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Perfidie di Stefano Torossi

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Due belle scampagnate

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    17 giugno 2013

   DUE BELLE SCAMPAGNATE


Venerdì 14 giugno, ore 18. E' in partenza da Piazzale Clodio il "Catalano Express", con destinazione Amelia (Tr). A bordo Renzo Arbore, Manuel De Sica, il Maestro Mazza, Dario Salvatori, Gianfranco Reverberi, e molti altri vecchi amici. Il progetto: ricordare il nostro carissimo amico Catalano a un mese dalla sua morte.

Chi era Massimo Catalano? Era un musicista e un uomo, come certo ricordano tutti quelli che lo hanno visto con Arbore, profondamente spiritoso, di un umorismo quasi british, del tutto privo di volgarità, pur essendo un gagliardo parolacciaio e un ancora più entusiastico bestemmiatore.  Ma, come sappiamo, c'è chi è volgare anche quando dice buona sera, e chi non lo è neanche se vuole. Un intrattenitore consumato, l'inventore di quelle solenni scemenze che furono le catalanate, (se Cicerone è famoso per le catilinarie, Massimo lo è per le catalanate) che poi sceme proprio non erano, tanto è vero che sono entrate nel quotidiano.

Suonava la tromba istintivamente, non sapendo leggere una nota, ma con un timbro da grande solista americano, con viva capacità di improvvisare, e con un'impressionante conoscenza del repertorio, jazz e non. Nessuno è mai riuscito a convincerlo a studiare. Peccato, sarebbe davvero andato molto più lontano.

Volevamo organizzare uno spettacolo in suo onore. Amelia, dove lui abitava, ha messo a disposizione il deliziosissimo Teatro Sociale, un gioiello dell'ottocento. Arbore, insieme agli amici si è impegnato a riempirlo con due ore di ricordi, canzoni, filmati, testimonianze. I Flippers, storico gruppo fondato a fine anni '50 dai fratelli Massimo e Maurizio Catalano hanno suonato, naturalmente con le sostituzioni imposte dal tempo e dalle dipartite (assenti Franco Bracardi, Lucio Dalla, lo stesso Massimo), vecchi pezzi dixieland e cha cha cha. La trovata è stata trasportare i viventi con un bus, appunto il Catalano Express (sul quale, appena dopo mezzo chilometro era scattato il clima da scampagnata: aneddoti, parolacce e canti), in primo luogo per evitare che qualcuno si perdesse all'andata, e poi per fare in modo che al ritorno, dopo il cocktail e la cena offerti dal Comune, nessuno finisse in qualche scarpata per il sonno o per il vino. Abbiamo malignamente immaginato i titoli dei giornali l'indomani, qualora nella scarpata ci fosse finito l'intero pullman. "Strage di artisti", "Lutto esagerato nel mondo della musica". E' andato tutto bene.

Una serata molto divertente, ottimamente organizzata dal fratello Maurizio e dai nipoti Matteo e Federico, per niente piagnucolosa, con qualche tratto di commozione vera, qualche filmato esilarante da Quelli della notte, alcuni momenti di eccellente spettacolo quando Arbore ha preso in mano il timone, ed è perfino riuscito a far cantare tutto il pubblico ("Ma la notte no"), e l'inevitabile ma per fortuna breve ricordo pseudopoetico, tributo che non manca mai in questi casi, di una organizzatrice con il solito fervorino concluso da molti, vibranti "Grazie Massimo!!!".


Non ci crederete, il giorno dopo, altra scampagnata, un po' dello stesso genere, ma più personale. Destinazione S. Felice Circeo, programma: dispersione in mare delle ceneri di un parente a noi molto caro, morto da pochi giorni.

Il mare in cui si spargono le ceneri di un caro estinto non può certo essere quello della spiaggia, troppi bambini, e neanche quello del porto, troppe barche. Bisognava andare in un punto remoto in cui acuminati scogli strapiombano sulle onde. Mesta fila indiana di una dozzina di persone che si fanno strada come ottocenteschi esploratori in mezzo alla macchia mediterranea che, come sanno quelli che la frequentano è molto aromatica ma altrettanto spinosa. Finalmente, dopo aver corso seri rischi di precipitare, arriviamo in un punto praticamente inaccessibile. Infatti non c'era nessuno.

Tramonto romantico, il sole stava per inabissarsi davanti a noi (la scogliera, come tutto il promontorio del Circeo, è esposta a occidente), ed eccoci tutti proiettati sulle rocce come polene. A questo punto si è trattato di aprire l'urna. Crediamo che un po' per la novità (fino a pochissimi anni fa non era permesso) un po' perché non è una faccenda di tutti i giorni, pochi dei nostri lettori siano familiari con questa impresa. Di sicuro nessuno di noi lo era.

L'urna, di un bel bronzo robusto, chiusa da due sigilli, caparbiamente resisteva a ogni tentativo, prima garbato, poi sempre più energico, di scoperchiarla. E non si poteva aspettare troppo perché il sole stava per andarsene e, a parte la perdita del momento magico, risalire la scarpata nelle tenebre sarebbe stata assai rischiosa. Insomma, a un certo punto, mormorando umili scuse all'anima del defunto che ci sembrava di violare, con un cacciavite a mo' di grimaldello, siamo finalmente riusciti a liberare lo spirito imprigionato. Due di noi si sono sporti nello strapiombo e hanno vuotato l'urna. Naturalmente l'aria della sera fino a quel momento immobile si è animata all'improvviso, e un refolo teso ha provveduto a cospargere tutti i presenti di un sottile velo di cenere. Ma lo abbiamo interpretato come un ultimo abbraccio. Davvero bella questa possibilità di disporre senza remore burocratiche di ciò che resta di un proprio caro.

Anche questo addio si è concluso più tardi, a casa, con bei brindisi, numerosi e allegri.


Per questa settimana ci pare di aver dato abbastanza.


                                      

 

 
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Aleee' Ohooo!

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   10 giugno 2013

   ALEEE' OHOOO!


Ci è capitato di osservare amici civili, garbati, alcuni quasi dei cicisbei settecenteschi trasformarsi in cinghiali infuriati al solo nominare la squadre del cuore, per esempio in occasione del recente derby romano che ha visto vincere una (presunta) compagine di fighetti contro l'avversaria di sempre, gloria proletaria della Città Eterna. Con, in zona stadio, accompagnamento di bastonature, motorini incendiati e sequestro di mazze, tirapugni e coltellacci. Spiacevoli sottoprodotti di eventi sportivi che dovrebbero teoricamente riempire gli stadi di folle serene anche se vocianti, e soprattutto sportivamente esenti dal praticare qualunque forma di violenza.

Parola, quest'ultima, oggi fortemente censurata, mentre in un certo periodo della nostra storia, sotto altri aspetti civilissimo, era diventata la cifra di tutti gli intrattenimenti popolari. Parliamo del tempo dei Romani.

Stiamo leggendo in questi giorni un interessante libro di Meijer sui massacri, all'epoca presentati come spettacoli, negli anfiteatri di duemila anni fa. Che poi erano stadi come quelli di oggi, solo un po' più belli perché di marmo e pieni di statue.

Tutti sappiamo dei gladiatori, delle belve, dei martiri cristiani (un po' verità, un po' leggenda). Inutile riraccontarcelo. Impressionante è invece la immensa dose di crudeltà del pubblico di allora e la contabilità delle vittime.

Dunque, ecco il programma di un giorno al Colosseo:

Al mattino combattimenti di animali selvaggi, uno contro l'altro o a gruppi, e battute di caccia in grandiose scenografie. I numeri degli animali sterminati per il divertimento del pubblico: sotto Pompeo, venti elefanti, seicento leoni, quattrocentodieci leopardi, e scimmie a non finire. Con Augusto, tremilacinquecento bestie da preda. Per l'inaugurazione dell'Anfiteatro Flavio, novemila. Undicimila con Traiano. L'estinzione di parecchie specie asiatiche e africane è cominciata negli anfiteatri dell'Impero.

Alla fine della mattinata l'arena traboccava di bestie sbudellate in mezzo a un fetore di sangue e interiora. Presto tutto doveva essere ripulito e trascinato fuori per la seconda parte del programma: le esecuzioni dei condannati a morte. Che erano spettacolari, per dare l'esempio certamente, ma anche per soddisfare il gusto sadico della folla.

Uomini messi a duellare e a uccidersi fra loro, crocefissi, cosparsi di pece e bruciati, fatti squartare vivi dalle belve, addirittura costretti a rappresentare i miti della tradizione (quelli senza lieto fine, naturalmente), indossando il costume del personaggio per concludere la recita ammazzati in modi molto pittoreschi e molto graditi al pubblico. Dopo di che un simpatico personaggio con la maschera di Caronte andava in giro per l'arena menando gran colpi di mazza in testa ai caduti per accertarsi che fossero morti per davvero, e solo allora il suo compare uncinava i corpi con un gancio e li trascinava fuori. Anche loro a centinaia. A questo punto, di nuovo l'anfiteatro era pieno di sangue, viscere e cervelli.

Ancora una veloce pulizia, ché era ormai pomeriggio e dovevano cominciare i duelli dei gladiatori. Pezzo forte della giornata, che andava avanti fino al tramonto. Inutile continuare la descrizione della carneficina. Basti dire che per gli spettacoli importanti erano parecchie centinaia, se non migliaia le coppie che combattevano, e molto, ma molto pochi quelli che riuscivano a salvare la pelle. Quindi altri innumerevoli morti. In pratica i bravi cittadini romani andavano allo stadio per vedere ammazzare. Uomini e bestie. Che bella festa.

Piccola nota di colore: pare che parecchi imperatori, fra cui Commodo e Settimio Severo si divertissero a combattere anche loro nell'arena. Sarebbe un po' come immaginare, oggi, Napolitano che scende in campo per tirare un rigore a Inter-Milan.

In fondo dobbiamo ringraziare il progredire della storia (e anche l'affermazione del pensiero cristiano) se l'ultimo esempio di sadismo spettacolarizzato contro gli animali è ormai rimasta solo la corrida, solenne porcheria ancora presentata come mito virile grazie a vecchi tromboni tipo Hemingway. Che ci auguriamo sia in via di estinzione (non Hemingway, toltosi di mezzo da solo con un colpo ben assestato, ma tutta la tauromachia).


PS. Sembra che non c'entri niente con stadi o arene, e invece c'entra. Si tratta di vero e proprio tifo. Stupefacente! Incredibile! Sabato 8 giugno concerto alla chiesa di S. Luigi dei Francesi: le sonate da camera di Corelli. Accademia del Ricercare, 2 flauti dolci, tiorba, violoncello barocco e clavicembalo. A Corso Rinascimento ci troviamo davanti un serpentone di trecento metri che si snoda fino alla porta della chiesa. Ma siamo matti?  Una coda da stadio per andare a sentire Corelli? Invece è proprio così. Ci intrufoliamo fingendo di essere dell'organizzazione (in questi casi è opportuno essere ben vestiti e avere l'aria decisa). Dentro, una folla compatta e fremente, i musici quasi spaventati per questa inconsueta fibrillazione da concerto rock. Poi hanno suonato benissimo con grande swing, e credeteci, perfino Corelli swingato è molto più divertente. Un successo travolgente e davvero inaspettato.

Finalmente un festival di nicchia salutato da un entusiasmo, lo ripetiamo, da stadio. E' il Roma Festival Barocco inventato, organizzato e trascinato avanti senza certezze di sovvenzioni pubbliche, ma con una bella programmazione, un'intelligente pubblicità e molto sudore da Michele Gasbarro.

Onore al merito.



                               

 
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Il parcheggio facile

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  3 giugno 2013

  IL PARCHEGGIO FACILE


Mercoledì 29 alla Mondadori di Via Ferrari si presenta il libro di Mirella Panfili "Settimo livello". Non avendolo letto, nulla possiamo dirne, quindi ci limiteremo a riferire le nostre esperienze sensoriali dell'evento mondano. Sbrighiamo prima la parte gastronomica: buon prosecco, ottimi fragoloni ricoperti di cioccolata. Per il resto si è vagato in quella specie di limbo irrazionale e superstizioso in cui svolazzano parole come: bilocazione, visione remota, settimo livello (quello, appunto, della massima perfezione) e coincidenze prese per premonizioni. Con tutto l'affetto che nutriamo da anni per l'autrice, il nostro invincibile, e crediamo anche sano, scetticismo ci fa sorridere di avvenimenti riferiti con la più granitica sicurezza (storie di cui però non esiste mai una testimonianza, anche banale, come una fotografia). Tipo l'episodio dell'amica che, dimenticate le chiavi di casa, per rientrare, semplicemente infila il braccio attraverso la porta aprendo la maniglia dall'interno. Fra l'altro ci risulta difficile capire come la signora sia riuscita in un primo tempo a smaterializzare il legno e forse anche il ferro della porta (blindata?) attraversandolo col braccio, e poi abbia fatto il contrario con la maniglia interna che logicamente avrebbe dovuto essere impalpabile come il resto della porta. Come diavolo sarà riuscita ad acchiapparla e girarla?

Comunque, non sottilizziamo. Si tratta dei poteri dell'energia. Quello che invece risulta un vero e proprio miracolo, specialmente qui a Roma è il parcheggio facile attraverso la visione remota. Quando uno esce di casa, ci è stato riferito, basta che vada con la mente al luogo di destinazione, cerchi, appunto attraverso la visione remota, un parcheggio per la macchina, e, zac! quando arriva, ecco che lo trova subito. Libero.


Venerdì 31. Conferenza stampa del festival "Armonie della Sera", sala Pietro da Cortona, in Campidoglio. Che è uno dei sette colli di Roma dove si arriva in auto solo a condizione di sposarsi negli uffici del comune. Ci sembrava esagerato contrarre il vincolo coniugale unicamente per andare a una conferenza stampa. Quindi, gambe in spalla e sprezzo del pericolo perché tutta la zona che circonda il colle fatale è più pericolosa di un campo minato. Niente semafori. Traffico frenetico e ignaro dei diritti del pedone. Attraversare è sfidare il destino.  

Comunque, anche stavolta ci è andata bene. E dopo la faticosa ascesa del ripido pendio ci siamo trovati alle undici precise nel salone tappezzato di enormi quadri, di Pietro da Cortona, appunto, come si evince dal nome. Gli eventi romani sono riconoscibili da due elementi, uno negativo e l'altro positivo. Il primo è la spiacevole certezza che tutto, sempre, comincia in ritardo; il secondo è invece la altrettanto piacevole sicurezza che l'appuntamento è in sale meravigliose, su terrazze superpanoramiche, dentro ruderi pittoreschi, per cui uno può, fino a che regge la pazienza, impiegare il tempo a riempirsi gli occhi di arte.

Che è quello che abbiamo fatto noi per la prima mezz'ora. Arrivati al trentunesimo minuto di contemplazione di quadri, soffitti e architravi, e mentre l'annunciata conferenza stampa continuava a non manifestarsi, abbiamo tagliato la corda, per cui niente sapremo mai di questo festival forse prestigioso, forse innovativo, se non che è geograficamente collocato nelle Marche.

Ne abbiamo approfittato per andarcene a zonzo per i Musei Capitolini, la più antica e fra le più ricche collezioni di scultura romana. Nella grande esedra del Marco Aurelio abbiamo visto esposto in anteprima, appena recuperato, restaurato e magnifico, il gruppo marmoreo del leone che azzanna il cavallo. E naturalmente, centinaia di altri capolavori arcinoti, che è sempre un piacere ritrovare.

Ogni volta che posiamo l'occhio su una raccolta di pezzi antichi, ecco lo stupore forse fanciullesco che ci cattura nel vedere tutti i diversi tipi di marmi, alcuni gelidi, altri caldi, altri addirittura appetitosi che gli scultori, anzi, meglio, i ricercatori dell'antichità classica riuscivano a trovare in giro per il mondo, a tirarli fuori dalla terra, e soprattutto a riconoscerli. Perché, certo è facile farsi incantare da un marmo levigato, scolpito, lucidato, ma basta guardarlo nei punti in cui si è spezzato, ed è ritornato a essere un sasso qualsiasi, rozzo e privo di colore, e la domanda si ripresenta.

Come facevano a capire?



              

 
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Era una notte buia e tempestosa

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    27 maggio 2013

  ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA


Snoopy non c'entra, è solo un richiamo che speriamo tutti riconoscano. Noi vogliamo parlare della traduzione, non dalle altre lingue in italiano, ma dall'italiano all'inglese. Siamo una provincia dell'impero, e la lingua ufficiale di questo impero è l'inglese, come duemila anni fa lo era il latino, quindi, se vogliamo farci leggere, ci tocca tradurre. And here falls the donkey, qui casca l'asino!

Il problema si è riproposto ancora una volta alla conferenza stampa di Naturarte, l'associazione dei parchi lucani, mercoledì 22, alla Casa del Cinema. Ricca cartella stampa, con un DVD sul pino loricato (che ovviamente tutti siamo interessati a conoscere, no?), più mappe, volumetti, guide, su bella carta lucida, con ottime fotografie e testi; insomma tutto molto professionale e di gusto. E poi purtroppo, di quei testi c'è anche la traduzione. Nell'inglese di casa nostra (vedi proverbio e sua traduzione casereccia qualche riga qui sopra). Il termine vuole proprio essere offensivo perché, come confermato anche in questa occasione, ogni volta che ci si prova, il risultato non è una buona comunicazione, ma una risata alle nostre spalle. Impossibile citare esempi, ma è chiaro che al lettore di madrelingua inglese a cui è destinato, il messaggio tradotto senza vergogna (da qualche cugina di un assessore locale appena tornata da una vacanza a Londra?) farà la stessa impressione che a noi possono fare i "macaroni" o il sempre più frequente "that's amore".

Quanto è importante, invece, azzeccare una frase come quella del titolo, oppure quel gioiello di fantasia che è il "bacarospo" (Bart Simpson); che non sono traduzioni letterali, sarebbe impossibile, ma brillanti invenzioni (del traduttore, per l'appunto, sempre e soprattutto nel rispetto della lingua, sia quella di partenza che quella di arrivo) per trasferire un'immagine, una sensazione, da una parte all'altra della barriera linguistica.


Sabato 18 assistiamo a una bella prova di vivacità culturale da parte del pubblico romano. Ore 19, primo evento della Notte dei Musei, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, nel meraviglioso salone dell'Ercole di Canova, fantastica montagna di candido marmo creata dall'ultimo scultore classico italiano. Si presenta il catalogo delle opere di Giulio Paolini, "Sulla Soglia". Nel grande spazio sono allineate centocinquanta sedie (le abbiamo contate); di fronte, proprio sotto l'immensa ma non pesante massa dell'Ercole, il tavolo dei relatori.

Che sono sei. Il pubblico, dodici. Tutti a ripeterci volenterosamente "pochi ma buoni", ma sempre sei più dodici rimaniamo. Che imbarazzo.


Avanti con la fiera della pochezza. Due titoli sui giornali di questi giorni: "Senza velo sull'Everest" e "Il Papa esorcista". Fa notizia un'insensata, anche se per molti valorosa, impresa sportiva: la scalata del monte più alto del mondo da parte di una donna che non porta il velo. Cioè, l'eccezionalità del fatto non è che una signora o signorina si arrampichi per ottomila metri in verticale, ma che lo faccia senza il fazzolettone in testa. Si può essere più infantili? Anno 2013, e la regola imprescindibile per una buona porzione dell'umanità è ancora che la metà di loro, le donne, siano vestite, anzi coperte, anzi mortificate da uno straccio sui capelli, sul corpo, addirittura sulla faccia.

Ma è altrettanto sciocco che un'altra buona porzione, sempre nel 2013, attribuisca a un signore vestito di bianco, importante ma sostituibile ogni pochi anni, il magico potere di cacciare dal corpo di un suo simile uno spirito cattivo, variamente identificato, descritto e soprattutto usato come spauracchio nei secoli: il diavolo.


Ciliegina su questa amara torta e momento di commozione e di nostalgia per tutti noi della generazione in via di estinzione: la Storia della RCA a cura di Mario Cantini, trasmessa da Raistoria domenica scorsa. Un'ora di interviste ai pochi ancora in circolazione, con molti documenti in bianco e nero in cui abbiamo riconosciuto artisti poi diventati famosi, ma anche assistenti musicali, fonici, e perfino i due mitici gestori dell'altrettanto mitico bar, Gino e Mario, uno coi baffi e l'altro senza. Commozione e nostalgia, dicevamo, e anche dispiacere nello scoprire che invece di diventare il museo di mezzo secolo di musica italiana, come sarebbe stato logico (volevamo dire intelligente, ma poi ci è sembrato di esagerare), gli stabilimenti di Via Tiburtina si sono convertiti in un deposito di scarpe.  



                                        

 

 
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Jazzisti, anziani e non

 

  IL CAVALIER SERPENTE

    Perfidie di Stefano Torossi

     20 maggio 2013

   JAZZISTI, ANZIANI E NON


Immaginate un distinto signore sugli ottanta, faccia ironica, erre moscia da piemontese, che suona compassato e benissimo, ma nei momenti di estremo virtuosismo esibisce una mimica concentrata nelle labbra che sembrano mormorare una silenziosa preghiera, mentre invece noi sappiamo che sta canticchiando fra sé e sé le improvvisazioni sul tema. Repertorio anni '20 / '40, con un inconfondibile tocco ragtime, uno stile nato sugli scassati pianoforti verticali dei bordelli di New Orleans. Questa sera l'ascolto è favorito dall'uso di una tastiera elettronica di qualità piuttosto scadente con il difetto, ma per noi il pregio, di esaltare i bassi, la mano sinistra del pianista insomma, di grande importanza per quel genere, ma normalmente un po' trascurata.

Si tratta di Ettore Zeppegno, già direttore artistico della gloriosa e ora defunta RCA. Lo abbiamo ascoltato lunedì 13 al Fonclea di Roma, mentre ci regalava garbati aneddoti sui grandi autori americani d'anteguerra, alternandoli ad altrettanto garbate esecuzioni del repertorio degli stessi, insieme alla voce d'epoca di Giò Giò Rapattoni. Con amici musicisti, Mazzoletti, Podio, Reverberi ad ascoltarlo, eravamo anche noi un tavolo d'epoca. Atmosfera purtroppo funestata da una malandata amplificazione che non faceva sentire bene le voci dal palco. Mentre si sentivano anche troppo quelle della gente maleducata (anch'essa d'epoca), un po' similgita aziendale, rumorosa e distratta. Tanto è vero che il romantico brano scelto per chiudere il concerto "Every time we say good bye" è caduto nella confusione provocata, ci si perdoni il bisticcio, dalla caduta vera e propria in mezzo al locale di una delle chiassose vecchiette del pubblico.


Il giorno dopo, martedì, apre al Parco della Musica il Festival del Sassofono con metà concerto a Javier Girotto e il suo Atem Quartet (di sassofoni, naturalmente: soprano, alto, tenore e baritono). Entrano tutti in fila, in una mano lo strumento, nell'altra la solita bottiglietta di plastica. Buttar giù molta acqua è senz'altro sano, e per i fiati probabilmente indispensabile. Ma se ripensiamo agli anni passati, ci viene da chiedere: come facevamo allora, quando nessuno beveva in scena?

Brani scritti benissimo, arrangiati ancora meglio ed eseguiti in maniera superlativa, ma così strapieni di note da poter ipotizzare una diagnosi di bulimia musicale. E poi tutte note puntate, saltellanti, secche. E' chiaro che non essendoci una ritmica tradizionale, è necessario sostituirne la percussività, appunto con tante note ribattute e accentate. Però l'effetto ricorda una riunione di uccellacci e uccellini che pigolano tutti insieme. Per non parlare degli assoli di Girotto, forse più propriamente cadenze, in cui quell'eccellente strumentista che è Javier ci travolge con la sua eruzione di note, numerose come i capelli della sua coda di cavallo. Ma questo è solo pettegolezzo. Ripetiamo: la musica è splendida.

L'altra metà della serata è di Rosario Giuliani e il suo gruppo. Ottimi anche loro. Più classica come formazione (sax, piano, basso, batteria). Bellissime composizioni di Giuliani, che, mentre ci appagano musicalmente, ci fanno trasecolare per il carattere dell'ispirazione. Ma come? Siamo cresciuti convinti di vedere in ogni jazzista un demonio di talento, dedito all'alcol, alla droga, al vizio in tutte le sue forme; invece Giuliani ci presenta un programma composto da:  un brano che descrive un idilliaco laghetto siberiano, poi un altro che evoca con nostalgia la sua città natale, Terracina, e addirittura uno dedicato alla sua mamma "Angel at my side". Non c'è più religione!


La rassegna prosegue, ma, siccome abbiamo voglia di commuoverci, e dobbiamo ammettere che il jazz ci entusiasma, ci fa battere il tempo, ma a commuoverci proprio non ci riesce, giovedì sera deviamo verso la chiesa di S. Luigi dei Francesi (per intenderci quella dei famosi Caravaggio), dove ci attira l'esecuzione del commoventissimo Requiem di Fauré, diretto da Eduardo Notrica per il festival Suona Francese, con l'orchestra Nuova Amadeus e i cori Carocoro e Decanter. Folla enorme e inconsueta per il genere (efficienza dell'ufficio stampa?). Ottima esecuzione. Molto oro in chiesa, molto marmo, molte figure barocche che escono dalle cornici del soffitto e prendono il volo. Come il nostro spirito, trasportata da questa musica morbida, emozionale, ogni tanto grandiosa, ma mai terribile come nel Dies irae di Verdi, né inquieta come nel War requiem di Britten. Non composta, secondo l'ammissione di Faurè, per onorare un morto famoso, ma solo per il piacere di scriverla. Ci siamo commossi, come avevamo previsto, durante il "Libera me", il momento in cui nella funzione funebre l'anima invoca la libertà dall'eterno castigo.

Per nostra fortuna l'umanità convive, da quando se n'è resa conto, con la consapevolezza della propria morte. Un pensiero che non solo spinge gli artisti a creare queste belle cose per sopravvivere nel tempo, ma è anche l'unica certezza che dà un qualche significato alla vita. Se noi non sapessimo che dobbiamo morire, non saremmo altro che sette miliardi di babbuini senza criterio.


Piantiamola qui e registriamo la finale, sabato, del Festival del Sassofono. Non abbiamo più spazio se non per dire che si è concluso con onore. Alla prossima.


 

                                         

 
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Stavolta qualcuno si arrabbia

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   13 maggio 2013

   STAVOLTA QUALCUNO SI ARRABBIA


La Sala Accademica. Conservatorio di Santa Cecilia. Sabato 11 maggio. Concerto di organo, marimbe e vibrafono, programma interessante e inconsueto. Però prima due parole sul luogo. E' una grande bellissima sala tutta bianca che pare fatta di meringa. Stucco sulle balconate, i cornicioni e il soffitto, molto alto, ornato al centro da un grande stemma sabaudo. Comode poltroncine rosse, ed elegante pavimento di parquet. Quindi, confort, ma...Già qualche settimana fa ci siamo lamentati della batteria di diciotto fari disposti ai lati del palcoscenico per illuminare i leggii dei musicisti, che sparano anche negli occhi degli spettatori con effetto molto sgradevole. Oggi siamo colpiti anche dalle lucette guida lungo il pavimento e sotto i gradini delle scale che salgono al palco, di un blu intensissimo e luminosissimo. Per funzionare, soprattutto in considerazione dell'età media del pubblico, ovviamente devono rimanere sempre accese, insieme alle segnalazioni delle uscite (per intenderci, quei quadratini verdi con l'omino che corre), che nella sala sono una dozzina.  C'è anche una fila di violenti neon sulla balconata. Insomma, massima sicurezza, ma anche una luminaria parecchio fastidiosa.

Veniamo alla musica. Interessante combinazione di organo, vibrafono e marimbe. E' la prima volta che sentiamo insieme questi tre strumenti. Ottima l'idea dei promotori del concerto, Giorgio Carnini, Sandro Cappelletto ed Edda Silvestri, e ottima l'esecuzione dei tre solisti: Di Ilio, Ruggeri e Caggiano. Nel programma anche "Marimba phase" di Steve Reich, un brano chiaramente provocatorio in cui due marimbe, strumenti per loro natura non molto espressivi, ripetono rimandandosela la stessa cellula con minime variazioni per almeno cinque minuti. E cinque minuti, se non ti diverti, sono un'eternità. Diciamo pure che una provocazione può manifestarsi in tanti modi, ma guai se è noiosa. Anche Strawinskij riuscì a scandalizzare il mondo nel 1913 con la Sagra della Primavera. Però, quella musica, anzi, quella provocazione, era tutto, proprio tutto tranne che noiosa.


Il povero violoncellista. Gran chiasso in questi giorni sulla stampa di Roma. Un vigile ha multato Fabio Cavaggion che stava suonando il violoncello fuori dell'orario consentito in piazza San Simeone. Intervento immediato del collega Giovanni Sollima che organizza, con i suoi cento violoncelli, un concerto di sostegno al povero musicista di strada, vittima della burocratica efficienza del tutore dell'ordine, sulla stessa piazza dove di solito si esibisce. Nobile gesto, al quale ovviamente non possiamo che applaudire.

Il maestro Cavaggion è raccontato dai giornali come una specie di genio incompreso, diplomato a pieni voti, ma vittima dell'insensibilità delle istituzioni che non gli permettono di lavorare. Naturalmente il giorno dopo siamo andati in piazza a sentircelo mentre eseguiva le suite per violoncello di Bach. Roba difficile, lo sappiamo, però le suonava male. E allora, certo, lavorare in orchestra, magari anche come solista, diventa problematico, e forse non solo per colpa del mondo crudele...

Siamo da sempre convinti che il genio incompreso non esista. Intendiamoci, è chiaro che non basta saper suonare o dipingere, o scrivere bene.  Per avere successo, per commercializzare il proprio prodotto, bisogna anche saperlo proporre: frequentare gli ambienti giusti, seguire le tendenze del momento, possibilmente non ubriacarsi o drogarsi, rispettare le scadenze, e non fare troppo il ribelle.

Oppure, e questo è davvero difficile, essere sé stessi con tutti gli squilibri del caso, ma avere il buon senso di riconoscere la propria inefficienza, e l'umiltà di affidarsi, magari facendosi sfruttare (perché no? Se serve a farti strada; poi, quando sei famoso, ti riscatti) da qualcuno più capace: editore, discografico, gallerista. E siccome il mercato ha sempre bisogno di talenti su cui guadagnare, ecco che in un modo o nell'altro il genio trova il suo spazio (e il mezzo genio trova il suo mezzo spazio), ma comunque nessuno muore più di fame.


Broz e Scoz. Roba da Corriere dei Piccoli. Ci è arrivata su internet la pubblicità di una "Guida pratica per i musicisti - dal curriculum all'Enpals", titolo accattivante di un corso della United European Culture Association che promette la risposta, fra l'altro a prezzi contenuti, a molte delle domande che assillano gli artisti all'inizio della carriera. I due docenti, professionisti certamente degnissimi, si chiamano Barbara Broz e Giovanni Scoz. Esistono davvero, li abbiamo trovati in rete, ma certo quei due nomi in coppia fanno tanto Cip e Ciop, Cric e Croc, Qui Quo Qua, e simili. Forse uno pseudonimo sarebbe stato più opportuno...


 

 

 
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Strane alchimie dell'amicizia

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 6 maggio 2013

 STRANE ALCHIMIE DELL'AMICIZIA


Strane alchimie dell'amicizia. Per un paio di mesi, dopo il 24 ottobre 2006, siamo stati la vedova Lauzi, e in questi giorni (dal 2 maggio) stiamo diventando la vedova Catalano. Serve una spiega? Forse sì. Sia di Bruno Lauzi che di Massimo Catalano eravamo gli amici storici. Con Bruno ci conoscevamo dal 1963, quando ci provammo, riuscendoci, a escogitare un inghippo per salvare un nostro amico clarinettista americano, a Roma con una borsa di studio, dal richiamo in Viet Nam. Con Massimo addirittura dal 1959, quando per breve tempo il gruppo dei Flippers ci prese in carico come contrabbassista. Sono morti tutti e due. E, prima con l'uno, poi con l'altro, ci siamo trovati, proprio nella nostra qualità di migliori amici del deceduto, a fare la parte della vedova, a ricevere le condoglianze, le scuse di chi non si sentiva a posto, e i rimpianti di chi pensava di non aver fatto abbastanza. A essere, insomma, con una grande gratificazione di protagonismo narcisistico, il punto di riferimento su cui coagulavano tutte le emozioni messe in subbuglio dalla morte. Strane alchimie dell'amicizia, davvero.

 

Torniamo al consueto. Due miracoli quasi contemporanei. Ecco i fatti. Martedì 30 aprile, un invito al teatro Argentina per un pomeriggio in onore del poeta Sandro Penna. Presenti e commemoranti, a cura di Franco Marcoaldi: Elio Pecora, Silvia Bre, e altri colleghi del commemorato. Il miracolo si compie quando non riusciamo a entrare in sala perché è tutto esaurito. Un incontro di poeti tutto esaurito! Altro che all'Argentina, a Lourdes sembrava di stare. Stupefatti e ultrafelici di questa manifestazione di trionfo culturale, ce ne andiamo a salutare un nuovo ristorante dalle parti del Panteon, che si chiama "La Ciambella". Ottimi spuntini, sapienti aperitivi, birra freschissima, e voilà il secondo miracolo. Vaschette di gelatina di Negroni. Non siamo riusciti a sapere il segreto del barman; fatto sta che per noi che amiamo appassionatamente questo drink anni '60, è stato un vero regalo. Gelatina molto morbida, colore, sapore, e soprattutto l'effetto inebriante del vero Negroni.


Inutile crudeltà. "Festival Suona Francese" a Villa Medici, ambiente fra i più belli del mondo; un concerto del PluralEnsemble. Musiche dei giovani borsisti del Prix de Rome. Alcuni nomi: Andreyev, Sakai, Tian. Qualcuno forse farà strada, altri, ma non vi diciamo chi, secondo noi, proprio no. Esecutori buoni? Come si fa a dirlo. Di sicuro ce n'era una bellissima, bionda, eterea, che teneva per il collo un clarinetto basso recalcitrante, e sappiamo tutti che razza di suoni riesce a emettere quello strumento se non è trattato con polso. La crudeltà? L'idea di alternare nel programma le opere discutibili, e in discussione, dei ragazzi con quelle di autori affermati e indiscutibili, come Webern, Messiaen e De Falla. Un massacro.


Sabato 4 maggio al Teatro Studio una composizione dell'81 di Giorgio Battistelli: "Experimentum mundi - Opera di musica immaginistica per 16 artigiani, coro femminile, voce recitante e percussioni". Uno di quei titoli che rimandano alle sperimentazioni, spesso interpretabili come prese per i fondelli, di quegli anni. Quindi, armati del nostro miglior ghigno beffardo, assistiamo alla preparazione della scenografia: mucchietti di calce e mattoni, deschi da ciabattino, uova e farina su un tavolo, e così via. Entrano gli artigiani vestiti giustamente da artigiani: grembiuloni, tute e canottiere, poi, in borghese, Peppe Servillo, voce recitante, poi le coriste in lungo, e finalmente il percussionista e il direttore (lo stesso compositore Giorgio Battistelli) in frak. Comincia il pasticcere rompendo mezza dozzina di uova su un cono di farina, e bisogna lodare il perfetto funzionamento dei microfoni che trasmettono mirabilmente lo spezzarsi dei gusci, lo splasc del tuorlo che cade nella farina, lo sbattere dell'albume. Poco a poco entrano tutti gli altri per creare un'ora di suoni del lavoro, tenuti a regime dal percussionista professionista, e dalla voce che elenca mestieri e utensili. Dobbiamo confessare che il ghigno beffardo ce lo siamo rimessi in tasca e abbiamo cominciato davvero a goderci questa invenzione geniale di Battistelli, dove di musica in senso tradizionale non si può certo parlare, ma di spettacolo musicale sì. In conclusione, a fine esecuzione, sul palco c'erano: tagliatelle per dodici pronte da cuocere, una botte assemblata, un paio di metri quadrati di selciato steso, un muretto costruito, altre realizzazioni varie, e applausi scroscianti.

Ci siamo divertiti. Adesso, qualche insignificante appunto e una domanda. Gli artigiani ci sono sembrati troppo precisi nel seguire la direzione per non avere il diritto al titolo di percussionisti musicali (magari provvisori). Servillo in alcuni passaggi suonava troppo napoletano e burattinesco, alla Pappagone, per capirci. Sciocchezze. La domanda invece è questa. Come avrà fatto l'autore a depositare la sua opera alla SIAE? Perché la partitura, e sul podio la partitura c'era, sarà stata piuttosto una specie di lista della spesa: 12 uova, 1 chilo di farina, 130 sanpietrini, 2 tomaie e 4 tacchi, 50 kg di calce...



                                        

 
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Accidenti, è luned'


  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 29 aprile 2013

   ACCIDENTI, E' LUNEDI'


Il pericoloso argomento che andiamo ad affrontare oggi è il lunedì. Accidenti, è lunedì! Maledetto lunedì! E' di nuovo lunedì, si ricomincia! E così via imprecando.

E' certo che noi, come molti nostri lettori, apparteniamo alla fortunata categoria di chi esercita una professione, o un'arte, scelta e portata avanti con piacere. E questo naturalmente significa che per noi lavorare è giocare. E in più ci pagano. E' il massimo, ed è la condizione che ci fa accettare le nottate di angoscia prima dello spettacolo, o il panico di vedere un nostro progetto nel momento della realizzazione. Corrisponderà a quello che avevamo pensato? Soffre il compositore che, fino a che non sente suonare la propria musica, non sa realmente cosa diavolo ha partorito. Così il pittore davanti a una tela che più bianca non si può. O il regista, l'attore, l'architetto, eccetera eccetera.

Ecco perché ci sembra di entrare in un altro mondo ogni volta che viene fuori questo punto doloroso: il lunedì. Siamo davvero costretti a prendere atto che per la grande maggioranza della gente il lavoro è una condanna, non una scelta. E quindi avere uno, o anche due giorni ogni sette, in cui cancellare dalla propria esistenza questa maledizione diventa una benedizione. Ma, lasciatecelo dire a noi che abitiamo in pieno centro storico, nella zona dello shopping coatto, delle bancarelle della Befana, nell'area della passeggiata domenicale. I capifamiglia che vediamo passare sotto le finestre spingendo irosi le carrozzine o trascinandosi dietro mogli impennacchiate e bambini stanchi e frignanti ci sembrano tutt'altro che felici, tutt'altro che riposati, anzi ci par di vedere nei loro occhi il miraggio dell'officina a cui ritornare il lunedì per ricominciare una vita normale.

E allora? La letteratura, e spesso anche la cronaca nera, ci segnalano che per molti lasciare l'ambiente del lavoro e rientrare in quello familiare o sociale non è affatto un riposo. E' un trauma. Anzi spesso significa cadere nel calderone in cui ribollono la violenza domestica e talvolta il delitto.

Poi ci viene anche il sospetto che ci sia una strumentalizzazione dall'alto dell'istituto del riposo settimanale, un modo per togliere alla gente la libertà di decidere cosa fare del proprio tempo. Per fortuna il mondo cattolico si è evoluto un po' prima degli altri, e quindi l'obbligo della domenica (ma poi perché obbligare qualcuno a fare festa? Ci sembra una scemenza, anche se naturalmente ci rendiamo conto che è un modo per tutelare i sottoposti) si è notevolmente attenuato.

Ma pensiamo a quei paesi dove il quotidiano si identifica con la religione: e allora da una parte troviamo gli ultraortodossi per cui il sabato non si può neanche premere il pulsante dell'ascensore, perché questo atto è considerato un lavoro e sarebbe contro la legge divina; dall'altra ci sono i fedeli del profeta che bloccano tutto cinque volte al giorno per pregare, e poi una volta alla settimana, il venerdì, per la stessa ragione, e poi addirittura per un mese intero ogni anno  per seguire oscure pratiche medievali.  

E i vari giorni dei vari riposi delle varie religioni sembrano scelti per farsi dispetto gli uni con gli altri: una volta con il mondo a dorso di mulo o di cammello poteva anche andare bene, ma oggi con la comunicazione istantanea è un pasticcio dagli esiti infausti.

 

P.S. Stavolta, più che sul riposo, sul lavoro. Per una strana coincidenza, proprio in questo periodo parecchi nostri amici stanno facendo ristrutturazioni. La lamentela costante di padrone di casa ansiose, ma anche di architetti e ingegneri professionisti è sulla scarsa qualità del lavoro: piastrelle sbilenche, rubinetti fuori squadra, intonaci bitorzoluti, e così via. Nessuno sembra saper fare il proprio mestiere. Forse è colpa degli operai, o forse degli impresari che per risparmiare assumono a giornata rumeni tutto fare, ma tuttofare male. Fatto sta che i risultati sono invariabilmente scadenti.

Noi non sappiamo niente di muri a squadra o di coibentazione, ma quando ce ne andiamo a spasso per ruderi e ci cade l'occhio sulle vecchie strutture di tufo o marmo con le pietre ancora, dopo duemila, anni perfettamente connesse che non ci passa una formica, un pensierino ci frulla per la testa. All'epoca non c'erano macchine, tutto era fatto a mano. Ma se riuscivano a segare blocchi di travertino da tonnellate in maniera così eccezionale da resistere tutti questi secoli, un minimo di capacità ci doveva essere.

Oppure la qualità del lavoro dipendeva dall'uso (vagamente antisindacale, certo) della frusta, e magari anche dalla eliminazione dello schiavo incompetente?

 

 

 

 

 
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Perché siamo rimasti senz'organo

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   22 aprile 2013

PERCHE' SIAMO RIMASTI SENZ'ORGANO

 

Cominciamo un micidiale pomeriggio, il 17 aprile, alla Sala Alessandrina dell'Archivio di Stato con la presentazione di un libro intitolato "Cesano, borgo fortificato sulla Via Francigena". Immaginiamo la domanda sulle labbra dei nostri lettori.  "Ma che ci vai a fare a questi appuntamenti?" Non è masochismo, o forse sì, però la sala è bellissima: una delle tante biblioteche barocche di Roma, e l'argomento ci sembrava interessante. Invece, muffa. I professori sussiegosi e prolissi. Alcuni non sanno usare il microfono, quindi l'intervento si riduce a un bisbiglio soporifero (il Prof. Antonio Paolucci, sembrava preparato, ma che avrà detto?) Altri, il microfono lo padroneggiano, ma la concisione no, e allora, la faccenda degenera in una tortura per salvarsi dalla quale l'unica salvezza è la fuga (il Prof. Donato Tamblè, scandiva bene ma sembrava diretto verso l'infinito).


Perciò l'abbiamo presa, la fuga, verso la Casa del Cinema dove l'amico Manuel De Sica presentava il suo libro dal divertente titolo "Di figlio in padre". Qui, gente diversa: cinema e teatro, con naturalmente molti dei presenti fuori tempo massimo. Lui, Manuel, divertente, spigliato, aneddotico e soprattutto breve. Invece il suo vicino di cattedra, Gualtiero De Santi, presente come suo editor e alter ego letterario: insomma, quello che lo ha aiutato a scrivere il libro, ha attaccato una pippa di più di mezz'ora durante la quale, con un birignao fastidioso e con il pretesto del De Sica figlio, ha costantemente parlato del De Sica padre. E questo sappiamo essere il destino di quelli che hanno genitori famosi. Goethe aveva un figlio, morto a Roma e sepolto nel cimitero protestante di Porta San Paolo. Cosa c'è scritto sulla lapide? "Goethe Filius". Neanche il nome di battesimo!

Divertente e professionale la lettura di alcuni aneddoti da parte di Maurizio Micheli. Incontro funestato in chiusura, quando l'anziana attrice Gabriella Pallotta ha chiesto la parola, ha voluto sedersi in cattedra e ha cominciato a raccontare anche lei aneddoti del passato; su De Sica padre, naturalmente. Noiosa, piagnucolosa, senza spirito (evidentemente non basta essere attori per sapere intrattenere) e soprattutto con l'aria di non voler più smettere di pigolare. Con l'irritato imbarazzo di tutti i presenti, pubblico e relatori, finché, con un guizzo geniale, lo stesso Manuel ha finto di avere dalla regia il segnale di inizio proiezione, in realtà prevista per un'ora più tardi, e solo allora l'incontinente verbale è stata messa a tacere.


Venerdì a mezzogiorno, incursione in uno spazio enogastronomico dove la ormai famosa e voluminosa Tiziana Stefanelli, trionfatrice di MasterChef, prepara piatti di sua creazione. Via S. Bartolomeo de' Vaccinari 72, ex bisca, il locale sotterraneo è opportunamente dipinto di un vivace color vinaccia, e quando ci siamo arrivati siamo rimasti stupiti dalla folla di fotografi, giornalisti e televisioni davanti all'ingresso. Accidenti, tutta questa stampa per una degustazione! Un attimo dopo abbiamo scoperto che proprio lì di fronte, al numero 8 ci abita Rodotà. Comunque la crema di carciofi con filacce di cavallo era ottima, e il prosecco ben fresco.


Nel 1995 Renzo Piano, progettando il Parco della Musica di Roma, aveva previsto nella Sala Grande lo spazio per installare un organo da concerto. La delibera era firmata, i soldi pronti da spendere, eppure l'organo non si fece. Per l'opposizione (così si dice) di Luciano Berio, allora sovrintendente dell'Accademia di S. Cecilia. Mai spiegata del tutto questa decisione, che definire stupida sarebbe troppo generoso. Il risultato è che in tutta la città, non contando chiese e istituti vaticani, c'è un solo organo, diciamo così, profano. Quello della Sala Accademica del Conservatorio.

Dove, sabato pomeriggio, ci siamo gustati un pregevole concerto per coro, e, per l'appunto, quel bello strumento alle cui molte tastiere, pedaliere e registri sedeva l'amico Giorgio Carnini. Il quale, prima delle sue ottime esecuzioni di Bach e Mendelssohn ci ha raccontato (senza fare nomi perché è un gentiluomo) la lamentevole storia di come, per l'ottusità di un sovrintendente fesso, una capitale come Roma stia più indietro di una qualsiasi piccola ma civile (e forse proprio in questa parola sta la differenza) cittadina europea.


P.S. Non c'entra niente con la musica, ma abbiamo trovato irresistibile una giornalista del tg3 di venerdì sera che ci ha parlato del Pd e del suo "cupo dissolvi". Va bene che il futuro è oscuro, ma insomma, pensare prima di aprire bocca non sarebbe male...



                                        

 
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Un fatto generazionale

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   15 aprile 2013

 UN FATTO GENERAZIONALE

 

Si chiama Woodkid, alias Yoann Lemoine. Giovedì 11 alla Sala Sinopoli ci siamo trovati in un certo senso spiazzati dall'inizio alla fine del concerto di questo signore che non avevamo mai sentito nominare. Mentre non lo erano affatto lo sterminato numero di fan che gremivano la sala urlando, saltando e facendo capire che il repertorio di questo artista non aveva segreti per loro.

Il personaggio, barba fitta da rabbino in erba, berrettino a visiera, bassa statura, canta con la stessa identica inflessione una serie di canzoni che suonano gemelle una dell'altra, su giri armonici di sconcertante banalità, con testi che non possiamo giudicare perché non si sentiva una parola, accompagnato da un trio di ottoni che gli suonano sotto armonie molto naif, una specie di fanfara di genere medievale (de noantri) e anche vagamente celtico, nonché da una tastiera, anch'essa rozza nelle scelte armoniche; ma poi tira fuori un indiscutibile colpo di genio. Addetti a due set di percussioni, identici e collocati in una bella scenografia speculare, due energumeni si agitano come automi meccanici, e con una precisione disumana battono gran mazzate sui tamburi collegati a una pirotecnica serie di fari, luci stroboscopiche e lampi che, a ogni colpo si accendono, fremono, esplodono. Bellissimo per gli occhi. Per le orecchie un po' meno.

Detto ciò, rimane la ripetitività dei brani che definire spettacolari è senz'altro giusto. Musicali, crediamo proprio di no. Per tutto il (fortunatamente breve) concerto siamo andati avanti sul filo di una noia fragorosa. Ci è tornata in mente una certa sensazione che ci accompagna da sempre ogni volta che guardiamo uno spettacolo di fuochi artificiali. All'inizio: oh! di meraviglia alle esplosioni colorate, poi esclamazioni sempre più fiacche, finché comincia il senso di indigestione, fatto che dev'essere ben noto anche gli organizzatori, perché, ci avete fatto caso? ogni spettacolo di fuochi finisce con un'accelerata di scoppi sempre più ravvicinati per terminare con il bombone. Evidentemente la grande abbuffata è l'unico modo di concludere il banchetto.

Qui esce il fatto generazionale. Forse non abbiamo capito niente perché siamo vecchi. Tutti gli spettatori erano nostri nipotini. E' chiaro che qualunque considerazione sulla qualità musicale del prodotto può risultare ridicola e magari anche un po' pedante. Non era come ai concerti di Allevi, dove la gente è convinta di ascoltare il nuovo Mozart, e non si chiede, magari perché non ci arriva, se è musica buona o no. Cioè il pubblico non giudica, crede al miracolo. Qui invece: tutti tosti, preparati, documentati e per niente sprovveduti. Quindi hanno ragione loro. O no?


Recupero dell'equilibrio, con l'aiuto di un filo di snobismo (nostro e indomabile), domenica 14 alla Sala Accademica di Santa Cecilia, ore 18. Benjamin Britten, uno dei principali autori del '900. Una serenata e un notturno per corno, tenore, sette strumenti obbligati e archi. Ottima esecuzione. Finalmente musica vera, nel senso che comunque è una cosa ricca, articolata, di livello superiore. Non è facile, può anche non piacere e risultare noiosa, ma rimane comunque cultura.

Va bene che è la prima calda giornata di primavera, ma in sala siamo cinquantasette (contati) mentre sul palco sono in trentadue a suonare, e in più l'ingresso è gratuito. E' una cosa leggermente vergognosa. Naturalmente nessun nipotino fra il pubblico. Tutti abbondantemente adulti.  Ci fosse almeno qualche studente del conservatorio. Non ne abbiamo visti.

La sala è bella, l'acustica buona, ma c'è un problema. I leggii dei musicisti non hanno illuminazione autonoma. E allora cos'hanno pensato? Sulle pareti ai due lati del palcoscenico hanno piazzato due minacciose batterie di nove fari ciascuna, le quali, sì, illuminano perfettamente le partiture, ma nello stesso tempo sparano dritti nelle pupille degli spettatori i loro raggi mortali, almeno fino alla quinta fila. Una sofferenza vera per gli occhi. Ecco che ne esce il parallelo alla rovescia con lo spettacolo di Woodkid. Anche lì la luce è usata a fini spettacolari, ma bene e con intelligenza. Qui a S. Cecilia invece è probabilmente e semplicemente il risultato casuale del lavoro di qualche elettricista non abbastanza appassionato da pensare a quello che faceva.

Usciamo che il pomeriggio non è ancora finito, c'è un dolce tramonto e Via del Corso brulica di gente. Molti giovani che probabilmente non sapevano niente del concerto. O, se lo avessero saputo, se ne sarebbero infischiati.

Hanno ragione loro anche stavolta. O no?



                                        

 

 
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In fila per la camera ardente

Post n°214 pubblicato il 08 Aprile 2013 da torossis
 

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 8 aprile 2013

      IN FILA PER LA CAMERA ARDENTE


Naturalmente, non è che adesso muoia più gente che in qualsiasi altro momento dell'anno, o del secolo, o della storia (epidemie e guerre escluse). Ci colpiscono quelli che se ne vanno in questi giorni perché molti sono della nostra generazione. E allora la faccenda cambia. E' vero, ognuno di noi si sente, per sua propria irrazionale ma non per questo meno granitica certezza, immortale. Il problema è che questa certezza comincia a essere un po' meno salda ogni giorno che diamo una scorsa ai necrologi sul giornale, o ci rendiamo conto di quanti spazi vuoti stanno cominciando a riempire la nostra rubrica telefonica.

Di fronte al fatto, i sentimenti tendono a diversificarsi: c'è il dolore e il senso di ingiustizia per la perdita di qualcuno, più o meno forte a seconda del bene che gli si voleva e di quanto improvviso o imprevisto è stato l'evento.  Magari con una piccola ma molto umana rassicurazione (se io sono qui per piangere il tale, vuol dire che non è ancora arrivato il mio turno e posso un attimo riprendere fiato).  

Poi c'è lo stupore, condito con un po' di risentimento, provocato da quelli, specialmente gli amici, che non ce la fanno, e si tolgono di mezzo da soli. E' chiaro che per rinunciare all'unica certezza che abbiamo, che è la vita (e naturalmente la sua negazione) bisogna stare davvero male. Eppure non riusciamo a capire come si possa scegliere (ma è una scelta?) di rinunciare a una cosa talmente unica che come sua alternativa nessuno è mai riuscito a offrirci un bel niente di accettabile. "E non veniteci a raccontare che ce n'è un'altra - citiamo ancora una volta il vecchio amico Vinicius de Moraes da una sua canzone degli anni '80 - perché per crederci avremmo bisogno di un documento ufficiale, certificato, vidimato e firmato: Dio!" (anzi, come lo pronunciava lui con quel suo meraviglioso accento carioca: Gìu!).

E la rabbia? Quella che nasce dal tradimento dell'amico che ti lascia di sua iniziativa, senza salutarti. Questa, e ci è successo di subirla anche recentemente, per noi è una vera carognata, oltre a essere una grande maleducazione. Ma come, decidi di non continuare con noi il viaggio che, lo sappiamo, è unico e a itinerario fisso, e scendi per primo dal treno senza una parola? Eh, no, questa non è amicizia.

Per non parlare del buono o cattivo gusto della messa in scena. Perché il suicidio è una rappresentazione, non c'è dubbio. E qui, appunto, si manifesta l'eleganza del primattore. Noi siamo solidali con quelli che decidono di scomparire davvero, in fondo a un fiume o in un altro continente, rinunciando all'effettaccio, e dimostrando così il loro rispetto per il pubblico. Mentre l'applauso glielo togliamo agli altri, quelli che si fanno trovare appesi a una corda, o squarciati da una fucilata con le frattaglie in giro per il salotto. Sono imprevisti di regia che rovinano lo spettacolo. E di sicuro avvelenano i momenti che ci restano, a noi spettatori sopravvissuti, prima del finale.

Forse è solo la coincidenza anagrafica, forse è l'alta percentuale di colleghi in partenza, certo che ultimamente, oltre ai nomi noti, Jannacci, Califano, Saba, ogni giorno abbiamo dovuto aggiungere qualcuno all'elenco: semplici conoscenti, amici, parenti. Insomma, davvero una bella ressa per il capolinea.

Tutto questo è, come abbiamo detto in principio, assolutamente nella norma. E tutto ci ricorda che la morte esiste e si deve chiamarla con il suo vero doloroso nome. Quello che ci fa calare il rispetto per l'intelligenza dei nostri simili (e parliamo di artisti che dovrebbero comunque essere al di sopra del conformismo) è il linguaggio infantile, a volte bamboleggiante che esce dalla bocca di molti quando si entra in argomento. "E' mancata" (a cosa?) "E' scomparso" (dove?) "E' tornato alla casa del padre" (aveva cambiato indirizzo?) "E' andato a dirigere l'orchestra degli angeli"... "guardatela, è là che canta sulla terza nuvola a sinistra"... "da lassù ci ascolta e ci protegge"... e via con queste scemenze. Paura, eh?

Mario Monicelli diceva sempre: "Solo gli stronzi muoiono". Fa ridere, anche se non si capisce fino in fondo cosa volesse significare quel grande vecchio. Ma è una battuta che sdrammatizza, e allora ci va bene comunque.

Perché è proprio sulle cose serie che bisogna scherzare. Tanto, per dirne un'altra: "Sul lungo termine siamo tutti morti".


                                 




 

 
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Traduttori traditori

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  1 aprile 2013

  TRADUTTORI TRADITORI


Non è detto che la vecchia definizione, da cui il nostro titolo, sia sempre vera. Di sicuro non alle sei del pomeriggio di domenica 24 marzo, nel concerto offerto dal Teatro dell'Opera di Roma. Gratis, come tutti gli altri della serie; particolare di non secondaria importanza.

Comodi in prima fila nella Sala Accademica di Santa Cecilia ci siamo fatti una bella scorpacciata di tutte le Variazioni Goldberg trascritte per archi da Dmitry Sitkovetsky. Bel lavoro di traduzione, perché una trascrizione altro non è se non una traduzione da una lingua all'altra, sempre con la speranza che non ci sia un tradimento. Oltre che ben scritta, benissimo eseguita dallo stesso Sitkovetsky al violino solista, insieme a una valida ventina di strumentisti italiani.

In questo caso, secondo noi si è trattato addirittura di un miglioramento dell'originale. Non imbizzarritevi subito. Intendiamo dire che in una trascrizione fatta bene, come questa, cambia, certo, il timbro e il numero delle voci che la raccontano, ma la storia rimane esattamente la stessa. E non c'è dubbio che, anche se tutto il materiale tematico, armonico, contrappuntistico di Bach è sublime, la voce del clavicembalo a cui nella versione originale è affidato il compito di esporlo è, senza offesa, piuttosto noiosa, insipida, con poca possibilità di arrabbiarsi o bisbigliare, insomma di comunicare, per via di quel pizzicato sempre uguale.

E allora, viva la traduzione-trascrizione per archi, viva le voci jazz degli Swingle Singers, viva la toccata e fuga per organo che diventa grande orchestra in Fantasia di Disney! Ci fanno arrivare meglio a Bach. E questo è già un merito sufficiente.

Parecchi anni fa uscì un LP intitolato "La vita è l'arte dell'incontro", in cui c'erano Sergio Endrigo e Vinicius de Moraes che cantavano, Toquinho alla chitarra, e, a dimostrazione di quello che diciamo, un Ungaretti che espelleva le sue poesie con una voce rasposa, ruvida, ma talmente appassionata da poter legittimamente far parte del quartetto musicale insieme agli altri tre. Le parole del poeta erano le stesse, ma che differenza fra il melodioso ruspante ruggito di Ungaretti e il professionale birignao di un attore magari bravissimo a fare Pirandello, ma non a recitare con vita una qualsiasi poesia. Questo sì, sarebbe stato un tradimento.


Bene. Cambiamo location. Mercoledì 27 allo Spazio Incontro della Fandango, presentazione dell'ottimo ultimo libro di Lidia Ravera "Piangi pure", che parla molto, moltissimo, di vecchiaia. In prima fila appollaiata sulla sedia come un immortale ragno, la sigaretta elettronica fra le dita artritiche, squassata ogni tanto da una tossaccia da tabagista, la decana di tutte, in quella folta presenza di signore in età: l'avvocato Cau, novant'anni dichiarati.

Come sempre, si ripete la liturgia della presentazione. L'intellettuale incaricato (non ne avevamo sentito il nome perché eravamo al bar a farci preparare un Negroni, professionale e ben riuscito), poi identificato come Marino Sinibaldi, attacca a ricamare intorno alla trama del libro rivolgendosi un po' al pubblico, e un po' all'autrice, con quel tono complice da "noi che facciamo parte del gruppo", che ci lascia sempre un po' così. Come, nei lontani anni dell'adolescenza, ci sentivamo un po' così davanti al primo della classe.

Questo succede un po' in tutte le presentazioni. Sembra che il presentatore più che presentare l'opera del presentato, presenti se stesso, la sua presenza nel presente della cultura, anzi, presentandosi ai presenti, ipotechi una presenza anche futura.

Lidia Ravera ascolta con una maschera che forse (nostra maligna immaginazione?) nasconde un "ma che dice, vecchiaia'sto professorino?" Poi con un sorriso cancella il cipiglio, e sdrammatizza con distacco, con ironia, e con alcune osservazioni sottili e magnifiche: "La scrittura, l'arte in generale, dà valore e rende meno noiosa la vita". E la più bella. Sulla vecchiaia. Tutti ne parlano male, ma per lei: "La vecchiaia è un'età artistica".

Noi, per ragioni ideologiche, ma anche, anzi soprattutto, personali, ci siamo trovati immediatamente e completamente d'accordo.


                                     


 

 
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L'ispettore Clouseau e il fortepiano

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 25 marzo 2013

L'ISPETTORE CLOUSEAU E IL FORTEPIANO


Giovedì 21 marzo. Presentazione del progetto "Suona francese". In via eccezionale, siamo tutti invitati a Palazzo Farnese. Che è un bel posticino. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello. Insomma una cosina di lusso. E' dello stato italiano ma in affitto all'ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l'anno), che ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d'Italia. Un bel fatto, soprattutto in questo periodo di catalessi.

Discorsi dell'ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n'è uno che si salva, parlano tutti come l'ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l'italiano, perché anche noi, quando andiamo all'estero...però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po' di sforzo e un livello leggermente più accurato ce lo potremmo aspettare. Niente.

Finita la "conferansa stompa", ci è stata imposta un'esibizione, per fortuna breve, del gruppo i Tetes de bois in omaggio a Leo Ferrè, nel più puro e noioso stile cantautorale anni settanta: intenso, intellettuale e soprattutto molto superato. Naturalmente, come usava allora, nessuna concessione alla musica che dev'essere solo una dimessa filastrocca al servizio di un testo di solito presuntuosamente sociale o narcisisticamente personale. Così è stato.

Poi un rinfreschino davvero striminzito; ma finalmente abbiamo potuto gironzolare per sale e saloni e uscire sulla grande terrazza che si affaccia sul Tevere. Una meraviglia.


Venerdì 22. Dopo l'Angelica della settimana scorsa, ci facciamo un'altra biblioteca storica, la Casanatense, ennesimo luogo di miracolosa bellezza (si tratta sempre di istituzioni legate alla Chiesa, che qualche merito in difesa della cultura, in passato ce l'ha avuto). Siamo qui per la presentazione di un interessante libro dell'amico A.G. Perugini sul musicista Bernardo Pasquini, seguita dall'esecuzione di qualche aria inedita dello stesso, trascritta da manoscritti ripescati negli sprofondi di rinascimentali archivi cardinalizi o papali.

E' curioso pensare, ora che stiamo tanto a combattere per il diritto d'autore e la sua tutela messa in pericolo da Internet, che a quei tempi, non solo questo diritto non esisteva, ma neanche se lo sognavano. L'artista, pittore, scultore o compositore era al servizio del principe, anzi, in un certo senso era di sua proprietà; la sua opera entrava nel patrimonio del potente che l'aveva pagata e che poteva farne quello che voleva: eseguirla nei suoi saloni, seppellirla in cantina, regalarla. E l'autore, zitto, o legnate sul groppone.

Certo, alcuni di loro, fra regali e mance diventavano ricchi. Ma le vere rockstar del periodo erano altri. Viaggiavano su carrozze di gran lusso, erano ospitati, riveriti, corteggiati da conti e duchesse. Le loro esibizioni facevano il pieno, e si permettevano di tagliare o allungare gli spettacoli per inserirci virtuosismi e bis a loro capriccio. Certo, per tutto questo avevano rinunciato a qualcosa di piuttosto prezioso. Erano i castrati.

Per tornare a Pasquini, le sue arie, detto fra noi, piuttosto insignificanti (infatti, il buon Pasquini non è che sia diventato una celebrità. Forse allora era famoso, ma certo non è entrato nella storia) ce le ha cantata una brava soprano accompagnata dall'insipido fortepiano.

Ci permettiamo di chiamare così un attrezzo di passaggio, suono un po' fesso e voce monotona, per fortuna durato pochissimo, nell'intervallo fra il decesso del clavicembalo e la nascita del pianoforte. Non ha più il fascino un po' noioso e poco espressivo, ma indiscutibilmente elegante, del vecchio clavicembalo, e purtroppo non ha ancora neanche lontanamente la potenza e la infinita espressività del giovane pianoforte. Insomma, un muletto della musica, un ibrido da dimenticare.

O meglio, da saltarci in groppa per farci trasbordare dalla fine di un periodo tecnico-artistico all'inizio di un altro.

 

                           


 

 
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Un'agenda esagerata

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

18 marzo 2013

UN'AGENDA ESAGERATA

 

Giovedì 7 marzo, Sala Accademica di S. Cecilia.

Concerto dedicato a Berio. Entriamo in ritardo, perdiamo il primo pezzo, ma il secondo "Sequenza VII per oboe del 1969, ci conferma nella nostra opinione: molte di queste composizioni diciamo così sperimentali, riascoltate in tempi successivi non sono più belle (forse non lo erano neppure allora, ma almeno erano, appunto, sperimentali). Insomma, sono rimaste un documento, ma non sono diventate un piacere. Un piacere totale è stato invece il successivo "Folk songs" per mezzosoprano e sette esecutori, soprattutto per merito di Alda Caiello che ha portato in scena la sua cassa toracica ornata da poppe monumentali e generosa di una voce potentissima, versatilissima, bellissima.

 

Sabato 9, ore 18 alla Biblioteca Angelica. Gran folla per due installazioni visive di Jannis Kounellis e Bizhan Bassiri, con musica di Stefano Taglietti. La Biblioteca Angelica è un meraviglioso salone barocco tappezzato fino al soffitto di libri rarissimi e bellissimi. L'istallazione di Bassiri era una specie di grande pizza di cartapesta rossa appesa a due catenelle. Quella di Kounellis una serie di sacchi di juta pieni di pagnotte, rosette, ciriole e sfilatini, ammucchiati sui banchi di lettura. La musica di Taglietti, una sorta di parafrasi su temi di Mozart, bruttissima, era affidata per l'esecuzione a due violoncelli e un contrabbasso, nelle mani, quest'ultimo, del famoso solista Franco Petracchi, bravo, ma non abbastanza taumaturgico da salvare la composizione. Diffuse espressioni di sconcerto sulle facce della gente mentre un bisbiglio serpeggiava fra la folla: "E' ora di merenda: il pane c'è. Dove sarà la mortadella?"

 

Domenica 10. Sala Petrassi. Requiem di, e in omaggio a, Hans Werner Henze, morto da pochi mesi. Una magnifica e neanche troppo ostica serie di "nove concerti spirituali" di atmosfere diverse. Molto bene eseguiti dall'Ensemble di S. Cecilia e dalla PMCE Orchestra, benissimo condotti da Tonino Battista, uomo dall'aspetto elegante e, sul podio, direttore dal gesto bellissimo ed eloquente.


Lunedì 11. In programma: riposo. Invece a un certo punto ci telefona un amico organista. Corri a S. Agostino, c'è un bel concerto. Infatti. Orchestra "Le Metamorfosi Musicali" e coro del PIMS, Pontificio Istituto di Musica Sacra. Ottima l'orchestra, eccellente il coro, sopraffina l'acustica che amplifica le voci (e impapocchia le percussioni, tanto è vero che i pianoforti dovrebbero stare sempre fuori dalle chiese). Soprattutto efficace un brano di Bruckner, il cui gustoso impasto è ulteriormente arricchito da tre tromboni che amalgamano benissimo il tutto con i loro echi succulenti mantecati sulle volte.

 

Martedì 12. Teatro Studio, Parco della Musica. "From Hollywood with love". The Jazz Connection Sextet. Un garbatissimo show all'antica, con i musicisti in elegante giacca bianca, i cantanti in nero, e un repertorio ben suonato che, come da titolo, comprende il meglio del meglio della produzione americana anni trenta e quaranta.

Infelice, perché davvero fuori stile, è invece la presenza di Riccardo Rossi, presentatore chiassoso e volgare e, come leggiamo nel programma a sua maggiore colpa, anche autore dei testi. Ha gridato troppo, ha fatto inopportuni riferimenti all'attualità politica nostrana, e alla presunta omosessualità di Fred Astaire. E' riuscito a scippare quattro risate al pubblico con battute in pesante romanesco, mentre raccontava di Cole Porter o di Gershwin (argomenti che richiederebbero un parlare raffinato e una dizione perfetta). Siamo convinti che il suo ruolo sarebbe stato svolto molto meglio da Roberto Podio, padre fondatore del sestetto, uomo di classe e di spirito; che però nella circostanza era occupato a suonare la batteria. Non si può fare tutto. Peccato.


Giovedì 14. "Il pianoforte di Bach" alla Sala Casella. Quattro giovani pianisti selezionati ai corsi di Ramin Bahrami, oggi considerato il più innovativo interprete di Bach. Due dei ragazzi da scartare subito (con loro Bach risulta morto, come da anagrafe); il terzo, bravo, ma superato dal quarto, anzi la quarta, Marialuisa Veneziano, che ci è piaciuta di più. Incantevole guardarne il profilo da dove eravamo seduti, in prima fila, perché quello che suona lo vive con espressioni (e smorfie) di sopracciglia, naso, bocca, occhi, collo. Insomma, anche senza colonna sonora capiremmo quello che succede solo guardandola. Poi, una tecnica così ineccepibile che l'ascoltatore si può rilassare, tranquillo che l'errore non ci sarà. E infine perché interpreta Bach come si dovrebbe. Come se invece che morto da duecentocinquant'anni fosse ancora fra noi: vivo e pieno di swing.


Venerdì 15. Le idi di marzo. Ore 16.30, Area Sacra di Torre Argentina. Messa in scena dell'assassinio di Cesare nel luogo preciso dov'era avvenuto venti secoli fa. Ci aspettavamo un decoroso spettacolo giù negli scavi. Sarebbe stato suggestivo, e noi del pubblico tutti intorno a guardare attenti verso il basso. Invece no, niente discesa fra le rovine. Sul marciapiede quattro sfigati in toga, sul genere dei centurioni fasulli del Colosseo. Vocianti, agitati e apparentemente senza regia. Una bufala.

Ore 17.30, Palazzo del Monte di Pietà. Mostra d'arte contemporanea in omaggio a Mattia Preti, organizzata da, nientedimeno che: Consiglio di Stato, Comune di Roma, Primo Municipio e Galleria Spada. Sorvolare sulla qualità delle opere è il minimo per sopravvivere. Vale la pena di citare così, tanto per ridere, un quadro di Ennio Calabria, pittore accompagnato da una certa fama, del tutto usurpata, intitolato (non dimentichiamo che la mostra era in onore di Preti) "Bonjour Monsieur Caravaggio". Errore di persona? Per fortuna un amico prezioso ci introduce con circospezione nella meravigliosa cappella di palazzo, appena restaurata e scintillante di marmi colorati. Questa sì, una bella sorpresa.



                                      

 

 
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Dispetti della Siae

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

11 marzo 2013

  DISPETTI DELLA SIAE


Il primo marzo è stato allietato da un evento faraonico: le elezioni alla Siae. Una spesa probabilmente spropositata per affittare il palazzo dei congressi di Roma, e per scritturare una sterminata schiera di hostess e steward, con una caterva di superflui computer a disposizione. Più o meno uno a tre per i pochi associati venuti a votare (circa millecinquecento su almeno centomila aventi diritto).

E sì, perché le cose sono state rese davvero complicate, che di più non sarebbe stato possibile.

Intanto si è votato solo a Roma, con tutte le sedi regionali a disposizione, e soprattutto con la moderna tecnologia che avrebbe permesso un collegamento sicuro, facile e istantaneo. Un dispetto?

Poi, la delega che era stata garantita gratuita presso qualunque ufficio comunale, è risultata nella maggior parte dei casi certificabile solo dal notaio. Settanta euro in media. Un altro dispetto?

E in più, pur essendoci tutto il giorno per il voto, gli associati dovevano arrivare all'EUR (per chi non lo sapesse, zona molto decentrata della città) al massimo entro le undici del mattino per accreditarsi. Un altro dispetto ancora! Forse per evitare le file? Neanche per sogno, con tutti i computer a disposizione, non ci sarebbero state di sicuro.

Il risultato? Che praticamente tutti quelli che avrebbero voluto venire da fuori sono stati esclusi.

Malgrado la fantascientifica dotazione, poi, in sala si schiattava dal caldo. Forse il condizionamento era un extra e su questo si è voluto risparmiare. Mentre non si è risparmiato sui cornetti, le bombe e i bignè, peraltro buoni, presenti in quantità impressionanti sui vassoi del buffet. Niente di salato, però. E neanche un bicchiere di prosecco verso il pomeriggio. Misteri del catering. O paura che i maestri si imbizzarrissero con l'alcol?

Nonno Gianluigi (il nostro ultranovantenne commissario Rondi) è rimasto valorosamente sul pezzo tutta la giornata, anche se verso la fine, nel momento più importante, cioè quando c'era da leggere i risultati si è impappinato, tanto è vero che uno dei subcommissari è dovuto intervenire a scandire meglio. Un po' come nei matrimoni di campagna. All'inizio, tutti composti, poi poco a poco i suoceri si appisolano, i giovani amorosi ne approfittano, la servetta ruba per conto suo, e alla fine chi ci rimette sono gli invitati.

Numerosi gli interventi al microfono, alcuni condivisibili, altri inutili e, come spesso accade fra noi artisti, troppo autoreferenziali.

Per tutto il tempo le prime file sono state abbagliate dalla candida luce riflessa da una grossa mongolfiera che fluttuava sul palco, in seguito identificata come la pancia del D G Blandini.

 Insomma, un pittoresco pic nic, anzi, una gita fuori porta che comunque ci ha dato l'occasione di salutare amici che non vedevamo da tempo. Certo, cara come scampagnata, ma evidentemente bisognava fare bella figura...

Per finire, nel parcheggio davanti al palazzo c'erano non una (precauzione forse ragionevole data l'età media dei votanti) ma ben due ambulanze. Perché due? "Presto detto - ci ha chiarito un arguto collega di cui non faremo il nome - in caso di emergenza, in una c'è il defibrillatore. In caso di catastrofe, nell'altra c'è l'inceneritore".


 

P.S. La settimana scorsa avevamo promesso un'esternazione di Allevi. Eccone parecchie, emesse in occasione del suo recente concerto così annunciato dai giornali: "28 febbraio, Auditorium della Conciliazione. Giovanni Allevi - Sunrise", e l'aggiunta più importante: SOLD OUT. Vorremmo averli noi tutti i suoi furbissimi sold out. Certo, se il pubblico ci va, ha senz'altro ragione lui. Confessato questo peccato di bassa invidia, cerchiamo di riscattarci smascherando la scempiaggine del suo pensiero. "l'ultimo album Sunrise che in italiano vuol dire alba...un'alba colorata che segue un periodo buio e che per questo motivo è ancora più intensa. E' successo che questo era solo un percorso mio interiore, ma improvvisamente ha assunto una dimensione collettiva..." e giù in uno svenevole sbrodolio new age. Questo sulle pagine di Repubblica.

Più istruttivo l'ascolto di una puntata dell'incontro radio "Citofonare Cucchiarini" in cui Lorella, fra sciocche risatine e imbarazzanti slinguazzate al genio (compreso, compreso anche troppo), dà al nostro l'occasione di spararne altre, anche lui ridacchiante come una scolaretta. "La musica mi arriva in testa già strutturata"..."Mentre dirigevo il concerto, saltellavo giulivo davanti all'orchestra"..."Il buio che ha preceduto sunrise era dovuto alle critiche di un anziano violinista (per chi ancora non lo sapesse, Uto Ughi, uno qualsiasi, insomma), ma una notte in sogno mi è venuta una melodia, e allora con questa ho composto il mio concerto per violino e orchestra" per continuare alternando ai vaneggiamenti verbali, l'ascolto di brani che definire pappette di semolino sarebbe davvero sperticato. Fabio Vacchi, per citare un critico fra molti, di Allevi dice: ..."non riesco neppure ad avere opinioni su di lui". Forse un tantino snob, ma in fondo siamo d'accordo anche noi.

Però, a costo di ripeterci per la milionesima volta, tanto di cappello a uno che riesce a trasformare il semolino in oro.

 

                                         




 

 
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Tonnarelli e jazz

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  4 marzo 2013

 TONNARELLI E JAZZ


Conosciamo poche persone in circolazione che sanno tutto, ma davvero tutto su un argomento. Una di queste è Adriano Mazzoletti, e l'argomento è il jazz. Ha condotto festival e trasmissioni, ha scritto un paio di formidabili enciclopedie. Sa tutte le date di nascita, battesimo, cresima ed estrema unzione dei musicisti fin dalla notte dei tempi. Da qualche settimana, il lunedì sera, Adriano organizza incontri, per così dire, intimi con jazzisti italiani in uno spazio a Via Urbana 47, attiguo a un  ristorante dallo stesso nome, dove fanno degli ottimi tonnarelli cacio e pepe.

Per primo abbiamo avuto Antonello Salis, l'11 febbraio. A vederlo, è un totem arcaico dai lineamenti di cuoio vecchio, e mani come pale; però quando prende la fisarmonica o si mette al piano diventa modernissimo per note, accenti, valanghe di suoni, pur rimanendo primordiale (sudore, borbottii, grugniti quasi sovrumani). Poi, a parlarci insieme, per esempio davanti ai tonnarelli di cui sopra, è un uomo normalissimo, anche timido.

Lunedì 18 era il turno di Rosario Giuliani, sax contralto. Ma prima, per non esagerare con le frivolezze, siamo passati a un incontro-concerto su Giacomo Carissimi all'oratorio del Crocefisso. Qui niente di audace, ma una sfilza di serissimi professori e musicologi, fra cui il direttore della Cappella di San Giacomo, Flavio Colusso.

D'inverno il maestro Colusso indossa i mezzi guanti; come un grande che ci ha lasciati da poco, Gustav Leonhardt. Vorremmo ricordarlo da un nostro vecchio uovo avvelenato: "...alla tastiera Gustav Leonhardt, massimo solista al mondo. Un nordeuropeo fisicamente sobrio al limite del funereo. All'applauso immancabile, perché lui è davvero perfetto, il maestro china il capo di un quarto di pollice, e su uno zigomo si intravvede un guizzo che potrebbe essere un sorriso polare. Un amico, andato a prenderlo alla stazione, aveva preparato un CD di Beethoven da ascoltare in macchina. Appena l'ha messo su, il maestro ha fatto una certa faccia, poi ha chiesto di spegnere quella roba. Troppo moderna. Quando suona, con le mani coperte da mezzi guanti di lana nera, dalla tastiera promana il torpore sublime del clavicembalo, strumento che canta, bene, ma senza mai cambiare umore".

Ecco, l'amico Colusso è tutto il contrario; di aspetto, e ancor più di brillantezza quando parla. Ci ha raccontato la grande fama raggiunta da Carissimi. Al punto di permettersi più di una volta di rifiutare "assegni in bianco" (testuale) offerti da re e imperatori pur di rimanere libero. E della sua predilezione per i castrati, all'epoca ancora molto popolari, le cui voci lo affascinavano tanto da scrivere la maggior parte delle sue composizioni per loro. E abbiamo ascoltato vari brani del festeggiato. Per l'occasione i due castrati in partitura erano sostituiti da normali signorine. Anche perché pare che sia piuttosto difficile trovarne ancora in circolazione.

Torniamo a oggi. La formula degli incontri di Mazzoletti è naturalmente basata sull'ascolto degli ospiti dal vivo, ma anche su una serie di quiz cattivelli ai quali vengono sottoposti i malcapitati. I quali, pur cavandosela bene, come Giuliani, che è andato meglio di Salis, non riescono mai a raggiungere la supremo onniscienza di Mazzoletti.  

Anche Giuliani ha suonato, come d'altra parte c'era da aspettarsi, benissimo e con una presenza fisica assai più pacata del suo predecessore, insieme all'ottimo Roberto Tarenzi al piano. Il lunedì successivo, Giovanni Tommaso, contrabbassista, non ha suonato. Un contrabbasso, da solo, ha qualche difficoltà. In compenso abbiamo chiacchierato tutti insieme come nel salotto di casa, naturalmente dopo gli ormai tradizionali tonnarelli.  Racconti dagli anni sessanta in poi, con episodi sconosciuti, divertenti, struggenti, e come sempre, Mazzoletti a puntualizzare date, sostituire nomi, canticchiare temi. Non sbagliando una virgola. Stupefacente.


Martedì 26 incontro omaggio ad Ada Gentile alla Sala Casella, con l'esecuzione di tre sue musiche, una più bella dell'altra. E una presentazione storico-aneddotica di Ugo Gregoretti, come sempre divertente e mai frivola.


Giovedì 28 concerto all'Argentina. Musiche del '900 con il Quartetto di Venezia, squisitamente introdotto da Sandro Cappelletto. Fra gli altri in repertorio, il bel quartetto n. 8 di Schostakovich, chiaramente il frutto dei pochi momenti in cui quel poveraccio poteva smettere di fare il trombone del regime e finalmente essere sé stesso: leggero, perfino brillante, mentre di sicuro nella sua cupa quotidianità in Urss c'era poco da stare allegri.

Durante l'esecuzione di quest'ultimo brano abbiamo notato un gran mettere e togliere dai ponticelli le sordine, e ci siamo resi conto di una cosa: come mai questo aggeggio in italiano si chiama sordina, mentre in inglese diventa "mute", cioè mutina?


P.S. La settimana prossima solo cose da ridere: le recenti esternazioni di Giovanni Allevi, le elezioni della SIAE e altre pagliacciate.



                                       



 

 
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Pausa elettorale

Post n°208 pubblicato il 25 Febbraio 2013 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    25 febbraio 2013

 PAUSA ELETTORALE

 

     Per evitare di essere calpestato dagli zoccoli di tutte quelle pecore che ondeggiano alla ricerca del pastore che grida più forte, il Cavalier Serpente si vede costretto a rimandare la deposizione del suo uovo avvelenato alla settimana prossima.

     E nel frattempo rifugiarsi nella sicurezza (?) della cabina elettorale.

 

 

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Sanremo 2013, il diario

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   18 febbraio 2013

   SANREMO 2013, IL DIARIO


MARTEDI'

Dunque: le facce quasi spaventate dei coristi di Verdi, e più tardi quelle terrorizzate dei coristi dell'Armata Rossa, anche perché, per loro, una stonatura e il viaggio di ritorno diventa probabilmente un nonstop Sanremo-Siberia.

Gli occhioni sgranati di Mengoni, subito seguiti da quelli di gazzella di Marco Alemanno, con l'inevitabile applauso al fu Lucio Dalla, che fa il patetico paio con il "Ciao Mimmo!" strappacuore di Cotugno.

Gualazzi coraggiosamente offre il proprio cognome alle rime minacciate poco prima dalla Littizzetto, discola per contratto. Che quella rima non l'ha ancora usata, ma di trombare ha già parlato, come della cacca dei cavalli del suo cocchio.

Ci siamo sentiti molto solidali con il povero Crozza, il quale, malgrado tutta la sua esperienza, a un certo punto è stato colpito dalla salivazione azzerata spesso evocata da Fantozzi, mentre i rompiscatole dal pubblico lo importunavano. Bravo Fazio con il suo bonario ma efficace intervento.

Maria Nazionale ci ha portati dritti dritti alla festa del boss, vibrato napoletano, abito rosso ed espressioni di intenso patetismo comprese. Niente di male: la canzone napoletana è anche così.

E per finire la malinconica, e soprattutto noiosa esibizione di quei due tristissimi signori venuti ad annunciare al mondo, attraverso dei cartelli, che per sposarsi dovevano andare fino a New York. Va bene la difesa dei diritti gay, ma, visto che tutta questa faccenda, troppo lunga, e con l'aggravante di un pianoforte moscissimo in sottofondo, si è svolta in scena, tanto valeva lasciarglielo dare lo sbandierato e poi rientrato bacio coniugale. Anzi, a noi non sarebbe dispiaciuto vederli fornicare sul palcoscenico dell'Ariston. Un po' di horror, no?


MERCOLEDI'

Guardando questa seconda puntata siamo arrivati a una ponderata conclusione: la vera protagonista del Festival è la scala. Quella meravigliosa scala nera, giù per la quale scendono le belle ragazze e gli ospiti; che poi si scompone: i gradini si snodano a destra e a manca e si divincolano in alto. E il tutto diventa una grande mascella di squalo dalla quale vengono sputati i concorrenti. Una bella macchina e una bellissima scenografia.

Apre Beppe Fiorello, che è un bravo attore, e canta pure bene, ma esagera con una troppo lunga serie di cover di Modugno, con addosso la giacca di Mimmo, che poi restituisce insieme a una lacrimuccia alla vedova. E' chiaramente un traino alla fiction in programmazione a giorni.

La Littizzetto è sempre discola, ma più simpatica e scorrevole di ieri accanto a un Fazio sempre uguale, che le fa da camomilla. La coppia perfetta.

I lettori più anziani ricorderanno i compagni dei giochi in campagna: conigli e gatti d'angora, riconoscibili per gli occhi rosa. Cristicchi, spesso inquadrato in primissimi piani con due occhi proprio così, ha stonato e sfiatato in un pezzo noiosissimo.

Stesso tipo di emozione regalataci da una signora molto più piacente ed elegante, venuta subito dopo a bisbigliare in francese un brano di sconcertante sciocchezza, aggravato da un accompagnamento alla chitarra tanto minimalista da risultare inesistente. Una certa Bruni Carla in Sarkozy.

Ciliegina gay con la canzone (ok) di Renzo Rubino.

Bellissima voce e orribile taglio di capelli dell'israeliano Asaf Avidan.

Gran finale con lo stesso Fiorello dell'inizio, e ancora una cover dello stesso Modugno.

Il pericolo di queste serate è che uno le segue da casa, in comode poltrone, con accanto un bicchiere sempre vuoto, ma anche sempre pieno. In quattro ore se ne vanno bottiglie intere.


GIOVEDI'

Mitridatizzazione: da Mitridate, re del Ponto, il quale, per immunizzarsi contro possibili avvelenamenti, prendeva ogni giorno una piccola dose di tossico, fino ad abituarsi e renderlo innocuo.

E' la terapia a cui ci hanno sottoposto i due sciagurati in apertura di serata cantando insieme Trottolino Amoroso. E bisogna dire che ha funzionato perché, veramente, dopo quell'ascolto non poteva capitarci niente di peggio.

Anche se:

1.      La telecamera oggi, ieri e l'altro ieri ha troppo insistito sui primi piani del chitarrista in orchestra, un bravo musicista, ma di aspetto, portamento ed espressioni funeree, e senza mai il sospetto di un sorriso.

2.      Elio, in disaccordo con la critica e i giornali, continua a non sembrarci quel genio della musica che tutti dicono, ma solo un divertente furbacchione.

3.      Durante il monologo della Littizzetto, invece di normali risate o reazioni umane, dal pubblico parte spesso il solito applauso televisivo, ben freddo, che gela il ritmo del discorso. A noi è piaciuto come è riuscita a eliminare ogni venatura equivoca, lasciando intatto il suo semplice significato letterale alla parola "stronzo" (un uomo che picchia una donna è solo uno stronzo).

Bella la faccia di Baggio, funestata da una di quelle schifose barbette (per intenderci, alla Ascanio Celestini, ma più scarsa), che fanno pensare, più che a un mento, a un pube spelacchiato. E carino lui con il suo impegno sociale. Il problema? La lettera troppo lunga e patetica, letta senza un minimo di distacco. In fondo siamo a un festival, non a una riunione di lupetti.

E poi quel grosso frolloccone in poncho: Anthony and the Johnsons (ma chi sono, e soprattutto, dove stavano nascosti questi Johnsons?), presentato come la voce del secolo. Mah. Dopo il suo banale pippone ecologico-femminista, durante il quale abbiamo intravisto Fazio piuttosto insofferente, ci è sembrato solo un gran maleducato, che se ne è pure andato senza salutare.

In chiusura, bis dell'inizio: di nuovo il Trottolino, e buonanotte.


VENERDI'

Ci siamo arrivati finalmente, al cimitero degli elefanti.

Lo si capisce dal frequente applauso funebre ogni volta che si nomina un illustre dipartito. Lo diciamo naturalmente con tutto l'affetto per le persone (molti vecchi amici). E' un po' come all'uscita di chiesa della bara. Un'abitudine che non ci piace un gran che. Nell'ordine, sono stati omaggiati: Dalla, Pavarotti, Tenco, Buongiorno, Bardotti e Mia Martini. R.I.P.

Se fossimo nei panni di Pippo Baudo, che all'apparizione (da vivo) ha ricevuto una standing ovation, cominceremmo a preoccuparci. Ne riparliamo dopo.

Nuovi primi piani sul chitarrista funereo, solo che stavolta era alla mandola.

Delle riesumazioni ci ha colpito positivamente "Tua" per il bell'arrangiamento e la chitarra di Franco Cerri, uno dei tanti vecchietti della serata, un po' vacillante sulle gambe ma sempre swingarolo. Alla fine del pezzo, Fazio, lo ha riconsegnato al duo Molinari-Cincotti con un: "Prendetelo ...anzi, accompagnatelo voi, il maestro Cerri" Un pacco, ecco cosa si diventa a un certo punto.

All'inaugurazione della statua di Mike, troppi, inutili e sgarbati i primissimi piani su un devastato panorama che sarebbe stato meglio nascosto da una veletta. Parliamo del volto alieno della vedova Buongiorno.

Torniamo a Pippo. Finalmente bianco e ingrassato. Lui non è un vecchietto. E' un vecchione, addirittura ingombrante con la sua presenza monumentale. Non ha dato spazio a nessuno. Certo, al dittatore giubilato non competono né ironia né leggerezza. Forse sottolineare la sua pesantezza è esagerato, e magari snob, ma c'era, e si è sentita.

Quanto è invece simpatico, spiritoso, leggero e intelligente alla tastiera Stefano Bollani! Se fosse anche bello, saremmo tutti schiantati dall'invidia.

E per finire, un altro nonnino, delicatino, fragilino, con tutto il suo mito. Caetano Veloso ha cantato con un filino di vocina, sufficiente finché è rimasto nel genere brasiliano. Quando ha attaccato Volare, questo filino ci è sembrato davvero troppo striminzito.

Poi, presto tutti a dormire, che la casa di riposo chiude.


SABATO

Si apre con cavalcata delle Walkirie e marcia dell'Aida. Daniel Harding dirige guardando in cima al muraglione, dove sono appesi i suonatori. Fazio lo ringrazia più volte con deferenza per la sua presenza a Sanremo, neanche fosse il dio della musica colta (anzi d'arte, come la chiama lui) sceso in mezzo alla spazzatura. Come mai tanta umiltà? Non sarà mica venuto gratis?

Di nuovo ci siamo sentiti in imbarazzo per un comico. Stavolta Bisio. Stentato, tutto in salita, molto qualunquista, faticoso da seguire, spesso volgare, giustamente ignorato dal pubblico e comunque troppo lungo. Bocciato.

E poi Bocelli, un caso estremo di disperata mancanza di swing. Ha massacrato, di sicuro senza rendersene conto, "Love me tender" e "Quizàs, quizàs, quizàs". Questo dello swing è un ostacolo capace di far finire qualunque musicista in un vicolo cieco.

Oops!



                                          

 

 
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Parole, parole, parole

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

      11 febbraio 2013

   PAROLE, PAROLE, PAROLE


Il Teatro Argentina è costruito sopra le rovine del Teatro di Pompeo, uno dei più sontuosi edifici dell'antichità. Qui a Roma, negli ultimi duemila anni si è andati avanti così. Teatri sopra i teatri, ponti nuovi sopra quelli vecchi, chiese sopra i templi. S. Nicola sopra Giano, la Madonna sopra Minerva, e via sostituendo.

Il 5, nel pomeriggio, eravamo alla Sala Squarzina dell'Argentina per la presentazione del bel libro su Regina Bianchi di Maricla Boggio.

Ancora una sbirciatina all'architettura prima di procedere. La Sala Squarzina è uno dei più orripilanti esempi del gusto anni '70. Sgraziatissima nelle proporzioni (come un altro ambiente di cui vi parleremo fra un attimo), perché troppo lunga, stretta e alta, è stata notevolmente peggiorata con la ristrutturazione. Ha un pavimento mortuario di marmo biancastro lucido, quattro enormi e incombenti grappoli di palle luminose, lampadari esagerati, tutto un lato aggravato da tre ballatoi sempre più sporgenti verso l'alto, con ringhiere di spirali metalliche che fanno pensare a un penitenziario, e l'altra parete infilzata da frammenti di mascheroni recuperati dal sottostante teatro romano, di bellissimo marmo di Carrara, che in tutto quell'orrore sembra polistirolo di Cinecittà.

L'altro ambiente, sopra citato, che aveva in partenza gli stessi squilibri di dimensione (troppo lungo, stretto e alto) è la Cappella Sistina, ma abbiamo la sensazione che, certo grazie all'impiego di maestranze più qualificate, il problema sia stato risolto meglio.

Torniamo alla presentazione. In tavola una portata di bei nomi: Ugo Gregoretti, Gabriele Lavia, Italo Moscati, che ha moderato e condotto efficacemente (qualche volta costretto a richiamare alla brevità un chiacchierone fuori controllo) l'incontro, e Mariano Riggillo. Oltre all'autrice, naturalmente, la più sobria di tutti nel parlare.

Ugo Gregoretti ha fatto ancora una volta sfoggio della sua arguzia infinita, dell'inesauribile aneddotica, di un uso di accenti e articolazione da vero attore, e di una sempre crescente civetteria nel portare l'età a scusante di qualche dimenticanza. Ha innescato un serpeggiare di risate quando ha ammesso il proprio rincoglionimento (testuale) di ultraottantenne. E' uno dei pochi in circolazione che riesce a non essere mai noioso.

Altri interventi hanno aperto uno spiraglio su ciò che si scatena quando si dà il microfono a qualcuno del mondo dello spettacolo: il soggetto puntualmente apre con parole di lode per il collega o per l'opera in corso di celebrazione, per scivolare più o meno abilmente, ma implacabilmente, nel tema sul quale più di ogni altro è preparato: sé stesso.

Si è anche manifestata, appena camuffata, qualche forte spruzzata di insofferenza verso la vicenda ormai decotta del Valle occupato da più di un anno. Quando la rivoluzione mette le pantofole comincia a fare la muffa.

E poi c'è stato l'assolo di Gabriele Lavia. Un parlare pomposissimo con pause di esagerata estensione e di incongrua collocazione, usate, ci sembra, solo per creare un'aura di intellettuale compiacimento. Un'amica attrice, dalla sedia accanto ci ha bisbigliato che nell'ambiente le chiamano, per quanto sono vuote, le pause in cui si sentono passare i treni.

A noi invece hanno fatto venire in mente un famoso personaggio di Verdone: quel ragazzone mezzo suonato che ogni tanto si ferma a metà del discorso, rovescia gli occhi verso l'alto e annaspa in silenzio per riacchiapparne il filo.

Il libro su Regina Bianchi? La presentazione è stata interessante. Adesso lo leggiamo, e poi ve ne parleremo. Naturalmente dopo Sanremo, l'evento che sta per invadere le nostre vite per quasi una settimana.

Speriamo di farcela. A sopravvivere.


P.S. Appena in tempo. Stamattina, domenica 10, insieme al cappuccino ci arriva il paginone di Repubblica con una grande intervista a Gregoretti, di Antonio Gnoli, da dove vengono fuori ancora meglio tutte le sue arguzie, le ironie, e le spudorate verità a cui abbiamo accennato alcune righe fa. Ci è piaciuta. Un po' meno il ritratto firmato da Mannelli, di solito eccellente illustratore e captatore dello spirito dei suoi soggetti, che questa volta, forse con l'intenzione di evidenziare la malizia di Gregoretti, deve aver sbagliato qualche linea, perché (guardate bene il disegno) le sopracciglia e gli occhi dietro le lenti anziché arguti a noi sembrano cattivi. Forse ci sbagliamo, ma ci pare di no.

 

 

 

 

 
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A volte ritornano...

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

 4 febbraio 2013

   A VOLTE RITORNANO...


Cominciamo con il cinema. Lunedì 28 gennaio, all'Associazione Autori Cinematografici si proietta "I delfini" di Citto Maselli, un film di cinquantatre anni fa. E' una perfida storia di provincia con finale amaro, molto ben scritta e girata. Ma anche datata nella recitazione, nelle teste cotonate delle ragazze, Claudia Cardinale e Antonella Interlenghi, tanto belle quanto cagne, nell'esagerazione antipatica di Tomas Milian, nella liscia inespressività di Sergio Fantoni.

Per noi l'evento nell'evento è la presenza in sala dell'amico Domenico Colarossi, il quale, proprio in quell'epoca fece il botto con il pezzo "What a sky", inserito nella colonna sonora, e diventò Nico Fidenco. Ci ha raccontato il decollo, immediatamente dopo l'uscita del film, del suo 45 giri, che aveva sul lato A la versione inglese della canzone e sul B quella italiana. E l'atterraggio in cima alla classifica distaccando di un centinaio di migliaia di copie "Banana boat" dell'allora superfamoso Harry Belafonte.

Brivido d'orgoglio, e uno a zero per l'Italia.

E bella sorpresa per lo stesso Citto Maselli, firmatario del testo italiano, che ancora adesso gongola quando ricorda l'assegno arrivatogli dalla SIAE a fine semestre.


Passiamo alla musica. Ventiquattrore dopo, martedì 29, alla Sala Petrassi del Parco della Musica, altro appuntamento, sempre con un occhio al passato, e in ballo un altro nome famoso: Domenico Modugno. Spettacolo sponsorizzato dall'Avis e condotto da Gianni Davoli, durante il quale, il Cavalier Serpente se avesse avuto le mani non avrebbe smesso un momento si fregarsele.

Andiamo a cominciare. Annunciati sul comunicato stampa, una sfilza di ben quarantadue eccezionali ospiti d'onore. Presenti, ne abbiamo contati sei in tutto.

Apre la serata un rappresentante dell'Avis e degli altri promotori, che in poche iettatorie battute ci rallegra con storie di cimiteri, cuori che smettono di pulsare e bambini che si spengono lentamente; accompagnato, per la consolazione dei nostri occhi, da Miss Fair Play 2011 in una minigonna, come dire, così artistica che una voce (femminile) dietro di noi non riesce a trattenere un "Troppo fiiiiga, con tutti questi bambini morti!"

In scena abbiamo, oltre a Davoli, una dozzina di musicisti e tre belle coriste, tutti correttamente in nero; e poi un attore in camiciazza bianca, jeans e scarponcini che rappresenterebbe lo sgangherato filo del racconto. Con dialoghi tipo:

Attore: "To', eccomi qui in cantina. Guarda guarda, un vecchio baule. Cosa ci sarà dentro?"

Davoli, che recita da interlocutore con la stessa verve di un cavolfiore bollito: "Sta a vedere che ci trovi una sveglietta..."

Attore: "Ma guarda, è proprio una sveglietta!"

Davoli canta "La sveglietta".

E così via per un paio d'ore, lungo tutto il repertorio di Modugno, in un crescendo di alta drammaturgia, accompagnato da audacissime invenzioni coreografiche. Durante l'esecuzione di "Musetto", una ballerina con maschera da carnevale di Mestre (non di Venezia, eh!) si trascina avanti e indietro sul palco, per finire accasciata sulla spalla di Davoli. Anche " Lu pisci spada" è impersonato da un mimo, che avremmo preferito vedere arpionato al posto della povera bestia.

Sullo schermo dietro l'orchestra si alternano immagini da vecchio campionario di effetti visivi: cieli con stelline disneyane, nuvole di panna, fiorellini, e simili baggianate. Tutto sul filo di un coerente, attento, rigorosissimo cattivo gusto.

Ciliegina. La canzone di Davoli, dedicata a "Un angelo coi baffi" che sono naturalmente quelli di Modugno, con un furbo testo, praticamente un elenco dei titoli di tutte le sue canzoni, e una musica molto, ma molto patetica.

Non vogliamo esagerare con il massacro, ma all'uscita ci è venuto in mente che forse ci sarebbe piaciuta di più, e sarebbe stata certamente più utile dato il tipo di serata, una bella trasfusione di sangue.



P.S. Se vogliamo rimanere sul passato che ritorna, tanto vale lasciare un po' di spazio anche all'architettura. Su Via Parco del Celio, una stradina con vista sul Colosseo riservata ai tram, dove, rischiando un po', si può anche passeggiare, si affaccia un bell'edificio in stile razionalista appena restaurato. Sulla facciata, una scritta cancellata anni fa sta riaffiorando: Opera Nazionale Balilla. La faccenda curiosa è che la vecchia scritta è coperta da una più nuova, fresca di vernice e perfettamente leggibile (sembra fatta ieri) che dice: Gioventù Italiana del Littorio.

Pensavamo di essere nel 2013. O no?


 

                                       


 

 
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