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Perfidie di Stefano Torossi

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Mah!

Post n°327 pubblicato il 12 Aprile 2015 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 13 aprile 2015

   MAH!

    LA CRONACA CHE CI PERPLIME


29 marzo, GP di Motociclismo del Qatar. Vafortino Rossi, 36 anni, vince in modo entusiasmante e sale sul podio insieme ad altri due italiani: festa grande, inno nazionale. Baci e abbracci e la regolamentare doccia di champagne. Poi leggiamo che lo champagne è analcolico.

Qui c'e qualcosa di leggermente ridicolo, pur con tutto il rispetto delle tradizioni locali. Quelli vanno a 300 all'ora, si prendono a spallate sulla pista, rischiano la pelle e qualcuno ce la lascia; però lo champagne è analcolico. Mah!


8 aprile, Esagerazioni. Arrestato il boss Giovannone De Carlo, uno dei protagonisti di Mafia Capitale. Gli trovano in casa, dice il titolo dell'articolo, un tesoro in orologi. Andiamo avanti a leggere e scopriamo che il tesoro consiste in cinque Rolex. Va bene, ammettiamo che ognuno di questi preziosi oggetti del desiderio costi dieci, quindicimila euro; ci pare comunque una somma un po' ridicola per un boss così importante.

Come ridicoli sono i menù tipici di altri malavitosi di spicco, sempre riportati con una sorta di stupore ammirato, da poveracci, dalla cronaca (naturalmente parliamo della nera, quella a basso livello letterario, da principianti).

Questi sventurati fuorilegge, per tener fede al loro potere e alla loro ricchezza mangerebbero continuamente ostriche e aragoste bevendo solo champagne. Una dieta che, oltre  a essere esiziale per la salute, ci sembra anche piuttosto noiosa. Soprattutto adesso che la pajata è stata riammessa sulle tavole. Mah!


9 aprile, Iconoclasti. Amal Alamuddin in Clooney appare in un articolo di colore che riferisce, fra i suoi importanti incarichi di avvocato, quello conferitole dal governo greco per riavere dall'Inghilterra i marmi del Partenone, portati via da Lord Elgin nell'800, e da allora al sicuro al British Museum.

 Non ci sembra che l'iniziativa, preceduta da altre in passato, abbia avuto successo. Per fortuna. Chissà che fine avrebbero fatto altrimenti quei capolavori se lasciati sul posto, visto che nel '600, sotto la dominazione turca, il Partenone era stato trasformato in polveriera (regolarmente esplosa durante l'assedio veneziano), e anche dopo il botto, i pezzi non bruciati nelle calcare erano un mucchio anonimo di calcinacci. A noi sembra più che giusto che l'arte riposi, naturalmente a disposizione di tutti, presso chi la sa riconoscere e difendere.

Qui è inevitabile, parlando di iconoclasti, citare l'ISIS, sollecito promotore di video in cui si vedono scalmanati che demoliscono a colpi di mazza statue e fregi sumeri o ittiti (non ricorderemo mai la differenza, perdonateci). Per non sottovalutare la proverbiale astuzia levantina, non vogliamo credere che i miliziani non abbiano capito che vendere quella merce sul mercato del contrabbando d'arte sarà anche poco ortodosso dal punto di vista della vera fede, ma è certo molto redditizio dal punto di vista più banalmente economico.

Tanto più che in tutti quei video le statue e i fregi si polverizzano in maniera molto sospetta sotto i colpi, e spesso e volentieri permettono di intravvedere intelaiature di sostegno, proprio come nei modelli di gesso che troviamo negli studi dei nostri amici scultori.

Che abbiano effettivamente messo da parte per venderli i marmi veri, e a noi abbiano fatto vedere (anche un po' ingenuamente, bisogna dire) le copie distrutte? Mah!


Ridacchiare sotto i baffi. Questo ce lo permette, con la sua inesauribile fornitura di materiale, Facebook.

"La causa primaria del cancro fu scoperta nel 1931 da Otto Warburg, ma pochissime persone in tutto il mondo lo sanno perché questo fatto è nascosto dall'industria farmaceutica e alimentare."

"10 aprile. Nelle ultime ore i settori nordoccidentali dell'Italia sono sotto un massiccio attacco chimico. Dalle immagini satellitari della NASA si evidenziano chilometriche scie chimiche persistenti che si estendono dal Ponente Ligure a Piemonte e Lombardia. Se nelle prossime ore avvertite difficoltà a respirare, dolori ossei, febbre, rossore agli occhi, non è la primavera; basta alzare gli occhi al cielo per capire..." Eccetera eccetera.

Qualcuno ce l'ha con noi? Mah!


9 aprile. Sorridere del lapsus. Conferenza di presentazione della mostra "Barocco a Roma". La curatrice Mara Grazia Bernardini parla con toni così flautati e leggermente soporiferi da provocare frequenti richieste di "voce!" dai presenti. Ma il momento bello dell'incontro arriva quando la signora, dopo avere esposto le innumerevoli fatiche affrontate per la realizzazione della mostra, comunica al pubblico il suo piacere nel "poter dare inizio alla prima di questa serie di sofferenze".

Naturalmente corregge subito il "sofferenze" in "conferenze", ma ormai l'ha detto.

Deve aver sofferto davvero tanto a mettere in piedi la baracca.



                                           

 

 
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La bici è un'arma impropria

Post n°326 pubblicato il 06 Aprile 2015 da torossis

 

 IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

   6 aprile 2015

       LA BICI E' UN'ARMA IMPROPRIA

 

                                                               

Non c'è che dire: sulle prime pagine è tornato, prepotente, il ciclista. Ma non quello povero di una volta. E neanche quello sportivo del Giro. Si tratta di sindaci, Ignazio Marino, o ministri, Graziano Delrio (e la sua ci pare una di quelle loffie, con la pedalata assistita), comunque gente che in bici non ci va per necessità, ma per ideologia, e un po' anche per opportunismo politico.


 Evitata per un pelo, proprio stamattina a Corso Vittorio mentre camminavamo a filo marciapiede, la collisione con un ciclista velocissimo, silenziosissimo e aggressivissimo (perché, sicuramente ci avrete fatto caso, chi è convinto di rappresentare l'Ideologia perde ogni tolleranza verso il prossimo), ci è venuto spontaneo riesumare impressioni di un tempo lontano, ma perfettamente trasferibili a oggi.

 La prima volta fu ad Amsterdam. Credevamo di averle viste tutte, dopo molti decenni di viaggi e molti chilometri in auto, moto, e altri mezzi. Dalle piste del Sahara ai vicoli di Napoli. Ma stavolta eravamo a piedi, e fu il panico, quando ci trovammo circondati dai ciclisti. Prepotenti e senza campanello. Sbucavano da tutte le parti, veloci, silenziosi e implacabili, come sa essere l'austera gente del nord quando ha a che fare con i cialtroni del sud. Niente dubbi, i padroni erano loro.

Da quella esperienza ci nacque nel cuore un bel gomitolo di incomprensione e ostilità, naturalmente inconfessabili (sarebbe stato come prendersela con la foca monaca, una innocua creatura del Signore, e per di più, ci dicono, in via di estinzione). Il ciclista rappresenta la ribellione al mondo delle macchine, la purezza dell'aria e dei sentimenti, il ritorno al buon tempo antico; si potrebbe quasi dire la natura incontaminata.

Una vera icona new age che non si può odiare. Bisogna rispettarla (ok) e amarla (già più difficile) per quello che fa, non sempre con le migliori maniere, per la salvezza dell'umanità.

Ma chi non ha mai provato un soprassalto, in auto, di notte, in quelle strade poco illuminate della periferia, nel vedersi a pochi millimetri davanti al paraurti la ruota posteriore di una bicicletta, cavalcata da un kamikaze vestito di scuro, rigorosamente sprovvista di qualsiasi segnalazione luminosa, che procede ai suoi sacrosanti venticinque all'ora, mentre in automobile, anche chi è prudentissimo va almeno al doppio.

E i ruderi di biciclette incatenati a un palo sul marciapiede, che nessuno porta via? Spesso sdraiati a terra con una ruota a forma di S, cannibalizzati dei pezzi asportabili, rimasti solo telaio, ma con punte micidiali sulle quali inevitabilmente ci si strappano pantaloni e polpacci.

Volendo fare una classifica, i nostri amici ciclisti li potremmo dividere in tre gruppi: quelli di basso profilo (normali giacconi e niente spocchia), gli sportivi (la domenica in aderenti, ridicole, multicolori tute da pagliaccio che nessun adulto indosserebbe in situazioni normali) e i radical-chic che pedalano in giacca e cravatta. Con qualche volta l'optional di pipa, o più spesso mezzo toscano in bocca.

Intendiamoci, andare in bicicletta a Roma è ben diverso che farlo a Bologna o a Rovigo, dove gli automobilisti sono abituati a conviverci, con i ciclisti, e i dislivelli sono zero. Molti di questi nostri amici, efficacemente rappresentati dal sindaco e ora anche dal ministro dei trasporti, vivono la bici più come principio, che come mezzo, visto che, in questa città di salite anche ripide, spesso si arriva prima a piedi.

E poi, perché senza fanale davanti e catarifrangente dietro? "Perché ci siamo dimenticati di comprare le batterie; perché fa più fico; perché comunque sono gli automobilisti che devono stare attenti; perché se mi prendono mi ripagano come nuovo". Sarà, ma non ci sembra una gran pensata.

Rimane il fatto che spesso il ciclista ideologico (non certo quello per necessità, che ancora esiste, anche se quasi esclusivamente extracomunitario) è un integralista fanatico, e come tale non ascolta, rivendica.

Piste ciclabili, sacrosante; ma se non ci sono, via sul marciapiedi a zigzag fra i pedoni, a tutta velocità e soprattutto in un letale silenzio. Proprio come successo a noi, stamattina a Corso Vittorio.

Lo ripetiamo: attenzione, la bici è un'arma impropria.



                                       




 

 
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Minuetti e pennelli

Post n°325 pubblicato il 30 Marzo 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  30 marzo 2015

   MINUETTI E PENNELLI



Bibì e Bibò in Sala Stampa

Chi non conosce Bibì e Bibò può passare direttamente al prossimo capoverso.

Chi invece se li ricorda, sa che si tratta di due monelli che da più di un secolo abitano in un fumetto con la loro mamma, la Tordella, il Capitan Cocoricò (che potrebbe essere il di lei fidanzato, ma nessuno lo sa con precisione) e l'ispettore, un piccolo signore pieno di autorità che dice sempre la sua.

Sala Stampa Estera, martedì 24, presentazione del "Galateo della Corrispondenza". I due autori, Laura Pranzetti Lombadini e Michele D'Andrea, sono Bibì e Bibò. L'Ispettore è invece il moderatore, Claudio Ligas. Per questa volta la Tordella e il Capitano rimangono fuori della storia.

Naturalmente il libro è, al contrario dei due ruspanti ragazzini, il massimo del garbo, con punte di elevata raffinatezza se non di snobismo (la sottolineata superiorità, ora e sempre, della penna stilografica, possibilmente di marca e obbligatoriamente d'annata, rispetto a tutti gli altri arnesi da scrittura). Ovvio, in un manuale che insegna a corrispondere con l'idraulico o con il Presidente della Camera (o la Presidente, forse la Presidentessa, o magari la Presidenta). Comunque la si giri emerge il fatto che, essendo la lingua un organismo ben vivo e agitato, è impossibile tenerla ferma. Magari si accovaccia un momento sulla tua scrivania ma si sa che prima o poi scappa.

Il parallelo con i fratellini terribili prende vita quando i due autori, pungolati e a volte rimessi in riga, sempre garbatamente s'intende, dall'Ispettore - moderatore, nel corso della presentazione cominciano a battibeccare, si danno sulla voce per gioco, mettono finti bronci dopo aver sparato sberleffi e ripetono a pappagallo uno le frasi dell'altra.

Un minuetto elegante, simpatico, un po' narciso e a momenti a rischio leziosità. Ma divertente perché ben condotto, neanche i due fossero attorcomici professionisti. Non abbiamo ancora letto il Galateo, ma siamo certi che, arrivati all'ultima pagina, avremo imparato qualcosa che farà di noi dei cicisbei migliori.

 

Merisi è in città!

Venerdì 27 nel piccolo teatro dell'Associazione ERA DEA, dalle parti del Panteon, cioè precisamente nel quartiere in cui venne ad abitare poco più di quattrocento anni fa, sceso dal nord, il pittore Michelangelo Merisi, è andata in scena la seconda serata del ciclo "Il sotterraneo di Caravaggio". Rosa Di Brigida: idea e narrazione, Francesco D'Ascenzo: regia e recitazione, Rosa Balivo: egregia presenza in scena. Scene e costumi, strepitosi, del Laboratorio Era Dea Studio.    

        All'epoca (come fino a pochi anni fa, prima che esplodessero le ridicole quotazioni di milioni di dollari per squali in formalina o statue iperrealiste di Jeff  Koons e Cicciolina) gli artisti erano dei poveracci che dipendevano dalla nobiltà per commissioni, vitto e alloggio. E protezione, che per il nostro, dato il suo carattere rissoso, era fondamentale. 

       Come latitante per un presunto omicidio, fa una capatina alla metropoli più vicina, Venezia, dove, già che c'è (e ci pare con un certo profitto) studia i grandi pittori del momento.

       Eccolo a Roma; qui si piazza a casa di Monsignor Pucci di Recanati. Per l'alloggio va bene, per il vitto un po' meno, tanto è vero che il pittore soprannomina il prelato "Monsignor insalata".

Dopo non molto cresce di livello e passa al Cardinal Del Monte, ma trova il modo di bruciarsi le amicizie anche qui, prendendo a bastonate un nobiluomo, come lui ospite del Cardinale. E' chiaro che Caravaggio era uno che con il galateo non aveva molta dimestichezza, neanche quando gli sarebbe convenuto. E infatti gli va male perché un artista dell'epoca, per quanto famoso, proprio non si poteva permettere di bastonare un nobile.

Altre risse, altri arresti. Tira un piatto di carciofi in faccia a un garzone di osteria, che lo querela. Nel 1605 ferisce un notaio. I suoi nobili protettori riescono a insabbiare tutto, finché, nel 1606 uccide Ranuccio Tomassoni, con cui aveva già litigato varie volte, pare per i favori di una delle prostitute che frequentavano.

Evidentemente questa è l'ultima goccia, perché lo condannano, fin troppo severamente, alla decapitazione. Curiosamente, dopo questo fatto, nei suoi quadri i vari Oloferne e Golia cominciano ad avere i suoi stessi lineamenti.

Trova ancora la famiglia Colonna che lo protegge nella sua fuga a Napoli, a Malta, in Sicilia; una peregrinazione segnata da altre risse e duelli. Poi sappiamo come va a finire. Un vero spreco di un talento così miracoloso, solo perché il suo proprietario non riusciva a tenere a mente le semplici e utili regole del galateo.

Torniamo alla rappresentazione di venerdì. L'Associazione ERA DEA lavora ad alto livello, con lo stesso sprezzo del pericolo di Caravaggio, scegliendo come lui di rimanere fuori delle regole, pur non ricorrendo alla spada o al pugnale, e sì che ce ne sarebbero i motivi: la costante mancanza di attenzione delle istituzioni, e in più una città che pare abbia perso il nobile spirito giocoso che aveva tirato fuori all'epoca delle indimenticabili estati romane, l'effimero al potere. E chi ne risente di più sono naturalmente i piccoli.

Ma quando il talento c'è, anche se procura solo l'insalata, non bisogna mollare, ecco tutto.

 

 

                                         

 

 

 
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Il buon tempo andato

Post n°324 pubblicato il 22 Marzo 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

 23 marzo 2015

  IL BUON TEMPO ANDATO



 Certo, i polli che arrivavano in tavola erano ruspanti e non di batteria, ma erano in pochissimi a mangiarli. Gli altri, qualche crosta di pan secco e acqua di pozzo. Certo, alle mense dei ricchi c'erano cacciagione, spezie e vini; poi però avevano tutti la gotta. Certo, nei quadri di Caravaggio i cesti sono appetitosi, ma se si guarda bene, sulla mela c'è il buchetto del verme che invariabilmente si trovava dentro ogni frutto.


In questi giorni siamo alle prese con due libri: il "Viaggio in Italia" di Montaigne, del 1580, e "Il profumo" di Süskind, contemporaneo ma ambientato nel '700.

E' quasi incredibile come sono cambiate le cose da allora.

Una citazione dal secondo: "Nel '700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti fradici e i corpi di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d'estate che d'inverno. Insomma, non c'era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza".


La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e tranquillo. Oggi.

Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Montaigne che avesse deciso di viaggiare non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all'Italia, due paesi civili della civile Europa del tempo.

Il tempo: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, su una portantina a spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le strade erano poche. Il resto, sentieri. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.

Oggi ci piacciono le cenette a lume di candela che ci isolano in un cerchio magico, tutto intorno la penombra. Ma quello che funziona per i nostri momenti romantici non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all'alba. L'unica luce era quella del camino. I pochi che leggevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).

In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, un cameriere, un mulattiere e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, biancheria e coperte, stoviglie e provviste. Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c'era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, spesso sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione spesso considerata igienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).

Si stupisce il nostro gentiluomo viaggiante per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto per "non insudiciare la parete quando si sputa". E' smarrito in una infima locanda dove, avendo chiesto all'oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: "In cortile - sì, ma dove? - dove vuole".

Brevi tappe percorse ogni giorno, per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: lega di Guascogna, lega di Francia, lega tedesca; miglio italiano (ce ne vogliono 5 per farne uno tedesco), spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi.

Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), scambiandolo, chissà con quale criterio, in una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro, quindi continuo rischio di rapina.

E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio denuncianti il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche le bollette di sanità, se si arriva da dove c'è o si crede che ci sia qualche pestilenza.  E nel bagaglio vengono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all'epoca molto sospetti, soprattutto di eresia.

Dopo la testimonianza, incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all'epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l'altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui "tutti si sono lavati le mani prima del pasto".

Possiamo chiudere con una sua definizione di Roma, che va bene anche oggi: "tutta nobiltà e corte", e con la citazione, tanto per sapere come regolarsi, della migliore locanda d'Italia, che è "La Posta" di Piacenza, e la peggiore: "Il Falcone" di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Forse, essendo passati quattro secoli e mezzo non sono più indicazioni tanto attendibili.


Oggi è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo. Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualcuno che ti spara. Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.



                                         


 

 
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Un'orgia di vernici

Post n°323 pubblicato il 15 Marzo 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    16 marzo 2015

                                                UN'ORGIA DI VERNICI                                                      


           (Non quelle a smalto che servono per dipingere i mobili; parliamo di inaugurazioni)


Lunedì 9 marzo. "Roma moderna, i Fori e la città". Istituto Nazionale di Archeologia, saletta strapiena: un centinaio di persone. Visto l'argomento, l'ambiente più giusto per la conferenza sarebbe stato forse Piazza Venezia, lo stadio Flaminio, o ancora meglio, l'intera città, perché invece di cento, i presenti dovevano essere tre milioni; insomma tutti gli abitanti di Roma.                                                                                                                                                      

Il progetto caldeggiato dal Sovrintendente Adriano La Regina: smantellare Via dei Fori Imperiali e aprire finalmente a tutti il più grande, il più importante, il più universale parco archeologico del mondo.

In passato: anni di tentativi. Momenti fortunati, piccoli passi avanti con sindaci lungimiranti; altri di oscuramento e fermate obbligatorie a causa della politica ostile. E naturalmente il trimillennario cialtronesco disinteresse dei romani per casa loro. Oggi finalmente, grazie alla progressiva eliminazione del traffico di superficie e alla costruzione della Metro C, forse si capirà che la famosa Via dell'Impero, trofeo del fascismo, non serve più a niente. Noi probabilmente non ci saremo, come ci siamo detti con Adriano, a causa dell'avanzato traguardo anagrafico raggiunto da entrambi, ma siamo stati d'accordo sull'opportunità di lavorare anche per gli eredi della città, che, in fondo, oltre a essere LA nostra e la loro capitale, è anche IL nostro e il loro capitale.


Mercoledì 11. Da Roma antica a quella (relativamente) moderna. Al Museo dell'Ara Pacis: "EUR, una città nuova, dal Fascismo agli anni '60", interessante mostra sul progetto e la realizzazione, forzatamente incompleta, dell'E 42, quella che doveva essere la grande esposizione della Rivoluzione Fascista a celebrazione del ventennio 1922 - 1942.

Invece ci fu la guerra con il capitombolo del Fascio, l'esposizione non si fece e il quartiere cambiò parzialmente destinazione e nome, diventando EUR, Esposizione Universale Roma, più tardi sede di molte manifestazioni delle Olimpiadi del '60.

Cinegiornali dell'epoca completi di voci stentoree e marcette guerresche, plastici, piante, foto, e qua e la l'infido baco della stupidità che sta sempre in letargo nel nocciolo di ogni regime; poi per fortuna si risveglia e a forza di gonfiarsi lo fa scoppiare.

Si legge per esempio, nel bando di concorso, che gli artisti invitati a partecipare devono dichiarare di aderire ai principi ispiratori del progetto (e questo è ovvio e sacrosanto), ma devono anche dichiarare di non appartenere alla razza ebraica (e qui fa capolino il baco).

 

Stesso giorno, Galleria Nazionale d'Arte Moderna - Addirittura quattro mostre di cui una davvero importante e soprattutto attesa e dovuta da tempo. Le altre, puro contorno. Eccole: Uno "Studi d'artista": foto e filmati. Poco interessante. Due "Azioni antiche": libri, fogli, copertine, forse belli da tenere sulla scrivania, ma scarsamente entusiasmanti da guardare in bacheca. Tre "Bengt Kristenson, vibrazioni dal nord al sud": nella confusione non siamo neanche sicuri di averla visitata.

E quattro, "La scultura ceramica contemporanea in Italia": questa sì, una cosa seria. Una rassegna molto ampia di un numero inaspettatamente alto di scultori che lavorano la ceramica, materia tradizionalmente snobbata dalla critica e dal pubblico che la considera roba da souvenir: piattini col ritratto del papa o daviddimichelangelo da vetrinetta.

Molto pubblico, molti nomi, molte opere, molte sale,  una delle quali interamente dedicata a Leoncillo Leonardi, un artista che colpevolmente noi stessi avevamo ristretto nella serie B della scultura, e che finalmente ci ha obbligato a ricrederci, fare il mea culpa e riconoscerlo (per quello che può contare il nostro giudizio) artista di prima grandezza. Un vero scultore, insomma e non "solo un ceramista".


Giovedì 12. Accademia di San Luca. Salone d'onore: soffitto di quercia nera, pareti tappezzate di damasco rosso, pavimento di parquet scuro, una cripta più che una sala. Su Achille Perilli, pittore quasi novantenne, ma ancora vivo, eccome! si proietta un documentario che, al contrario di molti filmati del genere, è divertente per l'arguta grinta del protagonista sulla cui lunga intervista si snoda il racconto di una vita. Ci ha fatto sorridere l'accenno alle tradizionali risse a pugni e schiaffi fra gli astrattisti e i figurativi, e ci ha fatto sogghignare la chiamata in causa dell'odiato Guttuso, da Perilli definito senza tanti complimenti un mafioso siciliano che approfittando del potere che gli dava il PCI di cui era l'artista ufficiale, aveva fatto di tutto (quasi riuscendoci) per tagliargli le gambe.


Venerdì 13. MACRO. "Limits" della spagnola Amparo Sard, che nella nota autobiografica si definisce una "puntinista fisica".

Disegni, video e un enorme oggetto a forma di ciambella appeso al soffitto.

Il tutto pieno di buchi. L'effetto gruviera è garantito, ma il materiale usato, plastica e carta, rigorosamente bianco su bianco dà anche una bella sensazione di leggerezza e di trasparenza: luce e aria attraversano i buchi e traboccano dovunque.

Niente di nuovo, intendiamoci. Ma bello.



                                         

 

 

 
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The Elephants Cemetery Jazz Band

Post n°321 pubblicato il 08 Marzo 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

9 marzo 2915

       THE ELEPHANTS CEMETERY JAZZ BAND


In realtà il nome vero della formazione che il 26 febbraio ha suonato alla Sala Casella della Filarmonica Romana è "New Roman Jazz Orchestra". Ma noi ci siamo permessi la leggera modifica che vedete in alto, e qui di seguito si capisce il perché.

 La serata del secolo (anzi, dei secoli) era organizzata da Adriano Mazzoletti e Mario Cantini.

Ecco la formazione, in ordine di età:

I Seniores: Ivan Vandor, sax: anni 83; Mario Cantini, pianoforte: anni 82; Gianni Sanjust, clarinetto: anni 81.

Gli Juniores: Guido Pistocchi, tromba: anni 78; Giorgio Rosciglione, contrabbasso: anni 76. Di Michele Pavese, trombone e di Lucio Turco, batteria, non abbiamo i dati anagrafici, ma siamo assolutamente certi che non sono minorenni.

Pubblico di fascia alta (di età, naturalmente).

Nella foto vediamo i fiati in pausa (l'altra metà sta lavorando, ve lo garantiamo). Certo, un riposino ogni tanto...A parte gli scherzi, la band ha suonato appassionatamente, con qualche scivolata nella tenuta dell'insieme, soprattutto nel finale dei Marching Saints, che chiudeva anche il concerto. Questo succede a un gruppo che, pur composto di eccellenti solisti, non prova abbastanza. Avranno di meglio da fare.

Ma, come diceva (ci pare) Rubinstein, suonare la nota sbagliata è poco importante, mentre suonare senza passione è imperdonabile. La passione c'era. Quindi, tutto bene; ci siamo molto divertiti, anche nella cena dopo concerto, nella quale si è abbondantemente scherzato su malattie, coccoloni e, inevitabilmente, imminenti funerali.


 

Richiami

Venerdì 6 marzo. Sole scintillante e vento gelido a cento chilometri l'ora. Impavidi ci siamo spinti di buon passo fino al Museo Canonica di Villa Borghese per l'inaugurazione della mostra "Richiami" (il significato del titolo ci sfugge), opere degli allievi dell'Accademia di Belle Arti. Lavori decisamente brutti presentati da studentesse invece graziosissime.

Con questo chiudiamo l'argomento.

Ma lo riapriamo subito per parlare della Fortezzuola, così è chiamato il casale, probabilmente del '600, poi rifatto secondo la moda dell'800 nelle forme di un finto castello medievale. All'epoca era conosciuto come il Gallinaro e serviva per l'allevamento di struzzi e pavoni destinati alle partite di caccia dei principi Borghese.

Finché lo scultore Pietro Canonica, verso il 1930, chiese e ottenne di andarci a vivere donando in cambio, alla sua morte, le proprie opere allo stato perché in quella casa ci facesse un museo. Non si sa chi dei due abbia fatto l'affare, probabilmente lo scultore perché il posto è davvero speciale. Una villa in mezzo ai prati, con un giardino di agrumi circondato da un muro merlato: insomma proprio un piccolo castello in città.

Il museo permanente conserva i suoi marmi, bronzi e gessi, in uno stile retorico ma anche patetico e intimista. Molti, quelli retorici naturalmente, realizzati su commissione degli Zar di Russia; altri, per commemorazioni in giro per il mondo: Queen Victoria a Buckingham Palace, Ataturk in Turchia, Simon Bolivar in Colombia, perfino Don Bosco in Vaticano.

 Insomma, un insieme di cose davvero non memorabili, anche se ricche di una notevole abilità tecnica, e di sicuro aderenti al gusto dell'epoca. Comunque, decisamente gradevole la mattinata, bello il posto (e le studentesse) e gli alberi del giardino pieni di splendide arance mature.



Irresistibile

BRAHMS E SCHUMANN PAPPANO CARBONARE.

Abbiamo trovato e poi sintetizzato questo miracoloso titolo a pag. 8 del programma di marzo del Parco della Musica di Roma. Quando il destino ti offre un simile bocconcino su un vassoio d'argento, sarebbe un vero sacrilegio rifiutarlo.

Calma, sappiamo anche noi che non si tratta di un invito a unirsi ai due famosi musicisti per una degustazione di piatti tipici romaneschi, bensì dell'annuncio di un concerto, il venti marzo alla Sala Sinopoli.

Musiche di Brahms e Schumann, orchestra diretta da Antonio Pappàno (ricordarsi di spostare l'accento) con la partecipazione del noto clarinettista Alessandro Carbonare.

Troppo facile? Forse. Comunque ci autoassolviamo perché siamo sicuri che nessun altro al mondo avrebbe resistito alla tentazione.



                                         

 

 
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Antipatici e simpatici

Post n°320 pubblicato il 01 Marzo 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 2 marzo 2015

ANTIPATICI E SIMPATICI


Tutta colpa di Berio

E' stato piuttosto buffo, mercoledì 18 alla Dante Alighieri, seguire le variazioni di tono dei relatori: all'inizio di rispettosa circospezione, poi (pur esprimendo stima per l'artista) un po' più esplicito, e alla fine francamente critico. Insomma, come musicista sarà stato grande, ma come Sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia, ha proprio toppato. Stiamo parlando di Luciano Berio, il quale risulta reo confesso del fatto che la "Santa Cecilia" del Parco della Musica, con i suoi 2.800 posti, sia l'unica grande sala del mondo senza un organo da concerto.

L'occasione di questa condanna è stata il convegno "Un organo per Roma" organizzato da Giorgio Carnini. Il maestro Carnini, battagliero organista, lavora da tempo perché anche Roma abbia un vero grande organo laico. Ce ne sono, organi, nelle tante chiese della città, ma in disuso, perché, a quanto pare, al dignitoso, austero, mistico organo i parroci preferiscono le suorine con le chitarrine (integrandole nelle occasioni importanti con formazioni di chierichetti con i bonghetti).

Insomma, il grande organo monumentale a Roma manca, come abbiamo visto, proprio dove dovrebbe esserci. E' successo nel 2002, quando era tutto pronto: Renzo Piano nel suo progetto aveva previsto lo spazio, critici e musici erano in trepida attesa, e pare che ci fossero perfino i contanti. Berio, fresco di nomina, mise il veto, anzi, un arrogante veto (parola di Paolo Isotta). Perché? Nessuno lo sa. Fra le feroci critiche dell'epoca, e forse in loro risposta, spunta una lettera che lui scrisse a Italia Nostra. Sembra la giustificazione di un alunno di prima media.

"Cara Italia Nostra, sì, avrei dovuto spiegare meglio le ragioni che mi hanno portato a sospendere il progetto organo...bla bla...decisione assai sofferta...bla bla...la tragica indifferenza del Vaticano alla musica in genere e all'esecuzione del grande repertorio organistico nelle chiese (vuol dire che era proprio il momento giusto per realizzare un organo laico - nota del Cav. Serp.)...bla bla...l'Accademia sarebbe felice di contribuire alla diffusione del grande repertorio organistico in condizioni più intime di quelle offerte da una spettacolare sala di 2.800 posti concepita per altri usi (in poche parole, secondo Berio la sala è troppo bella e grande per l'organo - altra nota del Cav. Serp.)...bla bla...". Per chi non lo sapesse l'imputato era l'ultimo di una stirpe di organisti.

Naturalmente affrontare il problema adesso, anche lavorando in agosto quando il Parco della Musica è chiuso, o di notte, è non solo molto più costoso ma anche burocraticamente complicato.

Philip Kleis, rappresentante di un'antica ditta di organari, che era presente, ci ha mostrato una serie di progetti uno più fantastico dell'altro. Funzionali e anche decorativamente bellissimi.

In chiusura abbiamo saputo, con un certo brivido, che un organo nuovo costa sui tre milioni...

A questo punto, visto che era il momento di sdrammatizzare, Carnini, confessando la sua appartenenza alla tifoseria giallorossa, ha invitato Totti perché, dopo l'inaugurazione del nuovo stadio della Roma, passi dalle parti dell'Auditorium per dare la sua benedizione anche al nuovo organo.


Ciao Gianni

Venerdì 20 al Teatro Studio, una serata di amici per ricordare Gianni Borgna, morto un anno fa. Elenco foltissimo di invitati. La serata, bisogna dirlo, si è trascinata; un po' per la mosciaggine del presentatore Barlozzetti, un po' per la discutibile idea di affidare ad attori, anche se bravi, lunghe, troppo lunghe letture di poesie e pagine di libri, alcuni dei quali decisamente sul funereo. Basti dire che per ultimo è stato scelto un brano del "Pasticciaccio". Già Gadda in generale è pesante, immaginarsi la dettagliata ricognizione, a inizio romanzo, del commissario Ingravallo sul cadavere della vittima.

Ci sfugge proprio ogni possibile nesso con Borgna e il suo sorriso.

Per fortuna ci ha consolato qualche buon intervento musicale; soprattutto la voce di Miranda Martino, che, anche se ha un'età veneranda che non vi sveliamo, mantiene tutta l'intonazione, il calore, il colore e soprattutto la potenza di una volta.

Ma la curiosità di tutti, fortemente venata di malignità, era di vedere con che faccia si sarebbe presentato il Presidente della SIAE, Gino Paoli, atteso come ospite d'onore per cantare in duo con Danilo Rea. C'era chi sosteneva che mostrandosi avrebbe testimoniato la propria estraneità ai fatti che sappiamo. E chi invece che non farsi vivo era un segno di estrema cautela, se non di vera e propria coda di paglia.

In ogni caso il Maestro non si è fatto né vivo né morto, e Rea ha suonato, peraltro benissimo come il suo solito, ma da solo. Crediamo che nei prossimi giorni ne vedremo delle belle. O delle brutte.


Un fenomeno

Classe 1938. Una voce più precisa di un bisturi. Interpretazione e ironia che sfidano il mezzo secolo, e oltre. Un repertorio di canzoni che avevano già in partenza tutte le doti per diventare quei successi che sappiamo: temi orecchiabili, astuti riferimenti a stagioni e piccoli fatti personali che non perdono mai di attualità. Infatti a ogni estate torna "Abbronzatissima", a ogni inverno "Sul cocuzzolo", e dovunque ci sia una festa, "I Watussi".

Lunedì 23 eravamo al suo concerto al Teatro Roma. Sul palco, anche la ex moglie, ex compagna di successi, ora ritornata a cantare con lui: Wilma Goich, più un bel gruppo di solisti. Due ore intense che ci hanno lasciato senza fiato e pieni di ammirazione.

Il nome? Scommettiamo che non serve.

 

 

                                             

 

 
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Quell'anima nera di vinile

Post n°319 pubblicato il 22 Febbraio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  23 febbraio 2015

   QUELL'ANIMA NERA DI VINILE


           Quell'anima nera di vinile

       8 febbraio, Music Day, mostra mercato del vinile. Lo abbiamo già scritto: il collezionismo, in generale, è un fenomeno per noi incomprensibile. Va bene raccogliere futuristi italiani o ceramiche etrusche (avendo i soldi) perché, se non si è tanto paranoici da chiudere tutto nel caveau di una banca, significa mettersi in casa un sacco di belle cose da guardare. Ma i vecchi LP!? Il disco è un supporto tecnologico che quando non è più nuovo funziona male, fruscii, scrocchi e salti di solco che rendono il suo contenuto inascoltabile. Allora si collezionano le copertine? Certo, le copertine dei vecchi LP, quelle sì, erano opere d'arte. A due, anche tre facce. Quell'anima nera di vinile che gli dorme dentro forse non è altro che una scusa.

Certo è un po' una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale, di costa, e lo si tira giù di rado, per un minuto, per riguardarselo, per mostrarlo a qualche amico fidato o a qualche rivale da ingelosire. Per non rovinarlo, probabilmente il collezionista neanche osa ascoltare il suo amato, raro vinile. E poi non ne avrebbe il tempo. Abbiamo calcolato che per suonare venticinquemila LP, che è il folle traguardo raggiunto da alcuni nostri amici maniaci, servono dodicimilacinquecento ore, ovvero cinquecentoventi giorni, quasi due anni senza fermarsi mai.

Gli basta sapere di averlo, l'amato vinile. Lì, al sicuro dentro la sua bella copertina.

Detto ciò, partecipare a questo evento che Francesco Pozone organizza due volte l'anno è un divertimento. Si rivedono amici e colleghi e si è informati delle novità di un mondo che, anche se vive nel passato, è gestito da giovani. E ci si stupisce delle incredibili valutazioni di alcune edizioni che a suo tempo noi abbiamo avuto fra le mani, e poi abbiamo regalato o addirittura buttato. (Meglio che non si sappia in giro: una notizia del genere potrebbe provocare un coccolone a qualcuno. D'altra parte se non ci fosse gente come noi, le rarità non sarebbero rarità, ma oggetti comuni).

Giovanni Tommaso e Bruno Biriaco hanno presentato il nuovo cofanetto del mitico Perigeo. Tommaso, che come sappiamo è il nostro migliore contrabbassista, è anche quello dei jazzisti italiani che ha più la faccia da americano, un po' maledetto. Una di quelle facce che starebbero bene in una foto anni cinquanta/sessanta, vicino a Dizzy, o a Charlie, in qualche Jazz Club semibuio.

Poi abbiamo festeggiato tutti insieme l'ottantesimo compleanno di Edda Dell'Orso. Timida e umile come persona, stratosferica come apparato vocale, è lei che ha dato un'impronta inconfondibile a centinaia di colonne sonore; più famosa di tutte: "Giù la testa".

C'erano anche Claudio Simonetti, Fabio Frizzi e Stelvio Cipriani, quest'ultimo noto fra gli amici per la sua narcisistica incontinenza verbale. In pochi secondi ci ha raccontato che negli ultimi tempi ha composto la musica su parole del Vangelo (Cipriani - Gesù di Nazaret), di Michelangelo (Cipriani - Buonarroti) e di Giovanni Paolo II (Cipriani - Wojtila).

Lya de Barberiis

Torniamo all'attualità. Martedì 17, ore 16.30. Le giornate si sono allungate un bel po', e ancora non c'è un accenno di buio. Anche se siamo a metà febbraio, ci sono diciotto gradi e l'aria è cristallina e balsamica. Nel centro di Roma da qualunque finestra ti affacci inquadri un capolavoro. Vicinissima la cupola di S. Maria di Loreto, un po' più in là, la Colonna Traiana e la Loggia dei Cavalieri di Rodi; sullo sfondo i Colli Albani, una ventina di chilometri e li puoi quasi toccare. Da un altro angolo, ma sempre con la Colonna sullo sfondo, questo tipaccio ci guata.

Siamo arrampicati al quinto piano del Palazzo delle Assicurazioni a Piazza Venezia. Qui l'Associazione Civita organizza oggi un incontro per presentare un libro sulla pianista Lya de Barberiis.

Si apre con un filmato d'epoca. Il nostro occhio pignolo è colpito da una trasandatezza frequente in queste manifestazioni: dopo, e anche prima del film, incombe dietro il tavolo dei relatori la inutile proiezione del salvaschermo del computer, in questo caso la classica collina verde sotto il cielo blu con nuvolette. E' brutto, e non è neanche difficile spegnerlo. Un click. Basta ricordarselo.

Apre l'incontro la forbita, perfetta introduzione di Gianni Letta, del quale siamo convinti che condivida con Padre Pio un dono soprannaturale: la bilocazione. E' dappertutto nello stesso istante e con la stessa inappuntabile eleganza e garbo. Naturalmente a un certo punto svanisce (questa volta, ci racconta, per raggiungere il Papa e il Presidente della Repubblica in Vaticano).

Fra un ricordo e l'altro dell'illustre scomparsa trova posto il doloroso sfogo del musicologo Agostino Ziino, al quale ci associamo in pieno, che denuncia lo scandalo dell'archivio musicale Rai. Di che si tratta è presto detto: la maggior parte delle registrazioni delle orchestre che agivano nelle sedi Rai e fuori (ora abolite, altro scandalo nello scandalo) sono state semplicemente buttate. La giustificazione di questo sacrilegio? Non c'era abbastanza posto sugli scaffali. Non siamo al livello dei nazisti (e adesso dell'ISIS) e dei loro roghi di libri, ma poco ci manca. Risultato, la drammatica rarefazione del repertorio italiano del '900: Malipiero, Casella, Petrassi...

Malgrado tutte le nostre cupole, le colonne e i fori, rimaniamo un Belpaese da terzo mondo.

Dopo un non indimenticabile concertino, a chiudere l'incontro ci pensa il cielo di Roma.

Le nuvole tiepolesche cominciano a diventare viola, l'azzurro si incupisce, le terrazze si accendono e i gabbiani si abbandonano alle loro volgari sghignazzate.

Il gabbiano reale, quello grande, che è arrivato negli anni '70 dal nord Europa e si è piazzato, trovandosi benissimo, anche da noi, si chiama "Larus Cachinnans". Il cachinno, come molti sanno è lo sghignazzo. Ed è proprio quello che il larus fa: sghignazza. C'è chi si chiede cosa avrà da sghignazzare, dato che si accoppia solo una volta all'anno e mangia rifiuti. Ma tant'è. Evidentemente a lui va bene, e sghignazza. Noi intanto scendiamo a livello strada, e ce ne torniamo a casa.


                                                

 
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Sanremo duemilaquindici - Puntate IV - V

Post n°318 pubblicato il 15 Febbraio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  16 febbraio 2015

  SANREMO DUEMILAQUINDICI

Puntate IV e V


                13 Febbraio - UNA MERAVIGLIOSA VECCHIA PAZZA

 

Pillola del TG 1. Lettore, immagina di essere un professionista che ha sudato per mesi a preparare uno spettacolo impegnativo come questo. Arriva un giornalista che chiede, in tua presenza, ai collaboratori e alla gente intorno come ti vedono, e questi rispondono, testuale: "Come Charlie Chaplin. Come un pelouche. Come Calimero, così piccolo e nero". Come reagiresti? Al tuo posto Carlo Conti ha finto di essere felice e contento. Questa è professionalità. Andiamo al Festival.

Nella prima puntata abbiamo criticato Conti per l'uso eccessivo e ripetuto di una parola. Bene, dopo essere stati testimoni (insieme a 15 milioni di altri italiani) con crescente stupore e ammirazione della scarica di disinvoltura, spirito, padronanza della scena di Ornella Vanoni, dobbiamo usarla, quella parola. Ornella è una MERAVIGLIOSA vecchia pazza. (E' Virginia Raffaele, lo sappiamo, ma l'imitazione è così ben fatta che abbiamo voluto esagerare l'omaggio alla genialità di Virginia continuando a chiamarla Ornella).

E invece, che immagine di dignità serena, tanto a proprio agio da mettere a disagio il perfetto Carlo Conti, che a un certo punto non sapeva più bene come congedarlo, e infatti lo abbiamo visto per la prima volta incerto. Parliamo naturalmente di Sammy Basso, il diciannovenne malato di progeria, che vive in un corpo di ottantenne.

Spesso noi anziani pensiamo e ci raccontiamo quanto sarebbe bello tornare ai vent'anni, ma mantenendo il cervello e l'esperienza che abbiamo adesso. Un sogno, naturalmente, della cui irrealizzabilità ci consoliamo perché comunque il nostro tempo lo abbiamo vissuto. E invece che ingiusta tragedia quella di uno come Sammy che vive (e non può neanche illudersi che sia un sogno dal quale potersi svegliare) con la mente di un ragazzo nel corpo di un vecchio, che non potrà ospitarlo ancora per molto perché sta per morire. A diciannove anni!

Una testimonianza così intensa ha gettato un'ombra, peraltro meritata, sulla successiva scenetta comica di Gabriele Cirilli. Battute su mogli e suocere e sulla paura di volare. Solita robetta.

E finalmente arriva quella che il presentatore definisce un'eccellenza italiana. Un jeans e una maglietta (più un paio di Superga e un sacco di capelli). Suona un motivetto insignificante, fa un discorsetto new age a base di amore e comprensione, un po' di umiltà e tanta semplicità, si tira i riccioli e si aggiusta gli occhiali sul naso.

Abbiamo raccolto con devozione, perché lo consideriamo un vero genio dell'autopromozione, quello che in varie occasioni, ha detto di sé stesso: "Travolto dalla musica abbandono ogni difesa, e, fragile ed emotivo, guardo il mondo col cuore di un bambino. La mia evoluzione giunge qui all'ingenuo e sublime incanto"... "La musica mi arriva in testa già strutturata"..."Mentre dirigevo il concerto, saltellavo giulivo davanti all'orchestra". Travolti anche noi da un irresistibile imbarazzo di fronte a questa scarica di scemenze (non dimentichiamo che il nostro non è un teenager con turbe adolescenziali, ma uno scaltro ultraquarantenne), non possiamo fare a meno di spiattellarvi il nome del responsabile: Giovanni Allevi!

E con questo chiudiamo la serata, ma non senza chiederci: quanto tempo passerà prima che Giovanni Caccamo si cambi il cognome?


                                       ------------------------------------------


                                     14 Febbraio - CINQUANTA SFUMATURE DI BRONZO


Festival start. Finalmente dopo anche troppi riferimenti all'abbronzatura, chiaramente artificiale, del conduttore e di altri, è arrivato il vero nero: Will Smith, così la piantiamo con le cinquanta sfumature di bronzo.

Dentro una torta di fragole camuffata da albero di natale semovente e sbrilluccicante si presenta in scena, camuffato da Renato Zero, Panariello. Anche lui fa battute sul fisico delle politichesse, sulle troike da pagare o no, sui testi ambigui delle canzoni, ma avendo un'esperienza, una tenuta, e un livello comico ben superiore, anche se adopera gli stessi ingredienti, i suoi timballi risultano molto più gustosi di quelli insipidi di Cirilli, scotti di Luca e Paolo, rancidi di Siani.

E poi, col fatto che sbeffeggia Schettino (quando morirà, all'inferno è probabile che non ci arrivi mai: riuscirebbe a far naufragare anche la barca di Caronte), guadagna la nostra totale simpatia. Perché, se fra le eccellenze italiane ci hanno messo Allevi, come è successo ieri, forse c'è un posto, in fondo, anche per il Comandante. Naturalmente stiamo esagerando l'accostamento e i termini del paragone: uno è solo innocuo, l'altro è laidamente pericoloso, ma sono entrambi degli impostori.

Fin qui tutto bene. La chiacchierata con Will Smith va bella sciolta, con l'aiuto della prontezza dell'americano, della sua bella presenza e delle risate (di tanto in tanto fra i due il più chiaro effettivamente risulta Smith, saranno le luci?). Ottima la reazione al dramma di Conti quando si è guastato il tabellone della classifica, e davvero professionale la sua disinvoltura. Immaginiamo il panico da controllare, ma ci è riuscito benissimo.

Insomma, stavamo al livello alto della prestazione scenica, e poi...(ma che bisogno c'era, ci siamo chiesti), siamo precipitati di nuovo all'oratorio con le scenette di San Valentino: troppe, troppo lunghe, troppo volgari, troppo forzate; inutili. I responsabili (oltre agli autori dello spettacolo, certo): tali Marta & Gianluca, da aggiungere di diritto alla lista dei cuochi che il timballo lo fanno molto peggio di Panariello. Troppo salato, diremmo.

Letterine delle vallette, lacrimuccia di Rocìo e buonanotte ai suonatori.



                        

 

 
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Sanremo duemilaquindici - Puntate I - II - III

Post n°317 pubblicato il 15 Febbraio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  16 febbraio 2015

  SANREMO DUEMILAQUINDICI

Puntate I - II - III

                       10 Febbraio - L'AMATRICIANA CON L'AGLIO

 

Sì, perché l'ultima notizia del TG 1, prima dell'Evento, riferiva la secca smentita del Consiglio Comunale di Amatrice con in testa il sindaco: "No, nel sugo all'amatriciana non ci vuole l'aglio!" Questo per controbattere la blasfema dichiarazione di senso opposto dello chef Cracco, che aveva generato non poche preoccupazioni fra i buongustai italiani.

Chiarito questo punto fondamentale, rimaniamo su RaiUno e passiamo al sessantacinquesimo Festival di Sanremo che inizia con una breve intervista a un barbiere in ghingheri e panama e a una pingue matrona: Al Bano e Romina.

Poi, interrotta da un indecente numero di annunci pubblicitari, attacca l'Anteprima Sanremo.

Carrellata (finalmente un montaggio veloce e moderno, anche se lungo) sui personaggi del festival. Ci hanno colpito i denti ferrati di Malika Ayane (sempre pensato che quella protesi fosse un fatto adolescenziale) e una bella patacca di grasso sulla camicia di Platinette. Non fa niente. I personaggi sono, ognuno per il suo verso, abbastanza robusti da reggere queste piccolezze.

Comincia lo spettacolo. Come da tradizione si ripetono i tempi lenti e imprecisi, le pause lunghe, gli attacchi in ritardo; il presentatore che a un certo punto chiama un rullo di tamburo, e il batterista chissà a cosa stava pensando perché non risponde, e lui, veloce: "Ma ce le hai le bacchette?" Insomma le solite cose all'italiana.

Conti, bisogna dirlo, a parte il vezzo, che a un certo punto diventa fastidioso, di ripetere mille volte "meraviglioso", è bravo, prontissimo e mai volgare.

E siamo al primo momento di estasi nonché a un'altra botta di oratorio parrocchiale.

Appare sul palco la famiglia Anania di Catanzaro: marito, moglie e sedici figli. Alle prevedibili domande sul perché di una famiglia di quelle dimensioni, il paterfamilias ringrazia Dio e dichiara che la sua figliolanza la deve allo Spirito Santo. A questo punto ci è venuto il sospetto che i coniugi Anania non abbiano chiara la differenza fra coito (umano) e intervento (divino).

Tiziano Ferro, in impeccabile papillon, canta con il suo simpatico sorriso, mentre dietro di lui torreggia una specie di Mastrolindo gigante con violino fra le braccia, giacchetta striminzita e jeans da barbone. Come mai uno in smoking e l'altro in stracci?

Ma arriviamo al vero momento di abiezione. L'entrata in scena di un personaggio obbrobrioso; il classico servo insolente della commedia dell'arte, il guitto che ridacchia dopo aver detto la battuta, che sfotte i compagni di lavoro insultandoli per far ridere il pubblico, forte della protezione del microfono che ha in mano e del palco che indegnamente calpesta.

Per prima cosa offende un bambino grasso chiedendogli come riesce a entrare nella poltrona. Poi si dedica ai musicisti dell'orchestra, puntando comunque e sempre sul difetto fisico (pelata, statura, ciccia): un classico. Infine scivola nella vera volgarità quando, verso la chiusura del suo troppo lungo intervento (12'), la butta sul patetico, cambia registro, si mette a piagnucolare e a chi manda il suo pensiero nell'alto dei cieli? Ma a Pino Daniele, naturalmente! Applausi lacrimosi.

Non vorremmo che vi sfuggisse il nome di costui: Alessandro Siani. 

Avanti intrepidi. Cantano Romina e Al Bano. A Conti non riesce la progettata rappacificazione fra i coniugi litigati. La figura della zitella stizzosa comunque la fa Al Bano, mentre alla rubiconda Romina sembra non gliene importi gran che.

Siamo in chiusura. Ma non prima di aver registrato un terzo momento di schietto livello parrocchiale: il numero dei tre giornalisti finti che fanno le domante. Battutacce, doppi sensi, ammiccamenti. Squallore.

E finalmente, per chiudere davvero, arriva per bocca di Conti un annuncio che supera ogni decenza: Alessandro Siani devolverà il compenso per la sua prestazione a due ospedali pediatrici, uno di Genova, ci pare, e uno di Napoli.

Eh? L'avesse fatto sapere prima forse avrebbe guadagnato un po' della nostra stima, ma detto a fine trasmissione, dopo che qualcuno gli avrà fatto notare la sua cafonaggine, fa l'effetto di una bella toppa piazzata su uno strappa irrammendabile.

Quando uno è guitto, guitto rimane, non c'è niente da fare.


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                  11 Febbraio - DONNA BARBUTA SEMPRE PIACIUTA

 

Superfluo specificare di chi si tratta. Prima di andare a raccontare lo spettacolo, ci pare giusto fare le nostre più vive congratulazioni alla donna barbuta di stasera. Non tanto per la canzone che ha cantato, un pezzo commerciale niente male e con un bell'arrangiamento, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d'arte, bisex e bilingue.

In Sudamerica "concha" vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita, sta per fighetta. In tedesco "wurst" significa salsiccia, come sanno tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano indicativi: Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.

Seconda puntata. Avanti di un giorno e indietro di cinquant'anni nella formula blanda e funzionante, formato famiglia. Solita scenetta parrocchiale Conti-Caizzi con smorfie e occhioni sgranati, tanto per far capire bene al pubblico quando ridere. Anche stasera quantità esagerata di pubblicità. Se ci regge il fisico, domani promettiamo di contare gli spot.

Superate di corsa le prime canzonette arriviamo alla comparsata di Joe Bastianich, il superchef, di fronte al quale Conti, l'inappuntabile, discreto Conti fa una lieve scivolata. Lo chef accenna a un piatto americano molto popolare: spaghetti with meatballs, che vuol dire spaghetti con polpette. Ma la parola inglese può essere maliziosamente tradotta letteralmente con "palle di carne". E qui il nostro non ha resistito: "Ma sono solo due?" "No, sono di più" risponde l'ignaro Joe. "Ah, meno male, perché se erano solo due..." Prevedibili sghignazzate del pubblico; poi Conti per fortuna si riprende.

Rocìo fa la spiritosa da copione, ma con l'espressione tesa della brava studentessa che non vuole sbagliare l'interrogazione. Certo è proprio bella. E alta.

Come Charlize Teron, bella e alta anche lei, ma (è un'attrice professionista) molto più rilassata. Chi è decisamente simpatica; di più: simpaticamente ruspante è Emma, che sembra non prendersi mai troppo sul serio, rara e pregiata caratteristica in quell'ambiente.

Sotto il monologhino comico di Angelo Pintus confessiamo di esserci appisolati per risvegliarci, per fortuna, verso la fine dell'inqualificabile marcetta dei Soliti Idioti.

Fiacchissimi i Boiler che replicano il numerino dei tre finti giornalisti. Davvero pietosi: dialetto, smorfie e parrucche. Il comico, quando c'è, dovrebbe reggere senza questo patetico armamentario.

Di Conchita Wurst abbiamo già detto; c'è da aggiungere che riesce a essere nello stesso ambiguo momento un bell'uomo coi capelli lunghi ed elegante abito femminile, e una bella donna senza finte poppe, ma con barba vera. E canta pure bene.

Sorpresa finale con Javier Zanetti, che dimostra con lo spirito e i tempi giusti del parlare che il vecchio tipo dello sportivo mezzo intronato è proprio estinto.


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                                                 12 Febbraio - PUBBLICITA'!

 

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Ma procediamo con ordine. Nell'insertino del TG 1, Luca e Paolo, di cui avevamo già notato la delicatezza in passato, ci comunicano che stare sul palco di Sanremo li fa cagare addosso. Prosit.

Momento di brivido marinaro quando Conti (sulla cui faccia non è mai apparsa, da quando lo guardiamo, la più piccola goccia di sudore; e questo è davvero autocontrollo ai massimi livelli, oltre a una bella tenuta epidermica o magari qualche fondotinta segreto) rivendica l'onore e l'onere di comandare la nave del festival. Attenzione, proprio in questi giorni la figura del comandante di nave, anche se simbolica, è parecchio screditata, e sappiamo chi ringraziare.

Arriviamo al bel collegamento con la Cristoforetti dallo spazio, che è una doppia lezione: di fisica e di spettacolo. La prima non l'abbiamo capita. Perché fra la domanda di Conti in studio e la risposta di lei dal satellite passano almeno cinque secondi di silenzio? Eppure il segnale elettrico che trasporta la voce e l'immagine viaggia alla velocità della luce. Ci dev'essere qualche fatto tecnologico che ci sfugge. Non ci sfugge invece il disagio che in uno spettacolo rappresentano cinque, solo cinque secondi di silenzio. Un'eternità.

Cantano insieme una delle cover in gara Grazia Di Michele e Platinette. Non ce ne voglia quest'ultimo ma come uomo in vesti femminili trasforma in triste macchietta quella che per Conchita Wurst rimane una forse ambigua ma indiscutibile eleganza. Per chiarire meglio, lo sappiamo benissimo che lui, con la sua indubbia intelligenza, lo fa consapevolmente e in maniera ironica, ma a guardarlo con quel panzone e la parrucca si prova comunque una certa patetica malinconia, mentre per Conchita no. Lei è qualcosa. Qualcosa di serio e per niente patetico. E' una o uno (non importa) in un certo senso normale.

Cominciavamo a preoccuparci: come, siamo già alla terza puntata e ancora non è arrivata? Non avranno mica deciso di eliminarla? Invece eccola, recitata, si fa per dire, da Luca e Paolo, l'attesa, l'ovvia, l'inevitabile scenetta gay! Uno degli stereotipi dello spettacolo popolare più duri a morire. E comunque, gay o no, tanto per rimanere nello schema, anche questa finisce con il prevedibile vaffanculo. Però ci è sembrato che il pubblico fosse più freddino del previsto. Hanno riso meno. Buon segno: forse stiamo uscendo dall'adolescenza parolacciaia.

E finisce anche la terza serata. Breve giro su facebook e scopriamo un'ondata di indignazione, che condividiamo, per la bocciatura istantanea di Serena Brancale, ottima jazzista (questa dev'essere la ragione) e con un buon pezzo. In questo caso l'esclusione è un vero e proprio riconoscimento. Quindi va bene lo stesso. Anzi, meglio.


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Indagine psico-zoologica

Post n°316 pubblicato il 08 Febbraio 2015 da torossis

 

 IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 9 febbraio 2015

   INDAGINE PSICO-ZOOLOGICA


Sironi e il Criticus Constrictor

Tutti abbiamo visto nei documentari l'elegante e ipnotico boa constrictor che si avvicina alla preda inspiegabilmente indifferente al pericolo (è qui che lavora l'ipnosi), la cattura nelle sue spire, la stritola e poi se la pappa in un boccone.

Martedì 3 al Vittoriano, presentazione del libro "Mario Sironi, la grandezza dell'arte, le tragedie della storia". Il boa, anzi il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, uno dei più pericolosi intellettuali ipnotizzatori in circolazione; la preda: l'autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni.

Non c'è niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, la elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo le leggende dello sciamano accanto al fuoco.

Ecco la depressione cronica, l'artrite, l'incapacità di Sironi a mantenere gli impegni con il suo gallerista, con conseguente causa persa e obbligo di risarcimento da parte del poverissimo artista, che diventa ancora più povero, ma a un certo punto riceve una piccola eredità che lo mantiene a galla per un po'. E poi incontra la Sarfatti che gli spiega quello che sta facendo. Ma continua a essere perseguitato dalle tasse (dietro c'è la mano del bieco Farinacci.)

Arrivati a questo punto della storia sono passati senza che ce ne accorgessimo 58 minuti (cronometro alla mano). Quasi un'ora di ipnoterapia.

Strinati momentaneamente rinsavisce e ammette che all'inizio aveva progettato un dialogo con l'autrice, ma poi, com'è come non è, è scivolato nel monologo. Si dichiara pentito. Subito dopo però, trascinato da se stesso, e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti gli altri tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici i quali trovavano la sua produzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c'è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.

Sono passati altri venti minuti. Qualche mormorio fra il pubblico, e finalmente le spire del Criticus Constrictor si allentano e l'autrice rifiata e chiude l'incontro con poche frasi che ci sono sembrate un po' stremate e forse anche un po' risentite.

Possiamo dire che non ce ne importa un gran che? Stiamo leggendo il libro, e la Pontiggia attraverso le pagine ci parlerà con il tempo che ci vuole. In compenso abbiamo vissuto il grande piacere di farci (se pure a distanza di sicurezza) anche noi incantare.

 

Un grande timido?                                                                                       

 Mercoledì 4 alla Fandango Incontri. Presentazione del libro di Alberto Tovaglieri: "La dirompente illusione, il cinema Italiano e il '68". Naturalmente, ospite d'onore è il figlio di quell'epoca: Marco Bellocchio. Non lo riconosciamo nelle prime immagini: ha sempre la faccia nascosta dalle mani. Per la foto segnaletica è stato necessario aspettare che gli dessero un microfono. Ma anche con quell'attrezzo a disposizione è tutto un mmmm, beh, mah; e in coda ad alcuni suoi interventi chiude con un forse timido, certo poco comunicativo "basta".

Magari lui non è proprio così. E' che di sicuro è passato attraverso questo tipo di routine chissà quante volte e deve averne fin sopra i capelli. I tre che lo circondano, oltre all'autore del libro, che lo sommerge di domande ingarbugliate e un po' pedanti, sono Stefania Parigi, che modera dietro il sorrisetto forse saccente, forse mondano, di sicuro compiaciuto e complice di chi ne sa qualcosa di più perché fa parte del gruppo degli eletti. Il terzo, Christian Uva, è sobrio.

Una tripletta di quel genere di critici che, dopo aver approfondito il personaggio, sono sicuri di saperne di più di lui e gli attribuiscono valori e intenzioni che forse non si è mai sognato di avere. Insomma, che un po' si bagnano nel riflesso della star.

Con il bel sottotono di chi non ha bisogno di mettersi in mostra, Bellocchio racconta, fra tante altre cose, di aver fatto, nel '65, "I pugni in tasca" solo seguendo il suo estro senza chiedersi a quale movimento o tendenza fare riferimento. Poi, insieme al '68, è arrivato tutto il resto: l'attribuzione a movimenti e tendenze, il successo, l'ingresso nella storia del cinema, i trattati, ecc. ecc.


P.S. Impossibile sottrarci all'irresistibile tentazione di segnalare un paio di delizie serviteci, come si suol dire, su un vassoio d'argento da stampa e TV negli ultimi giorni.

Ventuno. I colpi di cannone che hanno accompagnato l'elezione del Presidente della Repubblica. Forse ci avete fatto caso, forse no ed è un peccato: tutti, ma proprio tutti, giornalisti, cronisti, commentatori sono stati ben attenti a specificare che i colpi erano a salve. Ma secondo loro qualcuno di noi poteva pensare che i cannoni del Gianicolo fossero caricati a proiettili perforanti, o magari incendiari? Tanto più che, dato l'alzo, risultavano puntati precisamente sul Palazzo del Quirinale.

No, l'oroscopo no! La faccia di Renzi, quando, a metà della sua brillantissima e implacabile ospitata a Porta a Porta, gli hanno fatto l'oroscopo! Si è trattenuto, naturalmente, nascosto dietro il suo solito sorrisetto, ma a guardarlo bene sembrava che avesse davanti Vanna Marchi. La vecchia Italia credulona pilotata da quel furbacchione di Vespa e il giovane manager efficiente e perplesso di fronte a tanta scempiaggine. Impagabile.


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L'archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

 

 
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Tre tipi tosti

Post n°315 pubblicato il 01 Febbraio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    2 febbraio 2015

    TRE TIPI TOSTI


Harold Bradley

Lunedì 26 gennaio. Sul jazz, Adriano Mazzoletti è senza dubbio l'archivio vivente più completo che abbiamo in Italia. Saggi, libri, un'immensa enciclopedia, innumerevoli trasmissioni radio e TV; insomma, come lui non c'è nessuno.

Sua l'iniziativa di riunire in una serata al Teatro dell'Angelo alcuni vecchi leoni di cui sentiamo parlare da sempre. Praticamente un revival degli anni 80, ma anagrafici, non da calendario.

Harold Bradley (appunto 85 anni) cantante di blues e gospel, nero americano che vive dalle nostre parti da più di mezzo secolo ma quando parla ha ancora un accento da macchietta.

Dino Piana (anche lui 85 anni), trombonista di grande livello, rappresentante di quell'eleganza all'inglese che caratterizzava i jazzisti italiani della sua generazione: giacchetta attillata, colletto alto e cravatta, scarpe lucide e impeccabile piega ai pantaloni.

Gianni Coscia (un po' più giovane, solo 84) fisarmonicista piemontese, come ha tenuto a rimarcare più volte, e molto più pittoresco. Due secoli e mezzo in tre. E poi c'erano colleghi normalmente cinquantenni, e perfino un trio il cui pianista di anni ne ha solo diciassette.

Il teatro un po' sgangherato, la fonica piuttosto avventurosa e le poltrone tutt'altro che anatomiche, non hanno impedito all'evento di diventare una piacevole riunione fra vecchi amici.

Raccontando al microfono la storia della segregazione e della successiva emancipazione dei musicisti di colore, Mazzoletti ha prodotto un'interessante riflessione, non musicale ma sociale.

La ragione, ha detto, per cui l'America è riuscita a scegliersi oggi un presidente nero, sta (non solo, naturalmente, ma anche) nel suono non domestico del nome di Barack Obama. Se si fosse chiamato, mettiamo Tommy Williams, questo nome anglosassone avrebbe richiamato in modo ancora troppo vicino e sensibile la sua discendenza da antenati schiavi, i quali al momento dell'emancipazione prendevano appunto il nome dai loro padroni. Non ci avevamo mai pensato, ma ci sembra sensato.


 Mauro Ottolini da Bussolengo (Vr)

Martedì 28, mattina, Spazio Ascolto del Parco della Musica. Mauro Ottolini presenta il suo CD "Musica per una società senza pensieri", prodotto dalla PdM Records.

Il maestro Ottolini, gesticolante a sinistra (una sorprendente somiglianza con Alexandre Dumas, a destra), è un superentusiasta del suo lavoro di contaminatore musicale, tanto è vero che nel CD ci sono brani cantati in dodici lingue, dall'arabo al finlandese, suonati su strumenti normali, etnici o immaginati per l'occasione: conchiglie, pietre sonore, sax di bambù e simili, articolati in modi e scale di ogni genere, con audaci artifizi (sfuggitici) per aggirare l'ostacolo dei microintervalli.

Il problema di questi entusiasmi è la tendenza, evidentemente irrinunciabile a debordare. I brani sono tutti lunghissimi, farciti di ogni genere di sonorità e colori, pieni di cambiamenti di atmosfere, di invenzioni, di salti d'umore. Bulimia musicale.

La conferenza stampa è durata quasi un'ora e mezzo, con gli ascolti, che sono indispensabili quando si parla di musica, protratti per troppi compiaciuti minuti (con il rischio di bruciare il CD), durante i quali abbiamo sorpreso più di un giornalista con lo sguardo perso nel vuoto, sbadigli soffocati o, peggio, sbirciate neanche tanto furtive agli orologi, mentre il maestro se ne stava adagiato in poltrona, in preda a una legittima beatitudine e inconsapevole di questi limiti temporali.

Tutta roba bella e interessante, intendiamoci, ma l'indigestione è sempre in agguato.

(Piccola digressione da Wikipedia, che volendo si può anche saltare: l'odierna Bussolengo, patria di Mauro Ottolini, era, intorno all'anno mille, conosciuta come Gussilingus, e il suo signore era il nobile Garzapane. Fa ridere, ma pare che sia storia vera).


Sandro Cappelletto

Martedì 28, pomeriggio, Sala Casella, Filarmonica Romana. Qui si vola alto.

"Fortissimo nel mio cuore", Schubert, l'ultimo anno. Titolo e sottotitolo del recente libro di Cappelletto, presentato dall'autore, il quale, oltre a essere un sopraffino musicologo, è un perfetto entertainer. Bella voce profonda, pause e accenti giusti, senso dell'umorismo e della misura. Doti sconosciute al direttore dell'Istituto Austriaco di Cultura che gli sedeva a fianco e che ha letto, manifestando a ogni parola le carenze di cui sopra, un lungo discorso con una bella cadenza crucca.

Inutile entrare nei dettagli: c'è solo da aprire il libro. Sul palco si è raccontata l'omosessualità, non dichiarata ma più che probabile, di Schubert, vissuta come un male vergognoso nella Vienna dell'epoca; la sifilide contratta certo in modo peccaminoso che di lì a poco lo avrebbe ammazzato; il caratteraccio, e la difficoltà per gli amici a portarlo in società, data la sua tendenza a ubriacarsi e a puzzare per la scarsa igiene. Però si è anche evocata una fratellanza con Leopardi, suo sfortunato (e, si dice, altrettanto puzzolente) coetaneo e contemporaneo.                                                                      

Ha chiuso l'incontro l'amico Marco Scolastra squisitamente sfiorando, o robustamente percuotendo a seconda della necessità artistica, la tastiera per noi.

Ma non finisce qui. Con il suo consueto sense of humour, Cappelletto, in coda allo sterminato numero di opere dedicate al musicista, ha citato quella che vince il premio del kitsch: il film "Angeli senza paradiso", anno 1970, del giustamente dimenticato regista Ettore Fizzarotti, con Al Bano nella parte di Franz e Romina in quella della contessina Anna. Se ne trovano pezzi su You Tube. Noi siamo andati a guardarceli, e ve li consigliamo. Meritano.


                                          


 

 
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Piccole amarezze contemporanee

Post n°314 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   26 gennaio 2015

 PICCOLE AMAREZZE CONTEMPORANEE


Ad Spem Veterem.

Era il nome della zona di Roma imperiale a cui arrivavano, si mescolavano, si scavalcavano, si intrecciavano la maggior parte degli undici acquedotti che portavano in città una quantità impressionante di acqua dai colli a sud est, scorrendo sotto terra, su ponti, su arcate, con un insieme, ancora in parte visibile, di affascinanti strutture architettoniche.

Bene, questa stazione di arrivo e di incrocio delle acque antiche è oggi (approssimativamente,      aggiungiamo a uso degli amici archeologi) Piazza di Porta Maggiore, un clamoroso insieme di archi trionfali, pilastri di tufo, canali tagliati nella muratura, selciato antico. Insomma, quello che potrebbe essere un parco archeologico assolutamente unico.

Solo che l'incrocio degli acquedotti è stato integrato da un intreccio ingarbugliato di auto, moto, bus, tram e trenini, alcuni dei quali vetusti quasi quanto le mura sotto cui passano fischiando ancora come le vaporiere dell'ottocento. Potrebbe anche essere una esemplare convivenza di antico e (quasi) moderno. Però l'esistenza, appena fuori della cinta delle mura di quartieri poveri, e più in là di borgate, ha trasformato la piazza in una specie di sala d'attesa per extracomunitari poveri, un limbo male frequentato, e ridotto più o meno a una discarica. Gli archi sono per fortuna ancora in piedi ma guardano dall'alto un mare di automobili, di gente e di immondezza.


Mura Aureliane Uno - Immondezza spontanea

Lungotevere Testaccio: l'unico punto in cui sopravvive un avanzo di quel tratto delle Mura Aureliane che correva lungo il fiume. In realtà sono pochi metri di muro e una piccola torre di mattoni. Pur sempre roba di venti secoli fa.

Evidentemente i duemila anni di storia non sono stati sufficienti a intimidire i writers testaccini che hanno ben bene imbrattato di vernice blu i ruderi. E ancora peggio, lo spazio sotto la torre è diventato un parcheggio a lunghissimo termine di carrettini e ferraglia abbandonata, probabili avanzi dell'epoca lontana in cui era ancora in funzione il vicino mattatoio, con relativo commercio ambulante di frattaglie (da cui si rifornivano le trattorie della zona specialiste in cucina povera romana: trippa, animelle, pajata).


Mura Aureliane Due - Immondezza istituzionale

Via del Campo Boario: qui le mura e le torri riacquistano tutta la loro imponenza, ma noi non riusciremo mai a passeggiare alla loro ombra, perché tutta questa zona, fino al Tevere è assolutamente off limits.

E' terra di conquista e quartier generale dell'AMA, l'Azienda che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti di Roma, come si riconosce all'olfatto fin da lontano.

Perché questa attività, benemerita certo, ma non così nobile, sia stata concentrata proprio qui, a ridosso di uno dei tratti meglio conservati delle mura, è un assoluto mistero che temiamo rimarrà dietro le sbarre e a noi non svelato fino alla fine dei tempi.

Ora che tutto il trasporto e il trattamento dei rifiuti è meccanizzato, crediamo che non sarebbe così difficile trovare un altro spazio a portata di camion in una zona meno storica. Mah.


S. Silvestro in Capite - Il vasetto del sacrestano

Vicino a un grande fatto architettonico o sacro c'è sempre un piccolo uomo: il custode, il sacrestano.

E con quale elemento manifesta la sua presenza? Con il vasetto di fiori, con una piantina, qualcosa insomma che neutralizzi la maestà, la grandiosità dell'elemento artistico, la sua importanza storica, e testimoni in modo rassicurante la condivisa piccolezza di chi lo custodisce.

Fra l'altro, siccome sono spesso in cortili bui o in recessi nascosti, le piantine non manifestano mai troppa salute: sono gracili, pallide, smunte.

Qui siamo nel cortile della chiese di S. Silvestro in capite, accanto alla posta centrale, dove sono raccolte basi di colonne, frammenti di bassorilievo, colonne intere, bei pezzi, insomma.

Testimonianze di arte romana.

E il vasetto del sacrestano



                                     

 
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Assenti (in)giustificati & Alzheimer

 

 IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   19 gennaio 2015

 ASSENTI (IN)GIUSTIFICATI & ALZHEIMER

 

James Taylor

Questo signore, che sembra un contabile americano sulla sessantina, è uno che ha scritto parecchie belle canzoni, ha venduto cento milioni di dischi, ha vinto non si sa quanti premi, e ci aspettava al Parco della Musica lunedì 12 per parlare del suo prossimo tour in Italia. Per la verità siamo noi che abbiamo aspettato lui, e dopo oltre mezz'ora, eravamo ben bene irritati, anche perché siamo abituati alla puntualità degli americani. Poi è apparso, si è garbatamente scusato, ha esordito dichiarando il suo grande amore per l'Italia e ha parlato dei suoi frequenti viaggi e dei molti amici che ha da queste parti. Ma l'unica cosa italiana che è riuscito a dire è stata "grazi".

Come mai questi che ci amano tanto, poi non imparano neanche una parola nella nostra lingua?

Comunque è stato molto carino. Ha parlato lento e ponderato come uno zio saggio (forse per farci capire tutto), ha detto cose sensate, anche politiche, senza sbilanciarsi, ha affrontato serenamente le domande. A Molendini che gli chiedeva se per lui era più facile scrivere musica negli anni '70 che adesso, ha risposto: "Sì, ma non perché il mondo di adesso è diverso da quello degli anni '70, è perché sono diverso io". E poi se n'è andato.

 

Assenti (in)giustificati

Martedì 13, Auditorium dell'Ara Pacis (qui vista attraverso l'anello di Beverly Pepper). "Descriptio Romae - Banca dati sulla Roma sette-ottocentesca", presentazione di un progetto di grande interesse: mettere a disposizione sul web una summa di tutte le carte catastali e topografiche di Roma prima dell'unità d'Italia.

Appello per i saluti d'apertura. Prof. Panizza, Rettore di Roma Tre: "Assente!" Lo sostituisce un signore noioso che va un po' per le lunghe. Prof. Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino: "Assente!" Lo rimpiazza uno noiosissimo che, dichiarando a ogni passo: "Ho parlato anche troppo", va avanti per interminabili minuti a base di ehm, che dire, però, che, che, che, ma, ma, ma, fino a consegnarci stremati fra le braccia di un terzo signore che fa le veci dell'Assessore Marinelli, assente anche lei, il quale, per fortuna, promette e mantiene il classico "Sarò breve".

Una bella lista di lavativi. A scuola li avrebbero bocciati tutti.

Finalmente arriva il documentario dell'amico Raffaele Buranelli. Molto ben fatto, chiaro, informato, poetico. Una boccata d'aria, aria de Roma, ma...

Ma, proprio qui, nella colonna sonora (garantiamo sulla non colpevolezza del regista), abbiamo trovato un esempio di quella che si può giustamente chiamare la maledizione del marchio. Presto spiegata: dal commento musicale spunta l'adagetto della Quinta Sinfonia di Mahler, un tema di straziante bellezza, qui benissimo usato per commentare le immagini di Roma distesa e fascinosa.

Se non che, come molti certamente ricordano, questo brano, di sicuro il più felice di quel noioso compositore, emergeva da protagonista in una delle sequenze più tragiche di "Morte a Venezia" di Visconti; dopo di che, oltre che famosissimo anche fra i profani, è diventato il marchio musicale di atmosfere decadenti e funeree, come quella del racconto. E così ormai è bruciacchiato: bello, certo, ma utilizzabile a rischio perché associato per sempre a quel mondo, a quella storia. Forse un destino ingiusto, ma, come dire, mal comune...: la sigla di Quark (Bach, aria sulla quarta corda), Arancia Meccanica (Beethoven) il detersivo Ajax (la Carmen di Bizet), eccetera eccetera.

 

I mercoledì dell'Alzheimer

14 gennaio. Appena ci arriva la segnalazione di questo incontro mensile alla Libreria Fandango, ci precipitiamo sul posto ridacchiando sotto i baffi. Convinti che si tratti di una burla, ci affacciamo alla sala, preparati a incontrare un bel gruppo di anziani intellettuali occupati a sfoggiare le loro brillanti doti con la scherzosa copertura di quel nome che un po' fa ridere, e un po', comunque, fa paura.

Una delle organizzatrici ci saluta: "Lei è un accompagnatore, o...?" Facile immaginare come questo esordio ci abbia prima chiarito la situazione, poi suggerito non pochi dubbi sulla vivacità della nostra espressione.

E ci siamo trovati in una vicenda seria, organizzata dalla ABC per la Regione Lazio, in cui l'Alzheimer era un fatto vero, e non uno scherzo. Un bel numero di figli e nipoti impegnati con un altrettanto folto numero di vecchi smarriti, a cui togliere il cappotto o farli sedere a comando, con quel tono tra il condiscendente e il bamboleggiante che si usa spesso con i bambini e con i vecchi per farli stare tranquilli. Ci è venuto in mente che nei loro panni noi reclameremmo il diritto di essere tranquillamente furiosi, ma poi ci siamo anche detti che in quelle condizioni non si è mica più tanto autonomi né di fare né di pensare.

Te, pasticcini e intrattenimento artistico. Consistente nella presenza di un bravo musicista curdo-persiano, che ha dimostrato gli strumenti ed eseguito musiche tradizionali del suo paese, di cui l'animatrice continuava a sottolineare il carattere meditativo e il potenziale ipnotico (a un pubblico che di essere invitato all'ipnosi meditativa ci è sembrato non avesse mica tanto bisogno).

Forse un bicchiere di vino e una bella mazurka di Casadei, chissà...

 

 
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Mai contenti

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   12 gennaio 2015

                                                          MAI CONTENTI

 

Mai contenti

La settimana scorsa ci siamo lamentati: prima a Piazza Navona c'erano troppe bancarelle per la Befana; poi troppo poche e misere. Bruttissimi spettacolini su un bruttissimo palcoscenico. Oggi, 9 gennaio, c'è un bel sole, finalmente se ne sono andati tutti, però...

Però, siccome siamo a Roma, dove è improbabile fare qualcosa di normale in tempi normali, se ne sono andati tutti, sì, ma hanno lasciato indietro questo solitario albero di Natale, che con la sua pendenza mette in dubbio la competenza del Cavalier Bernini quando decise di infilare l'obelisco sulla Fontana dei Quattro Fiumi. 

Perché è rimasto? Forse era di pertinenza di un servizio comunale diverso da quello che si occupa delle bancarelle (si sa, tra Befana e Natale c'è sempre stata un po' di ruggine). Forse è scattata una nuova contestazione contro Marino proprio quando gli operai stavano per spostarlo, e così si sono bloccati. C'è da aspettarsi di tutto da queste parti. Forse c'entra addirittura il racket delle feste. Vediamo quanto ci mettono a portarlo via.

 

Caravaggio e i francesi (anzi, i francesi e Caravaggio)

Nella chiesa di S. Luigi de' Francesi i Caravaggio sono addirittura tre, fra cui quello celeberrimo della vocazione di S. Matteo. Stanno infognati nel buio di una cappella risicata, messi in castigo dai committenti, probabilmente insoddisfatti o addirittura scandalizzati, come quasi tutti i clienti del pittore per la eccessiva umanità e verismo dei suoi quadri.

A noi naturalmente piacciono proprio per questo. Però per vederli illuminati bisogna sborsare un euro, che non è poco, anche perché dopo non troppi secondi la luce inesorabilmente si spegne e le tenebre calano di nuovo.

Ma non sono i quadri che ci interessano, è la magnifica indifferenza, propria dei francesi, verso tutto quello che non è français: in questo caso la lingua italiana.

Intorno alla cappella Contarelli ci sono parecchi cartelli di spiegazione, naturalmente in francese e, probabilmente nella traduzione di qualche sprovveduto sacrestano, anche in italiano.

Vorremmo richiamare la vostra attenzione su "Matteo che con l'altra mano esita a presentarsi", su "questo personnaggio sia bene quello di Matteo", "sull'instante dove passa la grazia", "su gli uomini coi piedi nudi che esprimono la loro povertà (gli uomini o i piedi?)".

Mica male, no? In fondo abitiamo in una insignificante cittadina dove per caso la Francia ha la più bella ambasciata del mondo a Palazzo Farnese, e la più sontuosa Académie dell'universo a Villa Medici.

                                                                         

Al risparmio di accordi

Chiariamo subito: il concerto ci è molto piaciuto, quindi questa nostra punzecchiatura non ha nulla a che fare con la qualità dell'esecuzione. Vogliamo solo divertirci a fare le pulci alla musica mediterranea contaminata, a quella araba, alla pizzica, eccetera.

26 dicembre 2014, concerto all'Aracoeli. Una ecumene musicale. Mesolella, Raiz, De Sio, Sepe, Cinque, Coen hanno eseguito una quantità di brani multietnici e non. Ci ha colpito un "'O sole mio" con Mesolella da solo alla chitarra, eccezionalmente  bravo, intercalato a un canto arabo suggestivamente ipnotico, ma, come è tipico di quella musica, al risparmio armonico: trovi un accordo, gliene metti vicino un altro e, avanti e indietro, hai risolto il pezzo.  Niente complicazioni alla Mozart. Certo, c'è il ritmo, ma forse non basta. Stiamo scherzosamente banalizzando, eh! Non vorremmo vedere qualcuno sotto casa nostra con il kalashnikov.

Strana chiesa l'Aracoeli, una delle più antiche di Roma, e anche delle più importanti. Ma sembra tirata su in economia e di corsa: colonne e capitelli diversi uno dall'altro, il pavimento: una confusione di pietre tombali, di frammenti di lapidi romane, di parti cosmatesche, eppure, data l'antichità dell'edificio, la scelta del materiale di spoglio doveva essere ancora abbondante.

Basterebbe fare il confronto con la chiesa di S. Pietro in Vincoli, più o meno dello stesso periodo, che ha una fila di venti colonne tutte uguali e di una bellezza senza pari. Magari, anzi di sicuro i ruderi da cui rapinarle erano più vicini, più comodi per il trasporto. Perché, davvero, con i mezzi di allora (siamo all'epoca dello sfacelo dell'Impero Romano) anche trascinare una colonna su per un colle doveva essere un'impresa quasi impossibile.


PS. Imbarazzante

 La trasmissione di RaiTre "Che fuori tempo che fa", in passato e con un titolo leggermente più sintetico, ci aveva tratti in inganno presentandosi come l'incontro di una rete intelligente con i suoi spettatori intelligenti. Sabato sera hanno gettato la maschera servendoci, alternati a dosi massicce (prima erano solo omeopatiche) delle pillole di saggezza di Gramellini, una scalcinata serie di siparietti da Trieste.

Si trattava della cronaca dei festeggiamenti organizzati da un'imbarazzante banda di fans di Fantozzi in onore di Paolo Villaggio (che non sappiamo neanche se era presente, perché poi abbiamo spento). Un'imbarazzante recita da oratorio durante la quale il parroco Fazio, per niente imbarazzato, dirigeva ridacchiando l'imbarazzata performance del sagrestano Fabio Volo al comando dei suddetti fans nell'imbarazzante imitazione delle scene più famose dei film del Rag. Fantozzi.

Un esempio di bassissima televisione. Imbarazzante. Ci mancava.


                                       


 

 
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Il 2015

Post n°311 pubblicato il 04 Gennaio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

5 gennaio 2015

IL 2015

 

E' appena cominciato, e già...

Piazza Navona

Noi fortunati snob che abitiamo dalle parti di Piazza Navona ci eravamo illusi alla notizia che quest'anno il mese di castigo dovuto alle baracche della Befana, (ingorghi di traffico, puzza di bomboloni fritti e famiglie stremate con bambini isterici) ci sarebbe stato risparmiato per la decisione comunale di lasciare la piazza alla sua quieta bellezza barocca.

Poi ci hanno detto che le baracche ci sarebbero state, ma meno di prima; poi i venditori di presepi e torroni si sono rifiutati di partecipare per ripicca, pare, contro il comune. E allora sono rimasti solo due o tre tirassegno, e sullo sfondo la solita patetica giostrina con polke e mazurche. Abbiamo sorpreso un vecchio del quartiere che guardava e diceva: "Me pare er dopoguera..."

Insomma, quasi quasi ci manca la insopportabile ma allegra baraonda di prima, perché alla fine, invece della quieta bellezza barocca promessa, ci troviamo con un misero spettacolo di casarecci giochi di luci sulla fontana, con un misero palcoscenico su cui si esibiscono miseri cori dopolavoristici e casarecci animatori di giochi per l'infanzia.

Al freddo e al gelo perché nessuno ha pensato a tirar su un riparo dalla tramontana. L'altro giorno c'erano tre flautisti intirizziti con supporto di fidanzate imbacuccate che gli tenevano fermi i leggii. Tre pifferai e tre piccole fiammiferaie; e nessuno a guardare. Una scena davvero patetica.


Animalisti

Sembra che in questi giorni, oltre ad aprire le gabbie, certi animalisti, non tutti eh, abbiano deciso di aprirsi anche il cranio per farne evaporare il contenuto (materia volatile?). Esemplare e penosa la triste storia di un ippopotamo di quindici quintali fatto scappare dal circo Orfei, appunto durante un blitz animalista dalle parti di Macerata, e abbandonato tutto solo in campagna, di notte, con tre o quattro gradi sotto zero. Due erano le possibilità per la povera bestia: morire di freddo o finire sotto una macchina. E' finita sotto una macchina, e non per colpa sua.

Volete liberare gli animali? Va bene, ma poi non mollateli così, senza neanche un euro in tasca per pagarsi un pasto caldo e un letto per dormire.


L'albero degli stracci

Il primo gennaio scendiamo a fare un giro sulle sponde del Tevere. Bel sole, venticello frizzante e il solito magico spettacolo della città vista, ma ancor più ascoltata dal fondo della fossa dei muraglioni.

Non c'è tanta gente in giro, ovvio: tutti a casa a smaltire il cotechino.

E noi, andando su e giù ci imbattiamo in un bel platano, di quelli che nascono a caso fra i pietroni della banchina.

Adesso la corrente è calata, ma nei mesi scorsi ci sono state delle piene sostanziose. Il fiume ha sommerso tutto e poi se n'è andato lasciando sui rami i suoi frutti. Ma così tanti da cambiarne l'aspetto.

Stoffe, cartacce, plastiche; spazzatura in quantità.

Il Biondo Tevere e i suoi alberi degli stracci.


...e quello dei cretini

Anche questo Natale si è ripetuto ciò che noi speravamo fosse irrepetibile. E allora ci risparmiamo la fatica e facciamo un bel copia incolla del nostro uovo avvelenato di fine 2013. Avvertenza: quest'anno l'albero è ancora più grosso di quello dell'anno scorso.

 "Nella nostra città esiste un luogo in cui avventurarsi è più pericoloso che entrare disarmati nella jungla: Piazza Venezia. Disseminata di dislivelli che trasformano il selciato in una pista da fuoristrada e assediata giorno e notte da un traffico diabolico. Niente semafori automobilistici o pedonali. Il centro della piazza è una grande aiuola tagliata a metà dall'unico corridoio di relativa sicurezza per l'audace che ci si avventura: un attraversamento pedonale regolarmente segnalato da belle strisce bianche dipinte sui sampietrini. Lì ci si dovrebbe sentire più o meno protetti.

Ma nel turbamento di questi giorni di festa dev'essere successo qualcosa in giunta perché il funzionario preposto ha pensato bene di piazzare l'obbligatorio albero non nell'aiuola dove era infilato negli anni scorsi, quindi "fuori dalle balle", come abbiamo sentito dire a un irritato turista, ma esattamente al centro del percorso pedonale.

Così che chiunque si trovi ad attraversare la piazza su questo sentiero, fra l'altro rigidamente costretto dagli archetti della recinzione, incontra un ostacolo che è quasi impossibile superare".

Tale e quale nel 2014. Guardare per credere. Si vedono i pellegrini che arrivati all'albero non sanno cosa fare. Compreso il cinese smarrito al quale il compagno fa cenno di tornare indietro.

 


                                      

 

 
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Santità e sghignazzi

Post n°310 pubblicato il 28 Dicembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

      29 dicembre 2014

    SANTITA' E SGHIGNAZZI

 

Buio mistico

"Che fortuna trovare un parroco come questo!"

E' la prima cosa che ci ha detto l'amico Michele Gasbarro, organizzatore dell'ottimo Roma Festival Barocco quando, dopo una insolita attesa sul sagrato di S. Giovanni dei Fiorentini (normalmente a questi concerti si entra alla spicciolata) ha aperto alla folla che si era radunata il portone della chiesa.

E abbiamo subito capito il perché. Appena entrati, buio. La poca luce, misteriosa e mistica veniva da una fila di alberelli di ferro battuto piazzati lungo la navata, sui cui rami erano appollaiati decine di lumini accesi. L'unica altra fonte, elettrica: un faro sapientemente puntato a illuminare il mirabile altorilievo dell'altar maggiore, un Battesimo di Cristo di Antonio Raggi.

        S. Giovanni Battista dei Fiorentini a Via Giulia è un edificio di proporzioni nobili; secondo noi la chiesa più elegante di Roma. Anche se finita nel '700, il progetto è di due secoli prima. Architettura rinascimentale perfetta, bianca e grigia: tutto intonaco e niente ori o stucchi, solo le linee armoniose degli archi. Con inaspettati colpi d'occhio su cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a questo equilibrio, l'eccesso presente in piccole dosi evita la nausea da indigestione che talvolta, in altri luoghi, colpisce per il troppo abbondante condimento.

E' dedicata al Battista, un santo a cui l'acqua (del battesimo) era familiare.  Per questo si pensò di costruire la sua chiesa con i piedi nel Tevere. Decisione imprudente per tutti i prevedibili problemi di statica. Le sponde del fiume su cui poggia l'abside erano e sono ancora di sabbia instabile e infida, e all'epoca non c'erano i muraglioni. Il problema fu risolto brillantemente, anche se non sappiamo come, da Antonio da Sangallo il Giovane, che per fortuna era anche un architetto militare, quindi abituato a terreni difficili e commissioni impossibili. Seguito da una sfilza di illustrissimi collaboratori; per concludere, appunto nel '700, con la facciata di Alessandro Galilei.

In questa chiesa troviamo curiosità e storia, dalla tomba del Marchese del Grillo a quelle di Maderno e Borromini. C'è perfino una vetrinetta contenente una inverosimile reliquia: il piede sinistro di Maria Maddalena, ben confezionato in uno scarponcino d'argento, certificato da targa: "Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto".

       "Peggio di un cane in chiesa", si dice. Normalmente non si può. Qui sì, anzi, si deve. Tutti gli anni, il 17 gennaio, festa di S. Antonio abate, c'è benedizione degli animali, e allora la chiesa si riempie di cani e gatti (obbligatorio portarsi dietro i padroni). Negli anni ci abbiamo visto anche un paio di furetti, un visone, una capra e una piccola volpe. Promesso, il prossimo 17 ci saremo a documentare altre eventuali, forse inquietanti, presenze.

Torniamo alla musica. Meno male che al parroco è piaciuta l'idea dei lumini. "Pazienza - ha detto - se cade della cera sul pavimento, lo puliremo". E così Gasbarro ha potuto creare quella miracolosa atmosfera in cui ha immerso, affidandolo alla Cappella Mariana, il suo concerto di autori del '500, epoca in cui la musica come la conosciamo oggi era ancora in gestazione, o appena nata.

Brani solo vocali che ancora non inseguono effetti virtuosistici, né si appoggiano alle grandi masse corali delle epoche successive. Pura musica da meditazione. Suoni che, dobbiamo ammetterlo, complici l'oscurità e l'efficiente riscaldamento della chiesa, più di una volta nel corso dell'esecuzione ci hanno fatto scivolare in una lieve, e riteniamo non colpevole, sonnolenza; quasi una blanda estasi mistica.


Sghignazzi di fine anno

A questo punto, dopo tanto rispettoso misticismo, ci tocca fare spazio a una bella sghignazzata, che nasconde un rigurgito di rabbia. E ce la facciamo, questa sghignazzata, leggendo un dolente articolo di Federico Fubini che parla, guarda un po', della disastrosa gestione della cultura in Italia.

Noi facciamo quasi quotidiane visite ai musei, soprattutto, ma non solo, a Roma. Alla fine delle quali ci confrontano due costanti: l'immensa (delle volte anche eccessiva) quantità di arte esposta, che ci piazza, come sappiamo, in testa al resto del mondo; e la scadentissima qualità dei servizi: bar, ristoranti, librerie, vendita di souvenir, custodi, perfino gabinetti, che invece ci condanna a una sempiterna coda.

Pochissimi numeri, e poi la piantiamo lì per il 2014. La vendita dei biglietti di tutti i musei, siti archeologici, castelli e palazzi rende in Italia 380 milioni di euro l'anno. Meglio non confrontarsi con le cifre, dozzine di volte superiori, di altri paesi europei. Però quanto segue lo dobbiamo dire: paragonati ai 380 milioni di tutta una nazione, la nostra, il Louvre da solo porta ogni anno alla Francia due miliardi e mezzo!

Serve un commento?



                                        

 

 
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Più libri più liberi

Post n°309 pubblicato il 21 Dicembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   22 dicembre 2014

    PIU' LIBRI PIU' LIBERI

 

Più libri più liberi

Innumerevoli i demeriti del fascismo, ma sull'architettura niente da dire. Questo meraviglioso scatolone è il Palazzo dei Congressi, progettato da Adalberto Libera nel '38 per essere il perno dell'E42, faraonica, anzi imperiale e megalomaniaca esposizione celebrativa del Ventennio.

Solo che i calcoli erano sbagliati (non quelli architettonici, quelli politici) e l'E42, è diventata l'EUR, un qualunque quartiere cittadino. Malgrado il vecchio trucco di cambiare nomi e sigle, l'edificio, insieme agli altri sopravvissuti dell'epoca, rimane magnifico. Anzi, ci sembra ogni giorno più bello, come tutta la nostra architettura di regime, uffici postali, tribunali, stazioni, scuole.


4 - 8 dicembre: Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, "Più libri più liberi". Molti editori, diverse sale per convegni, poche toilette, due minuscoli bar, e solo una porta per entrare e uscire, delle circa venti che si aprirebbero sulla facciata del palazzo se non fossero sbarrate; con imbarazzanti botte ai fianchi e inutili code. Scarsità di personale? Mah. Forse solo di organizzazione.

Far frullare i cervelli e provocare domande. Bersaglio centrato, soprattutto per gli incontri con autori, critici, editori. Non ce li siamo fatti tutti, ma qualcuno sì, e ci ha lasciato delle impressioni.


In Sala Rubino, Marcello Fois, scrittore sardo un po' snob, ne dice una che non ci convince un gran che. Come molti intellettuali (fra cui qualcuno, secondo noi, sclerotico) è contro i media, soprattutto il grande satana, la TV, e per darci un esempio racconta di un certo arcipelago dei mari del sud (di cui non ricorda il nome) dove la televisione era fuorilegge per decreto del locale capotribù, fino a quando anche lui dovette cedere, e i suoi sudditi cominciarono a guardarla.

Non l'avessero mai fatto! Scoprirono che c'era un mondo diverso dal loro, si resero conto di essere tutti grassi, quindi brutti, e di conseguenza aumentarono in modo spropositato i suicidi.

Fin qui la parabola. Stiamo banalizzando, ovvio, ma allora quale dovrebbe essere il rimedio? Il buon suddito selvaggio tenuto nell'ignoranza della realtà, oppure il filtro, se non l'eliminazione di tutti i mezzi di comunicazione - corruzione? Si chiama censura. Un po' stalinista, ci pare. Forse l'idea potrebbe essere non di escludere, ma di preparare fin dall'inizio a quello che c'è là fuori (che sarebbe la vita, compresa l'odiata tecnologia). La conclusione dello scrittore sul tema ci è sfuggita: c'era un po' di confusione.


Passiamo alla Sala Smeraldo dove "Sale di Sicilia" di Mariacristina Di Giuseppe è tenuto a battesimo dall'arguto, facondo, spiritoso Umberto Broccoli, un signore al quale invidiamo facilità e felicità di parola. Si manifesta qui una delle situazioni più pericolose di questi eventi: il relatore è talmente brillante che rischia di consumare tutto l'ossigeno a disposizione del futuro lettore, prima che questi riesca ad affrontare il libro. Che noi non abbiamo ancora letto, ma ci dicono che non corra alcun pericolo, essendo più che robusto.

In realtà si tratta di una specie di rodaggio che, se funziona, fa bene al motore e prepara il veicolo a scendere in strada.


Sempre in Sala Smeraldo, il giorno dopo. Lidia Ravera interroga Dacia Maraini: "Esiste ancora una società letteraria?" O, per capirci: "C'è ancora la trattoria con il tavolo degli artisti?"

Cioè, il luogo e il pretesto di riunioni non a tema né programmate, ma casuali, generate solo dal piacere, dall'abitudine, talvolta dal bisogno di stare insieme. Appunto il tavolo alla trattoria.

"Perché sono finiti questi cenacoli, questi appuntamenti? E' forse colpa dei social, dello schermo del computer dietro il quale non c'è nessuno, e sulla cui rappresentazione non si può intervenire? Cioè della tecnologia che disumanizza i rapporti personali"?

Ravera chiede, Maraini non dà risposte.

Noi un abbozzo di spiegazione l'avremmo. E ci viene dall'avere frequentato a lungo una tavola di questo tipo alla trattoria da Otello alla Concordia, in Via della Croce.

Il tavolone del cinema, quando noi cominciammo a esserci, naturalmente molti anni fa e ai margini, riuniva a cena Gassman, Monicelli, Scola, Gregoretti, Maselli, Pontecorvo, Scarpelli, De Bernardi, Arlorio, Delli Colli. Il condensato del cinema italiano. Tutti più o meno coetanei. Abbiamo continuato a frequentare osservando: parecchi se ne sono andati definitivamente, altri hanno cominciato a non uscire più tanto da casa, finché la barca si è arenata da sé per mancanza di passeggeri e pilota. E in tutti quegli anni, ben pochi dei più giovani si erano fatti vedere.

 La nostra ipotesi è che la colla di questi gruppi sia proprio l'appartenenza alla stessa generazione. Certo, conta anche fare lo stesso mestiere o avere le stesse idee politiche. Ma l'elemento principale rimane l'età. Perduta quella coincidenza, finisce anche il gruppo.

Un'esperienza personale e singola. Potrebbe non essere abbastanza; a noi sembra di si.



                                         

 
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Sinite parvulos venire ad organum

Post n°308 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   15 dicembre 2014

SINITE PARVULOS VENIRE AD ORGANUM

 

 Sinite parvulos venire ad organum

Così sta scritto in testa al programma. Certo una manifestazione che di questi tempi esibisce un motto del genere rischia di attirare la indesiderata attenzione del telefono azzurro.

Invece si tratta di un innocentissimo, anzi, di un benemerito festival organizzato da Giorgio Carnini: "Un organo per Roma" che ha debuttato con Olga di Ilio (l'organum) e un coro di voci bianche (i parvulos) il 10 dicembre nella Sala Accademica di Santa Cecilia, dove c'è (e meno male che almeno lì c'è) l'unico organo laico di Roma.

Per spiegare la faccenda dobbiamo risalire a una notizia di qualche tempo fa.

"Nel 1995 Renzo Piano, progettando il Parco della Musica di Roma, aveva previsto nella Sala Grande lo spazio per installare un organo da concerto. La delibera era firmata, i soldi pronti da spendere, eppure l'organo non si fece. Per l'opposizione (così si dice) di Luciano Berio, allora sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia. Mai spiegata del tutto questa decisione, che definire stupida sarebbe troppo generoso. Il risultato è che in tutta la città, al di fuori di chiese e istituti vaticani, c'è un solo organo, diciamo così, profano. Quello, appunto, della Sala Accademica del Conservatorio. Per l'ottusità di un sovrintendente una capitale come Roma sta più indietro di una qualsiasi piccola ma civile, forse proprio in questa parola sta la differenza, cittadina europea".

Riuscirà il nostro eroe (Giorgio Carnini) a raccogliere consensi e fondi per il nuovo strumento?


Sono ancora tutti vivi.

...e la RCA si fece mangiare dalla BMG...e la BMG si fece mangiare dalla Sony...e la Sony, nell'attesa (forse) di farsi mangiare da qualcun altro ha deciso di tirare fuori un magnifico cofanetto di CD, che ci è stato presentato il 10 mattina.

Tutti sul posto e in ottima salute i componenti originali del gruppo: Giovanni Tommaso, Bruno Biriaco, Tony Sydney, Franco d'Andrea, Claudio Fasoli. Insomma, il gloriosissimo Perigeo, che per la RCA Italiana aveva inciso negli anni settanta una serie di LP uno più bello dell'altro. E soprattutto nuovi.

Che sono quelli, recuperati e abbinati a un paio di DVD e a un libretto molto ben documentato, che riempiono il cofanetto. Un riassunto completo di tutta l'attività storica di questo storico gruppo.

Che piacere, adesso che ogni mattina leggiamo sul giornale di qualcuno dei nostri colleghi che se n'è andato, vederli ancora tutti insieme: un Buena Vista Social Club nostrano, a farsi i selfie come dei ragazzi e a cazzeggiare insieme!

Sappiamo tutti in che condizioni sta il mercato discografico. Perciò dobbiamo riconoscere alla Sony il merito di aver recuperato questo capolavoro per il quale probabilmente non rientreranno neanche delle spese, ma che a noi ridà, fresco e ripulito, un gran bel momento di quarant'anni fa.

 

Panza di Biumo, Muso di Velluto, Puffo Morbidone...

Tre pupazzi di pelouche per bambini piccolissimi? Gli ultimi due forse; il primo, no di sicuro.

Si tratta di Giovanni Panza di Biumo, sfortunato proprietario di quel cognome improbabile, ma fortunatissimo detentore di un bel gruzzolo, che per tutta la vita ha continuato a spremere per collezionare arte contemporanea, minimalista e concettualista.

A lui l'Accademia di San Luca, che pure è una delle istituzioni più tradizionali della città, dedica il 12 una mostra intitolata "La Passione della Collezione".

Non abbiamo fatto in tempo a passare alla vernice, e non ce ne addoloriamo troppo perché, a dire il vero non siamo estimatori del genere. Ma dobbiamo comunque e con entusiasmo ripetere: mecenati come lui, ce ne fossero!

 

Cento sax in libertà

La mattina di domenica 14 la GNAM ospita nel suo grandioso Salone dell'Ercole questa divertente faccenda organizzata da Alfredo Santoloci: quattro sassofonisti professionisti, guidati da Enzo Filippetti e piazzati intorno all'Ercole del Canova eseguono "La bocca, i piedi, il suono" di Salvatore Sciarrino.

E fin qui non ci sarebbe niente di strano. Il bello viene quando da tutti gli ingressi cominciano a scorrere nel salone e a girare intorno a noi del pubblico cento, anzi, per la precisione centoquattro suonatori di sassofono di tutte le età e di tutte le misure (i sax, ma anche i ragazzi), allievi dei conservatori di Roma, Frosinone, Latina, Perugia, del Saint Louis, e dello Ials. Insomma un'allegra baraonda che è durata un po' e che ha portato i giovanotti a sfilare non solo davanti a noi, ma anche sotto quei quadroni ottocenteschi un po' scollacciati che tappezzane le pareti.

I ragazzi imperturbabili. Noi pure.

 

 

                                          

 
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Santa Cecilia VM

Post n°307 pubblicato il 07 Dicembre 2014 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

8 dicembre 2014

 SANTA CECILIA V M

 

                   

Sabato 22 novembre, Santa Cecilia Vergine e Martire.

Grazie a un'amicizia giusta eccoci (stavolta come effettivo cavalier servente) ai Musei Vaticani, alla visita-concerto-cena per l'onomastico di Santa Cecilia.

In gran tiro, ci troviamo numerosi all'ingresso, dove, divisi in plotoni, siamo presi in carico da guide che ci accompagnano attraverso le Stanze di Raffaello. Splendida escursione, ma i tempi stretti ci espongono a un'overdose di notizie, alcune interessanti, altre no, e soprattutto ci privano della calma indispensabile per assimilare l'arte. Pena: essere travolti dal plotone successivo.

In un battibaleno, passate le Stanze, ci troviamo seduti in prima fila (sempre l'amicizia giusta) nel Salone di Raffaello. Concerto dedicato a Ciaikowskij con un eccellente sestetto di archi, un paio di ottimi cantanti e niente di meno che Antonio Pappano al pianoforte. Esecuzione squisita, e su questo non avevamo dubbi, con la sorpresa di scoprire in Pappano non solo un buon pianista, come ci si aspetta da un buon direttore d'orchestra, ma un superlativo virtuoso.

Nelle pause della musica leggono la corrispondenza fra Piotr Ilic e la sua mecenatessa Madame von Meck Giulio Scarpati e Sonia Bergamasco, il primo con la sua leggera ma persistente ombra di inflessione romanesca, la seconda adagiata su una dizione molto strascinata. Non proprio il massimo per due personaggi emersi della Russia dell'ottocento. Nostra opinione.

Terzo tempo: a cena al tavolo giusto. Con il maestro Pappano e signora, l'ubiquo Zio Gianni Letta, il presidente dell'Accademia Bruno Cagli, l'Assessore alla Cultura del Lazio, e altre personalità, nella Galleria Chiaramonti gremita di statue. Ci inquietano gli occhi bianchi di tutti quegli imperatori di marmo fissi su noi, poveri esseri in carne e ossa, sorpresi a gustare il buon cibo. Ma al terzo bicchiere di pinot non ci si fa più caso.

Fantastica serata. Ci rimane una curiosità, non gastronomica ma artistica.

Perché, nel ritrarre Santa Cecilia, Raffaello ha creduto bene di affidarle (vedi foto del dettaglio) un piccolo organo, e questo è logico, dato il suo ruolo di patrona della musica, ma di seconda mano e così malconcio, che quattro o cinque canne sono mezze staccate e sembrano sul punto di cadere?



"Il dubbio che vibra"

Alla cassiera: "Tania, dije d'attaccà er telefono!" Lei: "Dijelo tu e nun rompe!" Un cameriere: "'N cioccolato c'aa panna!" Il barista mentre prepara il nostro caffè fischia a tutto vapore la marcia dei bersaglieri, anzi, "'a marcia delli berzajeri". Dietro il bancone, una masnada di bellimbusti in giacca bianca strepita e si scambia battute a gran voce come se fossero all'osteria del vicolo.

Invece siamo al gran bar dell'Auditorium Parco della Musica, incontro di artisti, intellettuali e pubblico di tutto il mondo. Un salone dove, visto che non si riesce a essere professionali nel servizio (siamo a Roma, e ciò rende impraticabile l'ipotesi), almeno ci si potrebbe aspettare un po' di discrezione.

Ma il caffè è buono. E questa, anche se non lo sappiamo ancora, sarà l'unica consolazione del pomeriggio.

E' martedì 2 dicembre e siamo diretti al Museo degli strumenti musicali per la presentazione di un libro sul compositore Francesco Pennisi, cofondatore di Nuova Consonanza. "Il dubbio che vibra", bellissimo titolo e unico guizzo di vita prima di sprofondare in un evento sulla cui durata ci eravamo illusi con un preventivo di una mezzoretta (che ci aspettavamo frizzante come il titolo), mentre ci siamo trovati con un consuntivo di più di due ore, esiziali.

Ognuno di noi ha le sue fissazioni, certo. La nostra, oltre a pretendere che sul palcoscenico gli artisti ci vadano o in costume o ben vestiti, è basata su una conclusione che deriva dall'esperienza: non è detto che chi scrive bene, sappia bene parlare.

Appunto. Tutti e sette i relatori, un po' troppi per un libro solo, saranno anche bravissimi a investigare, a catalogare, ad archiviare, ma quando prendono il microfono, aiuto!

Il top lo raggiungiamo con l'intervento di *** (come nei romanzi dell'ottocento: asterischi invece dei nomi, che peraltro rimangono riconoscibilissimi dagli addetti), egregio critico musicale, il quale, chiamato in causa, si assesta ben bene nella sedia, sfodera la sua voce più commossa ed esordisce dichiarando che preferirebbe non parlare dell'amico Pennisi perché il ricordo della sua scomparsa gli fa ancora male al cuore. Dopo di che parte per non fermarsi più, sempre con la voce a lutto, le pause disumane e un eloquio dimesso nella forma, ma pomposo nell'intenzione.

Per fortuna il bravo Massimiliano Scatena, con qualche esempio al pianoforte, ci permette di tanto in tanto di uscire dall'apnea, ma, certo, due ore per raccontare un libro ci sembrano davvero tante. Troppe. Più di quanto serva per leggerlo, se ancora ne rimanesse la voglia.

Salvando sempre la nostra amatissima Nuova Consonanza, che non ha nessuna colpa.



                                         

 

 
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