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Perfidie di Stefano Torossi

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Sinite parvulos venire ad organum

Post n°308 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   15 dicembre 2014

SINITE PARVULOS VENIRE AD ORGANUM

 

 Sinite parvulos venire ad organum

Così sta scritto in testa al programma. Certo una manifestazione che di questi tempi esibisce un motto del genere rischia di attirare la indesiderata attenzione del telefono azzurro.

Invece si tratta di un innocentissimo, anzi, di un benemerito festival organizzato da Giorgio Carnini: "Un organo per Roma" che ha debuttato con Olga di Ilio (l'organum) e un coro di voci bianche (i parvulos) il 10 dicembre nella Sala Accademica di Santa Cecilia, dove c'è (e meno male che almeno lì c'è) l'unico organo laico di Roma.

Per spiegare la faccenda dobbiamo risalire a una notizia di qualche tempo fa.

"Nel 1995 Renzo Piano, progettando il Parco della Musica di Roma, aveva previsto nella Sala Grande lo spazio per installare un organo da concerto. La delibera era firmata, i soldi pronti da spendere, eppure l'organo non si fece. Per l'opposizione (così si dice) di Luciano Berio, allora sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia. Mai spiegata del tutto questa decisione, che definire stupida sarebbe troppo generoso. Il risultato è che in tutta la città, al di fuori di chiese e istituti vaticani, c'è un solo organo, diciamo così, profano. Quello, appunto, della Sala Accademica del Conservatorio. Per l'ottusità di un sovrintendente una capitale come Roma sta più indietro di una qualsiasi piccola ma civile, forse proprio in questa parola sta la differenza, cittadina europea".

Riuscirà il nostro eroe (Giorgio Carnini) a raccogliere consensi e fondi per il nuovo strumento?


Sono ancora tutti vivi.

...e la RCA si fece mangiare dalla BMG...e la BMG si fece mangiare dalla Sony...e la Sony, nell'attesa (forse) di farsi mangiare da qualcun altro ha deciso di tirare fuori un magnifico cofanetto di CD, che ci è stato presentato il 10 mattina.

Tutti sul posto e in ottima salute i componenti originali del gruppo: Giovanni Tommaso, Bruno Biriaco, Tony Sydney, Franco d'Andrea, Claudio Fasoli. Insomma, il gloriosissimo Perigeo, che per la RCA Italiana aveva inciso negli anni settanta una serie di LP uno più bello dell'altro. E soprattutto nuovi.

Che sono quelli, recuperati e abbinati a un paio di DVD e a un libretto molto ben documentato, che riempiono il cofanetto. Un riassunto completo di tutta l'attività storica di questo storico gruppo.

Che piacere, adesso che ogni mattina leggiamo sul giornale di qualcuno dei nostri colleghi che se n'è andato, vederli ancora tutti insieme: un Buena Vista Social Club nostrano, a farsi i selfie come dei ragazzi e a cazzeggiare insieme!

Sappiamo tutti in che condizioni sta il mercato discografico. Perciò dobbiamo riconoscere alla Sony il merito di aver recuperato questo capolavoro per il quale probabilmente non rientreranno neanche delle spese, ma che a noi ridà, fresco e ripulito, un gran bel momento di quarant'anni fa.

 

Panza di Biumo, Muso di Velluto, Puffo Morbidone...

Tre pupazzi di pelouche per bambini piccolissimi? Gli ultimi due forse; il primo, no di sicuro.

Si tratta di Giovanni Panza di Biumo, sfortunato proprietario di quel cognome improbabile, ma fortunatissimo detentore di un bel gruzzolo, che per tutta la vita ha continuato a spremere per collezionare arte contemporanea, minimalista e concettualista.

A lui l'Accademia di San Luca, che pure è una delle istituzioni più tradizionali della città, dedica il 12 una mostra intitolata "La Passione della Collezione".

Non abbiamo fatto in tempo a passare alla vernice, e non ce ne addoloriamo troppo perché, a dire il vero non siamo estimatori del genere. Ma dobbiamo comunque e con entusiasmo ripetere: mecenati come lui, ce ne fossero!

 

Cento sax in libertà

La mattina di domenica 14 la GNAM ospita nel suo grandioso Salone dell'Ercole questa divertente faccenda organizzata da Alfredo Santoloci: quattro sassofonisti professionisti, guidati da Enzo Filippetti e piazzati intorno all'Ercole del Canova eseguono "La bocca, i piedi, il suono" di Salvatore Sciarrino.

E fin qui non ci sarebbe niente di strano. Il bello viene quando da tutti gli ingressi cominciano a scorrere nel salone e a girare intorno a noi del pubblico cento, anzi, per la precisione centoquattro suonatori di sassofono di tutte le età e di tutte le misure (i sax, ma anche i ragazzi), allievi dei conservatori di Roma, Frosinone, Latina, Perugia, del Saint Louis, e dello Ials. Insomma un'allegra baraonda che è durata un po' e che ha portato i giovanotti a sfilare non solo davanti a noi, ma anche sotto quei quadroni ottocenteschi un po' scollacciati che tappezzane le pareti.

I ragazzi imperturbabili. Noi pure.

 

 

                                          

 
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Santa Cecilia VM

Post n°307 pubblicato il 07 Dicembre 2014 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

8 dicembre 2014

 SANTA CECILIA V M

 

                   

Sabato 22 novembre, Santa Cecilia Vergine e Martire.

Grazie a un'amicizia giusta eccoci (stavolta come effettivo cavalier servente) ai Musei Vaticani, alla visita-concerto-cena per l'onomastico di Santa Cecilia.

In gran tiro, ci troviamo numerosi all'ingresso, dove, divisi in plotoni, siamo presi in carico da guide che ci accompagnano attraverso le Stanze di Raffaello. Splendida escursione, ma i tempi stretti ci espongono a un'overdose di notizie, alcune interessanti, altre no, e soprattutto ci privano della calma indispensabile per assimilare l'arte. Pena: essere travolti dal plotone successivo.

In un battibaleno, passate le Stanze, ci troviamo seduti in prima fila (sempre l'amicizia giusta) nel Salone di Raffaello. Concerto dedicato a Ciaikowskij con un eccellente sestetto di archi, un paio di ottimi cantanti e niente di meno che Antonio Pappano al pianoforte. Esecuzione squisita, e su questo non avevamo dubbi, con la sorpresa di scoprire in Pappano non solo un buon pianista, come ci si aspetta da un buon direttore d'orchestra, ma un superlativo virtuoso.

Nelle pause della musica leggono la corrispondenza fra Piotr Ilic e la sua mecenatessa Madame von Meck Giulio Scarpati e Sonia Bergamasco, il primo con la sua leggera ma persistente ombra di inflessione romanesca, la seconda adagiata su una dizione molto strascinata. Non proprio il massimo per due personaggi emersi della Russia dell'ottocento. Nostra opinione.

Terzo tempo: a cena al tavolo giusto. Con il maestro Pappano e signora, l'ubiquo Zio Gianni Letta, il presidente dell'Accademia Bruno Cagli, l'Assessore alla Cultura del Lazio, e altre personalità, nella Galleria Chiaramonti gremita di statue. Ci inquietano gli occhi bianchi di tutti quegli imperatori di marmo fissi su noi, poveri esseri in carne e ossa, sorpresi a gustare il buon cibo. Ma al terzo bicchiere di pinot non ci si fa più caso.

Fantastica serata. Ci rimane una curiosità, non gastronomica ma artistica.

Perché, nel ritrarre Santa Cecilia, Raffaello ha creduto bene di affidarle (vedi foto del dettaglio) un piccolo organo, e questo è logico, dato il suo ruolo di patrona della musica, ma di seconda mano e così malconcio, che quattro o cinque canne sono mezze staccate e sembrano sul punto di cadere?



"Il dubbio che vibra"

Alla cassiera: "Tania, dije d'attaccà er telefono!" Lei: "Dijelo tu e nun rompe!" Un cameriere: "'N cioccolato c'aa panna!" Il barista mentre prepara il nostro caffè fischia a tutto vapore la marcia dei bersaglieri, anzi, "'a marcia delli berzajeri". Dietro il bancone, una masnada di bellimbusti in giacca bianca strepita e si scambia battute a gran voce come se fossero all'osteria del vicolo.

Invece siamo al gran bar dell'Auditorium Parco della Musica, incontro di artisti, intellettuali e pubblico di tutto il mondo. Un salone dove, visto che non si riesce a essere professionali nel servizio (siamo a Roma, e ciò rende impraticabile l'ipotesi), almeno ci si potrebbe aspettare un po' di discrezione.

Ma il caffè è buono. E questa, anche se non lo sappiamo ancora, sarà l'unica consolazione del pomeriggio.

E' martedì 2 dicembre e siamo diretti al Museo degli strumenti musicali per la presentazione di un libro sul compositore Francesco Pennisi, cofondatore di Nuova Consonanza. "Il dubbio che vibra", bellissimo titolo e unico guizzo di vita prima di sprofondare in un evento sulla cui durata ci eravamo illusi con un preventivo di una mezzoretta (che ci aspettavamo frizzante come il titolo), mentre ci siamo trovati con un consuntivo di più di due ore, esiziali.

Ognuno di noi ha le sue fissazioni, certo. La nostra, oltre a pretendere che sul palcoscenico gli artisti ci vadano o in costume o ben vestiti, è basata su una conclusione che deriva dall'esperienza: non è detto che chi scrive bene, sappia bene parlare.

Appunto. Tutti e sette i relatori, un po' troppi per un libro solo, saranno anche bravissimi a investigare, a catalogare, ad archiviare, ma quando prendono il microfono, aiuto!

Il top lo raggiungiamo con l'intervento di *** (come nei romanzi dell'ottocento: asterischi invece dei nomi, che peraltro rimangono riconoscibilissimi dagli addetti), egregio critico musicale, il quale, chiamato in causa, si assesta ben bene nella sedia, sfodera la sua voce più commossa ed esordisce dichiarando che preferirebbe non parlare dell'amico Pennisi perché il ricordo della sua scomparsa gli fa ancora male al cuore. Dopo di che parte per non fermarsi più, sempre con la voce a lutto, le pause disumane e un eloquio dimesso nella forma, ma pomposo nell'intenzione.

Per fortuna il bravo Massimiliano Scatena, con qualche esempio al pianoforte, ci permette di tanto in tanto di uscire dall'apnea, ma, certo, due ore per raccontare un libro ci sembrano davvero tante. Troppe. Più di quanto serva per leggerlo, se ancora ne rimanesse la voglia.

Salvando sempre la nostra amatissima Nuova Consonanza, che non ha nessuna colpa.



                                         

 

 
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Poro masochismo

Post n°306 pubblicato il 30 Novembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  1 dicembre 2014

 PURO MASOCHISMO

 

 Il Circolo scandinavo. Nessuna foto potrebbe descrivere le nostre sensazioni, solo le parole. Dunque: esiste a Roma il Circolo Scandinavo, una foresteria che ospita per brevi soggiorni in un appartamento a Via della Lungara artisti svedesi, norvegesi, finlandesi, danesi e islandesi.

Riceviamo l'invito a un incontro (con rinfresco) con gli ospiti residenti. Decidiamo di andare a vedere.

Portone chiuso, nessuna traccia di accoglienza. Citofono. Dopo un po' una voce bianca ci risponde e ci apre. Saliamo al secondo, dove troviamo un bambino (la voce bianca) che ci introduce in un appartamento tristissimo, fiocamente illuminato da poche lampadine, massimo 20 candele. Una sala con qualche sedia, deserta. Un pianoforte. Poltrone e divanetti con centrini sui braccioli: il salotto della nonna. Nell'altra stanza, su un tavolo, tre bottiglie di vino dei Castelli e un piattino di pretzel: il rinfresco.

Arrivano signori e signore grigissimi, polverosi, di assoluta ineleganza. Non per essere snob, ma quando loro ci si mettono a dare il peggio, ci riescono molto meglio di noi del sud Europa. Parlottano nelle loro lingue impossibili; per fortuna reagiscono positivamente all'inglese. Ma è tutto moscio, l'atmosfera è stantia, la muffa ricopre ogni cosa, un mortorio.

Con il cuore intirizzito dal gelo scandinavo, ci facciamo forza, aspettiamo la scadenza della mezz'ora di cortesia; non succede niente. Allora via a gambe levate con la ferma intenzione di non farci mai più vedere. Non sapremo nulla sull'opera degli artisti o sulla qualità del vino. Pazienza.

 

"Festa della Musica per il Cinema" al Teatro Argentina. Stavolta la foto la mettiamo, anche se è riuscita male, perché la ragazza in stile Botero che regge il premio destinato a Morricone merita un'occhiata. In apertura di serata, la Sonora 2014, organizzatrice della faccenda, onora la carriera del grande maestro, il quale, ascoltata l'esecuzione di un suo brano, ritira la targa e scappa a casa. Segue una troppo lunga sfilza di autori di musica per documentari, film, fiction, tutti premiati, anche se non tutti noti.

Bravi o no, non ci interessa. Ci colpisce il fatto che, con qualche lodevole eccezione, quasi tutti si presentano con addosso non diciamo capi di civile abbigliamento, oppure (folle esagerazione!) giacca e cravatta, ma quotidiani stracci. Su questo argomento tendiamo a ripeterci, lo sappiamo, ma quando sali sul palco di un teatro (prestigioso) per prendere un premio (prestigioso o no), mettiti almeno una camicia pulita, un pantalone stirato, magari qualcosa di bizzarro, se proprio ci tieni, ma non la maglietta di tutti i giorni. Perché il palcoscenico è un altare, e qualunque fatto avvenga lassù è una cerimonia.

E all'organizzazione vorremmo suggerire una valletta un filino meno scosciata e magari un po' più snella.


Mostra del peperoncino. Una manifestazione di cui si sentiva proprio la mancanza. Piante e campioni di peperoncini piazzati sui tufi di un tratto delle Mura Serviane di Roma (VI secolo a.C.) salvato dalla furia edilizia del secolo XIX e valorizzato nel XX, nella sede del Corpo Forestale dello Stato, organizzatore e ospite. Inutile dire che noi eravamo lì, convinti della futilità dell'evento, ma comunque curiosi, e in seguito premiati da quello che abbiamo imparato.

Ripassiamo insieme: l'Italia non è in grado di soddisfare la richiesta interna, quindi importa il 70% del fabbisogno da Pakistan, India e Messico. Il capsicum annuum è la specie più coltivata da noi. E' originario del Sud America ed è stato portato in Europa da Colombo. La piccantezza non è un gusto, ma una sensazione; infatti l'alcaloide che la provoca è incolore e insapore. Il suo grado si esprime in punti di una scala vertiginosa, quella di Scoville. Il campione fino al 2006 era l'Habanero Red Savina, messicano, con 577.000 punti. Surclassato l'anno dopo dall'ibrido indiano Naga Jolokia, 1.041.427 punti, e oggi siamo arrivati a un milione e quattrocentomila con il Trinidad Moruga Scorpion. Numeri per noi esagerati (forse si potrebbero eliminare alcuni zeri), ma, ci dicono, ufficiali.

E dopo questa lezioncina, tutti in trattoria per un piatto di penne all'arrabbiata.

Ah, dimenticavamo: il peperoncino è ricchissimo di vitamina C. Molto più degli agrumi. Per ognuno di noi, una puntina sarebbe sufficiente per tutta la giornata. Certo, poi, la scala Scoville...


Ikebana. All'Istituto Giapponese di Cultura, l'ultima autoflagellazione: una dimostrazione di ikebana, l'arte orientale di disporre i fiori.

Ogni ikebanista ci guida al fragrante risultato di una preparazione meticolosa, elegante, ma necessariamente lunga e inevitabilmente noiosa, resa ancora più pesante dal cicaleccio incessante di una signora italiana che credendosi obbligata a riempire i silenzi racconta cose che vediamo benissimo da soli.

"Ecco adesso Yoko taglia questa foglia con cura perché deve essere della lunghezza giusta". "Ecco, adesso Yoko dispone le due margherite gialle simmetricamente come vuole la scuola ikenobo". E poi, via con i nomi giapponesi delle forbicine, del vasetto, della spugna, dei rami, dei fiori, delle scuole, delle tecniche, dei maestri...

Una faccenda estenuante, che ci porta a benedire la nostra TV, la quale, almeno, nei programmi di cucina non ci tiene impegnati per le ore di effettiva preparazione e cottura. Vedi un coltello che taglia gli ingredienti, la mano del cuoco che li versa nell'acqua, un mestolo che li gira e, miracolo del montaggio, dopo quattro secondi la pasta e fagioli è bell'e pronta.


 

                                         


 

 
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Muffa e splendore

Post n°305 pubblicato il 23 Novembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  24 novembre 2014

     MUFFA E SPLENDORE

 

 Cominciamo con la muffa.

 Un pomeriggio di noia travolgente, ma ricco di approfondimenti sulle umane debolezze (sotto la coperta della cultura).

Tempo, luogo e occasione: mercoledì 19; Sala della Crociera al Collegio Romano, un magnifico ambiente zeppo fino al soffitto di libri plurisecolari; presentazione di "NOW, art before the future", curato da Crescentini e Domenicucci, un bel catalogo futuribile delle opere di una quarantina di artisti contemporanei e viventi.

Cinque i relatori annunciati: Bagnato, D'Amico, Siciliani, Lombardi, Nazio, ma siccome per caso c'è anche il pittore Ennio Calabria, ne approfittano per chiamarlo al tavolo a parlare. Non l'avessero mai fatto! Il maestro, dopo essersi schernito con un pericoloso: "Non mi aspettavo questo onore", attacca una tirata di venti minuti parlando molto di sé, del suo rapporto con l'arte, e di un collega morto recentemente, pace all'anima sua, che era suo carissimo amico.

Sopravviviamo, ma prima di sgattaiolare via durante l'ennesimo applauso di compiacenza, ci dobbiamo sorbire un altro po' di chiacchiere di quel genere particolare, chiaramente destinato alle orecchie dei colleghi.

Qui di seguito i tipi umani che si sono esibiti, un vero campionario da presentazione. Tutti nella lista dei relatori, ma non diciamo in che ordine.

Quello che recita la lezione senza prendere fiato, con la tipica concitazione ansiosa e ansiogena del primo della classe che vuol riuscire a dire tutto quello che sa, e fare bella figura. Molte parole inglesi, nomi di intellettuali a pioggia, fra i quali abbiamo sentito perfino Allevi! Faticoso da ascoltare perché ti condiziona sfavorevolmente la respirazione.

L'altro che arriverà tardi perché è in TV a farsi intervistare a "La vita in diretta", ma lo sostituisce un collega che però ha poco tempo anche lui perché è appena arrivato dal Messico, e ha un treno che lo aspetta per portarlo a Torino. Gente importante.

Ancora uno che deve scappare per altri impegni, ma fa in tempo a darci un sunto del suo inglese piuttosto casareccio. Risatine d'intesa della combriccola.

Durante tutta la faccenda ci assilla da uno schermo, in un loop senza fine, un insulso filmato di bambini che fluttuano in una specie di liquido amniotico. Naturalmente in bianco e nero un po' sfocato. Roba da video-art alla Biennale di Venezia, ma di trent'anni fa.

Questa fiera dell'autocompiacimento ci intristisce e ci spinge ad allontanarci prima della fine, non senza darci il pretesto per manifestare il nostro stato d'animo con un commento forse poco intellettuale, ma, ne siamo certi, comprensibile a tutti.

  ZZZZZZZZ!


 ...ma continuiamo con lo splendore.

Ore 21, stesso giorno. Un pomeriggio come quello appena trascorso avrebbe potuto portarci a una serata rovinosa.

Invece, evviva! Ci è capitato uno dei più bei concerti degli ultimi anni. Letteralmente. Alla Sala Sinopoli del Parco della Musica: "Swinging Duke" con Fabrizio Bosso, il suo trio e una big band ridotta (due trombe, un trombone e tre sax) fatta dei migliori strumentisti in circolazione.

La ricetta dell'evento: i pezzi di Duke Ellington, che sono comunque belli; gli arrangiamenti pieni di poesia e di gusto di Paolo Silvestri, un audace che ha osato rifare i già perfetti originali migliorandoli, se è possibile; facendoli comunque diversi e certamente più moderni (che questa parola non sembri una bestemmia, ma è proprio il caso) e le ottime esecuzioni del gruppo.

E in cima a tutto l'assoluta padronanza di Bosso della tecnica, della voce, del gusto e del pensiero musicale applicato alla tromba. Perfezione. Ci si chiede come ha fatto in così pochi anni ad accumulare l'esperienza di una vita. Forse in questo consiste il genio. Chiedere a Mozart.

Sala esaurita, pubblico felice, e i suonatori, entrati con giacche inappuntabili, che poco a poco cominciano a spogliarsi nel fuoco dell'esecuzione fino a rimanere con le maniche arrotolate e l'espressione beata di chi si diverte a fare il proprio lavoro.

E anche noi: non era certo il primo concerto a cui assistevamo, eppure non un minuto di noia, di distrazione, di pensare ad altro.

Un piacere completo dall'inizio alla fine.


Un altro discorso.

Chiusura di settimana con l'inaugurazione del Roma Festival Barocco diretto da Michele Gasbarro. Una magnifica esecuzione dell'Officium defunctorum di Victoria nella chiesa nazionale spagnola di S. Maria in Monserrato, l'unica chiesa a Roma, oltre a S. Maria dell'Anima, illuminata come si dovrebbe. Tutta la luce in alto, verso Dio, e non in basso, negli occhi di noi peccatori.

Musica mistica, abbiamo detto, lontana dal jazz, ma non dalla bellezza, e benissimo eseguita. Prima dell'inizio, discorsetto introduttivo del parroco, spagnolo naturalmente. Beh, fra il tono morbido della voce e l'accento esotico, bastava chiudere gli occhi, ed eccocelo lì davanti: Antonio Banderas con i suoi tarallucci del Mulino Bianco.



                                          

 
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Swing, cannoni e papi

Post n°304 pubblicato il 16 Novembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   17 novembre 2014

  SWING, CANNONI E PAPI

 

Trenta e lode allo swing. L'11 novembre il Roma Jazz Festival apre il programma con una piccola cerimonia alla LUISS, presenti due illustri professori, un illustre giornalista economico e, per fortuna, l'illustre musicista Gegè Telesforo con l'illustre "Max Ionata Hammond Trio".

E' necessaria una breve spiegazione, altrimenti non si capisce il nesso fra jazz ed economia, di cui l'Università LUISS è il tempio. Quest'anno il tema del festival è lo swing, modalità jazzistica emersa all'epoca della grande depressione americana del'29 e del New Deal. Due fatti economici. Ecco il perché di questa location, fra professori e giornalisti, insieme a un gruppo che più swing non si può.

Tutto bene, tranne un inciampo, inevitabile quando si è ospiti in casa d'altri, verificatosi allorché l'illustre giornalista, di sicuro un ottimo professionista nel suo campo, è uscito dalle proprie competenze, ha afferrato una chitarra e si è intrufolato prima con l'accompagnamento e poi purtroppo anche con un solo, in un "All of me" che, da questa incursione è uscito piuttosto malconcio.

Cosa dire ancora? Che una volta tanto i musicisti erano vestiti impeccabilmente (senza quelle magliettacce e jeans da battaglia che troppo spesso i jazzisti, con nostro dispiacere, indossano), e che hanno suonato benissimo. Voto: trenta a tutti, dato che siamo in un'università, ma con in più la lode allo swing, e anche alle divertenti smorfie del geniale hammondista Alberto Gurrisi.

 

Cannoni puntati! E' il cinquantunesimo Festival di Nuova Consonanza.  Mezzo secolo di vita merita una salva. Che c'è stata, non di bocche da fuoco ma di applausi, nel Grand Salon dell'Accademia di Francia a Roma, Villa Medici, il 12, alla fine del primo concerto della rassegna, con l'Ensemble Orchestral Contemporain di Lione.

"Non aprite quelle orecchie", ci verrebbe da dire con una battuta un po' frusta quando leggiamo sul programma di sala che stiamo per ascoltare una musica spettrale. Poi ci tranquillizziamo: "Gli spettralisti parlano di suono non come oggetto in sé concluso, ma come campo di forze, porzione di spazio-tempo, parte di un puro divenire sonoro".

Malgrado il critichese del testo, inteso soprattutto a  complicare la faccenda, è vero che si tratta di materiale che arriva in tutta semplicità e facilmente all'ascolto, senza dover passare attraverso serialità ferree o metodologie vincolanti.

E il bello è che questi suoni assolutamente non tradizionali, anzi, che potrebbero essere presi per blasfemi, si spandono esteticamente nello spazio di un salone ultraclassico con soffitto di dodici metri, e arazzi barocchi alle pareti. Quando è roba buona va bene in qualsiasi ambiente. E non c'è scandalo.


"L'ultimo palazzo del Papa". Nessuno scandalo, neanche qui. Anzi, quanto sopra ci è tornato in mente nella Sala Torlonia di Palazzo Braschi, ora museo di Roma, la sera dell'8.

Alla performance dell'ottimo spettacolo messo in scena da Rosa Di Brigida per la Associazione Era Dea, fra specchi e divani rococò, con una impostazione moderna e antica insieme, musica dal vivo, e costumi che definire visionari sarebbe poco.

Già tutte prenotate con grande anticipo, le due repliche dell'8 e del 9 sono la cronaca, fedele ai fatti, senza concessioni, a tratti beffarda (Pasquino e le sue satire: l'attore Francesco D'Ascenzo), del papato di Pio Sesto Braschi, l'ultimo Papa Re a lasciarsi andare a una vergognosa politica di sfrenato nepotismo e di spese talmente folli (naturalmente a carico della Camera Apostolica) da mandare in rovina, dopo averla innalzata, prima la sua stessa famiglia e poi il faraonico palazzo costruito a Piazza Navona.

Che malgrado tutto andò avanti con la sua storia; anzi, a un certo punto, e questo la dice lunga sulla sua gestione sconsiderata, fu addirittura messo in palio come primo premio dell'estrazione del lotto: gioco, anzi rapina legalizzata del governo pontificio ai danni del cencioso popolo dell'Urbe. Ma anche l'estrazione andò buca.

Ancora una prova della nostra teoria: arbitrario o fedele, critico o visionario, uno spettacolo, se è buono, funziona dappertutto.

 

Ancora e sempre Negroni. A questo punto, chiuse le manifestazioni di cultura, usciamo dai saloni e scendiamo ai piedi del palazzo. Qui, proprio nell'atrio che si affaccia meravigliosamente con un portone su Piazza Navona (la più bella piazza del mondo, e non solo secondo noi), c'è il Braschi Bar.

E noi lo citiamo, non solo per lo splendore dell'ubicazione, ma anche per quella che è, lo sappiamo bene, la nostra fissazione: il Negroni.

Loro lo fanno benissimo.


                                      

 

 
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La distribuzione del talento

Post n°303 pubblicato il 10 Novembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     10 novembre 2014

     LA DISTRIBUZIONE DEL TALENTO

 

 

L'apocalisse annunciata da Pulcinella. Roma 6 novembre. "Non uscite di casa se non in caso di estrema necessità". "Scuole e siti archeologici chiusi". Questi i titoli dei giornali stamattina. Senza dimenticare la sempre evocata bomba d'acqua. In tutta la giornata abbiamo visto solo una violenta ma assolutamente normale pioggia di novembre che non ci ha impedito di scendere al bar per il quotidiano cappuccino. E per l'allarmatissimo giornale.

In cui i titolisti allo sbaraglio ci servono la meteorologia drammatizzata: Roma in ginocchio per la pioggia, l'Italia nella morsa del gelo, o del caldo, paura a nord (o sud, est, ovest). Ore di caos, strade come fiumi, paralisi del traffico, voragini, emergenza.

Ci pare il solito teatrino di pulcinella che affronta la normalità stagionale come un dramma apocalittico (per poi farsi fregare dall'emergenza vera). Ancora ci ricordiamo i tre centimetri di neve a Roma e la conseguente totale paralisi urbana.

Comunque, il resto delle ventiquattrore non è che sia andato un gran che meglio.

Blanda fregatura con l'inaugurazione della mostra "Artisti dell'800 - Temi e riscoperte" alla Galleria Comunale d'Arte Moderna. Una modesta riproposta delle opere in deposito al museo stesso. Paesaggi, ritratti e qualche gesso o bronzo. Tutta roba vista e stravista; i temi, sempre gli stessi e, quanto a riscoperte, non ci siamo accorti di niente.

Grossa fregatura invece a fine giornata, quando ormai la bomba (d'acqua) aveva fatto cilecca, alla proiezione in anteprima del film biografico televisivo "Non escludo il ritorno", titolo preso dallo spiritoso epitaffio suggerito da Califano per la sua tomba. Quasi due ore di luoghi comuni, recitazione mediocre, location al risparmio, banalità, canzoni, sdilinquimenti sentimental-parolacciari, con l'attore protagonista che lo imita (bene, ma senza darci un attimo di tregua) biascicando in romanesco.

L'unico spazio per una risatina in tutto il film: al ristorante, Califano paga il conto, poi dice al cameriere: "Il resto..." "E' noia", fa il cameriere, spiritoso. "No, è mancia", ribatte il Califfo. Pochino, no?

C'è una domanda che ci perplime ogni volta che ascoltiamo le sue poetiche canzoni. Che poi è buona per tutte le epoche e per quasi tutti gli artisti. Com'è possibile che in una persona greve viva un'anima leggiadra? Eppure succede.  Continuamente.

La conclusione è lampante: il talento è un regalo distribuito senza criterio.      


Foto contro sguardo. Domenica 9. Malgrado il calendario è un'altra giornata primaverile. Ne approfittiamo per visitare una zona archeologica appena recuperata e aperta al pubblico sull'Appia Antica, la tenuta di Santa Maria Nova.

Facile e sbrigativo descriverla, anche perché assomiglia a tante altre. C'è un bel prato, parecchi pini e cipressi, mozziconi di muri antichi, un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.

Nella quale, dopo averla scippata, eliminandoli, ai legittimi proprietari, appunto i fratelli Quintili, l'imperatore Commodo andava spesso a fare delle scampagnate, e naturalmente aveva bisogno della guardia del corpo.

Ci sono pavimenti in mosaico, vasche e ambienti riscaldati; insomma, la solita attrezzatura delle terme dell'epoca.            

Naturalmente non è per fornire questa banale descrizione che riferiamo la nostra visita.

All'ingresso della tenuta, in cima ai resti di una grossa cisterna hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un'ottima visuale panoramica di tutti i dintorni, dai Colli Albani, alle tombe dell'Appia Antica, agli aerei che decollano da Ciampino.

Tutti contenti ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo, poi lo abbiamo abbassato, e qui abbiamo avuto la sorpresa, da cui il nostro titolo.

Tutto intorno, sui quattro lati della terrazza, ci sono, bene incorniciati e fissati alla ringhiera, dei pannelli a colori che riproducono esattamente quello che si vede affacciandosi da quel lato. Normale amministrazione? Ce ne sono parecchi di quei pannelli in giro, ma sempre arricchiti da indicazioni per riconoscere la tal cupola, o il talaltro monumento nella foto, e di conseguenza identificarlo nel panorama.

Qui, invece no; c'è la foto e basta. Ha tutta l'aria di essere un omaggio al potere che in questa nostra epoca dell'immagine ha acquistato l'immagine stessa.

Se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo e guardo un po' più in là, vuol dire che quel panorama è importante, e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio: io c'ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

Come turista sono a posto.

Come persona pensante, un po' meno, ma che fare?



                                     




 

 
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In trincea

Post n°302 pubblicato il 02 Novembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  3 novembre 2014

   IN TRINCEA

 

Conferenza stampa in trincea. Alla minacciosa intimazione: "Fermi tutti, le porte sono allarmate!" non solo ci siamo fermati, ma abbiamo cominciato ad allarmarci anche noi. Giovedì 30, intorno a mezzogiorno al Campidoglio di Roma, dove eravamo invitati alla conferenza stampa di presentazione del festival TorBellaMusica, curato da Piji per la Casa dei Teatri e il Teatro Tor Bella Monaca (che è il nome dello spazio, da cui il gioco di parole).

Fallisce il primo tentativo di entrare dall'ingresso abituale. Cacciati e spediti alla Protomoteca, su e giù per scale e scaloni. Niente da fare neanche lì. Incomprensibili dichiarazioni del personale: ragioni di sicurezza.  Mah, noi non avevamo avvertito minacce nell'aria. Comunque, torniamo tutti al portone di prima; qui siamo intruppati da un vigile che ci fa passare quattro alla volta e quando siamo nella portineria, ma non ancora autorizzati a procedere, ecco la minacciosa intimazione.

Per camminamenti interni che ricordano i sotterranei del Colosseo (ci è parso di udire il ruggito dei leoni) arriviamo alla sala, dove finalmente ci viene dato, in letizia e con la vivace partecipazione degli artisti coinvolti, l'annuncio del programma, ricco e bene articolato, della manifestazione.

Ultimamente, a proposito della cultura, abbiamo sentito dire spesso: "Di questi tempi il teatro (o la musica, o la danza) è in trincea". Senz'altro vero; e ci è sembrato un giusto adeguamento al sentimento diffuso fare in modo che in trincea siano organizzate anche le conferenze stampa.


Fratelli coltelli? Niente di tutto ciò in una serata della serie "Fratelli nel Cinema" organizzata dalla Cineteca Nazionale il 29 allo  Spazio Trevi. I fratelli sono Paolo, Vittorio e, protagonista dell'evento, Franco Taviani. Incontro guidato con garbo e discrezione da Amedeo Fago, ma quasi sabotato, soprattutto per la pessima mira, dalla co-moderatrice Patrizia Pistagnesi. La quale, invece di puntare su Franco, ha parlato soprattutto di sé e della sua ammirazione per gli altri due fratelli.

Non si fa così a casa del festeggiato, no?

Saletta gremita, e, in attesa della proiezione di "Gli sconosciuti", l'ultimo film di Franco Taviani, ci è stato servito un delizioso copione a tre voci di battute, ricordi (d'infanzia e di carriera), riconoscimenti e  manifestazioni di affetto e rispetto reciproco che alla fine ci hanno portato inevitabilmente a riconoscere che, quando funziona, la famiglia è una gran bella cosa.

Se manca l'opera è quasi meglio. Il nome della mostra è "Open museum, open city". Inaugurata il 23 ottobre al Maxxi. La prima domanda è: perché un titolo inglese? La seconda, appena entrati: dov'è la mostra? Poi abbiamo capito tutto: la mostra non è visiva ma acustica. Il programma dichiarato dal curatore Hou Hanru è svuotare totalmente il museo per riempirlo di suono.

Splendida iniziativa perché l'edificio, dentro, è straordinariamente bello: volumi immensi, linee curve, passerelle sospese, pavimenti inclinati. E' lui l'opera d'arte (dobbiamo aggiungere che tutto quello che ci abbiamo visto nel corso di varie esposizioni non ci è sembrato mai neanche lontanamente all'altezza del contenitore).

Quindi siamo totalmente d'accordo con la prima parte del progetto: svuotarlo.

Meno sul riempirlo di suoni. Qui parte l'equivoco, anche un po' stantio: il suono organizzato è musica, consonante o dissonante non fa differenza. Il suono in sé non è niente. Può essere pauroso, certo, inquietante, ossessivo, ipnotico, rasserenante, ma, malgrado i molti tentativi delle avanguardie, da solo non va mai abbastanza lontano da rappresentare un fatto autonomo, uno spettacolo, una riflessione. Rimane una sensazione. E questo non basta.

Così ci siamo trovati con gli occhi felici per le estensioni quasi infinite a disposizione, ma con le orecchie, ormai troppo smaliziate per stupirsi davvero, inutilmente costipate di rombi profondi, pulsazioni nevrotiche, sibili e grattugie. Roba ormai vecchia, anzi, nata già vecchia.

Sull'inglese del titolo: boh?


Cinquant'anni. E' l'età della galleria "Il segno" di Via Capo le Case a Roma. Festa di compleanno il pomeriggio di mercoledì 29, con una mostra in cui ai muri non c'è appeso un bel niente. Ci sono scritti, in compenso, i nomi di tutti gli artisti le cui opere sono state davvero attaccate a quei chiodi in questo mezzo secolo.

Certo non sapremmo cosa suggerire come alternativa. Rimane il fatto che queste pareti scarabocchiate ci ricordano  i tanti ristoranti turistici del centro storico, decorati con foto e firme taroccate di ospiti illustri; o addirittura qualcuno dei pochi jazz club ancora vivi, omaggiati, sempre sull'intonaco, da improbabili Duke Ellington o Louis Armstrong.

Solo che spaghetti o note musicali non si possono certo appendere, mentre i quadri sì, si potrebbe.

Insomma, l'impressione è di una trovata un po' furba.

Ma, per citare un contemporaneo piuttosto famoso (quel signore sempre vestito di bianco): chi siamo noi per giudicare?



                                          

 

 
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Con la scusa del meteo

Post n°301 pubblicato il 26 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     27 ottobre 2014

   CON LA SCUSA DEL METEO

 

 

17 ottobre, ore 12. Mentre Genova spala il fango, e Parma conta i prosciutti perduti, noi ci troviamo, in una mattinata incredibilmente balsamica (maniche di camicia e brezzolina tonificante) al parco dei sepolcri della Via Latina, appena riaperto dopo una esemplare sistemazione.

Qualche moralista penserà che è ingiusto che dalle nostre parti sia ancora estate a metà ottobre, mentre lassù piove a rotta di collo, ma approfittarne non crediamo che sia peccato, e la gratificante bellezza dell'escursione funziona benissimo per allontanare ipotetici sensi di colpa.

Adagiati su una panchina sotto un aromatico pino con vista sui ruderi suggestivi e con il traffico lontano, ci viene da fare una considerazione.

Non ci sembra proprio che il clima sia cambiato tanto da mettere in pericolo la nostra sopravvivenza. Temporali e mareggiate sono le stesse da sempre; è la gente che, moltiplicandosi, ha cambiato le cose. Trecento anni fa una frana in Valsugana avrebbe fatto fuori al massimo un paio di camosci distratti. Oggi la stessa frana butta giù una seggiovia, due baite e mezza dozzina di villette, con relativi morti e feriti e dichiarazione di stato di calamità naturale.


18 ottobre. Stesso meteo. Da venti secoli fa, passiamo all'altro ieri. E ai suoi monumenti. In fondo anche un gazometro abbandonato ha la sua eleganza. Ed è lui stesso la testimonianza di un guizzo di modernità in una città come Roma che, dopo la fine dell'Impero e un medioevo catastrofico, si era addormentata fra le braccia di Santa Madre Chiesa, la quale aveva ben provveduto a tenerla costantemente sotto sedativo.

C'è un'area, cosiddetta industriale, a sud del centro storico. Cosiddetta perché, in confronto a una vera città industriale, fa la figura di un laboratorio artigianale, e pure antiquato. C'è, appunto, un gazometro, una centrale elettrica trasformata in museo, un ponte ferroviario che sembra un giocattolo e poco più. Il resto è tetti caduti, mura annerite e immondezza.

Per fortuna, da un po' di tempo qualcuno ha deciso di dargli una ripulita: è nato un giardinetto qua, là c'è il Teatro India che spolvera un po' di cultura sulle macerie; il nuovo ponte pedonale unisce tratti asfaltati di un Lungotevere che prima o poi si collegherà a quelli esistenti per creare una passeggiata lungo il fiume, e, perché no, per sfruttare il fascino crescente dell'archeologia industriale. Noi ci saremo.


Un Nuovo Negroni. Colpo di scena! Cachaça brasiliana (invece del gin), Martini Gran Lusso e Campari (roba italiana), una grattatina di fava tonka (dipteryx odorata, venezuelana); miscelato, lasciato riposare in botticella per tre settimane, e servito, naturalmente sul ghiaccio. Si chiama Trilusso e la sua madrina è Lela (foto), bar woman, di "Spirito", uno speakeasy, dove siamo capitati domenica 19 per ascoltare l'amico Ettore Zeppegno al pianoforte con Sebastiano Forti, sax soprano e clarinetto.

Musica anni '30, mentre noi mettevamo sotto i denti un buon piatto di fish'n chips, e davamo un'impostazione etilica alla giornata con la scoperta del misterioso ma indiscutibile affiatamento del Nuovo Negroni con merluzzo fritto e patatine.

Siamo al Pigneto, una zona di Roma che, malgrado i tentativi della stampa modaiola di farne uno spicchio di città trendy, rimane a nostro parere un ex quartiere popolare poco dotato, scomodo da raggiungere, difficile da girare, impossibile da parcheggiare. In compenso il locale è bello, bene arredato e ben gestito. Speakeasy perché l'ingresso alla vera sala è mascherato da una porta nascosta, come usava ai tempi del proibizionismo in America. Una volta entrati, niente paura: buona cucina, buon servizio e un banco bar spettacoloso e ottimamente governato, appunto da Lela.

E meno male che abbiamo avuto il buon senso di limitarci a un solo assaggio, perché la tentazione era forte, la batteria di bottiglie formidabile, e la varietà delle proposte pericolosa.



L'attimo fuggente. E' martedì 21, le previsioni per domani sono di gran vento, ma per oggi continua il caldo. E allora, passeggiata finale di stagione per rivedere quello che per noi è il restauro più geniale (e poetico) mai visto: le ultime due campate del Colosseo.

Dopo secoli di abbandono, demolizioni e furti, si decide, a inizio '800, di costruire un enorme sperone di mattoni per impedire che l'anello esterno si sbricioli. L'anfiteatro è un'ellisse che si regge per spinte contrapposte: togli un arco e senza più il suo sostegno, parte l'effetto domino e crolla tutto.

Normalmente il restauro di un edificio riporta le cose a un ipotetico ordine precedente, spesso arbitrario, oppure ripulisce le rovine lasciandole come sono state trovate.

In questo angolo del Colosseo, no. Qui il restauro ha magicamente bloccato l'inizio della catastrofe, con le crepe che si allargano, gli archi che collassano, i cornicioni che si incrinano, pietrificando l'attimo fuggente. Geniale. E poetico.

 

                                          


 

 
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Improbabile città

Post n°300 pubblicato il 19 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     20 ottobre 2014

   IMPROBABILE CITTA'

 

 

Luci sbagliate. Un curioso concerto a S. Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova, lunedì 13. Il pretesto: la imminente beatificazione di Papa Montini. Qualche aneddoto e dei pensieri su Paolo VI, intrecciati a una discreta esecuzione di Bach e Haendel. Pubblico attento e devoto, una chiesa che è un esempio di barocco senza eccessi, ma con tutti i suoi caratteri di sontuosa armonia: bellissima, insomma.

E con un'illuminazione (è il nostro pallino) che è un attentato alla meditazione, al buon gusto e alla vista, oltre che un forse involontario, ma diabolico marchingegno per mortificare l'equilibrio dell'edificio.

Una fila di intense lampade, concepite per uccidere, puntate ad alzo zero direttamente nelle pupille dei fedeli, e sei violenti riflettori che dal più alto cornicione incombono sul povero cristiano il quale, alzando lo sguardo non vede altro se non quel barbaro barbaglio. Nell'improbabile caso che a qualcuno venga in mente di orientarli (i riflettori, non gli occhi) verso il soffitto, l'effetto sarebbe meno villano e a costo zero. Forse il parroco è talmente occupato a pregare che non ha il tempo per pensare. Peccato.

 

 

"Parole liberate oltre il muro del carcere". Una notevole iniziativa presentata martedì 14 nella sala stampa della Camera dei Deputati. Promosso dal Festival di Lunezia, è un concorso fra i carcerati d'Italia per le parole di una canzone. L'ha vinto Lupetto (nome d'arte di un recluso) e il suo testo sarà musicato da Ron. Il quale era presente e ci è parso commosso e onorato del compito.

Secondo noi Ron assomiglia sempre di più al nostro caro amico Lelio Luttazzi, come lineamenti, come accento e come modo di parlare. Chissà se ne sarà contento. Dovrebbe.

Mentre stavamo entrando ci ha colpiti un'improbabile combinazione fra artigianato storico e tecnologia contemporanea. Anche l'ingresso alla sala stampa del Parlamento (installata a Montecitorio, il magnifico edificio barocco del Bernini che ospita una delle due istituzioni fondamentali della Repubblica) è naturalmente dotato di un varco elettronico progettato per sventare l'introduzione di armi o altri oggetti pericolosi.

La porta c'è e suona, ma l'apparato di sicurezza (vedere foto) è collegato a un cavetto volante, abbandonato all'esterno sui gradini d'ingresso, che parte da una normale presa, neutralizzabile da chiunque in mezzo secondo. Si può dire che garantisce lo stesso livello di sicurezza di una stufetta elettrica in una baracca abusiva. Ma siamo a Roma, in Italia e nel 2014. Mica nel futuro.


Astronavi e broccoletti. Mercoledì 15. Siamo lieti di annunciarvi che eravamo presenti all'inaugurazione della mostra "Fantascienza 1950/70, l'iconografia degli anni d'oro". In pratica, marziani e astronauti fra i finocchi e le banane del mercato coperto di Via Cola di Rienzo. L'idea è "trasformare i mercati rionali storici in una piattaforma culturale non convenzionale stabilendo una sinergia innovativa nel rapporto commercio-cultura-città".

Siamo sicuri che gli operatori ai banchi, non avranno alcuna difficoltà a comprendere questa facile prosa. A noi non addetti ai lavori (né frutta, né verdura) si è presentata una banale immagine di massaie indaffarate, e di pescivendoli e fruttaroli preoccupati di intrufolarsi, con la loro mercanzia, nelle inquadrature delle cineprese, ma tutti ugualmente indifferenti alla fantascienza e alla sua iconografia.

E' una nobile iniziativa il cui merito sfugge al cinico occhio del Cav. Serpente, oppure un opportunistico tentativo di sfruttare un'occasione, con scivolata, probabilmente casuale, nella più totale improbabilità?


Red carpet. E siamo al quarto appunto su questa nostra improbabile città. L'evento, intitolato "Pinocolus mutationem habet", è organizzato dall'Associazione culturale Pinocchio e ha luogo nella meravigliosa Sala dei Papi attigua al fantastico chiostro del convento di S. Maria sopra Minerva, per l'occasione pieno di grilli che si godono, frinendo, la temperatura semiestiva (è la sera del 15). Una lettura con musica di brani del libro di Collodi, e una mostra di quadri su episodi della favola.

Vogliamo segnalare il punto d) dello statuto associativo che dice: "...ci proponiamo la diffusione e la promozione dell'eccellenza produttiva italiana attraverso la storia di Pinocchio". Ci sfugge qualcosa: forse si riferisce alla produzione, da noi fiorente, di gatti e volpi?

Insomma, la sala bellissima, ma con una pessima acustica; il pubblico, una dozzina di persone compresi due frati dell'attiguo convento; i quadri, sul cui valore artistico sorvoleremo per carità cristiana, esposti tutti in fila in penombra, e quello che ci ha davvero colpiti: il red carpet, una sontuosa passatoia scarlatta che guida i visitatori dal portone fino al chiostro, con, a dare il benvenuto, un magnifico buco piazzato esattamente al centro.

Una volta i conventi avevano delle volenterose zitelle che si preoccupavano del fabbisogno di abiti e arredi sacri. Magari un rammendino, una toppa...



                                       

 

 
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Accidenti a Caravaggio

Post n°299 pubblicato il 12 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  13 ottobre 2014

   ACCIDENTI A CARAVAGGIO

                                                
                                                                                                                                                                         

Villa Medici, o meglio, Académie de France à Rome, lunedì 6. Mostra "I bassifondi del Barocco, la Roma del vizio e della miseria".

Un eccellente esempio di quanto siano importanti presentazione, promozione e soprattutto il titolo per fare un evento.

Folla oceanica e forse pruriginosa all'inaugurazione. Mondanità, gossip, eleganza, più champagne e grappoli d'uva per gli ospiti (i grappoli evidentemente perché in tutte le rappresentazioni della dissolutezza, dall'antica Roma al '600, sono presenti come simbolo, chissà di che, dato che l'uva è un frutto innocente come sapore e per niente allusivo come forma).

Mancava Michelangelo Merisi; in compenso erano presenti pittori caravaggeschi in gran copia (gioco di parole per intenditori). Il che ci spinge a esibirci in una stagionata ovvietà: la quantità non fa la qualità.

Insomma, per farla breve, questa furbissima mostra (e lo dimostra il successo di pubblico) vuole raccontare le cattive abitudini della Roma barocca. I quadri sono addirittura raggruppati seguendo uno schema per sottocategorie del genere: la crapula viziosa, la crapula violenta, quella malinconica, quella disperata. Le scenette sono naturalmente ambientate nelle sudice osterie o nei mercati dell'epoca, dove si consumavano i vizi seicenteschi, se non eterni, dell'uomo: ubriachezza, gioco, prostituzione, furto, violenza e quella che per l'epoca era una novità scandalosa: il fumo. In fondo più innocenti di quelli tecnologicamente avanzati di oggi (droghe sintetiche, musica psichedelica, cocktail micidiali, eccetera).

E Caravaggio che c'entra? Intanto perché non c'è. E poi perché, dopo che lui ha dipinto una scena in un certo modo, nessuno mai riuscirà a farlo meglio. E quindi, spatola o pennello, i Caravaggeschi, presenti numerosi, rimangono imitatori più o meno bravi (di solito meno) mentre il caposcuola se ne sta lassù irraggiungibile.

Ecco perché questa mostra, disposta, guidata, e illuminata con consumata abilità commerciale, per noi è risultata una raccolta piuttosto noiosa di quadri da abbastanza belli, a solo modesti, a, in alcuni casi, decisamente brutti.

Il fatto è che per noi fortunati romani, in un raggio di poche centinaia di metri da lì (chiesa di S. Maria del Popolo, S. Luigi dei Francesi, S. Agostino, Galleria Borghese) i Caravaggi garantiti autentici si sprecano. Quindi, bene lo champagne e l'uva, benissimo la mondanità che in luoghi speciali come Villa Medici riesce meglio, ma poi, una breve passeggiata nei dintorni, e possiamo rifarci gli occhi con l'arte vera.


Contemporanea Mente. GNAM, sabato 11, sei artisti per la X giornata del Contemporaneo. Ecco come, al contrario del precedente di Villa Medici, un titolo che vorrebbe apparire furbo, risulta solo un po' scemo, e fa pensare a fatterelli della domenica camuffati da eventi: "Nonsolotarli" (mercatino di mobili vecchi), "Bau beach" (spiaggia per i cani a Ostia), "BicchierdiVino" (enoteca con degustazione), eccetera.

La Galleria Nazionale d'Arte Moderna è un magnifico edificio dove si gira bene senza urtarsi, e si incontrano amici in buona disposizione d'umore, quindi ogni occasione è piacevole. Stabilito questo, andiamo a parlare degli artisti in esposizione.

Il primo, Gianni Politi rischia grosso perché inserisce i suoi dipinti (collage e non, comunque sull'astratto) qua e la fra i figurativi nelle sale dell'ottocento. Basandoci sulla nostra impressione diremmo che, anche se i suoi quadri non sono affatto male, nel confronto con gli altri ci rimettono, senza peraltro riuscire a scandalizzarci.

Saltando Pietro Ruffo che espone un biplano della Prima Guerra fatto di cartone, molto piaciuto ai numerosi bambini presenti, arriviamo all'aria fritta di Chiara Dynys. Uno scatolone di vetro intitolato "Non c'è nulla al di fuori", a proposito del quale vale la pena di riportare una parte della presentazione fornitaci all'ingresso: "L'artista si interroga da sempre sulla potenzialità della luce (la non materia) e dei materiali, realizzando labirinti, spirali, luoghi dove perdersi ritrovando paradossalmente la propria strada e la propria identità. Davanti alla sua opera è inevitabile incorrere nell'inganno: ribaltamenti prospettici, slittamenti semantici, e bla bla bla...". Se non è aria fritta questa (in fondo è uno scatolone di vetro, e nulla più).

Nel bello spazio del cortile Aldrovandi un'istallazione di cinque elementi che "attraverso il movimento auto generativo si ripiegano su se stessi acquistando la forma di volumi conclusi". Presente l'autore, Pietro Fortuna, che si affanna a spiegare ai visitatori il significato dell'opera. Vecchi lo siamo di sicuro, rimbambiti forse non ancora, comunque ci capita di pensare che un'opera che abbia bisogno di una spiegazione per essere capita e non sappia parlare da sola, mah...

In uno dei giardini abbiamo reincontrato la fontana di Cloti Ricciardi, un tubo montato su supporti da cui, il giorno dell'inaugurazione, cadeva una cortina perfettamente parallela di getti. La deprecata componente calcarea dell'acqua di Roma, e la altrettanto romana mancanza di manutenzione, hanno trasformata l'installazione artistica in una malandata doccia da motel. Molti buchi otturati, altrettanti che buttano di traverso; quel povero tubo avrebbe bisogno di un intervento idraulico d'emergenza.

Certo, uscendo in uno scintillante mezzogiorno di un tiepido ottobre si capisce, anche non giustificandolo, il menefreghismo storico dei romani. Sul sole che c'è non serve intervenire. Sul resto, perché affannarsi? Prima o poi ci penserà qualcuno.


Ancora una mostra, quella di Valerio Adami alla Galleria Andrè, che non ci ha colpito per le opere, ma perché l'autore, nella sua autopresentazione, accostandola alle linee nette dei propri quadri, inserisce una sorprendente e a noi sconosciuta citazione di Arnold Schönberg del '22. "La piega dei pantaloni è uno degli ornamenti più belli dell'uomo. Quindi l'uomo elegante è obbligato a tenere la piega, sebbene, a dire il vero, essa non sia stata stirata per essere portata così; al contrario, è stata fatta per non essere portata così, ma per essere messa in valigia". Diavolo di uno Schönberg!



                                         

 

 
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Premesse e promesse

Post n°298 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

      6 ottobre 2014

     PREMESSE E PROMESSE

 

 Roma Web Fest

Loro ci provano a uscire dall'ombra, strizzati come sono, qui a Roma, fra il Fiction Fest e la Festa del Cinema, ma secondo noi hanno ancora parecchia strada da fare. E soprattutto una strada diversa.

Parliamo di quella che vorrebbe essere la vetrina dell'ultimo territorio ancora poco esplorato dello spettacolo in Italia. Basta con le sale cinematografiche, basta con gli schermi TV! Qui siamo nel modernissimo: il web, la rete, la comunicazione universale e gratuita.

Sottotitolo dell'evento: "Il cinema al tempo del web".

Nel pieghevole l'organizzazione si presenta così: "Il Roma Web Fest promuove un nuovo modello di raccordo tra mercato cinematografico tradizionale da un lato, nuovi autori e giovani produzioni che utilizzano il web come canale produttivo e distributivo, dall'altro".

Una premessa che è una promessa. Però poi bisogna essere capaci di mantenerle, le promesse.

Maxxi, domenica 28. Un tiepido pomeriggio. All'ingresso, fighetti con cappellucci striminziti, pantaloncini striminziti, giacchette striminzite; e ragazze con ampie scollature e protervi sederoni. Una situazione pittoresca. Fuori in giardino, famigliole con tanti bambini, monopattini, biciclettine. Insomma, un tranquillo week end di fine estate in città.

Poi tutto precipita con l'ingresso in auditorium per la visione dell'ultima produzione in concorso, una serie di sketch destinati, appunto, al pubblico del web. Titolo: "SOS Sesso".

Come spiegare il nostro disagio?

Abbiamo subito una mezz'ora di diffusa volgarità, di recitazione approssimativa, di una sceneggiatura perfino peggiore di quelle di Alvaro Vitali, di un'animazione miseranda e troppo ripetuta, e infine di una colonna sonora (ci fa male lo stomaco a chiamarla così) fatta di fischi, botti e pernacchie che neanche a Paperissima.

E in più, davvero imperdonabile in un festival con pretese di promuovere (come da presentazione) nuovi modelli, nuovi autori, nuovi produttori, ci è stato servito un polpettone di idee vecchie, vecchissime, condite in modo altrettanto decrepito da battute consunte e con un andazzo spiacevolmente casereccio.

Sul programma stampato si affolla, forse inconsapevole, una schiera di rispettabili sponsor: Mibac, Regione Lazio, Roma Capitale insieme ad Anica, Agis, Rai Fiction. Mah.

Evitiamo di fare i nomi dei responsabili e ci auguriamo che gli altri progetti siano stati, anche se di poco, migliori. Non lo sapremo mai. Quanto a noi, una delle peggiori esperienze degli ultimi anni.



Reliquie

Facciamo un salto da un orrore profano a uno sacro. Siamo abituati da tempo al teschio di Santagnese, al cuore disseccato di Sancarlo, all'ampolla di sangue di Sangennaro. Ma il sontuoso reliquiario che recentemente ci siamo trovati di fronte nella chiesa della Maddalena, supera tutto.

Si tratta di una teca a due livelli, sapientemente progettata, che ospita al piano di sopra, in penombra, la perfetta figura in cera, di sicuro somigliantissima, di San Camillo de' Lellis. La testa appoggiata su due candidi cuscini, il corpo avvolto in un sontuoso mantello, i piedi calzati in scarpe lucide, dall'aspetto forse un po' troppo moderno (sembrano proprio un paio di mocassini inglesi).

Fin qui, tutto bene. La sorpresa è al piano di sotto: brillantemente illuminato, ecco lo scheletro completo, ben composto e lucido, del suddetto San Camillo; per lo meno a dar retta al cartiglio di spiegazione.

Qui, con tutto il rispetto dovuto al personaggio, ci sarebbe da chiedersi se la venerazione vada tributata alla forma umana artificialmente riprodotta di sopra, certo più tranquillizzante, oppure all'indiscutibilmente autentica intelaiatura del corpo mortale, che sta di sotto.

E come hanno fatto a procurarsi quello scheletro completo e in così buone condizioni?

Probabilmente seguendo la ricetta in uso a quei tempi per ricavare preziosi, incorruttibili frammenti di santi o imperatori. Pare che non esitassero a buttarne il corpo (dopo morti, speriamo) in un pentolone e a farlo bollire finché tutta la carne si staccava lasciando l'osso spolpato, presentabile e venerabile.

Proprio come un pollo lesso.



                                         


 

 
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Questo è il prezzo

Post n°297 pubblicato il 29 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  29 settembre 2014

   QUESTO E' IL PREZZO

 

                                                                                                 

                                                                         

Quante persone arrivano da fuori e ci dicono, a noi che abitiamo a Roma: "Cosa avete fatto per avere gratis tanta bellezza?" Possiamo rispondere tranquillamente che spesso ce la fanno pagare.

20 settembre, Capo di Bove, Via Appia Antica 222, inaugurazione della mostra "Come il cielo fra le ali degli uccelli", opere inedite di Elisabet Norseng (insignificanti scarabocchi definiti minimali dall'autrice, in realtà solo brutti). Ore 13 concerto. David Alberman al violino solo esegue una straziante mezz'ora di squittii e stridori, presentati cercando di fare lo spiritoso, cosa che raramente riesce a un musicista specialmente se scandinavo, dal compositore Sven Kahrs.

Una faccenda spiacevole, irritante e soprattutto inutile. Questo è il prezzo.

Il premio è Capo di Bove, una meraviglia che ci ripaga del sacrificio. Terme private di una confraternita in epoca romana, casale dal medio evo fino al 1945, poi moderna villa di lusso; finalmente sede dell'Archivio Cederna, e museo dell'Appia Antica. Questi ruderi, abbandonati e coperti di terra la dicono lunga sul cambiamento di alcuni fondamentali costumi dall'epoca classica in poi: prima ci si lavava spesso e comodamente, poi, avanzando nei secoli bui e con il repressivo contributo della chiesa, l'igiene diventò un'abitudine molto sospetta, addirittura peccaminosa. Alla fine su questa sana pratica cadde l'oblio, con festa di pulci e cimici, e trionfo di pestilenze.

C'era anche, oltre a un gradevole tiepido sole, un simpatico rinfresco, del quale abbiamo approfittato per ammortizzare il tormento del violinista, adagiati sul prato con il panorama della campagna romana negli occhi e un bicchiere di ottimo bianco gelato, più fragranti ciambelline.

Precisamente con una ciambellina sotto i denti, lo sguardo ci è caduto su un antico mosaico esposto sul muro della villa. Proprio bruttino. Perché di mosaici, come di affreschi romani brutti ce ne sono, e parecchi. Naturalmente anche di bellissimi. L'importante è non credere che bastino venti secoli per trasformarli tutti in capolavori.


Stesso giorno, ma di sera. Oratorio del Caravita convertito in bagno turco da un'umidità asiatica. Strumenti d'epoca con corde di budello che, come si sa, appena c'è un certo grado di questo inconveniente, frequente a Roma, richiedono continui stop nell'esecuzione per essere tirate e accordate. Anche noi del pubblico grondavamo e avremmo avuto bisogno di un'accordatina. E questo è stato il prezzo.

Il premio: un'esecuzione superlativa del complesso Seicentonovecento, coro e orchestra con quattro eccellenti cantanti solisti, il tutto diretto con la consueta straordinaria partecipazione artistico ginnica da Flavio Colusso, che alla fine era fradicio come un pugile all'ultima ripresa. A parte il sudore ci è parso molto soddisfatto. Anche noi lo eravamo.

L'opera: "L'esaltazione di Mardocheo", oratorio semisconosciuto del semisconosciuto compositore Giuseppe Geremia, catanese di fine Settecento, recuperato, integrato, provato ed eseguito, come abbiamo detto, benissimo, per la prima volta in tempi moderni. Festival "I confini del barocco", un'iniziativa partita dalla Sicilia e approdata a Roma con questo ultimo evento che ci ha permesso di apprezzare l'eleganza e la intensa levità di questa musica, a noi fino a stasera ignota.


Villa di Livia a Prima Porta. Finalmente riaperta dopo anni di restauri. Non è rimasto un gran che, tranne la bellezza del posto, mozziconi di mura e qualche metro quadrato dei pavimenti originali. O meglio, l'impronta sulla base di cemento e qualche pezzo delle lastre di marmi pregiati che li facevano belli, abbandonate alla fine dell'Impero, insieme a tutto quello che non era difendibile dai barbari. Poi, crolli, incendi, radici, polvere. E i secoli.

Ma ancora peggio dei barbari invasori, della natura e del tempo, diventarono nel medioevo i rozzi artigiani che, come animali spaccavano tutto nel tentativo di recuperare le lastre, e invece si trovavano in mano solo schegge. E questo fu il prezzo.

Le schegge erano comunque bellissime e colorate. Le cave dei marmi africani, greci, iberici impossibili da raggiungere perché non c'erano più navi, cavatori, e civiltà. Gli artisti dovevano lavorare con materiali recuperati in questa immensa discarica classica.

Da questa insensata distruzione venne fuori l'arte di ritrovare i frammenti, sagomarli in piccole approssimative forme geometriche e con queste comporre quei magnifici tappeti che ancora ci troviamo sotto i piedi in moltissime chiese: i pavimenti cosmateschi. E questo fu il premio.


           


                                       


 

 
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Doh!

Post n°296 pubblicato il 21 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    22 settembre 2014

    DOH!

 

 

L'altro giorno, per puro caso, abbiamo ripescato sui selezionati scaffali della nostra libreria, in un'edizione del 1964 i "Racconti ed Episodi Morali" di quel finissimo predicatore che fu San Bernardino da Siena. Ci siamo messi a leggere con grande diletto gli aneddoti istruttivi, scritti nella prima metà del quattrocento, e cosa abbiamo trovato in testa o in coda alle battute più vivaci? "Doh!" quasi a ogni pagina. "Doh, guarda colui quanta crudeltà...", "Doh! Io mi ricordo...", "...non debbo io sapere come m'è lecito? Doh, doh!"

Allora (nel quattrocento, ovvio, ma anche nel '64) non esisteva ancora Homer Simpson, a noi caro, oltre che per la genialità del personaggio, anche per i "Doh!" che spara a ogni occasione (rimasti uguali nell'originale inglese e nella traduzione italiana).

Homer Simpson e San Bernardino da Siena abbinati da una coincidenza linguistica?

Mah! Anzi, Doh!


Siamo seri.

Festival di Letteratura e Cultura Ebraica, lunedì 15 al Ghetto. Antonio Monda tenta di indurre alla parola Ennio Morricone, il quale è insensibile alle moine sempre in agguato sulla lingua degli intervistatori. Se non sente bene una domanda, e questo è successo diverse volte, un po' forse per difetti nell'impianto di amplificazione del Palazzo della Cultura, un po' probabilmente per difetti nell'impianto di ascolto del Maestro stesso (che va verso i novanta), se la fa ripetere senza imbarazzo. E si guarda bene dal farsi incastrare dal giornalista, o dal seguirlo se la domanda non gli garba. Va per la sua strada senza cercare di fare il simpatico.

Perché Morricone al Ghetto? ci siamo chiesti. Poi è uscito l'ovvio: protagonista di "C'era una volta in America" è la comunità ebraica del Lower East Side di New York.

Abbiamo visto qualche sequenza. Sappiamo tutti che film è. E poi c'è la sua musica, così ricca di temi che neanche Puccini...

Poche parole del maestro sulla cautela nell'uso della musica a supporto, anzi a servizio delle immagini; perché questo è il suo compito: integrare nell'orecchio il flusso drammatico, senza rubare niente all'occhio. Tanto è vero che, se serve, è ancora più efficace il silenzio. A sostegno di quest'ultima teoria ci hanno ammannito la lunga scena della violenza in auto. Vari minuti, appunto senza una nota. Francamente inutile; il concetto ci era arrivato. Un po' come se a una degustazione ad alto livello, ti facessero bere un bicchiere di Tavernello, e poi ti chiedessero: "Hai capito?"


Martedì 16, stesso Festival; dalla cultura alla culinaria. Tavole all'aperto nei giardini della sinagoga. Piatti poveri della cucina romanesco giudaica, ottimo vino, tutto rigorosamente kosher. Noi non sappiamo fare neanche due spaghetti, il vino in compenso ci interessa. Quindi abbiamo cercato di approfondire la vinificazione kosher. O per le spiegazioni insufficienti, o per nostra disabilità mentale, o perché di quell'ottimo vino forse ne avevamo bevuto troppo, crediamo di essere riusciti a capire solo un paio di regole fondamentali: che tutti gli impianti devono essere lavati e rilavati a ogni uso, e questo non c'è neanche bisogno di dirlo. E che in alcune fasi della lavorazione è permesso intervenire solo a ebrei ortodossi sorvegliati da un rabbino, e questo non ci sembra altrettanto chiaro, a meno che l'ortodossia di cui sopra sia obbligatoriamente accompagnata da un buon diploma di enologo. Ma non ce l'ha confermato nessuno.


Prima di arrivare al banchetto, ci siamo affacciati all'inaugurazione dello Spazio Guidi, una magnifica ex tipografia bonificata e imbiancata, a pochi metri da lì. Tutta la mondanità galleristica di Roma era presente in modo così esagerato da provocare temperature da svenimento e da obliterare completamente le opere esposte, di cui non sapremmo niente se non avessimo in mano il programma (e non sarebbe una gran perdita). Però il fine ultimo e trionfale di questi eventi era raggiunto: l'opera non è più quella appesa al muro, ma la galleria stessa. E i suoi visitatori.


Pink Carpet, mercoledì 17. In anticipo di mezz'ora a un appuntamento al Parco della Musica, ci siamo spalmati per il tempo che ci avanzava (ma avremmo voluto rimanere anche di più) sulle transenne a sbirciare il pink carpet. Festival della Fiction, non del Cinema: il carpet è pink, non red. Un po' meno colorato e importante, insomma.

Storditi da una musica inutilmente tracotante tenuta a un volume esagerato, abbiamo visto sfilare attrici e attricette unificate da un trucco pesante ma non abbastanza da coprire la stolida vacuità delle espressioni, con minigonne inopportune, e a rischio caduta per la scarsa padronanza del tacco. Identiche alle ragazze del pubblico, altrettanto stolido e vacuo, che applaudiva. Due mondi gemelli e paralleli che nella vita vera non si incontreranno mai.


E per finire, alla presentazione della stagione del Teatro Lo Spazio. Bel programma, annunciato da Roberto Herlitzka con un intervento breve e poche, misurate e umili parole (l'Amleto è uno spettacolo che si fa da sé, ha detto).

In sala, funzionante prima, nell'intervallo e dopo gli spettacoli, un bar che abbiamo subito messo alla prova.

E promosso. Ottimo Negroni.



                                         

 

 
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Transustanziazione e frittura

Post n°295 pubblicato il 14 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 15 settembre 2014

               

    TRANSUSTANZIAZIONE E FRITTURA

     (Replica dal 3 settembre 2012)


                 

Qualche giorno fa ci è venuta voglia di colonne. Ci siamo fermati davanti a Sant'Anastasia, siamo entrati per guardare la nostra favorita, quella grigia, e inevitabilmente ci è tornato in mente un uovo avvelenato deposto, proprio su questo argomento, un paio d'anni fa. Eccolo. Ci pare che sia ancora fresco.


C'è a Roma, ai piedi del Palatino, la chiesa di S. Anastasia. Qui, appoggiate alle pareti, stanno otto bellissime colonne romane di scavo: sette di un bel marmo color miele con screziature bruno violette. L'ottava è di un elegantissimo grigio striato di bianco, magnifica.

Soddisfatta la nostra fissazione architettonica, eccoci al vero scoop. Nella navata di destra c'è una gran bacheca che espone, raccontati in ordine cronologico, i più clamorosi miracoli transustanziali del passato.

Per la Chiesa il miracolo eucaristico della transustanziazione, che si ripete a ogni celebrazione, è credere che nell'ostia e nel vino ci sia la carne e il sangue di Cristo. Ovviamente è un fatto che non si può, anzi, che non ci si deve sforzare di dimostrare. Crederci e basta, se no sono guai.

Si sa che quando ci si affaccia all'indimostrabile si scivola anche nel baraccone dell'ingenuo e del grottesco. Qui ci stiamo dentro in pieno. Dalla bacheca abbiamo scelto i casi più pittoreschi. Uno meglio dell'altro.


Primo. Anno Domini 595. Miracolo di San Gregorio Magno. A messa, una donna di fede poco salda scoppia a ridere sonoramente (sottolineato nel testo) mentre si comunica. Scandalo in chiesa. Il papa blocca la funzione. A questo punto il pane dell'ostia diventa carne e si mette a sanguinare. La donna si pente, il papa si tranquillizza, e tutti tornano a casa felici e contenti.

Secondo. Il miracolo dell'ostia fritta (non è un titolo nostro, sarebbe troppo facile. Sta scritto proprio così nella bacheca). Siamo nel nono secolo dopo Cristo. Una (attenzione) ebrea si intrufola in chiesa, ruba un'ostia, se la porta a casa, e per sfregio, dopo aver messo sul fuoco una bella padella di olio bollente, ce la butta dentro per cucinarla. Colpo di scena: l'ostia non solo non frigge, ma si mette a sanguinare inondando in poco tempo tutta la casa. Emozione al paesello. Viene convocato il vescovo, si organizza in quattro e quattr'otto una processione per espiare il sacrilegio, e il luogo del peccato è trasformato in chiesa. Della donna non si sa più niente; siamo un po' preoccupati per la sua sorte.

Terzo. Miracolo di San Pier Damiani, è il 1050, località sconosciuta. Una donna, cedendo a suggestioni abominevoli, per fare un maleficio a casa sua, ruba un'ostia e la porta via nascosta sotto le sottane. (Qui bisogna stare molto attenti perché in quell'area corporea, specialmente in un'epoca in cui le mutande erano poco usate, ci possono essere dei punti molto rischiosi per un'ostia innocente). Un prete furbo se ne accorge, l'insegue, l'acchiappa e recupera l'ostia, la quale, questa volta chissà per quale capriccio si divide in due parti, una rimane di farina, l'altra si trasforma nella solita polpetta sanguinolenta.

E quarto. Anno 1228, miracolo di Alatri. Una giovane suggestionata dal cattivo consiglio (continuiamo a riportare fedelmente le parole dei testi) di una malefica femmina, dopo aver ricevuto dal sacerdote il corpo sacratissimo di Cristo, lo trattiene in bocca fino al momento in cui lo può sputare fuori per nasconderlo in un panno.

Qui ci tornano in mente le minacce del nostro insegnante di catechismo che ci preparava alla prima comunione e ci aveva proibito di toccare l'ostia coi denti per non rischiare di far male a Gesù. E ricordiamo anche la sensazione di angosciosa apnea quando questo tondino si appiccicava al palato, perché neanche con un dito lo si poteva spostare.

Torniamo a noi. Dopo tre giorni la giovane suggestionata va ad aprire il panno e trova, ancora una volta, l'hamburger al sangue, a quanto pare ben conservato. Immediata confessione e pentimento. Minaccia di punizioni efferate soprattutto per la femmina malefica a cui viene attribuito il ruolo di mandante. Però stavolta c'è il lieto fine. Dopo averle spaventate a morte, le autorità ecclesiastiche rimandano a casa le due con una ramanzina e basta.


Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbe altro. Tutto vero. Piazza S. Anastasia al Circo Massimo, andate a vedere coi vostri occhi. Noi non vogliamo esagerare e cadere a nostra volta nel ridicolo. Ma ci teniamo a sottolineare due punti. Primo: quasi tutti i miracoli cessano appena compaiono tecniche o apparecchi capaci di registrarne una testimonianza. Secondo, e qui stiamo messi molto peggio, le peccatrici, le dubbiose, le eretiche, le ladre sono tutte donne. La Chiesa non si smentisce.

Il diavolo, c'è poco da fare, sta sempre sotto le sottane.



                                          


 

 
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La Passeggiata del Gelsomino (mezzo morto)

Post n°294 pubblicato il 07 Settembre 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

    8 settembre 2014

     LA PASSEGGIATA DEL GELSOMINO

      (MEZZO MORTO)

 

The High Line

Qualche anno fa New York decise di demolire uno degli ultimi tratti di ferrovia sopraelevata sopravvissuti dagli anni '30, ma un comitato di cittadini (quelle cose che in America funzionano) si oppose, e così, tolti i binari, sparso uno strato di terra e buttato qualche seme, quel ponte di cemento e ferro diventò un bel giardino sospeso che si chiama The High Line.

Colpo di scena! Abbiamo scoperto che anche a Roma esiste una cosa del genere. Si chiama Passeggiata del Gelsomino e nasce da un breve tratto della ferrovia che collega la Stazione di S. Pietro con la Città del Vaticano superando su un ponte Via Gregorio VII e la Valle del Gelsomino (da cui il nome). Anche questa è stata realizzata qualche anno fa, chissà se prima o dopo N.Y.

Le cose sono andate così: evidentemente la ferrovia non serviva più un gran che al Papa che, come si sa, ormai si sposta in elicottero, quindi uno dei due binari che correvano sul ponte è rimasto per le merci; l'altro è stato eliminato e sostituito da un sentiero ben lastricato, da cui si vede bene la cupola di S. Pietro e un bel po' di panorama di Roma.

L'idea geniale è stata di piantare in una serie di vasche ricavate dentro il muretto che separa il binario vivo da quello morto ammazzato una gran quantità di gelsomini (il nome, eh?), e più precisamente di quei rhincospermum che per tutta l'estate si coprono di fiori bianchi e molto profumati, e dovrebbero arrampicarsi fino a ricoprire la cancellata di ferro.

L'idea meno geniale è stata di non tenere presente che, come tutte le piante, anche i gelsomini hanno sete. L'effetto finale lo abbiamo avuto sotto gli occhi. La terra nei vasi mai innaffiati calcificata che sembra di stare nella Valle della Morte (altro che del Gelsomino), e naturalmente la maggior parte di quelle povere piante completamente andate, o sul punto di.

Italia o Città del Vaticano, alla fine ci si trova sempre di fronte al solito andazzo da terzo mondo: buone idee, di gusto, probabilmente inaugurate trionfalmente.

E poi: manutenzione niente. Tutto va in malora perché a certe cose bisogna pensarci e allora, si sa, ci vorrebbe uno pratico.

Ancora una domanda, però, ce la siamo fatta: dove va a finire l'unico binario sopravvissuto?

Lo abbiamo seguito (con gli occhi) e abbiamo visto che a un certo punto scompare dentro un enorme portone ferrato che sbarra l'ingresso di una galleria, la quale, ci hanno detto, segna il confine con la Città del Vaticano.

A occhio e croce noi diremmo che il tunnel, più che a casa del Papa, porta direttamente al binario 9 ¾ della King's Cross Station, e che il treno su quel binario è l'Hogwarts Express (Harry Potter, avete presente?)

 

 

P.S. Volendo continuare a ficcare il naso nella gestione nuova di Roma vecchia, potremmo segnalare l'iniziativa, molto pubblicizzata dal Comune, di pedonalizzare il Tridente.

Benissimo, naturalmente, tutti d'accordo. Si comincia con Via del Babuino che diventerà finalmente una strada civile con marciapiedi abbastanza larghi per passeggiare, e carreggiata abbastanza stretta per non potercisi fermare neanche un minuto, neanche con un motorino.

I lavori sono in corso. La strada è sbarrata all'inizio, alla fine e agli incroci con gli altri vicoli.

Come? Ecco emergere in tutto il suo sublime splendore la cialtroneria romanesca.

Venendo da Piazza di Spagna il primo blocco sono tre enormi vasi di plastica, alti come una persona, senza terra, che contengono altrettanti vasi più piccoli con dentro tre palmette ballonzolanti sul fondo dei vasoni vuoti, che naturalmente nel frattempo sono diventati pattumiere.

Il secondo blocco è un pezzo di guard rail autostradale in cemento, noto agli automobilisti come "New Jersey". Ci sfugge il nesso stilistico con il centro barocco di Roma.

Il terzo invece è perfettamente in carattere: una barricata di spazzatura.


                                                    


 

 
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Teste tagliate

Post n°293 pubblicato il 31 Agosto 2014 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

1 settembre 2014

TESTE TAGLIATE

       

L'orribile faccenda del giornalista decapitato e filmato perché tutto il mondo vedesse la sua testa tagliata. Una manifestazione di barbarie che ci scuote, non solo per la macelleria dell'atto, ma per la sua motivazione politico-religiosa. Eppure...


Un video di duemila anni fa.

Da qualche giorno al Foro di Traiano è a disposizione dei passanti un'ottima idea: hanno montato su cavalletti una striscia di tela fotografica su cui sono riportati in grandezza naturale tutti i duecento metri della spirale scolpita che sale intorno alla Colonna Traiana dalla base fino alla cima.

Un video di marmo di duemila anni fa che documenta le guerre daciche vinte dall'esercito romano guidato da Traiano. Il quale riportò a casa, oltre alla gloria, un bottino di parecchie tonnellate di oro o argento con cui si tolse la soddisfazione di farsi confezionare, a spese dei Daci sconfitti, il più lussuoso di tutti i fori imperiali.

E' una descrizione splendidamente viva e realistica di uomini rappresentati contro sfondi stranamente privi di prospettiva e di proporzioni reali. Ora è in bianco e nero, ma quando fu fatta era in brillante technicolor per seguire meglio le fasi del racconto e distinguere i nemici dai soldati romani.

Naturalmente, essendo un documento realizzato dai vincitori per essere mostrato al popolo come testimonianza della loro stessa grandezza, i soldati romani, giovani, sbarbati ed eleganti, e il loro imperatore fanno una bellissima figura mentre massacrano donne, vecchi e bambini e incendiano i villaggi dei barbari da civilizzare, raffigurati invece come selvaggi irsuti e seminudi.

E c'è un'immagine che ritorna prepotente parecchie volte nel racconto. E' proprio quella che oggi tanto ci impressiona: la testa tagliata del nemico.

Una delle prime inquadrature del film (naturalmente vogliamo dire una dalle prime scene del racconto scolpito) ci mostra due soldati romani che presentano ai loro comandanti le teste barbute e scarmigliate di due daci (mozzate, naturalmente). Un po' più avanti altre due teste le vediamo infilate su pali davanti alle mura dell'accampamento. E poi, ancora i soldati offrono all'imperatore, tenendole per i capelli, altre teste di nemici.

Il racconto di marmo, che copre un periodo di alcuni anni all'inizio del secondo secolo d. C., continua con altri orrori, fino al gran finale della sconfitta e del suicidio del re Decebalo. Al quale, anche se già morto, tagliano comunque la testa e la mano destra per presentarle su un bel vassoio d'argento a Traiano (quest'ultima scena è quasi illeggibile a causa della corrosione del marmo, ma c'è, ed è comunque ricordata nelle cronache del tempo).

Dunque anche nella Roma di venti secoli fa questo simpatico rito di documentare la vittoria del più forte giustificata dall'ideologia su misura, con l'esibizione di qualche brandello del nemico (che non sapeva di esserlo finché non lo decideva l'aggressore) era pienamente accettato.

A proposito di civiltà romana, noi siamo stupiti dalla grandiosa perfezione architettonica di un edificio come il Colosseo, ma dobbiamo ricordarci che era il luogo dove tutta la popolazione dell'urbe, come di tante altre città in cui esisteva un anfiteatro, si radunava per vedere ammazzare. Animali da altri animali, animali da uomini, uomini da animali, uomini da altri uomini.

Il programma della festa era sempre lo stesso: tutti insieme appassionatamente per assistere allo spettacolo della morte violenta.

Mentre nello stesso momento poeti come Virgilio e Ovidio, grandi avvocati come Cicerone, architetti come Apollodoro scrivevano poemi immortali, compilavano leggi valide ancora oggi, e costruivano il Panteon.

Orribile faccenda, questa capacità umana di mescolare il peggio e il meglio.



PS. Facciamo un salto in avanti e arriviamo alla cronaca di Roma moderna. Anche qui una testa tagliata: quella di una badante, rincorsa, pugnalata e poi decapitata da un pazzo che quando sono arrivati i poliziotti, coperto di sangue e brandendo una mannaia ha tentato di assalirli e si è fatto ammazzare con un colpo di pistola.

Non è la decapitazione che ci stupisce, stavolta. E' la dichiarazione, pubblicata sui giornali, della sorella (sta a vedere che oltre alla tipica mamma italiana, adesso abbiamo anche la tipica sorella), la quale dichiara (testuale): "Gli hanno sparato al cuore. Perché? Era un ragazzo dolce e premuroso. Lui aveva solo un coltello in mano, mentre i poliziotti avevano le pistole".

In terra lì vicino c'era da una parte il corpo, dall'altra la testa della vittima, ma lui era un ragazzo dolce e premuroso. Mah!



                                          

 

 
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La palude di Augusto

Post n°292 pubblicato il 24 Agosto 2014 da torossis

 

 IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   25 agosto 2014

  LA PALUDE DI AUGUSTO


La palude di Augusto

Eccola nella foto, scattata alle 16 di martedì scorso, bimillennario di Augusto, l'imperatore, morto appunto il 19 agosto di duemila anni fa. Potrebbe sembrare un acquitrino tropicale, abitato da coccodrilli e anaconda. Invece no. E' lo scavo che circonda il Mausoleo di Augusto, allagato, secondo la versione ufficiale, dalla improvvida rottura di un tubo dell'Acea, proprio alla vigilia dei festeggiamenti.

Siamo nel centro del Centro Storico di Roma. A guardarla così sembra una situazione primordiale: un angolo di jungla dove non ha mai messo piede l'uomo bianco, e non il risultato di un guasto urbano e passeggero. Roba da National Geographic. Coccodrilli non ne abbiamo avvistati, ma siamo certi di aver sentito un coro di rane, e di sicuro c'era un sacco di bellissime libellule.

Roma, che lui, come ci teneva a dire, aveva trovata di mattoni e lasciata di marmo, aveva deciso di celebrarlo con due eventi: la proiezione laser della decorazione ricreata nei suoi presunti colori originali sui frammenti superstiti dell'Ara Pacis e l'apertura ai visitatori del suo mausoleo.

Ma, com'è come non è, nella notte si è rotto quel famoso tubo, e si è allagato tutto. Sghignazzare sul fatto che una città con millenni di storia e milioni di visitatori non è neanche capace di accorgersene e ripararlo, questo tubo (l'unico intervento possibile, dicono, è aspettare che il terreno riassorba l'acqua), soprattutto in occasione di una strombazzata ricorrenza, sarebbe troppo facile.

E' il meraviglioso andazzo alla romana che è un po' l'abitudine, appunto bimillennaria, della capitale. Recentemente aggravatosi a causa del risparmio forzato (che sarebbe la spending review) sugli investimenti nell'unica attività redditizia per la città e la nazione (che sarebbe la cultura).  

L'altro evento, serale, ha avuto invece un grande successo. File chilometriche (foto) per entrare all'Ara Pacis e vedere questa proiezione, effettivamente efficace e suggestiva. Prezzo, 11 euro.

Solo che, essendo il museo dell'Ara Pacis tutto di vetro e fortemente illuminato dentro, ed essendo notte fuori, non c'era nessun bisogno di fare la fila, perché dall'esterno si vedeva tutto benissimo. Come hanno scoperto alcuni smaliziati concittadini, fra cui noi, ma non le migliaia in coda. Tanto meglio per le casse di Marino.


Lo sgombero alla romana

Che non è un piatto tipico di pesce, ma la ridicola esibizione paramilitare a cui abbiamo assistito qualche giorno fa, quando il Comune ha deciso (giustamente) di riportare l'occupazione di Piazza Navona da parte dei bar e ristoranti ivi proliferanti a dimensioni accettabili.

Certo, il risultato è buono. Le sedie e i tavoli occupano adesso solo i marciapiedi, e tutto il resto è per i pedoni; sembra più grande ed è certamente più dignitoso.

Ma bisognava essere sul campo durante l'operazione.

Polizia e vigili dappertutto, camionette, moto; mancavano i mezzi anfibi e avremmo rifatto lo Sbarco di Anzio (1944).

In un paese normale sarebbero bastate due guardie di città, armate al massimo di un fischietto e di un regolamento preciso.

Il talento di sembrare dei pulcinella qualunque cosa si fa.

                                                                

Cultura (appunto)

La Repubblica, qualche tempo fa, pag. IV, cronaca di Roma. Scavi in via Due Macelli. Secondo il cronista stanno emergendo i ruderi del tempio di Menenio Agrippa.

Il quale, come tutti dovrebbero sapere, è un personaggio leggendario, vissuto mezzo millennio prima e diventato popolare come presunto autore del famoso apologo.

E' come se si annunciasse con gran clamore la scoperta del santuario di Pippus, Plutus et Paperinus, la triade degli dei capitolini.

In realtà pare si tratti delle terme di Marco Vipsanio Agrippa (lui, sì, esistito all'epoca giusta), il cui nome si legge anche in cima al Panteon.                                                                

                                                                   

Capanna.

Restaurato e bello, il tempio di Portunus al Foro Boario sembra nuovo.

In fondo, basta osservarne la struttura e dentro c'è ancora la capanna. Le colonne sono i tronchi che tenevano su il tetto di paglia a due spioventi per far scorrere la pioggia, diventato di tegole ma senza cambiare forma. E il rettangolo della pianta è sempre quello primitivo.

Cambia invece il materiale: marmo al posto del legno, tegole a sostituire la paglia. Tutto il resto è ornamento più o meno fastoso destinato al dio o al potente del momento. Propaganda e opportunità politica. Valido per il divo Augusto, come, poi, per San Gennaro.



                                        

 

 
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Voci e fatti di mezza estate

Post n°291 pubblicato il 18 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    18 agosto 2014

      VOCI E FATTI DI MEZZA ESTATE


Anche se cotti da una tirata in auto Venezia-Roma, la sera di Ferragosto ci siamo precipitati, appena arrivati in città, alla Casa del Jazz, dove era annunciata una grande festa musicale in onore e per la salvezza dell'Alexanderplatz. Curiosità e solidarietà.


Voci:

Ci aveva addolorato a metà luglio l'annuncio delle imminenti esequie dell'Alexanderplatz, defunta per morosità. Avevamo ricevuto l'invito a versare un contributo finanziario per non farla andare sott'acqua. Ci era anche capitata sott'occhio qualche reazione scritta all'appello, da parte di colleghi, i quali, nome e cognome, raccontavano di serate non pagate, conti di alberghi e ristoranti inevasi e assegni a vuoto, imputabili alla stessa gestione che chiedeva soccorso. Vero, falso, esagerato? Boh.


Fatti:

Ci siamo presentati, come detto prima, stanchi morti, e ci siamo trovati in una festa con moltissimo pubblico, e altrettanti artisti pronti ad alternarsi sul palco sotto la pignola presentazione di Mauro Vestri (come articola bene le parole, quell'uomo! Non gli sfugge una vocale, figuriamoci una consonante. Sentirgli pronunciare un nome è come vederlo scritto in stampatello. Il problema, come abbiamo in seguito verificato, è che procede così anche nella normale conversazione, e questo, diciamo così, la ingessa un poco).

Il benvenuto ce l'ha dato un assolo del mitico, e non è un modo di dire, Gegè Munari, un metronomo umano che ha appena compiuto ottant'anni e non mostra il minimo cenno di ruggine. Suonava in gruppo con Giorgio Rosciglione e ottimi solisti. Subito seguiti dal Mauro Zazzarini Project, e infiniti altri che neanche ci ricordiamo. Ma era bello l'incalzare di tutti quelli che fremevano per esserci.

Anche testimonianze solo parlate, come quella di Lino Patruno, milanese di nascita, e poi diventato romano anche per colpa, secondo lui, o merito, sempre secondo lui, dell'Alexanderplatz.

E non solo i musicisti sul palco. Dietro l'angolo, sulle panchine, appoggiati a una colonna c'erano tutti quelli che, in attesa di salire provavano, discutevano, decidevano una scaletta, inevitabilmente destinata a sfasciarsi, proprio per il clima di festosa confusione, dove più della musica contava la presenza.

Salutati moltissimo amici, fra cui, in giro come una trottola, Eugenio Rubei, l'erede della dinastia, e ultimamente responsabile del club.

La già citata stanchezza ci ha costretti purtroppo a tagliare la corda abbastanza presto, senza sapere se l'obiettivo finanziario era stato raggiunto, ma i ragazzi all'ingresso sembravano piuttosto soddisfatti dell'incasso. Speriamo bene.


E adesso un po' di veleno, più che altro prodotto dalla perplessità. Ecco:

Mentre gironzolavamo per il parco a un certo punto ci ha colpiti un fatto, apparentemente non percepito da nessun altro. Contemporaneamente alla serata di jazz, se ne stava svolgendo un'altra.

Avvicinatici al giardinetto sul retro abbiamo cominciato a distinguere una musica che emergeva prima timidamente, poi più forte, ma mai troppo, dal sottofondo jazzistico in arrivo dal parco.

Una milonga! Stupefacente e incongruo. Ma reale. E allora, un passo dopo l'altro siamo arrivati a uno spazio e a un'atmosfera davvero particolare: poche coppie vestite, pettinate, atteggiate in un modo che non avrebbe potuto essere più diverso da quello dei jazzisti dell'altro lato, erano avvinte nel tango al suono registrato di un bandoneon.

Non c'era altro da fare che informarci. Incredibile ma vero: programmata ufficialmente e in pieno svolgimento ci è stato comunicato che stavamo assistendo a una "Lezione, cena e serata di milonga classica. Maestro il tanguero Marcelo Horacio Alvarez".

L'unico inconveniente (per noi, ma ci è parso che i ballerini non ci facessero caso) di questo universo parallelo era che mentre nell'altro il tango non penetrava, in questo il jazz invece sì, e anche prepotente, disturbando non poco l'atmosfera.

La inevitabile conclusione logica a cui siamo arrivati in questa illogica faccenda è che i due fatti erano stati decisi uno all'insaputa dell'altro.

Comunque, proprio per essere sicuri, prima di scivolare nel meritato sonno ci siamo andati a controllare in rete il calendario della Casa del Jazz. Il concerto per l'Alexanderplatz c'era, e con grande risalto, quindi impossibile ignorarlo; ma c'era anche la serata di milonga, programmata precisamente per venerdì 15 agosto alle ore 20.30 alla Casa del Jazz, Via di Porta Ardeatina 55, Roma.

Complimenti all'organizzazione.


                                       

 

 
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Ozii di Ferragosto

Post n°290 pubblicato il 09 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   11 agosto 2014

  OZII DI FERRAGOSTO

 

Miracolo barocco.

Questo è un teatro, tutto a luce naturale. Eppure non è in esterno. E' al chiuso. Addirittura dentro una chiesa. Anzi, è proprio la chiesa barocca più teatrale di Roma. Soprattutto per la sua illuminazione: S. Andrea al Quirinale, appena riaperta dopo un restauro totale.

A parte la bellezza dei marmi, degli stucchi, delle dorature rinfrescate (via la polvere che smorzava lo scintillio), la meraviglia (si tratta di Bernini, non dimentichiamolo) è l'uso particolare della luce che viene da fuori.

In un'epoca di poche e fioche candele, trovare il modo di illuminare uno spazio come se si avesse a disposizione il parco lampade di Cinecittà è stato davvero pane per i denti di un genio. Dietro a ogni altare c'è una finestra a lunetta, invisibile da giù, che spara la luce sul soffitto stuccato e dipinto della cappella, per rifletterla sul marmo sottostante che la fa rimbalzare ancora tutto intorno. Naturalmente in cima alla grande cupola principale c'è un lanternino a vetri gialli che intercettano il sole, e lo spandono, più caldo e trionfale nell'interno.

Il capolavoro è l'altar maggiore, che ha anche lui un sistema magico di illuminazione. Sempre attraverso un lanternino, la luce (solo sole, abbiamo detto, niente di artificiale) scende fluida dalla fonte che non si vede, in alto, e da vita a un grappolo di angeli d'oro che svolazzano fra raggi e lesene. I quali, senza questa stregoneria, sarebbero solo dei pupazzi spenti appiccicati al muro. Vedere per credere.

 

Nei secoli fedele.

Nel vicino Giardino di S. Andrea, appena risistemato, c'è, inaugurato l'altro ieri, un nuovissimo monumento. "Nei secoli fedele" sta inciso sul basamento. Facile capire a chi è dedicato. E' un bronzo davvero molto imponente, perfettamente a suo agio fra le aiuole di acanto. (A parità di metallo impiegato batte in estetica, di molte lunghezze, quello orribile di Giovanni Paolo II a Termini),

L'unica sensazione inquietante è che i due intabarrati carabinieri in controluce sembrano, piuttosto che tutori della legge, due malfattori in agguato. Forse è una malignità gratuita, sulla quale il lettore avveduto sorvolerà. Eppure, l'impressione c'è. Merita una visita.


Nuovi, belli e vuoti.

Sono tre monumenti alla modernità di Roma: il Ponte della Musica, nel quartiere Flaminio, il Ponte della Scienza, all'Ostiense, e il Ponte Spizzichino, alla Garbatella; due sul Tevere, il terzo sulla ferrovia Roma Ostia. Sono le recentissime aggiunte alla città sospesa. Tutti e tre di un disegno moderno, armoniosamente leggero, che suggerisce sottovoce la robustezza del materiale e l'equilibrio delle tensioni.

Vuoti. Qualche raro viandante sui primi due, che sono pedonali, e un lontano ciclista solitario sul terzo che è un'autostrada. Ci siamo passati a metà dello stesso giorno feriale, che, come si vede dal cielo, si andava pian piano annuvolando. Come mai non li usa nessuno?



                                    

 
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Masochisti o scemi

Post n°289 pubblicato il 03 Agosto 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 4 agosto

   MASOCHISTI O SCEMI

 

Masochisti o scemi

Domenica 27, al Parco regionale dell'Appia Antica. Qualche centinaio di ettari di verde con due ingressi opposti, a chilometri di distanza. Dentro ci sono un tempio, una tomba monumentale, varie fattorie, greggi di pecore e mandrie di asinelli, boschi, acquedotti e ruderi, un fiume, una marana, rigagnoli e sentieri che si intrecciano in tutte le direzioni, e soprattutto gruppi di musicofili smarriti, di cui parleremo dopo.

Tutto comincia con un ghiotto invito a una archeoscampagnata musicale: un concerto di quello che secondo noi è il meglio che ci sia per  questo genere a Roma: il Parco della Musica Contemporary Ensemble. Suoneranno roba nuova, forte e sperimentale nel luogo più remoto e arcaico di tutta la città, il sepolcro di Annia Regilla. A separare il vecchio e il nuovo, venti secoli di storia.

Eccoli in riassunto.


Il passato:

Secondo secolo dopo Cristo, Erode Attico, un signore di smisurata ricchezza, figlio di un omonimo ancora più ricco, ma più oculato. Si dice di Erode padre che, preoccupato per i suoi troppi quattrini, scrivesse all'imperatore Nerva per avere istruzioni su cosa farne; l'imperatore rispose: "Usali". Non convinto, a una sua ulteriore richiesta Nerva rispose ancora, paziente: "Allora abusane".

Erode figlio è invece uno spendaccione che riempie il mondo antico di opere d'arte. Alla sua ricchezza si è aggiunta la dote sterminata della moglie, Annia Regilla: precisamente, fra le tante altre, la tenuta agricola dove abbiamo intenzione di recarci.

A un certo punto la ricchissima moglie muore. Ci sono forti sospetti che il colpevole sia proprio Erode, per avidità di ereditare, oppure semplice capriccio. Processato, se la cava grazie ad alte protezioni. Forse per gettare fumo negli occhi, finge un lutto esagerato: fa dipingere la sua villa tutta di nero, ristruttura la tenuta in memoria di Annia, e le fa costruire una magnifica tomba. Quella che sta per essere profanata dalla nostra Musica Contemporanea.


Il presente:

Il Parco Regionale dell'Appia Antica e il PMCE presentano: Sound Park, Contemporary Soundscape Collective al Sepolcro di Annia Regilla, dalle 18 al tramonto.

Nel programma questa interessante postilla: "Sound Park al Sepolcro di Annia Regilla è il primo irriverente atto di questa serie di eventi in cui la musica e l'arte contemporanea prendono vita in spazi che contemporanei non sono, ma che lo sono stati per molto tempo, o lo saranno per sempre".

Ottimo. Solo a Roma si può immaginare una combinazione così straordinaria.

E, sempre solo a Roma c'è da aspettarsi anche una disorganizzazione altrettanto fenomenale: neanche un foglietto inchiodato su un tronco, una scritta, una freccetta, magari una persona agli ingressi o lungo la ragnatela di sentieri a indicare al visitatore (e potenziale spettatore) come arrivarci.

I chilometri sono tanti, e mentre vaghiamo sconsolati, incontriamo gruppi di nostri simili, come noi in cerca di un segno: magari una pennellata di colore su un sasso, da itinerario alpino, o lontane sonorità trasgressive da seguire a orecchio, come moderni Pollicini.

Niente. Va bene che la musica contemporanea è una faccenda da intellettuali, anche snob, ma addirittura organizzare un concerto, e poi fare in modo di tenere lontani gli spettatori, ci pare troppo. Come abbiamo già detto, qui si tratta o di masochismo o di pura stupidità.

Dopo un'oretta, bene o male arriviamo e troviamo sul posto quei quattro gatti che ci aspettavamo. Ascoltiamo subito un bellissimo pezzo di Francesco Filidei per quattro batterie: "Silence=death", che è talmente moderno da essere perfino arcaico e sta perfettamente in stile con il magnifico sepolcro classico davanti al quale sono piazzati i musicisti.

Subito dopo (e stavolta non è colpa dell'organizzazione) comincia a piovere. Fuggi fuggi generale; così, oltre alla musica, perdiamo l'occasione di assaggiare l'appetitoso formaggio offerto insieme al vino in un simpatico stand lì vicino.

 

     

Le invasioni barbariche.

Qui siamo appena fuori le Mura Aureliane. Il riferimento è, come prima, il passato, l'antica Roma; e il presente è oggi, mercoledì 30 luglio: riunione degli Stati Generali del Jazz, un nome molto rivoluzionario, che deve ancora essere confermato dall'azione. Vedremo.

L'incontro avviene alla Casa del Jazz, o meglio sarebbe chiamarla La Tomba del Jazz, un po' per come ultimamente è trascurata dalle nostre parti questa musica, un po' per come è ridotta la magnifica villa, i magnifici prati, perfino il magnifico selciato disegnato a cubetti, dopo la barbarica invasione della Festa dell'Unità.

Arriviamo fra spazzini e insegne abbattute che promettono cocktail e sabor latino. All'incontro ci sono come sempre le schegge deviate che vanno fuori tema: c'è quello (già apparso alla prima riunione all'ex Mattatoio in mutandoni e chitarra) che chiede la tutela del flamenco insieme al jazz; l'altro che fa un inopportuno quanto ovvio necrologio del CD; e poi il tribuno che si esalta da solo e scivola nel turpiloquio.

C'è però anche qualcuno rivoluzionario, sì, ma anche saggio che approva la tanto invocata occupazione della Casa del Jazz, ma, aggiunge, purché sia fatta con le idee chiare e si riesca a far diventare il luogo un centro di eccellenza e non di concorrenza.

Alla fine esce parecchio di costruttivo e di sensato e soprattutto vede la luce un certo numero di progetti per tutelare quello che sta a cuore a tutti: il jazz, e la sua Casa che rischia di essergli scippata.

Sperando che questo non sia già irrimediabilmente successo mentre noi non stavamo attenti.



                                          

 
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