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Perfidie di Stefano Torossi

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Stavolta qualcuno si arrabbia

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   13 maggio 2013

   STAVOLTA QUALCUNO SI ARRABBIA


La Sala Accademica. Conservatorio di Santa Cecilia. Sabato 11 maggio. Concerto di organo, marimbe e vibrafono, programma interessante e inconsueto. Però prima due parole sul luogo. E' una grande bellissima sala tutta bianca che pare fatta di meringa. Stucco sulle balconate, i cornicioni e il soffitto, molto alto, ornato al centro da un grande stemma sabaudo. Comode poltroncine rosse, ed elegante pavimento di parquet. Quindi, confort, ma...Già qualche settimana fa ci siamo lamentati della batteria di diciotto fari disposti ai lati del palcoscenico per illuminare i leggii dei musicisti, che sparano anche negli occhi degli spettatori con effetto molto sgradevole. Oggi siamo colpiti anche dalle lucette guida lungo il pavimento e sotto i gradini delle scale che salgono al palco, di un blu intensissimo e luminosissimo. Per funzionare, soprattutto in considerazione dell'età media del pubblico, ovviamente devono rimanere sempre accese, insieme alle segnalazioni delle uscite (per intenderci, quei quadratini verdi con l'omino che corre), che nella sala sono una dozzina.  C'è anche una fila di violenti neon sulla balconata. Insomma, massima sicurezza, ma anche una luminaria parecchio fastidiosa.

Veniamo alla musica. Interessante combinazione di organo, vibrafono e marimbe. E' la prima volta che sentiamo insieme questi tre strumenti. Ottima l'idea dei promotori del concerto, Giorgio Carnini, Sandro Cappelletto ed Edda Silvestri, e ottima l'esecuzione dei tre solisti: Di Ilio, Ruggeri e Caggiano. Nel programma anche "Marimba phase" di Steve Reich, un brano chiaramente provocatorio in cui due marimbe, strumenti per loro natura non molto espressivi, ripetono rimandandosela la stessa cellula con minime variazioni per almeno cinque minuti. E cinque minuti, se non ti diverti, sono un'eternità. Diciamo pure che una provocazione può manifestarsi in tanti modi, ma guai se è noiosa. Anche Strawinskij riuscì a scandalizzare il mondo nel 1913 con la Sagra della Primavera. Però, quella musica, anzi, quella provocazione, era tutto, proprio tutto tranne che noiosa.


Il povero violoncellista. Gran chiasso in questi giorni sulla stampa di Roma. Un vigile ha multato Fabio Cavaggion che stava suonando il violoncello fuori dell'orario consentito in piazza San Simeone. Intervento immediato del collega Giovanni Sollima che organizza, con i suoi cento violoncelli, un concerto di sostegno al povero musicista di strada, vittima della burocratica efficienza del tutore dell'ordine, sulla stessa piazza dove di solito si esibisce. Nobile gesto, al quale ovviamente non possiamo che applaudire.

Il maestro Cavaggion è raccontato dai giornali come una specie di genio incompreso, diplomato a pieni voti, ma vittima dell'insensibilità delle istituzioni che non gli permettono di lavorare. Naturalmente il giorno dopo siamo andati in piazza a sentircelo mentre eseguiva le suite per violoncello di Bach. Roba difficile, lo sappiamo, però le suonava male. E allora, certo, lavorare in orchestra, magari anche come solista, diventa problematico, e forse non solo per colpa del mondo crudele...

Siamo da sempre convinti che il genio incompreso non esista. Intendiamoci, è chiaro che non basta saper suonare o dipingere, o scrivere bene.  Per avere successo, per commercializzare il proprio prodotto, bisogna anche saperlo proporre: frequentare gli ambienti giusti, seguire le tendenze del momento, possibilmente non ubriacarsi o drogarsi, rispettare le scadenze, e non fare troppo il ribelle.

Oppure, e questo è davvero difficile, essere sé stessi con tutti gli squilibri del caso, ma avere il buon senso di riconoscere la propria inefficienza, e l'umiltà di affidarsi, magari facendosi sfruttare (perché no? Se serve a farti strada; poi, quando sei famoso, ti riscatti) da qualcuno più capace: editore, discografico, gallerista. E siccome il mercato ha sempre bisogno di talenti su cui guadagnare, ecco che in un modo o nell'altro il genio trova il suo spazio (e il mezzo genio trova il suo mezzo spazio), ma comunque nessuno muore più di fame.


Broz e Scoz. Roba da Corriere dei Piccoli. Ci è arrivata su internet la pubblicità di una "Guida pratica per i musicisti - dal curriculum all'Enpals", titolo accattivante di un corso della United European Culture Association che promette la risposta, fra l'altro a prezzi contenuti, a molte delle domande che assillano gli artisti all'inizio della carriera. I due docenti, professionisti certamente degnissimi, si chiamano Barbara Broz e Giovanni Scoz. Esistono davvero, li abbiamo trovati in rete, ma certo quei due nomi in coppia fanno tanto Cip e Ciop, Cric e Croc, Qui Quo Qua, e simili. Forse uno pseudonimo sarebbe stato più opportuno...


 

 

 
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Strane alchimie dell'amicizia

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 6 maggio 2013

 STRANE ALCHIMIE DELL'AMICIZIA


Strane alchimie dell'amicizia. Per un paio di mesi, dopo il 24 ottobre 2006, siamo stati la vedova Lauzi, e in questi giorni (dal 2 maggio) stiamo diventando la vedova Catalano. Serve una spiega? Forse sì. Sia di Bruno Lauzi che di Massimo Catalano eravamo gli amici storici. Con Bruno ci conoscevamo dal 1963, quando ci provammo, riuscendoci, a escogitare un inghippo per salvare un nostro amico clarinettista americano, a Roma con una borsa di studio, dal richiamo in Viet Nam. Con Massimo addirittura dal 1959, quando per breve tempo il gruppo dei Flippers ci prese in carico come contrabbassista. Sono morti tutti e due. E, prima con l'uno, poi con l'altro, ci siamo trovati, proprio nella nostra qualità di migliori amici del deceduto, a fare la parte della vedova, a ricevere le condoglianze, le scuse di chi non si sentiva a posto, e i rimpianti di chi pensava di non aver fatto abbastanza. A essere, insomma, con una grande gratificazione di protagonismo narcisistico, il punto di riferimento su cui coagulavano tutte le emozioni messe in subbuglio dalla morte. Strane alchimie dell'amicizia, davvero.

 

Torniamo al consueto. Due miracoli quasi contemporanei. Ecco i fatti. Martedì 30 aprile, un invito al teatro Argentina per un pomeriggio in onore del poeta Sandro Penna. Presenti e commemoranti, a cura di Franco Marcoaldi: Elio Pecora, Silvia Bre, e altri colleghi del commemorato. Il miracolo si compie quando non riusciamo a entrare in sala perché è tutto esaurito. Un incontro di poeti tutto esaurito! Altro che all'Argentina, a Lourdes sembrava di stare. Stupefatti e ultrafelici di questa manifestazione di trionfo culturale, ce ne andiamo a salutare un nuovo ristorante dalle parti del Panteon, che si chiama "La Ciambella". Ottimi spuntini, sapienti aperitivi, birra freschissima, e voilà il secondo miracolo. Vaschette di gelatina di Negroni. Non siamo riusciti a sapere il segreto del barman; fatto sta che per noi che amiamo appassionatamente questo drink anni '60, è stato un vero regalo. Gelatina molto morbida, colore, sapore, e soprattutto l'effetto inebriante del vero Negroni.


Inutile crudeltà. "Festival Suona Francese" a Villa Medici, ambiente fra i più belli del mondo; un concerto del PluralEnsemble. Musiche dei giovani borsisti del Prix de Rome. Alcuni nomi: Andreyev, Sakai, Tian. Qualcuno forse farà strada, altri, ma non vi diciamo chi, secondo noi, proprio no. Esecutori buoni? Come si fa a dirlo. Di sicuro ce n'era una bellissima, bionda, eterea, che teneva per il collo un clarinetto basso recalcitrante, e sappiamo tutti che razza di suoni riesce a emettere quello strumento se non è trattato con polso. La crudeltà? L'idea di alternare nel programma le opere discutibili, e in discussione, dei ragazzi con quelle di autori affermati e indiscutibili, come Webern, Messiaen e De Falla. Un massacro.


Sabato 4 maggio al Teatro Studio una composizione dell'81 di Giorgio Battistelli: "Experimentum mundi - Opera di musica immaginistica per 16 artigiani, coro femminile, voce recitante e percussioni". Uno di quei titoli che rimandano alle sperimentazioni, spesso interpretabili come prese per i fondelli, di quegli anni. Quindi, armati del nostro miglior ghigno beffardo, assistiamo alla preparazione della scenografia: mucchietti di calce e mattoni, deschi da ciabattino, uova e farina su un tavolo, e così via. Entrano gli artigiani vestiti giustamente da artigiani: grembiuloni, tute e canottiere, poi, in borghese, Peppe Servillo, voce recitante, poi le coriste in lungo, e finalmente il percussionista e il direttore (lo stesso compositore Giorgio Battistelli) in frak. Comincia il pasticcere rompendo mezza dozzina di uova su un cono di farina, e bisogna lodare il perfetto funzionamento dei microfoni che trasmettono mirabilmente lo spezzarsi dei gusci, lo splasc del tuorlo che cade nella farina, lo sbattere dell'albume. Poco a poco entrano tutti gli altri per creare un'ora di suoni del lavoro, tenuti a regime dal percussionista professionista, e dalla voce che elenca mestieri e utensili. Dobbiamo confessare che il ghigno beffardo ce lo siamo rimessi in tasca e abbiamo cominciato davvero a goderci questa invenzione geniale di Battistelli, dove di musica in senso tradizionale non si può certo parlare, ma di spettacolo musicale sì. In conclusione, a fine esecuzione, sul palco c'erano: tagliatelle per dodici pronte da cuocere, una botte assemblata, un paio di metri quadrati di selciato steso, un muretto costruito, altre realizzazioni varie, e applausi scroscianti.

Ci siamo divertiti. Adesso, qualche insignificante appunto e una domanda. Gli artigiani ci sono sembrati troppo precisi nel seguire la direzione per non avere il diritto al titolo di percussionisti musicali (magari provvisori). Servillo in alcuni passaggi suonava troppo napoletano e burattinesco, alla Pappagone, per capirci. Sciocchezze. La domanda invece è questa. Come avrà fatto l'autore a depositare la sua opera alla SIAE? Perché la partitura, e sul podio la partitura c'era, sarà stata piuttosto una specie di lista della spesa: 12 uova, 1 chilo di farina, 130 sanpietrini, 2 tomaie e 4 tacchi, 50 kg di calce...



                                        

 
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Accidenti, è luned'


  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 29 aprile 2013

   ACCIDENTI, E' LUNEDI'


Il pericoloso argomento che andiamo ad affrontare oggi è il lunedì. Accidenti, è lunedì! Maledetto lunedì! E' di nuovo lunedì, si ricomincia! E così via imprecando.

E' certo che noi, come molti nostri lettori, apparteniamo alla fortunata categoria di chi esercita una professione, o un'arte, scelta e portata avanti con piacere. E questo naturalmente significa che per noi lavorare è giocare. E in più ci pagano. E' il massimo, ed è la condizione che ci fa accettare le nottate di angoscia prima dello spettacolo, o il panico di vedere un nostro progetto nel momento della realizzazione. Corrisponderà a quello che avevamo pensato? Soffre il compositore che, fino a che non sente suonare la propria musica, non sa realmente cosa diavolo ha partorito. Così il pittore davanti a una tela che più bianca non si può. O il regista, l'attore, l'architetto, eccetera eccetera.

Ecco perché ci sembra di entrare in un altro mondo ogni volta che viene fuori questo punto doloroso: il lunedì. Siamo davvero costretti a prendere atto che per la grande maggioranza della gente il lavoro è una condanna, non una scelta. E quindi avere uno, o anche due giorni ogni sette, in cui cancellare dalla propria esistenza questa maledizione diventa una benedizione. Ma, lasciatecelo dire a noi che abitiamo in pieno centro storico, nella zona dello shopping coatto, delle bancarelle della Befana, nell'area della passeggiata domenicale. I capifamiglia che vediamo passare sotto le finestre spingendo irosi le carrozzine o trascinandosi dietro mogli impennacchiate e bambini stanchi e frignanti ci sembrano tutt'altro che felici, tutt'altro che riposati, anzi ci par di vedere nei loro occhi il miraggio dell'officina a cui ritornare il lunedì per ricominciare una vita normale.

E allora? La letteratura, e spesso anche la cronaca nera, ci segnalano che per molti lasciare l'ambiente del lavoro e rientrare in quello familiare o sociale non è affatto un riposo. E' un trauma. Anzi spesso significa cadere nel calderone in cui ribollono la violenza domestica e talvolta il delitto.

Poi ci viene anche il sospetto che ci sia una strumentalizzazione dall'alto dell'istituto del riposo settimanale, un modo per togliere alla gente la libertà di decidere cosa fare del proprio tempo. Per fortuna il mondo cattolico si è evoluto un po' prima degli altri, e quindi l'obbligo della domenica (ma poi perché obbligare qualcuno a fare festa? Ci sembra una scemenza, anche se naturalmente ci rendiamo conto che è un modo per tutelare i sottoposti) si è notevolmente attenuato.

Ma pensiamo a quei paesi dove il quotidiano si identifica con la religione: e allora da una parte troviamo gli ultraortodossi per cui il sabato non si può neanche premere il pulsante dell'ascensore, perché questo atto è considerato un lavoro e sarebbe contro la legge divina; dall'altra ci sono i fedeli del profeta che bloccano tutto cinque volte al giorno per pregare, e poi una volta alla settimana, il venerdì, per la stessa ragione, e poi addirittura per un mese intero ogni anno  per seguire oscure pratiche medievali.  

E i vari giorni dei vari riposi delle varie religioni sembrano scelti per farsi dispetto gli uni con gli altri: una volta con il mondo a dorso di mulo o di cammello poteva anche andare bene, ma oggi con la comunicazione istantanea è un pasticcio dagli esiti infausti.

 

P.S. Stavolta, più che sul riposo, sul lavoro. Per una strana coincidenza, proprio in questo periodo parecchi nostri amici stanno facendo ristrutturazioni. La lamentela costante di padrone di casa ansiose, ma anche di architetti e ingegneri professionisti è sulla scarsa qualità del lavoro: piastrelle sbilenche, rubinetti fuori squadra, intonaci bitorzoluti, e così via. Nessuno sembra saper fare il proprio mestiere. Forse è colpa degli operai, o forse degli impresari che per risparmiare assumono a giornata rumeni tutto fare, ma tuttofare male. Fatto sta che i risultati sono invariabilmente scadenti.

Noi non sappiamo niente di muri a squadra o di coibentazione, ma quando ce ne andiamo a spasso per ruderi e ci cade l'occhio sulle vecchie strutture di tufo o marmo con le pietre ancora, dopo duemila, anni perfettamente connesse che non ci passa una formica, un pensierino ci frulla per la testa. All'epoca non c'erano macchine, tutto era fatto a mano. Ma se riuscivano a segare blocchi di travertino da tonnellate in maniera così eccezionale da resistere tutti questi secoli, un minimo di capacità ci doveva essere.

Oppure la qualità del lavoro dipendeva dall'uso (vagamente antisindacale, certo) della frusta, e magari anche dalla eliminazione dello schiavo incompetente?

 

 

 

 

 
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Perché siamo rimasti senz'organo

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   22 aprile 2013

PERCHE' SIAMO RIMASTI SENZ'ORGANO

 

Cominciamo un micidiale pomeriggio, il 17 aprile, alla Sala Alessandrina dell'Archivio di Stato con la presentazione di un libro intitolato "Cesano, borgo fortificato sulla Via Francigena". Immaginiamo la domanda sulle labbra dei nostri lettori.  "Ma che ci vai a fare a questi appuntamenti?" Non è masochismo, o forse sì, però la sala è bellissima: una delle tante biblioteche barocche di Roma, e l'argomento ci sembrava interessante. Invece, muffa. I professori sussiegosi e prolissi. Alcuni non sanno usare il microfono, quindi l'intervento si riduce a un bisbiglio soporifero (il Prof. Antonio Paolucci, sembrava preparato, ma che avrà detto?) Altri, il microfono lo padroneggiano, ma la concisione no, e allora, la faccenda degenera in una tortura per salvarsi dalla quale l'unica salvezza è la fuga (il Prof. Donato Tamblè, scandiva bene ma sembrava diretto verso l'infinito).


Perciò l'abbiamo presa, la fuga, verso la Casa del Cinema dove l'amico Manuel De Sica presentava il suo libro dal divertente titolo "Di figlio in padre". Qui, gente diversa: cinema e teatro, con naturalmente molti dei presenti fuori tempo massimo. Lui, Manuel, divertente, spigliato, aneddotico e soprattutto breve. Invece il suo vicino di cattedra, Gualtiero De Santi, presente come suo editor e alter ego letterario: insomma, quello che lo ha aiutato a scrivere il libro, ha attaccato una pippa di più di mezz'ora durante la quale, con un birignao fastidioso e con il pretesto del De Sica figlio, ha costantemente parlato del De Sica padre. E questo sappiamo essere il destino di quelli che hanno genitori famosi. Goethe aveva un figlio, morto a Roma e sepolto nel cimitero protestante di Porta San Paolo. Cosa c'è scritto sulla lapide? "Goethe Filius". Neanche il nome di battesimo!

Divertente e professionale la lettura di alcuni aneddoti da parte di Maurizio Micheli. Incontro funestato in chiusura, quando l'anziana attrice Gabriella Pallotta ha chiesto la parola, ha voluto sedersi in cattedra e ha cominciato a raccontare anche lei aneddoti del passato; su De Sica padre, naturalmente. Noiosa, piagnucolosa, senza spirito (evidentemente non basta essere attori per sapere intrattenere) e soprattutto con l'aria di non voler più smettere di pigolare. Con l'irritato imbarazzo di tutti i presenti, pubblico e relatori, finché, con un guizzo geniale, lo stesso Manuel ha finto di avere dalla regia il segnale di inizio proiezione, in realtà prevista per un'ora più tardi, e solo allora l'incontinente verbale è stata messa a tacere.


Venerdì a mezzogiorno, incursione in uno spazio enogastronomico dove la ormai famosa e voluminosa Tiziana Stefanelli, trionfatrice di MasterChef, prepara piatti di sua creazione. Via S. Bartolomeo de' Vaccinari 72, ex bisca, il locale sotterraneo è opportunamente dipinto di un vivace color vinaccia, e quando ci siamo arrivati siamo rimasti stupiti dalla folla di fotografi, giornalisti e televisioni davanti all'ingresso. Accidenti, tutta questa stampa per una degustazione! Un attimo dopo abbiamo scoperto che proprio lì di fronte, al numero 8 ci abita Rodotà. Comunque la crema di carciofi con filacce di cavallo era ottima, e il prosecco ben fresco.


Nel 1995 Renzo Piano, progettando il Parco della Musica di Roma, aveva previsto nella Sala Grande lo spazio per installare un organo da concerto. La delibera era firmata, i soldi pronti da spendere, eppure l'organo non si fece. Per l'opposizione (così si dice) di Luciano Berio, allora sovrintendente dell'Accademia di S. Cecilia. Mai spiegata del tutto questa decisione, che definire stupida sarebbe troppo generoso. Il risultato è che in tutta la città, non contando chiese e istituti vaticani, c'è un solo organo, diciamo così, profano. Quello della Sala Accademica del Conservatorio.

Dove, sabato pomeriggio, ci siamo gustati un pregevole concerto per coro, e, per l'appunto, quel bello strumento alle cui molte tastiere, pedaliere e registri sedeva l'amico Giorgio Carnini. Il quale, prima delle sue ottime esecuzioni di Bach e Mendelssohn ci ha raccontato (senza fare nomi perché è un gentiluomo) la lamentevole storia di come, per l'ottusità di un sovrintendente fesso, una capitale come Roma stia più indietro di una qualsiasi piccola ma civile (e forse proprio in questa parola sta la differenza) cittadina europea.


P.S. Non c'entra niente con la musica, ma abbiamo trovato irresistibile una giornalista del tg3 di venerdì sera che ci ha parlato del Pd e del suo "cupo dissolvi". Va bene che il futuro è oscuro, ma insomma, pensare prima di aprire bocca non sarebbe male...



                                        

 
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Un fatto generazionale

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   15 aprile 2013

 UN FATTO GENERAZIONALE

 

Si chiama Woodkid, alias Yoann Lemoine. Giovedì 11 alla Sala Sinopoli ci siamo trovati in un certo senso spiazzati dall'inizio alla fine del concerto di questo signore che non avevamo mai sentito nominare. Mentre non lo erano affatto lo sterminato numero di fan che gremivano la sala urlando, saltando e facendo capire che il repertorio di questo artista non aveva segreti per loro.

Il personaggio, barba fitta da rabbino in erba, berrettino a visiera, bassa statura, canta con la stessa identica inflessione una serie di canzoni che suonano gemelle una dell'altra, su giri armonici di sconcertante banalità, con testi che non possiamo giudicare perché non si sentiva una parola, accompagnato da un trio di ottoni che gli suonano sotto armonie molto naif, una specie di fanfara di genere medievale (de noantri) e anche vagamente celtico, nonché da una tastiera, anch'essa rozza nelle scelte armoniche; ma poi tira fuori un indiscutibile colpo di genio. Addetti a due set di percussioni, identici e collocati in una bella scenografia speculare, due energumeni si agitano come automi meccanici, e con una precisione disumana battono gran mazzate sui tamburi collegati a una pirotecnica serie di fari, luci stroboscopiche e lampi che, a ogni colpo si accendono, fremono, esplodono. Bellissimo per gli occhi. Per le orecchie un po' meno.

Detto ciò, rimane la ripetitività dei brani che definire spettacolari è senz'altro giusto. Musicali, crediamo proprio di no. Per tutto il (fortunatamente breve) concerto siamo andati avanti sul filo di una noia fragorosa. Ci è tornata in mente una certa sensazione che ci accompagna da sempre ogni volta che guardiamo uno spettacolo di fuochi artificiali. All'inizio: oh! di meraviglia alle esplosioni colorate, poi esclamazioni sempre più fiacche, finché comincia il senso di indigestione, fatto che dev'essere ben noto anche gli organizzatori, perché, ci avete fatto caso? ogni spettacolo di fuochi finisce con un'accelerata di scoppi sempre più ravvicinati per terminare con il bombone. Evidentemente la grande abbuffata è l'unico modo di concludere il banchetto.

Qui esce il fatto generazionale. Forse non abbiamo capito niente perché siamo vecchi. Tutti gli spettatori erano nostri nipotini. E' chiaro che qualunque considerazione sulla qualità musicale del prodotto può risultare ridicola e magari anche un po' pedante. Non era come ai concerti di Allevi, dove la gente è convinta di ascoltare il nuovo Mozart, e non si chiede, magari perché non ci arriva, se è musica buona o no. Cioè il pubblico non giudica, crede al miracolo. Qui invece: tutti tosti, preparati, documentati e per niente sprovveduti. Quindi hanno ragione loro. O no?


Recupero dell'equilibrio, con l'aiuto di un filo di snobismo (nostro e indomabile), domenica 14 alla Sala Accademica di Santa Cecilia, ore 18. Benjamin Britten, uno dei principali autori del '900. Una serenata e un notturno per corno, tenore, sette strumenti obbligati e archi. Ottima esecuzione. Finalmente musica vera, nel senso che comunque è una cosa ricca, articolata, di livello superiore. Non è facile, può anche non piacere e risultare noiosa, ma rimane comunque cultura.

Va bene che è la prima calda giornata di primavera, ma in sala siamo cinquantasette (contati) mentre sul palco sono in trentadue a suonare, e in più l'ingresso è gratuito. E' una cosa leggermente vergognosa. Naturalmente nessun nipotino fra il pubblico. Tutti abbondantemente adulti.  Ci fosse almeno qualche studente del conservatorio. Non ne abbiamo visti.

La sala è bella, l'acustica buona, ma c'è un problema. I leggii dei musicisti non hanno illuminazione autonoma. E allora cos'hanno pensato? Sulle pareti ai due lati del palcoscenico hanno piazzato due minacciose batterie di nove fari ciascuna, le quali, sì, illuminano perfettamente le partiture, ma nello stesso tempo sparano dritti nelle pupille degli spettatori i loro raggi mortali, almeno fino alla quinta fila. Una sofferenza vera per gli occhi. Ecco che ne esce il parallelo alla rovescia con lo spettacolo di Woodkid. Anche lì la luce è usata a fini spettacolari, ma bene e con intelligenza. Qui a S. Cecilia invece è probabilmente e semplicemente il risultato casuale del lavoro di qualche elettricista non abbastanza appassionato da pensare a quello che faceva.

Usciamo che il pomeriggio non è ancora finito, c'è un dolce tramonto e Via del Corso brulica di gente. Molti giovani che probabilmente non sapevano niente del concerto. O, se lo avessero saputo, se ne sarebbero infischiati.

Hanno ragione loro anche stavolta. O no?



                                        

 

 
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In fila per la camera ardente

Post n°214 pubblicato il 08 Aprile 2013 da torossis
 

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 8 aprile 2013

      IN FILA PER LA CAMERA ARDENTE


Naturalmente, non è che adesso muoia più gente che in qualsiasi altro momento dell'anno, o del secolo, o della storia (epidemie e guerre escluse). Ci colpiscono quelli che se ne vanno in questi giorni perché molti sono della nostra generazione. E allora la faccenda cambia. E' vero, ognuno di noi si sente, per sua propria irrazionale ma non per questo meno granitica certezza, immortale. Il problema è che questa certezza comincia a essere un po' meno salda ogni giorno che diamo una scorsa ai necrologi sul giornale, o ci rendiamo conto di quanti spazi vuoti stanno cominciando a riempire la nostra rubrica telefonica.

Di fronte al fatto, i sentimenti tendono a diversificarsi: c'è il dolore e il senso di ingiustizia per la perdita di qualcuno, più o meno forte a seconda del bene che gli si voleva e di quanto improvviso o imprevisto è stato l'evento.  Magari con una piccola ma molto umana rassicurazione (se io sono qui per piangere il tale, vuol dire che non è ancora arrivato il mio turno e posso un attimo riprendere fiato).  

Poi c'è lo stupore, condito con un po' di risentimento, provocato da quelli, specialmente gli amici, che non ce la fanno, e si tolgono di mezzo da soli. E' chiaro che per rinunciare all'unica certezza che abbiamo, che è la vita (e naturalmente la sua negazione) bisogna stare davvero male. Eppure non riusciamo a capire come si possa scegliere (ma è una scelta?) di rinunciare a una cosa talmente unica che come sua alternativa nessuno è mai riuscito a offrirci un bel niente di accettabile. "E non veniteci a raccontare che ce n'è un'altra - citiamo ancora una volta il vecchio amico Vinicius de Moraes da una sua canzone degli anni '80 - perché per crederci avremmo bisogno di un documento ufficiale, certificato, vidimato e firmato: Dio!" (anzi, come lo pronunciava lui con quel suo meraviglioso accento carioca: Gìu!).

E la rabbia? Quella che nasce dal tradimento dell'amico che ti lascia di sua iniziativa, senza salutarti. Questa, e ci è successo di subirla anche recentemente, per noi è una vera carognata, oltre a essere una grande maleducazione. Ma come, decidi di non continuare con noi il viaggio che, lo sappiamo, è unico e a itinerario fisso, e scendi per primo dal treno senza una parola? Eh, no, questa non è amicizia.

Per non parlare del buono o cattivo gusto della messa in scena. Perché il suicidio è una rappresentazione, non c'è dubbio. E qui, appunto, si manifesta l'eleganza del primattore. Noi siamo solidali con quelli che decidono di scomparire davvero, in fondo a un fiume o in un altro continente, rinunciando all'effettaccio, e dimostrando così il loro rispetto per il pubblico. Mentre l'applauso glielo togliamo agli altri, quelli che si fanno trovare appesi a una corda, o squarciati da una fucilata con le frattaglie in giro per il salotto. Sono imprevisti di regia che rovinano lo spettacolo. E di sicuro avvelenano i momenti che ci restano, a noi spettatori sopravvissuti, prima del finale.

Forse è solo la coincidenza anagrafica, forse è l'alta percentuale di colleghi in partenza, certo che ultimamente, oltre ai nomi noti, Jannacci, Califano, Saba, ogni giorno abbiamo dovuto aggiungere qualcuno all'elenco: semplici conoscenti, amici, parenti. Insomma, davvero una bella ressa per il capolinea.

Tutto questo è, come abbiamo detto in principio, assolutamente nella norma. E tutto ci ricorda che la morte esiste e si deve chiamarla con il suo vero doloroso nome. Quello che ci fa calare il rispetto per l'intelligenza dei nostri simili (e parliamo di artisti che dovrebbero comunque essere al di sopra del conformismo) è il linguaggio infantile, a volte bamboleggiante che esce dalla bocca di molti quando si entra in argomento. "E' mancata" (a cosa?) "E' scomparso" (dove?) "E' tornato alla casa del padre" (aveva cambiato indirizzo?) "E' andato a dirigere l'orchestra degli angeli"... "guardatela, è là che canta sulla terza nuvola a sinistra"... "da lassù ci ascolta e ci protegge"... e via con queste scemenze. Paura, eh?

Mario Monicelli diceva sempre: "Solo gli stronzi muoiono". Fa ridere, anche se non si capisce fino in fondo cosa volesse significare quel grande vecchio. Ma è una battuta che sdrammatizza, e allora ci va bene comunque.

Perché è proprio sulle cose serie che bisogna scherzare. Tanto, per dirne un'altra: "Sul lungo termine siamo tutti morti".


                                 




 

 
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Traduttori traditori

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  1 aprile 2013

  TRADUTTORI TRADITORI


Non è detto che la vecchia definizione, da cui il nostro titolo, sia sempre vera. Di sicuro non alle sei del pomeriggio di domenica 24 marzo, nel concerto offerto dal Teatro dell'Opera di Roma. Gratis, come tutti gli altri della serie; particolare di non secondaria importanza.

Comodi in prima fila nella Sala Accademica di Santa Cecilia ci siamo fatti una bella scorpacciata di tutte le Variazioni Goldberg trascritte per archi da Dmitry Sitkovetsky. Bel lavoro di traduzione, perché una trascrizione altro non è se non una traduzione da una lingua all'altra, sempre con la speranza che non ci sia un tradimento. Oltre che ben scritta, benissimo eseguita dallo stesso Sitkovetsky al violino solista, insieme a una valida ventina di strumentisti italiani.

In questo caso, secondo noi si è trattato addirittura di un miglioramento dell'originale. Non imbizzarritevi subito. Intendiamo dire che in una trascrizione fatta bene, come questa, cambia, certo, il timbro e il numero delle voci che la raccontano, ma la storia rimane esattamente la stessa. E non c'è dubbio che, anche se tutto il materiale tematico, armonico, contrappuntistico di Bach è sublime, la voce del clavicembalo a cui nella versione originale è affidato il compito di esporlo è, senza offesa, piuttosto noiosa, insipida, con poca possibilità di arrabbiarsi o bisbigliare, insomma di comunicare, per via di quel pizzicato sempre uguale.

E allora, viva la traduzione-trascrizione per archi, viva le voci jazz degli Swingle Singers, viva la toccata e fuga per organo che diventa grande orchestra in Fantasia di Disney! Ci fanno arrivare meglio a Bach. E questo è già un merito sufficiente.

Parecchi anni fa uscì un LP intitolato "La vita è l'arte dell'incontro", in cui c'erano Sergio Endrigo e Vinicius de Moraes che cantavano, Toquinho alla chitarra, e, a dimostrazione di quello che diciamo, un Ungaretti che espelleva le sue poesie con una voce rasposa, ruvida, ma talmente appassionata da poter legittimamente far parte del quartetto musicale insieme agli altri tre. Le parole del poeta erano le stesse, ma che differenza fra il melodioso ruspante ruggito di Ungaretti e il professionale birignao di un attore magari bravissimo a fare Pirandello, ma non a recitare con vita una qualsiasi poesia. Questo sì, sarebbe stato un tradimento.


Bene. Cambiamo location. Mercoledì 27 allo Spazio Incontro della Fandango, presentazione dell'ottimo ultimo libro di Lidia Ravera "Piangi pure", che parla molto, moltissimo, di vecchiaia. In prima fila appollaiata sulla sedia come un immortale ragno, la sigaretta elettronica fra le dita artritiche, squassata ogni tanto da una tossaccia da tabagista, la decana di tutte, in quella folta presenza di signore in età: l'avvocato Cau, novant'anni dichiarati.

Come sempre, si ripete la liturgia della presentazione. L'intellettuale incaricato (non ne avevamo sentito il nome perché eravamo al bar a farci preparare un Negroni, professionale e ben riuscito), poi identificato come Marino Sinibaldi, attacca a ricamare intorno alla trama del libro rivolgendosi un po' al pubblico, e un po' all'autrice, con quel tono complice da "noi che facciamo parte del gruppo", che ci lascia sempre un po' così. Come, nei lontani anni dell'adolescenza, ci sentivamo un po' così davanti al primo della classe.

Questo succede un po' in tutte le presentazioni. Sembra che il presentatore più che presentare l'opera del presentato, presenti se stesso, la sua presenza nel presente della cultura, anzi, presentandosi ai presenti, ipotechi una presenza anche futura.

Lidia Ravera ascolta con una maschera che forse (nostra maligna immaginazione?) nasconde un "ma che dice, vecchiaia'sto professorino?" Poi con un sorriso cancella il cipiglio, e sdrammatizza con distacco, con ironia, e con alcune osservazioni sottili e magnifiche: "La scrittura, l'arte in generale, dà valore e rende meno noiosa la vita". E la più bella. Sulla vecchiaia. Tutti ne parlano male, ma per lei: "La vecchiaia è un'età artistica".

Noi, per ragioni ideologiche, ma anche, anzi soprattutto, personali, ci siamo trovati immediatamente e completamente d'accordo.


                                     


 

 
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L'ispettore Clouseau e il fortepiano

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 25 marzo 2013

L'ISPETTORE CLOUSEAU E IL FORTEPIANO


Giovedì 21 marzo. Presentazione del progetto "Suona francese". In via eccezionale, siamo tutti invitati a Palazzo Farnese. Che è un bel posticino. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello. Insomma una cosina di lusso. E' dello stato italiano ma in affitto all'ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l'anno), che ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d'Italia. Un bel fatto, soprattutto in questo periodo di catalessi.

Discorsi dell'ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n'è uno che si salva, parlano tutti come l'ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l'italiano, perché anche noi, quando andiamo all'estero...però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po' di sforzo e un livello leggermente più accurato ce lo potremmo aspettare. Niente.

Finita la "conferansa stompa", ci è stata imposta un'esibizione, per fortuna breve, del gruppo i Tetes de bois in omaggio a Leo Ferrè, nel più puro e noioso stile cantautorale anni settanta: intenso, intellettuale e soprattutto molto superato. Naturalmente, come usava allora, nessuna concessione alla musica che dev'essere solo una dimessa filastrocca al servizio di un testo di solito presuntuosamente sociale o narcisisticamente personale. Così è stato.

Poi un rinfreschino davvero striminzito; ma finalmente abbiamo potuto gironzolare per sale e saloni e uscire sulla grande terrazza che si affaccia sul Tevere. Una meraviglia.


Venerdì 22. Dopo l'Angelica della settimana scorsa, ci facciamo un'altra biblioteca storica, la Casanatense, ennesimo luogo di miracolosa bellezza (si tratta sempre di istituzioni legate alla Chiesa, che qualche merito in difesa della cultura, in passato ce l'ha avuto). Siamo qui per la presentazione di un interessante libro dell'amico A.G. Perugini sul musicista Bernardo Pasquini, seguita dall'esecuzione di qualche aria inedita dello stesso, trascritta da manoscritti ripescati negli sprofondi di rinascimentali archivi cardinalizi o papali.

E' curioso pensare, ora che stiamo tanto a combattere per il diritto d'autore e la sua tutela messa in pericolo da Internet, che a quei tempi, non solo questo diritto non esisteva, ma neanche se lo sognavano. L'artista, pittore, scultore o compositore era al servizio del principe, anzi, in un certo senso era di sua proprietà; la sua opera entrava nel patrimonio del potente che l'aveva pagata e che poteva farne quello che voleva: eseguirla nei suoi saloni, seppellirla in cantina, regalarla. E l'autore, zitto, o legnate sul groppone.

Certo, alcuni di loro, fra regali e mance diventavano ricchi. Ma le vere rockstar del periodo erano altri. Viaggiavano su carrozze di gran lusso, erano ospitati, riveriti, corteggiati da conti e duchesse. Le loro esibizioni facevano il pieno, e si permettevano di tagliare o allungare gli spettacoli per inserirci virtuosismi e bis a loro capriccio. Certo, per tutto questo avevano rinunciato a qualcosa di piuttosto prezioso. Erano i castrati.

Per tornare a Pasquini, le sue arie, detto fra noi, piuttosto insignificanti (infatti, il buon Pasquini non è che sia diventato una celebrità. Forse allora era famoso, ma certo non è entrato nella storia) ce le ha cantata una brava soprano accompagnata dall'insipido fortepiano.

Ci permettiamo di chiamare così un attrezzo di passaggio, suono un po' fesso e voce monotona, per fortuna durato pochissimo, nell'intervallo fra il decesso del clavicembalo e la nascita del pianoforte. Non ha più il fascino un po' noioso e poco espressivo, ma indiscutibilmente elegante, del vecchio clavicembalo, e purtroppo non ha ancora neanche lontanamente la potenza e la infinita espressività del giovane pianoforte. Insomma, un muletto della musica, un ibrido da dimenticare.

O meglio, da saltarci in groppa per farci trasbordare dalla fine di un periodo tecnico-artistico all'inizio di un altro.

 

                           


 

 
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Un'agenda esagerata

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

18 marzo 2013

UN'AGENDA ESAGERATA

 

Giovedì 7 marzo, Sala Accademica di S. Cecilia.

Concerto dedicato a Berio. Entriamo in ritardo, perdiamo il primo pezzo, ma il secondo "Sequenza VII per oboe del 1969, ci conferma nella nostra opinione: molte di queste composizioni diciamo così sperimentali, riascoltate in tempi successivi non sono più belle (forse non lo erano neppure allora, ma almeno erano, appunto, sperimentali). Insomma, sono rimaste un documento, ma non sono diventate un piacere. Un piacere totale è stato invece il successivo "Folk songs" per mezzosoprano e sette esecutori, soprattutto per merito di Alda Caiello che ha portato in scena la sua cassa toracica ornata da poppe monumentali e generosa di una voce potentissima, versatilissima, bellissima.

 

Sabato 9, ore 18 alla Biblioteca Angelica. Gran folla per due installazioni visive di Jannis Kounellis e Bizhan Bassiri, con musica di Stefano Taglietti. La Biblioteca Angelica è un meraviglioso salone barocco tappezzato fino al soffitto di libri rarissimi e bellissimi. L'istallazione di Bassiri era una specie di grande pizza di cartapesta rossa appesa a due catenelle. Quella di Kounellis una serie di sacchi di juta pieni di pagnotte, rosette, ciriole e sfilatini, ammucchiati sui banchi di lettura. La musica di Taglietti, una sorta di parafrasi su temi di Mozart, bruttissima, era affidata per l'esecuzione a due violoncelli e un contrabbasso, nelle mani, quest'ultimo, del famoso solista Franco Petracchi, bravo, ma non abbastanza taumaturgico da salvare la composizione. Diffuse espressioni di sconcerto sulle facce della gente mentre un bisbiglio serpeggiava fra la folla: "E' ora di merenda: il pane c'è. Dove sarà la mortadella?"

 

Domenica 10. Sala Petrassi. Requiem di, e in omaggio a, Hans Werner Henze, morto da pochi mesi. Una magnifica e neanche troppo ostica serie di "nove concerti spirituali" di atmosfere diverse. Molto bene eseguiti dall'Ensemble di S. Cecilia e dalla PMCE Orchestra, benissimo condotti da Tonino Battista, uomo dall'aspetto elegante e, sul podio, direttore dal gesto bellissimo ed eloquente.


Lunedì 11. In programma: riposo. Invece a un certo punto ci telefona un amico organista. Corri a S. Agostino, c'è un bel concerto. Infatti. Orchestra "Le Metamorfosi Musicali" e coro del PIMS, Pontificio Istituto di Musica Sacra. Ottima l'orchestra, eccellente il coro, sopraffina l'acustica che amplifica le voci (e impapocchia le percussioni, tanto è vero che i pianoforti dovrebbero stare sempre fuori dalle chiese). Soprattutto efficace un brano di Bruckner, il cui gustoso impasto è ulteriormente arricchito da tre tromboni che amalgamano benissimo il tutto con i loro echi succulenti mantecati sulle volte.

 

Martedì 12. Teatro Studio, Parco della Musica. "From Hollywood with love". The Jazz Connection Sextet. Un garbatissimo show all'antica, con i musicisti in elegante giacca bianca, i cantanti in nero, e un repertorio ben suonato che, come da titolo, comprende il meglio del meglio della produzione americana anni trenta e quaranta.

Infelice, perché davvero fuori stile, è invece la presenza di Riccardo Rossi, presentatore chiassoso e volgare e, come leggiamo nel programma a sua maggiore colpa, anche autore dei testi. Ha gridato troppo, ha fatto inopportuni riferimenti all'attualità politica nostrana, e alla presunta omosessualità di Fred Astaire. E' riuscito a scippare quattro risate al pubblico con battute in pesante romanesco, mentre raccontava di Cole Porter o di Gershwin (argomenti che richiederebbero un parlare raffinato e una dizione perfetta). Siamo convinti che il suo ruolo sarebbe stato svolto molto meglio da Roberto Podio, padre fondatore del sestetto, uomo di classe e di spirito; che però nella circostanza era occupato a suonare la batteria. Non si può fare tutto. Peccato.


Giovedì 14. "Il pianoforte di Bach" alla Sala Casella. Quattro giovani pianisti selezionati ai corsi di Ramin Bahrami, oggi considerato il più innovativo interprete di Bach. Due dei ragazzi da scartare subito (con loro Bach risulta morto, come da anagrafe); il terzo, bravo, ma superato dal quarto, anzi la quarta, Marialuisa Veneziano, che ci è piaciuta di più. Incantevole guardarne il profilo da dove eravamo seduti, in prima fila, perché quello che suona lo vive con espressioni (e smorfie) di sopracciglia, naso, bocca, occhi, collo. Insomma, anche senza colonna sonora capiremmo quello che succede solo guardandola. Poi, una tecnica così ineccepibile che l'ascoltatore si può rilassare, tranquillo che l'errore non ci sarà. E infine perché interpreta Bach come si dovrebbe. Come se invece che morto da duecentocinquant'anni fosse ancora fra noi: vivo e pieno di swing.


Venerdì 15. Le idi di marzo. Ore 16.30, Area Sacra di Torre Argentina. Messa in scena dell'assassinio di Cesare nel luogo preciso dov'era avvenuto venti secoli fa. Ci aspettavamo un decoroso spettacolo giù negli scavi. Sarebbe stato suggestivo, e noi del pubblico tutti intorno a guardare attenti verso il basso. Invece no, niente discesa fra le rovine. Sul marciapiede quattro sfigati in toga, sul genere dei centurioni fasulli del Colosseo. Vocianti, agitati e apparentemente senza regia. Una bufala.

Ore 17.30, Palazzo del Monte di Pietà. Mostra d'arte contemporanea in omaggio a Mattia Preti, organizzata da, nientedimeno che: Consiglio di Stato, Comune di Roma, Primo Municipio e Galleria Spada. Sorvolare sulla qualità delle opere è il minimo per sopravvivere. Vale la pena di citare così, tanto per ridere, un quadro di Ennio Calabria, pittore accompagnato da una certa fama, del tutto usurpata, intitolato (non dimentichiamo che la mostra era in onore di Preti) "Bonjour Monsieur Caravaggio". Errore di persona? Per fortuna un amico prezioso ci introduce con circospezione nella meravigliosa cappella di palazzo, appena restaurata e scintillante di marmi colorati. Questa sì, una bella sorpresa.



                                      

 

 
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Dispetti della Siae

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

11 marzo 2013

  DISPETTI DELLA SIAE


Il primo marzo è stato allietato da un evento faraonico: le elezioni alla Siae. Una spesa probabilmente spropositata per affittare il palazzo dei congressi di Roma, e per scritturare una sterminata schiera di hostess e steward, con una caterva di superflui computer a disposizione. Più o meno uno a tre per i pochi associati venuti a votare (circa millecinquecento su almeno centomila aventi diritto).

E sì, perché le cose sono state rese davvero complicate, che di più non sarebbe stato possibile.

Intanto si è votato solo a Roma, con tutte le sedi regionali a disposizione, e soprattutto con la moderna tecnologia che avrebbe permesso un collegamento sicuro, facile e istantaneo. Un dispetto?

Poi, la delega che era stata garantita gratuita presso qualunque ufficio comunale, è risultata nella maggior parte dei casi certificabile solo dal notaio. Settanta euro in media. Un altro dispetto?

E in più, pur essendoci tutto il giorno per il voto, gli associati dovevano arrivare all'EUR (per chi non lo sapesse, zona molto decentrata della città) al massimo entro le undici del mattino per accreditarsi. Un altro dispetto ancora! Forse per evitare le file? Neanche per sogno, con tutti i computer a disposizione, non ci sarebbero state di sicuro.

Il risultato? Che praticamente tutti quelli che avrebbero voluto venire da fuori sono stati esclusi.

Malgrado la fantascientifica dotazione, poi, in sala si schiattava dal caldo. Forse il condizionamento era un extra e su questo si è voluto risparmiare. Mentre non si è risparmiato sui cornetti, le bombe e i bignè, peraltro buoni, presenti in quantità impressionanti sui vassoi del buffet. Niente di salato, però. E neanche un bicchiere di prosecco verso il pomeriggio. Misteri del catering. O paura che i maestri si imbizzarrissero con l'alcol?

Nonno Gianluigi (il nostro ultranovantenne commissario Rondi) è rimasto valorosamente sul pezzo tutta la giornata, anche se verso la fine, nel momento più importante, cioè quando c'era da leggere i risultati si è impappinato, tanto è vero che uno dei subcommissari è dovuto intervenire a scandire meglio. Un po' come nei matrimoni di campagna. All'inizio, tutti composti, poi poco a poco i suoceri si appisolano, i giovani amorosi ne approfittano, la servetta ruba per conto suo, e alla fine chi ci rimette sono gli invitati.

Numerosi gli interventi al microfono, alcuni condivisibili, altri inutili e, come spesso accade fra noi artisti, troppo autoreferenziali.

Per tutto il tempo le prime file sono state abbagliate dalla candida luce riflessa da una grossa mongolfiera che fluttuava sul palco, in seguito identificata come la pancia del D G Blandini.

 Insomma, un pittoresco pic nic, anzi, una gita fuori porta che comunque ci ha dato l'occasione di salutare amici che non vedevamo da tempo. Certo, cara come scampagnata, ma evidentemente bisognava fare bella figura...

Per finire, nel parcheggio davanti al palazzo c'erano non una (precauzione forse ragionevole data l'età media dei votanti) ma ben due ambulanze. Perché due? "Presto detto - ci ha chiarito un arguto collega di cui non faremo il nome - in caso di emergenza, in una c'è il defibrillatore. In caso di catastrofe, nell'altra c'è l'inceneritore".


 

P.S. La settimana scorsa avevamo promesso un'esternazione di Allevi. Eccone parecchie, emesse in occasione del suo recente concerto così annunciato dai giornali: "28 febbraio, Auditorium della Conciliazione. Giovanni Allevi - Sunrise", e l'aggiunta più importante: SOLD OUT. Vorremmo averli noi tutti i suoi furbissimi sold out. Certo, se il pubblico ci va, ha senz'altro ragione lui. Confessato questo peccato di bassa invidia, cerchiamo di riscattarci smascherando la scempiaggine del suo pensiero. "l'ultimo album Sunrise che in italiano vuol dire alba...un'alba colorata che segue un periodo buio e che per questo motivo è ancora più intensa. E' successo che questo era solo un percorso mio interiore, ma improvvisamente ha assunto una dimensione collettiva..." e giù in uno svenevole sbrodolio new age. Questo sulle pagine di Repubblica.

Più istruttivo l'ascolto di una puntata dell'incontro radio "Citofonare Cucchiarini" in cui Lorella, fra sciocche risatine e imbarazzanti slinguazzate al genio (compreso, compreso anche troppo), dà al nostro l'occasione di spararne altre, anche lui ridacchiante come una scolaretta. "La musica mi arriva in testa già strutturata"..."Mentre dirigevo il concerto, saltellavo giulivo davanti all'orchestra"..."Il buio che ha preceduto sunrise era dovuto alle critiche di un anziano violinista (per chi ancora non lo sapesse, Uto Ughi, uno qualsiasi, insomma), ma una notte in sogno mi è venuta una melodia, e allora con questa ho composto il mio concerto per violino e orchestra" per continuare alternando ai vaneggiamenti verbali, l'ascolto di brani che definire pappette di semolino sarebbe davvero sperticato. Fabio Vacchi, per citare un critico fra molti, di Allevi dice: ..."non riesco neppure ad avere opinioni su di lui". Forse un tantino snob, ma in fondo siamo d'accordo anche noi.

Però, a costo di ripeterci per la milionesima volta, tanto di cappello a uno che riesce a trasformare il semolino in oro.

 

                                         




 

 
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Tonnarelli e jazz

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  4 marzo 2013

 TONNARELLI E JAZZ


Conosciamo poche persone in circolazione che sanno tutto, ma davvero tutto su un argomento. Una di queste è Adriano Mazzoletti, e l'argomento è il jazz. Ha condotto festival e trasmissioni, ha scritto un paio di formidabili enciclopedie. Sa tutte le date di nascita, battesimo, cresima ed estrema unzione dei musicisti fin dalla notte dei tempi. Da qualche settimana, il lunedì sera, Adriano organizza incontri, per così dire, intimi con jazzisti italiani in uno spazio a Via Urbana 47, attiguo a un  ristorante dallo stesso nome, dove fanno degli ottimi tonnarelli cacio e pepe.

Per primo abbiamo avuto Antonello Salis, l'11 febbraio. A vederlo, è un totem arcaico dai lineamenti di cuoio vecchio, e mani come pale; però quando prende la fisarmonica o si mette al piano diventa modernissimo per note, accenti, valanghe di suoni, pur rimanendo primordiale (sudore, borbottii, grugniti quasi sovrumani). Poi, a parlarci insieme, per esempio davanti ai tonnarelli di cui sopra, è un uomo normalissimo, anche timido.

Lunedì 18 era il turno di Rosario Giuliani, sax contralto. Ma prima, per non esagerare con le frivolezze, siamo passati a un incontro-concerto su Giacomo Carissimi all'oratorio del Crocefisso. Qui niente di audace, ma una sfilza di serissimi professori e musicologi, fra cui il direttore della Cappella di San Giacomo, Flavio Colusso.

D'inverno il maestro Colusso indossa i mezzi guanti; come un grande che ci ha lasciati da poco, Gustav Leonhardt. Vorremmo ricordarlo da un nostro vecchio uovo avvelenato: "...alla tastiera Gustav Leonhardt, massimo solista al mondo. Un nordeuropeo fisicamente sobrio al limite del funereo. All'applauso immancabile, perché lui è davvero perfetto, il maestro china il capo di un quarto di pollice, e su uno zigomo si intravvede un guizzo che potrebbe essere un sorriso polare. Un amico, andato a prenderlo alla stazione, aveva preparato un CD di Beethoven da ascoltare in macchina. Appena l'ha messo su, il maestro ha fatto una certa faccia, poi ha chiesto di spegnere quella roba. Troppo moderna. Quando suona, con le mani coperte da mezzi guanti di lana nera, dalla tastiera promana il torpore sublime del clavicembalo, strumento che canta, bene, ma senza mai cambiare umore".

Ecco, l'amico Colusso è tutto il contrario; di aspetto, e ancor più di brillantezza quando parla. Ci ha raccontato la grande fama raggiunta da Carissimi. Al punto di permettersi più di una volta di rifiutare "assegni in bianco" (testuale) offerti da re e imperatori pur di rimanere libero. E della sua predilezione per i castrati, all'epoca ancora molto popolari, le cui voci lo affascinavano tanto da scrivere la maggior parte delle sue composizioni per loro. E abbiamo ascoltato vari brani del festeggiato. Per l'occasione i due castrati in partitura erano sostituiti da normali signorine. Anche perché pare che sia piuttosto difficile trovarne ancora in circolazione.

Torniamo a oggi. La formula degli incontri di Mazzoletti è naturalmente basata sull'ascolto degli ospiti dal vivo, ma anche su una serie di quiz cattivelli ai quali vengono sottoposti i malcapitati. I quali, pur cavandosela bene, come Giuliani, che è andato meglio di Salis, non riescono mai a raggiungere la supremo onniscienza di Mazzoletti.  

Anche Giuliani ha suonato, come d'altra parte c'era da aspettarsi, benissimo e con una presenza fisica assai più pacata del suo predecessore, insieme all'ottimo Roberto Tarenzi al piano. Il lunedì successivo, Giovanni Tommaso, contrabbassista, non ha suonato. Un contrabbasso, da solo, ha qualche difficoltà. In compenso abbiamo chiacchierato tutti insieme come nel salotto di casa, naturalmente dopo gli ormai tradizionali tonnarelli.  Racconti dagli anni sessanta in poi, con episodi sconosciuti, divertenti, struggenti, e come sempre, Mazzoletti a puntualizzare date, sostituire nomi, canticchiare temi. Non sbagliando una virgola. Stupefacente.


Martedì 26 incontro omaggio ad Ada Gentile alla Sala Casella, con l'esecuzione di tre sue musiche, una più bella dell'altra. E una presentazione storico-aneddotica di Ugo Gregoretti, come sempre divertente e mai frivola.


Giovedì 28 concerto all'Argentina. Musiche del '900 con il Quartetto di Venezia, squisitamente introdotto da Sandro Cappelletto. Fra gli altri in repertorio, il bel quartetto n. 8 di Schostakovich, chiaramente il frutto dei pochi momenti in cui quel poveraccio poteva smettere di fare il trombone del regime e finalmente essere sé stesso: leggero, perfino brillante, mentre di sicuro nella sua cupa quotidianità in Urss c'era poco da stare allegri.

Durante l'esecuzione di quest'ultimo brano abbiamo notato un gran mettere e togliere dai ponticelli le sordine, e ci siamo resi conto di una cosa: come mai questo aggeggio in italiano si chiama sordina, mentre in inglese diventa "mute", cioè mutina?


P.S. La settimana prossima solo cose da ridere: le recenti esternazioni di Giovanni Allevi, le elezioni della SIAE e altre pagliacciate.



                                       



 

 
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Pausa elettorale

Post n°208 pubblicato il 25 Febbraio 2013 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    25 febbraio 2013

 PAUSA ELETTORALE

 

     Per evitare di essere calpestato dagli zoccoli di tutte quelle pecore che ondeggiano alla ricerca del pastore che grida più forte, il Cavalier Serpente si vede costretto a rimandare la deposizione del suo uovo avvelenato alla settimana prossima.

     E nel frattempo rifugiarsi nella sicurezza (?) della cabina elettorale.

 

 

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Sanremo 2013, il diario

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   18 febbraio 2013

   SANREMO 2013, IL DIARIO


MARTEDI'

Dunque: le facce quasi spaventate dei coristi di Verdi, e più tardi quelle terrorizzate dei coristi dell'Armata Rossa, anche perché, per loro, una stonatura e il viaggio di ritorno diventa probabilmente un nonstop Sanremo-Siberia.

Gli occhioni sgranati di Mengoni, subito seguiti da quelli di gazzella di Marco Alemanno, con l'inevitabile applauso al fu Lucio Dalla, che fa il patetico paio con il "Ciao Mimmo!" strappacuore di Cotugno.

Gualazzi coraggiosamente offre il proprio cognome alle rime minacciate poco prima dalla Littizzetto, discola per contratto. Che quella rima non l'ha ancora usata, ma di trombare ha già parlato, come della cacca dei cavalli del suo cocchio.

Ci siamo sentiti molto solidali con il povero Crozza, il quale, malgrado tutta la sua esperienza, a un certo punto è stato colpito dalla salivazione azzerata spesso evocata da Fantozzi, mentre i rompiscatole dal pubblico lo importunavano. Bravo Fazio con il suo bonario ma efficace intervento.

Maria Nazionale ci ha portati dritti dritti alla festa del boss, vibrato napoletano, abito rosso ed espressioni di intenso patetismo comprese. Niente di male: la canzone napoletana è anche così.

E per finire la malinconica, e soprattutto noiosa esibizione di quei due tristissimi signori venuti ad annunciare al mondo, attraverso dei cartelli, che per sposarsi dovevano andare fino a New York. Va bene la difesa dei diritti gay, ma, visto che tutta questa faccenda, troppo lunga, e con l'aggravante di un pianoforte moscissimo in sottofondo, si è svolta in scena, tanto valeva lasciarglielo dare lo sbandierato e poi rientrato bacio coniugale. Anzi, a noi non sarebbe dispiaciuto vederli fornicare sul palcoscenico dell'Ariston. Un po' di horror, no?


MERCOLEDI'

Guardando questa seconda puntata siamo arrivati a una ponderata conclusione: la vera protagonista del Festival è la scala. Quella meravigliosa scala nera, giù per la quale scendono le belle ragazze e gli ospiti; che poi si scompone: i gradini si snodano a destra e a manca e si divincolano in alto. E il tutto diventa una grande mascella di squalo dalla quale vengono sputati i concorrenti. Una bella macchina e una bellissima scenografia.

Apre Beppe Fiorello, che è un bravo attore, e canta pure bene, ma esagera con una troppo lunga serie di cover di Modugno, con addosso la giacca di Mimmo, che poi restituisce insieme a una lacrimuccia alla vedova. E' chiaramente un traino alla fiction in programmazione a giorni.

La Littizzetto è sempre discola, ma più simpatica e scorrevole di ieri accanto a un Fazio sempre uguale, che le fa da camomilla. La coppia perfetta.

I lettori più anziani ricorderanno i compagni dei giochi in campagna: conigli e gatti d'angora, riconoscibili per gli occhi rosa. Cristicchi, spesso inquadrato in primissimi piani con due occhi proprio così, ha stonato e sfiatato in un pezzo noiosissimo.

Stesso tipo di emozione regalataci da una signora molto più piacente ed elegante, venuta subito dopo a bisbigliare in francese un brano di sconcertante sciocchezza, aggravato da un accompagnamento alla chitarra tanto minimalista da risultare inesistente. Una certa Bruni Carla in Sarkozy.

Ciliegina gay con la canzone (ok) di Renzo Rubino.

Bellissima voce e orribile taglio di capelli dell'israeliano Asaf Avidan.

Gran finale con lo stesso Fiorello dell'inizio, e ancora una cover dello stesso Modugno.

Il pericolo di queste serate è che uno le segue da casa, in comode poltrone, con accanto un bicchiere sempre vuoto, ma anche sempre pieno. In quattro ore se ne vanno bottiglie intere.


GIOVEDI'

Mitridatizzazione: da Mitridate, re del Ponto, il quale, per immunizzarsi contro possibili avvelenamenti, prendeva ogni giorno una piccola dose di tossico, fino ad abituarsi e renderlo innocuo.

E' la terapia a cui ci hanno sottoposto i due sciagurati in apertura di serata cantando insieme Trottolino Amoroso. E bisogna dire che ha funzionato perché, veramente, dopo quell'ascolto non poteva capitarci niente di peggio.

Anche se:

1.      La telecamera oggi, ieri e l'altro ieri ha troppo insistito sui primi piani del chitarrista in orchestra, un bravo musicista, ma di aspetto, portamento ed espressioni funeree, e senza mai il sospetto di un sorriso.

2.      Elio, in disaccordo con la critica e i giornali, continua a non sembrarci quel genio della musica che tutti dicono, ma solo un divertente furbacchione.

3.      Durante il monologo della Littizzetto, invece di normali risate o reazioni umane, dal pubblico parte spesso il solito applauso televisivo, ben freddo, che gela il ritmo del discorso. A noi è piaciuto come è riuscita a eliminare ogni venatura equivoca, lasciando intatto il suo semplice significato letterale alla parola "stronzo" (un uomo che picchia una donna è solo uno stronzo).

Bella la faccia di Baggio, funestata da una di quelle schifose barbette (per intenderci, alla Ascanio Celestini, ma più scarsa), che fanno pensare, più che a un mento, a un pube spelacchiato. E carino lui con il suo impegno sociale. Il problema? La lettera troppo lunga e patetica, letta senza un minimo di distacco. In fondo siamo a un festival, non a una riunione di lupetti.

E poi quel grosso frolloccone in poncho: Anthony and the Johnsons (ma chi sono, e soprattutto, dove stavano nascosti questi Johnsons?), presentato come la voce del secolo. Mah. Dopo il suo banale pippone ecologico-femminista, durante il quale abbiamo intravisto Fazio piuttosto insofferente, ci è sembrato solo un gran maleducato, che se ne è pure andato senza salutare.

In chiusura, bis dell'inizio: di nuovo il Trottolino, e buonanotte.


VENERDI'

Ci siamo arrivati finalmente, al cimitero degli elefanti.

Lo si capisce dal frequente applauso funebre ogni volta che si nomina un illustre dipartito. Lo diciamo naturalmente con tutto l'affetto per le persone (molti vecchi amici). E' un po' come all'uscita di chiesa della bara. Un'abitudine che non ci piace un gran che. Nell'ordine, sono stati omaggiati: Dalla, Pavarotti, Tenco, Buongiorno, Bardotti e Mia Martini. R.I.P.

Se fossimo nei panni di Pippo Baudo, che all'apparizione (da vivo) ha ricevuto una standing ovation, cominceremmo a preoccuparci. Ne riparliamo dopo.

Nuovi primi piani sul chitarrista funereo, solo che stavolta era alla mandola.

Delle riesumazioni ci ha colpito positivamente "Tua" per il bell'arrangiamento e la chitarra di Franco Cerri, uno dei tanti vecchietti della serata, un po' vacillante sulle gambe ma sempre swingarolo. Alla fine del pezzo, Fazio, lo ha riconsegnato al duo Molinari-Cincotti con un: "Prendetelo ...anzi, accompagnatelo voi, il maestro Cerri" Un pacco, ecco cosa si diventa a un certo punto.

All'inaugurazione della statua di Mike, troppi, inutili e sgarbati i primissimi piani su un devastato panorama che sarebbe stato meglio nascosto da una veletta. Parliamo del volto alieno della vedova Buongiorno.

Torniamo a Pippo. Finalmente bianco e ingrassato. Lui non è un vecchietto. E' un vecchione, addirittura ingombrante con la sua presenza monumentale. Non ha dato spazio a nessuno. Certo, al dittatore giubilato non competono né ironia né leggerezza. Forse sottolineare la sua pesantezza è esagerato, e magari snob, ma c'era, e si è sentita.

Quanto è invece simpatico, spiritoso, leggero e intelligente alla tastiera Stefano Bollani! Se fosse anche bello, saremmo tutti schiantati dall'invidia.

E per finire, un altro nonnino, delicatino, fragilino, con tutto il suo mito. Caetano Veloso ha cantato con un filino di vocina, sufficiente finché è rimasto nel genere brasiliano. Quando ha attaccato Volare, questo filino ci è sembrato davvero troppo striminzito.

Poi, presto tutti a dormire, che la casa di riposo chiude.


SABATO

Si apre con cavalcata delle Walkirie e marcia dell'Aida. Daniel Harding dirige guardando in cima al muraglione, dove sono appesi i suonatori. Fazio lo ringrazia più volte con deferenza per la sua presenza a Sanremo, neanche fosse il dio della musica colta (anzi d'arte, come la chiama lui) sceso in mezzo alla spazzatura. Come mai tanta umiltà? Non sarà mica venuto gratis?

Di nuovo ci siamo sentiti in imbarazzo per un comico. Stavolta Bisio. Stentato, tutto in salita, molto qualunquista, faticoso da seguire, spesso volgare, giustamente ignorato dal pubblico e comunque troppo lungo. Bocciato.

E poi Bocelli, un caso estremo di disperata mancanza di swing. Ha massacrato, di sicuro senza rendersene conto, "Love me tender" e "Quizàs, quizàs, quizàs". Questo dello swing è un ostacolo capace di far finire qualunque musicista in un vicolo cieco.

Oops!



                                          

 

 
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Parole, parole, parole

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

      11 febbraio 2013

   PAROLE, PAROLE, PAROLE


Il Teatro Argentina è costruito sopra le rovine del Teatro di Pompeo, uno dei più sontuosi edifici dell'antichità. Qui a Roma, negli ultimi duemila anni si è andati avanti così. Teatri sopra i teatri, ponti nuovi sopra quelli vecchi, chiese sopra i templi. S. Nicola sopra Giano, la Madonna sopra Minerva, e via sostituendo.

Il 5, nel pomeriggio, eravamo alla Sala Squarzina dell'Argentina per la presentazione del bel libro su Regina Bianchi di Maricla Boggio.

Ancora una sbirciatina all'architettura prima di procedere. La Sala Squarzina è uno dei più orripilanti esempi del gusto anni '70. Sgraziatissima nelle proporzioni (come un altro ambiente di cui vi parleremo fra un attimo), perché troppo lunga, stretta e alta, è stata notevolmente peggiorata con la ristrutturazione. Ha un pavimento mortuario di marmo biancastro lucido, quattro enormi e incombenti grappoli di palle luminose, lampadari esagerati, tutto un lato aggravato da tre ballatoi sempre più sporgenti verso l'alto, con ringhiere di spirali metalliche che fanno pensare a un penitenziario, e l'altra parete infilzata da frammenti di mascheroni recuperati dal sottostante teatro romano, di bellissimo marmo di Carrara, che in tutto quell'orrore sembra polistirolo di Cinecittà.

L'altro ambiente, sopra citato, che aveva in partenza gli stessi squilibri di dimensione (troppo lungo, stretto e alto) è la Cappella Sistina, ma abbiamo la sensazione che, certo grazie all'impiego di maestranze più qualificate, il problema sia stato risolto meglio.

Torniamo alla presentazione. In tavola una portata di bei nomi: Ugo Gregoretti, Gabriele Lavia, Italo Moscati, che ha moderato e condotto efficacemente (qualche volta costretto a richiamare alla brevità un chiacchierone fuori controllo) l'incontro, e Mariano Riggillo. Oltre all'autrice, naturalmente, la più sobria di tutti nel parlare.

Ugo Gregoretti ha fatto ancora una volta sfoggio della sua arguzia infinita, dell'inesauribile aneddotica, di un uso di accenti e articolazione da vero attore, e di una sempre crescente civetteria nel portare l'età a scusante di qualche dimenticanza. Ha innescato un serpeggiare di risate quando ha ammesso il proprio rincoglionimento (testuale) di ultraottantenne. E' uno dei pochi in circolazione che riesce a non essere mai noioso.

Altri interventi hanno aperto uno spiraglio su ciò che si scatena quando si dà il microfono a qualcuno del mondo dello spettacolo: il soggetto puntualmente apre con parole di lode per il collega o per l'opera in corso di celebrazione, per scivolare più o meno abilmente, ma implacabilmente, nel tema sul quale più di ogni altro è preparato: sé stesso.

Si è anche manifestata, appena camuffata, qualche forte spruzzata di insofferenza verso la vicenda ormai decotta del Valle occupato da più di un anno. Quando la rivoluzione mette le pantofole comincia a fare la muffa.

E poi c'è stato l'assolo di Gabriele Lavia. Un parlare pomposissimo con pause di esagerata estensione e di incongrua collocazione, usate, ci sembra, solo per creare un'aura di intellettuale compiacimento. Un'amica attrice, dalla sedia accanto ci ha bisbigliato che nell'ambiente le chiamano, per quanto sono vuote, le pause in cui si sentono passare i treni.

A noi invece hanno fatto venire in mente un famoso personaggio di Verdone: quel ragazzone mezzo suonato che ogni tanto si ferma a metà del discorso, rovescia gli occhi verso l'alto e annaspa in silenzio per riacchiapparne il filo.

Il libro su Regina Bianchi? La presentazione è stata interessante. Adesso lo leggiamo, e poi ve ne parleremo. Naturalmente dopo Sanremo, l'evento che sta per invadere le nostre vite per quasi una settimana.

Speriamo di farcela. A sopravvivere.


P.S. Appena in tempo. Stamattina, domenica 10, insieme al cappuccino ci arriva il paginone di Repubblica con una grande intervista a Gregoretti, di Antonio Gnoli, da dove vengono fuori ancora meglio tutte le sue arguzie, le ironie, e le spudorate verità a cui abbiamo accennato alcune righe fa. Ci è piaciuta. Un po' meno il ritratto firmato da Mannelli, di solito eccellente illustratore e captatore dello spirito dei suoi soggetti, che questa volta, forse con l'intenzione di evidenziare la malizia di Gregoretti, deve aver sbagliato qualche linea, perché (guardate bene il disegno) le sopracciglia e gli occhi dietro le lenti anziché arguti a noi sembrano cattivi. Forse ci sbagliamo, ma ci pare di no.

 

 

 

 

 
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A volte ritornano...

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 4 febbraio 2013

   A VOLTE RITORNANO...


Cominciamo con il cinema. Lunedì 28 gennaio, all'Associazione Autori Cinematografici si proietta "I delfini" di Citto Maselli, un film di cinquantatre anni fa. E' una perfida storia di provincia con finale amaro, molto ben scritta e girata. Ma anche datata nella recitazione, nelle teste cotonate delle ragazze, Claudia Cardinale e Antonella Interlenghi, tanto belle quanto cagne, nell'esagerazione antipatica di Tomas Milian, nella liscia inespressività di Sergio Fantoni.

Per noi l'evento nell'evento è la presenza in sala dell'amico Domenico Colarossi, il quale, proprio in quell'epoca fece il botto con il pezzo "What a sky", inserito nella colonna sonora, e diventò Nico Fidenco. Ci ha raccontato il decollo, immediatamente dopo l'uscita del film, del suo 45 giri, che aveva sul lato A la versione inglese della canzone e sul B quella italiana. E l'atterraggio in cima alla classifica distaccando di un centinaio di migliaia di copie "Banana boat" dell'allora superfamoso Harry Belafonte.

Brivido d'orgoglio, e uno a zero per l'Italia.

E bella sorpresa per lo stesso Citto Maselli, firmatario del testo italiano, che ancora adesso gongola quando ricorda l'assegno arrivatogli dalla SIAE a fine semestre.


Passiamo alla musica. Ventiquattrore dopo, martedì 29, alla Sala Petrassi del Parco della Musica, altro appuntamento, sempre con un occhio al passato, e in ballo un altro nome famoso: Domenico Modugno. Spettacolo sponsorizzato dall'Avis e condotto da Gianni Davoli, durante il quale, il Cavalier Serpente se avesse avuto le mani non avrebbe smesso un momento si fregarsele.

Andiamo a cominciare. Annunciati sul comunicato stampa, una sfilza di ben quarantadue eccezionali ospiti d'onore. Presenti, ne abbiamo contati sei in tutto.

Apre la serata un rappresentante dell'Avis e degli altri promotori, che in poche iettatorie battute ci rallegra con storie di cimiteri, cuori che smettono di pulsare e bambini che si spengono lentamente; accompagnato, per la consolazione dei nostri occhi, da Miss Fair Play 2011 in una minigonna, come dire, così artistica che una voce (femminile) dietro di noi non riesce a trattenere un "Troppo fiiiiga, con tutti questi bambini morti!"

In scena abbiamo, oltre a Davoli, una dozzina di musicisti e tre belle coriste, tutti correttamente in nero; e poi un attore in camiciazza bianca, jeans e scarponcini che rappresenterebbe lo sgangherato filo del racconto. Con dialoghi tipo:

Attore: "To', eccomi qui in cantina. Guarda guarda, un vecchio baule. Cosa ci sarà dentro?"

Davoli, che recita da interlocutore con la stessa verve di un cavolfiore bollito: "Sta a vedere che ci trovi una sveglietta..."

Attore: "Ma guarda, è proprio una sveglietta!"

Davoli canta "La sveglietta".

E così via per un paio d'ore, lungo tutto il repertorio di Modugno, in un crescendo di alta drammaturgia, accompagnato da audacissime invenzioni coreografiche. Durante l'esecuzione di "Musetto", una ballerina con maschera da carnevale di Mestre (non di Venezia, eh!) si trascina avanti e indietro sul palco, per finire accasciata sulla spalla di Davoli. Anche " Lu pisci spada" è impersonato da un mimo, che avremmo preferito vedere arpionato al posto della povera bestia.

Sullo schermo dietro l'orchestra si alternano immagini da vecchio campionario di effetti visivi: cieli con stelline disneyane, nuvole di panna, fiorellini, e simili baggianate. Tutto sul filo di un coerente, attento, rigorosissimo cattivo gusto.

Ciliegina. La canzone di Davoli, dedicata a "Un angelo coi baffi" che sono naturalmente quelli di Modugno, con un furbo testo, praticamente un elenco dei titoli di tutte le sue canzoni, e una musica molto, ma molto patetica.

Non vogliamo esagerare con il massacro, ma all'uscita ci è venuto in mente che forse ci sarebbe piaciuta di più, e sarebbe stata certamente più utile dato il tipo di serata, una bella trasfusione di sangue.



P.S. Se vogliamo rimanere sul passato che ritorna, tanto vale lasciare un po' di spazio anche all'architettura. Su Via Parco del Celio, una stradina con vista sul Colosseo riservata ai tram, dove, rischiando un po', si può anche passeggiare, si affaccia un bell'edificio in stile razionalista appena restaurato. Sulla facciata, una scritta cancellata anni fa sta riaffiorando: Opera Nazionale Balilla. La faccenda curiosa è che la vecchia scritta è coperta da una più nuova, fresca di vernice e perfettamente leggibile (sembra fatta ieri) che dice: Gioventù Italiana del Littorio.

Pensavamo di essere nel 2013. O no?


 

                                       


 

 
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La Sora Cesira e la felicità

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   28 gennaio 2013

    LA SORA CESIRA E LA FELICITA'


Uno show cominciato moscio e finito gagliardo. Questo potrebbe essere, in mezza riga, il commento sullo spettacolo "Felicità" della Sora Cesira che abbiamo visto la sera del 19.

Finora tutto ciò che sapevamo del personaggio era che non voleva farsi riconoscere, quindi cappelloni, occhialoni, baffi finti. Avevamo visto in giro su facebook brevi clip, in cui, con notevole abilità musicale e tecnica la Sora e i suoi collaboratori, scippati gli audio originali da video di cantanti famosi, li ricantavano con testi satirici, divertenti, qualche volta volgari, spesso in un esilarante inglese de noantri, comunque efficaci. Quando mai, pensavamo, questa Sora Cesira riuscirà a tenere in piedi un intero spettacolo, nel Festival delle Scienze, su un argomento rischioso come la felicità e su un palcoscenico impegnativo come quello della Sala Sinopoli?

Invece siamo rimasti sorpresi e nello stesso tempo preoccupati. Spiega.

Dopo un inizio banalotto, anzi, quasi new age (un vecchio e troppo lungo bianco e nero di Raffaella Carrà, e un discorsetto dal vivo sulla felicità), sono partiti, uno dietro l'altro e sempre azzeccati, gli sberleffi a Vanna Marchi, le baggianate messe in bocca a quel mezzoprete di Battiato, la meritata irriverenza nel filmato sul papa, un "Parole, Parole", con Mina e Alberto Lupo (che ricordiamo come una delle più melense marchette del passato). Nella versione della Sora, il partner di Mina è un signore con maschera da lupo vero, ma non quello cattivo e neanche Alberto, bensì Ezechiele.

Alla fine la Cesira ha osato abbandonare la satira e si è cantata egregiamente un bel pezzo da sola, senza ridere o voler far ridere. Ottima band e cantante-spalla niente male. Da non dimenticare una platea di fan frenetiche con striscioni e urla da stadio. La forza del web.

Questa è la sorpresa. La preoccupazione: riuscirà ad andare avanti su una formula, quella dello sberleffo, per niente facile da tenere in piedi? Ne dubitiamo, ma vedremo.


Primo P.S. A proposito, non di Sora Cesira, ma della felicità. Il neuroscienziato David Linden, in uno dei suoi interventi nel corso del Festival, definisce la felicità come la risposta chimica che gratifica il nostro cervello ogni volta che compiamo azioni piacevoli. E fin qui ci eravamo arrivati. Quello che ci pare audace, ma giusto, è che lui identifichi il massimo della felicità, il suo condensato, nel vizio. Che non è altro, parole sue, che la ricerca reiterata del piacere. Perché tutto ciò che dà piacere, può sviluppare dipendenza. Ineccepibile.


Secondo P.S. A proposito di piacere, titolo di un articolo in prima pagina su Repubblica del 26 gennaio: "Da Melville a Proust, leggete solo per divertirvi". Ci è apparso come in un flash il nostro comodino, praticamente occupato per cinquant'anni da due testi: Proust, appunto, e l'Ulisse di Joyce. E sono cinquant'anni che, attanagliati dal senso di colpa tipico di ogni lettore che si rispetti, ci ripromettiamo di affrontarli prima che sia troppo tardi (non perché loro scadano dalla classifica dei classici obbligatori, è perché siamo in scadenza noi).

Nel caso di Proust, la nostra tattica è stata una dignitosa (?) ritirata, dopo aver letto per intero il primo volume. Che è ritornato, un po' strapazzato, insieme agli altri, vergini, sullo scaffale. Amen, e sensi di colpa accantonati.

Per Joyce abbiamo preferito una furbissima strategia diversiva, tuttora in corso: stiamo leggendo con suprema caparbietà, e altrettanta attenzione un capitolo alla volta, con l'assistenza indispensabile del volumetto (parliamo dell'edizione Oscar Mondadori) di accompagnamento e di guida alla lettura. La furbizia consiste nel trovare un risarcimento alla somma pesantezza dell'Ulisse, andandoci a recuperare di nascosto ogni tanto, anzi spesso, e leggendoli con grande sollievo, i volumetti della nostra collezione completa del Commissario Maigret.

Un po' come quando, anni fa, ci davano l'olio di fegato di merluzzo, una delle peggiori porcherie dell'infanzia, e poi, giù un bel bicchiere di succo di limone molto zuccherato. Prima la cosa che ti fa bene, poi quella che ti piace.

Per la medicina funzionava. Per la cultura? Mah.



                                            



 

 
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Tre tigri contro tre tigri

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

21 gennaio 2013

TRE TIGRI CONTRO TRE TIGRI


Domatore: Aldo Cazzullo. Lunedì 14 gennaio, si festeggiano i primi dieci anni di vita dell'Auditorium. Sala Petrassi strapiena e sul palco (forse dovremmo dire nell'arena), a destra i tre sindaci: Rutelli, Veltroni e Alemanno. A sinistra i tre viceré del Parco della Musica: Regina, Fuortes e Cagli. Il domatore (in mezzo) dà garbatamente la parola prima ai burocrati, Regina e Fuortes, i quali diligentemente, cautamente nei confronti dei tre sindaci (ci è parso soprattutto di quello in carica) e, come richiede il ruolo, anche un po' pedantemente, elencano tutto quello di straordinario che si è fatto per creare l'Auditorium; e quello di ordinario che si continua a fare per mantenerne l'eccellenza.

Ed è davvero moltissimo: in questi dieci anni milioni di spettatori romani, che le hanno molto pesanti, hanno alzato le chiappe per arrivare fin lì. Migliaia di spettacoli sono andati in scena, decine di migliaia di artisti si sono esibiti davanti a sale esaurite. E, stupore per Roma e l'Italia, senza andare in passivo con i conti.

Dopo le due relazioni, diciamo così tecniche, con nostro diletto Bruno Cagli, Sovrintendente di Santa Cecilia, scatena tutto il suo notevole brio di intrattenitore, ripercorre la storia plurisecolare dell'Accademia, e poi ci mitraglia con una raffica di aneddoti. Compreso il delitto contro l'acustica commesso con la distruzione della vecchia sede, l'Augusteo, imposta dalle voglie fasciste di ricuperare al nuovo impero il Mausoleo che ci stava sotto. Il quale però, una volta privato della capsula è rimasto in bella vista come, parole di Cagli, un dente cariato.

Pur essendo d'accordo sulla gratuità del crimine, non lo siamo sull'estetica del risultato. Permetteteci di peccare di nuovo di autocitazione e di riproporre qualche riga di un nostro vecchio uovo avvelenato del 10 novembre 2011.

"L'area del Mausoleo di Augusto è una parte molto emozionante di Roma. Seguiteci. Arriviamo da Via della Croce, cuore della città barocca: edifici eleganti, di quei bei colori caldi che riflettono così bene il sole. Attraversiamo Via del Corso, poi Largo dei Lombardi. Ecco una grande apertura, che ci invita in un piazzale quadrato, tre lati di travertino, puro stile fascista anni '40, il quarto, vetro e cemento moderno, perfettamente intonato al resto. E' l'edificio (non si capisce perché così acidamente contestato) che custodisce l'Ara Pacis. Non dimentichiamo che siamo proprio nel cuore della città, e proprio da questo cuore, senza preavviso, si sbuca in una cartolina della campagna romana. Perché al centro del quadrato littorio in cui siamo penetrati venendo dalle strade barocche troviamo il tamburo del Mausoleo, un rudere romano di mattoni coronato da un anello di terra piantata a cipressi. Potremmo essere dalle parti dell'Appia Antica. Una sensazione davvero sorprendente, e tutto in cinquanta metri. Solo a Roma succede".

Torniamo a oggi.


Tocca a Rutelli, bel signore, voce profonda, parlata tranquilla e sicura. Ineccepibile e compiaciuto piacione (occhioni maliardi e mascella volitiva), racconta gli ostacoli che amici e nemici hanno seminato sul percorso del progetto, anche senza un tornaconto personale: solo per il gusto di dire di no a tutto. Seguito da Veltroni, meno bello ma più intenso, e forse proprio per questo facilitato nel contatto con la gente. Anche lui con la storia travagliata, ma alla fine vittoriosa, dell'istituzione.

Tutti e due ottimi oratori, arrampicati sugli specchi per non infierire troppo sul terzo. Il quale, invece di prendere la parola, se fosse stato furbo l'avrebbe lasciata cadere immediatamente. Sillabe affastellate, articolazione confusa, oratoria scarsa e il tono un po' stizzoso del terzo moschettiere, il meno alto, il meno bello, il meno simpatico dei tre.

Naturalmente che ti fa il moderatore Cazzullo? Quello che, sotto i baffi, ogni moderatore che si rispetti dovrebbe fare: aizza. Proponendo ai tre sindaci di spiattellare, ognuno sugli altri due, il bonus e il malus. Il gatto e la volpe non si graffiano fra di loro, e garbatamente svicolano per non dire niente di troppo perfido sul terzo, che a quel punto sembra proprio un pollo sulla graticola.

E infatti, quando viene il suo turno, dopo aver accusato Veltroni di aver fatto troppe pentole e troppo pochi coperchi, dà dello spocchioso a Rutelli che non la prende per niente bene. Nasce una gazzarrina sull'Ara Pacis (la cosa peggiore che ha fatto Alemanno, è stato proporre le modifiche all'Ara Pacis; la cosa migliore, è non essere riuscito a realizzarle), con Veltroni che azzarda il ruolo del paciere, Cazzullo che sghignazza per conto suo, e Rutelli che, dopo aver ribadito che non di spocchia si trattava ma di educata ironia, allontana il microfono e spara uno di quei bisbigli che arrivano alle ultime file, indirizzato ad Alemanno: "Hai detto 'na cazzata". Il poveretto, sotto tiro, replica: "Eccola, la tua solita arietta!" E qui dobbiamo a malincuore dargli ragione, perché, magari proprio spocchia no, ma il bel Rutelli, ogni tanto quell'arietta di sufficienza ce l'ha davvero.

Naturalmente tutto finisce a volemose bene. Strette di mano, sorrisi e abbracci; e noi ce ne torniamo a casa con esattamente tre chili e settecento grammi di interessanti, sontuose pubblicazioni sulla benemerita istituzione.



                                         








 

 
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Parroci a Las Vegas

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

   14 gennaio 2013

  PARROCI A LAS VEGAS

 

     Ne abbiamo già parlato, ma riautocitiamoci: "C'è a Roma una chiesa illuminata come si deve, e il merito è dei preti tedeschi che officiano Santa Maria dell'Anima. E' una chiesa bella e normale, senza capolavori famosi, ma quando entri c'è da rimanere a bocca aperta e con lo spirito in elevazione. Il soffitto è un cielo, gli ottoni brillano, i quadri splendono di colori, e non si vede una lampada. Ma la luce, quella giusta, è dappertutto. Non più di una cinquantina di alogene nascoste bene (i cornicioni non mancano) e ben orientate, più un pizzico di buon senso e buon gusto. Non serve altro. Oltretutto, un'illuminazione intelligente è il sistema più efficace e meno costoso che si possa immaginare per valorizzare opere e strutture.

     Potrebbe apparire discutibile, ma vorremmo suggerire ai parroci un viaggetto a Las Vegas, una città il cui fascino (e c'è, questo fascino, credeteci) è costruito solo sulla illuminazione artificiale. Una città che di giorno non è niente, e di notte diventa pura magia, magari di cattivo gusto, ma magia pura".

     Siamo ripassati a Santa Maria dell'Anima di mattina. Le luci erano comunque accese e sommavano il loro effetto al sole entrato dai finestroni. Ci siamo accorti che avevano anche fatto un lavoro di pulizia. Alla tedesca. Non un grano di polvere neanche intorno alle cornicette o sotto le balaustre (abbiamo controllato col dito come padrone di casa pignole), i pilastri incerati fino al soffitto. Splendenti le tombe con i loro marmi bianchi o colorati. Tombe cattoliche, quindi con una buona presenza di scheletri ghignanti, ma rese un po' più ottimistiche dalla goduriosa disposizione teutonica, per cui: teschi sì, ma affiancati da busti di rubicondi cambiavalute sassoni, e paffuti goderecci angiolotti.

     Esilarante, nelle lapidi, lo sforzo per latinizzare, senza ovviamente mai riuscirci del tutto, i nomi dei sepolti, pieni di kappa, wudoppie e ypsilon. Comunque il risultato che luce, cera e olio di gomito producono, è la bella sensazione di entrare nell'elegante salone di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono (polverose e malissimo illuminate come sono) molte chiese romane, di sicuro piene di tesori artistici, che però, nelle tenebre è come se non ci fossero.

     Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.


     Poi abbiamo deviato verso San Salvatore in Lauro. La gestione dell'esercizio è di un parroco, fan scatenato di Padre Pio. Vale la pena farci un salto, perché, appena a destra dell'ingresso vi si piazza di fronte uno dei prodotti più indefinibili dell'arte (?) al servizio della devozione. Si tratta di un gruppo in vetroresina: Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

     Vi ricordate il personaggio di Jesus Christ Superstar? Il tono acuto della voce, il look un po' da checca isterica? Bene, eccolo qui questo Gesù, con le ciocche vaporose, la tunica svolazzante, il corpo avvitato in una posa da fotomodella mentre si gira all'indietro a guardare smorfioso Padre Pio, il quale dovrebbe dargli una mano a sorreggere la croce, e invece, con la sua naturale espressione poco rassicurante, sembra un pedofilo all'inseguimento, pronto a conciarlo per le feste. Esilarante, se non fosse orripilante.

     Adesso c'è anche, in esposizione provvisoria, accanto alle altre reliquie del santo (mezzi guanti, bende delle stimmate, sangue sgocciolato dalle medesime, e altre simili schifezze), il cosiddetto Bambinello di Padre Pio, una brutta statuetta che, a quanto raccontano, il santo di Pietrelcina abbracciava e baciava per prima cosa ogni mattina appena sveglio.

     Le reliquie. Prendiamo il Santo Prepuzio, lo scarto della circoncisione di Gesù (siamo tutti familiari con il fatto, no?). Nel corso dei secoli bui ce n'erano addirittura diciotto in giro per varie chiese del ristretto mondo di allora, Calcata, Charroux, Anversa, ecc. Inutile chiedersi quale fosse quello autentico. Eppure la gente si metteva in cammino a piedi per andare a venerarlo. Santa Caterina da Siena, durante le sue estasi, sosteneva di portarlo al dito come anello di fidanzamento mistico con Cristo. Truffe, è ovvio. Avevano però un risvolto, se non nobile, certamente utile. Attiravano il turismo religioso, che era anche l'unico, dell'epoca. Quindi, pranzi consumati, pagliericci occupati, indotto.

     Ogni tanto, a San Salvatore in Lauro, anche i normali fedeli sono ammessi all'intima cerimonia del bacio al Bambinello. Barando sulla nostra fede ci siamo prenotati.


     Come un fulmine è arrivata la morte di Mariangela, compagna di molti cappuccini mattutini al bar sotto casa. Sabato eravamo alla chiesa degli artisti a portarle il nostro saluto. E non importa quanta gente (tantissima) e chi (tutti) c'era. Ognuno di noi era lì da solo con lei.

     Ma proprio non vogliamo far passare tutte le stupide e superabili (con un minimo di organizzazione) cialtronate alla romanesca dell'evento. Prevedibile la folla, quindi (Uno) almeno preparare qualche transenna, no? Niente: solo confusione. Due: la facciata della chiesa invasa da impalcature. Le copre un grande cartellone (espediente utile per ammortizzare le spese del restauro) dell'Associazione per la Sicurezza Stradale che ammonisce: "Nel circo della strada puoi piangere e far piangere. Pensaci: 3860 morti all'anno per incidenti". Benemerito, certo, ma alquanto iettatorio, soprattutto dove si celebrano tanti funerali. Tre: a fianco del portone, in alto sui tubi innocenti, un colpevole (per la sua bruttezza) presepe allestito dentro il cucchiaio di una scavatrice. Quattro: a due passi dalla scalinata, un gazebo di plastica in cui una graziosa e incurante ragazzetta continua a vendere magliette con le vedute di Roma. Cinque: infischiandosene della gente e della circostanza, al culmine della cerimonia, un enorme camion della nettezza urbana che avrebbe potuto benissimo fare il giro della piazza, fende a colpi di claxon la folla. E così via. Evidentemente proprio non ci riesce di essere rispettosi, a noi romani, neanche in un momento, come un funerale, che più serio non c'è.



                                          

 

 
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Alle Terme di Caracalla

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

 7 gennaio 2013

   ALLE TERME DI CARACALLA


     30 dicembre, giornata scintillante. Sull'apertura del mitreo e dei sotterranei delle terme, finalmente liberati dall'assedio pluridecennale (dal 1937!) dell'Opera, i giornali ci avevano messo il pepe addosso. Quindi, eccoci qui in una coda insolitamente lunga, per fortuna sotto un caldo solicello, ad affrontare una visita che ci ha portato ad alcune interessanti riflessioni.

     La prima: Diffidare delle istituzioni. Da queste parti (Roma), praticamente tutto quello che ci arriva dalle istituzioni (basta guardare gli orologi pubblici per le strade: ce ne fossero due che fanno la stessa ora), informazioni, orari, indirizzi, certezze; certo non lo è quasi mai, e, quando va bene, è comunque impreciso, vago, confuso. Insomma, nessun rispetto per il cittadino.

     Infatti, la coda era così lunga perché, mentre tutti noi visitatori avevamo letto gli articoli ed eravamo lì per vedere il mitreo e i sotterranei, alla biglietteria evidentemente non ne sapevano niente, o se ne infischiavano: su tre sportelli ce n'era solo uno aperto. Arrivati all'impiegato, insistendo, abbiamo scoperto che comunque il mitreo non era visitabile se non su prenotazione. Nessun cartello per informarci, naturalmente.

     Ok, andiamo ai sotterranei, i quali, essendo appunto sottoterra, necessitano di illuminazione artificiale, cioè di faretti, che ci sono, e dovrebbero dar luce ai capitelli (peraltro bellissimi) e agli altri frammenti recuperati e ripuliti. Invece, no. Montati caserecciamente qua e là, e puntati principalmente negli occhi dei visitatori, o sul soffitto, non servono davvero a un gran che. Purtroppo (o per fortuna), a tamponare l'andazzo disorganizzativo, arriva sempre la suprema bellezza e grandiosità dei monumenti, e quindi, alla fine, tutto va bene lo stesso.

     La seconda riflessione: La mano dell'uomo migliora la natura. Basta osservare i frammenti in mostra: nella parte intatta, i bassorilievi, i cornicioni, i capitelli sono belli; la lavorazione, opaca o lucida che sia, tira fuori la grana del marmo, le venature, le ombre, il colore, e lo rende splendido e in alcuni casi quasi appetitoso. Giri intorno ai pezzi, li guardi sul retro e ti accorgi che, dove la pietra si è frantumata ed è ritornata a com'era prima di assaggiare lo scalpello, non è neanche più marmo, ma solo un sasso polveroso e inutile.

     La terza: Grande è bello. Il grande salone delle terme: 58 metri per 24! Gli archi immensi, i pilastri colossali. Qui i soffitti non ci sono più, ma il cielo blu che li sostituisce fa un magnifico contrasto con i muri altissimi di mattoni. Se invece di essere muraglioni fossero muretti non farebbero di sicuro l'effetto che fanno (Sono serviti da modello perfino per la Penn Station di New York). Peccato che, a parte i frammenti in mostra nei sotterranei, sul posto non è rimasta una sola scheggia di marmo. Tutto rubato, sradicato, scalpellato, dal medio evo in poi, per cuocerlo nei forni improvvisati lì vicino e farci la calce con cui tirare su catapecchie, stalle, o magari anche bei palazzi, ma a che prezzo!

     Qualcosa di gigante però si è salvato. Le due vasche di Piazza Farnese. Immensi blocchi di granito scavati a mano, ritrovati fra le rovine delle terme. L'Ercole del museo di Napoli, tre metri. O l'unica gigantesca colonna superstite, rialzata a Piazza S. Trinita a Firenze. Ma per convincersi che grande è bello, è sufficiente andare al foro Traiano, qui a Roma, e abbassare lo sguardo sull'immane monolito che giace a terra spezzato, accanto al suo capitello: una massa di marmo bianco di decine di tonnellate, identico agli altri mille che si vedono in giro per la città, ma talmente più grande da essere mille volte più impressionante e anche, sì, più bello.

     A proposito dell'Opera, quand'era ancora a Caracalla. Più di vent'anni fa, abbiamo avuto il privilegio di essere invitati al concerto dei Tre Tenori: Pavarotti, Carreras e Domingo, un evento mondanissimo, che poi si sarebbe rivelato come il primo passo di un business mondiale.

     La sera d'estate, la luna, la brezza tiepida, e la compagnia di Rossella non ci fecero accorgere di quanto in seguito l'iniziativa sarebbe diventata pacchiana, anzi ci piacque moltissimo. Ancora ci ricordiamo, in mezzo a tutta quella pompa, un particolare minimo e divertente. Dirigeva Zubin Mehta. A un certo punto, durante uno dei rari pianissimo della serata, su uno dei pini sparsi fra le sedie in platea, una cicala si mise a cantare, facendosi inconsapevole protagonista per tutti i diecimila spettatori. Un paio di volte Mehta dal podio guardò accigliato (o divertito, la distanza non ci permetteva di distinguerne i lineamenti) verso l'albero, ma quella, tranquilla, andò avanti finché tutti ci si abituarono. Neanche ci accorgemmo se e quando smise di frinire.


     P.S. Ve la ricordate la canzoncina che faceva:

"Alle Terme di Caracalla

i Romani giocavano a palla,

dopo il bagno, verso le tre,

tira tira a me, che la tiro a te.

E poi gridavan: Olè!" (Clara Jaione, 1950)

     E c'è ancora qualcuno che rimpiange le canzoni dei bei tempi andati!



                                        

 

 
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Duemiladodici - Ultime notizie

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    31 dicembre 2012

     DUEMILADODICI - ULTIME NOTIZIE


 

I giovani per i giovani. Un bel piccolo festival coordinato da Paolo Damiani, ospitato dal dipartimento di jazz del Conservatorio di S. Cecilia, che ha visto quattro concerti di studenti jazzisti di vari istituti italiani. Ogni concerto con un ospite di prestigio. Noi eravamo all'ultimo, il pomeriggio del 12/12/12. Sala dei Medaglioni, felicemente gremita di studenti, troppo ristretta per la bisogna (bene, perché per un concerto jazz è meglio stipati che comodi) e accessoriata di una porta con maniglia e cardini molto cigolanti. Buon trio di voci, buon quintetto strumentale. Superfluo parlare di Damiani e dell'ospite Luca Aquino, tromba. Ci ha colpito il chitarrista Gianluca Figliola, studente sensibile, buona tecnica e cuore, e soprattutto tenera vittima della sindrome del chitarrista jazz. Che si manifesta con la completa perdita di controllo dei muscoli dell'espressione durante la performance. Per cui, mentre il solista suona tutto intento (naturalmente se non canta), i suoi lineamenti in libertà si deformano in smorfie grottesche o allarmanti, la bocca formula silenziose vocali, le narici si dilatano e le sopracciglia vanno su e giù a stantuffo. Esilarante ma naturalmente innocuo. Fa solo sorridere un po'.

 

Nuova Consonanza. Penultimo concerto, dedicato all'organo antico nella musica contemporanea. 12/12/12, sera. Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, un edificio di proporzioni nobili; per noi la chiesa più elegante di Roma. Architettura rinascimentale perfetta, tutta bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi. Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a questo equilibrio, l'eccesso presente in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri luoghi, colpisce per l'esagerazione. In questa chiesa c'è un po' di tutto, dalla tomba del Marchese del Grillo a quella del Borromini. C'è anche un tabernacolo contenente una reliquia, il piede di Maria Maddalena (non si capisce se il destro o il sinistro), con una lapide che dice: "Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto".

Il grande organo è inerpicato in cima alla facciata interna, con accesso attraverso una minuscola scaletta a chiocciola scavata nel muro. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni, e uomo spiritosissimo. Ci ha fatto sorridere perché prima del concerto lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta. Ci ha ricordato che un organista suona anche con i piedi, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe.

Ha eseguito la sua "MI3", una composizione che inizia sommessa, cresce, cresce fino a un rombo sovrannaturale, che solo un organo, ancora più di un'orchestra, riesce a sostenere, per poi tornare alla quiete primordiale. Bellissimo, emozionante effetto, sapientemente previsto dal compositore, consapevole, proprio per il suo mestiere di organista, della magia dei riverberi sonori fra le volte di una chiesa.

Che dire del resto del programma? Ci sembra opportuno riproporre un nostro vecchio uovo avvelenato sull'argomento: "...una riflessione sull'organo, e la facciamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti. E' uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Gli archi respirano a ogni su e giù del braccio, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo l'organo non ne ha bisogno. E così, con tutta la sua maestà, dolcezza e potenza, ci mette in affanno, per empatia fisiologica".

Se questo capita con Bach, figurarsi con gli autori contemporanei in programma stasera: Clementi, Capurso, De Pirro. Infatti, siamo rimasti in apnea tutto il tempo, con il fuggevole sollievo di un sospiro quando la sirena di un'ambulanza in transito sul vicino Corso Vittorio si è inserita a pieno titolo portando una ventata di melodia (!) nel brano di Kurtag. Pensate un po'.


Anche il Cavalier, pur essendo Serpente, ha un cuore. In questo momento addolorato. Perché è successo che subito dopo questo concerto, il nostro caro amico Luigi Celeghin è morto! Pensate la fragilità del nostro stare qui. Ha finito di suonare, ha raccolto i meritati applausi, è tornato a casa con i suoi, e senza nemmeno accorgersene se n'è andato. Tutto finito. Ma in gloria.

 

 

                                     

 
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