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Perfidie di Stefano Torossi

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Santa Cecilia Superstar

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   28 maggio 2012

   SANTA CECILIA SUPERSTAR

 

Organo. Nella rassegna di Santa Cecilia "Musica a Roma...per Roma" (chissà perché i puntini?) il 30 aprile è annunciato un concerto per strumenti a fiato e orchestra. Invece dell'evento previsto, oh sorpresa, in sala c'è un signore che suona il grand'organo dell'Accademia. Forse dovevamo ricontrollare giorno e ora. Il fatto è che quando un'istituzione come S. Cecilia ci manda il programma della stagione, perché non dovremmo prenderlo sul serio? Non siamo riusciti a sapere chi è il virtuoso. Questo imprevisto ci porta a una riflessione sull'organo, e la facciamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti. E' uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Gli archi respirano a ogni su e giù del braccio, gli ottoni e i legni respirano per bocca dei loro suonatori, il suono delle percussioni non dura più di tanto, solo l'organo non ha bisogno di respirare. E così, con tutta la sua maestà, dolcezza e potenza, ci mette in affanno, forse per empatia fisiologica. E' un'osservazione da maniaco o è una sensazione che qualcuno condivide? 

PS. Ci pare obbligatorio segnalare che, insieme a questo del 30 aprile, altri due concerti annunciati sul programma della stagione di S. Cecilia sono svaniti senza spiegazione: quello del 4 maggio per l'Orchestra del Conservatorio con il violoncellista Idlir Shyti, e quello dell'11 maggio con l'organista Alessandro Licata. Tre buche in meno di due settimane non ci pare una cosa seria per una grande istituzione. Alle nostre rimostranze il custode ci ha detto: "Eh, ma doveva andare a controllare sul sito". Abbiamo così scoperto che il rispetto per gli impegni con il proprio pubblico viene gestito all'italiana perfino da S. Cecilia, che evidentemente non è abbastanza santa da fare il miracolo di cambiarci le abitudini.

 

Saggio di fine corso. Il 13 maggio alla Sala Accademica del conservatorio di S. Cecilia, meritorio concerto di chiusura della sesta edizione di Percorsi in Jazz, coordinata da Paolo Damiani e Danilo Rea. Sul palco una big band di allievi esegue composizioni di docenti e di altri studenti ispirate a Zappa, Miller, Kenton, con assoli a volte buoni, a volte meno, ma sempre volenterosi. E' chiaro che non tutti sono star. Prima di questi, la classe di sax di Stefano Di Battista, 12 ance, più una ritmica pesantuccia, ha suonato brani del suo professore. Poi è salita Nicky Nicolai, una voce che non ci è mai piaciuta un gran che. Per fair play ci imponiamo di non infierire, ma non ci riesce di passare sotto silenzio la sua interpretazione, proprio brutta, di una bellissima canzone di qualche anno fa, "E se domani" incisa in modo superlativo nel '64 da Mina, che invece la Nicolai ha interpretato male, accompagnata malissimo dal pianista Alessandro Mariano che di tanto in tanto si tuffava in arpeggi alla Liberace. Una cosaccia che, prevedibilmente, ha provocato applausi tanto scroscianti quanto immotivati. Fatti i calcoli, abbiamo la quasi certezza che il pubblico fosse al centoventi per cento famiglie, amici, fidanzate.


Ancora Santa Cecilia. Scusate l'insistenza, ma avendo preso un'altra sòla ci sentiamo in dovere di riferirla. Il 17 maggio, alle 18 (attenzione all'orario) ci presentiamo alla Sala Accademica per il concerto del chitarrista Francisco Bernier, che inaugura il Guitfest, festival della chitarra, curato dall'amico Arturo Tallini. Beh, indovinate chi c'era invece? Una formidabile banda militare che suonava i suoi inni. Erano in alta tenuta e andavano benissimo, ma, certo, se uno si aspetta una chitarra...Siamo usciti stupefatti, e all'ingresso abbiamo letto su un foglietto appiccicato che in realtà il concerto di chitarra era quella sera alle 20,30. Allora ci siamo detti: aveva ragione il custode. Prima di passare a Via dei Greci avremmo dovuto controllare sul sito. Lo abbiamo fatto appena tornati a casa, e sul sito appariva, e ancora oggi (27/5/2012) appare la burocratica scritta: "Guitfest - apertura il 17 maggio alle ore 18,00 con il concerto di Francisco Bernier". Che altro aggiungere?

                                        

 
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L'ennesima sigaretta

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  21 maggio 2012

  L'ENNESIMA SIGARETTA


L'ennesima sigaretta. Il freddo fuori stagione (siamo al 16 maggio) non ci ha impedito di fare una passeggiata fino alla Basilica di Massenzio per la prima serata del Festival Internazionale di "Roma Letterature - Semplice/complesso". E invece avremmo fatto bene a restarcene a casa al calduccio. Il posto, si sa, è eccezionalmente bello e anche bene illuminato. La suggestione delle immense volte a cassettoni è irresistibile. Una musica di sottofondo un po' alla Goblin, ma più iettatoria, precede la lettura piuttosto malriuscita di un testo poetico da parte di Ambra Angiolini. Poi appare Alessandro Piperno, che, pur essendo uno scrittore quarantenne di grande successo, come abbiamo letto nel catalogo del festival ben fatto e lussuoso, si presenta come un malconcio bidello in pensione. Ma come, sali su un palco per quella che è a tutti gli effetti una cerimonia pubblica, e non ti metti almeno uno straccio di vestito e una cravatta? No. Bragoni di velluto sformati e casacca scolorita. In più, nel suo caso, e questo non è certo colpa sua, il fisico non lo aiuta. Allora è l'uomo intelligente che dovrebbe aiutare il proprio fisico. Comunque, a parte il look, ha letto un suo testo divertente, ben costruito e ben scritto.

Segue una collega che legge se stessa, Silvia Avallone, e con il suo racconto ci affonda in una storiella fra il trasgressivo e il cronachistico, in realtà un cesto così pieno di luoghi comuni da stupire, proprio perché confezionato da una presunta professionista. Da questo contenitore abbiamo pescato la banalità che usiamo per il titolo. Uno dei personaggi a un certo punto del racconto si accende "l'ennesima sigaretta"! (serio, intendiamoci, non ironico). Non la leggevamo dai tempi di Yanez. Ve lo ricordate il portoghese di Salgari?

Seconda lettura insignificante di Ambra; strano, perché è brava. Poi ad accompagnare dal vivo al pianoforte la proiezione di certi suoi video noiosissimi farciti di sequenzine ripetute e altre furbizie da cinefilo si presenta nientedimeno che il musicista minimalista Michael Nyman, autore, come sappiamo, di una quantità di colonne sonore inglesi e australiane. Si piazza al piano e contribuisce ad accentuare il disagio del pubblico, già prostrato dalla temperatura in calo, con una serie di brani forse minimalisti, certo molto basici e soprattutto noiosi. Perché l'idea di sottrarre tutti gli ornamenti dalla struttura costruttiva della musica per arrivare al nocciolo essenziale può anche essere giusta, ma a un certo punto bisogna sapersi fermare, sennò è come il risotto. Se gli levi il brodo, il burro, il parmigiano, il pepe, rimane il riso bollito, che è comunque commestibile, e ci campano svariati milioni di persone nel mondo, ma il sapore ce lo scordiamo.

Non sappiamo come è finita la serata. Il freddo e la noia hanno avuto la meglio e ci siamo uniti a quello che, cominciato come uno sgattaiolare via di pochi coraggiosi, è poi diventato un esodo biblico di tutto il pubblico.


Valorizzazione del patrimonio culturale. E' il titolo dell'incontro avvenuto il giorno dopo la nostra fuga da Massenzio, cioè il 17, all'auditorium dell'Ara Pacis. Per la nostra esperienza, un evento del genere è spesso una tragedia di noia. Invece l'accorta organizzazione dell'amico Stefano Micocci e la brillante prestazione del moderatore non moderato Philippe Daverio hanno trasformato la faccenda in un frizzante pomeriggio intellettual-spettacolare. Che vi andiamo a raccontare. L'auditorium è un ambiente di estrema sobrietà, tutto in legno chiaro e intonaco bianco. Non grande, con una pedana per i relatori. Di solito lì sopra ci sono tante sedie in fila dietro un lungo tavolo con gli obbligatori cartoncini recanti nomi e cognomi dei partecipanti. Stavolta no. Un podio e due tavolini che richiamano il legno delle pareti, e tre poltroncine di pelle chiara. Non una scritta o un logo. Sui tavolini pochi bicchieri di vetro. Sul pavimento bottiglie di minerale seminascoste dietro le gambe dei tavolini. Semplice, elegante e intelligente. Come tutto quello che è seguito. Presentazione di Ruberti, di Zètema, seguita da un chiaro e come sempre energetico intervento della presidente Polverini, a cui si aggancia un accorato appello dell'assessore alle politiche culturali D'Elia che ci fa sapere che l'Italia è l'unico paese europeo a tagliare su scuola e cultura.

Primo dibattito sulle industrie creative introdotto e condotto sornionamente ma non senza frecciate al ministro Ornaghi da Walter Santagata che guida Mario Resca, direttore per la valorizzazione del patrimonio culturale, il quale tende, probabilmente con ragione, al catastrofico; e Santo Versace, un po' troppo stizzoso, e mal servito da una voce afona e una dizione sdrucciolevole. Conclusione: le cose non vanno.

Passiamo al piatto forte: dibattito sulle prospettive del patrimonio e delle industrie creative. Un protagonista: Daverio. Due comprimari: il ministro Ornaghi e Francesco Rutelli. Brillantissima introduzione di Daverio che procede fra paradossi e iperboli scandendo bene ogni parola e qualunque cosa dice la fa interessante e divertente.

Sulle tre poltroncine abbiamo da sinistra il ministro arcigno, al centro l'intellettuale estroso, e a destra il bel guaglione della politica. Il primo parla in burocratese poco espressivo e spesso fumoso, il secondo, lo sappiamo, cita in tutte le lingue con pronuncia perfetta e ridacchia da sopra il papillon, il terzo parla moderno, spesso per slogan, e fa gli occhioni. Inutile entrare nel merito, sarebbe troppo lungo. La constatazione è che tutto va male perché mancano i soldi, manca l'attenzione, manca un'elite intellettuale e politica in grado di prendere le decisioni giuste. Mentre dicono questo, due dei tre sbirciano verso il ministro dei beni culturale. Che sia tutta colpa sua?

Riconosciuto a Daverio il primato della brillantezza, ci corre l'obbligo di riferire due felici battute di Rutelli. Apre rallegrandosi che l'incontro si è potuto tenere proprio lì, nella teca dell'Ara Pacis, solo perché il sindaco Alemanno non ha ancora fatto in tempo a demolirla (risate). E chiude riferendo che ogni anno quattro milioni di turisti visitano Pompei, e altri quattro milioni di turisti visitano Pompei, ma non lo sanno, perché i primi vanno agli scavi, gli altri al santuario. Non sarebbe male, aggiunge, se riuscissimo a farli incontrare e farli diventare otto.


                                       

 
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Elettronica e samba

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 14 maggio 2012

   ELETTRONICA E SAMBA


Emutif. Electroacoustic Music tra Italia e Francia. E' un festival in quattro episodi dal 7 al 10 maggio alla Sala Accademica del Conservatorio di S. Cecilia. Prima serata dedicata a Guido Baggiani. Atmosfera del tutto informale. Ingresso libero. Pubblico scarsetto, ma di amici e intenditori, e questo permette totale naturalezza quando per un impiccio a noi incomprensibile il brano per viola elettrica e live electronics non si può eseguire. Armeggiano un po' intorno ai computer, poi, come abbiamo detto, senza il minimo imbarazzo si passa all'esecuzione del brano successivo, promettendo che appena possibile ascolteremo la viola. Ci piace molto questo modo di fare e ascoltare musica che, attenzione, non è cialtrone, è familiare. I due brani di Baggiani sono davvero molto belli, specialmente il più vecchio (1985); dell'altra musica non ci siamo quasi accorti. Comunque in questi concerti c'è sempre qualcosa da apprezzare, se non l'ispirazione, almeno il trattamento degli strumenti e dei suoni. Buoni gli esecutori, quasi tutte ragazze. Assolutamente delizioso il direttore, Tonino Battista, il quale, dopo ogni brano fa corsette su e giù per il palco con mosse da Mr. Bean, e va a baciare la mano alle esecutrici. Altrettanto deliziosamente impacciato il maestro Baggiani quando gli consegnano un premio alla carriera. Tutto come in un film americano anni quaranta, rigorosamente in bianco e nero. Ma con buoni attori.

Errare è umano, perseverare è diabolico, e noi diabolicamente siamo andati anche alla seconda serata del festival, il giorno dopo. Ammettiamo subito che ci siamo accorti dell'errore a metà concerto, e abbiamo prontamente tagliato la corda. In ogni caso vi riferiamo, invece che le impressioni sulla musica, di scarso interesse, alcuni nostri rilievi sul programma di sala (quel foglietto che di solito ricorda pericolosamente le presentazioni delle mostre di pittura: aria fritta), che ci ha fatto divertire assai di più. Saremo assolutamente scorretti nelle citazioni, però non vi diremo gli autori. Intanto i titoli, spesso più pittoreschi della musica a cui si riferiscono. Brano numero uno: "Sedimenti". Il foglietto dice: "...giardino di suono, dove l'ascoltatore...può cedere a sensazioni che diventano uniche a ogni singola esecuzione e per ogni singolo spettatore". Nostro commento: E allora? E' quello che succede a qualsiasi ascolto, anche di Orietta Berti. Numero due: "Come occhi che videro deserti". Foglietto: "Dopo aver visto l'infinito degli abissi, gli occhi non riescono a credere più a nulla..." Commento: Da sempre pensavamo che a un concerto servissero principalmente le orecchie. Numero tre: "Umori - Rumori". Foglietto: "...dislocazione degli eventi impulsivi fra fronte e retro, spazializzazione degli eventi lunghi in movimento orario e antiorario". Commento: Mah?

Non sapremo mai cosa è successo dopo, né quel pomeriggio, né per tutto il resto del festival.


Optical.  Mercoledì 9 maggio, in un luogo fra i più belli di Roma, il Chiostro del Bramante, il nostro ottico di fiducia, Giancarlo Mondello ha invitato tutti i suoi clienti (che spesso sono anche amici) a brindare e a gustare, fra un continuo lampeggiare di bifocali e antiriflesso, ottime fave e pecorino, nonché altre squisitezze di stagione e poi a portarsi a casa il catalogo delle sue vetrine. Bisogna sapere che Giancarlo è uno di quegli imprenditori illuminati che spendono parte dei loro guadagni non solo per intrattenere gli amici, ma anche per chiamare una serie di artisti a decorare la sua vetrina su Via del Pellegrino. Che infatti è sempre sorprendente e divertente, piena com'è di arte da definire obbligatoriamente Optical.


Preghiera in samba. Alle sette e mezza di venerdì 11 maggio entrando nella basilica di S. Giovanni in Laterano eravamo convinti di andare a sentire l'orchestra di Alfredo Santoloci in un programma non precisato. Con nostro stupore ci siamo trovati quasi al carnevale di Rio. L'occasione era il conferimento dello statuto da parte della Santa Sede alla comunità cattolica brasiliana Shalom (ci sfugge il perché di questo nome ebraico per una comunità cattolica, per di più brasiliana). Chiesa gremita, e ce n'entra di gente a S. Giovanni. Processione con ostensione di reliquie, e poi sono cominciate le loro canzoni; noi che vorremmo solo Bach. A questo punto ci è tornato in mente quello che diceva Vinicius de Moraes. Metti una canzone in bocca a un brasiliano, e diventa un samba. E infatti c'era samba nei canti che tutte quelle migliaia di persone cantavano battendo le mani a tempo (giusto), quasi ballando, e soprattutto appoggiandosi ai magnifici arrangiamenti di Santoloci. La gente ha bisogno, quando si raduna in chiesa o altrove, di fede e di appartenenza, ma se è gente brasiliana, ci aggiunge di sicuro una bella dose di ritmo. Alla fine ce ne siamo andati sorpresi e contenti (e sambando un po' anche noi , ma di nascosto).

 

P.S. Aggiustiamo il tiro, anzi, il tempo: La settimana scorsa, criticando la eccessiva lunghezza dei brani jazz odierni, abbiamo citato le durate di una volta (2'45", per esempio) e le abbiamo definite a misura d'uomo. Credevamo di aver trovato una denominazione sensata e anche un po' poetica. Per fortuna abbiamo un amico, Massimo Catalano, il quale, ancorché di poco più anziano di noi, è evidentemente meno rimbambito perché ci ha fatto notare che quella durata non era a misura d'uomo, ma a misura di 78 giri. Semplice, no? Averci pensato! Grazie, Massimo.

                           

 
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Calendarietto di perfidie

 

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  7 maggio 2012

    CALENDARIETTO DI PERFIDIE


Professionalità. Il 26 aprile su Sky Uno, il filmato di Tony Bennett in studio mentre registra il suo formidabile CD di duetti. Aretha Franklin grintosa, Amy Winehouse (Body and soul) commovente, Lady Gaga spiritosa, Bublé, un po' troppo sinatriforme, Nathalie Cole, Norah Jones, altri. Arrangiamenti strepitosi, archi scritti benissimo, e una sezione ritmica impeccabile. Pura magia. Veri professionisti. Swing, sempre e comunque. E poi c'è anche Bocelli. Non si può dire che non sia un professionista, ma in quanto a swing, zero totale. Fanno insieme "Stranger in paradise". Quando canta Bennett, lo swing c'è, con Bocelli invece, si sprofonda nella pummarola di 'o sole mio.

Gioco di parole. Il 2 maggio all'Auditorium Parco della Musica: "Forte Piano - Le forme del suono". Ovvio il bisticcio fra il nome dello strumento e quello di Renzo Piano, autore del bellissimo spazio che ospita quell'eccezionale tris di sale da concerto che viste dall'alto sembrano tre grossi scarafaggi. Ma belli e, malgrado quello che dicono in molti, anche funzionali.

Indifferenza e poco altro, tranne naturalmente la bellezza del posto, il tepore della giornata e la luminosità del tramonto. Questo ci ha lasciato addosso l'inaugurazione. E' vero che il pubblico romano è pigro e disincantato, ma bisogna ammettere che l'evento che vi stiamo raccontando era del tutto evanescente, inconsistente, inesistente. Si trattava della diffusione di frammenti sonori attraverso altoparlanti piazzati qua e là. Abbiamo captato Benigni con i Fratelli d'Italia da Sanremo, lo squillo di telefoni vari, campane, canti liturgici, e altra paccottiglia acustica. L'intento narrativo (o forse scandalistico, se c'era) ci è insistentemente sfuggito anche se siamo rimasti a girare un bel po'. C'è da aggiungere che, magari a causa della crisi, il buffet era scarso: qualche nocciolina, qualche patatina, un po' di prosecco. Ci sono arrivati bisbigli tipo: "...soldi buttati" oppure: "tanto vanno in tasca ai soliti amici", eccetera. Non sappiamo. Ma siamo dell'opinione che i quattrini usati per smuovere la gente e portarla verso la cultura sono sempre ben spesi. Magari talvolta può risultare difficile distinguere fra cultura e presa per i fondelli. Ma questa è un'altra faccenda.

European Jazz Contest. Il 3 maggio al Music Inn di Roma, seduti abusivamente al tavolo della giuria, fra gli amici che invece ne facevano legittimamente parte (Mazzoletti, Intra, Mastruzzi) abbiamo seguito la prima serata di questo concorso di giovani jazzisti europei organizzato dal Saint Louis Music School, benemeritissima organizzazione romana. I gruppi in concorso erano cinque, uno meglio dell'altro. Ci ha impressionato la preparazione strumentale dei musicisti. Roba che la nostra generazione neanche se la sognava. Sul gusto e la personalità delle formazioni naturalmente il giudizio può variare, ma due elementi sono emersi a fine serata. Uno buono, l'altro meno. Il primo è che i nuovi gestori dello storico Music Inn, locale che ha visto passare  negli anni tutto il meglio del jazz mondiale, per poi essere chiuso, quasi dimenticato e quindi risuscitato, sono riusciti a eliminare quella che era la nota più caratteristica del locale: la puzza. Ce la ricordiamo. Tremenda: di fumo, di muffa, di stantio. Adesso l'aria è balsamica ed è scomparsa anche la claustrofobia che prima prendeva allo stomaco. L'altro problema è la durata biblica delle esecuzioni. La più corta fra quelle ascoltate era quasi sette minuti, la più lunga venti. E' impossibile stare sereni e attenti tutto questo tempo, anche se il brano è bello e ben suonato. Vi ricordate quei simpatici pezzi a misura umana di una volta? Due minuti e quarantacinque, e via.

Direttrici d'orchestra. Il 4 maggio siamo andati alla Sala Accademica di S. Cecilia per un concerto diretto da Silvia Massarelli. Arrivati sul posto, il concerto era stato annullato. Pazienza, c'è rimasta la curiosità di ascoltarla. Continua a stupirci il bassissimo numero di donne sul podio. In compenso ci affiora insopprimibile un sorriso se pensiamo che una di loro, che ha raggiunto una certa notorietà proprio come direttrice femmina, si chiama Elisabetta Maschio! Scherzi dell'anagrafe, o il destino in un nome?

Scale alla Scala.  Ci scrive un amico di Milano. Riferiamo la sua indignazione e manteniamo le sue maiuscole e i suoi punti esclamativi (non abbiamo aggiunto niente di nostro).

L'altro giorno ho portato la famiglia (nonni compresi...come diceva il Quartetto CETRA) nel caro vecchio palco della SCALA per il CONCERTO Gershwin, Chailly & Bollani. Con altre persone arriviamo davanti alla porta (chiusa) dove normalmente si trova l'ascensore, senza nessun cartello o informazione esposta. Solo dopo nostre ripetute insistenze arriva una maschera a dirci che L'ASCENSORE E' ROTTO! .....siamo alla SCALA di MILANO E L'UNICO ASCENSORE E' (a loro dire) MOMENTANEAMENTE INTERROTTO X MANUTENZIONE! Tutte le persone anziane che avevano prenotato i PALCHI del primo e secondo settore..... e ancor di più chi aveva prenotato le BALCONATE hanno dovuto FARSELA A PIEDI SULLE SCALE! Inutile dire i commenti degli SPETTATORI ITALIANI e ancor di più dei TURISTI STRANIERI riguardo allo stato delle strutture del Teatro nell'anno 2012!...... Ciao. Andrea

                                

 


 
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Azzardiamo un parallelo

 

 IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  30 aprile 2012

 AZZARDIAMO UN PARALLELO


     27 aprile, prima giornata veramente balsamica della stagione. Si inaugura a Villa Adriana a Tivoli la mostra "Antinoo, il fascino della bellezza". Andiamo. Su due ruote naturalmente, ma la via Tiburtina è un inferno. Traffico congestionato in cui si intrecciano i camion carichi di travertino delle cave e i malati immaginari che vanno alle sorgenti solforose delle Acque Albule. Arrivati alla zona archeologica, hanno cambiato la viabilità, con molte direzioni vietate e ovviamente nessuna indicazione precisa, quindi ci si perde un po' nei viottoli della borgata circostante, ma insomma, poi si arriva. Molti bus zeppi di scolaresche, il cui divertimento in queste occasioni sembra essere principalmente urlare e darsi spintoni. Non vogliamo fare i brontoloni, ma ci colpisce anche il contrasto fra la bellezza solenne delle rovine dove camminiamo e l'orribile panorama di edilizia povera e insensata che ci si affaccia di fronte dal colle di Tivoli. Le robinie sono fiorite e profumano, gli uccellini cinguettano, l'unico bar accanto alla biglietteria naturalmente é chiuso e i bagni del ristorante di fronte, è ovvio, sono in manutenzione da più di un anno. Si tratta della abituale noncuranza italiana per l'arte, che fa dire agli stranieri il solito "Molto pitoresko!"

     Perché i posti sono talmente belli che inefficienze e conseguenti indignazioni sembrano perfino esagerate. Ah, c'è da aggiungere che nel trionfalistico annuncio della mostra che stiamo andando a vedere  era inserita anche la promessa di un nuovo itinerario di visita alla tomba-tempio del giovane favorito. Che naturalmente risulta inaccessibile. A proposito di serietà, avete notato quanto stupore (e quante risatine, anche) provoca in qualsiasi straniero la nostra diffidenza, sacrosanta, di italiani per tutto ciò che è pubblico. Gli orologi per strada. Ce ne fossero due che segnano la stessa ora. Che comunque sarebbe sbagliata. Le paline elettroniche alle fermate dei mezzi. Corse ipotetiche, frequenze facoltative. Come la puntualità dei treni, degli aerei, degli eventi, e comunque tutto quello che dovrebbe rappresentare la civile comunicazione fra il pubblico e il privato.

     La mostra è costruita su Antinoo, il grande amore dell'imperatore Adriano. Ritratto come Osiride, come efebo, come Apollo, e sempre bellissimo e giovane e puro. Bronzi, marmi, cammei. L'arte di questi ritratti raggiunge livelli talmente stratosferici che dopo duemila anni ci lascia basiti dall'assoluta emozione. Che dolore immaginare l'indigestione di bellezza  che dovevano provocare i tanti capolavori della villa. Tutto saccheggiato; nel medio evo solo qualche frammento a caso per costruirci catapecchie e stalle. Di altro i poveri pastori della zona non avevano bisogno. Ma dal rinascimento in poi, complici gli ordini religiosi proprietari dei terreni, la chiesa ha sbranato quel luogo di magia per riutilizzare marmi, statue, perfino mattoni, e il resto se l'è venduto al migliore offerente. Solo una cosa buona hanno lasciato: centinaia di ulivi. Tronchi che hanno quattrocento anni. Sono alberi lenti, ma se gli diamo una crescita di almeno un centimetro l'anno, fanno quattro metri di circonferenza. Monumenti.

     Certo, venti secoli fa erano tempi diversi; le donne, anzi le mogli, specialmente a quelle altezze sociali non erano altro che clausole di contratti. Nessun coinvolgimento amoroso. L'ambivalenza sessuale era assolutamente normale, e qualunque uomo di una qualche importanza aveva oltre alla moglie anche il ragazzo. Ma che un imperatore arrivasse a piangere "come una donnicciola" la morte del suo amatissimo giovane schiavo, e a fargli costruire templi, statue, addirittura divinizzarlo, questo dev'essere stato un bello scandalo. Non tanto, appunto, per l'omosessualità, per la passione, per l'impazzimento, quanto per il fatto che l'uomo più potente del mondo anteponesse al ruolo politico il capriccio per un ragazzino.

     Saltiamo i duemila anni e abbassiamo il livello. Di molto. Azzardiamo un parallelo fra il divino Antinoo e una certa Ruby Rubacuori. Anche qui, sempre con le dovute proporzioni, abbiamo un riccone, vittima di sé stesso che mette a rischio la faccia (e alla fine, non essendo un imperatore romano, la perde) per una poveraccia, che naturalmente non ha colpa di essere oggetto di cupidigia. Bugie, abusi, improntitudine; nessun rispetto per la dignità, sua e del suo ruolo.

     Forse noi siamo fissati sul concetto di stile, che ci pare un elemento indispensabile per dare dignità alle nostre azioni. Sarà, ma riconosceteci che proprio da questo nostro parallelo azzardato emerge l'abisso che separa i marmi meravigliosi che raccontano la favola di Antinoo, dalle foto in discoteca che nutrono il gossip sulla mezzacalzetta. Questa è la squallida differenza.


                                               


 

 
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Piatto ricco

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

        23 aprile 2012    

   PIATTO RICCO

 

OGMM. Ufficialmente la sigla significa Orchestra Giovanile Monte Mario. Si mormora che in realtà stia per Orchestra Geneticamente Molto Modificata.  Non siamo riusciti ad acchiappare il suo fondatore Alfredo Santoloci per chiedergli chiarimenti prima del bel concerto di domenica 15 aprile a S. Maria sopra Minerva. Poi non ce n’è stato più bisogno. Lo abbiamo capito da soli ascoltando la suite N.1 per violoncello di Bach affidata al sax baritono solo (fra l’altro molto bene eseguita con momenti nel registro medio in cui sembrava proprio di sentire il fruscio dell’arco) o l’adagio del concerto di Marcello, dove l’oboe era invece (anche qui con ottimi risultati) un sax soprano. Ecco, l’idea della modifica genetica crediamo sia questa, e funziona. Sono ragazzi, e qualche volta l’insieme non è precisissimo, in più l’acustica di una grande chiesa non contribuisce a migliorare il suono. Comunque, livello buono, e geniali gli stravolgimenti strumentali.

 

Lunedì sedici, alla sala Puccini del Circolo Ministero dei Trasporti, Giuliano Montaldo incontra Ennio Morricone. Divertente, istruttivo confronto con il chiacchierone, irrefrenabile narciso, Montaldo, il quale, rifiutando il microfono, racconta aneddoti, canta in russo finto,  fa imitazioni e ci regala due o tre osservazioni interessanti sul difficile rapporto fra regista e musicista in un film. Testuale: “Il regista quando va in studio con il suo musicista è sempre sorpreso da quello che sente per la prima volta”. “Molto probabile”, ribatte Morricone che, pur avendo il microfono in mano, lo usa poco, “ecco perché io ho sempre pronto il pezzo di riserva”. Presenti il quartetto Ialsax, con Maio pianista e Macchi, soprano. Musiche bellissime, quelle di cui si è parlato, ma poi, quando si passa al programma, ecco che viene fuori la fissazione di Morricone, la musica assoluta (cioè quella non destinata a commentare le immagini). E mentre la musica che il maestro fa per il cinema è davvero sempre ad alto livello. L’altra, ci dispiace, no.

 

Presentazione in Campidoglio. Roma, giovedì 19 aprile.

Ai piedi della stupefacente cordonata di Michelangelo che sale al nostro modesto municipio, con a sinistra la scalinata dell’Ara Coeli, e a destra la via delle Tre Pile, alziamo gli occhi a mirare tanta meraviglia, e rischiamo la pelle,  perché proprio in quel punto attraversato da migliaia di turisti, e dove convergono veri torrenti di traffico, non c’è un semaforo. Ah, la nostra vocazione turistica, con quale lungimiranza è percepita dall’amministrazione comunale! A sinistra dell’artistica salita, piccola curiosità, nel prato accanto al monumento a Cola di Rienzo cresce turgido uno dei due ombù della città (l’altro è al Gianicolo). L’ombù è un arbusto gigante che assomiglia un po’ al baobab e viene dall’Argentina. Quello sul Gianicolo è stato regalato a Roma, insieme al faro, dagli italiani emigrati laggiù. Di questo, non sappiamo niente.

Entriamo nel Salone dell’Arazzo uno dei meravigliosi ambienti di questa sede comunale che è anche un museo. L’evento. Si presenta l’Archivio Nazionale del Jazz, eccellente progetto di un archivio in rete, il più ampio possibile, che raduni e renda consultabili le innumerevoli collezioni private di materiale sul jazz: dischi, nastri, film, partiture, che finché rimangono sugli scaffali di musicisti e collezionisti servono a poco. Se raggiungibili, diventano un tesoro. Attenzione sull’Italia, con estensioni all’Europa e al mondo. Anima dell’iniziativa è il nostro decano del jazz, Adriano Mazzoletti (decano non in quanto decrepito studioso, ma perché crediamo che abbia cominciato a frequentare l’argomento dai primi anni dell’asilo). Sede e strutture del Saint Louis Music School, senz’altro la migliore, più viva ed energetica scuola di musica in Italia. E parliamo di musica vera, non solo muffa da conservatorio; qui gli studenti praticano e sudano tutti i giorni insieme ai compagni. Molti vecchi amici presenti: Pieranunzi, Piana, Tommaso, Podio, Oddi, Giammarco…Fondi privati, quindi doppio merito.

Il valore dell’iniziativa è chiaro, inutile approfondire. Vogliamo salutare l’arguto Mazzoletti che in apertura dice di sé: “Nel 2001 sono andato via dalla Rai, e ho cominciato a lavorare”, e chiude con: “Il jazz è un virus che se ti prende non ti lascia più. Noi siamo portatori sani”. Eccellente ufficio stampa di Giorgia Mileto, che, come bonus aggiunto, è anche bella.

 

20 aprile, Istituto Polacco di Cultura. Rassegna “Suona Francese”, una serie di diverse decine di concerti in tutta Italia. Questo è per clarinetto (Guido Arbonelli) e pianoforte (Giovanni Sorana). Parecchie composizioni in prima assoluta, fra cui due, belle, di autori italiani, Ravinale e Marocchini. Non vogliamo fare i sognatori, ma il concerto era a ingresso libero e ci saremmo aspettati di vedere qualche polacco in sala. Non certo i lavavetri col Tavernello facile, ma qualcuno oltre i funzionari dell’istituto. Niente. Programma ben assortito con brani abbastanza corti da non stremare. Esecutori ad alto livello: il pianista compassato, il clarinettista mattatore. Presenta garbatamente i brani, è buffo ma non ridicolo quando manda baci (rigorosamente in partitura) al pubblico. Si muove con swing mentre suona, dote piuttosto rara fra i clarinettisti classici. Il risultato è ineccepibile. Un concerto serio che ci ha fatto divertire. Siamo fissati noi, oppure questo potrebbe (e dovrebbe) essere un modo di affrontare la musica contemporanea?

 

PS. Tornando a casa siamo passati da Piazza San Silvestro, recentemente e con molte fanfare pedonalizzata e dotata di un restyling radicale. Era tardi, non c’era nessuno e bisogna dire che la grande ellisse della panca di travertino che scontorna lo spazio della piazza è bella. I lampioni, piccoli e ottocenteschi anche. Ci lascia un po’ stupiti l’elemento mobile dell’arredamento: 10 (dicansi dieci) secchioni per l’immondezza disposti in bell’ordine seguendo la curva. Sono quelli di ghisa, non brutti, ma grossi, occupano da protagonisti tutto lo spazio, e comunque sempre contenitori di spazzatura sono. Certo, così la piazza dovrebbe essere più pulita, però…

 

                                       

 
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Volare alto

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  16 aprile 2012

 VOLARE ALTO


     Gran livello di intelligenze giovedì 12 a Roma Incontra, auditorium dell'Ara Pacis, per la presentazione del libro "2030. La tempesta perfetta". Auto col lampeggiatore fuori, prima; sobrio cocktail in terrazza, dopo. Ma veniamo alle cose serie. Sala gremita, e al tavolo dei relatori i due autori, Speroni e Comin, più Bonanni (Cisl), Conti (Enel), il moderatore Cisnetto e Umberto Veronesi che non ha davvero bisogni di alcuna specifica professionale o politica per essere presentato.

     Cisnetto sfoggia come una sfida orgogliosa il fatto che, anche se si svolge a Roma, il convegno comincerà puntuale. Ed è miracolosamente vero. Ben condotta, l'ora e mezzo dell'incontro affronta l'argomento: ci sarà abbastanza per tutti quando saremo nove miliardi? Il tono è in generale ottimistico. C'è abbastanza petrolio per altri cinquant'anni, e carbone per 150. Chi nasce oggi ha un'aspettativa di vita di 98 anni, uomini, e 102, donne. Gli OGM sono buoni, non bisogna demonizzarli, perché anche un pruno selvatico innestato in modo da produrre pesche, come sanno i contadini da migliaia di anni è un OGM, e nessuno tenta di avvelenare nessun altro. E così via, tenendo presente che mentre la tecnologia vola basso, la scienza invece deve galleggiare più su, ma sempre un po' al di sotto della morale. La trinità laica. Che è necessario fare del male per poter poi fare del bene. Insomma, ce la caveremo se nessuno fa troppe sciocchezze.

     E' chiaro che stiamo schematizzando e condensando anche troppo l'argomento e la sostanza degli interventi, ma il nostro tono lo abbiamo impostato da sempre più sul frivolo che sul serio. E per non smentirci riportiamo la battuta di Veronesi, grande vecchio lucido e intelligente che prende la parola per ultimo. E che, dopo aver lodato il libro presentato, parla delle sue pubblicazioni. "Sì, anche io continuo a scrivere, e il mio ultimo lavoro è il solito libro sul cancro. L'ho fatto su richiesta del mio editore, perché, dice lui, il cancro tira".

 

    Passano ventiquattrore e ci troviamo a un'altra manifestazione di cultura. Questa un po' più romana, nel senso che comincia con un bel ritardo. Si tratta ancora una volta di una presentazione. Un libro sul pittore barocco Angelo Caroselli. Adesso fate attenzione. L'autrice del libro si chiama Daniela Semprebene, ed è allieva e collaboratrice del notissimo restauratore Ottorino Nonfarmale. Non siamo nel Corriere dei Piccoli. Persone vere. Cognomi autentici, tirati giù dal programma, a vostra disposizione se avete dei dubbi.

     Siamo nella Sala Alessandrina dell'Archivio di Stato, una meravigliosa biblioteca costruita dal papa Alessandro VII, un ambiente più piccolo ma meglio affrescato della Biblioteca Angelica, lì vicina, che a sua volta è meno imponente della Vallicelliana del Borromini, che è uguale per sontuosità alla Casanatense, e così via baroccheggiando di papa in papa per tutta Roma. Pubblico vecchio con guizzi di decrepitezza, che all'improvviso si riattizza per l'arrivo di Sgarbi accompagnato da una rossa vistosa in tacchi da dodici e mantellina verde. Ironizzando sul fatto che sul programma appare con la qualifica di moderatore, un po' stretta per il suo personaggio, ci regala 15 minuti di un discorsetto divertente, informato, ben pronunciato e soprattutto con le identità dei suoi bersagli (compreso il sindaco Alemanno) spiattellate davanti a tutti.

     Dopo di che, purtroppo, altri barbosissimi e fiacchi interventi pieni di ehm, mah, beh, che culminano con una tormentosa mezz'ora incautamente affidata a una pseudo attrice che legge un testo di cui evidentemente non capisce neanche una parola, e in più sbaglia tutti i fiati e le pause. Piuttosto di soccombere ci alziamo dalla nostra poltrona in modo insolente e volutamente scortese e tagliamo la corda fra le occhiate indignate, ma anche invidiose di molti che vorrebbero fare come noi.


     Certo, con questa smania di volare alto ci siamo persi parecchie ghiotte occasioni di cultura, diciamo così, diversa, fra cui l'appuntamento "Radical Spritz", in questa stessa giornata, al Settembrini di Roma. E' un negozio di libri, ma anche un ristorante; è enoteca, ma anche bar. Tutte realtà che già si trovano, e anche ottime, in giro. Ma non concentrate sotto un unico tetto come qui. Fra le iniziative di questa istituzione cultural-eno-gastronomica, ci sono i pomeriggi dedicati ai vini e ai cocktail, fra cui appunto lo spritz, tristemente noto per la sua pericolosità fra chiunque sia stato almeno una volta nel Nordest e lo abbia assaggiato (vinbianco più selz più Aperol o Campari). E' talmente buono che di solito dopo il primo ne ordini subito un secondo, perché tanto non fa nessun effetto (subito), e poi ti trovi ciucco senza sapere come e perché. O meglio, un'idea ce l'avresti pure, ma ormai è troppo tardi.



                                         

 
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Varia umanitą - con finale a sorpresa

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

                     9 aprile 2012                 

    VARIA UMANITA’ - CON FINALE A SORPRESA

 

Arretratezza. Complesso del Vittoriano a Roma. Mostra di Enzo Fiore. Poi cena sulla terrazza del monumento a Vittorio Emanuele. Uno dei punti più alti e più belli di Roma. Le cupole barocche da una parte, il Foro Romano dall’altra, il Colosseo sullo sfondo, cibi squisiti, vini freschissimi, e gabbiani appollaiati a mezzo metro dagli ospiti. Però quando serve, in questo luogo di estetiche delizie, l’unico locale a disposizione è un cesso: porta semisfondata, niente carta igienica, un lago di liquido sospetto a terra. 

Definizioni. Se uno ruba un panino è un ladro, se uno si prende una musica per diffonderla su Internet, è un benefattore dell’umanità. ( da “Abolire la proprietà intellettuale” di M. Boldrin).

Incompetenza? Repubblica del 5 gennaio 2012, articolo sui violini d’autore. Dopo varie prove e audizioni si è dovuto constatare (con stupore, immaginiamo) che molti esecutori, anche di livello, non sanno distinguere il suono di uno strumento cinese da duemila dollari da quello di un Guarneri o uno Stradivari da dodici milioni.

Masochismo. Andare in bici con la pipa in bocca. Ne abbiamo visti di questi sconsiderati. In caso di caduta, tracheotomia fai da te.

Pasqua. Sul retro del bus N.64 (S. Pietro - Stazione Termini), e di altri mezzi, un immenso poster del film ”Buona Giornata” (per via della stagione non è un cinepanettone; sarà una cinecolomba?), con le facce degli attori. De Sica, Abatantuono, Banfi, Salemme e altri minori, immobilizzati tutti insieme con il gusto dei fotoromanzi di anni fa (non quello, bellissimo e realistico-fantasioso dei veri manifesti, disegnati, del cinema) in caratterizzazioni schematiche dei ruoli: il cipiglio al cattivo, la risata al comico, gli occhi sbarrati allo scemo, la boccuccia alla seduttrice. Evidentemente il pubblico (o i produttori, o i distributori) non è ancora padrone del concetto di buon gusto.

Perplessità. Probabilmente ci ripetiamo, ma un fatto continua a stupirci. In chiusura di “Che tempo che fa”, con la complicità sorniona di Fazio, c’è la tiratina comico-satirica di Luciana Littizzetto. A ogni battuta divertente, e ce ne sono parecchie, parte un nitido applauso, preciso in apertura e in chiusura, senza una sbavatura, e solo con qualche risatina. A comando, insomma. Che strano pubblico. Disciplinato; ma questa reazione non sarà un po’ frustrante per un comico?

Sòla o mezza sòla? Il Festival Mondiale dell’Inedito, lanciato con una presentazione al Burcardo, a cui c’eravamo. Promette lettura attenta, esposizione e discussione dei manoscritti, ma non automaticamente la pubblicazione. E fin qui, bravi. Però partecipare costa circa seicento euro per ogni opera. E qui, meno bravi. Anzi, ci pare che l’iniziativa assomigli pericolosamente a quelle piccole case editrici che ti pubblicano gratis, ma solo se ti impegni a comprare tutta la tiratura.

PS. Relatività. Chiudiamo con una miniscenetta fulminea, arguta e inquietante, di Dobrina Gospodinoff, amica, flautista e scrittrice: “Ci eravamo dati appuntamento al ristorante coi compagni di liceo, ma a quanto pare non è venuto nessuno. C’è solo quella tavolata di vecchietti là in fondo alla sala…”


     E con questo neutro ovetto di Pasqua potremmo salutarci qui. Invece sentiamo il dovere di strapazzarvi quest’altro uovo, di Pasquetta e ben più avvelenato, fresco di giornata.

     Sul Fondo di Solidarietà della SIAE, un’istituzione che fino a dicembre scorso garantiva un piccolo assegno mensile ai soci anziani, ora soppressa, Striscia ci ha fatto un bel regalo con il suo servizio del sei aprile! L’avete visto? Montaggio affrettato e rozzo, e pochi risicati secondi a disposizione di un gruppetto di famosi che volevano dire la loro su questo argomento delicato e per molti vitale. Insomma, chiunque ha visto il filmato (il pubblico, e di sicuro qualche artista non proprio preparato, come d’altra parte sappiamo essere la maggior parte dei colleghi) avrà capito poco o niente.

    E non sono certo serviti a chiarire le idee gli interventi di Guardì, confuso sull’attribuzione dell’assegno di professionalità (secondo lui, solo agli autori a reddito basso, mentre, come sappiamo, va, anzi andava, a tutti i soci anziani), di Mirabella, più chiaro, ma gli hanno lasciato dire soltanto che questo assegno non è una pensione. Troppo poco. Anche a Vianello hanno troncato la parola in bocca. Lopez non ha tentato di spiegare niente; si è solo indignato, proprio come ci si poteva aspettare da un artista addolorato (e a lui dobbiamo un grazie per il servizio). Sullo sfondo si intravvedevano anche Magalli e Vaime, testimoni muti (perché?). In più, per come sono stati filmati, i nostri autori avevano l’aria di  un gruppo di disoccupati sorpresi davanti all’ufficio di collocamento.

    Più esauriente l’avvocato Bianchi. Anche lui mutilato, è riuscito comunque a comunicare una cosa importante: che il fondo di cui si parla non è mai costato niente né alla SIAE né agli italiani, ma solo agli stessi associati attraverso una percentuale sui loro diritti, quindi perché sopprimerlo?

   In chiusura (come mai il gran finale proprio a lui?) il Direttore Generale della SIAE, Gaetano Blandini, non solo si salva, ma ci fa pure una bella figura quando scarica la responsabilità della decisione a un giudice dello stato, e promette una soluzione entro aprile. Capito, amici e colleghi artisti? Quello è un tosto manager professionista e, contrariamente ad alcuni messaggi trionfalistici letti su FB, non si è per niente spaventato e non ha mai perso, e crediamo che mai perderà il controllo della situazione.

 

 

                                        

 
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L'asinossi

 

      IL CAVALIER SERPENTE

     Perfidie di Stefano Torossi

   2 aprile 2012

   L'ASINOSSI


  Non è un errore di battitura, è la testimonianza dell'immortalità del somaro, e più specificamente del somaro italico, e se vogliamo proprio entrare nello specifico, del "Cives Somarus Sum".

     I fatti.

   La farsa (involontaria, credeteci) va in scena lunedì 26 marzo al Teatro Quirino, secolare istituzione nel centro storico di Roma; l'orario (ipotetico, intendiamoci), sarebbe le sei e mezzo, in realtà la faccenda comincia alle otto; l'organizzazione (fantascientifica, scommetteteci) fa ridere i polli, oltre ai somari. Per dire: nel vicolo davanti al teatro, auto e moto parcheggiate alla romanesca, da non far passare una sedia a rotelle (poi si capirà perché facciamo questo esempio), e due vigili, sigaretta in bocca: "Aho! Ma nun l'hai chiamato er carro attrezzi?" "Io no, ma nun ce dovevi pensà tu?". Quando siamo usciti, verso le nove e mezzo, i due vigili erano sempre lì, la stessa cicca in bocca, le stesse macchine e moto piazzate nell'identico fantasioso modo.

     Entriamo insieme ai vip, Roncato, Brilli, De Sica, Tognazzi, per assistere all'evento, che è la premiazione dei vincitori del Festival film corto a tema "Un sorriso diverso". Diverso nel senso dell'handicap, e della sedia a rotelle; ecco il riferimento alla difficoltà di accesso. Subito, gli organizzatori, dal palco, si premurano di farci sapere che (testuale): "La diversità colora il mondo che sennò sarebbe grigio". Avremmo voglia di chiedere a qualcuno dei presenti in carrozzina se si rende conto di quanto è fortunato a vivere in questo mondo colorato, invece di quello grigio della gente che va a spasso con le gambe, senza bisogno di ruote.

    Poi comincia il balletto dei microfoni. Passalo a me, ma non funziona, allora lo riprendo e ti do il mio, adesso ne hai due, sono troppi. Finché, con un tocco di ruspante ribalderia, il presentatore la butta lì: "Pare brutto?", e si infila uno di questi microfoni itineranti nella tasca dei pantaloni. Per tirarlo fuori a ogni occasione e passarlo a questo e a quella. Avete presente la forma dei microfoni senza cavo, quelli che nell'ambiente si chiamano gelati? Un cilindro di una ventina di centimetri, con un rigonfiamento a bulbo a una estremità. Inutile il commento.

     Molti i corti premiati proiettati in formato spot ma chissà perché senza sonoro, variatissime le motivazioni, troppe le assenze o gli scambi dei personaggi che dovrebbero ritirare i premi. Continuamente costretti i presentatori a invocare qualcuno, "C'è"? e poi rimanere ad aspettarlo, spesso invano. E moltissime e confusionarie le presenze di attori, registi o assessori chiamati a leggere di ogni filmato "la sinossi" (ecco dove abbiamo preso il titolo). Un bel bordello, evitabile con un minimo, davvero un minimo di organizzazione.

     Utile e dilettevole lo show acrobatico di due signore spesso avvicendate (pare che la prestazione sia molto faticosa) nel comunicare a gesti ai diversi (veri) fra il pubblico quello che gli altri diversi (fasulli) dicono sul palco.

    Due vallette giovani e graziose ci deliziano gli occhi portando i diplomi ai premiati. Ci hanno rallegrato anche durante la lunga attesa prima dell'inizio mentre giravano in platea nei loro eleganti abiti lunghi e scollati con niente sotto tranne mutande evidentemente troppo strette perché le abbiamo sorprese più di una volta sistemarsi l'elastico con pizzichi furtivi. Stendiamo un velo pietoso su un paio di imitazioni (Asia Argento drogata e Carla Bruni cantante) offerte allo sconcerto del pubblico e, ci è parso, anche degli altri presenti sul palco, da una sedicente attrice o, più probabilmente, un'amica di passaggio.

     Insomma, per sopravvivere, a un certo punto ce ne siamo andati, mentre la faccenda ancora si trascinava penosamente. Il dilettantismo sembra un condimento obbligato di queste occasioni assistenziali e/o istituzionali. Aggiungiamo che poco ci è piaciuto scoprire che fra i diversi a cui era dedicata la manifestazione c'erano anche gli anziani!


    Come risarcimento sabato sera siamo andati a vedere James Taylor all'Auditorium di Via della Conciliazione. Prima le buone notizie. Lo spettacolo è annunciato alle ventuno, e alle ventuno  comincia. Teatro gremito. Pubblico benissimo disposto. Applausi esagerati perfino quando Taylor annuncia l'intervallo. Tutti conoscono i pezzi e alla prima nota già si scatenano. Il tempo lo accompagnano in levare. Le spiritosaggini in inglese sono comprese e apprezzate. Non un'esitazione negli attacchi. Tutto provato e riprovato. Così fanno gli artisti americani; i professionisti, insomma. Potrebbero farlo anche gli italiani ma ci vorrebbe qualcuno di pratico.

     Adesso le notizie cattive. Fa un caldo esagerato. Niente aria condizionata. Troppo presto per la stagione? La temperatura dei concerti è spesso un'incognita, e quasi sempre un disagio. Il prossimo evento a gradazione giusta vi promettiamo di evidenziarlo. L'altra notizia cattiva è l'artista. Fin dagli anni ottanta, noi ci ricordavamo Taylor come uno dei cantanti più noiosi del panorama. Questa sera ci si è confermato il giudizio. La noia è sottile. Le canzoni sono uguali, molte anche nella stessa tonalità. Garbate, prevedibili, ben confezionate e ben cantate. Ma alla quinta non se ne può più. Lui è sobrio, qualche volta moderatamente spiritoso. La sua voce non si, e non ci  emoziona mai. E' elegante, magro, diritto e decorosamente pelato. Immobile quanto basta, e quando cambia chitarra sembra che sposti un fragile vaso di Murano. Insomma, anche da qui, per sopravvivere ce ne siamo dovuti andare prima della fine.


                                     

 
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L'Ultimo Cenacolo

 

       IL CAVALIER SERPENTE

      Perfidie di Stefano Torossi

       26 marzo 2012

      L'ULTIMO CENACOLO


     Cominciamo con il pretesto. Un piacevolissimo concerto, il 12 marzo al Circolo del Ministero dei Trasporti. In programma quattro composizioni di Lucio Gregoretti, un autore di musica contemporanea del quale (l'unico che conosciamo) siamo felici di dire che mai, neanche con una semibiscroma ci ha provocato il minimo sussulto di sgradevolezza, reazione altrimenti piuttosto comune all'ascolto di molti suoi colleghi. Che non citeremo. Quindi, musica bella, esecuzioni impeccabili, durate, prudentemente annunciate nella presentazione dallo stesso autore, confortevoli.

     Notina di colore (bianco). Il factotum della Filarmonica, organizzatrice dell'evento, un giovanotto molto attivo, a cui erano affidate varie incombenze: cameraman, microfonista, spostatore di leggii e trasportatore di sedie non ha mai smesso di sgambettare fra un brano e l'altro con addosso camicia e pantaloni candidi. Un incongruo sparo bianco nel nero severo e omogeneo di pianoforte, leggii, sedie, aste di microfoni, ed esecutori.

     Bene, voltiamo le spalle al palcoscenico e guardiamo il pubblico. Sorpresa. Le non molte sedie della saletta ospitano il gran completo del cinema italiano, vecchia generazione. Da Ugo Gregoretti, ovvio, è il padre, a Ettore Scola, Citto Maselli, Nino Russo, Giorgio Arlorio, e naturalmente le signore. Sui presenti, in alto verso il soffitto, di librano gli spiriti di Vittorio Gassman, Ugo Pirro, Mario Monicelli, Tonino Delli Colli, Furio Scarpelli, Gillo Pontecorvo, e altri, che non hanno fatto in tempo a esserci.

     E' lo squadrone di "Otello".

     Passo indietro e spiegazione.

La boheme. Nei primi anni cinquanta Otello Caporicci, apre una trattoria a Via della Croce, a Roma, e le dà il suo nome. Nasce un'istituzione che diventerà storica. E' il dopoguerra e tutti sono poveri, ma particolarmente poveri sono un gruppo di clienti che riempiono il tavolone sociale. Tutti insieme, e quasi tutti che, dopo aver mangiato e bevuto, non hanno i soldi per pagare. L'oste fa credito. Fra gli spiantati ci sono dei pittori, e quelli lasciano un quadro. Gli altri, gente dello spettacolo, attori, registi, sceneggiatori, per il momento non possono che lasciare promesse per il futuro.

     Questo futuro poco a poco arriva. Molti diventano famosi. Portati dal lavoro in giro per il mondo non ritornano per lunghi periodi.

     La frequentazione della trattoria è un po' una parabola della vita. All'inizio, ancora giovani e poveri, si sta tutti insieme. Pochi soldi e molto bisogno di compagnia, di alimentazione, di confronto. Poi arrivano successo, denaro, riconoscimenti. Elementi che sfaldano il gruppo. Ma basta aspettare, perché con la vecchiaia si replica lo schema, il mondo tende a dimenticare, il successo è ridotto alle commemorazioni, ai premi alla carriera, alle presidenze dei festival. Eccolo il percorso, è questo: da giovane povero a povero vecchio con una più o meno lunga e felice permanenza nella fase di adulto di successo.

     Le figlie di Otello ereditano la trattoria, e qualche anno fa una di loro, Gabriella, per onorare la memoria del padre mecenate, ricrea l'evento: ogni mercoledì sera, il tavolone sociale. E ricomincia tutto. Si riformano il cenacolo e lo squadrone. Di nuovo tutti insieme non più poveri, carichi di onori, meno occhio al futuro ma molte soddisfazioni nel passato. Tutti con gagliardi appetiti, e bollenti spiriti nelle partite a scopone dopo cena. Cattiverie, ricordi. Di tanto in tanto qualche posto a tavola rimane vuoto per l'inevitabile ricambio.

     Naturalmente, a raccontare tutti gli aneddoti non si finirebbe più. C'è già il film "La cena" di Scola che ha detto molto; però...

     Il cinico (e decano di tutti) Monicelli, che una sera si affaccia alla saletta del ristorante, fa una smorfia e, proprio lui, richiude la porta: "Ma qui sono tutti vecchi!".

     Visti una volta a pranzo insieme Lauzi, Dalla e Cocciante. Quando si alzano per andar via, eccoli, tutti e tre della stessa identica bassezza.

     Sentiti Arlorio e Russo dedicare spesso un paio d'ore a cantare a gola spiegata, e con una certa maestria, una selezione completa della canzone napoletana di tutti i tempi.

     Invariabili dopo cena le urla furiose degli irriducibili dello scopone che, durante la partita si insultano come nemici mortali. Poi pace, naturalmente.

    Pittoresca, Silvana Pampanini, ultraottantenne, con una stupefacente torre di capelli cotonati (parrucca?) in testa e la battuta ancora fulminante.

     C'è da dire una cosa: questo simposio rinnovato è ormai quasi l'unica situazione in cui il vecchio (anche se non decrepito) Cavalier Serpente riesce ancora a sentirsi giovane. Una tardiva e non sgradita illusione.


     PS. C'è una domanda che ci facciamo ogni mercoledì e non trova risposta. Dove sono quelli della generazione successiva, i cinquantenni insomma? Perché a queste cene non se ne vede mai nessuno. Avranno un altro posto segreto, oppure non si riuniscono? O magari, proprio perché sono nella fase dell'adulto di successo (l'intervallo fra il giovane povero e il povero vecchio) non hanno tempo per queste cose?

 
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Premio Opera Ultima

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  19 marzo 2012

    PREMIO OPERA ULTIMA


     La LUISS (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali) di Roma è un prestigiosissimo istituto privato piazzato in una bellissima villa liberty circondata da un rigoglioso giardino sempre fresco di manicure.

     Orbene (obbligatorio il linguaggio forbito), in questo luogo dorato che sprizza money da tutte le aiuole, si è tenuto il 15 marzo un convegno che aveva come scopo la presentazione della legge quadro sullo spettacolo dal vivo. C'eravamo anche noi e, senza entrare nel merito della legge che sarà ancora discussa, modificata, tagliata e ricucita chissà quante volte, ve lo raccontiamo.

     Dopo la sobria presentazione del rettore, sale al pulpito il collega attore Edoardo Siravo che, moderno Leporello, si lancia in un "Madamina, il catalogo è questo" con una raffica di date e numeri che parte da Scipione Maffei, autore nel 1713 di una prima riforma del teatro italiano, si sgrana in  un elenco di decine di governi che hanno ignorato l'argomento, di ventine di ministri che l'hanno affossato, poi mira indietro, al quinto secolo avanti Cristo, ad Atene con Eschilo, Sofocle, Euripide, e così via in una vertigine di date, numeri e nomi che, pur se presumibilmente documentati, ci lascia prostrati. Recitazione molto colorita e parecchio soffiata.

     Qualche intervento anonimo, poi si scatena la Carlucci alla quale dobbiamo riconoscere grande chiarezza di discorso, nessun vezzo da attrice, e idee precise. Complimenti.

     Segue Rocco Buttiglione, accattivante perché dice anche lui cose intelligenti, le dice bene e ne sembra convinto. Siamo ad alto livello.

     Dal quale si precipita miseramente con l'intervento letto (male) dal noiosissimo Paolo Protti, presidente dell'AGIS, il quale riesce in pochi minuti a distruggere la bella tensione creata dai suoi predecessori. Una noia così micidiale, da provocare uno sfoltimento prematuro del pubblico (il convegno è iniziato da poco) e la reazione quasi isterica ma sostenuta da un fitto applauso dei compagni di sventura, di un coraggioso sconosciuto che gli ha gridato: Basta! Niente, il rompiballe è andato avanti fino in fondo. Peccato, perché uno sfilacciamento del genere è sufficiente a provocare una scivolata che poi bisogna recuperare. Infatti, da quel momento è cominciato il pollaio nelle ultime file. Chiacchiericcio, telefonini, e distrazione.

     Gustosa una stoccata a Marzullo, tacciato di eterna indistruttibile icona della TV provinciale di partito.

     Intervento di Alessandro Dolci, musicista diplomato alla LUISS che ci conferma nella nostra convinzione. I musicisti, salvo eccezioni, meno parlano meglio è.

     Scarpati l'ha fatta verbosa e un po' patetica.

     C'è stata anche una sparata di facile demagogia dell'On. Evangelisti: meno aerei e missioni militari e più teatro. Questo lo sapevamo anche noi, non c'era bisogno di un onorevole che ce lo ricordasse.

     E bla bla bla, finalmente arriva il meglio. Verso le ore diciannoveequarantacinque, cioè quasi quattro ore dopo l'inizio della faccenda, presente il ministro Ornaghi giunto nel frattempo, danno fiato alle trombe le personalità del mondo dello spettacolo.

     Per prima la signora Fracci, come sempre avvolta in candidi veli, con una chioma di un nero a dir poco discutibile, si erge con la voce incrinata dal patos a paladina dei giovani ballerini, delle giovani ballerine, delle giovani scuole di danza.

     Poi tocca a Sergio Escobar, Piccolo Teatro, che rivendica la difesa della cultura vera, e sforna un interessante esempio quando sostiene che il valore di un'opera, tipo La Divina Commedia, prescinde dal numero di copie che vende. Ci è piaciuta questa argomentazione. Un po' meno sentire che per ben due volte, mentre parla al ministro, definisce se stesso "birichino". Ci sembra un aggettivo, diciamo così, un po' fuori bersaglio per un direttore di teatro più che maturo.

     Verso le venti il popolo si ribella. "Siamo alla fame!" "Basta con i giovani, ci sono anche i cinquantenni!" Ne riparliamo dopo.

     Il ministro è pronto a rispondere alle domande, l'atmosfera è quella giusta, il pubblico è cotto per il gran finale; e invece no.

     Il solito attor giovane, bel ragazzo, occhialetti, aria intellettuale, capelli vaporosi (il nome non lo facciamo, anzi, lo facciamo, perché no? Angelo Lima) acchiappa il microfono e sbriciola l'atmosfera che era proprio quella giusta con una serie di baggianate noiose e inopportune, con proposte mal formulate, con polemiche stanche, roba da sessantotto fuori tempo, fino a farsi vergognosamente zittire dalla moderatrice, e senza neanche essere capace di sparare un bel vaffanculo (questo sì, sessantottino verace) in chiusura.

     Dopo questa esibizione piuttosto squalificante per la categoria, il ministro Ornaghi, vecchia volpe, ascende al podio, fa un discorso superiore, da politico annoiato dalle piccolezze, non dice niente di preciso, ma lo dice con tono pacato e autorevole, e tutti a casa.

     Prima di lasciarci vorremmo riprendere uno degli urli della platea: Basta con i giovani, ci sono anche i cinquantenni! Effettivamente, pare che il discorso del sosteniamo i giovani sia diventato un grimaldello per scardinare qualsiasi cassaforte, politica o sociale.

     Certo, l'opera prima merita l'appoggio della cultura, della politica, della stampa. Ma, e se si pensasse a una qualche promozione anche per l'opera ultima? Perché non permettere a un vecchio artista, che dal punto di vista del potere contrattuale è debole esattamente come un debuttante, di dire la sua, magari per l'ultima volta, ma con il sostegno delle istituzioni?

     Che ne dite di un "Premio Opera Ultima"?


                                  

 

 
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Settimana sensazionale

IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    12 marzo 2012

     SETTIMANA SENSAZIONALE


     Nel senso di settimana piena di sensazioni. Eccole:

     Dispiacere. Quanti, ma quanti hanno approfittato per parlare di sé sfruttando l'ombra di Lucio. Ciao Lucio, ci manchi. Grazie Lucio, guardaci da lassù; e poi quaggiù, io, io, io...tanto chi li smentisce ormai? Talmente incontrollabile e infantile è questo narcisismo, ma nello stesso tempo probabilmente inconsapevole, che loro si offenderebbero al solo sospetto: "Io? Sfruttare l'emozione per la morte di Lucio? Ma figuriamoci!"

     Soddisfazione. Il giorno della donna è passato. Ci è sembrato di ascoltare e leggere meno degli anni scorsi quello stupido aggettivo, "rosa" che sempre accompagna qualunque riferimento al femminile. Quote rosa, festa in rosa, aperitivo rosa, otto marzo in rosa. Ma anche in India dove le ragazze sono un po' più scure si userà la stessa sfumatura?

     Ironia dei titoli. Il concerto di Ludovico Einaudi al Parco della Musica di Roma, insieme all'astronomo John Barrow, si intitola "La musica del vuoto". A noi sembrerebbe molto più appropriato capovolgere il titolo in "Il vuoto della musica", che è la sensazione che ci provocano le rade, banali e noiose note prodotte con avarizia dalla tastiera di Einaudi. Incidentalmente, tanto per collegarci a un altro creatore di aria fritta, come mai non si parla più di Allevi?

     Stupore. Nell'accorgersi che un signore ultraottantenne, Eugenio Scalfari è molto più giovane dei giovani che hanno sfilato, sfilano e continueranno a sfilare contro la TAV. E' chiaro che sull'argomento, dal punto di vista tecnologico noi siamo impreparati, come di sicuro lo sono la maggior parte dei dimostranti, quindi sarebbe insensato cercare di approfondire i pro e i contro dell'iniziativa. Ma certo andare avanti funziona sempre. Basta stare un poco attenti. E' rimanere fermi che è pericoloso. Infatti il resto del mondo sta andando avanti sui binari. Noi no. Vorrà dire qualcosa?  Non c'è dubbio, dice Scalfari, che il treno sia meglio del Tir; sta diventando anche meglio dell'aereo. Cioè, pur con la sua antichità come invenzione, è il più moderno dei mezzi di trasporto (nel senso ovvio che è meno inquinante, più funzionale, più sicuro, ecc.). E allora perché i giovani che dovrebbero sostenere il nuovo, in questo caso, come in tanti altri (a quanto pare la paura del nuovo è più viva che mai) remano contro? E' troppo facile gridare slogan da barricata invece di pensare, demonizzando parole in sé del tutto innocenti: multinazionali, globalizzazione, delocalizzazione, nucleare, TAV.

     Avvertenza. Vogliamo mettere in guardia tutti coloro che si oppongono a qualcosa. State attenti alle immagini che scegliete per documentare la vostra protesta. Delle volte sono talmente straordinarie che fanno dimenticare la ragione dello scandalo. L'Italia ha intenzione di acquistare degli aerei da caccia F 35? Naturalmente con quello che costa ognuno di questi aerei ci si costruiscono non si sa quanti asili. Soldi buttati, è sicuro. Opporsi a questa scemenza è sacrosanto. Poi vi andate a leggere gli articoli e rimanete incantati dalle foto di questi meravigliosi oggetti volanti che hanno il pregio supremo della bellezza, perché una macchina che vola deve avere certe linee e certi angoli che soddisfino le leggi dell'aerodinamica. E guarda caso, queste linee e questi angoli soddisfano anche le esigenze dell'estetica. Pura bellezza. Attenzione, non siamo dementi. Anche noi ci rendiamo conto che di simili meraviglie si può fare un uso pessimo.

     La permanenza dello sciocco. Ancora qualcuno che dice la sua sui compensi degli artisti. Volendo, il suo nome lo trovate a firma di una lettera nella posta di Augias su Repubblica del 4 marzo 2012. Su cosa si indigna il nostro babbeo? Ecco: "Sono convinto che le alte remunerazioni (per un artista) siano il frutto di un fenomeno perverso. Beethoven, Mozart e altri di vero talento hanno prodotto capolavori pur essendo in difficoltà economiche, ma ciò non li ha fatti desistere dall'offrire sé stessi alla passione del proprio lavoro". Che scoperta. Non è che fossero indifferenti alla mercede, è che non gli riusciva di averla. Mozart e i suoi contemporanei erano poco più che camerieri al servizio di un nobile. Beethoven provò a svincolarsi, ma senza gran successo, Chaikowski ci riuscì un po' meglio, Puccini o Morricone hanno definitivamente perfezionato il meccanismo. Anche perché per fortuna sono cambiati i tempi. Ma non è che la tutela del diritto d'autore abbia abbassato il livello della creatività. Il talento, se c'era, è rimasto. Quello che è migliorato è la qualità della vita. Gli artisti ringraziano. I cretini pensano ancora che senza sofferenza non c'è arte.

     Genialità linguistica italica. Visto in strada un furgone con la scritta Italporkett di Ariccia, e dipinto un bel maialone allo spiedo.

     Incredulità. Rai, conferenza stampa di presentazione di Allegromosso, Festival Internazionale delle Scuole di Musica. Rai, Demo, Regione Emilia Romagna. Seimila studenti in gara. Nella grande sala di Viale Mazzini, tavolone con tante persone importanti sedute in fila, gruppetti di studenti in piedi ai lati, con i loro strumenti. Una giovanissima e brava oboista suona da sola (bene) il tema di Mission, Morricone. Finita l'esecuzione, ecco la perla. Marina Cocozza, maestra di cerimonie e di birignao la presenta: "Abbiamo ascoltato Bianca Mantovani con la sua oboe". Mica male per un evento basato sulla musica, no? L'importante è conoscere i termini. Per fortuna poi hanno fatto un uso corretto delle parole i veri professionisti, Foderaro, Tedeschi, Pergolani, Marengo.


     PS. Il Quartetto Cetra prima, poi Trio Cetra, poi Duo Cetra, poi Mono Cetra, proprio in questi giorni ha chiuso definitivamente con un Zero Cetra. Peccato.



                                       




 

 
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Dimenticare Sanremo

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

1 marzo 2012

  DIMENTICARE SANREMO


     Non si può negarlo: siamo orfani di Sanremo. Ci mancano le impressioni forti e le antipatie immediate che il Festival ci ha regalato. Non sappiamo bene come sostituirle. Vediamo se ci riesce di trovare qualcosa di così potente fra i fatti di questa settimana. Assaggiamone qualcuno.

     Siamo stati informati delle dimissioni dell'immortale, classe 1921, dalla presidenza della Festa del Cinema di Roma. L'arzillo (?) novantunenne rimane a capo dell'Ente David di Donatello, e continua come commissario straordinario della SIAE. Funzione in cui ha firmato la sciagurata decisione di sopprimere l'assegno di professionalità ai soci. Forse un'altra dimissione, più tempestiva, avrebbe giovato a tutti noi.

     Apprendiamo che la Filarmonica di Roma mette in scena un'opera breve di Vieri Tosatti, "La Partita a Pugni". Secondo alcuni, capolavoro dimenticato di un grande del Novecento. Grande forse, bizzarro di sicuro, tanto è vero che a un certo punto della sua carriera, quando stava per diventare famoso, Tosatti decise di proibire a tutti l'esecuzione teatrale delle sue opere. E ci si meraviglia se è dimenticato!

     Gossip kamasutrico dal Corriere della Sera del 27 febbraio (riportiamo i titoli alla lettera). "Baciai Schettino prima dell'impatto" dice la mitica moldava, e sembra la descrizione di un preliminare erotico, una preparazione al gran finale. E ce lo conferma il seguito. La fanciulla conclude: "Prima o poi saremmo finiti a letto". Viaggiate sicuri con la Costa Crociere.

     Ci hanno invitato al Settembrini Libri e Cucina, una libreria-sala da pranzo-degustazione di ottimo livello nel quartiere Prati di Roma, per un pomeriggio in cui Massimo d'Alema, come presidente dell'associazione Italianieuropei, partecipa a un incontro dal titolo non proprio originalissimo: "Riprendiamoci il futuro". Potrebbe essere il brivido che ci manca per dimenticare Sanremo. L'ascolto, anche se squisitamente lubrificato da un calice di ottimo vino dell'Etna ben freddo e lievemente zolfato (lo abbiamo detto che la libreria è anche enoteca) ci lascia stremati dopo un'ora di birignao, relazioni di incontri importanti di D'Alema (Monti, Clinton), citazioni snobissime dello stesso, in inglese senza traduzione ma con pronuncia piuttosto casereccia, emesse con voce moscia e sempre uguale.

     Per rinfrancare lo spirito (santo) andiamo di filato a sentire i Vespri gregoriani nella chiesa di Sant'Alessio, sull'Aventino, una costruzione fine ottocento, finto romanico, non bella, ma dove una cinquantina di frati celebrano tutte le sere i vespri col canto gregoriano. Niente di snob, di intellettuale, di artificiale. Magari un po' di sopore, ma tranquilli e sereni.


     Spostamenti veloci realizzabili a Roma solo in un modo. Ve ne parliamo nel PS.


     PS. Capricci di questa città. Fino a pochi giorni fa un gelo polare ci ha cotto tutte le piante in terrazza, e oggi è quasi primavera. Questo significa anche tirare fuori le due ruote dal garage. A proposito delle due ruote, oltre alle ovvie considerazioni che si risparmia un sacco di tempo nel traffico, che ci si diverte a fare gli scemi ai semafori anche se non si hanno più sedici anni, che se aumentano i reumi diminuisce il mal di fegato, e la puntualità è garantita, vogliamo spartire con voi  un'altra delle nostre sensazioni.

     Dunque, tutti abbiamo visto i documentari naturalistici in cui ci sono questi grossi uccelli, cigni, pellicani, papere, che galleggiano pesantemente sullo stagno, poi decidono di spostarsi. Li si vede piuttosto goffi che sbattono le ali e fanno una gran fatica a sollevarsi scalciando sull'acqua. A un certo punto, miracolo. Eccoli in volo, le zampe ripiegate, improvvisamente leggeri ed eleganti.

      Bene, immaginate di essere su una moto ferma, con un piede appoggiato a terra, il rischio sempre presente di scivolare, anche appena appena, sul brecciolino. Quanto basta per fare quella ingloriosa figura temuta da tutti i motociclisti che si chiama caduta da fermo, perché oltre una certa inclinazione la moto non la tieni più su. Ecco che la moto parte, acquista velocità ed equilibrio per una misteriosa legge della fisica che si chiama effetto giroscopio, e voi, ancora con la gamba estesa caso mai capitasse qualche emergenza (alcuni la tengono in fuori più del necessario, perché così il decollo è ancora più pittoresco), finalmente posate il piede ben saldo sul pedale, e a questo punto moto e pilota insieme diventano un elegante centauro, mezzo macchina mezzo uomo, che abbandona la polvere e spicca il volo.

     Libertà, potenza, leggerezza.



                                         

 
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Sanremo Cinque, Il Riscatto

IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    18 febbraio 2012

                                             SANREMO CINQUE, IL RISCATTO


     Mancano alcune ore all'inizio dell'ultima serata ma già avvertiamo da echi sotterranei il passo pesante del Grande Qualunquista che si sta avvicinando come neanche Godzilla. La minaccia è annunciata dalla stampa tutta, e francamente ci sentiamo in pericolo.

     Fateci distrarre in questi ultimi attimi prima della catastrofe con un innocuo e saccentino ripasso scolastico. Fin da quando studiavamo Italiano, ci divertivano le figure retoriche. Che si possono benissimo applicare questa sera a Sanremo. Anzi ecco la prima, la metonimia (una parte per il tutto): Sanremo, invece di "Il Festival della Canzone Italiana che si svolge a San Remo". L'antonomasia (un nome proprio usato come aggettivo): Papaleo fa il dongiovanni con tutte le presentatrici, anzi, con tutte le ragazze dei dintorni. L'ossimoro (uso di termini contrari uniti artificiosamente): I silenzi eloquenti di Celentano. L'epifonema (la morale della favola): esausti alla fine del festival "Ve l'avevo detto che cinque serate erano troppe". Ce ne sarebbero altre ma non vogliamo strafare, perciò chiudiamo con queste due. L'iperbole (esagerazione): il Festival è un grande spettacolo, e l'ironia (finzione): il Festival è un BELLO spettacolo.


     Ecco che si comincia. Una specie di balletto su "All you need is love" in cui tutti si baciano, ma baci veri, lingua, annessi e connessi. Con gli amici ci chiediamo se sono comparse scelte fra fidanzati, o temerari che hanno deciso di osare il tutto per tutto. Ezralow, il coreografo, ci appare in un primo piano in cui è sorpreso a seguire la musica in battere. E' mai possibile?

     Altri momenti umani, o disumani, a scelta, sono l'applauso di sostegno terapeutico che saluta Papaleo quando si definisce l'Al Pacino della Basilicata, e il primo sorriso non equino di Ivanka,  quando, dopo essere apparsa in un inverosimile abito a squame (o a petali, non si capisce bene), parla di casa sua.

     Geppi Cucciari, di battuta veloce, scende le scale con le scarpe in mano e costringe Morandi a terra a infilargliele. Lei è brava e spiritosa, ma chi ne esce meglio è Morandi, che conferma il suo vero grande pregio: essere semplice. Che è davvero un talento, perché quando lo si ha non c'è bisogno di altro; non deve essere spiritoso, colto, aggressivo. Non ha bisogno neanche di essere bello, perché è comunque elegante, proprio grazie alla semplicità.

     Impagabile esempio da una parte di cialtroneria, dall'altra di prontezza, la gag del panino. Papaleo arriva con un panino incartato. E' il mitico panino alla frittata di casa sua. Ah, la frittata di casa! Confusione macchiettistica per scartarlo, Morandi finalmente ci riesce. Primo piano del panino, che però è al prosciutto. Sorpresa di Morandi: "Ma è al prosciutto!" (attentato dietro le quinte?). Fulmineo riscatto di Papaleo che senza fare una piega: "Si, ma la frittata è dentro". Bravo, qui viene fuori l'animale da palcoscenico. Rimane l'imperdonabile inefficienza dello scambio. A meno che fosse voluto per migliorare la gag cogliendo di sorpresa i due. Non crediamo. Troppo audace.

     Un elevato momento letterario ci arriva con la (evitabile) battuta "Ivanka è molto portata a fare la foca", un elegante riferimento alla canzone di Papaleo. Poi ci cospargiamo il capo di cenere durante la ormai troppo ripetuta lezione di catechismo di Finardi, e finalmente alle 22,35, arriva Lui.

     Televendita di Gesù, chiusura dei giornali cattolici, mania di persecuzione, invettive dal pubblico, tutto come da aspettativa. Ma poi, giù il cappello, amici! Il pezzo cantato con Morandi è un momento di spettacolo a grande livello. Il migliore di tutto il festival. Un vero riscatto. E pensare che aspettavamo questa occasione fin dalla prima serata per dargli addosso e farlo a pezzi. Impossibile. E' un grande artista e basta. E lo stesso Morandi ne esce visibilmente commosso.

     Il seguito della serata, come da copione. Luca e Paolo con la loro preghiera del clown provvedono a rifornirci di quella dose di noia di cui Celentano ci aveva privato. Il balletto anni '80 con Ivanka in stivali ci conferma che la ragazzona deve fare ancora molta strada. Le tre attrici della fiction su Walter Chiari dimostrano che non basta essere belle per essere interessanti. La canzone di Papaleo non dimostra niente. La lista dei destini letta dalla Cucciari ci convince che comicità dovrebbe sempre far rima con brevità. E per concludere, lo spazio meritato in chiusura da Sabiu, ottimo direttore e arrangiatore della Sanremo Orchestra è riempito da un brano dello stesso Sabiu, "Limitless", ahimè molto, troppo pericolosamente vicino alla musica di Allevi.

     Quiz: quante metonimie, iperboli e ossimori avete contato finora?



                                       

 
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Sanremo Quattro, Sbrinatura Frigo

 CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   17 febbraio 2012

           SANREMO QUATTRO, SBRINATURA FRIGO


     Uno scapolo, si sa, paga la sua libertà con altre schiavitù di tipo domestico: il bucato, la spesa, un po' di pulizie di casa. Bene, oggi siamo in arretrato con la sbrinatura del frigo. Lo abbiamo capito fin dall'inizio che era la serata giusta e ci siamo organizzati staccando subito la spina. Le canzoni ormai sentite tutte più di una volta. Le solite quattro ore previste: il tempo perfetto per l'operazione.

    Meno male perché, lo abbiamo constatato in seguito, lo spettacolo si è srotolato stancamente con molti guizzi di noia, e un filo conduttore improntato, oltre che alle consuete volgarità, questa volta più moderate quindi ancora più noiose, a un diffuso banale patetismo di parole e di immagini. Per fortuna avevamo le faccende, perché mentre il frigo si sbrina, uno fa anche altro, no?


    Si apre con un violinista alto, biondo e bello, un vero principe azzurro che suona mentre la piccola fiammiferaia, Simona Atzori, ballerina senza braccia, danza da sola, anche bene, ma certo il suo handicap salta agli occhi e ci fa perfidamente pensare a una strumentalizzazione un po' così da parte del festival.

    Forse siamo troppo maligni, via. Passiamo al maestro Sabiu, da noi lodato per la sua eleganza ieri, oggi ci delude con una discutibile maglietta sotto lo spolverino di lamé.

    La prima risata risuona forzata alle 21,03 alla parola "minchiata" di Papaleo. Ci risiamo. Poi però non succede niente, tranne nostre frequenti visite di controllo in cucina, o zapping sulle altre reti (su MTV, vediamo i Soliti Idioti, ben più divertenti nella loro dimensione che è lo sketch rigorosamente scritto, recitato e altrettanto rigorosamente farcito di volgarità, di come li abbiamo visti in scena l'altra sera). L'intervista con la Ferilli cattura la nostra attenzione per l'impostazione nazionalpopolare del discorso. C'è uno strano momento in cui lei e Morandi se ne stanno tranquilli a chiacchierare mentre il pubblico, completamente scollato, rumoreggia per conto suo. Noi non abbiamo capito il perché di questa sensazione, e a quanto pare neanche loro due, ma erano a disagio. La Ferilli parla molto di Italia e di tette, ma è disinvolta. Morandi accenna a Louis Armstrong, da tutti conosciuto come Satchmo, e lei non perde l'occasione per ammiccare, ingenua: "Ma non è una parolaccia bolognese?"

    Canzoni. In una appare come spalla Paolo Rossi con la sua solita aria poco lavata, fa le facce, canticchia qualche parola e se ne va senza salutare. Però poi ci gustiamo lo straordinario trombettista jazz Fabrizio Bosso che arricchisce l'interpretazione della Zilli, acconciata con un covone di capelli in testa in memoria di Amy Winehouse.

    E poi arriva colui che con la sua semplice presenza, riesce a deviare per un po' la nostra attenzione da Papaleo. E' un belloccio che all'inizio abbiamo preso per un calciatore. Invece sarebbe un comico, Alessandro Siani. Costui inizia un pericolosissimo monologo che durerà un buon quarto d'ora, tempo micidiale per uno che a mala pena ce la fa, con una battuta indirizzata alla soubrettona dell'est, che ha appena finito di presentarlo, secondo lei ridendo, ma a noi la sua risata sembra il sussulto di un cervo colpito da una fucilata, "Attenti all'anca quando sale Ivanka". Siani appartiene a quella categoria di comici che fa la battuta, e poi ride, prima ancora che il pubblico l'abbia capita. Oppure dice una frase magari un po' forte, per smentirla subito dopo con un "scherzavo". Micidiale e anticomico. Se la prende con un orchestrale, uno spettatore e lo fa oggetto di sberleffi chiamando la gente alla complicità. Insomma il peggio del troppo facile aggravato dal ricorso al dialetto.

    Applausi (di sollievo?) lo salutano quando fa per andarsene. Invece si siede su una barca in secco sul palco e ci spara un ulteriore monologhino intenso, sentimentale e patriottico culminante in un trionfale "siamo italiani". E due per il patetico. Ivanka, sussultando ammette che non ha capito niente. Mentiremmo dichiarandoci sorpresi.

    La terza sbrodolata patetica è di Papaleo il quale, dopo aver tradotto il titolo "Stormy wheather" in "tempo di merda", canta il pezzo e conclude dichiarando che il suono che preferisce è la risata di suo figlio. E tre. Mo' basta col patetismo.


    Sono le 00,35, il frigo è sbrinato a puntino e la serata si conclude con il racconto, responsabilità di Papaleo, di come il pomeriggio durante le prove i due si sono incontrati casualmente in bagno, le loro pipì si sono incrociate (testuale) e questo ha creato fra loro un legame ancora più forte. Morandi, dissociatosi in partenza, dichiara che come aneddoto non gli sembra un gran che. Noi siamo d'accordo.

    All'urina non ci eravamo ancora arrivati. Se continua così siamo preoccupati per quello che ci aspetta domani sera.


                                       

 
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Sanremo Tre, L'Implacabile Guitto

  IL CAVALIER SERPENTE

    Perfidie di Stefano Torossi

      16 febbraio 2012

          SANREMO TRE, L'IMPLACABILE GUITTO



     Paola, un'amica attenta e fantasiosa ci suggerisce una chiave della seconda serata che non ci aveva nemmeno sfiorato, ma che se fosse vera, diventerebbe un lapsus psicanalitico agghiacciante. O un colpo di genio degli autori. Dunque, (parliamo sempre della seconda serata) avete presente quando il Solito Idiota porta al Morandi scamiciato una giacca da indossare in mancanza di quella dello smoking? Bene, è senza dubbio la giacca di una divisa da comandante di marina. La nostra amica suggerisce la seguente interpretazione. La nave di Sanremo ha rischiato di naufragare durante la prima serata per colpa di un grosso scoglio chiamato Celentano. Serve un comandante in gamba per tirarla fuori dalle secche. Quell'uomo è Morandi, e la giacca che gli portano è quella di capitan Schettino. Ironia al contrario? Fantasia malata? Colpo di genio degli autori?


     La terza serata comincia con la velata minaccia di cantare da parte di Papaleo. Bisogna stare attenti. Chi canta davvero è invece Morandi che lo fa ancora benissimo. Sembra un po' stanco, e nella presentazione si impappina più volte. Ma non importa. Ci ricorda il pianista Rubinstein che, molto avanti con gli anni, suonava malissimo, ma con un tale spirito che gli errori non contavano.

     Papaleo, implacabile, interviene ad abbassare il livello con un bel "non mi cagano" e qui, come in altre occasioni successive con lo stesso interlocutore, la faccia di Morandi è quella di un cittadino beneducato, talmente sopraffatto dall'incontro con un pulcinella sguaiato e forzatamente spiritoso da fare la figura dello stupido. Perché è chiaro che i loro sono due mondi che si scontrano ma non si incontrano. Il pulcinella insiste nel suo stile raffinato con uno sketchetto in cui si fruga la patta, non abbiamo capito bene se per riabbottonarla o che altro (naturalmente è presente la soubrettona tutta denti, tanto per finezza). Forse ci siamo sbagliati a considerarlo in via di miglioramento.

     Siamo costretti a una pignoleria. Ma quanto sono lunghe e imbarazzanti le pause di silenzio, finita la presentazione dei cantanti, prima che parta l'orchestra. E a proposito di orchestra, ribadiamo la nostra perplessità ogni volta che ascoltiamo Bregovich. Per noi è un furbacchione che ha trovato il modo di gabbarci con la sua scalcinata banda di ottoni obsoleti e stonati, e un paio di sguattere iugoslave che aprono bocca ed emettono. E invece a quanto pare tutti lo prendono per un intellettuale etnomusicale.

     Come un guitto verace, con i cantanti stranieri Papaleo parla quell'inglese inventato, da poveracci, che però suscita risate. Dobbiamo notare che anche Morandi non è un grande poliglotta, ma comunque non lo è con più stile. Per la verità abbiamo anche acchiappato Emma che, rivolta al suo sbigottito partner Gary Go, ovviamente digiuno di italiano, per chiedere conferma sulla scelta di un titolo gli butta lì: "Che disci, 'o famo?"

     Papaleo (ormai non gliene perdoniamo più neanche una) nel citare il lavoro indefesso dei tecnici dietro le quinte ci regala un bel "si fanno un culo così" accompagnato dal gesto descrittivo che tutti conosciamo.

     Pausa pubblicità, sbirciatina al TG da cui apprendiamo che anche la Chiesa pagherà l'ICI. Gioia sfrenata. Ma sarà vero?

     Finalmente la minaccia adombrata all'inizio si avvera. Papaleo canta. Con piglio da animatore di villaggio vacanze riesce a coinvolgere tutto il pubblico, fra cui c'è il suo datore di lavoro, cioè il Direttore Artistico della Rai. E quelli, docili, a fare didì e dadà. Sappiamo che non ci vorrete stare, che penserete a un nostro falso solo perché Papaleo ci è antipatico, a un tentativo di influenzarvi negativamente. Invece è tutto vero. Intendiamo il titolo della canzone. Siamo imbarazzati a dirvelo, perché sembra un'esagerazione. Insomma, facciamola finita. Il titolo della canzone che Papaleo canta accompagnato da tutto il pubblico dell'Ariston è: "LA FOCA"!


     Passati i pochi minuti necessari a digerire il disagio, non ci crederete, non ci credevamo neanche noi, ci siamo inaspettatamente e profondamente commossi (commossi a Sanremo!) a sentire quella disperata salamandra della Bertè cantare una meravigliosa canzone d'amore, poesia magica di Bruno Lauzi, tema struggente di Maurizio Fabrizio: "Almeno tu nell'universo". Forse c'entra anche il ricordo di come ci strappava il cuore sua sorella Mia. Fatto sta, ci è scappata la lacrimuccia.

     Comunque non vogliamo mica volare troppo alti. A rimettere le cose a posto ci pensa sempre lui, Papaleo, che da quattro ore saltella da tutte le parti con quella sua patetica ansia di esserci. Pronuncia la parola afflato, e la dice anche a proposito, ma poi proprio non resiste e aggiunge "quando ti puzza l'afflato".

     Inutile sperare di crescere. Qui siamo ancora all'oratorio. E pare proprio che ci resteremo.

     Si è fatta mezzanotte e cinquanta. Non ce la facciamo più.



                                        

 
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Sanremo Due, Il Pentimento

IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 15 febbraio 2012

  SANREMO DUE, IL PENTIMENTO


     Il TG prima dell'inizio ci informa che il pentimento da cui il titolo non è nostro ma della Rai che pare abbia calato le braghe chiedendo scusa per conto di quel ragazzaccio cattivo di ieri sera a Famiglia Cristiana e all'Avvenire.

     Ci preoccupiamo di avere davanti a noi una puntata noiosa, ingessata e priva di quelle saporite volgarità che ieri hanno condito così bene i nostri interventi. Infatti la prima apparizione dei Soliti Idioti passa liscia, appena arricchita da una doppietta pernacchione-gesto dell'ombrello. Troppo poco. Speriamo bene.

     Tutto sembra funzionare. I microfoni ci fanno finalmente capire i testi, che ieri ci arrivavano come bisbigli da confessionale. Il primo balletto di Ezralow ci colpisce per la sua bella, compatta e acrobatica costruzione. Il Maestro Sabiu, direttore dell'orchestra stabile del Festival, è lì, garbato ed elegante; senza cravatta, ma elegante. Accidenti! Di cosa ci lamenteremo se tutto va avanti così?

     Un po' di conforto ce lo dà la bella sfocatura da filmino delle vacanze che caratterizza  il primo piano di Ivan Pierri, light designer, presentato al pubblico, come si usa fare negli spettacoli brillanti. I presentatori e gli attori sono sempre in scena? allora ogni tanto facciamo vedere anche i tecnici.

    Partono le canzoni di cui anche questa sera non ci occuperemo. Appare Papaleo in loden ed elmetto da cantiere. E la sua faccia, la stessa in ogni momento, comincia a farcelo vedere come un Buster Keaton de noantri. E' un po' antipatico, ma meglio di ieri. Bei tempi comici. Comincia a funzionare.

     I labbroni e la mascella della Bertè che canta con Gigi D'Alessio scatenano fra le amiche che stasera ci sostengono nel nostro compito di osservatore sanremese un'accesa discussione sulle responsabilità del chirurgo estetico nella odierna società dello spettacolo. Dovrebbe impedire, come professionista, ma anche come confessore e guida, la trasformazione di facce magari segnate ma ancora umane in orride salamandre, oppure limitarsi a eseguire senza discutere le richieste della clientela?

     Non si trova risposta, anche perché le amiche di cui sopra sono istantaneamente conquistate dal bel pupo di Dalla, Carone, giovane, garbato, bella vocina e saluto d'ordinanza con le manine giunte. Il cucciolo, si sa, risveglia l'istinto materno. Ma non, lo sapremo più tardi, quello delle giurie.

     Secondo intervento dei Soliti Idioti, e qui, dài e dài, alla fine almeno un "dài, cazzo!" lo dobbiamo incassare. E' la loro firma, vi pare che ce lo risparmiavano. Togliamoceli dallo stomaco. Di grande finezza ci è parso lo sketch con il bovero negro, anzi, il diversamente colorato, concluso dalla battuta: "se lui è diverso, vuol dire che noi siamo normali". E poi finalone sull'elegante osservazione che se Morandi ha le mani grandi (fatto ormai acquisito all'iconografia popolare) avrà grande anche il coso. E con questo speriamo di non doverne parlare più.

     Un passo indietro per arrivare (commentata da indovinate che musica? ma la Moldava di Smetana, naturalmente!) all'apparizione della terza donna, una gigantessa dell'Est tutta tacchi e gengive, ancora più alta delle altre due che già torreggiano su Morandi e Papaleo. Ivana Mrazova. Vale anche per le donne che altezza è mezza bellezza?

     Un brivido, ma leggero ce lo ha fornito il riapparire dello stesso direttore d'orchestra di ieri sera, con sotto la camicia la stessa maglietta di salute, leggermente più ombrata.

     E poi la suspense sulle mutande di Belen. Consapevole della nostra inquietudine, ha confermato a tutta l'Italia che le porta, ma cucite sotto il vestito. Cosa vorrà dire non lo sappiamo, ma ci siamo sentiti rassicurati.

     Alla quarta ora di una serata stanca, durante la malriuscita esibizione del DJ accompagnato dalle due ballerine tenniste siamo dolcemente scivolati nell'oblio di un meritato pisolo. Buona notte.



                                         

 
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Sanremo Uno, L'Incoscienza

Post n°152 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da torossis

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 14 febbraio 2012

   SANREMO UNO - L'INCOSCIENZA


      14 febbraio. E' la prima volta che ipotechiamo in partenza venti ore della nostra vita in un'impresa che potrebbe anche essere esiziale: la visione integrale delle cinque serate del Festival di Sanremo. Speriamo di farcela. Una manifestazione, da parte nostra, di vera incoscienza.

     Ore 20,40: secchiello del ghiaccio con bottiglia di Soave e accanto tagliere di lardo di Colonnata e patè. La decisione è: se dobbiamo rischiare, tanto vale metterci anche il colesterolo.

     Allora, la faccenda comincia prima di tutto con una specie di psicodramma con Morandi in camerino che ci esterna i suoi spaventi prima di cominciare il Festival. Morandi è tutto tranne un buon attore, e si vede. Transit.

     Poi ci toccano venti minuti buoni di Luca e Paolo. Un'esperienza di tipo parrocchiale-adolescenziale-parolacciara. Si tratta di una canzone (satirico-sociale?) che ci fa rimpiangere il Bagaglino, in cui abbiano contato diversi sputtanare, sputtanerò, Luttazzi che rima con cazzi, sticazzi, coglioni, passera, pisello, cacca, il tutto arricchito da occhioni sgranati alla Macario, espressioni finte deficienti alla De Rege e tentativi malriusciti di imitazione di Benigni o Celentano, perchè Benigni e Celentano reggono  mezz'ora in scena: loro, no. Il tutto crolla con una battuta, sempre citando Celentano "caro Adriano, avevi torto, la foca ha rovinato il paese", con qualcuno nel pubblico che, fra le risate che comunque accompagnano qualunque parolaccia, alla fine capisce il riferimento e grida a gran voce "Adriano!"

     Finalmente arriva un professionista che per il solo esserci con la sua semplicità e l'intuito per la misura rialza il livello: Morandi, che attore non è, ma presentatore sì, e di gran classe.

     E qui abbiamo un momento di spettacolo quasi americano. Il palco minimalista e volutamente squallido si trasforma in una fantasmagorica macchina futuristica e affascinante. Qualcosa di professionale, era ora. Dall'avanspettacolo delle pagliette a Broadway.

     Naturalmente non dura. Coll'inizio delle canzoni in gara cominciamo a vedere gli imbarazzanti direttori d'orchestra. Uno di cui non ci ricordiamo il nome, ma era quello che accompagnava Bersani, vestito come un garzone del droghiere: camicia aperta con sotto intravista una maglietta di salute anche un po' ombrata, e senza avere il fisico (Bacharach avrebbe fatto meglio). Ma perché? In fondo una giacca e una cravatta non costano poi tanto. E siamo a Sanremo.

     A un certo punto, problema tecnico. Morandi minimizza benissimo. Stiamo cominciando a volergli bene. E a risalire la china. Ma, ahimé arriva Papaleo. Per quanto sia evidente che il suo look penoso è studiato, rimane il fatto che ha una faccia che proprio non funziona. Se non immaginando che sia un pupo siciliano. Allora sì, va bene, ma allora dovrebbe fare il pupo veramente ingenuo, di legno, e non dire anche lui volgarità, tipo lo "sverginami" che ha pronunciato, non ci ricordiamo neanche più a che proposito. Comunque qualcosa ci fa immaginare che non sia così fesso come tenta di apparire, e aspettiamo di vedere cosa farà dopo.

     Si succedono le ragazze canterine tutte con tacchi troppo alti; non sanno usarli per scendere le scale e sembrano papere. Tranne la Fornaciari, finora l'unica che sa stare sul palco. Papaleo continua con l'avanspettacolo. Non ha stile, non c'è niente da fare. Mentre Morandi è come una donna sexy, che è sexy soprattutto quando non sa di esserlo, e lo è per grazia naturale. Morandi è naturale e sexy (nel senso del presentatore, naturalmente). Eppure anche a lui scappa un "ma che cazzo!". Evidentemente è l'atmosfera della serata che glielo fa dire, ma in ogni caso con leggerezza.

     Finalmente arriva il grande qualunquista, di cui non è necessario fare il nome. Anche a lui esce di bocca un "che cazzo". Chissà quale magia trascina tutti per la china. E naturalmente tutte le sue solite baggianate, e pause, e facce. Ma, e qui ritorniamo alla grande classe, quando canta è fantastico. Non importa la musica o il testo. E' lui che canta, e basta. C'è.

     Il resto è di nuovo avanspettacolo, con l'intervento finto spontaneo di Pupo, anche qui con faccette e sbuffi da parrocchia, battutine sulla statura dello stesso Pupo, rigurgiti di ecumenismo del grande qualunquista ecumenico che conclude il suo spazio con la dichiarazione che "La morte è l'ultimo gradino prima del grande inizio". Boh? Baggianate di cui crediamo di poter fare a meno.

     La cosa va avanti con apparizioni di belle vallette. Ancora una volta dobbiamo rammaricarci del fatto che la Canalis che ci piace moltissimo risulta più scema di Belen che ci piace pochissimo.

     Alle 00,03 mentre parla della figlia del suo pianista, dalla bocca di Papaleo prorompe trionfante un irreprimibile vaffanculo. Certo non è colpa sua, ma ha una faccia davvero non da palcoscenico, con quegli occhi ipertiroidei e fissi. Ma non dev'essere uno sciocco, perché poi ci regala un monologhino piuttosto intelligente.

     Eppure alla fine sbraca di nuovo perché questa prima serata, arrivata alle quattro ore, chiude con una sua battuta, sul cui livello preferiamo non esprimerci. Eccola: "C'è un campo di girasoli a Cortona d'Arezzo; e c'è un campo di paraculi a Cortina d'Ampezzo".

     Che ne dite? La professione è un'altra cosa, no?



                                       

 
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Titoli e risate

  IL CAVALIER SERPENTE

    Perfidie di Stefano Torossi

11 febbraio 2012

 TITOLI E RISATE


     Ci chiedevamo quando sarebbe successo. Finalmente qualcuno apre bocca per dire qualcosa di moderno con sobria ironia e non con il solito clamore da farsa a cui ci avevano abituati (ci riferiamo ovviamente a Monti e alla sua battuta sulla noia del posto fisso), ed ecco che tutti i ranocchi dello stagno si mettono a gracidare il vecchio perbenismo della lagna, del patetico, del siamo figli di mamma. A noi è piaciuta anche l'aggiunta della ministra Cancellieri che ci ha messo il cosiddetto carico da undici insinuando che i bamboccioni, non solo vogliono il posto fisso, ma lo vogliono anche vicino a mammà. L'idea che la vita adulta sia anche competizione, educativa e sportiva, evidentemente è anch'essa troppo moderna.

     Per continuare a ridere basta aprire un giornale qualsiasi. Intanto, tutti questi morti d'infarto spalando la neve. Non è difficile, quando si legge l'età, immaginare che questi simpatici anziani, magari sarebbero morti nello stesso modo pigiando l'uva verso fine ottobre. Ma non avrebbero fatto notizia. La neve è calamità, il vino no.

     E il panico per Roma ridotta a una lastra di ghiaccio? Quando siamo arrivati da Venezia (dove per le osterie gira questa battuta salata (capito il doppio senso?): "Prima la Marina Italiana era fatta da uomini di ferro su navi di legno, poi da uomini di legno su navi di ferro, adesso da uomini di merda su navi di plastica") eravamo pronti a montare le catene alle rotelline del trolley.

     In Abruzzo "...ora temiamo l'arrivo dei lupi". Il plurale, oltre che allarmistico, ci sembra anche ottimistico. I lupi dell'Appennino sono quattro gatti. Ce li immaginiamo che fanno i turni, a spese dell'EPT, per spaventare i poveri villeggianti innevati.

     E gli Ayatollah? Eterna gratitudine per le risate che ci regalano. Adesso hanno proibito i Simpson, dopo aver messo fuorilegge la Barbie. Sono elementi che traviano i giovani, perbacco! Ah, la saggezza delle dittature.

     Abbiamo anche gli omogeneizzati che anticipano la pubertà e fanno venire le tette alle bambine di sei anni. Letto, eh, non inventato.

     9 febbraio, tutto su Repubblica: Fantascienza: titolo "Monti: basta con i convegni, restituire i regali", fantascienza, appunto. Petulanza: titolo "All'aeroporto di Fiumicino i passeggeri si lamentano perché dalle porte scorrevoli entra aria fredda quando si aprono", che fare? riscaldare la pianura Pontina? Pagliacciata: titolo "Battisti sfila al carnevale di Rio", no comment.

     Merita il podio di questa settimana la pagina 20, sempre di Repubblica, del 3 febbraio, per un titolo strepitoso: "La mega truffa della falsa acqua di Lourdes - Ancona, poche gocce di rubinetto vendute a 200 euro". Va bene, continua a esistere un esercito di bricconi capaci di vendere merce inverosimile a un esercito altrettanto numeroso di babbei. E questo lo sapevamo. Ma diamo un'occhiata insieme a questo titolo. Chiunque, anche uno scemo, capisce leggendolo che se qualcuno truffa qualcun altro vendendogli una merce falsa, vuol dire che dall'altra parte della barricata, cioè dalla parte degli onesti, questa stessa merce la si trova, ma autentica. Colpo di scena: allora la vera acqua di Lourdes esiste! E magari costa anche meno.


     PS. Mercoledì otto febbraio, Sala S. Cecilia, Parco della Musica di Roma, serata unica. L'Orchestra di Piazza Vittorio suona il Flauto Magico di Mozart. Ecco, dopo tutte le cialtronate fin qui elencate, possiamo finalmente raccontarvi qualcosa di serio. Che poi ci arriva da un gruppo che per assortimento di facce, costumi, colori e movimenti, serio non lo sembrerebbe davvero. E invece c'è dietro un sacco di lavoro. E si vede. E un sacco di pensiero. Sui costumi, per esempio. Nessuno è vestito come capita, fatto fin troppo frequente sulla scena musicale, e su cui abbiamo sempre espresso le più fiere riserve. Il pazzariello narratore con la sua immensa feluca piena di patacche di latta. Il servo di scena in frak nero. Il maestro concertatore e coelaboratore con Mario Tronco delle musiche (splendide, e non solo grazie a Mozart), il nostro amico Leandro Piccioni, seduto al piano in un impeccabile frak bianco che, quando si alza, esibisce un paio di incongrui pantaloni neri. Il gangster, la cow girl con crestina in testa, tutti gli altri, molto etnici. E poi la bravura degli interpreti. Uno meglio dell'altro, e collegati da una bella struttura di racconto. E molto rilassati. Nessuno se la tira, e lo si vede nei ringraziamenti. Era un bel po' che non ci divertivamo così tanto in una poltrona di teatro (e non vedevamo gli attori/musicisti divertirsi così tanto sulla scena).

     La critica profonda del progetto è già apparsa da tutte le parti, scritta da qualcuno più competente di noi, quindi neanche ci proviamo. Come spesso abbiamo fatto in passato, anche questa volta ci limitiamo alle bollicine che vengono a galla.



                                   


 

 
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Cifre da capogiro

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

  28 gennaio 201

CIFRE DA CAPOGIRO

 

     24 gennaio 2012, Roma, Teatro Quirinetta. Sacrosanta riunione indetta dall'Anart (Autori radiotelevisivi) per protestare contro la decisione della SIAE di interrompere l'erogazione dell'assegno di professionalità ai soci anziani (cifre da capogiro: € 600 mensili a 1.085 persone in tutto. Anzi, data l'età avanzata dei più, può darsi che mentre scriviamo siano diventati di meno). E qui, malgrado la serietà dell'argomento, anzi, forse proprio a causa di questa,  e con tutta la solidarietà che proviamo per l'iniziativa, ci siamo scontrati ancora una volta con la nostra idea fissa: ci vuole sempre un regista.

     Se perfino nei matrimoni ce n'è uno, forse improvvisato, magari un cugino avventuroso, che costringe sposi e parenti a provare la cerimonia il giorno prima, perché noi non pensiamo mai a chiamare un professionista, visto che ne abbiamo tanti a portata di mano. Che si occupi seriamente di queste nostre riunioni, quasi sempre in un teatro, con i protagonisti sul palco, e gli altri in platea. Eventi che potrebbero, anzi dovrebbero, diventare veri e propri spettacoli. Con una vera e propria regia. Altrimenti la faccenda si sfilaccia, perde di ritmo, e diventa peggio che inutile.

     Oggi, per esempio, qui al Quirinetta, c'è un microfono collegato a un cavo troppo corto che arriva a stento al tavolo dei relatori, per cui, quando quelli di destra vogliono parlare sono obbligati a sporgersi pericolosamente in avanti o a fare acrobazie con il cavo, mentre quelli di sinistra, arrivato il loro turno devono affannosamente recuperare la matassa. Intendiamoci, c'è anche un radiomicrofono, ma proprio al momento di usarlo ci si accorge che le pile sono scariche, quindi il ragazzo deve andare a comprarne di nuove. Un piccolo ritardo, che problema c'è? Gli interventi dal pubblico procedono disordinati prima che a qualcuno venga in mente di fare una lista. Alcuni di questi sono lunghi e troppo autoreferenziali, come quello, tanto per non fare né nomi né soprannomi del paroliere Luigi "Narciso" Lopez il quale, dopo aver indugiato a compiacersi sull'entità dei suoi introiti passati, si lancia in ardite metafore paragonando la SIAE a una pantera impazzita che divora i suoi cuccioli (testuale).

     Sobria e puntuale, invece, Maricla Boggio definisce giustamente volgari i termini usati dal nostro istituto nei suoi comunicati (bisogno, indigenza, sussidio), e grottesca la cifra di 150 Euro mensili che sarebbe il regalino elargito da mamma SIAE ai suoi soci particolarmente bisognosi (non c'entra niente con l'assegno di professionalità di cui sopra) e riesce perfettamente a comunicarci il senso della sordida dimensione di tutta la faccenda.

     Al ritorno a casa troviamo un simpatico comunicato inviatoci dal commissario straordinario Gianluigi Rondi, classe 1921, che alla sua nomina avevamo salutato con il grido unanime di "Largo ai giovani!". In due paginette il nostro rappresentante, nel cercare complicità alla sua decisione di sospendere l'assegno di professionalità ai soci ultrasessantenni (ripetiamo, cifre da capogiro: € 600 mensili per 1.085 persone) ci assicura di esserci arrivato dopo avere consultato alcuni colleghi, che si sono arresi all'ineluttabilità del provvedimento, e ne fa i nomi. Eccoli: Paoli, Mogol, Costanzo, Piovani, Facchinetti, Lavezzi. Si tratta, e non osiamo metterlo in dubbio, di artisti che vivono sulla loro pelle la cruciale importanza di questi seicento euro mensili per sopravvivere, altro che diritti d'autore. Che ci siano poveri veri fra i soci beneficiari, pare che finora non sia venuto in mente a nessuno.


     P.S. Ultima chicca. Nel leggere il bollettino sociale inserito nel "Viva Verdi" appena arrivato per posta, apprendiamo che con delibera del 25-10-2011 firmata dal Signor Commissario Straordinario (le maiuscole spagnoleggianti di stile manzoniano sono sul bollettino) è stata resa permanente la concessione del "sussidio natalizio" (anche queste virgolette vengono dalla stessa pubblicazione) agli autori anziani bisognosi. Si tratta ancora una volta di una cifra da capogiro: duecentoottanta Euro, virgola zero zero. Pensate ai panettoni e ai torroni che si saranno comprati questi vecchi viziosi!

     Ormai è rimasto un solo uomo vero, capace di portare in acque sicure noi e la SIAE, ma non sappiamo se è un socio oppure un iscritto ordinario. Il comandante Schettino.



                                      

 
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