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Perfidie di Stefano Torossi

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Improbabile città

Post n°300 pubblicato il 19 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     20 ottobre 2014

   IMPROBABILE CITTA'

 

 

Luci sbagliate. Un curioso concerto a S. Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova, lunedì 13. Il pretesto: la imminente beatificazione di Papa Montini. Qualche aneddoto e dei pensieri su Paolo VI, intrecciati a una discreta esecuzione di Bach e Haendel. Pubblico attento e devoto, una chiesa che è un esempio di barocco senza eccessi, ma con tutti i suoi caratteri di sontuosa armonia: bellissima, insomma.

E con un'illuminazione (è il nostro pallino) che è un attentato alla meditazione, al buon gusto e alla vista, oltre che un forse involontario, ma diabolico marchingegno per mortificare l'equilibrio dell'edificio.

Una fila di intense lampade, concepite per uccidere, puntate ad alzo zero direttamente nelle pupille dei fedeli, e sei violenti riflettori che dal più alto cornicione incombono sul povero cristiano il quale, alzando lo sguardo non vede altro se non quel barbaro barbaglio. Nell'improbabile caso che a qualcuno venga in mente di orientarli (i riflettori, non gli occhi) verso il soffitto, l'effetto sarebbe meno villano e a costo zero. Forse il parroco è talmente occupato a pregare che non ha il tempo per pensare. Peccato.

 

 

"Parole liberate oltre il muro del carcere". Una notevole iniziativa presentata martedì 14 nella sala stampa della Camera dei Deputati. Promosso dal Festival di Lunezia, è un concorso fra i carcerati d'Italia per le parole di una canzone. L'ha vinto Lupetto (nome d'arte di un recluso) e il suo testo sarà musicato da Ron. Il quale era presente e ci è parso commosso e onorato del compito.

Secondo noi Ron assomiglia sempre di più al nostro caro amico Lelio Luttazzi, come lineamenti, come accento e come modo di parlare. Chissà se ne sarà contento. Dovrebbe.

Mentre stavamo entrando ci ha colpiti un'improbabile combinazione fra artigianato storico e tecnologia contemporanea. Anche l'ingresso alla sala stampa del Parlamento (installata a Montecitorio, il magnifico edificio barocco del Bernini che ospita una delle due istituzioni fondamentali della Repubblica) è naturalmente dotato di un varco elettronico progettato per sventare l'introduzione di armi o altri oggetti pericolosi.

La porta c'è e suona, ma l'apparato di sicurezza (vedere foto) è collegato a un cavetto volante, abbandonato all'esterno sui gradini d'ingresso, che parte da una normale presa, neutralizzabile da chiunque in mezzo secondo. Si può dire che garantisce lo stesso livello di sicurezza di una stufetta elettrica in una baracca abusiva. Ma siamo a Roma, in Italia e nel 2014. Mica nel futuro.


Astronavi e broccoletti. Mercoledì 15. Siamo lieti di annunciarvi che eravamo presenti all'inaugurazione della mostra "Fantascienza 1950/70, l'iconografia degli anni d'oro". In pratica, marziani e astronauti fra i finocchi e le banane del mercato coperto di Via Cola di Rienzo. L'idea è "trasformare i mercati rionali storici in una piattaforma culturale non convenzionale stabilendo una sinergia innovativa nel rapporto commercio-cultura-città".

Siamo sicuri che gli operatori ai banchi, non avranno alcuna difficoltà a comprendere questa facile prosa. A noi non addetti ai lavori (né frutta, né verdura) si è presentata una banale immagine di massaie indaffarate, e di pescivendoli e fruttaroli preoccupati di intrufolarsi, con la loro mercanzia, nelle inquadrature delle cineprese, ma tutti ugualmente indifferenti alla fantascienza e alla sua iconografia.

E' una nobile iniziativa il cui merito sfugge al cinico occhio del Cav. Serpente, oppure un opportunistico tentativo di sfruttare un'occasione, con scivolata, probabilmente casuale, nella più totale improbabilità?


Red carpet. E siamo al quarto appunto su questa nostra improbabile città. L'evento, intitolato "Pinocolus mutationem habet", è organizzato dall'Associazione culturale Pinocchio e ha luogo nella meravigliosa Sala dei Papi attigua al fantastico chiostro del convento di S. Maria sopra Minerva, per l'occasione pieno di grilli che si godono, frinendo, la temperatura semiestiva (è la sera del 15). Una lettura con musica di brani del libro di Collodi, e una mostra di quadri su episodi della favola.

Vogliamo segnalare il punto d) dello statuto associativo che dice: "...ci proponiamo la diffusione e la promozione dell'eccellenza produttiva italiana attraverso la storia di Pinocchio". Ci sfugge qualcosa: forse si riferisce alla produzione, da noi fiorente, di gatti e volpi?

Insomma, la sala bellissima, ma con una pessima acustica; il pubblico, una dozzina di persone compresi due frati dell'attiguo convento; i quadri, sul cui valore artistico sorvoleremo per carità cristiana, esposti tutti in fila in penombra, e quello che ci ha davvero colpiti: il red carpet, una sontuosa passatoia scarlatta che guida i visitatori dal portone fino al chiostro, con, a dare il benvenuto, un magnifico buco piazzato esattamente al centro.

Una volta i conventi avevano delle volenterose zitelle che si preoccupavano del fabbisogno di abiti e arredi sacri. Magari un rammendino, una toppa...



                                       

 

 
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Accidenti a Caravaggio

Post n°299 pubblicato il 12 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  13 ottobre 2014

   ACCIDENTI A CARAVAGGIO

                                                
                                                                                                                                                                         

Villa Medici, o meglio, Académie de France à Rome, lunedì 6. Mostra "I bassifondi del Barocco, la Roma del vizio e della miseria".

Un eccellente esempio di quanto siano importanti presentazione, promozione e soprattutto il titolo per fare un evento.

Folla oceanica e forse pruriginosa all'inaugurazione. Mondanità, gossip, eleganza, più champagne e grappoli d'uva per gli ospiti (i grappoli evidentemente perché in tutte le rappresentazioni della dissolutezza, dall'antica Roma al '600, sono presenti come simbolo, chissà di che, dato che l'uva è un frutto innocente come sapore e per niente allusivo come forma).

Mancava Michelangelo Merisi; in compenso erano presenti pittori caravaggeschi in gran copia (gioco di parole per intenditori). Il che ci spinge a esibirci in una stagionata ovvietà: la quantità non fa la qualità.

Insomma, per farla breve, questa furbissima mostra (e lo dimostra il successo di pubblico) vuole raccontare le cattive abitudini della Roma barocca. I quadri sono addirittura raggruppati seguendo uno schema per sottocategorie del genere: la crapula viziosa, la crapula violenta, quella malinconica, quella disperata. Le scenette sono naturalmente ambientate nelle sudice osterie o nei mercati dell'epoca, dove si consumavano i vizi seicenteschi, se non eterni, dell'uomo: ubriachezza, gioco, prostituzione, furto, violenza e quella che per l'epoca era una novità scandalosa: il fumo. In fondo più innocenti di quelli tecnologicamente avanzati di oggi (droghe sintetiche, musica psichedelica, cocktail micidiali, eccetera).

E Caravaggio che c'entra? Intanto perché non c'è. E poi perché, dopo che lui ha dipinto una scena in un certo modo, nessuno mai riuscirà a farlo meglio. E quindi, spatola o pennello, i Caravaggeschi, presenti numerosi, rimangono imitatori più o meno bravi (di solito meno) mentre il caposcuola se ne sta lassù irraggiungibile.

Ecco perché questa mostra, disposta, guidata, e illuminata con consumata abilità commerciale, per noi è risultata una raccolta piuttosto noiosa di quadri da abbastanza belli, a solo modesti, a, in alcuni casi, decisamente brutti.

Il fatto è che per noi fortunati romani, in un raggio di poche centinaia di metri da lì (chiesa di S. Maria del Popolo, S. Luigi dei Francesi, S. Agostino, Galleria Borghese) i Caravaggi garantiti autentici si sprecano. Quindi, bene lo champagne e l'uva, benissimo la mondanità che in luoghi speciali come Villa Medici riesce meglio, ma poi, una breve passeggiata nei dintorni, e possiamo rifarci gli occhi con l'arte vera.


Contemporanea Mente. GNAM, sabato 11, sei artisti per la X giornata del Contemporaneo. Ecco come, al contrario del precedente di Villa Medici, un titolo che vorrebbe apparire furbo, risulta solo un po' scemo, e fa pensare a fatterelli della domenica camuffati da eventi: "Nonsolotarli" (mercatino di mobili vecchi), "Bau beach" (spiaggia per i cani a Ostia), "BicchierdiVino" (enoteca con degustazione), eccetera.

La Galleria Nazionale d'Arte Moderna è un magnifico edificio dove si gira bene senza urtarsi, e si incontrano amici in buona disposizione d'umore, quindi ogni occasione è piacevole. Stabilito questo, andiamo a parlare degli artisti in esposizione.

Il primo, Gianni Politi rischia grosso perché inserisce i suoi dipinti (collage e non, comunque sull'astratto) qua e la fra i figurativi nelle sale dell'ottocento. Basandoci sulla nostra impressione diremmo che, anche se i suoi quadri non sono affatto male, nel confronto con gli altri ci rimettono, senza peraltro riuscire a scandalizzarci.

Saltando Pietro Ruffo che espone un biplano della Prima Guerra fatto di cartone, molto piaciuto ai numerosi bambini presenti, arriviamo all'aria fritta di Chiara Dynys. Uno scatolone di vetro intitolato "Non c'è nulla al di fuori", a proposito del quale vale la pena di riportare una parte della presentazione fornitaci all'ingresso: "L'artista si interroga da sempre sulla potenzialità della luce (la non materia) e dei materiali, realizzando labirinti, spirali, luoghi dove perdersi ritrovando paradossalmente la propria strada e la propria identità. Davanti alla sua opera è inevitabile incorrere nell'inganno: ribaltamenti prospettici, slittamenti semantici, e bla bla bla...". Se non è aria fritta questa (in fondo è uno scatolone di vetro, e nulla più).

Nel bello spazio del cortile Aldrovandi un'istallazione di cinque elementi che "attraverso il movimento auto generativo si ripiegano su se stessi acquistando la forma di volumi conclusi". Presente l'autore, Pietro Fortuna, che si affanna a spiegare ai visitatori il significato dell'opera. Vecchi lo siamo di sicuro, rimbambiti forse non ancora, comunque ci capita di pensare che un'opera che abbia bisogno di una spiegazione per essere capita e non sappia parlare da sola, mah...

In uno dei giardini abbiamo reincontrato la fontana di Cloti Ricciardi, un tubo montato su supporti da cui, il giorno dell'inaugurazione, cadeva una cortina perfettamente parallela di getti. La deprecata componente calcarea dell'acqua di Roma, e la altrettanto romana mancanza di manutenzione, hanno trasformata l'installazione artistica in una malandata doccia da motel. Molti buchi otturati, altrettanti che buttano di traverso; quel povero tubo avrebbe bisogno di un intervento idraulico d'emergenza.

Certo, uscendo in uno scintillante mezzogiorno di un tiepido ottobre si capisce, anche non giustificandolo, il menefreghismo storico dei romani. Sul sole che c'è non serve intervenire. Sul resto, perché affannarsi? Prima o poi ci penserà qualcuno.


Ancora una mostra, quella di Valerio Adami alla Galleria Andrè, che non ci ha colpito per le opere, ma perché l'autore, nella sua autopresentazione, accostandola alle linee nette dei propri quadri, inserisce una sorprendente e a noi sconosciuta citazione di Arnold Schönberg del '22. "La piega dei pantaloni è uno degli ornamenti più belli dell'uomo. Quindi l'uomo elegante è obbligato a tenere la piega, sebbene, a dire il vero, essa non sia stata stirata per essere portata così; al contrario, è stata fatta per non essere portata così, ma per essere messa in valigia". Diavolo di uno Schönberg!



                                         

 

 
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Premesse e promesse

Post n°298 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

      6 ottobre 2014

     PREMESSE E PROMESSE

 

 Roma Web Fest

Loro ci provano a uscire dall'ombra, strizzati come sono, qui a Roma, fra il Fiction Fest e la Festa del Cinema, ma secondo noi hanno ancora parecchia strada da fare. E soprattutto una strada diversa.

Parliamo di quella che vorrebbe essere la vetrina dell'ultimo territorio ancora poco esplorato dello spettacolo in Italia. Basta con le sale cinematografiche, basta con gli schermi TV! Qui siamo nel modernissimo: il web, la rete, la comunicazione universale e gratuita.

Sottotitolo dell'evento: "Il cinema al tempo del web".

Nel pieghevole l'organizzazione si presenta così: "Il Roma Web Fest promuove un nuovo modello di raccordo tra mercato cinematografico tradizionale da un lato, nuovi autori e giovani produzioni che utilizzano il web come canale produttivo e distributivo, dall'altro".

Una premessa che è una promessa. Però poi bisogna essere capaci di mantenerle, le promesse.

Maxxi, domenica 28. Un tiepido pomeriggio. All'ingresso, fighetti con cappellucci striminziti, pantaloncini striminziti, giacchette striminzite; e ragazze con ampie scollature e protervi sederoni. Una situazione pittoresca. Fuori in giardino, famigliole con tanti bambini, monopattini, biciclettine. Insomma, un tranquillo week end di fine estate in città.

Poi tutto precipita con l'ingresso in auditorium per la visione dell'ultima produzione in concorso, una serie di sketch destinati, appunto, al pubblico del web. Titolo: "SOS Sesso".

Come spiegare il nostro disagio?

Abbiamo subito una mezz'ora di diffusa volgarità, di recitazione approssimativa, di una sceneggiatura perfino peggiore di quelle di Alvaro Vitali, di un'animazione miseranda e troppo ripetuta, e infine di una colonna sonora (ci fa male lo stomaco a chiamarla così) fatta di fischi, botti e pernacchie che neanche a Paperissima.

E in più, davvero imperdonabile in un festival con pretese di promuovere (come da presentazione) nuovi modelli, nuovi autori, nuovi produttori, ci è stato servito un polpettone di idee vecchie, vecchissime, condite in modo altrettanto decrepito da battute consunte e con un andazzo spiacevolmente casereccio.

Sul programma stampato si affolla, forse inconsapevole, una schiera di rispettabili sponsor: Mibac, Regione Lazio, Roma Capitale insieme ad Anica, Agis, Rai Fiction. Mah.

Evitiamo di fare i nomi dei responsabili e ci auguriamo che gli altri progetti siano stati, anche se di poco, migliori. Non lo sapremo mai. Quanto a noi, una delle peggiori esperienze degli ultimi anni.



Reliquie

Facciamo un salto da un orrore profano a uno sacro. Siamo abituati da tempo al teschio di Santagnese, al cuore disseccato di Sancarlo, all'ampolla di sangue di Sangennaro. Ma il sontuoso reliquiario che recentemente ci siamo trovati di fronte nella chiesa della Maddalena, supera tutto.

Si tratta di una teca a due livelli, sapientemente progettata, che ospita al piano di sopra, in penombra, la perfetta figura in cera, di sicuro somigliantissima, di San Camillo de' Lellis. La testa appoggiata su due candidi cuscini, il corpo avvolto in un sontuoso mantello, i piedi calzati in scarpe lucide, dall'aspetto forse un po' troppo moderno (sembrano proprio un paio di mocassini inglesi).

Fin qui, tutto bene. La sorpresa è al piano di sotto: brillantemente illuminato, ecco lo scheletro completo, ben composto e lucido, del suddetto San Camillo; per lo meno a dar retta al cartiglio di spiegazione.

Qui, con tutto il rispetto dovuto al personaggio, ci sarebbe da chiedersi se la venerazione vada tributata alla forma umana artificialmente riprodotta di sopra, certo più tranquillizzante, oppure all'indiscutibilmente autentica intelaiatura del corpo mortale, che sta di sotto.

E come hanno fatto a procurarsi quello scheletro completo e in così buone condizioni?

Probabilmente seguendo la ricetta in uso a quei tempi per ricavare preziosi, incorruttibili frammenti di santi o imperatori. Pare che non esitassero a buttarne il corpo (dopo morti, speriamo) in un pentolone e a farlo bollire finché tutta la carne si staccava lasciando l'osso spolpato, presentabile e venerabile.

Proprio come un pollo lesso.



                                         


 

 
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Questo è il prezzo

Post n°297 pubblicato il 29 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  29 settembre 2014

   QUESTO E' IL PREZZO

 

                                                                                                 

                                                                         

Quante persone arrivano da fuori e ci dicono, a noi che abitiamo a Roma: "Cosa avete fatto per avere gratis tanta bellezza?" Possiamo rispondere tranquillamente che spesso ce la fanno pagare.

20 settembre, Capo di Bove, Via Appia Antica 222, inaugurazione della mostra "Come il cielo fra le ali degli uccelli", opere inedite di Elisabet Norseng (insignificanti scarabocchi definiti minimali dall'autrice, in realtà solo brutti). Ore 13 concerto. David Alberman al violino solo esegue una straziante mezz'ora di squittii e stridori, presentati cercando di fare lo spiritoso, cosa che raramente riesce a un musicista specialmente se scandinavo, dal compositore Sven Kahrs.

Una faccenda spiacevole, irritante e soprattutto inutile. Questo è il prezzo.

Il premio è Capo di Bove, una meraviglia che ci ripaga del sacrificio. Terme private di una confraternita in epoca romana, casale dal medio evo fino al 1945, poi moderna villa di lusso; finalmente sede dell'Archivio Cederna, e museo dell'Appia Antica. Questi ruderi, abbandonati e coperti di terra la dicono lunga sul cambiamento di alcuni fondamentali costumi dall'epoca classica in poi: prima ci si lavava spesso e comodamente, poi, avanzando nei secoli bui e con il repressivo contributo della chiesa, l'igiene diventò un'abitudine molto sospetta, addirittura peccaminosa. Alla fine su questa sana pratica cadde l'oblio, con festa di pulci e cimici, e trionfo di pestilenze.

C'era anche, oltre a un gradevole tiepido sole, un simpatico rinfresco, del quale abbiamo approfittato per ammortizzare il tormento del violinista, adagiati sul prato con il panorama della campagna romana negli occhi e un bicchiere di ottimo bianco gelato, più fragranti ciambelline.

Precisamente con una ciambellina sotto i denti, lo sguardo ci è caduto su un antico mosaico esposto sul muro della villa. Proprio bruttino. Perché di mosaici, come di affreschi romani brutti ce ne sono, e parecchi. Naturalmente anche di bellissimi. L'importante è non credere che bastino venti secoli per trasformarli tutti in capolavori.


Stesso giorno, ma di sera. Oratorio del Caravita convertito in bagno turco da un'umidità asiatica. Strumenti d'epoca con corde di budello che, come si sa, appena c'è un certo grado di questo inconveniente, frequente a Roma, richiedono continui stop nell'esecuzione per essere tirate e accordate. Anche noi del pubblico grondavamo e avremmo avuto bisogno di un'accordatina. E questo è stato il prezzo.

Il premio: un'esecuzione superlativa del complesso Seicentonovecento, coro e orchestra con quattro eccellenti cantanti solisti, il tutto diretto con la consueta straordinaria partecipazione artistico ginnica da Flavio Colusso, che alla fine era fradicio come un pugile all'ultima ripresa. A parte il sudore ci è parso molto soddisfatto. Anche noi lo eravamo.

L'opera: "L'esaltazione di Mardocheo", oratorio semisconosciuto del semisconosciuto compositore Giuseppe Geremia, catanese di fine Settecento, recuperato, integrato, provato ed eseguito, come abbiamo detto, benissimo, per la prima volta in tempi moderni. Festival "I confini del barocco", un'iniziativa partita dalla Sicilia e approdata a Roma con questo ultimo evento che ci ha permesso di apprezzare l'eleganza e la intensa levità di questa musica, a noi fino a stasera ignota.


Villa di Livia a Prima Porta. Finalmente riaperta dopo anni di restauri. Non è rimasto un gran che, tranne la bellezza del posto, mozziconi di mura e qualche metro quadrato dei pavimenti originali. O meglio, l'impronta sulla base di cemento e qualche pezzo delle lastre di marmi pregiati che li facevano belli, abbandonate alla fine dell'Impero, insieme a tutto quello che non era difendibile dai barbari. Poi, crolli, incendi, radici, polvere. E i secoli.

Ma ancora peggio dei barbari invasori, della natura e del tempo, diventarono nel medioevo i rozzi artigiani che, come animali spaccavano tutto nel tentativo di recuperare le lastre, e invece si trovavano in mano solo schegge. E questo fu il prezzo.

Le schegge erano comunque bellissime e colorate. Le cave dei marmi africani, greci, iberici impossibili da raggiungere perché non c'erano più navi, cavatori, e civiltà. Gli artisti dovevano lavorare con materiali recuperati in questa immensa discarica classica.

Da questa insensata distruzione venne fuori l'arte di ritrovare i frammenti, sagomarli in piccole approssimative forme geometriche e con queste comporre quei magnifici tappeti che ancora ci troviamo sotto i piedi in moltissime chiese: i pavimenti cosmateschi. E questo fu il premio.


           


                                       


 

 
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Doh!

Post n°296 pubblicato il 21 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    22 settembre 2014

    DOH!

 

 

L'altro giorno, per puro caso, abbiamo ripescato sui selezionati scaffali della nostra libreria, in un'edizione del 1964 i "Racconti ed Episodi Morali" di quel finissimo predicatore che fu San Bernardino da Siena. Ci siamo messi a leggere con grande diletto gli aneddoti istruttivi, scritti nella prima metà del quattrocento, e cosa abbiamo trovato in testa o in coda alle battute più vivaci? "Doh!" quasi a ogni pagina. "Doh, guarda colui quanta crudeltà...", "Doh! Io mi ricordo...", "...non debbo io sapere come m'è lecito? Doh, doh!"

Allora (nel quattrocento, ovvio, ma anche nel '64) non esisteva ancora Homer Simpson, a noi caro, oltre che per la genialità del personaggio, anche per i "Doh!" che spara a ogni occasione (rimasti uguali nell'originale inglese e nella traduzione italiana).

Homer Simpson e San Bernardino da Siena abbinati da una coincidenza linguistica?

Mah! Anzi, Doh!


Siamo seri.

Festival di Letteratura e Cultura Ebraica, lunedì 15 al Ghetto. Antonio Monda tenta di indurre alla parola Ennio Morricone, il quale è insensibile alle moine sempre in agguato sulla lingua degli intervistatori. Se non sente bene una domanda, e questo è successo diverse volte, un po' forse per difetti nell'impianto di amplificazione del Palazzo della Cultura, un po' probabilmente per difetti nell'impianto di ascolto del Maestro stesso (che va verso i novanta), se la fa ripetere senza imbarazzo. E si guarda bene dal farsi incastrare dal giornalista, o dal seguirlo se la domanda non gli garba. Va per la sua strada senza cercare di fare il simpatico.

Perché Morricone al Ghetto? ci siamo chiesti. Poi è uscito l'ovvio: protagonista di "C'era una volta in America" è la comunità ebraica del Lower East Side di New York.

Abbiamo visto qualche sequenza. Sappiamo tutti che film è. E poi c'è la sua musica, così ricca di temi che neanche Puccini...

Poche parole del maestro sulla cautela nell'uso della musica a supporto, anzi a servizio delle immagini; perché questo è il suo compito: integrare nell'orecchio il flusso drammatico, senza rubare niente all'occhio. Tanto è vero che, se serve, è ancora più efficace il silenzio. A sostegno di quest'ultima teoria ci hanno ammannito la lunga scena della violenza in auto. Vari minuti, appunto senza una nota. Francamente inutile; il concetto ci era arrivato. Un po' come se a una degustazione ad alto livello, ti facessero bere un bicchiere di Tavernello, e poi ti chiedessero: "Hai capito?"


Martedì 16, stesso Festival; dalla cultura alla culinaria. Tavole all'aperto nei giardini della sinagoga. Piatti poveri della cucina romanesco giudaica, ottimo vino, tutto rigorosamente kosher. Noi non sappiamo fare neanche due spaghetti, il vino in compenso ci interessa. Quindi abbiamo cercato di approfondire la vinificazione kosher. O per le spiegazioni insufficienti, o per nostra disabilità mentale, o perché di quell'ottimo vino forse ne avevamo bevuto troppo, crediamo di essere riusciti a capire solo un paio di regole fondamentali: che tutti gli impianti devono essere lavati e rilavati a ogni uso, e questo non c'è neanche bisogno di dirlo. E che in alcune fasi della lavorazione è permesso intervenire solo a ebrei ortodossi sorvegliati da un rabbino, e questo non ci sembra altrettanto chiaro, a meno che l'ortodossia di cui sopra sia obbligatoriamente accompagnata da un buon diploma di enologo. Ma non ce l'ha confermato nessuno.


Prima di arrivare al banchetto, ci siamo affacciati all'inaugurazione dello Spazio Guidi, una magnifica ex tipografia bonificata e imbiancata, a pochi metri da lì. Tutta la mondanità galleristica di Roma era presente in modo così esagerato da provocare temperature da svenimento e da obliterare completamente le opere esposte, di cui non sapremmo niente se non avessimo in mano il programma (e non sarebbe una gran perdita). Però il fine ultimo e trionfale di questi eventi era raggiunto: l'opera non è più quella appesa al muro, ma la galleria stessa. E i suoi visitatori.


Pink Carpet, mercoledì 17. In anticipo di mezz'ora a un appuntamento al Parco della Musica, ci siamo spalmati per il tempo che ci avanzava (ma avremmo voluto rimanere anche di più) sulle transenne a sbirciare il pink carpet. Festival della Fiction, non del Cinema: il carpet è pink, non red. Un po' meno colorato e importante, insomma.

Storditi da una musica inutilmente tracotante tenuta a un volume esagerato, abbiamo visto sfilare attrici e attricette unificate da un trucco pesante ma non abbastanza da coprire la stolida vacuità delle espressioni, con minigonne inopportune, e a rischio caduta per la scarsa padronanza del tacco. Identiche alle ragazze del pubblico, altrettanto stolido e vacuo, che applaudiva. Due mondi gemelli e paralleli che nella vita vera non si incontreranno mai.


E per finire, alla presentazione della stagione del Teatro Lo Spazio. Bel programma, annunciato da Roberto Herlitzka con un intervento breve e poche, misurate e umili parole (l'Amleto è uno spettacolo che si fa da sé, ha detto).

In sala, funzionante prima, nell'intervallo e dopo gli spettacoli, un bar che abbiamo subito messo alla prova.

E promosso. Ottimo Negroni.



                                         

 

 
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Transustanziazione e frittura

Post n°295 pubblicato il 14 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 15 settembre 2014

               

    TRANSUSTANZIAZIONE E FRITTURA

     (Replica dal 3 settembre 2012)


                 

Qualche giorno fa ci è venuta voglia di colonne. Ci siamo fermati davanti a Sant'Anastasia, siamo entrati per guardare la nostra favorita, quella grigia, e inevitabilmente ci è tornato in mente un uovo avvelenato deposto, proprio su questo argomento, un paio d'anni fa. Eccolo. Ci pare che sia ancora fresco.


C'è a Roma, ai piedi del Palatino, la chiesa di S. Anastasia. Qui, appoggiate alle pareti, stanno otto bellissime colonne romane di scavo: sette di un bel marmo color miele con screziature bruno violette. L'ottava è di un elegantissimo grigio striato di bianco, magnifica.

Soddisfatta la nostra fissazione architettonica, eccoci al vero scoop. Nella navata di destra c'è una gran bacheca che espone, raccontati in ordine cronologico, i più clamorosi miracoli transustanziali del passato.

Per la Chiesa il miracolo eucaristico della transustanziazione, che si ripete a ogni celebrazione, è credere che nell'ostia e nel vino ci sia la carne e il sangue di Cristo. Ovviamente è un fatto che non si può, anzi, che non ci si deve sforzare di dimostrare. Crederci e basta, se no sono guai.

Si sa che quando ci si affaccia all'indimostrabile si scivola anche nel baraccone dell'ingenuo e del grottesco. Qui ci stiamo dentro in pieno. Dalla bacheca abbiamo scelto i casi più pittoreschi. Uno meglio dell'altro.


Primo. Anno Domini 595. Miracolo di San Gregorio Magno. A messa, una donna di fede poco salda scoppia a ridere sonoramente (sottolineato nel testo) mentre si comunica. Scandalo in chiesa. Il papa blocca la funzione. A questo punto il pane dell'ostia diventa carne e si mette a sanguinare. La donna si pente, il papa si tranquillizza, e tutti tornano a casa felici e contenti.

Secondo. Il miracolo dell'ostia fritta (non è un titolo nostro, sarebbe troppo facile. Sta scritto proprio così nella bacheca). Siamo nel nono secolo dopo Cristo. Una (attenzione) ebrea si intrufola in chiesa, ruba un'ostia, se la porta a casa, e per sfregio, dopo aver messo sul fuoco una bella padella di olio bollente, ce la butta dentro per cucinarla. Colpo di scena: l'ostia non solo non frigge, ma si mette a sanguinare inondando in poco tempo tutta la casa. Emozione al paesello. Viene convocato il vescovo, si organizza in quattro e quattr'otto una processione per espiare il sacrilegio, e il luogo del peccato è trasformato in chiesa. Della donna non si sa più niente; siamo un po' preoccupati per la sua sorte.

Terzo. Miracolo di San Pier Damiani, è il 1050, località sconosciuta. Una donna, cedendo a suggestioni abominevoli, per fare un maleficio a casa sua, ruba un'ostia e la porta via nascosta sotto le sottane. (Qui bisogna stare molto attenti perché in quell'area corporea, specialmente in un'epoca in cui le mutande erano poco usate, ci possono essere dei punti molto rischiosi per un'ostia innocente). Un prete furbo se ne accorge, l'insegue, l'acchiappa e recupera l'ostia, la quale, questa volta chissà per quale capriccio si divide in due parti, una rimane di farina, l'altra si trasforma nella solita polpetta sanguinolenta.

E quarto. Anno 1228, miracolo di Alatri. Una giovane suggestionata dal cattivo consiglio (continuiamo a riportare fedelmente le parole dei testi) di una malefica femmina, dopo aver ricevuto dal sacerdote il corpo sacratissimo di Cristo, lo trattiene in bocca fino al momento in cui lo può sputare fuori per nasconderlo in un panno.

Qui ci tornano in mente le minacce del nostro insegnante di catechismo che ci preparava alla prima comunione e ci aveva proibito di toccare l'ostia coi denti per non rischiare di far male a Gesù. E ricordiamo anche la sensazione di angosciosa apnea quando questo tondino si appiccicava al palato, perché neanche con un dito lo si poteva spostare.

Torniamo a noi. Dopo tre giorni la giovane suggestionata va ad aprire il panno e trova, ancora una volta, l'hamburger al sangue, a quanto pare ben conservato. Immediata confessione e pentimento. Minaccia di punizioni efferate soprattutto per la femmina malefica a cui viene attribuito il ruolo di mandante. Però stavolta c'è il lieto fine. Dopo averle spaventate a morte, le autorità ecclesiastiche rimandano a casa le due con una ramanzina e basta.


Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbe altro. Tutto vero. Piazza S. Anastasia al Circo Massimo, andate a vedere coi vostri occhi. Noi non vogliamo esagerare e cadere a nostra volta nel ridicolo. Ma ci teniamo a sottolineare due punti. Primo: quasi tutti i miracoli cessano appena compaiono tecniche o apparecchi capaci di registrarne una testimonianza. Secondo, e qui stiamo messi molto peggio, le peccatrici, le dubbiose, le eretiche, le ladre sono tutte donne. La Chiesa non si smentisce.

Il diavolo, c'è poco da fare, sta sempre sotto le sottane.



                                          


 

 
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La Passeggiata del Gelsomino (mezzo morto)

Post n°294 pubblicato il 07 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

    8 settembre 2014

     LA PASSEGGIATA DEL GELSOMINO

      (MEZZO MORTO)

 

The High Line

Qualche anno fa New York decise di demolire uno degli ultimi tratti di ferrovia sopraelevata sopravvissuti dagli anni '30, ma un comitato di cittadini (quelle cose che in America funzionano) si oppose, e così, tolti i binari, sparso uno strato di terra e buttato qualche seme, quel ponte di cemento e ferro diventò un bel giardino sospeso che si chiama The High Line.

Colpo di scena! Abbiamo scoperto che anche a Roma esiste una cosa del genere. Si chiama Passeggiata del Gelsomino e nasce da un breve tratto della ferrovia che collega la Stazione di S. Pietro con la Città del Vaticano superando su un ponte Via Gregorio VII e la Valle del Gelsomino (da cui il nome). Anche questa è stata realizzata qualche anno fa, chissà se prima o dopo N.Y.

Le cose sono andate così: evidentemente la ferrovia non serviva più un gran che al Papa che, come si sa, ormai si sposta in elicottero, quindi uno dei due binari che correvano sul ponte è rimasto per le merci; l'altro è stato eliminato e sostituito da un sentiero ben lastricato, da cui si vede bene la cupola di S. Pietro e un bel po' di panorama di Roma.

L'idea geniale è stata di piantare in una serie di vasche ricavate dentro il muretto che separa il binario vivo da quello morto ammazzato una gran quantità di gelsomini (il nome, eh?), e più precisamente di quei rhincospermum che per tutta l'estate si coprono di fiori bianchi e molto profumati, e dovrebbero arrampicarsi fino a ricoprire la cancellata di ferro.

L'idea meno geniale è stata di non tenere presente che, come tutte le piante, anche i gelsomini hanno sete. L'effetto finale lo abbiamo avuto sotto gli occhi. La terra nei vasi mai innaffiati calcificata che sembra di stare nella Valle della Morte (altro che del Gelsomino), e naturalmente la maggior parte di quelle povere piante completamente andate, o sul punto di.

Italia o Città del Vaticano, alla fine ci si trova sempre di fronte al solito andazzo da terzo mondo: buone idee, di gusto, probabilmente inaugurate trionfalmente.

E poi: manutenzione niente. Tutto va in malora perché a certe cose bisogna pensarci e allora, si sa, ci vorrebbe uno pratico.

Ancora una domanda, però, ce la siamo fatta: dove va a finire l'unico binario sopravvissuto?

Lo abbiamo seguito (con gli occhi) e abbiamo visto che a un certo punto scompare dentro un enorme portone ferrato che sbarra l'ingresso di una galleria, la quale, ci hanno detto, segna il confine con la Città del Vaticano.

A occhio e croce noi diremmo che il tunnel, più che a casa del Papa, porta direttamente al binario 9 ¾ della King's Cross Station, e che il treno su quel binario è l'Hogwarts Express (Harry Potter, avete presente?)

 

 

P.S. Volendo continuare a ficcare il naso nella gestione nuova di Roma vecchia, potremmo segnalare l'iniziativa, molto pubblicizzata dal Comune, di pedonalizzare il Tridente.

Benissimo, naturalmente, tutti d'accordo. Si comincia con Via del Babuino che diventerà finalmente una strada civile con marciapiedi abbastanza larghi per passeggiare, e carreggiata abbastanza stretta per non potercisi fermare neanche un minuto, neanche con un motorino.

I lavori sono in corso. La strada è sbarrata all'inizio, alla fine e agli incroci con gli altri vicoli.

Come? Ecco emergere in tutto il suo sublime splendore la cialtroneria romanesca.

Venendo da Piazza di Spagna il primo blocco sono tre enormi vasi di plastica, alti come una persona, senza terra, che contengono altrettanti vasi più piccoli con dentro tre palmette ballonzolanti sul fondo dei vasoni vuoti, che naturalmente nel frattempo sono diventati pattumiere.

Il secondo blocco è un pezzo di guard rail autostradale in cemento, noto agli automobilisti come "New Jersey". Ci sfugge il nesso stilistico con il centro barocco di Roma.

Il terzo invece è perfettamente in carattere: una barricata di spazzatura.


                                                    


 

 
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Teste tagliate

Post n°293 pubblicato il 31 Agosto 2014 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

1 settembre 2014

TESTE TAGLIATE

       

L'orribile faccenda del giornalista decapitato e filmato perché tutto il mondo vedesse la sua testa tagliata. Una manifestazione di barbarie che ci scuote, non solo per la macelleria dell'atto, ma per la sua motivazione politico-religiosa. Eppure...


Un video di duemila anni fa.

Da qualche giorno al Foro di Traiano è a disposizione dei passanti un'ottima idea: hanno montato su cavalletti una striscia di tela fotografica su cui sono riportati in grandezza naturale tutti i duecento metri della spirale scolpita che sale intorno alla Colonna Traiana dalla base fino alla cima.

Un video di marmo di duemila anni fa che documenta le guerre daciche vinte dall'esercito romano guidato da Traiano. Il quale riportò a casa, oltre alla gloria, un bottino di parecchie tonnellate di oro o argento con cui si tolse la soddisfazione di farsi confezionare, a spese dei Daci sconfitti, il più lussuoso di tutti i fori imperiali.

E' una descrizione splendidamente viva e realistica di uomini rappresentati contro sfondi stranamente privi di prospettiva e di proporzioni reali. Ora è in bianco e nero, ma quando fu fatta era in brillante technicolor per seguire meglio le fasi del racconto e distinguere i nemici dai soldati romani.

Naturalmente, essendo un documento realizzato dai vincitori per essere mostrato al popolo come testimonianza della loro stessa grandezza, i soldati romani, giovani, sbarbati ed eleganti, e il loro imperatore fanno una bellissima figura mentre massacrano donne, vecchi e bambini e incendiano i villaggi dei barbari da civilizzare, raffigurati invece come selvaggi irsuti e seminudi.

E c'è un'immagine che ritorna prepotente parecchie volte nel racconto. E' proprio quella che oggi tanto ci impressiona: la testa tagliata del nemico.

Una delle prime inquadrature del film (naturalmente vogliamo dire una dalle prime scene del racconto scolpito) ci mostra due soldati romani che presentano ai loro comandanti le teste barbute e scarmigliate di due daci (mozzate, naturalmente). Un po' più avanti altre due teste le vediamo infilate su pali davanti alle mura dell'accampamento. E poi, ancora i soldati offrono all'imperatore, tenendole per i capelli, altre teste di nemici.

Il racconto di marmo, che copre un periodo di alcuni anni all'inizio del secondo secolo d. C., continua con altri orrori, fino al gran finale della sconfitta e del suicidio del re Decebalo. Al quale, anche se già morto, tagliano comunque la testa e la mano destra per presentarle su un bel vassoio d'argento a Traiano (quest'ultima scena è quasi illeggibile a causa della corrosione del marmo, ma c'è, ed è comunque ricordata nelle cronache del tempo).

Dunque anche nella Roma di venti secoli fa questo simpatico rito di documentare la vittoria del più forte giustificata dall'ideologia su misura, con l'esibizione di qualche brandello del nemico (che non sapeva di esserlo finché non lo decideva l'aggressore) era pienamente accettato.

A proposito di civiltà romana, noi siamo stupiti dalla grandiosa perfezione architettonica di un edificio come il Colosseo, ma dobbiamo ricordarci che era il luogo dove tutta la popolazione dell'urbe, come di tante altre città in cui esisteva un anfiteatro, si radunava per vedere ammazzare. Animali da altri animali, animali da uomini, uomini da animali, uomini da altri uomini.

Il programma della festa era sempre lo stesso: tutti insieme appassionatamente per assistere allo spettacolo della morte violenta.

Mentre nello stesso momento poeti come Virgilio e Ovidio, grandi avvocati come Cicerone, architetti come Apollodoro scrivevano poemi immortali, compilavano leggi valide ancora oggi, e costruivano il Panteon.

Orribile faccenda, questa capacità umana di mescolare il peggio e il meglio.



PS. Facciamo un salto in avanti e arriviamo alla cronaca di Roma moderna. Anche qui una testa tagliata: quella di una badante, rincorsa, pugnalata e poi decapitata da un pazzo che quando sono arrivati i poliziotti, coperto di sangue e brandendo una mannaia ha tentato di assalirli e si è fatto ammazzare con un colpo di pistola.

Non è la decapitazione che ci stupisce, stavolta. E' la dichiarazione, pubblicata sui giornali, della sorella (sta a vedere che oltre alla tipica mamma italiana, adesso abbiamo anche la tipica sorella), la quale dichiara (testuale): "Gli hanno sparato al cuore. Perché? Era un ragazzo dolce e premuroso. Lui aveva solo un coltello in mano, mentre i poliziotti avevano le pistole".

In terra lì vicino c'era da una parte il corpo, dall'altra la testa della vittima, ma lui era un ragazzo dolce e premuroso. Mah!



                                          

 

 
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La palude di Augusto

Post n°292 pubblicato il 24 Agosto 2014 da torossis

 

 IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   25 agosto 2014

  LA PALUDE DI AUGUSTO


La palude di Augusto

Eccola nella foto, scattata alle 16 di martedì scorso, bimillennario di Augusto, l'imperatore, morto appunto il 19 agosto di duemila anni fa. Potrebbe sembrare un acquitrino tropicale, abitato da coccodrilli e anaconda. Invece no. E' lo scavo che circonda il Mausoleo di Augusto, allagato, secondo la versione ufficiale, dalla improvvida rottura di un tubo dell'Acea, proprio alla vigilia dei festeggiamenti.

Siamo nel centro del Centro Storico di Roma. A guardarla così sembra una situazione primordiale: un angolo di jungla dove non ha mai messo piede l'uomo bianco, e non il risultato di un guasto urbano e passeggero. Roba da National Geographic. Coccodrilli non ne abbiamo avvistati, ma siamo certi di aver sentito un coro di rane, e di sicuro c'era un sacco di bellissime libellule.

Roma, che lui, come ci teneva a dire, aveva trovata di mattoni e lasciata di marmo, aveva deciso di celebrarlo con due eventi: la proiezione laser della decorazione ricreata nei suoi presunti colori originali sui frammenti superstiti dell'Ara Pacis e l'apertura ai visitatori del suo mausoleo.

Ma, com'è come non è, nella notte si è rotto quel famoso tubo, e si è allagato tutto. Sghignazzare sul fatto che una città con millenni di storia e milioni di visitatori non è neanche capace di accorgersene e ripararlo, questo tubo (l'unico intervento possibile, dicono, è aspettare che il terreno riassorba l'acqua), soprattutto in occasione di una strombazzata ricorrenza, sarebbe troppo facile.

E' il meraviglioso andazzo alla romana che è un po' l'abitudine, appunto bimillennaria, della capitale. Recentemente aggravatosi a causa del risparmio forzato (che sarebbe la spending review) sugli investimenti nell'unica attività redditizia per la città e la nazione (che sarebbe la cultura).  

L'altro evento, serale, ha avuto invece un grande successo. File chilometriche (foto) per entrare all'Ara Pacis e vedere questa proiezione, effettivamente efficace e suggestiva. Prezzo, 11 euro.

Solo che, essendo il museo dell'Ara Pacis tutto di vetro e fortemente illuminato dentro, ed essendo notte fuori, non c'era nessun bisogno di fare la fila, perché dall'esterno si vedeva tutto benissimo. Come hanno scoperto alcuni smaliziati concittadini, fra cui noi, ma non le migliaia in coda. Tanto meglio per le casse di Marino.


Lo sgombero alla romana

Che non è un piatto tipico di pesce, ma la ridicola esibizione paramilitare a cui abbiamo assistito qualche giorno fa, quando il Comune ha deciso (giustamente) di riportare l'occupazione di Piazza Navona da parte dei bar e ristoranti ivi proliferanti a dimensioni accettabili.

Certo, il risultato è buono. Le sedie e i tavoli occupano adesso solo i marciapiedi, e tutto il resto è per i pedoni; sembra più grande ed è certamente più dignitoso.

Ma bisognava essere sul campo durante l'operazione.

Polizia e vigili dappertutto, camionette, moto; mancavano i mezzi anfibi e avremmo rifatto lo Sbarco di Anzio (1944).

In un paese normale sarebbero bastate due guardie di città, armate al massimo di un fischietto e di un regolamento preciso.

Il talento di sembrare dei pulcinella qualunque cosa si fa.

                                                                

Cultura (appunto)

La Repubblica, qualche tempo fa, pag. IV, cronaca di Roma. Scavi in via Due Macelli. Secondo il cronista stanno emergendo i ruderi del tempio di Menenio Agrippa.

Il quale, come tutti dovrebbero sapere, è un personaggio leggendario, vissuto mezzo millennio prima e diventato popolare come presunto autore del famoso apologo.

E' come se si annunciasse con gran clamore la scoperta del santuario di Pippus, Plutus et Paperinus, la triade degli dei capitolini.

In realtà pare si tratti delle terme di Marco Vipsanio Agrippa (lui, sì, esistito all'epoca giusta), il cui nome si legge anche in cima al Panteon.                                                                

                                                                   

Capanna.

Restaurato e bello, il tempio di Portunus al Foro Boario sembra nuovo.

In fondo, basta osservarne la struttura e dentro c'è ancora la capanna. Le colonne sono i tronchi che tenevano su il tetto di paglia a due spioventi per far scorrere la pioggia, diventato di tegole ma senza cambiare forma. E il rettangolo della pianta è sempre quello primitivo.

Cambia invece il materiale: marmo al posto del legno, tegole a sostituire la paglia. Tutto il resto è ornamento più o meno fastoso destinato al dio o al potente del momento. Propaganda e opportunità politica. Valido per il divo Augusto, come, poi, per San Gennaro.



                                        

 

 
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Voci e fatti di mezza estate

Post n°291 pubblicato il 18 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    18 agosto 2014

      VOCI E FATTI DI MEZZA ESTATE


Anche se cotti da una tirata in auto Venezia-Roma, la sera di Ferragosto ci siamo precipitati, appena arrivati in città, alla Casa del Jazz, dove era annunciata una grande festa musicale in onore e per la salvezza dell'Alexanderplatz. Curiosità e solidarietà.


Voci:

Ci aveva addolorato a metà luglio l'annuncio delle imminenti esequie dell'Alexanderplatz, defunta per morosità. Avevamo ricevuto l'invito a versare un contributo finanziario per non farla andare sott'acqua. Ci era anche capitata sott'occhio qualche reazione scritta all'appello, da parte di colleghi, i quali, nome e cognome, raccontavano di serate non pagate, conti di alberghi e ristoranti inevasi e assegni a vuoto, imputabili alla stessa gestione che chiedeva soccorso. Vero, falso, esagerato? Boh.


Fatti:

Ci siamo presentati, come detto prima, stanchi morti, e ci siamo trovati in una festa con moltissimo pubblico, e altrettanti artisti pronti ad alternarsi sul palco sotto la pignola presentazione di Mauro Vestri (come articola bene le parole, quell'uomo! Non gli sfugge una vocale, figuriamoci una consonante. Sentirgli pronunciare un nome è come vederlo scritto in stampatello. Il problema, come abbiamo in seguito verificato, è che procede così anche nella normale conversazione, e questo, diciamo così, la ingessa un poco).

Il benvenuto ce l'ha dato un assolo del mitico, e non è un modo di dire, Gegè Munari, un metronomo umano che ha appena compiuto ottant'anni e non mostra il minimo cenno di ruggine. Suonava in gruppo con Giorgio Rosciglione e ottimi solisti. Subito seguiti dal Mauro Zazzarini Project, e infiniti altri che neanche ci ricordiamo. Ma era bello l'incalzare di tutti quelli che fremevano per esserci.

Anche testimonianze solo parlate, come quella di Lino Patruno, milanese di nascita, e poi diventato romano anche per colpa, secondo lui, o merito, sempre secondo lui, dell'Alexanderplatz.

E non solo i musicisti sul palco. Dietro l'angolo, sulle panchine, appoggiati a una colonna c'erano tutti quelli che, in attesa di salire provavano, discutevano, decidevano una scaletta, inevitabilmente destinata a sfasciarsi, proprio per il clima di festosa confusione, dove più della musica contava la presenza.

Salutati moltissimo amici, fra cui, in giro come una trottola, Eugenio Rubei, l'erede della dinastia, e ultimamente responsabile del club.

La già citata stanchezza ci ha costretti purtroppo a tagliare la corda abbastanza presto, senza sapere se l'obiettivo finanziario era stato raggiunto, ma i ragazzi all'ingresso sembravano piuttosto soddisfatti dell'incasso. Speriamo bene.


E adesso un po' di veleno, più che altro prodotto dalla perplessità. Ecco:

Mentre gironzolavamo per il parco a un certo punto ci ha colpiti un fatto, apparentemente non percepito da nessun altro. Contemporaneamente alla serata di jazz, se ne stava svolgendo un'altra.

Avvicinatici al giardinetto sul retro abbiamo cominciato a distinguere una musica che emergeva prima timidamente, poi più forte, ma mai troppo, dal sottofondo jazzistico in arrivo dal parco.

Una milonga! Stupefacente e incongruo. Ma reale. E allora, un passo dopo l'altro siamo arrivati a uno spazio e a un'atmosfera davvero particolare: poche coppie vestite, pettinate, atteggiate in un modo che non avrebbe potuto essere più diverso da quello dei jazzisti dell'altro lato, erano avvinte nel tango al suono registrato di un bandoneon.

Non c'era altro da fare che informarci. Incredibile ma vero: programmata ufficialmente e in pieno svolgimento ci è stato comunicato che stavamo assistendo a una "Lezione, cena e serata di milonga classica. Maestro il tanguero Marcelo Horacio Alvarez".

L'unico inconveniente (per noi, ma ci è parso che i ballerini non ci facessero caso) di questo universo parallelo era che mentre nell'altro il tango non penetrava, in questo il jazz invece sì, e anche prepotente, disturbando non poco l'atmosfera.

La inevitabile conclusione logica a cui siamo arrivati in questa illogica faccenda è che i due fatti erano stati decisi uno all'insaputa dell'altro.

Comunque, proprio per essere sicuri, prima di scivolare nel meritato sonno ci siamo andati a controllare in rete il calendario della Casa del Jazz. Il concerto per l'Alexanderplatz c'era, e con grande risalto, quindi impossibile ignorarlo; ma c'era anche la serata di milonga, programmata precisamente per venerdì 15 agosto alle ore 20.30 alla Casa del Jazz, Via di Porta Ardeatina 55, Roma.

Complimenti all'organizzazione.


                                       

 

 
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Ozii di Ferragosto

Post n°290 pubblicato il 09 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   11 agosto 2014

  OZII DI FERRAGOSTO

 

Miracolo barocco.

Questo è un teatro, tutto a luce naturale. Eppure non è in esterno. E' al chiuso. Addirittura dentro una chiesa. Anzi, è proprio la chiesa barocca più teatrale di Roma. Soprattutto per la sua illuminazione: S. Andrea al Quirinale, appena riaperta dopo un restauro totale.

A parte la bellezza dei marmi, degli stucchi, delle dorature rinfrescate (via la polvere che smorzava lo scintillio), la meraviglia (si tratta di Bernini, non dimentichiamolo) è l'uso particolare della luce che viene da fuori.

In un'epoca di poche e fioche candele, trovare il modo di illuminare uno spazio come se si avesse a disposizione il parco lampade di Cinecittà è stato davvero pane per i denti di un genio. Dietro a ogni altare c'è una finestra a lunetta, invisibile da giù, che spara la luce sul soffitto stuccato e dipinto della cappella, per rifletterla sul marmo sottostante che la fa rimbalzare ancora tutto intorno. Naturalmente in cima alla grande cupola principale c'è un lanternino a vetri gialli che intercettano il sole, e lo spandono, più caldo e trionfale nell'interno.

Il capolavoro è l'altar maggiore, che ha anche lui un sistema magico di illuminazione. Sempre attraverso un lanternino, la luce (solo sole, abbiamo detto, niente di artificiale) scende fluida dalla fonte che non si vede, in alto, e da vita a un grappolo di angeli d'oro che svolazzano fra raggi e lesene. I quali, senza questa stregoneria, sarebbero solo dei pupazzi spenti appiccicati al muro. Vedere per credere.

 

Nei secoli fedele.

Nel vicino Giardino di S. Andrea, appena risistemato, c'è, inaugurato l'altro ieri, un nuovissimo monumento. "Nei secoli fedele" sta inciso sul basamento. Facile capire a chi è dedicato. E' un bronzo davvero molto imponente, perfettamente a suo agio fra le aiuole di acanto. (A parità di metallo impiegato batte in estetica, di molte lunghezze, quello orribile di Giovanni Paolo II a Termini),

L'unica sensazione inquietante è che i due intabarrati carabinieri in controluce sembrano, piuttosto che tutori della legge, due malfattori in agguato. Forse è una malignità gratuita, sulla quale il lettore avveduto sorvolerà. Eppure, l'impressione c'è. Merita una visita.


Nuovi, belli e vuoti.

Sono tre monumenti alla modernità di Roma: il Ponte della Musica, nel quartiere Flaminio, il Ponte della Scienza, all'Ostiense, e il Ponte Spizzichino, alla Garbatella; due sul Tevere, il terzo sulla ferrovia Roma Ostia. Sono le recentissime aggiunte alla città sospesa. Tutti e tre di un disegno moderno, armoniosamente leggero, che suggerisce sottovoce la robustezza del materiale e l'equilibrio delle tensioni.

Vuoti. Qualche raro viandante sui primi due, che sono pedonali, e un lontano ciclista solitario sul terzo che è un'autostrada. Ci siamo passati a metà dello stesso giorno feriale, che, come si vede dal cielo, si andava pian piano annuvolando. Come mai non li usa nessuno?



                                    

 
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Masochisti o scemi

Post n°289 pubblicato il 03 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 4 agosto

   MASOCHISTI O SCEMI

 

Masochisti o scemi

Domenica 27, al Parco regionale dell'Appia Antica. Qualche centinaio di ettari di verde con due ingressi opposti, a chilometri di distanza. Dentro ci sono un tempio, una tomba monumentale, varie fattorie, greggi di pecore e mandrie di asinelli, boschi, acquedotti e ruderi, un fiume, una marana, rigagnoli e sentieri che si intrecciano in tutte le direzioni, e soprattutto gruppi di musicofili smarriti, di cui parleremo dopo.

Tutto comincia con un ghiotto invito a una archeoscampagnata musicale: un concerto di quello che secondo noi è il meglio che ci sia per  questo genere a Roma: il Parco della Musica Contemporary Ensemble. Suoneranno roba nuova, forte e sperimentale nel luogo più remoto e arcaico di tutta la città, il sepolcro di Annia Regilla. A separare il vecchio e il nuovo, venti secoli di storia.

Eccoli in riassunto.


Il passato:

Secondo secolo dopo Cristo, Erode Attico, un signore di smisurata ricchezza, figlio di un omonimo ancora più ricco, ma più oculato. Si dice di Erode padre che, preoccupato per i suoi troppi quattrini, scrivesse all'imperatore Nerva per avere istruzioni su cosa farne; l'imperatore rispose: "Usali". Non convinto, a una sua ulteriore richiesta Nerva rispose ancora, paziente: "Allora abusane".

Erode figlio è invece uno spendaccione che riempie il mondo antico di opere d'arte. Alla sua ricchezza si è aggiunta la dote sterminata della moglie, Annia Regilla: precisamente, fra le tante altre, la tenuta agricola dove abbiamo intenzione di recarci.

A un certo punto la ricchissima moglie muore. Ci sono forti sospetti che il colpevole sia proprio Erode, per avidità di ereditare, oppure semplice capriccio. Processato, se la cava grazie ad alte protezioni. Forse per gettare fumo negli occhi, finge un lutto esagerato: fa dipingere la sua villa tutta di nero, ristruttura la tenuta in memoria di Annia, e le fa costruire una magnifica tomba. Quella che sta per essere profanata dalla nostra Musica Contemporanea.


Il presente:

Il Parco Regionale dell'Appia Antica e il PMCE presentano: Sound Park, Contemporary Soundscape Collective al Sepolcro di Annia Regilla, dalle 18 al tramonto.

Nel programma questa interessante postilla: "Sound Park al Sepolcro di Annia Regilla è il primo irriverente atto di questa serie di eventi in cui la musica e l'arte contemporanea prendono vita in spazi che contemporanei non sono, ma che lo sono stati per molto tempo, o lo saranno per sempre".

Ottimo. Solo a Roma si può immaginare una combinazione così straordinaria.

E, sempre solo a Roma c'è da aspettarsi anche una disorganizzazione altrettanto fenomenale: neanche un foglietto inchiodato su un tronco, una scritta, una freccetta, magari una persona agli ingressi o lungo la ragnatela di sentieri a indicare al visitatore (e potenziale spettatore) come arrivarci.

I chilometri sono tanti, e mentre vaghiamo sconsolati, incontriamo gruppi di nostri simili, come noi in cerca di un segno: magari una pennellata di colore su un sasso, da itinerario alpino, o lontane sonorità trasgressive da seguire a orecchio, come moderni Pollicini.

Niente. Va bene che la musica contemporanea è una faccenda da intellettuali, anche snob, ma addirittura organizzare un concerto, e poi fare in modo di tenere lontani gli spettatori, ci pare troppo. Come abbiamo già detto, qui si tratta o di masochismo o di pura stupidità.

Dopo un'oretta, bene o male arriviamo e troviamo sul posto quei quattro gatti che ci aspettavamo. Ascoltiamo subito un bellissimo pezzo di Francesco Filidei per quattro batterie: "Silence=death", che è talmente moderno da essere perfino arcaico e sta perfettamente in stile con il magnifico sepolcro classico davanti al quale sono piazzati i musicisti.

Subito dopo (e stavolta non è colpa dell'organizzazione) comincia a piovere. Fuggi fuggi generale; così, oltre alla musica, perdiamo l'occasione di assaggiare l'appetitoso formaggio offerto insieme al vino in un simpatico stand lì vicino.

 

     

Le invasioni barbariche.

Qui siamo appena fuori le Mura Aureliane. Il riferimento è, come prima, il passato, l'antica Roma; e il presente è oggi, mercoledì 30 luglio: riunione degli Stati Generali del Jazz, un nome molto rivoluzionario, che deve ancora essere confermato dall'azione. Vedremo.

L'incontro avviene alla Casa del Jazz, o meglio sarebbe chiamarla La Tomba del Jazz, un po' per come ultimamente è trascurata dalle nostre parti questa musica, un po' per come è ridotta la magnifica villa, i magnifici prati, perfino il magnifico selciato disegnato a cubetti, dopo la barbarica invasione della Festa dell'Unità.

Arriviamo fra spazzini e insegne abbattute che promettono cocktail e sabor latino. All'incontro ci sono come sempre le schegge deviate che vanno fuori tema: c'è quello (già apparso alla prima riunione all'ex Mattatoio in mutandoni e chitarra) che chiede la tutela del flamenco insieme al jazz; l'altro che fa un inopportuno quanto ovvio necrologio del CD; e poi il tribuno che si esalta da solo e scivola nel turpiloquio.

C'è però anche qualcuno rivoluzionario, sì, ma anche saggio che approva la tanto invocata occupazione della Casa del Jazz, ma, aggiunge, purché sia fatta con le idee chiare e si riesca a far diventare il luogo un centro di eccellenza e non di concorrenza.

Alla fine esce parecchio di costruttivo e di sensato e soprattutto vede la luce un certo numero di progetti per tutelare quello che sta a cuore a tutti: il jazz, e la sua Casa che rischia di essergli scippata.

Sperando che questo non sia già irrimediabilmente successo mentre noi non stavamo attenti.



                                          

 
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Il sollucchero dell'alligatore

Post n°288 pubblicato il 27 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 28 luglio 2014

   IL SOLLUCCHERO DELL'ALLIGATORE

 


Il sollucchero dell'alligatore

Smentiamo vigorosamente le voci che danno facebook come sentina di trucchi e madre di tutte le balle. E' invece una fucina di informazioni.  Proprio oggi leggiamo una fondamentale notizia che dovrebbe interessare sia gli zoologi che i musicisti (e anche noi, purché curiosi, naturalmente).

Jeff Klinkenberg, un giornalista americano che da anni studia gli alligatori della Florida, nel riascoltare per la centesima volta il profondo ribollente muggito con cui nella stagione degli accoppiamenti i maschi chiamano le femmine, ha avuto una pensata.

Per cominciare, diapason alla mano, ha determinato che il muggito dei lucertoloni è un si bemolle profondo. Uguale per tutti; naturalmente con qualche piccola variazione di timbro: nessuno rinuncia a fare il solista se può, specialmente in occasione di un fidanzamento.

Poi si è trattato di passare all'esperimento: riprodurre artificialmente il richiamo e vedere se funzionava. Un organo sarebbe andato bene, solo che per il trasporto c'era qualche difficoltà.

Idea: Jeff telefona all'amico Bill Bickleson, affermato solista di basso tuba nella locale orchestra, il quale decide, anche se con qualche perplessità, di mettersi in spalla lo strumento e scendere in palude. E chi avrebbe rifiutato?

Detto fatto, si piazza sull'imbarcadero, piedi a penzoloni e tuba imbracciata, e si mette a sparare, con una certa fatica perché non è una nota facile, una raffica di si bemolle bassi.

Successo: decine di alligatori, per l'appunto in sollucchero, affiorano nello stagno in cerca della compagna evocata.  Ci rimangono male perché invece di un'alligatrice (si dirà così?) c'è un musico spernacchiante al quale, per la delusione e conseguente desiderio di vendetta, i rettili tentano di strappare a morsi i piedi.

Ma l'esperimento è riuscito. Potenza del si bemolle.

Qualche amico tubista ce l'abbiamo anche noi. In mancanza di paludi infestate dagli alligatori dalle nostre parti, potremmo suggerirgli di andare al rettilario dello zoo con lo strumento, suonarlo, vedere l'effetto che fa, e poi prudentemente darsela a gambe (più per paura dei custodi che degli animali).

Solo che non sappiamo quando è la stagione degli accoppiamenti.


Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Mercoledì 23 luglio, basilica di San Giacomo in Augusta, Flavio Colusso: Feste Musicali Jacopee - Labyrinthus, esercizio spirituale concertato.

 Alternandosi a brani musicali del seicento (tranne uno di cui diremo dopo) la voce di Silvia De Palma legge frammenti di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo legato alla chiesa in cui stiamo e soprattutto all'annesso ospedale di San Giacomo.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo "di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte".

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha già sessant'anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l'età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di giocatore perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell'epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all'ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola. Lui no; naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all'ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, e finalmente diventa santo. Fine della storia.

Torniamo all'esercizio spirituale. Durata: un'oretta di un, come già detto, divertente racconto illeggiadrito da intermezzi per clavicembalo e violino. Musiche di Marco Uccellini (1603 - 1680), di Giacomo Carissimi (1605 - 1674) e di Flavio Colusso (1960 - ).

Ecco, visto che il suddetto gode di ottima salute e il suo decesso ci appare non solo imprevedibile, ma anche piuttosto lontano, vedere sul programma, fra le parentesi, la data di nascita non seguita da quella di morte come per gli altri autori, ma comunque seguita da quel trattino che implicitamente ammicca in quella direzione, ci è sembrato un po' malaugurante: 1960, sì; trattino, no!

Con tanti auguri di lunga vita all'amico musicista.


                                         

 

 
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La Casa (di riposo) del Jazz

Post n°287 pubblicato il 20 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

       21 luglio 2014

     LA CASA (DI RIPOSO) DEL JAZZ

 

 

Veneziani inquieti

I nostri antenati veneziani si saranno rigirati nella tomba lunedì 14 luglio a guardare Voyager, RaiDue: un servizio su Venezia condotto, anzi, trascinato faticosamente da Roberto Giacobbo.

Avanti e indietro per i saloni di Palazzo Ducale: sempre con il fiatone quando parla, che fa tanto Indiana Jones; implacabili primi piani di lui che sale le scale, ma anche del suo retro mentre le scende, invece di quello che gli spettatori vorrebbero vedere: quadri, panorami, architetture, e non le fatiche del conduttore. Giaccone inqualificabile (evidentemente tira il "look infagottato", brutto ma tosto, comune ad altri presentatori sul campo: Angela junior e il non dimenticato Osvaldo Bevilacqua di Sereno Variabile), dizione a morire (l'ultima parola di ogni frase bisbigliata in modo da renderla incomprensibile) notizie generiche, vaghe e spesso sceme. Un prodotto di livello molto basso. Questo per dire che la divulgazione, che supponiamo sia il sacrosanto target di questo programma, deve senz'altro essere semplice, ma può anche essere intelligente e di buon gusto. Ah, riuscirci.


Il Ministero risparmia

Terapia presunta: diminuire le dosi fino a decesso del paziente, così si liberano i letti.

L'amico Giancarlo Rostirolli, presidente dell'Istituto di Bibliografia Musicale ci manda un paio di paginette contenenti la stupefacente cartella clinica delle sovvenzioni ministeriali.

Il Ministero dei Beni Culturali (art 8 legge N. 534) ha dato, nel 2011 come sostegno all'Istituto di cui sopra 2.000 euro, poi più niente. Lo stesso è successo alla Fondazione Pierluigi da Palestrina.

L'Istituto Italiano per la Storia della Musica (stesso articolo di legge) riceve la bizzarra cifra di 4.910 € per il 2011; 3.000 € per il 2012, e basta.

Ma è con la Fondazione Italiana per la Musica Antica che si ride di più: come contributo per la biblioteca, ecco 2.000 € nel 2010; 2.600 € nel 2011, poi si cala a 1.000 € nel 2012, e si precipita a 390 € nel 2013.

Meno male che in alto si è deciso di dare un taglio a queste faraoniche spese per la cultura, altrimenti chissà dove saremmo andati a finire.

 

La Casa (di riposo) del Jazz

Onore al merito: l'autore di questa irrispettosa ma calzante definizione di una gloriosa istituzione romana in agonia è il musicista Pasquale Innarella, che ce l'ha servita nel corso della Jazz Reunion ospitata dall'Eutropia Festival al Mattatoio, martedì 15.

Come tante altre volte, anche oggi l'assemblea degli artisti segue il copione standard di questo genere di riunioni: all'inizio saluti e manate sulle spalle fra colleghi, poi la sessione è aperta dall'artista preparato che espone il problema in modo pacato, articolato e comprensibile (il già citato Innarella), interrotto dopo non molto dall'artista concitato (nel nostro case, Ivano Nardi, batterista e, per sua stessa dichiarazione, diventato oggi fruttarolo) che a suon di "le chiacchiere stanno a zero", "li mortacci loro" e altre colorite espressioni, comincia a creare quella confusione inevitabilmente destinata a degenerare in recriminazioni personali e ridicoli quanto inattuabili proclami barricadieri ("annamo a occupa' la casa der jazz", "annamo a da' foco alla SIAE").

Per fortuna sopravviene l'artista pratico (Guido Silipo, musicista e consulente aziendale) che riporta l'accento sulla realtà contingente: i soldi, dove stanno e come dirottarne un po' nella direzione giusta. Poi, in mezzo alla nebbia sempre più fitta di interventi vociferanti e incasinati, talvolta riesce a emergere l'artista saggio (Luigi Onori, scrittore e critico musicale) col ricordare ai convenuti che fare le barricate significa stare fuori dalle istituzioni; se invece si vuole stare dentro, com'è opportuno, allora bisogna mediare.

Mentre la faccenda prosegue secondo partitura (improvvisazioni e free jazz), stuzzicati da un piacevole profumo di pollo alla cacciatora che esce dalle cucine lì vicino, ci allontaniamo per fare un giro in questo luogo tra il magico e il desolato che è l'abbandonato Mattatoio di Testaccio, ora destinato ad attività artistiche. E' uno spazio immenso, con pochi capannoni restaurati e arredati. Ci sono ancora le carrucole e i recinti per il bestiame, tutti di ferro, che era all'epoca la novità dell'architettura industriale; i corridoi che le bestie seguivano per andare al macello, e le "stalle pel bestiame domito", termine desueto, leggiadramente letterario per significare domato (d'altra parte si dice indomito, no?), cioè pronto per essere abbattuto. Da quel lato persiste un bell'afrore di stallatico: è la rimessa delle ultime carrozzelle della città con relativi cavalli.

Lo spazio nasce a fine ottocento nella peggiore periferia di Roma. Peggiore perché vicina ai magazzini, alla ferrovia, al fiume e a una discarica. Cent'anni dopo il tempo ha cambiato un po' le cose. La ferrovia è ancora quella, non più a vapore, ma sempre rumorosa e lenta, ormai quasi un giocattolo, che quando passa sul ponte fa un bel frastuono da tamburo di latta; i magazzini sono diventati un moderno mercato coperto; il Tevere che lambisce il terzo lato è qui, senza i muraglioni, una specie di simpatica jungla casareccia piena di alberi (fra cui un albicocco con frutti squisiti) che protegge intatto l'unico segmento fluviale delle mura Aureliane, con una bella torre.

E la discarica è, sì, sempre una discarica, ma di duemila anni fa. E' il monte Testaccio, un rilievo formato nel corso dei secoli dai frammenti delle anfore di olio e vino destinate ai banchetti imperiali, che si scaricavano al porto sottostante dalle navi in arrivo da Spagna e Tunisia. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto via mare. Arrivati a terra, vino e olio venivano travasati e le anfore, inutilizzabili, rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina. Da spazzatura a monumento.


PS. Apprendiamo che nel finale dell'assemblea odierna, a cui, distratti da cocci e carrozzelle, non abbiamo assistito, è stata decisa una Grande Riunione alla Casa del Jazz il 30 luglio.

Naturalmente andremo, staremo più attenti, e racconteremo tutto.



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Rumori da fuori

Post n°286 pubblicato il 13 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   14 luglio 2014

   RUMORI DA FUORI

 

Rumori da fuori

Domenica 6 luglio, primo dei Concerti nel Parco, a Villa Doria Pamphilij. Si festeggiano i trent'anni del quintetto di Paolo Fresu. Non è il concerto in sé, eccellente come sempre quando c'è il nostro amico alla tromba, ma un fatterello sonoro che lo accompagna che ci da lo sprint per titillare questo argomento, di attualità negli spettacoli all'aperto, quindi d'estate, quindi adesso.

Succede che nel finale del terzo brano in scaletta il crescendo e poi lo scemare della musica è accompagnato, quasi guidato dalla sirena bitonale di un'ambulanza che, correndo per la strada che costeggia il muro della villa, si avvicina, sale di intonazione fino a un perfetto unisono con la musica, poi si allontana e sfuma insieme agli strumenti, un po' calante, ma magica (è l'effetto Doppler).

Ambulanze che passano, claxon che suonano, aerei che sorvolano; e la fauna: cicale, grilli, cornacchie e gabbiani, quelli enormi, ormai diventati un pericolo (ci sono madri apprensive che temono il ratto del neonato in carrozzina).

Qualche appunto dal passato.

Accademia di Spagna al Gianicolo, 23 giugno 2011: concerto dei borsisti. Composizioni da dimenticare (col tempo i ragazzi impareranno a scrivere, si spera), ma c'è un momento miracoloso del quale siamo testimoni. Durante l'esecuzione di un brano fracassone, "Punto rosso sull'oceano" di Aurelio Edler-Copes, al riverbero di un fragoroso cluster di note sul pianoforte si sovrappone, esattamente intonato, ammesso che un cluster possa essere intonato, il rombo forte di un grosso aereo che vola basso sulla città.

E' stato affascinante (e gli stessi esecutori hanno smesso di suonare rapiti) ascoltare i motori che rubavano il suono al piano e lo portavano via nella propria scia. Secondi di pura favola. Poi, purtroppo, è ricominciata la musica.

Cicale. Più di vent'anni fa, a Caracalla, concerto di debutto dei Tre Tenori: Pavarotti, Carreras e Domingo, un evento mondanissimo, che poi si sarebbe rivelato il primo passo di un luminoso business mondiale.

In mezzo a tutta quella pompa, un particolare minimo e divertente. Durante un pianissimo, su uno dei pini sparsi in platea, una cicala si mette a cantare, facendosi inconsapevole protagonista davanti a tutti i seimila spettatori. Un paio di volte Zubin Mehta dal podio guarda accigliato (o divertito, la distanza non ci permette di distinguerne i lineamenti) verso l'albero, ma quella, tranquilla, va avanti finché tutti ci abituiamo. Neanche ci siamo accorti se e quando ha smesso di frinire.

                            

Rumori da dentro

E poi ci sono quei musicisti sfortunati che non sentivano niente da fuori, ma erano tormentati da scrosci, fischi e sibili da dentro: i sordi.

Smetana, il padre della Moldava, entrato nel tunnel a cinquant'anni mentre era in pieno lavoro, e rovinato da cure cervellotiche. Un medico famoso a Praga, il dottor Zoufal (bisogna fare i nomi dei ciarlatani) gli aveva prescritto una serie di docce di etere. Dopo le quali perse definitivamente l'unico orecchio che ancora funzionava, e cominciò a sentire prima un fischio continuo, che inserì come nota ossessiva nell'ultimo movimento di un suo quartetto, poi "un fragore incessante come se fossi sotto un'enorme cascata d'acqua". Il poveruomo, reso pazzo dai suoi suoni da dentro, finì in manicomio. Amen.

Fauré, autore del famoso Requiem, fece in tempo a scrivere molto, perché, mentre già la sua musica girava per il mondo rendendolo famoso, la sordità lo catturò a settant'anni, e lo costrinse a rinchiudersi in casa a non fare più niente tranne fumare, fumare e fumare. Un povero vecchio asmatico, alla fine morto di polmoni.

Il più famoso, che neanche nominiamo, si prese la fregatura suprema davvero presto, a ventotto anni, anche lui con fischi e rombi nel cervello, vergognoso di dovere ammettere "un'infermità proprio in quel senso che in me dovrebbe essere più perfetto". C'è l'aneddoto, chissà se vero, dell'esecuzione della Nona, nel 1824, diretta da lui stesso. La musica finita, gli applausi esplosi; ma lui continuava ad agitare la bacchetta, finché il contralto Caroline Unger lo tirò per la manica e lo fece girare verso il pubblico. E' chiaro che i suonatori non seguivano lui, ma il primo violino; ma come mai il maestro, anche se preso dalla passione, non si era accorto che gli archetti erano fermi?

In mezzo a tutta la santificazione romantica dell'artista infelice, ci sembrano particolarmente irritanti le osservazioni del critico e biografo, Maynard Solomon, il quale, scrivendo degli ultimi problematicissimi anni di Beethoven, la spara grossa.

"In un certo senso - dice - la sordità ebbe un effetto positivo sulla sua creatività, permettendogli di concentrarsi totalmente sulla composizione". E continua, il sadico: "In questo suo mondo di sordo, poté sperimentare, libero dai suoni invadenti dell'ambiente esterno". Una fortuna, insomma.

Per noi. Ma così pensiamo all'artista e dimentichiamo l'uomo. E siccome a noi piacciono le sue sinfonie, non ci viene neanche in mente che magari lui personalmente avrebbe preferito scriverne una di meno, ma sentire gli zoccoli dei cavalli sul selciato, le bestemmie dei vetturini e lo spignattare della cuoca in cucina. O, ancora meglio, quello che scriveva.



                                        

 
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Si scopron le tombe...

Post n°285 pubblicato il 07 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    7 luglio 2014

     SI SCOPRON LE TOMBE...

 

Il bar

28 giugno, nel giardino, spazio fresco di alberi sotto la modernissima facciata del Maxxi. L'occasione: il concerto del gruppo Cabaret Contemporain, a chiusura del Festival Suona Francese.

E' cominciata la nostra stagione preferita. Nei fine settimana la massa degli sconsiderati emigra verso destinazioni extraurbane affollate e trafficate e ci lascia la città vuota. Per noi snob (o forse semplicemente single senza bambini e famiglia) che rimaniamo, si aprono le porte di un paradiso tranquillo che dura almeno due giorni.

Il giardino, dicevamo, con comode sedie e tavolini è rinfrescato da un piacevole ponentino, e i suonatori sono abbastanza lontani da permetterci di ignorarli senza sensi di colpa, mentre chiacchieriamo con gli amici. I tavoli appartengono al bar annesso al museo. Cosa manca per farci felici? Quello che nessuna ristorazione museale mette mai nel menu: la buona cucina.

Il buffet espone una triste distesa: arrosto cartonato, insalata moscia, melanzane livide. Il tutto al prezzo ridicolo di dieci euro, birra compresa. Siamo convinti che chiunque sarebbe disposto a pagare il doppio per accontentare lo stomaco, mentre allo spirito provvede l'arte.

Perché quelli del ramo non ci pensano? Eppure non è difficile: più qualità, più affari.


Si scopron le tombe...

Lunedì 30 al Teatro Argentina "Prologo d'amore e arte per l'Italia Europea", in apertura del semestre italiano. Titolo pomposo per un evento striminzito, poco professionale e inutile. Con qualcosa di buono, certo, ma si direbbe per puro caso.

La scaletta: davanti al Presidente della Repubblica e al Sindaco di Roma fioccano in apertura i soliti saluti istituzionali. Fra gli altri, il direttore del teatro, Calbi, fa un distinguo spagnolesco, dando a Napolitano dell'illustrissimo, e solo dell'illustre a Marino (accolto, quest'ultimo da un paio di sonorissimi fischi).

Poi si entra decisamente in filodrammatica. Le sorelle componenti il coro femminile "Le Querce del Tasso" straziano i Fratelli d'Italia, complice un pianista dagli accordi fantasiosi (tutti in piedi), per passare all'inno alla gioia dalla Nona di Beethoven, stessa pappa, con fisarmonicista aggiunta, Olimpia Greco (ancora tutti in piedi: è l'inno europeo).

Segue l'ingiustificabile, e inspiegabile monologo di un'attrice improvvisata, la signora Livia Pomodoro, di professione Presidente del Tribunale di Milano (pericoloso cambiare mestiere, anche solo per una sera), che, figurando di essere Melina Mercouri, finge di incontrare la Merkel e le spara una confusa pappardella politica di durata esiziale, il cui finale supera ogni decenza. Infatti, prima di salutarsi, Melina, per bocca della Pomodoro, svela alla Merkel la magica pozione del successo: un bicchiere di buona volontà, tre tazze di pazienza, due coppe di amore per l'Europa, e così via sbrodolando in perfetto stile Baci Perugina.

E questo accade davanti a una platea non di ragazzine romantiche ma di adulti seriosi, fra cui c'è il Presidente della Repubblica. Come responsabile del testo il programma denuncia il Dott. Alberto Meomartini (secondo noi passibile di arresto), Direttore e Presidente di varie importanti società, ma, come autore, giustamente e ci auguriamo ancora per molto tempo, ignorato dalla critica.

Maddalena Crippa, che pure, vista la connivenza con Peter Stein non dovrebbe mancare di indicazioni, recita, inspiegabilmente accovacciata sul palco come una ranocchia, "All'Italia" di Leopardi. La sapevamo brava; non stasera.

Poi tocca a Lorenzo Lavia, figlio del più noto Gabriele, che legge il Manifesto per l'Europa di Garibaldi, senza un'espressione, senza mai alzare gli occhi dal foglio, ma gesticolando nello stesso burattinesco modo di un altro figlio, Alberto Angela, del più noto Piero.

Insomma, una sfilata di niente e soprattutto totale assenza di regia. Abbiamo, come in altre simili occasioni istituzional-spettacolari, la sensazione che, una volta ordinato dall'alto il nome della star, tutto il contorno venga lasciato alla scelta fra le parentele o le amicizie di qualche segretaria di poca esperienza e scarno discernimento.

Finalmente entra il Grande Attore (qualche mala lingua potrebbe dire che lo è per eredità, essendo tutti gli altri passati a miglior vita). Albertazzi, ultranovantenne seduttore del palcoscenico, solo, appoggiato con civetteria a un bastone del quale si vede che non ha nessun bisogno, ma che brandisce ora come una spada, ora come una bacchetta magica, recita, sotto un unico riflettore e con il suo lieve accento toscano che ci sta benissimo, un canto dell'Inferno, quello di Ulisse.

Padrone assoluto della voce, del palco e del pubblico. Che ne è incantato.

Un altro momento (un po' particolare e di sicuro involontario) ce lo offre, uscendo per qualche istante dall'avello, Valentina Cortese: foulard in testa, palandrana bianca con strascico, pause e birignao d'epoca. Si tratta di un brano, dannunziano nel senso peggiore del termine, di Testori: "L'Amore", impresentabile, insopportabile e interminabile, commentato da un violoncellista che alterna con uguale indifferenza le suite di Bach e il cigno di Saint-Saens.

Datata, certo; Valentina è comunque un monumento a cui molto si perdona. Tanto, ormai, non cambia più.

Ritorna Albertazzi che, seduto su un capitello, rivive un lungo brano dalle Memorie di Adriano. Recitazione più naturalistica, racconta la mortale passione dell'imperatore per Antinoo.

Standing ovation e trionfale conclusione di una serata cominciata moscia. Sarebbe bello.

Invece no; riappare Olimpia Greco, che ci manda a casa con la Nona, già ascoltata all'inizio, ma stavolta in una versione per fisarmonica sola.

Da immaginare, ma se possibile non sperimentare.

Non ci resta che stendere il proverbiale velo pietoso.



                                         

 

 
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Traslochi

Post n°284 pubblicato il 29 Giugno 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  30 giugno 2014

  TRASLOCHI

 

La Santa Casa

10 Maggio 1291: I Mammelucchi invadono la Palestina. C'è da salvare da quei senzadio la casetta di Giuseppe, Maria e Bambinello. Niente paura, il settore aereo della ditta "Angeli & C. - Traslochi" interviene con la consueta efficienza, e in men che non si dica, la piccola monocamera con veranda viene trasportata a Tersatto, dalle parti di Fiume. La località non dev'essere tanto per la quale, perché dopo soli tre anni, l'irrequieto domicilio emigra di nuovo in un bosco vicino a Recanati. Tranquilli? Macché. La zona risulta frequentata da ladroni e briganti. Si rende necessario un nuovo trasloco, stavolta a poca distanza, in un podere di proprietà di due fratelli, che cominciano subito a litigare per la destinazione dell'immobile: uno vuole farci il deposito attrezzi, l'altro la tavernetta. Ultima chiamata alla ditta Angeli & C. che acconsente a trasferire quella che ormai, a forza di viaggi, è diventata una fatiscente baracca; ma per l'ultima volta. Non ne possono più di clienti con le idee tanto confuse. Così la depositano in mezzo alla strada, e se ne vanno facendo perdere le proprie tracce.

I contadini della zona le arrangiano una tettoia provvisoria, poi ci costruiscono sopra una chiesetta, finché interviene il papa, e allora finalmente nasce il barocco, sontuosissimo Santuario della Madonna di Loreto.

A parte alcuni dettagli un po', come dire, fantasiosi, è una bella storia.

Alla quale, a quanto pare, credono in molti.

Noi da quelle parti ci siamo passati, e abbiamo visto torme di fedeli, tra cui parecchi su sedie a rotelle, che, piadina alla mano, cantavano, pregavano, suonavano le inevitabili chitarre e sembravano in pace e felici di essere lì.

La stiamo prendendo alla larga per arrivare al trasloco di oggi. Dal Santuario della Madonna di Loreto al:


Venticinquesimo Festival di Musicultura

Che si manifesta, come tutti gli anni, nella terza settimana di giugno a pochi passi da Loreto, per la precisione, a Macerata, e per essere ancor più specifici, nel suo magnifico Sferisterio.

La prima metà dell'evento, quella culturale, si estrinseca nella Controra, una serie di incontri pomeridiani di poesia e letteratura in cortili e piazze della città. Informali, brevi e interessanti. Dai peggiori di noi sono vissuti anche come alibi intellettuale per un'assoluzione preventiva in vista della cerimonia che segue immediatamente: il Negroni al Bar di Piazza Mazzini. Opportunamente corroborati, qualcuno anche malfermo, si va poi per lo spettacolone allo Sferisterio, dove c'è la rutilante metà musicale.

Grande palco, grandissima platea, pubblico sterminato. Quest'anno temperature clementi, per fortuna. In passato abbiamo avuto serate da pelliccia.

Otto concorrenti, tutti piuttosto buoni. Vince meritatamente i bei ventimila euro del primo premio Dante Francani con "Tuta blu".

Il resto delle serate è riccamente farcito di illustri ospiti, quasi tutti, tranne poche eccezioni, canuti: la Premiata Forneria Marconi, Mango, gli Area, Gino Paoli. Non ancora nonni, comunque di mezza età anche loro, Luca Carboni e Tony Esposito. Coincidenza, proprio negli stessi giorni va in scena a Roma un evento anagraficamente simile, anche questo basato su quattro rugosi lucertoloni ultrasettantenni: i Rolling Stones al Circo Massimo. Che succede, abbiamo esaurito i giovani?

C'è un momento particolare di sabato sera. La poetessa Tiziana Cera Rosco, personaggio multiforme, legge con grande padronanza della voce e bella presa sulla scena, una poesia della Szymborska, emergendo in cima a un cono di stoffa di vari metri, un sottanone da lei stessa progettato e realizzato, cospargendosi tutta di stucco. Potrebbe sembrare una trovata furba, invece è un atto sentito e pensato, secondo noi, e crediamo anche secondo il pubblico, a cui è piaciuto molto.

Torniamo indietro un momento a questo Francani, il vincitore, che è un tipo strano. Perfino sul suo nome di battesimo ci sono due scuole di pensiero: è Dante sul programma di sala, Daniele sulla stampa. Si presenta come semplice (anzi, in certi momenti, addirittura sempliciotto) operaio di un paesino in Abruzzo. Su di lui è già leggenda: dice che è stato iscritto al concorso, a sua insaputa (questo ci ricorda qualcosa?), dalla moglie. Non siamo riusciti a riconoscere la sua vera faccia fra quelle che propone. O è davvero un grande ingenuo che si offre al pubblico con la più assoluta innocenza ("non vorrei essere qui sul palco stasera...sono pronto a dividere il premio se qualcuno prende il mio posto") o un furbissimo, superlativo attore che fa la parte dello smarrito, ma così bene da ingannare tutti e da mantenere intera la simpatia verso il suo personaggio, un metalmeccanico un po' sfigato, sacrificato nell'arena con la sua tuta blu. Ma che importanza ha? E' bravo, comunicativo, funziona, e in più la canzone è azzeccata. Infatti ha vinto; ed eravamo d'accordo quasi tutti.


Il viaggio di ritorno, più rustico di quello di andata fatto sulla A 24, si srotola lungo strade secondarie che attraversano l'Appennino. Ci rendiamo conto di quanto sia cambiato il panorama. Siamo abbastanza stagionati da ricordare, come cronaca, ma senza la senile nostalgia dei bei tempi andati, le distese di grano quasi maturo. In seguito abbiamo fatto l'occhio alle nuove, sterminate piantagioni di girasoli e di soia. Ultimamente quello che vediamo sempre più spesso è molto diverso. I tempi sono cambiati e i campi luccicano di specchi solari.

E' chiaro che il contadino, che magari non avrà più le scarpe grosse, ma mantiene il cervello fino, ha capito che la coltivazione di energia rende più di quella delle graminacee.



                                        

 
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Gita alli Castelli

Post n°283 pubblicato il 23 Giugno 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

     23 giugno 2014

  GITA ALLI CASTELLI

                          

Gita alli Castelli

Crediamo che il titolo sia poco chiaro. Servirà qualche spiegazione.

Nel 1926 Franco Silvestri scrive la canzone "Gita alli Castelli", anche nota come "Nannì", che diventa immediatamente l'inno di quel gruppo di paesetti, una volta vacanzieri, ora densamente abitativi, sulle colline a sud est di Roma, chiamati appunto i Castelli. I primi versi della canzone fanno: "Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva; fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è". Marino è il nome di uno dei Castelli. Ma è anche il nome dell'attuale sindaco di Roma, e i versi, specialmente l'ultimo, si prestano mirabilmente a sbertucciarlo.

Piccoli pezzi del puzzle principiano a produrre promesse. Eccole.

Quando ci siamo eroicamente arrampicati fino in Piazza del Campidoglio, il pomeriggio di martedì 17, sotto un cielo nerissimo, richiamati dall'annuncio della mobilitazione generale di tutti i lavoratori dello spettacolo (già il termine "tutti" riferito ad artisti e loro azioni di gruppo è fantascienza), promossa dal comitato delle manifestazioni escluse dall'Estate Romana, ci aspettavamo una gran folla di colleghi. E gran folla abbiamo trovato, che cantava in coro  "Lo vedi, ecco Marino...", ma di altri manifestanti.

Infatti c'erano ben tre proteste contemporanee.

Una, di numerosi, arrabbiati e nerboruti, ma soprattutto compatti lavoratori della Roma Multiservizi (sorveglianza, controlli, pulizie, ecc.) che reclamavano orari e stipendi migliori, occupando la Scala dell'Arce Capitolina dal gradino zero al gradino venti, ed erano quelli che cantavano a gran voce la Gita alli Castelli, per chiamare fuori il sindaco Marino (che non si è visto).

Poi c'era il gruppo che manifestava contro la delibera 148, della quale poco abbiamo capito, se non che decreta la chiusura dei canili pubblici, trasferendo le povere bestie in mani private, il che, a quanto pare, per gli animalisti è una catastrofe. Tanto è vero che il simbolo che esponevano sul selciato del Campidoglio era una cuccia trasformata in cassa da morto. Questi secondi manifestanti, più sobri, non cantavano ma esibivano, oltre alla cuccia-bara, cani al guinzaglio addobbati a lutto e facce lunghe.

E poi c'erano i nostri colleghi; pochi, purtroppo, come ogni volta che c'è da fare qualcosa per la categoria: quattro o cinque a reggere lo striscione in cima alla scala (gradino 22 e 23), sopra la massa unita dei lavoratori della Multiservizi, e poco più di una ventina in piazza, in gruppetti confabulanti, fra cui tentavano di farsi strada grupponi di turisti in transumanza, perplessi da questi tre assembramenti mischiati ma visibilmente diversi l'uno dall'altro.

"Italians molto pitoreski" abbiamo sentito bisbigliare da qualcuno.

Prima di scappare di fronte all'acquazzone ormai pronto a esplodere, abbiamo notato che una piccola delegazione dei nostri era stata fatta entrare in municipio. Poi più niente.

Sono anni che siamo delusi dall'incapacità della nostra categoria (anzi, forse sarebbe più giusto chiamarci gregge) di farsi sentire, di fare muro, di rappresentare un interlocutore capace di tenere testa a un'autorità che se ne infischia della cultura, e quindi di noi.

Eppure speriamo sempre che succeda qualcosa di buono. Siamo pazzi? O scemi?


PS. 20 giugno, è arrivato il contentino. Comunicato:

"L'Assemblea Capitolina ha approvato oggi la mozione Di Biase che impegna il Sindaco e la Giunta Capitolina a stanziare fondi aggiuntivi per le manifestazioni storiche dell'Estate Romana e per assicurare l'effettiva realizzazione dei progetti risultati vincitori dei relativi bandi."

Una caramella per tenere buono il pupo. Perché pare che i fondi supplementari bastino appena per non fare affondare qualcuno, ma non per tenere a galla tutti gli altri. Il problema è che a Roma, oltre all'Assessore, manca sempre qualcosa per capire cos'è, e soprattutto a cosa serve la cultura.


Teatrus interruptus

E' successo allo spettacolo di apertura del Festival di Villa Adriana che avremmo voluto vedere, mercoledì sera: "Verso Medea"di Emma Dante.

Prima, sì; poi, forse; alla fine, no. La pioggia.

Insomma, ci siamo fatti quei trenta infernali chilometri di Via Tiburtina, ci siamo presi un consolante bicchiere di vino (niente Negroni in zona archeo) al baretto dell'ingresso, siamo saliti alla Villa, abbiamo raggiunto le Grandi Terme, ci siamo ammucchiati all'ingresso delle tribune...e poi ha cominciato a caderne troppa per andare in scena.

Peccato. Ma i lampi, i tuoni e il tramonto tempestoso sui ruderi erano comunque uno spettacolo che meritava il viaggio.

Se il tempo ridiventa estivo, come dovrebbe, il festival va avanti. Noi ci saremo.

 


                                        


 

 
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C'era una volta...

 

   

          IL CAVALIER SERPENTE         

Perfidie di Stefano Torossi

   16 giugno 2014

      C'ERA UNA VOLTA...


C'era una volta...

Nel 1878 Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, comprò otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l'idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impiantò un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruì una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invitò pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent'anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma già famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma, e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos'era un pennello e diventò presto un'audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato nella boheme, poi diventata successo, in uno studio di Villa Strohl-Fern.

Dove, in un altro studio, quello del pittore Trombadori, l'unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, la sera del 7 giugno gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice, l'Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa, di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent'anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che purtroppo (o per fortuna) non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole. Milioni ce n'erano.

"Una Striscia di Terra Feconda"

Accoppiata jazz Italia-Francia in un festival organizzata da Paolo Damiani al Teatro Studio del Parco della Musica a partire da venerdì 6. Due diavolesse francesi aprono le ostilità: Fanny Lesfargues al basso-chitarra, Raphaelle Rinaudo all'arpa elettrica con idee, suoni, luci e gesti davvero nuovi, aspri, provocatori. Proprio nel carattere dell'iniziativa.

Più tradizionale, come facce e strumenti, ma altrettanto audace e spericolatissimo come suoni il duo di pianiste Rita Marcotulli e Sophia Domancich.

L'audacia va avanti per parecchie altre serata in cui ci sarà sempre un doppio contrasto-complicità di esecutori italiani e francesi.

Insieme alle congratulazioni per la sua ostinazione a tirare dritto con questa bella idea, a Damiani giungano le nostre condoglianze per la situazione ufficiale, da lui stesso illustrata prima del concerto: neanche una lira dagli sponsor istituzionali, addirittura uno di loro, pur lasciando intravvedere una minima possibilità, ha aggiunto che le delibere degli stanziamenti si faranno a settembre. Per un festival che va a giugno ci sembra un bel tempismo. Per fortuna, una volta tanto, la vituperata Mamma Siae è arrivata in soccorso con una somma non grande, ma da tamponamento. Le vecchie istituzioni, se sollecitate (onore al merito aggiunto di Damiani, egregio sollecitatore) ogni tanto danno cenni di vita.

Problemi di tempo (non musicale)

Un quadro (una scultura, un'architettura) li si riesce a giudicare nei pochi secondi che l'occhio ci mette a scannerizzare, confrontare con lo standard estetico di chi guarda e catalogare. Per una musica (un film, il teatro, anche un libro), bisogna aspettare fino alla fine perché occhio e orecchio registrino e spediscano il tutto alla valutazione del cervello. E' una faccenda che ruba un sacco di tempo alla nostra vita. Quando va male, il danno è forte. Tanto quanto il piacere, se va bene.

Piccola premessa per raccontare la serata di lunedì 9 all'Istituto Giapponese di Cultura. Un concerto di strumenti tradizionali: shakuhachi, shamisen e koto, prima da soli, poi in trio. Problema numero uno: aria condizionata rotta in sala. Temperature da immaginarsi e sudore a fiumi. All'uscita la signorina ci spiega: "Noi chiamato, ma opelai lomani non allivati".

E poi: sì, le sonorità sono di sicuro interessanti, specialmente quelle del flauto, ma la latitanza (magari è colpa nostra, ma non crediamo che succeda lo stesso portando Mozart da quelle parti) di qualsiasi fatto armonico o melodico, vocale o strumentale, che sia riconoscibile e gratificante, rende molto precario il piacere dell'ascolto e inevitabilmente spinge la contabilità del tempo investito, sul rosso. Con l'aggravante della temperatura di cui parlavamo prima, ma siamo sicuri che anche col fresco non sarebbe cambiato un gran che.


                                           

 
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Orfani

 

 

 

    IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  9 giugno 2014

   ORFANI

            

Orfani.

C'erano gli orfani veri, i fratelli Luca e Marco, e poi c'eravamo anche noi, orfani spirituali di Lilli Greco, riuniti a ricordarlo lunedì 2 giugno alla Sala Sinopoli del Parco della Musica, in una serata organizzata da Nicoletta Della Corte, sua amica, ninfa, ispiratrice, custode. Perché Lilli, per tanti anni direttore artistico della RCA è stato una chioccia (dotata di un bel caratteraccio, ma anche d'infallibile intuito) per tanti: Conte, Venditti, De Gregori, Servillo, Dalla, Vianello e avanti all'infinito: tutti suoi pulcini. E molti erano lì a ricordarlo senza smancerie, anzi, con abbondanza di aneddoti e barzellette: un ritratto meglio riuscito di tanti necrologi.

E' ormai un fatto che noi che siamo entrati nell'ultimo quarto della vita, presumendone una durata ipotetica di un secolo (magari!), stiamo cominciando a concentrare le nostre frequentazioni sociali su funerali e commemorazioni.

Sul palco è salito il grande cantautore a dichiarare che senza Lilli forse lui sarebbe rimasto un signor nessuno; c'era la Wertmuller che ha raccontato con molta ironia la loro collaborazione professionale; si è presentato il collega a dire delle amichevoli furibonde litigate fra romanisti e laziali; c'era l'altra coppia di fratelli, Luigi e Andrea Fontana, orfani veri anche loro, di Jimmy, che hanno cantato con Luca e Marco le canzoni scritte insieme dai due padri.

E' stato bello, certo, ritrovarci lì a riconoscerci nel ricordo del comune amico. Ma tutto questo è polvere di quello che non c'è più: la persona. Perchè Lilli, il nostro amico, esisteva nella parolaccia che gli scappava per qualche misfatto musicale, nel tifo esagerato, nei buffi bermuda che portava spesso. Questo significava qualcosa mentre eravamo insieme, noi e lui, vivi. Che non è lo stesso di rivedere la sua faccia filmata, risentirne la voce registrata o condividerne il ricordo con gli amici.

E che ci sia ancora qualche sua traccia in un altro luogo con cui non riusciremo mai a comunicare, possono anche raccontarcelo: noi non ci crediamo. Certo non saremo mai in sintonia con quelli che scelgono di stordirsi con illusioni consolatorie, tipo: "E' lassù che ci guarda e sorride. Lo vedi, è lui che dirige l'orchestra dei colleghi sulla seconda nuvola a sinistra, e poi suona in duo con Benedetti Michelangeli". Balle. E' tutto finito e basta.


Buona la prima.

Mercoledì 4 eravamo alla presentazione del recente CD dell'etichetta Parco della Musica, "Doctor 3": Rea, Pietropaoli, Sferra. Un'informalissima, divertente cerimonia, alla quale, insieme a questi tre musicisti, ottimi e in ottima salute, si sarebbe trovato bene anche Lilli Greco, perché lo spirito era lo stesso. Roba seria, ma anche molto cazzeggio.

Chiacchiere, ascolti, aneddoti, esagerata confusione su date e nomi. Insomma tutto il repertorio di finto rimbambimento senile che, quando stanno in compagnia, i vivaci sessantenni esibiscono volentieri prima (o per evitare di) rimbambirsi davvero.

I brani, ripresentati in squisite versioni jazz, vengono tutti dal musical americano anni '40, dal repertorio pop, dai Bee Gees, dai Beatles. Grandi canzoni su cui sfarfalla più che l'improvvisazione, quello che Rea chiama il delirio sul tema. Un intero CD registrato in due giorni di sala, spesso un brano completo, dall'inizio alla fine, senza interruzioni.

Appunto: buona la prima.


Inaspettato Barocco Dixieland.

5 giugno, ore 16.30. Nel più inaspettato dei luoghi, la sontuosa Biblioteca Vallicelliana, barocco capolavoro di Francesco Borromini, tempio degli studi più profondi e del silenzio accademico, ci troviamo, inaspettata, la Roman Dixieland Few Stars di Michele Pavese, in un concerto organizzato dal Salotto Romano con la formula "Piccola storia del jazz in parole e musica".

Pavese e gli altri hanno raccontato personaggi e fatti di un secolo fa, e poi si è dato fiato ai classici del dixieland, per chiudere naturalmente con i Marching Saints. Pubblico, inaspettatamente partecipe, di anziani. Ancor più inaspettata la buona acustica del salone, di sicuro dovuta agli scaffali pieni di preziosi manoscritti e incunaboli, che arrivano al soffitto.

L'idea di portare il dixieland, musica nata nei malfamati sobborghi neri del sud degli USA, in un ambiente di così esasperata raffinatezza europea ci è sembrata davvero inaspettata, ma nel senso migliore. Chissà cosa ne avrebbe pensato il Borromini, genio balzano al punto che, arrivato al sommo della professione, forse per la rabbia di non aver avuto lo stesso successo del suo rivale Bernini, inaspettatamente si infilzò con la sua propria spada e schiattò il 3 agosto 1667.



                                         

 

 
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