per lei. È bella, la mia donna, non so se ve l’ho detto. Una forma che colsi, come ovvio, dal primo momento che posai gli occhi su di lei: niente di nuovo in questo, lo ammetto. Lei arrossiva, non credeva alle mia parole, o forse credeva e arrossiva davanti alla verità. Ha questo effetto, a volte, la verità, ci fa vergognare di ammetterla, persino di udirla, chissà perché, poi? Ricordo quando la pronunciai la prima volta in vita mia: fu con lei di fronte. Ammisi davanti al creato che era di aspetto nobile e fulgido, bella per me come per ogni cosa su questa terra. Non voleva crederci, alla mia verità, nemmeno questa è una novità per noi mortali: possiamo solo sperare che non coinvolga la nostra vita, ecco quello che vogliamo, la bugia per crearci il nostro mondo perfetto. Non è certo per colpa della menzogna che si cavano i propri occhi, ci si appende al soffitto o si tenta di volare non riuscendoci. Ma una verità così pura e bella? La mia donna non la comprese. Ogni suo pensiero, ogni sua parla, ogni suo movimento, ogni suo respiro la rendeva graziosa ai miei occhi: la mia donna. La osservavo per ore, mentre camminava, mangiava, sognava nella veglia, nel sonno. Il ritmo del suo respiro vibrava della musica delle sfere celesti, nel suo stesso vivere scorgevo una scintilla dell’amore divino, del movimento dell’universo, ed era tutto nella mia donna: un tesoro che il più ricco re d’oriente poteva solo piangere. Forse un giorno mi capitò di vedere un angelo, uno di quelli nascosti sulla terra, tutt’uno con parti dell’opera divina, mi confessò di essere sceso soltanto perché aveva sentito parlare di lei, lì tra le schiere, aveva reputato un equo prezzo barattare la sua anima, scendere nel peccato, per vedere lei. Una curiosità infernale che pagò con la sua anima superna. Ebbi pietà per le sue lacrime d’argento e per i suoi cenciosi capelli una volta lucenti come l’oro di Salomone: feci vedere la mia donna, mentre dormiva, per non spaventarla. Egli sospirò ancora e ancora, pianse ringraziando il suo Creatore di averlo reso di spirito e anima e di aver potuto dargli, così, possibilità di vedere la mia donna. Se ne andò e di lui non seppi più nulla. Aveva spirito da dea, la mia donna: in ogni sua azione c’era la dignità della regina di Saba, la fierezza di Cleopatra, la mente di Medea, la passione di Elena e l’ira degna di una divinità. Ogni bacio, ogni amplesso, ogni passione tra di noi era la sintesi ultima di due universi che si scontravano: la magia di sradicare la luna dal cielo aveva la mia donna. Vivevo come un re al suo fianco, invincibile nella sua armatura, audace nelle sue guerre, forte del suo potere.

Avevo ogni cosa con lei, in lei, per lei, tra lei, la mia donna non era più mia, era del mondo e a lui l’ho ridata, perché mai si dica che è l’egoismo la fiamma dell’amore, che è l’abitudine il suo alimento, come non si dica che la gelosia è la sua manifestazione.

Ho ridato alla terra la mia donna affinché tutti i figli di Eva, alla fine, possano nutrirsi di lei e, alla fine di ogni cosa, abbiano il coraggio di comprendere chi fosse la mia donna…la mia donna…la mia…donna…

 
 
 
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