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Perfidie di Stefano Torossi

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Emozioni e marmi antichi

Post n°359 pubblicato il 28 Dicembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

     28 dicembre 2015

    EMOZIONI E MARMI ANTICHI


Santa Maria in Monterone

E' una minuscola chiesetta costruita fra l'anno mille e il millecento. Una chiesa nata povera: lo si capisce dalle colonne di scavo mezze scheggiate e malridotte, con capitelli diversi uno dall'altro. Insomma, messa insieme con quello che si trovava sottoterra nelle vicinanze, dopo che il meglio se l'erano portato via i più ricchi, o i più prepotenti.

Poi, verso fine seicento hanno rifatto la facciata (non sappiamo com'era in origine) e ci hanno costruito vicino il convento dei Redentoristi; il tutto in uno stile tra il barocchetto e il rococò, veramente carino ed elegante.

Se l'esterno è carino ed elegante, l'interno è rimasto austero e raccolto proprio per la dimensione intima e per la sua semplice povertà, che ci parla da sotto i pochi ornamenti barocchi.

Sull'altar maggiore una grande madonna di Pompeo Batoni, e alla sua sinistra un bello scheletrone seduto sul feretro, che regge un tondo con il ritratto del cardinal Durazzo, qui sepolto.

In questo ambiente serio ma non cupo; intimo ma non troppo chiesastico; povero ma non misero è andata in scena, il 13 dicembre, la sacra rappresentazione "Gesù secondo Maria", con due protagonisti, Maria: Rosa Di Brigida e Giovanni: Francesco d'Ascenzo. Una lettura intensa del bel testo di Rosa Di Brigida, che durante la recita ha servito il pane e il vino del sacrificio agli spettatori dei primi banchi, davanti all'altar maggiore decorato con costumi arcaici.

Sorpresa! A un certo punto avanza dalla balaustra nientemeno che Miranda Martino, la quale canta con la sua splendida voce, intatta malgrado l'età (che non diciamo trattandosi di una signora) i testi di Di Brigida e di Pasolini sulla linea melodica di famosissime canzoni napoletane ("O sole mio", "Era di maggio"...). Un effetto sorprendente e commovente, anche per l'accostamento del tutto inaspettato, ma per niente incongruo.

Dove si dimostra che, a prescindere dall'epoca e dalla geografia, se due cose sono belle stanno comunque bene insieme: Napoli e Nazareth; Gesù e Pasolini.

Come ha sottolineato a gran voce il disinvoltissimo parroco, don Ricci, il quale nei ringraziamenti dall'altare ha osato accostare la propria età (novant'anni) a quella della Martino. "Noi coetanei" ha detto.

Miranda si è giustamente risentita.


Marmi romani antichi

Questa sorprendente foto in bianco e nero, in realtà a colori, è una magnifica antica lastra di marmo romano (i veri colori sono appunto il nero del fondo e il bianco delle venature).

Tutto comincia il 9 dicembre con la presentazione del Manuale dei Marmi Romani Antichi di Francesco Crocenzi nello spazio delle Edizioni Gangemi.

Superato con eroica pazienza l'ostacolo impervio della chiacchierata introduttiva del marmista esperto, prof. Lorenzo Lazzarini che ha rischiato di ammazzarci con la sua eccessiva durata, la sua noia gommosa, le sue sonnolente interminabili pause (chissà perché certi argomenti devono capitare fra le mani di implacabili ancorché coltissimi rompiscatole), il libro ci ha provocato un immediato colpo di fulmine. E ce lo siamo fatto regalare per Natale.

E' un elenco completo, con indispensabili foto a colori, di tutti i tipi di marmi dell'antica Roma (circa ottocentosessanta) salvati dall'ignoranza e dall'avidità degli scavatori medievali, dalle calcare in cui venivano bruciati e dalle distruzioni dei primi cristiani (l'Isis dell'epoca). Recuperati, raccolti nei musei, e riutilizzati in chiese e palazzi della città, in modo da renderli per sempre visibili nei loro eccitanti colori e disegni da chiunque capisca e apprezzi.

Bene, col volume sottobraccio ci siamo concessi, il pomeriggio del 25 una pagana partecipazione alla messa di Natale nella chiesa di S. Maria dell'Anima. Rito nobilitato dall'orchestra e coro diretti dal Kapellmeister Flavio Colusso. Kapellmeister perché la chiesa è quella ufficiale dei tedeschi di Roma, ed è, ahimé, anche l'unica della città in cui si può ascoltare della buona musica invece degli squallidi coretti delle suorine con le chitarrine, accompagnate dai chierichetti coi bonghetti.

La chiesa è, come abbiamo raccontato tante volte, splendidamente restaurata, illuminata da perfette luci teatrali e impeccabilmente lustrata fino alla lapide più piccola, leggibile anche nei suoi caratteri minuscoli (pare che, finito il lavoro di pulizia delle suore, il parroco, un imponente barbuto monsignorone, si aggiri nottetempo passando il dito sulle cornici più alte per vedere se c'è ancora polvere, proprio come farebbe una perfetta padrona di casa).

Che piacere identificare i tanti tipi di marmo presenti, ricordare che sono tutti di recupero dai monumenti romani, fatto incontestabile perché all'epoca della costruzione della chiesa, delle cave originali si era persa completamente la traccia, immaginare quanto abbondanti dovevano essere questi marmi nell'epoca imperiale, tanto da poterci arredare, malgrado secoli di razzie, le duecento chiese di Roma, più tutti i suoi palazzi.

E soprattutto la felice caratteristica naturale del marmo: la sua indistruttibilità. Duemila anni dopo, le lastre di numidicum, phrygium, hierapoliticum sono ancora lì con i loro vivi colori. Mentre chissà quanti splendidi tessuti, quadri, mobili della stessa epoca sono scomparsi rosicchiati dai tarli o semplicemente polverizzati dal tempo.

Va bene, lo ammettiamo, la nostra è proprio una fissazione, ma che piacere...



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Il mondo a 45 giri

Post n°358 pubblicato il 21 Dicembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   21 dicembre 2015

   IL MONDO A 45 GIRI


La Rai salvata dal Barbarossa

Non si tratta naturalmente del terribile condottiero dell'anno Mille, ma del meno terribile e molto più simpatico Luca Barbarossa, cantautore, e ora conduttore (e non condottiero), il 17 e 18 dicembre su RaiTre, di "Il mondo a 45 giri", la storia della RCA, casa editrice e discografica, ma soprattutto incubatrice della musica italiana dagli anni 60 fino a fine secolo.

Perché queste quattro ore in prima serata, su una storia che fa parte del nostro passato, avevano bisogno di essere salvate dal Barbarossa?

La regia. Tutta colpa della regia. Banale, ripetitiva, vecchia, senza un guizzo di fantasia; eppure l'argomento era vivacissimo e la possibilità di sfruttare le doti dei personaggi stuzzicante.

Lo si è visto quando, per esempio, Rita Pavone si è impadronita della scena e l'ha tenuta benissimo, facendo rinascere dal rospo di oggi la geniale ragazzina terribile di ieri.

E con Shel Shapiro, vecchio professionista della scuola inglese, con dalla sua anche il vantaggio di apparire (come è) un garbato anziano signore con i capelli lunghi, e non un alieno gonfiato dal botox.

Lo stesso con Edoardo Vianello, capelli un po' meno abbondanti di Shel, ma voce tagliente e intonazione impeccabile, arguto dispensatore di  aneddoti d'epoca. Particolare quello raccontato insieme a Maurizio Catalano, fondatore dei Flippers, storico gruppo pop con cui Vianello aveva inciso "I Watussi". Si narra che fra i due era nata una scommessa. I Flippers, scettici sul successo del paraponziponzipò sugli altissimi negri, avevano preteso da Vianello la promessa di versare una lira per ogni disco venduto, se questo fosse rimasto sotto il milione di copie (era l'epoca beata in cui le vendite dei quarantacinque giri si contavano a milioni), ma si impegnavano a fare il contrario in caso il milione fosse superato. Così fu, e l'indomani della chiusura dei conti, i cinque del complesso si presentarono sul campo di calcio dietro gli stabilimenti della RCA, dove, davanti a fonici e artisti avvenne la solenne consegna a Edoardo di una valigia piena di banconote.

Variegata la casistica degli ospiti e del loro look.

La donna-gatto mutante arrivata da un altro pianeta: Patti Pravo.

Una vecchia signora coi capelli tinti: Cocciante.

Uno antipaticissimo. Qui non c'è bisogno di fare nomi, basta la divisa da portuale malvestito e nello stesso tempo l'aria supponente. Due scelte che certo non donano a un signore di ottant'anni (peraltro autore di canzoni magnifiche). Indovinato?

La macchietta: uno con un accento inglese talmente accentuato (ops!) da sembrare una caricatura. A questo punto abbiamo particolarmente apprezzato la garbata presa per i fondelli di Mal dei Primitives fatta da Luca.

Inevitabile la commemorazione e la commozione cimiteriale, trattandosi di una storia cominciata quasi sessant'anni fa. Lo sapevamo, eppure ci ha addolorato risalutare, purtroppo poco aiutati dagli scarsi filmati d'epoca, gli amici che ci hanno preceduto (queste rievocazioni ci ripresentano in continuazione la Nera Signora, lì in agguato, che sta aspettando anche noi). E sono tanti: Dalla, Endrigo, Fontana, Bardotti, Greco, Micocci, l'ingegnere fonico Patrignani...a proposito, perché per i fonici, che, come sanno tutti quelli che hanno messo piede in sala di registrazione, sono quasi più importanti degli artisti, neanche una parola in quattro ore?

A questo punto è nostro obbligo morale manifestare i seguenti ulteriori appunti alla regia.

Le luci: neanche un'idea, sarebbe da dire un lampo di inventiva. Sempre uguali.

I movimenti delle telecamere: nella più gloriosa tradizione di quando ce n'era una, al massimo due in studio. Limitati, prevedibili e banali.

Il montaggio delle immagini: mai un guizzo o una trovata. In sequenza, come la lista della spesa.

La ripresa sonora (e qui, c'è proprio da stupirci, dato che ci troviamo nella sala di un famoso studio di registrazione professionale) piatta; nessuna nozione che esistono i piani per distanziare strumento da strumento, e tutti dalla voce.

A questo punto però è opportuna una smentita. Nessuna trovata, abbiamo detto. Invece una trovata c'è, e per chi nel pubblico televisivo rischia di non capirla, ripetuta in abbondanza.

Ogni volta che la telecamera inquadra il gruppo dal vivo, i cantanti dal vivo, qualche movimento dal vivo, ecco che in primissimo piano, a riempire lo schermo appare e ritorna, zoom  avanti, zoom indietro, a destra, a sinistra, una scatola bianca illuminata con la scritta "ON AIR". Abbiamo capito che siamo dal vivo. Niente. Ripetizione identica pochi secondi dopo. All'infinito.


Perché il Barbarossa salvatore? Perché Luca, benedetto dalla fortuna che gli ha dato una sottile ironia, un costante understatement, la capacità di intervenire con garbo per neutralizzare i troppo pedanti, o i troppo narcisi, un bell'aspetto, una sommessa parlata, qualche volta anche romanesca, ma soprattutto una leggerezza in tutto quello che fa e dice, ha saggiamente utilizzato queste doti naturali (per altro, e si vede, sviluppate con studio intelligente e pratica costante) a nostro vantaggio. Anzi, diremmo addirittura in nostra difesa.

Beninteso, dopo avere allentato il freno a mano rappresentato da quella bionda stagionata che lo affianca all'inizio e negli stacchi girati a bordo di un una bella vecchia automobile dell'epoca.

Parliamo di Gloria Guida, una presenza davvero superflua.

Per metterci al livello delle trovate di regia, potremmo osare la battuta: perché lei in macchina con Luca? Perché si chiama Guida. Capito? L'auto, il volante, Guida...

Pura scemenza, la nostra, o vera fantascienza?



                                        


 

 
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Una carogna di talento

Post n°357 pubblicato il 14 Dicembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   14 dicembre 2015

  UNA CAROGNA DI TALENTO


 Una carogna di talento.

A tutti è capitato di gustare una buona musica, un bel film, un ottimo libro, e poi, dopo averne incontrato l'autore essere costretti ad ammettere che forse era meglio di no; perché se l'opera è buona, non sempre lo è anche lo spirito del suo creatore.

Sarà pure un'ingiustizia divina, ma il talento è una cosa a sé, e cresce spesso su un terreno concimato di stupidità o di cattiveria. Un po' come un fiore che per farlo bello serve un po' di letame.

Anche noi ne abbiamo conosciuti, che prendono in mano un violino, un pennello, una matita, e diventano angeli soprannaturali. Poi lo posano, e rientrano nella loro umana dimensione di mascalzoni, avari, imbroglioni. O di semplici imbecilli. E qui ci fermiamo per non esaurire la lista dei difetti capitali.

Un eccellente esemplare di questa categoria pare che fosse la buonanima di Salvatore Quasimodo, poeta sommo e premio Nobel. Certo non un simpaticone, come si intuisce anche dall'espressione nella foto.

La notizia ci è stata servita a pag. 41 di Repubblica del 30 novembre.

In un articolo, il figlio del genio, Alessandro, attore e regista (condannato a una specie di inferno dalla continua richiesta di riproporre le opere dell'odiato padre), confessa di aver deciso, come abbiamo letto nella recente cronaca, di mettere all'asta la medaglia Nobel di Quasimodo senior, e di averlo fatto  "non per soldi, ma per gelosia".

E poi, avanti con il racconto di una sfilza di carognate familiari, anche queste da Nobel.

Eccone alcune, notevoli, tirate giù pari pari dall'articolo: i sei aborti a cui fu costretta la povera moglie, la poetessa Maria Cumani; l'ultimo quando il piccolo Alessandro, che aveva undici anni, sentì il padre che diceva alla madre: "Devi scegliere, o me o il bambino".

Poi le continue minacce a lui, studente, se non lo promuovevano, di mandarlo a fare l'operaio. E il dispiacere di non vederlo quasi mai: classico genitore assente.

Per ultima l'elegante e garbata decisione di andare "alla cerimonia di Stoccolma, quella della consegna del Nobel, con la sua amante, lasciando a casa me e mia madre, che invece eravamo stati invitati".

L'articolo si chiude con uno sconsolato "No, non è stato un buon padre. Ma rimarrà per sempre un grande poeta".

"Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera". Davvero una delle sintesi più sublimi della condizione umana.

Non c'è che dire: una carogna di talento.

 

 "Perché Gesù non ha difeso gli animali?"

Irresistibilmente attratti dal titolo di questo incontro, il 3 dicembre ci precipitiamo all'AV/VA, Associazione Vegetariana/Vegana Animalista.

Si sprofonda in uno scantinato ripido dove le sedie ci accolgono (a proposito di terrorismo, solo ideologico per fortuna, e meno pericoloso per noi infedeli) occupate da biglietti minacciosi: "L'uso dei medicinali e dei cibi cotti ha ucciso più gente che le guerre", e altre simili baggianate.

Qui, carognate niente, ma confusione mentale molta.

Il pubblico di vecchiette esaltate, rasta mansueti e altri strani personaggi pende dalle labbra del carismatico conduttore dell'incontro, il quale esordisce dichiarandosi più che certo che Cristo fosse vegetariano, anzi, addirittura pitagorico, sulla base di una ovviamente incontrollabile notizia. Cioè che i pitagorici della Magna Grecia si riunivano nel "sissizio", il pasto vegetariano in comune. Il nesso? Mah.

Allora, se Gesù era vegetariano, perché non ha, appunto, difeso gli animali? Beh, la spiegazione fornita è che lo ha fatto, ma i passi dei vangeli in cui si parlava del suo amore per le bestie sono stati manomessi in seguito, cancellando la notizia. Anche qui, mah?

E così via, giù per una china scivolosa, fino a ipotesi cervellotiche e dimostrazioni fantasiose sulle diaboliche mutazioni fisiche e caratteriali che spuntano, accompagnate praticamente da tutte le malattie conosciute, sulla cartella clinica di chi mangia carne, pesce, uova.

Mentre chi si limita ai vegetali è bello, buono e sano.

Naturalmente noi siamo del parere che, a tavola, ognuno è padrone (sempre con cervello e stomaco strettamente collegati). Però questo estremismo gastronomico ci fa l'effetto del niente sale nel piatto (carne o verdura che sia). Ammazza il gusto della mensa, e quindi del sociale.

Ci perdoneranno i nostri amici vegetariani?


Alzheimer (nessun nesso con la notizia precedente)

E' un problema su cui si legge sempre di più negli ultimi tempi. Per forza, visto che, siccome non moriamo più di malattie infantili, sono venute fuori quelle senili. Ma la cosa buona è che, oltre a parlarne, pare che si cominci anche a trovare qualche cura. Una miniera d'oro per le case farmaceutiche e una speranza per tutti.

Comunque a noi non interessa: noi siamo a posto e perfettamente sani. Effettivamente per gli altri può essere un guaio, perché fa dimenticare tutto...ma, veramente, come dicevamo...come dicevamo?...ah, sì: l'Alz...fa dimenticare...ma che ora è? Dobbiamo tornare a casa, eh, ma l'indirizzo...e poi, come ci si arriva?...aiuto!



                                         

 
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Si sa, siamo a Roma...

Post n°356 pubblicato il 06 Dicembre 2015 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

7 dicembre 2015

    SI SA, SIAMO A ROMA...



27 novembre, Centro Islamico alla Grande Moschea di Roma. Convegno della Fondazione Ducci: Geostrategie Europee nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Presenti diplomatici arabi e africani e senatori nostrani. La città annaspa in un clima di emergenza attentati. Polizia e sirene dappertutto.

In macchina portiamo una piccola troupe di amici che devono filmare l'evento. E con loro naturalmente c'è l'attrezzatura: un cavalletto nel suo fodero, che potrebbe benissimo essere un bazooka carico, una valigia con macchina da presa e obiettivi, così grande da contenere una bomba atomica. Più varie borse, sacchi e sacchetti.

Pattuglione della polizia all'ingresso della moschea. "Dove andate?" "A filmare il convegno" "Vi aspettano?" "Si" "Va bene, andate, andate". Ai bagagli, neanche un'occhiata. Ecco, queste sono le imponenti misure di sicurezza. Si sa, siamo a Roma...

Nel cortile della Moschea, magniloquente architettura di Paolo Portoghesi, una bella sequenza di vasche collegate da canaletti scavati nel travertino del pavimento. Evidente un richiamo all'Alhambra di Granada. L'acqua scende da una cascatella al centro della scalinata, e scorre lungo i canaletti per riempire le vasche. Scende? Scorre? Dovrebbe, ma c'è un problema: manca l'acqua. Si sa, siamo a Roma...


Segnali stradali

TG su fatti di cronaca in Francia, in USA, in Germania. Nelle riprese di strade e piazze, c'è sempre qualche angolo di inquadratura con il suo bravo segnale di divieto di sosta o di senso unico, sempre perfettamente pulito e leggibile (certo, colpiti dalle sparatorie o dalla efferatezza dei delitti non ci si fa tanto caso, ma rivedendo...).

Da noi, invece, per fortuna le sparatorie e gli attentati non ci sono ancora stati, forse perché, si sa, siamo a Roma...E con le nostre indicazioni così chiare e pulite, i terroristi, al bersaglio non riuscirebbero neanche ad avvicinarsi.


Gioventù Italiana del Littorio

Su Via Parco del Celio, una stradina molto panoramica con vista sul Colosseo, riservata ai tram, dove, rischiando un po', si può anche passeggiare, si affaccia un bell'edificio in stile razionalista appena restaurato. Non siamo riusciti a sapere a cosa è destinato. Fatto sta che sulla facciata risplende, fresca di vernice e perfettamente leggibile, tanto che sembra (e forse è) fatta ieri, una scritta che dice: Gioventù Italiana del Littorio.

Si sa, come luogo siamo a Roma...ma come data pensavamo di essere nel 2015, e non nel 1938. O no?



                                        




 

 
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Il paese di Pulcinella

Post n°355 pubblicato il 29 Novembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  30 novembre 2014

IL PAESE DI PULCINELLA



Folli quotazioni

Questo sciocco (e anche brutto) cane di metallo di Jeff Koons è andato all'asta per 55 milioni di dollari, mentre tutti insieme i quadri rubati recentemente a Verona, al Museo di Castelvecchio (Rubens, Tintoretto, Mantegna, Bellini, Pisanello, e altri) non superano i 20 milioni di Euro. Com'è possibile?

In questa notizia ci sono due elementi di stupefacente insensatezza. Il primo è internazionale: i balzi in su e in giù delle quotazioni di artisti contemporanei, per i quali naturalmente non ci sono termini di confronto con pittori di altri periodi, con il mercato serio e soprattutto con la storia; e quindi può succedere di tutto, specialmente grazie ai loro abilissimi mercanti. Per fortuna, spesso, dopo strepitose impennate, capitano sacrosanti tonfi.

Il secondo elemento è squisitamente italiano (si sa, il paese di Pulcinella), e riguarda i modi del furto. Pare che i ladri siano arrivati in quella mezzoretta che i burocrati del museo chiamano "prechiusura", quando il pubblico se n'è già andato e il personale di giorno si sta mettendo il cappotto per tornare a casa. Ma non ci sono ancora gli uomini della sorveglianza, e l'allarme non è inserito. Insomma un comodo spicchio vuoto in cui chiunque si può intrufolare e fare quello che gli pare. Proprio come è successo.

Particolare ancora più ridicolmente italiano: in quel momento preciso la direttrice del museo si stava sedendo a cena con il sindaco di Verona, Tosi.

Noi non ce ne rendiamo conto, ma siamo così fortunati da vivere in una nazione dove la comica finale non c'è bisogno di inventarsela: va in scena spontaneamente.

Vuoi mettere la differenza con i paesi seri (e noiosi)?


 

Sant'Apollinare

Un certo Enrico "Renatino" De Pedis, detto "bambolotto" per la gran cura che aveva per capelli e vestiti, inizia negli anni settanta una brillante carriera criminale: scippi, rapine, sequestri col morto e poi, finalmente, omicidi. In collaborazione con altri ceffi dai soprannomi molto pittoreschi: Zanzarone, er Negro, Paperino, tenta di allargare il ventaglio delle sue attività, ma esagera e finisce sparato da un killer, detto "er Cinghiale" dalle parti di Campo de' Fiori.

E qui entriamo in argomento (delle cose all'italiana, anzi alla romana, anzi alla Santa Romana Chiesa) perché, in aperto spregio delle regole in uso, e comunque del diritto canonico, il nostro viene sepolto nella cripta della basilica di S. Apollinare per suoi presunti meriti di benefattore dei poveri parrocchiani. Lo scandalo, enorme soprattutto per il ripetuto sostegno di monsignori e cardinali, va avanti fino al 2012, quando finalmente i resti del malfattore-benefattore sono cremati e non se ne parla più. Chi muore giace e chi vive si da pace.

Veniamo a noi. La chiesa è bellissima. E ancora più suggestiva è apparsa (superati i precedenti giudiziari) la sera di domenica 22 in occasione del concerto dedicato dal Roma Festival Barocco, nel suo ottavo anno, ad Alessandro Scarlatti sull'edizione critica di Luca Dalla Libera, che ha anche presentato e spiegato; meglio ancora, raccontato fatti, storie e atmosfere dell'epoca: fine '600, inizio '700.

Piccolo inserto storico: "Alessandro Scarlatti è un grand'uomo, e per essere così buono, riesce cattivo perché le compositioni sue sono difficilissime, che in teatro non riescono; in primis chi s'intende di contrapunto le stimarà, ma in un'udienza d'un teatro di mille persone, non ve ne sono venti che l'intendono". Parole del conte Zambeccari, fine musicofilo contemporaneo, che spiegano la progressiva scomparsa dal repertorio di quasi tutte le composizioni di Scarlatti, e il fatto che solo la raccolta dei Concerti Sacri fu pubblicata a stampa, lui vivente.

In altri termini, se si vuole il grosso pubblico, bando alle saccenti complicazioni, bisogna usare semplicità e furbizia. Altrimenti rassegnarsi ad aspettare qualche secolo e poi, forse, se c'è qualcuno come Dalla Libera...

Splendida esecuzione del gruppo Odhecaton, ed eccellente organizzazione (della serata e dell'intero festival che seguirà) di Michele Gasbarro, visto aggirarsi freneticamente per la chiesa con sedie supplementari sottobraccio, e banchi trascinati a integrare i posti a sedere che improvvisamente erano diventati troppo pochi. Evidentemente non ci si aspettava tanta gente. Fa sempre piacere quando, in assenza di prevendita di biglietti, si vive ansiosamente l'attesa dell'ora dello spettacolo, e poi arrivano gli spettatori. Se rimangono in piedi, meglio; l'importante è che siano tanti.

E poi, meno male che la buona musica riesce anche a ripulire un luogo così bello da qualche brutta macchia passata.


                                         

 

 

 
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Coincidenze, ottimismo e piacioneria

Post n°354 pubblicato il 22 Novembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   23 novembre 2015

 COINCIDENZE, OTTIMISMO E PIACIONERIA


Una coincidenza celeste

Ci è appena arrivato "Tony Del Monaco - un artista in punta di piedi", magnifico libro biografico e antologico, con molte foto di cantanti e di dischi, firmato da Giancarlo Colaprete e Fernando Fratarcangeli. Fin dalla copertina, la prima cosa che ci ha folgorato è la coincidenza dei nomi: quello del protagonista e quelli degli autori. Un vero e proprio tris divino, anzi, un quartetto, formato da: il monaco, il prete, il frate e gli arcangeli. Neanche a inventarsela si poteva sperare in una combinazione così unica.

Lasciamo perdere gli scherzi e veniamo alla storia. Quella che ci riguarda.

Il tempo: i primi anni sessanta. Il luogo: gli studi della RCA, il mitico stabilimento sulla Via Tiburtina che, oltre ad avere le più belle sale di registrazione d'Europa, forse del mondo, aveva anche un favoloso baretto interno, dove, come niente, prendevano il caffè insieme Frank Sinatra e Von Karajan. E naturalmente anche noi giovincelli sconosciuti, decisi a tuffarci nel mondo della musica, del successo, dei soldi e delle ragazze.

Lì ci si era conosciuti, con Tony, dando il via a un'amicizia viva.

Insieme facemmo anche un paio di 45 giri, che non ebbero nessuna fortuna perché erano poco commerciali ma soprattutto, per la verità, bruttini. Dopo di che, per una di quelle strane derive della vita, non ci siamo più incontrati.

Tanto separati eravamo, che anche la notizia della sua morte, nel '93, ci arrivò come da una distanza immensa, mentre fra Roma e Sulmona (la sua città) non c'erano che pochi chilometri, e anche gli anni passati non erano poi tanti.

Tony Del Monaco, si diceva. Un bravo cantante, una brava persona; mai uno scandalo, una chiacchiera.

Meno male che adesso c'è questo libro, altrimenti chi se lo ricordava più?


Ottimismo a Nuova Consonanza

19 novembre, Concerto di Nuova Consonanza al Teatro Centrale Preneste, in una strada di quello che negli ultimi tempi viene segnalato come il Bronx di Roma, il Pigneto, un quartiere pericolosissimo, dicono: terra bruciata in mano allo spaccio di droga e alla malavita onnipresente.

Per la verità, sia all'arrivo che alla partenza, a sera inoltrata, l'impressione che abbiamo avuto è stata di trovarci in una normalissima, brutta periferia pasoliniana, senza alcuna sensazione di pericolo, però anche senza percepire quella presunta aura da brillante quartiere degli artisti emergenti che ultimamente viene spacciata per la principale dote della zona.

Invece ci ha fatto sorridere la decisione da parte dell'organizzazione del concerto di eliminare dal programma un brano di Charles Ives: Variazioni su "America" per organo, sostituendolo con variazioni dello stesso su "Adeste fideles". Per ragioni di "opportunità storica", ci è stato detto. E' qui che ci ha colpiti l'ottimismo della benemerita istituzione Nuova Consonanza.

Pensare che un programma di musica contemporanea eseguito in uno spazio semisconosciuto di un quartiere defilato di Roma potesse attirare l'attenzione di qualche terrorista sfigato solo perché dentro c'era "America" è vero e proprio ottimismo. Segnaliamo però che sostituire la pericolosissima "America" con "Adeste fideles", inno natalizio decisamente cattolico, avrebbe potuto essere un passo falso e rappresentare un ulteriore, anche se su basi diverse, incitamento all'azione (sempre per il terrorista sfigato di prima). In realtà non si è visto nessun kalashnikov.

Lasciando da parte le nostre malignità serpentine, la serata è stata particolarmente piacevole, grazie all'uso sapiente di un doppio coro misto, tre eccellenti solisti e un super direttore, Stefano Cucci. E anche per l'esilarante intermezzo animale in musica "Repmania" di Ada Gentile. E per la chiusura con i Chichester Psalms di Leonard Bernstein, un autore definito a fine concerto da qualcuno dei maestri presenti (e noi siamo d'accordo) "un vero piacione".

       

A proposito di piacioni...

                                                  Fisiognomica direttoriale: Visto Valerij Gergiev dirigere la Vienna Philarmonic. Nei primi piani concitati sembra ne più ne meno la macchietta dell'operaio dell'Est (salvando la categoria che sicuramente comprende fior di galantuomini): alticcio e infido, barba malrasata, sudore abbondante, occhi e lineamenti alterati dall'alcol. Poco rassicurante davvero.

Superfluo dire che come direttore è bravissimo; come muratore non sappiamo.

Che fotogenia, invece, gli altri colleghi: Von Karajan pensoso, Abbado ispirato, Muti autorevole...


                                       


 

 
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Masochismi

Post n°353 pubblicato il 15 Novembre 2015 da torossis

 

IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

16 novembre 2015

  MASOCHISMI


Masochismo in salsa di soia

Venerdì 6 novembre, Istituto Giapponese di Cultura: Concerto per trio di strumenti tradizionali: koto, shakuhachi e shamisen.

E' inutile: ci ricaschiamo ogni volta. Forse è la voglia di approfondire, magari è anche un po' di snobismo, nella migliore delle ipotesi un pizzico di curiosità. In realtà sospettiamo che la diagnosi giusta sia masochismo.

Perché la conosciamo la musica giapponese (quella tradizionale, naturalmente). E' diversa da Mozart, ma anche dal jazz, dall'opera o dal liscio. I tempi di percorrenza  sono micidiali. I timbri degli strumenti e delle voci sono al di là della bellezza o bruttezza: sono estranei. Temi melodici forse ci saranno, ma è impossibile identificarli. I ritmi, come mai ci suonano zoppicanti?

Il problema del concerto a cui abbiamo assistito è che abbiamo trovato davvero misero, anche se esotico, lo shamisen, una chitarrella a tre corde montate su pelle di serpente (così scriveva il programma di sala, mentre invece il solista presentando lo strumento ha detto pelle di cane, poi ha aggiunto imbarazzato: "Scusi!"; si vede che qualcuno gli aveva fatto sapere che dalle nostre parti i cani non si mangiano e non ci si fanno strumenti). E limitato, anche se suggestivo, lo shakuhachi, un piffero a cinque buchi. E monotono, anche se più facile da ascoltare il koto, una specie di arpa a tredici corde. Per non parlare del canto (con parole per noi incomprensibili, e questo è ovvio) tanto gutturalizzato che più che note sembrano conati. Certo: altre tradizioni, altre culture, altre civiltà.

E allora, visto che noi, figli di Bach e di Mozart più o meno lo sapevamo, c'era bisogno di una conferma? Ecco, la risposta a questa domanda non ce l'abbiamo. Dev'essere proprio masochismo.


Masochismo in galleria

Michelangelo Pistoletto alla Galleria Mucciaccia. Pareti da cui si affacciano personaggi fotografati in grandezza naturale su un fondo specchiante, ovvero, per essere precisi, un riporto fotografico su carta velina applicata su lastra di acciaio inox lucidata a specchio. Il primo di questi specchi è del 1962. "Nato per coinvolgere lo spettatore all'interno del quadro, sottolineare l'interazione e la cooperazione tra autore e fruitore, diventare il punto d'incontro tra visibile e invisibile, espandere la capacità della mente fino ad offrire la visione della totalità" Ipse dixit.

Ok, l'idea era nuova. Il problema è che dopo cinquant'anni stiamo ancora lì.  Sono diversi i personaggi fotografati, certo, ma la trovata rimane la stessa. Ora, non c'è dubbio che ogni artista ha la sua cifra che lo caratterizza e si ripresenta per tutta la sua vita professionale, però di solito c'è anche il suo lavoro, artistico naturalmente. In questo caso, l'idea c'è, d'accordo, ma il lavoro dell'artista, inteso nel senso della mano creatrice che spennella, colora, mescola, insomma crea materialmente l'opera (un po' come, diciamo, Giovanni Bellini che in fondo faceva sempre le stesse madonne, ma se le ridipingeva a mano ogni volta, e come gli riuscivano bene!) ci sembra davvero troppo ridotto. E' un tipo di produzione che, riconosciuta la paternità dell'idea, può essere, anzi con ogni probabilità è realizzata da chiunque disponibile in bottega in quel momento. E allora l'artista?

Forse siamo solo dei parrucconi qualunquisti.


 Masochismo rutiliano

Beh, in questa corsa al massacro non potevamo farci sfuggire, venerdì 13, l'incontro a Spazio 5, condotto brillantemente dal dermatologo Massimo Papi sul tema: "Un diavolo per capello: essere rossi".

Entrati in sala sereni e curiosi di saperne di più, avendo parecchi parenti stretti portatori di rutilismo (bella parola, eh? Significa semplicemente avere i capelli rossi) ne siamo usciti affranti.

Ci hanno fatto sapere che siamo condannati con quasi assoluta certezza a macchie epidermiche, e passi; discheratosi, e bisogna starci più attenti; e poi, tanto per gradire, melanoma, un tumore della pelle molto aggressivo e potenzialmente letale. Inevitabile, ripetuta condanna per aver preso troppo sole senza protezione in gioventù. Lo sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato il conto.

Anche in questa occasione abbiamo acchiappato qualche notiziola curiosa: 1. Il gene dei capelli rossi è apparso circa ventimila anni fa, che è un battito di ciglia nella storia dell'evoluzione umana, e si prevede che verrà riassorbito estinguendosi entro pochi secoli. 2. I rossi non sono più del tre per cento dell'umanità. 3. Pare che siano più reattivi al dolore e quindi abbiano bisogno di anestesie più forti. 4. Per ultimo, oltre al fatto di essere da sempre considerati diversi e quindi sottoposti a sberleffi da piccoli e a persecuzioni da grandi (compreso il rogo sotto l'inquisizione, soprattutto le donne, per sospetta stregoneria) si trovano al giorno d'oggi, e questo naturalmente riguarda solo gli uomini, a non essere neanche considerati come donatori dalle banche del seme, perché tanto il seme dei rutiliani non lo vuole nessuno.

Bella beffa.



                                       


 

 
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Er colosseo quadrato

Post n°352 pubblicato il 08 Novembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  9 novembre 2015

    ER COLOSSEO QUADRATO

    


Er colosseo quadrato

Ne ha fatte di fesserie, ma sulla scelta degli architetti non si è mai sbagliato. Mussolini, chi altro? Ce ne siamo resi conto in un incredibile pomeriggio primaverile, il 3 novembre, andando al Palazzo della Civiltà Italiana (una volta Palazzo della Civiltà del Lavoro) che adesso è sposato e di cognome fa Fendi (pare abbia accettato il matrimonio non per amore ma per soldi), però per gli amici è sempre stato e rimane er colosseo quadrato.

Non servono pedanti descrizioni: basta la meraviglia di questo salone con l'arredamento originale, con quei finestroni, gli archi, le statue e, fuori, la luce di Roma.

Esternato questo slancio poetico che ci sgorga dal cuore, la notizia è che finalmente (sono passati appena settant'anni) l'edificio, anche se solo in parte, e grazie a Fendi che l'ha in affitto, è a disposizione dei romani, gratis, per una piccola ma benissimo fatta mostra di disegni, quadri, bozzetti, grafici dell'epoca; insomma elementi che riportano al borioso sogno dell'Esposizione Universale di Roma (E 42, poi EUR), finito male, sappiamo come e perché, ma che dal punto di vista dell'arte, era stato messo in buonissime mani.

Organizzazione perfetta, personale cortese, marmi e vetri lustri. E in più (e questo non è merito umano) cielo, sole e nuvole, come già detto, "de Roma".

Meno male, per noi, che in città ci sono anche i privati.



Il tormento e l'estasi

"Scrivere questo pezzo è stato un tormento e un'estasi! Il mio stesso corpo si opponeva al gesto sacrilego che dovevo compiere confrontandomi con una tradizione così imponente. Nonostante ciò la musica mi investiva come un fiume in piena".

Ma le penserà davvero lui queste furbe baggianate, o le partorisce l'ufficio stampa? Certo, se la gente le beve, hanno ragione tutti e due.

Mercoledì 4 novembre, chiesa di S. Ignazio, ultimo concerto del Festival di Musica e Arte Sacra. Intrufolato fra i compositori veri, Bach e Mendelssohn, c'è anche Giovanni Allevi, con un brano a cui si rifà la imbarazzante dichiarazione di cui sopra: "Toccata, canzone e fuga in re maggiore per organo a canne".

Il nostro per fortuna non suona, ma parla. E lo fa al suo solito modo: furbissimo. Appare accanto all'organo, nell'immensità della chiesa, maglietta, jeans e parrucca, e per dieci minuti (i migliori della serata) racconta al pubblico incantato la struttura della sua composizione, in una banale e nello stesso tempo pomposa terminologia scolastica, offerta dalla sua solita vocina flautata e con parole facili e suadenti all'orecchio impreparato ma disponibile a farsi imbambolare dei fedeli (e non intendiamo quelli della chiesa, ma i suoi personali). Estasi del gregge.

Poi purtroppo è partita la toccata; alla tastiera Carlo Maria Barile. Un modesto minestrone farcito di effetti di tipo cinematografico, con dentro un pizzico di Vangelis, una manciata di Morricone e molta confusione degli altri ingredienti.

Diciamo che in casi come questo, per far capire che non si tratta di aria musicale, ma di semplice aria fritta non c'è davvero bisogna della virtuosa indignazione manifestata a suo tempo da Uto Ughi.

Basta uno sberleffo.

 

 

Il supremo sacrificio

Oggi, giovedì, al Foro Romano, che conosciamo come le nostre tasche, ma seguendo un percorso che non avevamo mai visto: la rampa imperiale costruita da Domiziano per collegare il basso del Foro con l'alto del Palatino, appena restaurata e aperta.

E' imponente, naturalmente; è spoglia ma possiamo immaginarne i marmi pregiati; è soprattutto un'altra testimonianza della maestà di quello che è rimasto della grande Roma (anche perché la parte miserabile, infetta, squallida di una città che doveva essere un inferno per i suoi abitanti poveri, con i secoli è sparita).

Finita la visita culturale, a spasso per quel giardino della storia, passiamo accanto al luogo, poi reso sacro e monumentalizzato, dove la fanciulla Virginia, oggetto delle brame di Appio Claudio, fu eroicamente uccisa dal fratello per impedirle di cadere nelle sgrinfie del lubrico decemviro.

E ci rigurgitano in gola le tante altre storie, prima pagane, poi anche cristiane, di ragazze, per le quali la sfortuna, chiamata spesso con ipocrisia supremo sacrificio per proteggere la loro purezza dal maschio infoiato, è stata quasi sempre farsi ammazzare o chiudere in convento.

Mai che a qualcuno sia venuto in mente di suggerire che, forse, era più giusto punire il prepotente invece che la vittima.


 

                                        


 

 
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Maratona d'autunno

Post n°351 pubblicato il 02 Novembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   2 novembre 2015

   MARATONA D'AUTUNNO


 

Henry Moore alle Terme

E' proprio dietro l'angolo, così giovedì 29, tarda mattinata, dopo un appuntamento del tutto sopportabile dal dentista (ah, l'anestesia!), eccoci al Museo delle Terme per la mostra di Henry Moore. L'ultima sua grande parata l'avevamo vista al Forte Belvedere di Firenze, qualche decennio fa.

Allora, trionfo delle forme giganti e arrotondate contro l'azzurro cielo toscano; oggi, delusione. Le belle linee moderne di Moore ci sono sembrate invecchiate. Gli spazi immensi delle Terme di Diocleziano forse gli stanno troppo larghi (o troppo stretti); insomma tutto fa una figura un po' meschina: i disegni preparatori alle pareti, le sculturine e le sculturone; perfino il ritratto di Moore di Marino Marini sembra un gesso insignificante. Il problema è che con la scultura antica è difficile che qualcuno ce la faccia a reggere il confronto. E poi l'allestimento è mal fatto, con fari violenti che dovunque ci si metta ti trapanano gli occhi. Insomma, come abbiamo detto, delusione.

Per fortuna basta passare alle altre sale per riconciliarsi. Ma...ma c'è una cosa che ci ha fatto arrabbiare ancora di più: un video che ricostruisce virtualmente in tutta la sua maestà l'aspetto originale della grande piscina delle terme. Colonne enormi, statue sontuose, archi e volte impressionanti. Benissimo. Per accompagnare le immagini serve una musica, e che musica ha scelto per la grandezza dell'architettura imperiale l'ignoto, sciagurato commentatore? Brani di Rachmaninov, Prokofiev, Brahms, insomma una spremuta di quel romanticismo patetico tardo ottocentesco e slavo che con i marmi di Diocleziano c'entra come i proverbiali cavoli a merenda. Incompetenza.



"Il vizietto cattocomunista"

Un libro di Massimo Teodori presentato lo stesso giorno alla Biblioteca Angelica. Il titolo è arguto, il libro non lo abbiamo letto, né crediamo lo faremo. Pomeriggio moderatamente soporifero, interrotto da divertenti (per noi) guizzi di narcisismo dei relatori (Galli della Loggia, fra gli altri) e da risvegli di attenzione del pubblico quandoil giornalista Polito, dopo il sarò breve di prammatica (mai che ci sia capitato di sentire un sincero: sarò lungo), ci ha ricordato, per esempio, come il vecchio PCI, per essere accettato da tutti gli italiani, si presentava come una compagine conformista e rispettabile, dove la donna aveva un ruolo da angelo del focolare e un'immagine (testuale del relatore) alla Maria Goretti.

O quando Maurizio Ferrara, accomodatosi in poltrona dopo aver girato per la sala con il suo passo da tricheco sornione, ha dichiarato di essere figlio di genitori comunistissimi a cui peraltro il partito aveva chiesto di sposarsi in chiesa.

Alleggeriamo. Ci è piaciuta, all'ingresso della Biblioteca, che è un meraviglioso salone foderato da tre piani di volumi, la vetrinetta con dentro una pila di vecchi codici tarlati, e un bel cartello "Salva la vita a un libro". Sacrosanto



Povero Marino

Venerdì 30 - Conferenza Stampa di presentazione del nuovo CdA della Fondazione Musica per Roma. Al tavolo, fra gli altri, il sindaco Marino (ancora in carica, anche se per poco) nonché: dentro, un battaglione di fotografi d'assalto e, fuori, un battaglione (oops) di poliziotti di guardia.

Tutto liscio, compresa l'accorata e un po' arrabbiata esternazione del futuro ex sindaco. Che ci è, malgrado tutto, simpatico. Poi sappiamo come è andata: al solito, poca eleganza e zero stile.



Un vezzo artistico privato

Sabato. Prima di passare alla musica, ci siamo affacciati alla Galleria 28 Piazza di Pietra dove si è inaugurata una mostra di Michelangelo Antonioni. Un omonimo? No, proprio lui. 

Nella presentazione, dopo la ovvia sfilza di Oscar e Palme d'Oro vinte dal regista, si legge che la pittura era per Michelangelo "il più privato dei vezzi artistici".

Mai definizione fu più appropriata. Vezzo senz'altro, ma poco di più. E privato avrebbe dovuto rimanerlo. Invece, prosegue il foglietto, "si è voluto dare agli ammiratori del regista la possibilità di scoprire questo suo lato poco conosciuto". Forse era meglio di no.



Una bella cassa armonica

Centotrentamila metri cubi: questo dovrebbe essere, secondo i nostri calcoli, il volume interno della chiesa di S. Ignazio (appunto la cassa armonica), dove siamo capitati a mezzogiorno del 31, per un concerto del St Jacob's Chamber Choir, a Roma per il XIV Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra.

Primo brano, il bellissimo Credo di Giovanni Bonato. Testo non importante per noi, ed esili melodie non obbligatorie da seguire, ma armonie audaci ed efficaci. Suono puro. Sparsi tutto intorno all'immensa chiesa i coristi, accompagnati da qualche campanello e da quei tubi giocattolo che quando si fanno roteare producono un sibilo misterioso. Nell'enormità di questa cassa di risonanza, siamo stati colpiti e affondati dalla fascinazione delle voci. Sotto le strepitose prospettive dipinte sulle volte, nel riverbero delle absidi, il suono: solo suono, puro suono, magica suggestione acustica e mistica.

Puntualmente rovinata, all'uscita sulla piazza, da uno di quei mendicanti che appestano i gradini delle chiese del centro storico. Insolenti, finti umili che ti importunano con il loro ossessivo viscido farfugliare "Bambini...mangiare...centesimi...dare..." e intanto ti scrutano con occhi malevoli in bieco contrasto con l'atteggiamento servile e sottomesso.

Saranno anche schiavi di qualche organizzazione criminosa, saranno anche persone socialmente sfortunate, ma viene da immaginarli, con quelle facce, pronti a tagliarti la gola appena giri le spalle.

Da parte nostra, carità cristiana zero, lo sappiamo, ma invochiamo l'attenuante della continua provocazione.



                                    



 

 
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Controsensi

Post n°350 pubblicato il 26 Ottobre 2015 da torossis

 

   

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  26 ottobre 2015

  CONTROSENSI


 

Controsenso ecclesiastico

Santa Maria dell'Anima, la chiesa dei tedeschi a Roma. Vi abbiamo annoiati per anni, lo sappiamo, con le nostre lodi per come è tenuta. Pulita, i marmi lucidi di cera (qui ci si rende conto che un pezzo di marmo, che è solo un sasso, con un po' di cura diventa un sasso prezioso), anche quelli lontani in cima ai pilastri, illuminazione perfetta, non c'è un faretto che va negli occhi, niente angoli bui, tutto si vede ben chiaro, i quadri mirabili nel loro restauro; e le lapidi...

Ah, le lapidi funebri: ce ne sono a dozzine, per commemorare il tal ricco mercante sassone, o il talaltro nobile prelato prussiano presso la corte pontificia. E tutte ornate dai loro bravi teschi, multicolori di bei marmi pregiati, talvolta arricchiti da espressioni (involontarie, immaginiamo; o forse no) bizzarre o sfrontate. Questi due ghignano sulla tomba di Lucas Holstein, amburghese.

Un italiano che ci entra va a finire che si stupisce che un luogo pubblico, come in fondo è una chiesa, possa essere anche pulito e ben tenuto. Reazione tristemente inevitabile.

Tutto questo per sottolineare  il controsenso fra queste immagini di morte e la viva gioventù del Mädchenchor Hannover (Coro di ragazze di Hannover): cinquanta fanciulle, tutte con la giacchetta rossa, quasi tutte bionde (ovvio, sono tedesche), molte carine, che sono arrivate per fare musica, e l'hanno fatta benissimo e in più con l'aria di divertirsi, in un concerto che saltava dal rinascimento al contemporaneo, accompagnate da un organista, unico maschio, aria timida e probabilmente spaventato di trovarsi in quel gineceo (Abbiamo saputo che il gruppo viaggia in pullman, e l'unico altro maschio è l'autista). Spesso cantando a cappella, per approfittare della magia di come le voci sotto le volte di una chiesa si spandono e si mescolano con i propri echi in un rimbalzo davvero suggestivo.

Immersi in quel magico riverbero ci è tornata in mente la teoria che attribuisce la scoperta dell'armonia proprio all'uso, nei canti medievali, di intonare una seconda nota, e poi una terza, mentre la prima ancora echeggia sotto le volte. Di sicuro un monaco sveglio si sarà accorto, nel bel mezzo di qualche vespro, che in questo modo nasceva un accordo. Da qui il passaggio dalla monodia all'armonia...Sembra fantasioso, ma potrebbe anche essere vero.


Controsenso artistico

Mostra a Palazzo Altemps. Questo è il cartello che accoglie i visitatori. Sfidiamo chiunque non abbia lavorato almeno tre anni in uno studio grafico a capire cosa c'è scritto. Un gratuito giochetto.

Come è piuttosto gratuita la mostra: una raccolta di vecchie foto, stampe e quadri a olio che documentano i ritrovamenti delle sculture e lo stato dei ruderi sommersi dalla vegetazione nei secoli scorsi, appesi qua e la fra le statue, loro sì, una più bella dell'altra. Insomma, una di quelle toppe che sembrano cucite per capriccio a coprire uno strappo che non c'è.

Tanto per non tenere troppo in sospeso i nostri lettori, il titolo della mostra è "Rovine". Adesso si legge, vero?

Secondo noi tutti i musei dovrebbe essere come l'Altemps. Un magnifico palazzo rinascimentale, poche sale con pochi pezzi insostituibili e la certezza per il visitatore di consumare il suo spuntino artistico senza paura dell'indigestione che inevitabilmente ti blocca, per esempio ai Musei Vaticani, dove, arrivato alla terza sala, gremita come le altre di troppa roba, ti piglia un coccolone da bulimia e cominci a non capire più niente.

Sotto lo stesso tetto, e mascherata da seconda mostra, titolo "Evan Gorga, il collezionista", c'è la cartella clinica di uno stato morboso che colpì a suo tempo il personaggio di cui parleremo: la sindrome dell'accumulatore seriale.

Spesso in TV vediamo filmati di case piene fino al soffitto di immondezza che i loro proprietari, appunto accumulatori seriali, hanno ammucchiato negli anni senza mai riuscire a buttare via niente. Si tratta di qualcosa di molto simile. Ecco la storia.

C'era una volta un giovane tenore di belle speranze a cui, in un certo momento della vita, dopo aver cantato con grande successo nel ruolo di Rodolfo alla prima mondiale della Boheme, partì, come si suol dire, la brocca. Mollò la musica e diventò collezionista. Secondo noi una condizione di assoluto squilibrio: prima mentale, e poi, inevitabilmente, finanziario.

Si chiamava Evangelista Gorga e quando morì nel 1957 a più di novant'anni, braccato dai creditori, aveva raccolto centocinquantamila pezzi che teneva stipati in dieci appartamenti affittati in Via Cola di Rienzo. Accumulatore seriale, la diagnosi. Per fortuna non di immondezza, ma di arte. Però la sindrome rimane la stessa. Abbiamo già espresso il nostro stupore di fronte a chiunque collezioni qualunque cosa, perché da quel momento imbocca una strada senza uscita. Inutile illudersi, l'ultimo pezzo che completa la raccolta non è mai l'ultimo davvero; e non si finisce più.

In mostra ci sono milleottocento oggetti che riempiono maniacalmente due grandi sale, solo l'uno per cento del totale raccolto dal povero Gorga: intonaci dipinti, stucchi, marmi, avori, bronzetti, giocattoli, ceramica, lucerne, specchi, armi, vetri, monete; si rimane senza fiato. E in più si perde completamente la capacità, il gusto, di capire l'eventuale bellezza o rarità dei pezzi.

E' proprio una malattia.



                                     

 
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Trasferta gastro-culturale

Post n°349 pubblicato il 18 Ottobre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   19 ottobre 2015

     TRASFERTA GASTRO-CULTURALE



Risarcimento

Venerdì 9 ottobre, partenza per Ascoli Piceno dove si inaugura il 36° Festival Nuovi Spazi Musicali di Ada Gentile.

Evviva! La Via Salaria passa a pochi chilometri da Amatrice, dove è nato un piatto che ci piace molto: pomodoro, guanciale e pecorino, che, sparsi in abbondanza sulla pasta, diventano i famosi "bucatini all'amatriciana".  Basta calibrare la partenza in modo che l'ora di pranzo ci sorprenda da quelle parti, e la festa è in tavola.

Ci sentiamo un po' in colpa per questo nostro subdolo stratagemma di unire l'utile al dilettevole. Vorremmo avere un direttore spirituale, o meglio, esistenziale, per dirci cosa è l'uno e cosa è l'altro: la musica o i bucatini?

Ore 13, stop in una trattoria con un'aria abbastanza ruspante da provocarci illusorie acquoline di bontà e spontaneità culinaria. Fregatura! Piatto da refettorio scolastico e vino in carattere. Ingenui e anche sfortunati. Ripartiamo delusi.

Per fortuna il risarcimento ce lo fornisce il Festival.

La città è, lo sanno tutti, una meraviglia di coerenza architettonica. Un misto di medioevo, rinascimento e barocco unificati dall'uso omogeneo del travertino. Con, e guai se fosse mancato, un bel pugno nell'occhio: la poderosa ex Casa del Fascio, violento esempio di stile razionalista.

Nel foyer del Teatro Ventidio Basso, per la serata inaugurale del festival, si ride. E si ride in un'occasione in cui normalmente, se proprio non si piange, almeno si sta seri: un concerto di musica contemporanea.

Ecco il perché: il programma è un melologo comico (parlano e cantano gli animali, ma che animali!) articolato in vari momenti, su testi di Stefano Benni e musica di autori (in buona parte presenti) contemporaneissimi e, va da sé, spiritosissimi.

Fra i protagonisti delle esilaranti scenette musicali siamo stati deliziati da un Cantango di Fausto Sebastiani, una Gallina Intelligente di Sbordoni, un Pavarotto di Piacentini, una Simmukkental di Stefano Cucci (della quale non possiamo non citare il lamento: "Oggi siam qui, domani scaloppine") e finalmente dal Topo Cagone di Ada Gentile.

L'associazione fra quest'ultimo personaggio e lo strumento che appare in foto è immaginabile: nel racconto il topo fa di tutto per tener fede alla sua fama; lo strumento, un inconsueto sassofono basso, ne commenta le evacu-azioni in maniera ovviamente onomatopeica.

Si sono prestati senza pudore, contribuendo alla riuscita della burla, la soprano Susanne Bungaard, il basso Stefano Stella, il direttore, narratore, compositore Stefano Cucci e naturalmente gli strumentisti (all'onomatopeico sax basso Michele Bianchini).

Grandissimo successo. Presenti tutte le autorità cittadine, che ridono, applaudono e congratulano l'amica Ada, la quale, trasferendo il suo festival da Roma ad Ascoli, è riuscita a riossigenarlo robustamente salvandolo dall'infida Palude Capitolina in cui, dopo anni di perigliosa navigazione, stava per affondare.

Abbiamo anche fatto conoscenza con il maestro Allevi senior, padre del novello Mozart, per trent'anni direttore della banda di Porto San Giorgio e uomo dalla presenza energica e muscolare. Tutt'altra figura da quella del figlioletto Giovanni, con il suo look new age, i riccioloni e le manine svolazzanti sulla tastiera o lancianti baci al pubblico.

Del quale leggiamo che chiuderà il 4 novembre nella basilica di S. Ignazio a Roma il Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra con la sua composizione "Toccata, canzone e fuga in re maggiore per organo a canne" (notiamo che a proposito di questo strumento si parla spesso di canne ma non si cita mai il pusher).

A questo punto non sappiamo decidere se abbiamo a che fare con l'ingenuità del cronista o con la sapienza autopromozionale del nostro genietto, mentre l'articolo prosegue definendo l'opera "uno dei brani più importanti della sua carriera che lo porta a confrontarsi con maestri come Bach e Strauss", e citando il momento magico dell'ispirazione del Maestro espresso dalle sue proprie parole: "La musica mi ha investito come un fiume in piena, e poi tutta la Fuga, nelle sue quattro voci, ha iniziato a girare da sola come un planetario".

Possiamo perdere siffatta manifestazione di sublime melensaggine? Caschi il mondo, il 4 novembre ci saremo.

Finalmente nel dopo spettacolo abbiamo ricevuto anche l'indennizzo gastronomico al quale pensavamo di avere diritto: squisite olive ascolane, fritti vegetali, ciauscolo e altre leccornie. E vino all'altezza. Più la mitica anisetta.

Le papille ringraziano, il fegato, mica tanto. Ma resisteremo.



Publio Ventidio Basso

Per completezza d'informazione, questo signore seminudo ritratto mentre difende le insegne di Roma in un immenso dipinto ottocentesco che copre tutta una parete del foyer del teatro Ventidio Basso, dove ha avuto luogo il concerto, è, per l'appunto, il console Publio Ventidio Basso, un illustre ascolano del primo secolo a.C., strenuo difensore dell'Impero Romano.

La ragione per cui gli eroi antichi, nell'espletamento delle loro funzioni militari, appaiono spesso nudi, con addosso al massimo una improbabile pelliccetta come questa (la quale, anche se striminzita riesce a coprire le parti sensibili) ci è sempre rimasta oscura.

Specie in un'allegoria del genere, in cui il console romano dovrebbe, per la nobiltà dell'atteggiamento e ancora di più per quella dell'abbigliamento, essere chiaramente distinguibile da quegli straccioni brutti sporchi e cattivi, come sempre sono rappresentati i barbari.

E poi, dato che, per essere diventato console avrà avuto i suoi anni, come faceva a essere così snello e muscoloso?



                                        

 

 
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Lo sbalsamatore

Post n°348 pubblicato il 12 Ottobre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  12 ottobre 2015

LO SBALSAMATORE



Lo sbalsamatore

No, perché imbalsamare cose o persone è relativamente facile, avendo gli ingredienti, ma per sbalsamarle ci vuole qualcuno di speciale.

Come si fa a non definire imbalsamato questo virtuoso, non proprio acconciato da piano bar, piazzato su una sedia Luigi XVI, sullo sfondo della boiserie del Circolo Ufficiali dell'Esercito, che ci ha dilettati con un inqualificabile (nel senso che è proprio difficile qualificarlo) medley di "Ta-pum", "La canzone del Piave" e "Il testamento del Capitano".

Caserma Pio IX, Roma, 6 ottobre. Il Circolo naturalmente è una meraviglia di archi e tendaggi; l'ambiente è formalissimo: signori incravattati, militari in divisa, mogli in tiro e temibili generalesse della CRI in camice bianco e velo.

"Inediti dal fronte - Dietro le quinte della Grande Guerra", titolo e sottotitolo dell'evento. L'audace che sfida la sorte con il suo testo e la sua persona è Michele D'Andrea, arguto esperto di cerimoniale, di onorificenze, di araldica militare e annessi e connessi, che si racconta in cartella stampa con una breve biografia ben bene inzuppata di ironia ("tiene seminari di protocollo, se ispirato presenta concerti bandistici e da giovanetto, giocando a basket, ha contribuito in maniera decisiva alla retrocessione della sua squadra") C'è chi, fra i presenti, ha chiesto ad alta voce il nome della squadra.

Ironia che naturalmente sfugge al presidente dell'Associazione Lagunari Truppe Anfibie (i padroni di casa) mentre lo presenta serio serio a noi del pubblico.

D'Andrea, consumata volpe del microfono e del palco, lascia dire, e poi, ecco il vero sbalsamatore (in certi momenti, secondo noi, a rischio corte marziale) che parte a intrattenerci, cantando senza vergogna, proiettando foto e documenti, discettando di pidocchi e topi di trincea e fornendoci sorprendenti notizie a denominazione di epoca controllata. Abbiamo così appreso che:

L'espressione "palle girate" deriva dal fatto che, per un maggiore effetto a distanza di trincea, i fanti toglievano i proiettili dai bossoli di fucile, li giravano e ce li rinfilavano al contrario. Provocando squarci da far paura negli elmetti nemici.

L'espressione "scemo di guerra" serviva a descrivere i soldati che perdevano la brocca per shell shock: scoppio ravvicinato di granata.

L'espressione, o meglio l'insulto "pezza da piedi" viene dall'uso di piccoli teli, molto efficaci per avvolgere le estremità, in sostituzione dei calzini.

E i bambini nati in quel periodo e chiamati "Firmato" devono gratitudine per questo bel nome ai bollettini di guerra, prima sottoscritti da Cadorna, poi da Diaz. (firmato Cadorna, firmato Diaz).

Chiude la festa un secondo discorsetto del presidente dell'ALTA, sempre coerente e sempre ignaro di una possibile ironia, e tutti a casa. Molte risate sotto i baffi e onore al merito all'eroico fante Michele D'Andrea.

Emufest

Tutto il contrario, l'Emufest, International Electroacustic Music Festival, inaugurato alla Sala Accademica di Santa Cecilia lunedì 5: atmosfera informale, nessuna cravatta, tantomeno divise; fra il pubblico molti futuri musicisti, per il momento ancora senza ruolo.

Serata interessante, affidata interamente al flautista Gianni Trovalusci (che qui vediamo impicciato fra cavi, cavetti e microfoni) e all'elettronica live.

Con diversi momenti di bassa pressione che noi crediamo di poter imputare alla mancanza di audacia delle composizioni. Gli autori, tutt'altro che vecchi, sembrano incapaci di osare e si limitano a ricucinare un po' il vecchio repertorio di sbuffi, sfiati, chiavi e cuscinetti chiusi e aperti senza suono, e simili piacevolezze anni '70.

        Trovalusci è bravissimo, ma certo, come non si può spremere sangue dalla proverbiale rapa, così è difficile fare scandalo con uno strumento melodico come un flauto, sia pure in sol e amplificato a volontà.

        Come è quasi impensabile ormai essere spiazzati dall'elettronica.

Quindi? Non abbiamo la risposta, naturalmente, ma avremmo preferito uscire da quella bellissima sala in stile ottocento sabaudo portandoci dentro qualcuna di quelle furie iconoclaste che tanto infiammavano i concerti della nostra gioventù.

O magari una nuova e più sottile inquietudine da terzo millennio.


                                          




 

 
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Comica finale

Post n°347 pubblicato il 05 Ottobre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  5 ottobre 2015

  COMICA FINALE



Salviamo la locanda

28 settembre, Centro Studi Americani. Il fatto è questo: uno studioso, Enzo Pinci, ha scoperto che quello rappresentato sullo sfondo del Sacrificio di Isacco di Caravaggio, esposto agli Uffizi, è il villaggio di Castel San Pietro in Sabina.

Bene, direbbe qualcuno, e allora? Ce lo siamo chiesto anche noi mentre ci accomodavamo sotto il bellissimo soffitto del Salone d'onore di Palazzo Mattei a Roma in occasione della conferenza: "Caravaggio e il paesaggio ritrovato".

Possibile che un noto esperto di restauro architettonico dedichi mesi del suo prezioso tempo a girare per le campagne all'unico scopo di individuare un paesetto che fa da sfondo a un quadro famoso, il cui valore, artistico o pecuniario, non cambia di un centesimo anche dopo la soluzione del mistero?

La risposta non c'è mai arrivata, neanche alla fine delle due ore e passa di dotte comunicazioni.

Però...però dobbiamo ammettere di esserci molto divertiti. Intanto per l'one man show del Prof. Pinci, il quale, da Indiana Jones nostrano, ci ha intrattenuti brillantemente, ricevendo alla fine applausi da red carpet, sul quando e sul come si è andata svolgendo l'avventura della sua ricerca. Ci ha informati sul fatto che Caravaggio, dopo averne combinata una delle sue, era dovuto scappare da Roma per rifugiarsi sotto l'ala dei Mattei, di cui Castel San Pietro era un feudo; sul fatto che proprio in quegli anni, i primi del '600, il castello era in via di ampliamento (si vedono le impalcature nel dipinto), e quindi le date coincidono; sull'altezza dei cipressi, alberi notoriamente longevi, che nel quadro sono ancora piccoli; oggi sono molto più alti, ma sono proprio gli stessi.

E ancora sull'apparizione, indicata nel dipinto da una linea immaginaria che parte dall'indice puntato dell'angelo, di una locanda ancora esistente, nella quale pare certo che il pittore sia andato ad alloggiare in quei giorni. Appassionante.

Successivo intervento di Claudio Strinati, come sempre brillantissimo e come sempre illuminante di particolari inediti. Con comica finale (lui stesso si definisce un virtuoso del ramo), quando, un attimo esatto dopo l'ultima parola pronunciata, è partito un cellulare, che ha innescato i microfoni con un disturbo che era la perfetta parodia dell'ouverture del Guglielmo Tell di Rossini (anche questa bizzarria rimarcata con eccellente senso dello spettacolo dal musicologo prof. Strinati).

Altri interventi, altrettanto gustosi, di un esperto di giardini, che ci ha eruditi sui cipressi, e di un'esperta di cantieri antichi da cui abbiamo saputo tutto sulle tele cerate che proteggevano le impalcature allora come adesso. Conclusione del presidente della Provincia di Rieti, Rinaldi, che si è impegnato a salvare, e magari a organizzarci una mostra, la Presunta Locanda di Caravaggio.

Bravi tutti, direbbe un critico. Si replichi, diremmo noi.

Illusione sicurezza

Anno 2015. Tutti viaggiamo continuamente su mezzi molto vulnerabili. Un aereo la butti giù con una limetta per le unghie: per un treno che va a trecento all'ora basta un sasso sul binario. Le armi sono alla portata di tutti (specialmente in un posto altrimenti civilissimo il cui nome comincia con U e finisce con A, con una S in mezzo) e con quelle di adesso non c'è neanche bisogno di avvicinarsi al bersaglio.

Questo significa una sola cosa: ogni azione anche minima richiede una protezione massima. E i costi vanno su.

"Eh, la tecnologia ha rovinato tutto. Ai miei tempi non era così. Allora sì che stavamo tranquilli!" Le voci dei bisnonni e le pagine di vecchi libri ci continuano a rimandare immagini di un sereno buon tempo andato.

Per niente affatto. Allora come oggi, se non peggio. Qualche giorno fa siamo passati dalle parti di Monteriggioni, un tipico borgo medievale fortificato molto pittoresco. Fatti quattro conti, tranne l'immancabile castellano e la guarnigione, ci abitavano non più di un centinaio di contadini, con le famiglie, i quali uscivano di casa al cinguettare degli uccellini (prima immagini idilliaca fasulla) per andare nei campi a raccogliere i prodotti della terra, sani e non contaminati dalla chimica che sarebbe venuta dopo: ecco perché erano così magri (seconda immagine idilliaca fasullissima). Però se erano un po' in ritardo al tramonto, trovavano le porte del borgo chiuse, e se ne rimanevano fuori al freddo e al vento in mezzo a fiere e malfattori.

Per difendersi dai quali, o da ipotetiche bande di brancaleoni che transitassero sulla vicina via Francigena, il borgo si era circondato di una bella cortina difensiva con una dozzina di torri. 570 metri di mura (più le torri) fa 5,7 metri a carico di ogni capofamiglia. D'accordo che quello era un caposaldo contro Firenze, quindi una gran parte dei lavori li pagava Siena, ma anche riducendo al dieci per cento, erano sempre cinquantasette centimetri di fortificazione (e cinquantasette centimetri di un muro alto sette metri e largo due dovevano costare un bel po' anche allora) che ogni maschio adulto doveva pagare, non avendo un fiorino, con giornate di lavoro, o grano, o porcellini da spiedo, o magari con la cessione dello ius primae noctis della figlia maggiore al castellano.

E tutto questo per continuare a vivere da straccioni, pagando, anche se indirettamente, una sicurezza che alla prima verifica si rivelava illusoria. Tutto quel denaro e quel tempo buttati avrebbero certamente contribuito a rendere migliore la vita di tutti. Compresa quella del castellano, che, a parte qualche fagiano in più (rischio gotta) e qualche fanciulla nel letto (rischio stiletto, prima o poi) tirava avanti più o meno come i suoi miseri sottoposti.

Che nessuno si azzardi a chiederci una soluzione. Evidentemente non c'è, altrimenti, dall'epoca dei Faraoni a oggi qualcuno ci sarebbe arrivato.



                                       

 

 
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L'ombretto di Morricone

Post n°346 pubblicato il 27 Settembre 2015 da torossis

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

    28 settembre 2015

 L'OMBRETTO DI MORRICONE



Corde vocali

Niente paura, si tratta di un primo piano delle stesse.

L'amico Roberto Laneri presenta una serata musicale di canto armonico con il suo gruppo "Nel cielo di Indra". E' venerdì 18 e ci siamo arrampicati fino alla magnifica terrazza del Museo Casa Scelsi, cinque ripidi piani per arrivare a una vista strabiliante sul Foro Romano (ne abbiamo già parlato qualche tempo fa, senza riuscire a trattenere l'invidia).

Programma interamente basato su una serie di "tecniche vocali miranti a rendere chiaramente percepibili gli armonici del suono fondamentale". Cioè, io canto una nota, ma, usando contemporaneamente le stesse corde vocali, riesco a emettere il suo armonico, che in generale si manifesta come un fischio. Se sono in nove a farlo, l'effetto è pura magia, anche perché è difficile identificare da quale bocca escono i suoni. Un tuffo in un distillato musicale da cui non si vorrebbe mai riemergere.

Siamo all'aperto con intorno i rumori della città. Sorprendente come una sirena di ambulanza, un gruppo di motociclisti fracassoni, i claxon delle auto, tutto sprofondi armoniosamente intonato in questo fluido.

L'ultimo brano finisce con una squisita dissolvenza vocale, ma nell'aria c'è ancora il rombo di un aereo, così perfettamente integrato nella musica, che il pubblico deve aspettare la sua scomparsa all'orizzonte prima di applaudire.

Volato via l'aereo, il concerto si è chiuso, convertendosi, come d'abitudine per questi incontri, in una piacevole chiacchierata fra amici con la compagnia di un ottimo prosecco ben freddo.



Le nuove aule

Il Saint Louis College of Music inaugura il 24 le nuove aule della sede di Via Baccina, nel cuore di quella che venti secoli fa era la Suburra, quartieraccio malfamato della Roma imperiale. Questa scuola di musica è diventata ormai la più importante della città, con più di millecinquecento iscritti e una turba di eccellenti insegnanti, che poi sono i nostri amici di sempre, i grandi solisti del jazz italiano.

Pomeriggio molto brillante, con discorsi di ragionevole durata. E musica, perché l'idea, buona, è stata di far suonare gruppi e solisti in ogni aula, dentro e fuori delle quali eravamo liberi di vagabondare. Poi ci hanno accompagnati sottoterra dove si estende un labirinto di stanze di epoca romana, più precisamente del 123 d.C., come si è scoperto dai bolli sui mattoni. Eccola, una di queste aule con il suo bel pavimento di marmo (forse una scuola di milleottocentonovantadue anni fa?)

Dermart

Titolo strepitoso per un convegno davvero inconsueto (l'arte e la pelle, ma in senso medico, non  borsette di coccodrillo o scarpe inglesi) alla Cartiera Latina venerdì e sabato.

Ci ha colpito questa stampa esposta nel salone, emblematicamente (chissà se ci hanno pensato davvero o è una nostra maliziosa interpretazione) corrosa e imbruttita da una dermatite cartacea.  

Fra le esposizioni di argomenti strettamente tecnici o casi clinici che naturalmente interessano molto gli addetti ai lavori, ma poco noi, ci siamo invece fortemente incuriositi a una sapiente carrellata condotta da Linda Tognetti e accompagnata da sculture, quadri e anche fotografie di personaggi dal passato a oggi; per dire, da Cesare Augusto a Cleopatra, alle mummie del Fayyum, e avanti fino a Marat, Stalin, Hitler, e perfino Brad Pitt, che, dopo uno studio accurato dei loro ritratti risultano avere subito ognuno qualche problema cutaneo (atopie, psoriasi, discheratosi, eccetera).

Insomma, si potrebbe dire che tutti, più o meno, hanno avuto i loro pruriti da grattarsi.



Primo PS. Domenica 20, ore 13.45. Passiamo davanti alla Fontana delle Anfore a Testaccio: bianca, lustra. Una piccola montagna di marmo immacolato, senza un centimetro di quel ripugnante muschio verdognolo che avevamo segnalato il 7 settembre. Finalmente si sono decisi all'azione, ci siamo detti. L'hanno scrostata ben bene. E poi hanno chiuso l'acqua.

Chiaro che è rimasta pulita. Così eravamo capaci tutti.

Per scrupolo ripassiamo il 22 e poi il 25 all'ora di pranzo; anfore sempre bianchissime e sempre asciutte. Evidentemente non è più da considerare una fontana.


 

Secondo PS. Irresistibile. La Repubblica del 22 settembre, pag. 20, inchiesta sul pestaggio di un musicista a Genova. La vittima racconta, prima che lo picchiassero, di "essere stato apostrofato come gay, forse perché, essendo un musicista, ha spesso gli occhi truccati". Non è carina questa? Dobbiamo ricordarci di chiedere al maestro Morricone che ombretto usa.



                                       


 

 
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Tre salvatggi

Post n°345 pubblicato il 20 Settembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

    21 settembre 2015

   TRE SALVATAGGI

 

Un capitello per tutti

Il Getty Museum di Malibu, California (USA) probabilmente sarebbe disposto a sborsare un bel po' di dollari per questo magnifico capitello, che invece, qui da noi, sta appoggiato su un prato, gratis per tutti, con i ragazzini che ci saltano sopra, e se non ci sono i ragazzini, ci sono i ragazzoni che ci si siedono per mangiare la pizza con la mortadella.

Forse il reperto corre dei rischi, ma vuoi mettere il piacere di vivere in un posto dove cose bellissime, o magari no, ma comunque piene di storia stanno dappertutto a spartire la quotidianità dei romani moderni.

Siamo a Villa Celimontana, uno dei tanti meravigliosi parchi cinquecenteschi che riempivano tutto il perimetro delle mura Aureliane, quando la Roma abitata era uno sputo raggrumato intorno a Piazza del Popolo. Prati, alberi e marmi classici. Di sicuro un paradiso, rimasto insostituibile fino alla fine dell'ottocento.

Poi, appena fatta Roma capitale, grazie a un pugno di banditi storicamente documentati, primo Monsignor De Merode che si comprò a due bajocchi, per poi rivenderli a molti scudi, i terreni intorno a quella che sarebbe diventata Via Nazionale, poi il gatto e la volpe: il principe Boncompagni e il principe Ludovisi, proprietari delle omonime ville, e al seguito tutta l'avanguardia dei futuri furbacchioni di stato e privati, il paradiso è diventato sostituibilissimo, le ville sono state lottizzate, gli alberi buttati giù, i ruderi coperti e dimenticati, e via a costruire strade, case e ministeri.

Villa Celimontana, un po' defilata, si è salvata insieme a pochi altri fazzoletti, e adesso speriamo sia fuori pericolo. Fra i pini, nel palazzetto Mattei, con intorno colonne, statue, sarcofaghi e capitelli, ha sede l'Istituto Geografico Italiano che nei giorni scorsi ha messo su un festivalino di letteratura di viaggio. Evento curioso, arricchito da incontri con personalità collegate a quel mondo (la vedova Chatwin, per esempio) e accompagnato da una mostra di foto e ricordi delle esplorazioni italiane in Africa.

Un'occasione per girare nelle sale dell'Istituto: ambienti di architettura classica, confortevolissimi per dimensioni e accoglienti con i loro scaffali vecchiotti pieni di libri vecchiotti, con carte geografiche vecchiotte alle pareti.

Una villotta di campagna accogliente e un po' polverosa, come immaginiamo fossero i circoli inglesi dell'ottocento: poltrone, lampade basse e gentlemen sonnacchiosi con il whisky sul tavolino e la pipa semispenta.

L'Almone

Oggi è una fognetta a cielo aperto, venti secoli fa era un piccolo fiume sacro nelle cui acque ogni anno avveniva il rituale lavaggio della pietra nera, simulacro di Cibele, la madre degli dei. Secoli bui: abbandono della campagna romana, poi piccola ripresa, e il fiumiciattolo diventa il motore di una fabbrica che prima folla la lana, poi macera e pesta gli stracci per farne carta, materiale all'epoca pregiato e carissimo. La funzione dura fino al novecento (ci ha perfino lavorato Claudio Villa come garzone), poi nuovo abbandono, siringhe e vetri rotti, e finalmente recupero e destinazione a spazio sociale col vecchio nome di Cartiera Latina. Il posto è bello, gli ambienti suggestivi; il ruscello non serve ormai più a niente, se non al trasporto di immondezza e sacchetti di plastica.

Fra gli eventi dello spazio recuperato c'è una serie di concerti organizzati da "Per Appiam". Eravamo lì domenica mattina, il 13, e abbiamo ascoltato Les gouts reunis, due flauti, cello e cembalo con un repertorio '700: Quantz, Jommelli e altri. Pubblico di mamme e bambini. Le famigliole si divertivano, i solisti erano bravi, ma noi abbiamo dovuto constatare quanto riesca a essere inconsistente, quasi noiosa, la musica da camera settecentesca. A meno di temi strepitosi (e per questo ci vuole Mozart) o solisti in costume e parrucca (ricostruzione storica), sono sempre le stesse canzonette appiccicate con i soliti giretti armonici di maniera. Eleganti, certo, piacevoli, anche: insomma, meringhe un po' troppo dolci.


Lucrezia Romana

Leggendaria matrona, il cui suicidio, dopo lo stupro inflittole dal figlio del re Tarquinio il Superbo, segnò l'inizio della Roma Repubblicana.

Leggenda, appunto. Oggi è il nome di una zona urbana dalle parti di Cinecittà. Ed è anche un piccolo moderno antiquarium aperto da poco, che siamo andati a vedere il 17 settembre, una delle giornate più calde di questo rovente strascico di stagione. Moderno e dotato di una efficientissima aria condizionata, mentre fuori c'erano 33 gradi. Non ce ne saremmo più andati. Non solo per il fresco, ma anche per i pezzi, minori certo, ma comunque pregevoli, esposti con stile, nonché per l'ingresso gratuito, e perché eravamo gli unici visitatori, probabilmente da molto tempo, come si poteva dedurre dalle espressioni dei custodi, felici di vedere una faccia umana.

Gratificati nello spirito e corroborati nel corpo, abbiamo fotografato questo notevole piccolo nudo, per poi affrontare tre maledetti quarti d'ora nel traffico di Via Tuscolana. Siamo arrivati vivi, ma sudatissimi.


                                        

 

 
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Terreno minato

Post n°344 pubblicato il 14 Settembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   14 settembre 2015

    TERRENO MINATO


La cronaca di questa settimana comincia venerdì 4 con la mitica sagra della porchetta di Ariccia, un evento gastronomico che crediamo abbia qualche secolo di storia, forse ridimensionato negli ultimi tempi dalla consapevolezza dei rischi colesterolici indotti dal consumo della squisita pietanza, ma sempre una grande festa popolare. Merita l'arrampicata ai Castelli Romani.

Con un accostamento puramente cronologico, sabato 5, parte l'ottava edizione del Festival di Cultura Ebraica: mostre, concerti, dibattiti; ma anche inebrianti profumi di carciofi fritti e filetti di baccalà promananti dalle bancarelle nelle strade del Ghetto intorno al Portico d'Ottavia.

Le nostre papille, che gustano nello stesso modo le due specialità, ci sottopongono inquietanti interrogativi sulle prescrizioni e proibizioni alimentari che continuano a sopravvivere nel mondo: perché il baccalà sì e il maiale no? E siamo nel 2015, non venti secoli fa.

L'argomento rischia di trasformarsi in pericoloso terreno minato. Non vorremmo leggere in cronaca nera di un "Serpent Hebdo", quindi saltiamo subito all'argomento gastronomico successivo, altrettanto saporito ma più innocuo.

La presentazione, giovedì 10, del Foodblogger Social Night, un evento dell'Estate Romana, con musica, proiezioni e, come protagonista, naturalmente, il mangiare e il bere. Ambientato nel nuovo, ben concepito e ben costruito mercato rionale di Testaccio, nato su una zona dell'antica Roma dedicata allo smistamento e allo stoccaggio degli alimenti che arrivavano via mare al porto di Ostia, per risalire su chiatte il Tevere e sfamare troppo i ricchi e troppo poco i poveri. Struttura che rispetta i tanti elementi archeologici presenti, non monumentali, ma interessanti per il loro riferimento alla quotidianità del cives romanus, come il Monte Testaccio, la grande discarica storica cresciuta sull'accumulo dei cocci delle anfore olearie spedite dall'Iberia, svuotate all'arrivo e rotte perché non riutilizzabili.

Ci ha invitato Elisabetta Castiglioni, ufficio stampa dell'evento, e sul posto ci ha fatto ritrovare un amico che non vedevamo dai tempi di "Quelli della Notte", Andy Luotto, fornito di una rispettabile pancetta e di un impeccabile completo da cuoco. Ce lo ricordiamo quando faceva il finto arabo (pare che avesse ricevuto anche minacce di morte da qualche non identificata cellula islamica). Si è trasformato in un popolarissimo consigliere e narratore del cibo.

Basta con il mangiare, ma non perdiamo il collegamento con la storica trasmissione TV, perché mercoledì 8 è cominciato al Teatro Studio Borgna del Parco della Musica il Festival Jammin' 2015, organizzato dalla St. Louis Music School.

E chi era la star della prima serata? Gegè Telesforo, altro personaggio di spicco del gruppo di Arbore, il quale non è passato alle pentole, ma è rimasto nella musica, diventando un superbo performer (e insegnante) di scat.

Ha cantato prima con un notevole trio di giovanissimi, il "Three for play", e poi con la big band, il "Saint Louis Combo".

In questa prima serata, come nelle tre successive, a parte la presenza di grandi ospiti, come Rosario Giuliani, Javier Girotto e altri, quello che salta agli occhi, anzi alle orecchie, è la impressionante preparazione tecnica e virtuosistica dei musicisti giovani.

Sono tutti bravissimi, e forse proprio per questo tendono a esagerare e a farcire ogni brano di continui cambi di tempo, di metrica, di tonalità, facendo stop inaspettati e riprese imprevedibili, tutto naturalmente eseguito senza una sbavatura, in brani che spesso durano un numero spropositato di minuti.

Insomma, l'ascoltatore medio (noi) che ogni tanto vorrebbe rilassarsi e seguire un tema orecchiabile che si distenda su uno schema semplice, con poche note (quelle giuste naturalmente), e arrivi in fondo senza fatica, si ritrova ad annaspare all'inseguimento dei sette noni che si alternano senza tregua ai dodici quindicesimi. E non può neanche arrabbiarsi perché, come abbiamo detto, sono tutti bravissimi.


Piccola osservazione che tradisce la nostra età: ormai i suonatori non hanno più davanti agli occhi i fogli pentagrammati di una volta, magari quattro o cinque in fila sul leggio. Adesso c'è l'iPad, perfetto perché dentro c'entra tutto; però abbiamo visto più di una volta il pianista calibrare male la strusciata del polpastrello per girare il foglio virtuale, e trovarsi in difficoltà ad andare avanti sulla tastiera.




PS. Tanto per non perdere la nostra sana abitudine al cazzeggio.

Riceviamo dal Rettorato della Sapienza il seguente invito: "Eugenio Gaudio, Magnifico Rettore della Sapienza Università di Roma, e Francesca Fortuna, Direttore Generale dell'Istituzione Universitaria dei Concerti, sono lieti di invitarla, ecc. ecc.

Così come è scritto, prendendo solo le parole in corsivo, guardate che splendido motto beneaugurante viene fuori: "Gaudio Magnifico, Sapienza e Fortuna".


      
                                    

                                            






 

 
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Brutte impressioni

Post n°343 pubblicato il 07 Settembre 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

7 settembre 2015

   BRUTTE IMPRESSIONI


Per fortuna da questa settimana tutto ritorna normale. Quando uno fa quello che gli piace per undici mesi all'anno, sembra una scemenza fermarsi solo per fare qualcosa di diverso il dodicesimo.

Certo, se invece uno fa una cosa che non gli piace, allora magari è diverso... Noi, comunque, eccoci qua. Si ricomincia. O meglio, si continua dopo l'intervallo.


Stronzi al lago

Vigna di Valle è un'amenissima località sulle sponde del Lago di Bracciano. Acque limpide e tranquille, pioppi che stormiscono nella brezza balsamica, tubare di tortore e strida di gabbiani. E in più un'attrazione piuttosto unica: Il Museo Storico dell'Aeronautica Militare.

Ci siamo andati. Tutto tirato a lucido. Cimeli dei primi dirigibili e delle loro avventure sui poli, idrovolanti velocissimi che hanno vinto tutto il vincibile ai tempi gloriosi dell'Ala Littoria. Epiche traversate atlantiche di velivoli che partivano dall'acqua e arrivavano sull'acqua.

Per far scendere fra le onde dagli hangar in cui si custodivano questi uccelli d'acciaio era ed è indispensabile una rampa.

 A Vigna di Valle ce n'è una, vanto del museo: bella, liscia, dalla dolce inclinazione, che ha visto il varo in pace e in guerra di una quantità di motori, e ali, e piloti.

Naturalmente siamo corsi a fotografarla. Eccola qui, seminata di quelli che a prima vista ci erano sembrati tronchetti portati dal lago.

Macché! Si tratta di una distesa di grossi stronzi, che potrebbero anche essere umani, disseccati dall'impietoso sole d'agosto. Come mai stanno proprio lì in bella mostra?

Ci siamo scervellati per trovare una spiegazione ma non ci siamo riusciti: misteriosi nuotatori che arrivano nottetempo dal lago, evacuano e poi se ne vanno? Cani fuori controllo? Visitatori incontinenti? E poi come mai nessuno pulisce da giorni, o settimane, o mesi, visto il punto di stagionatura dei reperti, e vista, invece, la cura riservata agli oggetti esposti negli hangar?

Forse la gloriosa Aeronautica Militare vola troppo in alto per occuparsi di queste stronzate.


Il moncone del Tasso

"ALL'OMBRA DI QUESTA QUERCIA / TORQUATO TASSO / VICINO AI SOSPIRATI ALLORI E ALLA MORTE / RIPENSAVA SILENZIOSO / LE MISERIE SUE TUTTE"

Questo dice, nei pressi della Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo dove lui è sepolto, la lapide piazzata su uno sperone di muro che sostiene i miseri resti della famosa quercia del Tasso, che, anche se non è certo che fosse il rifugio del poeta, di sicuro è un albero ultrasecolare.

E'? Era. Perché, a dir la verità, un albero non lo è più, neanche con la magia dei versi di chi gli ha dato la fama. E' una serie di monconi stramorti, tenuti insieme da un bel po' di tiranti arrugginiti.

Ai suoi piedi il consueto campionario di stagionatissima spazzatura che se non risale all'epoca del poeta poco ci manca.

Attenti a non rischiare il tetano su spezzoni di vetro e latte arrugginite, ci è balenato un pensiero: e se il comune prendesse l'audace decisione di piantare una quercetta nuova, magari piccola ma viva, tanto Roma sa aspettare, in sostituzione del rudere? Crediamo che nessuno la prenderebbe per una mancanza di rispetto alla memoria del grande. Ottimismo sciocco? Fiducia esagerata? Ingenuità vera e propria?


Manutenzione? Ma quando mai!

Il terzo mondo, di cui Roma è la capitale onoraria, ha sempre privilegiato le grandi inaugurazioni a scapito della manutenzione. Marmi candidi, design prestigioso, discorsi, autorità. Poi, quando il manufatto dovrebbe funzionare, ecco l'incompetenza in tutto il suo fulgore.

Due esempi: la Fontana delle Anfore, smontata da Piazza dell'Emporio, rimontata a Piazza Testaccio poche settimane fa. E' già piena di muffe che, come tutti sanno, attecchiscono a meraviglia sul travertino non trattato. Pensarci prima, no, eh? Pulirla, poi...

E la Fontana della Dea Roma, a Ponte Risorgimento? Un'opera magnifica di Mitoraj, offerta alla città da Finmeccanica. L'acqua scorreva lungo i lineamenti di travertino con un emozionante effetto di pianto. Qui, accortisi della muffa sul faccione, invece di cercare la maniera di eliminare il problema (uno spazzolone e un po' di varechina ogni quindici giorni), hanno addirittura chiuso i rubinetti, e da allora la fontana non è più. Papiri secchi, transenne, immondezza e abbandono.

Ricordiamo la pomposa inaugurazione, dodici anni fa. Vorremmo poter avere un pensiero anche per l'umile manutenzione.

 

                                         

 

 
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Scheletri in sacrestia

Post n°342 pubblicato il 02 Agosto 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    3 agosto 2015

SCHELETRI IN SACRESTIA


        Se è vero che ognuno ha il suo scheletro nell'armadio, Santa Romana Chiesa ne ha sempre avuti parecchi; e per un lungo periodo li ha tenuti nascosti in sacrestia.

        Poi non ce l'ha più fatta e a un certo punto (forse per far rabbia a Lutero, ai tempi della Controriforma), ha cominciato a piazzarli sulle tombe, sotto gli occhi di tutti, a scopo dimostrativo, ammaestrativo e, diremmo, anche terroristico.

Scheletri, mezzi scheletri e quando non c'era abbastanza spazio, teschi con tutti i ghigni possibili, coi femori incrociati o no, e coi simboli del tempo che passa e della fine che incombe: clessidre, falci e ossute dita puntate.

Per fortuna non sono mai mancati gli artisti che, magari all'insaputa del committente, o addirittura alle sue spalle si divertivano a infilare in queste rappresentazioni punitive imposte dall'alto qualcosa di ridanciano, di irrispettoso, anche di blasfemo.

Abbiamo fatto un istruttivo giretto nelle chiese di Roma.   


SCHELETRI

S.Giacomo alla Lungara - Presentazione curriculum del defunto

S. Pietro in Vincoli - Impeccabili cerimonieri                      

S. Lorenzo in Damaso - Portatore d'anima     

Gesù e Maria - Tormento (e dannazione?)

 S. Maria dell'Anima - Tempus fugit

 S. Maria in Monterone - Riflessione                              

S. Maria sopra Minerva - L'abbraccio

 S. Pietro - Trionfo della morte (e del lusso)

S. Maria della Scala - C'è posta per te    

S. Maria del Popolo  - Cucù                                        


MEZZI SCHELETRI E SCHELETRINI

S. Maria della Vittoria - Ballerini a metà (il Cav. Bernini si diverte)

 

S.Marco                                                                                               S. Marco

S. Pietro in Vincoli


TESCHI, TESCHIONI E TESCHIETTI

                             

                                              

                                           

Eccetera, eccetera.


E poi, oltre alle ossa di marmo, ci sono quelle vere:



Lo scheletro di Santa Francesca Romana nella sua chiesa al Palatino.

La "Sacra Testa" di S. Agnese nella sua chiesa a Piazza Navona.

Il non meno sacro cranio di S. Valentino alla Bocca della Verità...

...e lo scheletro, tutto intero, di S. Camillo de Lellis, ospite alla Maddalena.

  E per concludere:

                        

Buone vacanze.



                                         


 

 
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Genio e regolatezza

Post n°341 pubblicato il 26 Luglio 2015 da torossis

                                                 IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   27 luglio 2015

    GENIO E REGOLATEZZA


Venerdì 24, concertone di Giovanni Allevi, pianoforte solo, alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica a Roma.

In attesa dell'evento abbiamo pensato di piluccare qualche acino dal grappolo dei suoi pensieri, da un'intervista recente che il Maestro ha rilasciato ad Alessandro Sgritta.

Prima però vi riferiamo il titolo (non si capisce se deferente o ironico, propendiamo per la prima interpretazione) del paginone con cui Repubblica annuncia il concerto: "Allevi tra Vivaldi e Michael Jackson - Io, re di un popolo di sognatori".

Nella sua sintesi casereccia, c'è tutto il genio del marketing del nostro maestro: riferimenti culturali quanto mai suggestivi per il pubblico che conosce appena questi nomi (il primo, almeno), quindi non può fare veri confronti; ma, quello che conta di più, l'invito a entrare in un reame di favola fatto di emozioni da Baci Perugina e, appunto, riferimenti alla musica seria talmente vaghi da non spaventare neanche la sciampista più sprovveduta.

Passiamo alle citazioni dall'intervista: siamo nel paese delle fiabe, dove, naturalmente non manca un riferimento alla sua solitudine di profeta della musica, all'inconoscibilità della nostra essenza di uomini, a Papa Francesco, all'albatros che vola alto sulla terra, al mistero dell'ispirazione musicale, e finalmente alla sottile ma ferrea identità che unisce l'artista al suo strumento.

Meravigliosa aria fritta che inevitabilmente piace a chi ci capisce poco.

"mi trovavo a Kanazawa in Giappone e avrei dovuto visitare l'emporio delle sete con le autorità locali, invece non ho potuto farlo, ma è come se lo avessi fatto perché le ho quasi sognate ad occhi aperti e ho immaginato anche delle storie passionali in quelle sete; improvvisamente è arrivata nella mia mente la musica di "Yuzen", un tormento continuo che poi cerca di sfociare nell'estasi, la ricerca di una luce che poi improvvisamente arriva, lì ho preso il foglio pentagrammato, ho cominciato a scrivere le prime note dal letto della camera d'albergo... e ho capito che il tema centrale di questo lavoro sarebbe stato l'amore..."  

"dovremmo fare un passo indietro e umilmente riconoscerci "misteriosi", esseri umani inconoscibili (come ha detto Papa Francesco) e non categorizzabili e portatori di verità assolute..."

"io penso che noi tutti siamo degli albatros, ci sentiamo impacciati, lo siamo come esseri umani perché nel mondo di quaggiù non siamo abituati, noi siamo destinati a volare altissimo, ho voluto cogliere questo aspetto e lanciare questo messaggio di amore verso se stessi, di accettazione..."

"ancora una volta mi ritrovo a dire delle cose prima di altri..."

"mi sono trovato in una sala piena di pianoforti gran coda, però ognuno ha un'anima differente, un timbro particolare, fino a che lui ha scelto me, è stato quel pianoforte che mi ha chiamato..."


A questo punto, consumato il Negroni di ordinanza, scendiamo nella Cavea. La serata è tiepida, il cielo limpido, ogni tanto si intravvedono le luci di un aereo che passa alto e si sente il suo rombo lontano (che fa molto vacanza romantica). Il pubblico è numeroso: principalmente ragazze frementi e giovani coppie.

Per prima cosa, e per onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che il personaggio è simpatico. Molto. Col passare degli anni ha raffinato, asciugato e spettacolarizzato il suo canovaccio di scena.

Entra dalle quinte con una corsetta adolescenziale (mentre, ci dicono, e già vicino ai cinquanta), maglietta, jeans, scarpe da ginnastica e immensa parrucca di ricci.

Si ferma accanto al pianoforte, afferra con manine esitanti il microfono e dice, anzi, mormora un breve annuncio del brano che eseguirà (che sarà breve anch'esso). Spesso, dobbiamo riconoscerlo, l'annuncio è spiritoso; altrettanto spesso farcito di amore, vi voglio bene, stringervi a me, siete il mio grande abbraccio e simili ovvietà new age, di sicuro effetto per il pubblico, che applaude amorosamente.

E dopo l'esecuzione di ogni brano, che termina sempre con distacco veloce delle mani dalla tastiera e relativo svolazzo artistico in aria, lui reagisce con tremolante timidezza, con lancio di baci e manine protese verso la platea, come se ogni volta fosse sorpreso e nello stesso tempo infinitamente grato degli applausi.

Naturalmente in programma c'è "Ti scrivo" dedicato a un amico sacerdote morto in un incidente d'auto, o il tema ispiratogli dal "Bacio" di Klimt, riferimenti comprensibilissimi dai più. Poi però scherza sul titolo di un suo brano virtuosistico che si intitola, appunto, "Scherzo" e che, dice, non è uno scherzo suonarlo. Spiritoso.


Ci dispiace dover dire che neanche per un momento la sua musica ci ha emozionati, tanto meno interessati. Abbiamo visto dall'inizio alla fine uno studente del terz'anno di pianoforte che suonava passabilmente temini banali. Però...

Però, siccome il successo non nasce dal niente, dobbiamo fermarci un momento, sbarazzarci del nostro fastidioso snobismo e della nostra supponenza di musicisti navigati e riconoscere che Giovanni Allevi è un genio.

Proprio nel suo caso possiamo, anzi dobbiamo parlare di genio e regolatezza: non c'è un pensierino, un colore di voce, uno svolazzo delle dita sulla tastiera che non sia (forse naturalmente, forse calcolatamente, non lo sappiamo e non ci interessa) perfettamente regolato, perfettamente calibrato per colpire al cuore la signorina della quarta fila, perfettamente confezionato per stregare il ragioniere frustrato dall'Iva e convincerlo che in realtà anche lui può essere un albatros che vola altissimo fra le nubi.

Chapeau! O, per dirla alla casereccia: tanto di cappello, Maestro!



                                         

 



 

 
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Insalatina estiva

Post n°340 pubblicato il 20 Luglio 2015 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  20 luglio 2015

 INSALATINA ESTIVA


Fa troppo caldo per i cibi sostanziosi; questa settimana vi offriamo solo un'insalatina estiva, di quelle con un pomodorino, un cetriolino, una fogliolina di lattuga...


Una serata al buio

A essere superstiziosi avremmo dovuto richiamare in anticipo l'attenzione degli organizzatori sulla data dell'evento: venerdì 17.

Ecco di che si tratta.

Sulla più bella terrazza di Roma (in proposito ci siamo dilungati poco più di un mese fa, sbavando dall'invidia), quella della Fondazione Scelsi, con vista sul Foro Romano e sul Palatino, era in programma una serata musicale: "Le danze di Shiva".

Complice la notte calda, la piacevolezza del posto e la curiosità sul programma, ci siamo presentati in più di quanti avremmo dovuto. Appollaiati su cornicioni, scalette, addirittura vasi da fiori. Noi privilegiati sul tetto del lucernario che dava sul pozzo dell'ascensore (di cui abbiamo temuto il crollo tutta la serata).

L'inizio serata è stato animato da due giovani tecnici totalmente inefficienti, che sgambettavano fra le sedie degli spettatori, mentre gli artisti aspettavano di cominciare, cercando di collegare spine, spinotti, cavi a un proiettore. E non ci sono riusciti. Poi hanno tentato di accendere un precario faretto per illuminare la scena. E non ci sono riusciti. Evviva la professionalità romana. Una piccola prova prima, no, eh?

Lo spettacolo vero e proprio è cominciato con una danza del ballerino Raghunath Manet. O meglio, è quello a cui presumiamo di aver assistito, perché il poveruomo, scurissimo di carnagione, con indumenti altrettanto scuri, al buio risultava completamente invisibile. I suoi movimenti ce li hanno comunicati solo uno strusciare di piedi nudi e numerosi sospiri, alternati a emissioni sonore, in hindi, supponiamo.

Siamo sicuri, per averlo sentito, ma rigorosamente senza vederlo, che in seguito ha anche suonato la veena, e qualche percussione. Sempre nella più profonda oscurità. Insomma, come ai bei tempi andati, tutti riuniti ad ascoltare (al buio contro le zanzare) la radio in terrazza.

Poi per fortuna c'erano gli altri: flauto, Ceccomori; cello, de Saram; Brizi, tastiere e Reis, voce. Loro, fortunati, avevano una lucina sul leggio, e noi, altrettanto fortunati, li abbiamo visti.

Hanno suonato e vocalizzato a lungo, alternando melopee in latino a stridori del miglior contemporary sound.

Suggestivo; talvolta piacevole, talvolta meno, comunque interessante.

A chiudere, buon prosecco fresco.


Accessori da sera (per musicisti)

Ultimamente siamo stati a parecchi concerti all'aperto e nel nostro ancora latente (secondo gli amici), manifesto (secondo i nemici) squilibrio mentale abbiamo immaginato una linea di design per gli accessori professionali indispensabili in queste occasioni.

Spesso c'è una brezza che fa volare via la musica dal leggio. E si assiste al patetico fai da te dei suonatori che armeggiano con orride mollette da bucato colorate, naturali, di legno, di plastica, per bloccare i fogli.

Basta con questa attrezzatura da massaie. Fidanzate, attivatevi! Quello che ci vuole è una pratica confezione di mezza dozzina di mollette in elegante bachelite o altro materiale nero lucido, con la molla argentata o dorata. O magari tempestata di strass (solo per il repertorio vintage).

E le squallide bottigliette di acqua minerale che infestano i palcoscenici ai piedi dei maestri? Uniamo l'utile al dilettevole. Ai musicisti bisogna fornire quei contenitori termos che si trovano senza difficoltà dai migliori casalinghi; i quali non solo mantengono fresco il liquido, ma nascondono le etichette e i coloracci della bottiglia. Naturalmente anche loro rigorosamente neri. Con bordino come sopra (argento, oro o strass).

Per non parlare dei panni di mille colori con cui i più calorosi si asciugano il sudore, sacrosanto ma antiestetico, delle esecuzioni. Anche quelli, da sostituire con eleganti salviette di fiandra o di spugna finissima, comunque scure.

Sull'abbigliamento casual e generalmente antiestetico (per il cattivo gusto, e spesso anche per l'inadeguatezza al fisico di chi lo indossa) ci siamo già espressi in passato, e temiamo che non ci sia niente da fare. Evidentemente nella mente dei performers il look casual (spesso anche dirty) è sinonimo di modernità e disinvoltura talentuosa. Insomma: jazz, uguale musica del diavolo. E il rock? Peggio. Inutile forse tirare fuori le foto degli americano, da Ellington a Sinatra, che, anche se in smoking, ce li ricordiamo piuttosto bravi, vivaci e per niente antiquati. Erano altri tempi, d'accordo, ma perché cambiare?


I panzerini in marcia

Sonno estivo più leggero e finestre aperte. All'alba o nel mezzo della notte più profonda sentiamo sui sampietrini sotto casa lo sferragliare delle rumorosissime ruote dei trolley. Una colonna di panzerini in marcia verso un bus, un taxi, un pulmino che porterà a ore impossibili i loro proprietari su un volo economico con rotta verso terre esotiche.

Povera gente che parte per le vacanze e comincia le settimane di passione (altro che relax) con questa massacrante odissea.

Noi ci giriamo dall'altra parte. E non li invidiamo.



                                         



 

 
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