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Perfidie di Stefano Torossi

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Il grande narciso

Post n°273 pubblicato il 13 Aprile 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     14 aprile 2014

    IL GRANDE NARCISO

 

E' Eugenio Scalfari, di cui siamo andati a festeggiare i novant'anni lunedì 7 aprile al Teatro Argentina. Evento preparato da una serie di articoli su La Repubblica, Il Venerdì, e tutti gli altri araldi baronali del regno di cui lui è re. Lunga fila fuori del teatro; una volta dentro e dopo tre quarti d'ora di baci abbracci e saluti di Veltroni e Sorrentino e Paola Fracci e Benigni ha inizio la cerimonia. Che, essendo il compleanno di un novantenne famoso ha le sue formalità e i suoi tempi. Sullo schermo si inseguono foto sue insieme a tutti, ma tutti davvero. Una galleria di chiunque abbia contato qualcosa nel secolo.

La faccenda è condotta da Antonio Gnoli; brani vari dai libri del festeggiato sono letti da Silvio Orlando, il cui microfono, tanto per non smentire l'efficienza nazionale, gracchia e sputazza un bel po' prima di stabilizzarsi (siamo all'Argentina, il primo teatro di Roma, e per un evento di una certa importanza; ma siamo anche in Italia). Cinque amici/collaboratori, dopo aver presentato garanzie di antiretorica e di antipatos, raccontano, ma leggendo, quindi con un bell'effetto imbalsamato, omaggi, aneddoti, ricordi sul filo di cinque argomenti: viaggio, conoscenza, persone, amicizie, sfide. Fra costoro brilla, si fa per dire, Alberto Asor Rosa, che con il suo parlare noiosissimo e sonnolento da il colpo di grazia al pubblico. Raccontando dell'amicizia fra Scalfari e Calvino cita dalle Lezioni Americane la parola "rapidità", e poi (ci viene ancora da ridere) piomba in una pausa talmente lunga da far temere un coma irreversibile.

E' chiaro che non ci aspettavamo la torta con dentro la ballerina, ma tempi un po' più teatrali forse sì, visto dove siamo. Per fortuna appena il protagonista sale sul palco possiamo finalmente apprezzarne lo spirito, la proprietà di linguaggio, la chiarezza di idee, e la prontezza (sempre saldo sul suo piedistallo di magnifico narciso, intendiamoci). Dall'alto del quale riferisce le telefonate di auguri del Presidente del Consiglio, del Papa, del Presidente della Repubblica che, ci racconta con civetteria palese e modestia malcelata, avrebbe voluto venire a salutarlo, ma lui ha preferito di no per evitare troppa emozione. Arguto e instancabile, come sono spesso i vegliardi quando hanno un pubblico e parlano della loro vita, pilota con timone saldo la nave dei festeggiamenti.

Ahimè, a un certo punto della rotta il magnifico vascello di capitan Scalfari incontra un pericolosissimo scoglio e finisce col naufragare come se al comando ci fosse uno Schettino qualsiasi. Succede che il saggio, distaccato, ironico, cinico giornalista a un certo punto annuncia che ci leggerà alcune sue poesie, perché, sì, in tarda età ha scoperto di essere anche poeta. Tira fuori un fascio di fogli e attacca. Ed ecco che l'acuto polemista, il dissacratore di uomini e idee, ci diventa un paroliere da Sanremo.

Versi pieni di spiagge, di mare, stelle, brezze, perfino angeli. Ma come, da novant'anni stiamo in reverente ammirazione di quelle mura mantenute inviolabili da uno stratega emerito; e senza preavviso, da dietro il ponte levatoio, fa capolino il menestrello!

Di colpo, al posto del pilastro di saggezza e ironia che conoscevamo, abbiamo visto un nonno un po' andato a cui i fogli tremavano in mano per un inizio di Parkinson; che a un certo punto si era persa l'ultima poesia e continuava a cercarla fra l'imbarazzo di molti. E quando l'ha trovata, ha anche voluto leggerla.

Incrociatore affondato da questo siluro senile. Peccato.


Accendere la luce. La parola d'ordine della conferenza stampa del Festival Internazionale di Villa Adriana, venerdì mattina. Basterebbe far scattare l'interruttore per indirizzare l'attenzione sugli innumerevoli coaguli di bellezza e d'arte che abbiamo dalle nostre parti e che lasciamo stupidamente al buio. E l'Italia diventerebbe all'improvviso un paese ricco, ammirato, ricercato, non dalle forze dell'ordine, tanto per cambiare, ma dal mondo. 

La cerimonia, presenti Zingaretti, Regina e Fuortes, è introdotta dall'Assessore alla Cultura del Lazio, Lidia Ravera, la quale, come sanno quelli che leggono, scrive bene, ma bisogna ascoltarla per rendersi conto che parla ancora meglio. Poche parole, quelle che servono (come rispose Mozart all'Elettore di Sassonia che lo rimproverava: "Troppe note, maestro!", "Quelle che servono, maestà") chiare e coi tempi giusti. E sempre con una minima, efficace notazione di colore. Nella fattispecie, la difficoltà di trovarla, questa Villa Adriana, una meraviglia che dovrebbe essere segnalata fin dall'arrivo all'aeroporto di Fiumicino, e invece, bisogna andare a cercarsi un viottolo che incrocia la Tiburtina alle porte di Tivoli: la direzione è quella. Segue un garbuglio di sensi unici, e poi, con l'aiuto di Sant'Indiana Jones si arriva, ma non si può fare a meno di chiedersi il perché di questo andazzo cialtrone, quasi omertoso. Comunque stupido.


 

                                         


 

 
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Impressionisti danesi

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 7 aprile 2014

    IMPRESSIONISTI DANESI

          

Impressionisti danesi. Pensavamo di sapere tutto di questa città. Invece oggi, lunedì 31 marzo ci si materializza dal nulla il Museo Hendrik Christian Andersen grazie a un invito all'inaugurazione della mostra "Impressionisti danesi in Abruzzo". Il nostro stupore non ha più confini. Impressionisti danesi? E chi mai ne aveva sentito parlare. E in più, dopo aver scoperto la settimana scorsa l'esistenza della JAA, Japan Abruzzo Association, sta a vedere che adesso questa nostra gloriosa regione si gemella anche con la Danimarca.

Così è. La Fondazione Pescarabruzzo, insieme con la Reale Ambasciata di Danimarca, si è fatta prestare per la mostra lo studio, ora museo, del maestro Andersen, scultore norvegese della prima metà del novecento (niente a che fare con Hans Christian, quello delle favole), il quale, una volta scoperta Roma, come molti scandinavi ci aveva messo su casa e non se n'era più andato.

Sarà bene chiarire subito la ragione per cui secondo noi la scuola impressionista danese è sconosciuta. E' esposta al piano superiore, questa ragione, in quella che era l'abitazione dell'artista: una bella quantità di quadretti, quadroni e quadrucci: paesaggi montani, pastorelli, contadini e mucche al pascolo. Non ce n'è uno che meriti di entrare nella storia dell'arte. Neanche uno.

Invece villa Andersen, appena fuori Porta del Popolo, è splendida. Grande terrazza con gazebo al primo piano; e al terreno due enormi studi, uno per lavorare, l'altro per esporre le opere: gessi e bronzi immensi, con marcata preferenza per nerboruti maschioni, turgide poppe e cavalli impennati (vedi foto), che l'artista non riuscì mai a esporre ufficialmente, né, ricco, si curò di vendere.

Opere che forse non possiamo definire capolavori, ma sono grandi, ben fatte, molto accademiche e molto autoritarie. E che soprattutto ci guadagnano dal confronto con i connazionali scandinavi, i famosi impressionisti danesi in Abruzzo.


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Sacre melodie e porchetta. Tutta la giornata di mercoledì 2 è dedicata da Musicaimmagine e IISM a Giacomo Carissimi. Approdiamo in tarda mattinata al Pontificio Istituto di Musica Sacra, sede dell'incontro. Bella la Sala Accademica, con un grande organo in fondo; una volta tanto la temperatura è giusta e le sedie comode.

Certo gli argomenti del convegno sono davvero ultraspecialistici: "Le cantate su testi di Sebastiano Baldini" (apprendiamo, con maligno compiacimento, che talvolta i testi, sacri e non, erano definiti "ordinaria rimeria") o "Giovanni Battista Mocchi, sirena del paradiso", e altre simili preziosità. Ci si sente precari a volare a queste altezze.

Per fortuna, insieme alla notizia per noi inedita che Carissimi, originario di Marino nei Castelli Romani, oltre a oratori produceva anche ottimo vino che aveva l'abitudine di servire ben fresco ai suoi musici, arriva a un certo punto l'annuncio di uno spuntino a base di prodotti tipici della zona, offerto appunto dal comune di Marino. Questo ci permette di perdere quota e di scendere al nostro rassicurante livello abituale, cioè a terra. Porchetta, prosciutto e vino bianco. Ci sono perfino le ormai introvabili coppiette, striscioline di carne secca, salata e piccante: una leccornia.

I primi minuti di ripresa pomeridiana sono un po' sonnacchiosi, poi l'attenzione ritorna, anche se lentamente, malgrado la mancanza di verve di alcuni relatori. Ok, è vero che il loro mestiere è la ricerca, e non l'esposizione, però, dato che il bello di qualsiasi piatto è anche nella sua presentazione, prima di parlare sarebbe consigliabile, per chi ne ha bisogno, un breve esercizio di retorica, di dizione o (riducendo al minimo le pretese) almeno di gestione di microfono e proiettore.

Finale in gloria con l'intervento, come sempre brillante per intelligenza, di Claudio Strinati che conclude con una saporita descrizione dell'oratorio del SS Crocefisso e dei suoi affreschi (Pomarancio e colleghi minori) postazione, per lunghi anni, dell'attività di Carissimi.


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Una trovata anni '60. Giovedì 3 a Piazza Pasquino 70, "Art is Real - Una collezione impermanente". Siamo in un palazzetto alto e stretto, svuotato dei suoi inquilini, e in attesa del cantiere che probabilmente lo trasformerà in un B & B. Rimane aperto solo oggi come galleria d'arte provvisoria per tutti quelli che hanno voglia di arrampicarsi su fino al quinto piano. Sculturine, spennelate di colore, giochetti di luci. Chissà come mai stavolta le scale ci sembrano molto più ripide di cinquant'anni fa, le stanze più anguste, le opere d'arte parecchio meno interessanti e l'evento piuttosto noioso. Dev'essere cambiato qualcosa da allora, ma ci sfugge cosa.





 

 
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Pienoni e vuotoni

Post n°271 pubblicato il 31 Marzo 2014 da torossis

 

   

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  31 marzo 2014

 PIENONI E VUOTONI


Riceviamo un invito alla chiesa di S. Andrea della Valle (quella della Tosca, ma stavolta Puccini non c'entra) per un concerto vocale e strumentale di Hirari Sato. Ciò che stiamo per raccontarvi ha del fantascientifico. Ne abbiamo viste di serate, ma questa è speciale.

Con la preparazione l'evento si esaurisce quasi prima di cominciare, ma vale comunque la pena di seguire il tutto. Hirari Sato è una bambina giapponese di quattordici anni, cieca dalla nascita. Accompagnata dalla madre, arriva, grassottella e intortata in un vestito di tulle rosa, si siede alla tastiera, fa qualche accordo e comincia a provare il microfono. La chiesa è enorme e gelida. Ci saranno una settantina di persone, mentre ce ne entrerebbero comode almeno duemila (vedi foto). E qui c'è da chiedersi il perché di un posto così grande per un evento così piccolo.

Il microfono naturalmente non funziona e il ritardo è già di mezz'ora. Intanto sono arrivati alcuni giapponesi che si omaggiano con inchini profondi, emettendo preoccupanti suoni di gola (che in realtà sono cortesi saluti). La povera bambina continua a provare, e finalmente la fonica pare che sia a posto.

Diamo il via al concerto? Neanche per idea; ha inizio la estenuante cerimonia dei discorsetti, prima in giapponese, poi tradotti, postillati da sbrodolature del tipo "gli occhi della bambina non vedono, ma quelli del suo cuore, sì", "la musica è la sua vita, e la sua vista". Chissà perché quando c'è di mezzo un handicap si va sempre nel melenso. Qualcuno legge una poesia orrendamente patetica; poi si manifesta l'organizzatrice della serata: l'Associazione Abruzzo - Giappone, o meglio, la JAA, Japan Abruzzo Association, il cui delegato alla musica è il Maestro Ciufoletti (non stiamo inventando niente). Pare che, primi al mondo, abbiano pubblicato in giapponese una guida dell'Abruzzo che sta avendo un enorme successo editoriale nella terra del Sol Levante. Inaspettato gemellaggio fra Majella e Fujiyama!

Il programma del concerto comprende brani di Whitney Houston, poi naturalmente l'Ave Maria di Schubert, ma anche una serie di successi pop giapponesi con titoli da menù sushi: "Sukiyaki", "Furusato", "Nada soso", tradotti con: "Camminerò guardando in alto", "L'amato luogo natio" e "Pianto disperato". Leggendo, le nostre innate diffidenze nei confronti del traduttore si fanno certezza. Come è possibile che i giapponesi siano così generosi di sfrenato cattivo gusto? Qui si tratta dell'incapacità, proprio del traduttore, di penetrare nell'anima della lingua di partenza, per trasportarla (questo vuol dire tradurre) scegliendo le parole meno ridicole e più giuste allo scopo di mantenere lo spirito del concetto, nella lingua di arrivo.

 Per amore di verità, sorvolando sull'accompagnamento alla tastiera, davvero precario, dobbiamo riconoscere che la voce della ragazzina è pregevole e anche troppo matura per la sua età.

Il che non ci impedisce di guadagnare l'uscita dopo il secondo brano portandoci dentro una domanda senza risposta: perché questo scempio, neanche giustificato dalla richiesta di un'offerta finanziaria per qualche nobile destinazione? Perché esporre una bambina, che ha già i suoi guai, a questa inopportuna esibizione? Va bene, potrebbe commentare un cinico, che, data la sua menomazione, neanche si sarà accorta della chiesa troppo grande e troppo vuota, e della gente che sgattaiolava via alla spicciolata...

Poi abbiamo saputo che questa è la settimana dei non vedenti, e che l'indomani la ciechina si sarebbe esibita davanti al Papa. Però la domanda ci è rimasta dentro; e la risposta? Non pervenuta.

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Sabato ore 17,  per la Stagione di Musica Antica organizzata dal Museo degli Strumenti Musicali con Santa Cecilia, i concerti grossi di Corelli trascritti per due clavicembali. Qui parliamo di buona, anzi buonissima musica, e in più dobbiamo riconoscere che le due clavicembaliste, Vera Alcalay e Angela Naccari, oltre ad avere dita agili e sicure, hanno entrambe bellissimi capelli castani, lunghi e lisci: uno spettacolo certamente più garbato di come doveva apparire ai suoi tempi il parruccone incipriato di Arcangelo.

Purtroppo la sala del museo è piccola e afosa (come sempre in questi casi, guai ad aprire una finestra, perché, come si sa, aria di filatura, aria di sepoltura, e l'età media del pubblico è piuttosto elevata), e in più non c'è una sedia libera. In compenso, a disposizione degli spettatori in eccesso, c'è nell'ingresso un magnifico schermo di almeno duemila pollici, con una visione limpidissima e luminosa, ma senza sonoro. Trattandosi di un concerto, questo ci è parso a dir poco inspiegabile.

Comunque, successo e pubblico soddisfatto, a conferma della bontà dell'iniziativa.

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Al contrabbasso Mark Dresser, al contrabbasso Daniele Roccato, il mio contrabbasso... e qui Paolo Damiani che avrebbe dovuto annunciare se stesso come terzo contrabbassista del concerto, ha preferito presentare il proprio strumento.

Siamo alla Sala Accademica di S. Cecilia per la domenica dei Percorsi Jazz 2014. Il concerto si intitola "Triple Bass", facendo il verso al nome dello strumento che in inglese è double bass. Tre i contrabbassi sul parco per una serie di improvvisazioni a uno, due, o tutti e tre insieme (vedi foto).

Un piatto per palati forti. Un bel gioco di pizzicati, arcate, manate, bastonate, pinzette sulle corde, ribattuti e trucchi elettrici vari. Squittii e barriti, cantatine in ottava, suoni imprevedibili, talvolta sgradevoli in sé, ma funzionali se inseriti nel gioco. Ci è particolarmente piaciuto un brano eseguito a solo da Roccato, basato sull'uso di armonici e corde vuote, impeccabile per agilità, inventiva e soprattutto (che su questo strumento è sempre un miracolo) intonazione.


                                          


 

 
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Il granchio di fiume

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

24 marzo 2014

  IL GRANCHIO DI FIUME

 

  Il titolo lo spieghiamo alla fine.


18 marzo, martedì sera. Si fa musica a casa Scelsi. Flauto solo: Annamaria Morini. Musiche di autori vari, fra cui il fu padrone di casa, Giacinto Scelsi. Compositore di musica contemporanea piuttosto noto anche per le sue stranezze. Dedito al misticismo orientale e allo zen, si dice che avesse una fissazione per il numero otto. Infatti, anche se morto il 9 agosto, la data che circola è invece l'8/8/88. Il suo sistema di comporre pare che consistesse nell'improvvisare, registrare su nastro quello che gli veniva, e affidarne la scrittura a collaboratori; tanto è vero che, subito dopo la sua morte, un paio di questi, Tosatti e Vlad, dichiararono che alcuni dei brani firmati da Scelsi erano in realtà opera loro.

Pettegolezzi di cui non ci importa niente. Della serata possiamo dire che dalle finestre della sala da musica c'è il più bel panorama del mondo: l'intera distesa del Foro Romano, illuminata per l'occasione da una magnifica luna piena. Dentro (tendine lilla con la rouche e divani gialli), meno suggestione e qualcosa di più simile al masochismo. Perché, già il flauto da solo risulta di faticosa assimilazione, a meno di trovarsi, in un pigro pomeriggio d'agosto, sulle rive del mare a contemplare qualche graziosa ninfa danzante. In sala, niente ninfe danzanti, e in più, per via del trattamento piuttosto estremo dello strumento, come usa nella contemporanea, siamo finiti vittime di un ansiogeno trapano, con frequenti punte di petulante pigolio. E non certo per colpa della solista che ci è sembrata ottima.


Venerdì 21 marzo. Conferenza stampa di presentazione del progetto "Suona francese". Tutti a Palazzo Farnese. Che è un bell'immobile. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello. Insomma una cosina di lusso. E' dello stato italiano ma in affitto all'ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l'anno), la quale ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d'Italia. Un bel fatto, soprattutto in questo periodo di morte apparente.

Discorsi dell'ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n'è uno che si salva, parlano tutti come l'ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l'italiano, perché anche noi, quando andiamo all'estero...però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po' di buona volontà e un livello linguisticamente più accurato ce lo saremmo aspettato.

Finita la "conferansa stompa", un rinfreschino e poi tutti a casa. Cioè, a spasso per il centro storico. La giornata è magnifica e la città splende.


Sabato 22, giornata del FAI. Apertura eccezionale di alcuni siti archeologici normalmente chiusi: il Teatro di Marcello, il Mausoleo e il Foro di Augusto. Naturalmente ci siamo precipitati: impossibile entrare se non avvilendosi in code interminabili. Mai avremmo immaginato che ci fossero a Roma tanti sfaccendati anziani (perché l'età media in questi eventi è piuttosto elevata) interessati all'archeologia.

Comunque, e qui finalmente arriviamo al nostro titolo, forse non avremo sfiorato capitelli o calpestato marmi pregiati, forse non avremo ammirato busti di imperatori o altari pagani, ma di sicuro ci siamo imbattuti in un documento particolare che domina la balaustra sovrastante i Fori Imperiali. Un poster bene illustrato che, tralasciando qualunque cenno alla storia di Roma, ci illumina su un argomento (presumiamo) di vivissimo interesse per un gran numero di turisti in transito: la presenza fra le rovine del granchio di fiume!

La bestiola, di abitudini  notturne e quindi non facile da vedere, a quanto dice il testo (che abbiamo fotografato sullo sfondo dei Mercati di Traiano), risalendo dal Tevere attraverso la Cloaca Massima, é venuta a stabilirsi fra i marmi e le fondamenta dei grandi monumenti e ci si è trovata così bene che ha messo su famiglia e ormai la colonia è diventata numerosa e, di sicuro, felice. Vai a immaginare a chi, oltre agli archeologi, avrebbero fatto comodo colonne e cornicioni crollati millecinquecento anni fa.



                                         



 

 
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Salvagente

Post n°268 pubblicato il 18 Marzo 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

    17 marzo 2014

    SALVAGENTE


Siamo d'accordo sul fatto che autocitarsi è un po' sbrodolarsi addosso, però...

Siccome nel corso della settimana non c'è stato un solo evento che abbia stimolato le ghiandole velenifere del Cavalier Serpente, e siccome lui non vuole lasciare i suoi lettori senza una conferma  della sua esistenza in vita, abbiamo deciso di recuperare e usare come salvagente il primissimo uovo avvelenato deposto in questa covata ormai pluriennale.

E' roba di quasi quattro anni fa, e precisamente del 2 settembre 2010. E' passato tanto tempo, ma già i morsi del nostro erano letali.

Ci pare che l'uovo non sia andato a male. Eccolo:


        JAZZ, ABBIGLIAMENTO E BUONA EDUCAZIONE


Che dire? Non c'è dubbio che Gino Paoli sia l'autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo "Un incontro in Jazz" del 25 agosto 2010 nel Festival "Odio l'Estate" a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l'accompagnamento: un formidabile quartetto composto da Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.


E' sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo unicamente come esempio. Solo per generalizzare a tanti, troppi eventi jazz.


Non ci sembra giusto che la star della serata (come del resto qualunque accompagnatore) entri in scena con l'espressione di chi magari vorrebbe essere altrove, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltandoci la schiena, attacchi la sfilza delle canzoni senza una parola, una presentazione, un aneddoto, sempre con un atteggiamento di noia. Forse è timidezza, forse è la faccia di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sono: tra cui mettere su proprio una faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece stronca le esibizioni di molti jazzisti è proprio questa aria di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega.

Ma perché? Come mai non hanno l'aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati, evitare le stupide pause in cui il bassista, mentre infila un qualche jack in qualche buco, chiede al pianista la tonalità del pezzo, perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.


I salti di Lionel Hampton? E le camicie di Miles Davis?


A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Non ci si può presentare con jeans sformati e sporchi, camiciole di brutti colori, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant'anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza.

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking (anche se ci piacerebbe - non erano eleganti quelli del Modern Jazz Quartet?), però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra i rotoli, le panze, i seni penduli degli anziani, forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure anche una follia di lustrini, ma scelti dentro un progetto di spettacolo, perché suonare è anche spettacolo. Sempre per il rispetto, a nostro parere dovuto al pubblico, che, lui sì può essere malvestito, ma la sua parte l'ha fatta perché ha pagato.


Insomma, stare su un palcoscenico a fare una cosa ben precisa, la musica, e di solito farla anche bene, non basta. Bisogna, assolutamente bisogna, dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso. Proprio così: che il vestito racconti al pubblico che l'artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.



                                              

 
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Interni d'Artista

Post n°267 pubblicato il 10 Marzo 2014 da torossis


  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   10 marzo 2014

    INTERNI D'ARTISTA

            

Sono le 18 di lunedì 3 marzo. La Galleria Nazionale d'Arte Moderna inaugura una mostra intitolata "Interni d'Artista", che è la ricostruzione degli studi in cui lavoravano Balla, Capogrossi, Cavaliere, Ferrazzi, Mazzacurati, Morelli e Palizzi. Non sarebbe una grandissima idea. E' già stato fatto. La differenza è che la GNAM possiede, appesi ai muri e in magazzino, una tale quantità di quadri degli artisti riesumati, che nelle ricostruzioni, insieme alle sagome in bianco e nero dei pittori, c'è posto anche un bel po' delle loro opere, non fotografate ma vere.

L'effetto è carino e piace al pubblico, fatto di signore un po' imbalsamate, di anziani critici e di curatrici giovani, carine e stremate per il troppo prestare attenzione ai precedenti due della lista. La fauna tipica di queste manifestazioni. Si chiacchiera, ci si riconosce e si esita prima di uscire all'aperto dato che in questa fine di un inverno meteoropatico, ieri faceva caldo, ma oggi è un freddo birbone.

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Federico Secondo di Prussia, metà settecento. Quello che si dice un sovrano illuminato. Rimette a posto le finanze della sua nazione, introduce la coltivazione della patata e così salva dalla fame parecchi sudditi. Soffre di gotta, perché lui invece mangia pernici, ed è un po' guerrafondaio, il che si spiega perché è pur sempre prussiano.

Ma soprattutto ha due fissazioni: gli "Spilungoni" e il flauto. I primi sono i soldati della sua guardia personale, che lui vuole assolutamente sopra il metro e novanta, una specie di corazzieri; e siccome due secoli e mezzo fa, la gente alta, anche da quelle parti, non era facile da trovare, li compra dove può (allora le persone si compravano), scialacquando parte del bilancio militare. Per la musica basta sapere che sua maestà si piccava di essere un ottimo esecutore (e di ciò è impossibile avere conferma), e anche un valido compositore.

E questo ci porta all'evento di oggi, 6 marzo, al Goethe Institut, sede obbligata per un autore tedesco, e in più re. In gemellaggio con Santa Cecilia, l'istituto ci offre un concerto-saggio di allievi e professori che eseguono composizioni, di cui parecchie inedite, di Federico. Alcuni brani sono suonati su strumenti dell'epoca: traversiere, viola da gamba, tiorba; altri con gli equivalenti moderni: flauto di metallo, violoncello, clavicembalo. Tralasciando il livello non sempre professionale delle esecuzioni (siamo stati informati che per gli allievi si tratta di veri e propri esami, e quindi da ascoltare con benevolenza), è inevitabile il confronto tutto a sfavore degli strumenti antichi, meno sonori, meno precisi e soprattutto meno intonati dei loro successori. Per non parlare della sottile ma pervasiva noia ad ascoltare le scadenti regali melodie.

Insomma, a fine serata, e salvando la bontà dell'iniziativa didattica, ci è parso inevitabile arrivare a due granitiche certezze: la prima che quando un utensile, e fra questi possiamo senz'altro comprendere gli strumenti musicali, si estingue, ci sono sempre delle buone ragioni (e lasciamo da parte la nostalgia). E poi, che fortuna che Federico Secondo ha continuato a fare il re invece di dedicarsi alla musica!          

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Da quattordici anni, l'otto marzo, inaugura senza mimose la sua stagione di lavoro la Era Dea, un'associazione di artiste che in momenti di rispetto per la cultura come qualche anno fa, o in salita come adesso, è andata avanti per la strada dell'arte al femminile.

Ci hanno ospitati per la proiezione di un durissimo, bel video sull'amore violento: "La scelta - Amare da morire; vivere per amare" di Didi Frank, poi per una divertente e allo stesso tempo tosta interpretazione dello stupro, ma fra animali del Tevere, una nutria e un topone di chiavica (si può anche sorridere e nello stesso tempo raccontare un dramma). Alla fine siamo stati ben bene strigliati da un accorato e forte richiamo del presidente Rosa Di Brigida alla disattenzione che, spesso per colpa delle stesse donne, continua a penalizzare l'argomento. Una serata intensa.

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Santa Cecilia ha messo il turbo! Eravamo domenica 9 alla Sala Accademica per la inaugurazione del Festival Percorsi Jazz 2014 diretto da Paolo Damiani e Danilo Rea, con un  concerto assai interessante del quartetto di Claudio Leone, seguito dal suono di seta e velluto di Enrico Pieranunzi. Il quale, malgrado la sua aria di austero ecclesiastico anglicano, quando si presenta non fa mancare battute e sottigliezze molto divertenti e dello stesso velluto della sua musica. Un one-man show completo.

        In realtà, il turbo lo ha messo il nuovo direttore, Alfredo Santoloci. Basta fare i conti: in questo momento stando rullando a pieno regime il Festival Percorsi Jazz, di cui sopra, la serie dei concerti del sabato sera al MAXXI, la rassegna di concerti di musica antica al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, la Musica di Federico Secondo al Goethe Institut. Ci pare abbastanza, no?


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PS. Donna Forza Otto. Venerdì 7. Al Tempio di Adriano, consegna dei premi alle migliori imprese femminili del Lazio. Tanto di cappello. La nostra perplessità è sull'uso, come dire, un po' scemo dell'aggettivo. Iniziative rosa, lavoro rosa, quote anche. Ridicolo, non il concetto naturalmente, ma la sfumatura. Qualcuno ha mai pensato di definire Agnelli un industriale azzurro, o Totti un campione blu. O verde?



                                      

 
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Thr Burning Room

Post n°266 pubblicato il 02 Marzo 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   3 marzo 2014

    THE BURNING ROOM


Venerdì 21 febbraio. E' morto Gianni Borgna. Camera ardente alla Protomoteca del Campidoglio. Moltissimi i presenti: artisti, autorità, sindaci di Roma, in carica ed ex. Fuori, una giornata scintillante e un panorama da guida turistica: da una parte la piazza del Campidoglio con il Marco Aurelio a cavallo, dall'altra i ruderi del Foro Romano. Questo, se le finestre fossero state aperte. Invece, per rispetto dell'occasione, tutto chiuso da tendoni scuri. Quindi, niente vista e in più temperatura disumana e affollamento claustrofobico.

Prima di scappare fuori per un filo d'aria abbiamo ascoltato discorsi, bisogna dire, piuttosto sobri e anche commossi, con uno svolazzo che non ci saremmo aspettati da Veltroni, al quale è scappato un: "Adesso Gianni è lassù che parla con Pasolini per cercare di chiarire il mistero della sua morte".

Che fifa che mette la nera signora, eh? Perfino un intellettuale laico come si presenta Veltroni non può fare a meno di sparare questa bambinata consolatoria. Proprio non si riesce ad accettare l'idea che la vita finisce con assoluta banalità, casualità e ineluttabilità senza inventarci sopra qualcosa di: (a seconda dei casi, e di chi parla) magico, religioso, favoloso, infantile, rassicurante; mai semplicemente realistico.

Ah, prima di andare, facciamoci un sorrisetto. Il termine "camera ardente" lo abbiamo sentito tradotto in "the burning room" (da cui il nostro titolo) da un cicerone piuttosto scalcinato a un gruppo di altrettanto scalcinati turisti americani che gli chiedevano il perché di quella folla ai piedi della scalinata.


Sotto casa nostra c'è Francesco, parrucchiere per signora. Personaggio eclettico, ospita ogni tanto a bottega eventi particolari. Martedì 25 da lui, fra specchi e caschi per capelli, c'era Josefa Idem, accompagnata da Pino Strabioli a presentare il suo libro: "Partiamo dalla fine".

A prescindere dai pregi letterari dell'opera, che non conosciamo, ci siamo trovati di fronte una dignitosa, bella signora, mezza tedesca e mezza italiana, ancora sgomenta e incredula per quello che le era successo. La vicenda, che alcuni certo ricordano verteva su un modesto abuso edilizio, commesso dal suo geometra e da lei prontamente sanato pagando la relativa multa. Il fatto increscioso, anche se minimo, era purtroppo emerso, o forse era stato fatto emergere, subito dopo la sua nomina a ministro delle pari opportunità.

Ebbene, raccontava, la sua metà tedesca le aveva imposto le immediate dimissioni, mentre quella italiana era ancora lì a meravigliarsi di essere l'unico ministro dimissionario di tutta la legislatura, mentre tanti altri continuavano a papparsi la carica senza un minimo di vergogna.

E in più, e questo vale la pena di annotarlo, da atleta abituata a un'attenta amministrazione delle energie, non riusciva a non indignarsi per lo spreco della politica, dove, testuali parole: "Il trenta per cento del tuo potenziale lo dedichi al lavoro, l'altro settanta a guardarti dai colleghi".

                                                

Mercoledì 26 ai Santi Apostoli, inaugurazione del festival Girolamo Frescobaldi con una cerimonia religiosa e l'accensione sulla sua tomba, che è proprio lì a sinistra dell'altar maggiore, di una lampada dove arde olio offerto dagli organisti e cembalisti italiani, e con un breve concerto del SantiApostoliBrassQuartet, più un piccolo coro. Belle e di sublime noia le sue "Canzoni per sonare a quattro", in cui il pastoso insieme degli strumenti si mescola benissimo alle voci umane, e si spande arricchendosi nelle infinite riverberazioni rilanciate dalle volte della chiesa.

Che è magnificamente ricca, e grande, e splendente di innumerevoli lampadari, il cui scintillio si riflette nei marmi delle pareti e in quelli del pavimento. E nelle quattro piccole pozzanghere della condensa di trombe e tromboni che goccia a goccia si sono andate formando, anche un po' ambigue, fra i piedi dei quattro suonatori.

                                    

Museo dell'Alto Medioevo, all'Eur. Si parla di chiuderlo perché costa troppo e non rende niente. Ineccepibile, se si trattasse dell'investimento di un capitale privato. Ci siamo stati recentemente. Spazi immensi, architettura fascista, ma quella bella, monumentale. Marmi e scaloni, soffitti vertiginosi e grandi finestre sul verde. Vuoto.

Nelle due ore che abbiamo girato intorno alla sorprendente ricostruzione della domus di Porta Marina a Ostia: un bulimico fulgore di marmi e intarsi, non abbiamo incontrato un'anima. I custodi, più numerosi dei visitatori (ovvio, dopo quello che abbiamo detto) chiacchieravano fra loro e giocavano coi bambini portati da casa.

Certo, sarà antieconomico, però, in primo luogo è un investimento pubblico, e poi basterebbe un minimo di intelligente pubblicità per far sapere a tutti che lì c'è più roba, non diciamo del Louvre, ma, per esempio, del Getty Museum, molto più famoso e molto più frequentato.


                                      

 
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Sanremo duemilaquattordici

Post n°265 pubblicato il 24 Febbraio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     24 febbraio 2014

     SANREMO DUEMILAQUATTORDICI


Eccoci qui, in postazione con bottiglie e bicchieri. Che Dio ce la mandi buona.


Martedì 18 - LA PARROCCHIA


Mondaini e Vianello, ovvero Littizzetto e Fazio, solita formula: lei monella sgangherata, lui professorino perbenino. Forte insistenza di lei su: "me la sto facendo addosso" in apertura; minaccia di rima sui nomi di Gualazzi e Baglioni; "merde!" alla Casta (che, siccome è francese...); e addosso alla povera Arisa, che di cognome fa Pippa, e quindi si offre indifesa alla battuta.

E poi, l'ennesimo tuffo minacciato da parte di due poveracci, veramente (o forse per finta, altrimenti come avrebbero fatto ad arrivare in cima al ponte luci?) disperati. Inevitabile rivedere Sordi, "Un americano a Roma", disoccupato in cima al Colosseo che minacciava lo stesso tuffo, e la sacrosanta voce fuori campo: "Bùttete!" E invece nessuno si butta mai, che sarebbero cinque minuti di spettacolo assicurato. Anzi, il ricatto rientra sempre. Peccato.

Dichiariamo la nostra riluttanza verso canzoni come "Creuza de ma", in cui il testo schiaccia la musica in una nenia ripetitiva (è un po' tutto il repertorio di De Andrè). Eppure il termine canzone dovrebbe garantire par condicio tra parole e musica. Potremmo suggerire (ma forse non è carino) il confronto con "Father and son" di Yusuf Islam, venuto poco dopo, in cui davvero i due elementi sono allo stesso livello, peraltro stratosferico, e questo forse fa la differenza.

Blandissima, parrocchiale trasgressione le stanghette di colori differenti sugli occhiali di Frankie Hi-nrg, insieme alle scarpotte, alla molletta al pantalone e alle mosse da bamboccione impacciato, in contrasto con il visibile tentativo di apparire rivoluzionario grazie al modernissimo concetto: "Hai voluto la bicicletta, pedala più in fretta".

Trionfo del riempitivo, sempre parrocchiale, con la scenetta fra Fazio e la Casta. Testo tirato con l'elastico sul solito gioco: lei bellissima e irraggiungibile (e senza un briciolo di umorismo), lui timido e imbranato, un po' in italiano e mezzo in francese, con mossette di repertorio e, nel vaso sul tavolo, il fiore finto che si ammoscia o si drizza a seconda delle battute. Applausini e velo pietoso sull'intonazione di Laetitia.

Pochi per fortuna, ma apparentemente inevitabili, i saluti con lo sguardo alzato verso le nuvole (dove sicuramente stanno dirigendo il coro degli angeli) a due illustri trapassati: Jannacci e Freak Antoni. Un po' di patetico ci sta sempre bene, in parrocchia.


Mercoledì 19 - IL PASSATO RITORNA


Prefestival di Pif. Continua l'andazzo parrocchiale con lo sketch floreale Pif - Casta basato su un argutissimo gioco di parole tra il ranuncolo e il foruncolo. Un momento autorale di grande livello. Un momento di vero horror lo viviamo invece con un primissimo piano del sudore di Grillo scalmanato (mentre qualcuno della folla si lamenta: "Quanto sputa questo!").

Apertura con sbrodolatura sociobuonista. Claudio Santamaria legge la lettera del maestro Manzi ai suoi allievi di quinta. Anche se troppo lunga, la lettera un suo significato ce l'ha. Che manca del tutto al banale e non necessario pistolotto di commento dell'attore. Bastava e avanzava la lettera. Mai improvvisarsi filosofi se non lo si è.

Il passato ritorna, e uno. Le mitiche Kessler sgambettano ancora molto elegantemente. Come con la Carrà ieri, stiamo oltre la settantina, eppure le gambe volano sciolte. Quello che con loro non ha mai decollato è l'accento (italiano, naturalmente) perché quello tedesco, bello forte, è ancora lì dopo cinquant'anni dichiarati di permanenza da noi.

Anche lui con un fortissimo accento, ma altoatesino, si presenta Armin Zoeggeler, campione italiano di slittino. La vera caricatura dello sportivo tonto. Non un lampo di ironia, che forse è chiedere troppo. Ma almeno di vaga consapevolezza. Niente: sta lì come un tronco di abete, testardo ripete la lezioncina fino in fondo, e poi se ne va.

Seguono aforismi di Fazio & Littizzetto. Ma non cinque o sei, non dieci o dodici. Di più, troppi. Rischio nausea per eccesso di offerta.

Il passato ritorna, e due. Franca Valeri. Novanta e passa, ma a parte l'atroce fatica di ascoltarla parlare, che classe, che tenuta di palcoscenico. Fa una delle sue famose scenette al telefono, di bachelite anni cinquanta. Trionfo.

Segue un momento che ci è sembrato ingiustificabile. Con la Valeri seduta ferma e zitta in scena, arriva la Littizzetto, che a sua volta fa un lungo monologo al telefono, ma stavolta a un cellulare di ultima generazione. Anche divertente, però ci viene da chiederci perché invitare una gran dama in età, e poi tenerla ferma e muta mentre una giovanetta (si fa per dire, ma al confronto...) la sbertuccia con lo stesso tipo di trovata, ma scioccamente più giovanile. Ci hanno detto che andava interpretata come un omaggio. A noi è sembrato cattivo gusto e niente di più.

Attenzione, arriva un altro sportivo: il pugile Clemente Russo. Quando i muscoloni sono solo tonti, va bene, ma quando, come lui, cercano di fare gli spiritosi, aiuto! E' che l'arguzia non è prevista nella dotazione di un atleta. Speriamo che non ci legga perché ci è sembrato piuttosto temibile.

Anche in questa puntata, per fortuna c'è l'ospite straniero, che rialza il livello. Rufus Wainwright. Canta benissimo, con una sensibilità straordinaria. Simpatico, anche se del tutto superfluo, il suo outing. Si capiva comunque.

Per completare il ritorno del passato (relativo, perché ha solo sessantadue anni) abbiamo avuto anche Baglioni sul quale, per prudenza, è meglio non dire niente di male.

In tutte le quattro ore del programma, neanche un saluto ai cari estinti, e questa è una buona cosa. L'altra buona cosa è che pare accertato che i due finti suicidi della prima serata siano dei disturbatori professionisti, finiti regolarmente al commissariato. Almeno ci rimane la consolante speranza che la maggior parte di chi ha problemi veri non va a fare il buffone a un varietà televisivo.


Giovedì 20 - LA STANCHEZZA


Da Pif, nel suo prefestival, siamo informati che i biglietti per le cinque serate costano 670 € in galleria, e 1.200 in platea. Non è una grande notizia, ma riferiamo e andiamo avanti.

Apre lo spettacolo un altro omaggio al caro estinto. Più che meritato. E' Claudio Abbado, rappresentato sul palco da Diego Matheuz che dirige l'Orchestra della Fenice con gesto che ci appare sorprendentemente privo di eleganza e di carisma. Dev'essere un inganno ottico per noi spettatori, perché lui è considerato un ottimo direttore della scuola per giovani patrocinata appunto dal commemorato. O forse sarà la stanchezza che comincia ancora prima di cominciare?

Peccato perché il tema della bellezza, scelto come guida del festival di quest'anno, è sempre stato caro ad Abbado, e, ci eravamo dimenticati di dirlo, ottimamente sostenuto ieri sera da Gian Antonio Stella con la semplice e nello stesso tempo fortissima annotazione che invece la bruttezza è, insieme al degrado, l'alleata perfetta delle mafie. Se tieni le persone lontane dal bello, non avranno mai la forza di reagire, mollare l'immondezza e andare a cercarlo, anche solo e semplicemente perché non sanno che esiste.

Stanco e scollato il monologo moraleggiante della Littizzetto. Sull'handicap, sull'accanimento contro le rughe, i segni dell'età, le tette mosce (testuale), argomento non proprio freschissimo. Lungo, lungo, lungo. Accompagnato da stanchi applausi e risatine di cortesia, con un guizzo, l'unico che ci è parso spontaneo del pubblico, su indovinate cosa? Ma un "vaffanculo" naturalmente!

Un momento di riscatto con la trovata degli A Cappella All Stars. Ben congegnata, buona musicalmente e divertente l'ammissione di Fazio che stavolta il disturbo lo aveva organizzato lui.

Bene Arbore, che è sempre garbato e piacevole. Poi anche lui sconfina nella festa di piazza: tutti in piedi a battere le mani a tempo, e via con "Come facette mammeta".  Nazionalpopolare.

Come lumache strisciamo in avanti in attesa del sonno che sentiamo arrivare. Ci sorbiamo il non antipatico astronauta Luca Parmitano, che però anche lui, dopo accorti (e nazionalpopolari) accenni culturali al Piccolo Principe, scivola alla fine sulla melassa dell'immensità del cosmo che scompare di fronte all'amore per la famiglia. La sua, naturalmente, ma anche quella di tutti gli altri italiani.

Amen.


Venerdì 21 - LA GARANZIA


La garanzia di ascoltarci un bel po' di canzoni sicuramente belle, perché filtrate e confermate dal tempo. Stasera non stiamo in pensiero: l'unica variante è l'interpretazione. Per il resto, tranquilli: il Club Tenco è responsabile della qualità.

Dopo un patetico siparietto, nella solita anteprima, di poveracci che fanno i sosia di Pavarotti e di Venditti, e ci credono, comincia lo spettacolo con big o meno big che provano, rischiando molto e non riuscendoci troppo spesso, a rifare brani famosi del passato.

Apre Mengoni, che va a riesumare "Io che amo solo te". Non ha la malinconia, e soprattutto la voce di Endrigo.

E da qui parte una bella sfilza di audaci sfide che vi risparmieremo, salvo comunicarvi la seguente nostra classifica: il migliore, Ron con "Cara" di Dalla; il peggiore Gualazzi con "Nel blu" di Modugno; la più bella schiena del festival, Simona Molinari, insieme a Rubino in "Non arrossire"; la più ricca bigiotteria, i chili di anelli, braccialetti, collane che bardano Renga in "Un giorno credi"; il momento più inquietante in "Il mare d'inverno", il duetto Ferreri - Haber con quest'ultimo in stato confusionale e camicia aperta da vecchio playboy su un decolletè grigio che sarebbe stato meglio celato sotto una cravatta ben stretta.

Impagabile momento di involontario (?) umorismo di Paoli, il quale cita tutti gli artisti della scuola genovese: Lauzi, Bindi, Tenco, De Andrè ma lascia fuori sé stesso. A Fazio che gli chiede perché, risponde: "Perché io sono ancora vivo".

Il che ci induce a proporre un paio di formazioni di riferimento fra gli storici autori delle storiche canzoni di questa serata speciale (così facciamo pubblica la nostra inclinazione verso lo spirito funerario): la squadra dei vivi e la squadra dei morti.

Della prima fanno parte (in ordine di esecuzione): De Gregori, Zucchero, Conte, Fossati, Bennato, Battiato, Paoli, Ruggeri, New Trolls, Daniele, Lolli. Della seconda: Endrigo, Dalla, Lauzi, Tenco, Bindi, Modugno, De André, Gaber, Mia Martini. Vincono i vivi per 11 a 9.

Per rimanere in tono, ecco a un certo punto l'annuncio del decesso in un incidente stradale di Francesco Di Giacomo, Banco del Mutuo Soccorso.

Basta. Chiudiamo qui l'argomento.


Passiamo all'esilarante numero di prestidigitazione in cui la perfida Littizzetto nel ruolo della cavia riesce a spiazzare quel salame in frak del mago Silvan, smontandogli ogni mossa, ogni comando, ogni agitare di bacchetta e trasformando la magia in sghignazzo. Brava!

E vale la pena di chiudere con Brignano e il suo omaggio ad Aldo Fabrizi. Uno di quei numeri del vecchio varietà, che molti ricordano con nostalgia, e della cui scomparsa, speriamo definitiva, noi invece ringraziamo il cielo. Il comico, in frak, canta accompagnato da smorfiette, occhiatacce e prevedibili spernacchiamenti del trombone; e conclude ogni ritornello con battute da vecchia provincia povera: puzza di piedi, mortacci tua, e simili.

R.I.P.


Sabato 22 - BASTA


Siamo in ritardo, quindi cominciamo precariamente l'ascolto dell'ultima serata alla radio di bordo mentre acceleriamo per essere a casa entro un'ora decente. La scenetta del matrimonio Fazio - Littizzetto celebrato da don Matteo probabilmente diverte da vedere, non altrettanto da ascoltare.

  Mentre invece, 30 chilometri di autostrada (qualche volta abbiamo superato il limite di velocità) con Crozza ci sono sembrati francamente troppi. Non c'è dubbio che qualche peperoncino Crozza riesce sempre a infilarlo nel pappone, ma se poi la porzione è troppo abbondante, va a finire che il tutto diventa indigesto. E ancora ci sfugge, ma forse lo capiremo in seguito, perché, nella sua imitazione, Renzi abbia la voce di Jerry Lewis.

Alle 23.09 sprofondiamo nel divano davanti alla TV con la Littizzetto in maniche a sbuffo che fa la picciona, poi c'è Rubino e la sfilata dei concorrenti.

Salamelecchi dei presentatori alla Cardinale che, civettando sulla propria bellezza, legge i premi della critica. Da quasi coetanei ci corre l'obbligo di esternare un nostro vetusto concetto di gestione del pericoloso binomio vecchiaia e bellezza.

La prima arriva implacabile (l'alternativa è peggio), l'altra altrettante implacabilmente se ne va. Chi ci si trova in mezzo deve avere la capacità di mettere a frutto quel poco o tanto di esperienza che è entrato in magazzino, e il buon senso di abbandonare, appena si rende conto che è arrivato il momento, qualsiasi bamboleggiamento e insistenza sul perduto fiore dell'involucro esterno.

Facile da dire, certo, e difficilissimo da mettere in pratica.


Scendiamo dall'olimpo della saggezza e occupiamoci, prima di chiudere, di Stromae, cantante spilungone, metà belga, ma con l'aria di stare meglio nell'altra metà, quella ruandese. Costui presenta la canzone di un ubriaco maleducato e infelice che tenta malamente di avvicinare una passante. Drammatizzazione di un buon brano, ma con linguacce e barcollamenti davvero un po' troppo pesanti e insistiti, e con un discutibile finale: lo sbronzo cade a terra fulminato dall'alcool. E quando è giù cosa fa? Accenna a rialzarsi e grida "Sanremo! Viva l'Italia!"

Si può essere più scemi? (o più furbacchioni?)


                                         



 

 
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Relax presanremese

Post n°264 pubblicato il 17 Febbraio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     17 febbraio 2014

    RELAX PRESANREMESE


CURIOSITA'

Saremo anche impreparati, ma, dopo avere interrogato amici architetti e consultato libri, ci sono due domande alle quali dobbiamo ancora trovare una risposta.

Prima domanda: perché molte chiese di Roma, le cui facciate e gli interni sono stati abbondantemente imbarocchiti all'epoca del rinnovamento architettonico, hanno mantenuto i campanili romanici? Solo i campanili, perché tutto il resto, basta guardare, è ricoperto di marmi, stucchi, intonaci, le facciate coronate da statue. I campanili, no. Eccoli lì, tutti di mattoni, con le loro bifore e trifore: immutati.

Sono parecchi: S. Maria Maggiore, S. Eustachio, S, Croce in Gerusalemme, S. Maria in Trastevere, S. Sisto Vecchio, S. Crisogono, S. Silvestro (vedi foto) e tanti altri.

Seconda domanda: perché in molti palazzi di Roma, non terminati per ragioni che non sappiamo (finiti i soldi, morto il proprietario, caduta in disgrazia papalina la famiglia residente), il muro di facciata, e solo quello, nel punto in cui si è interrotta la costruzione, è rimasto grezzo? Eppure la casa è stata in seguito regolarmente abitata. Un esempio facile è Palazzo Incontro, a Via dei Prefetti (vedi foto). L'edificio è chiaramente a metà, basta guardare dove si trova il portone, ma per il resto non manca niente; eppure il muro di facciata è lì, con lo spigolo rimasto come lo hanno lasciato i muratori, dal primo piano al cornicione. E non è a dire che ci si possa aspettare una ripresa dei lavori al più presto: l'interruzione è di almeno quattro secoli fa. Quindi non è mancato il tempo. Ci dev'essere un'altra ragione.

Aspettiamo notizie.

SCORCI                      

Dove siamo? Non è facile indovinare. La prima foto uno può far finta di non riconoscerla per l'imbarazzo. La seconda, perché davvero non si capisce. Risposta: siamo a Roma. A sinistra potremmo pensare a un condominio un po' trascurato. Però, guardando meglio, in primo piano ecco un magnifico fiore di marmo; quello sullo sfondo è senza dubbio un capitello romano. Il resto è meno artistico: un carrello, due pezzi di tubo e parecchi sacchi di immondezza. E l'ingresso della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma in una mattinata qualsiasi.

La casupola campestre con porticina, scaletta e bordura di ortica non è a Rocca Canterano, ma nel centro del centro di Roma, e precisamente a Via della Tribuna di Campitelli numero sei. Una catapecchia fuori, probabilmente una reggia dentro con vista stupefacente sul Teatro di Marcello e sul Portico di Ottavia.


SCEMENZE

Ma senza esagerare perché dobbiamo tenerci leggeri in preparazione dell'indigestione di Sanremo la prossima settimana.

Cavillosità ciclistica. Proposta di modifica al codice della strada: i ciclisti possono andare contromano ma solo su strade col limite di 30 all'ora (per le auto), se la carreggiata è larga almeno 4 metri, se la strada è vietata ai mezzi pesanti, e infine non deve esserci parcheggio sulla sinistra (in pratica o sapete a memoria misure e topografia, sennò multa!)

La Repubblica, 4/1/2014, pag. 19, a proposito dell'incidente di Schumacher: "... Schumacher sciava con il maggiordomo accanto". Ve l'immaginate Ambrogio, impeccabile in frak, con il vassoio dei drink in perfetto equilibrio.

Alleluia! Pare che finalmente sia stato nominato il nuovo sovrintendente di Pompei, E' un esimio professore di archeologia che si chiama Massimo Osanna. Alleluia! Capito l'accostamento?

Sempre Repubblica del 18/1/2014, pag.18, a proposito della suora di Rieti che accusava una colica e invece era incinta. Il referto del pronto soccorso dell'ospedale S. Camillo De Lellis, testuale: "sospetta gravidanza in suora".

Archeostupore. Recuperi archeologici: "...rinvenuti anche gli affreschi di una domus sottostante (e precedente)". Meraviglia del cronista nello scoprire, fra parentesi, che in uno scavo la parte di sotto è più vecchia di quella di sopra.


                                        

 

 
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Malati gravi

Post n°263 pubblicato il 10 Febbraio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  10 febbraio 2014

   MALATI GRAVI


Collezionismo. Un argomento al quale sembra che nessuno possa rimanere indifferente: o non lo capisci, oppure ti fa ammalare. Domenica 2 febbraio all'Hotel Aran, settima edizione del Music Day di Roma, organizzato, bene, da Francesco Pozone. Ci raggiunge verso mezzogiorno di una infernale giornata di pioggia (la famosa bomba d'acqua che ha allagato mezza città, Tevere in piena e sobborghi impantanati) un nostro amico, dermatologo nel mondo reale, cacciatore di vinile in quel mitico universo di forsennati che costituisce il pubblico dell'evento. E' su di giri per l'occasione, ma distrutto di stanchezza per essere andato, sempre sotto l'infernale diluvio, alle sei di quello stesso mattino al mercato di Porta Portese in cerca di qualcosa di speciale. Malato grave, si definisce. Ma questo non gli impedisce di continuare la caccia a qualsiasi pezzo raro da aggiungere alla sua modesta (!) raccolta di venticinquemila dischi.

Il salone è gremito, molti gli stand. Ospiti vintage come Stelvio Cipriani. Si parla di compilation di vecchie colonne, si presenta "Discomania", catalogo-bibbia di settecento pagine destinate a gratificare le morbosità del vinilofilo. "Nuovo Ciao Amici", un periodico rinato dalle ceneri del passato festeggia Don Backy; e così via in una giornata proprio retrò.

A questo ritorno nel tempo ha davvero contribuito Tarantino. Per fortuna, invece di starsene tranquillo a Hollywood a fare i suoi film è venuto a ficcare il naso dentro la cassapanca della nonna dove stavano a fare la muffa colonne, temi, sonorità di qualche anno fa, e ha tirato fuori tutto. Benissimo per chi ha visto un bel revival di diritti SIAE da brani che ormai si davano per defunti. E anche per qualcun altro che vorrebbe essere nei suoi panni, e che può continuare a illudersi che non si passa mai di moda.

La manifestazione è anche un mercato in cui si trattano soprattutto vecchi LP, o forse potremmo dire le loro copertine, che all'epoca offrivano un perfetto spazio per invenzioni grafiche, fotografiche e pittoriche. C'erano addirittura quelle che si aprivano in tre. Trittici sull'altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, già che ci sono, tanto vale tenerli. No, potrebbero essere proprio i dischi l'oggetto del desiderio. Però si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, e allora neanche ci si pensa a metterli sul piatto e suonarli.

E' un po' una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale, e lo si tira giù di rado, per un minuto, per riguardarselo, per mostrarlo a qualche amico fidato o a qualche rivale da ingelosire. Forse il collezionista non ha nessun desiderio (e neanche il tempo. Abbiamo calcolato che per suonare venticinquemila LP ci vorrebbero dodicimilacinquecento ore, ovvero cinquecentoventi giorni, quasi due anni senza fermarsi mai) di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Sta lì, al sicuro dentro la sua bella copertina. Non serve altro.

Da queste ultime righe forse si capirà che noi non siamo fra i forsennati, ci troviamo piuttosto dalla parte degli scettici. O meglio, non proprio scettici, tolleranti. Gli amici dall'altro lato della barricata, anche nel loro furore malato, speriamo che scuseranno la nostra insensibilità.


 

Basterebbe pensarci. Venerdì 7, alla libreria Koob (capito la trovata? book-koob) si presenta "Il sonno del reame" di Annarosa Mattei. Lo stanzone sotterraneo in cui ha luogo il fatto, raggiungibile in modo labirintico e anche un po' claustrofobico, ve lo andiamo a raccontare: piastrelle granulari verdoline a terra, quadri indescrivibili, anzi, sarebbe meglio dimenticabili, alle pareti, tavolo dei relatori miserando, un cannone zincato di aereazione che squarcia il soffitto. Particolari migliorabili, certo, ma con qualche spesa. E va bene, si sa, i soldi sono finiti. E' che questa cronaca è lo specchio di tanti altri pomeriggi del nostro gironzolare letterario, uguali, in stanzoni uguali; e ogni volta ritroviamo un'uguale imperdonabile disattenzione a un fatto.

L'illuminazione! L'elemento meno costoso, più intuitivo, più semplice da manipolare, e di effetto garantito. Bastano due faretti puntati sul tavolo; magari due piccoli abat-jour che facciano emergere dalle tenebre libri e occhiali; basta illuminare chi parla e lasciare nella penombra chi ascolta. Tanto più che la merce in vendita non è un'orata di cui è saggio riconoscere la freschezza dall'occhio, o un tessuto la cui trama potrebbe essere fallata. Si tratta di idee, sensazioni, emozioni. Roba che non richiede la vista, ma orecchio, cuore e un po' di immaginazione. E in più, sviando l'attenzione in questo modo, si risparmia sull'arredamento.

Invece, niente: sempre bianco, livido neon. Che proprio non dona né agli autori né ai lettori né, ancora meno all'opera.

Come detto in testa: basterebbe pensarci.

Del libro nulla possiamo dire perché non l'abbiamo letto, anche se le abili e affettuose parole dei relatori ce ne hanno fatto venire voglia. Abbiamo solo notato quanto sia fotogenico il De Chirico (uno dei suoi magici panorami urbani) che illustra la copertina. Ma questa è una osservazione frivola, mentre forse avremmo dovuto parlare con profondità dei contenuti. Un'altra volta.



PS. Credevamo di avere chiuso con l'argomento. Invece, di ritorno, pochi minuti fa, da un'altra presentazione ci ritroviamo a dover ripetere le stesse cose. Stavolta niente da dire sull'ambiente, il magnifico Museo Ebraico sotto il Tempio Maggiore. Salone strapieno; alle pareti preziose stoffe rituali e testimonianze dell'antica comunità di Roma; fra il pubblico rappresentanti di mondanità e cultura. Eppure le due poltrone e il tavolino riservati al presentato e al presentatore, Fabio Benzi e Paolo Mieli, anche questa volta erano smarriti in una mezza luce indistinguibile dal resto della sala, con il risultato di rendere appena visibili le espressioni e di dirottare l'attenzione perfino del più vivace fra i presenti. Eppure, anche qui, una lampada a stelo, due spottini, mica tanto di più...



                                         

 

 
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Protagonisti scomodi

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    3 febbraio 2014

  PROTAGONISTI SCOMODI

                              

Venerdì 24. Ci vuole sprezzo del pericolo per sedersi come tre formichine a un tavolo sotto il grandioso Ercole di Canova. Siamo alla presentazione, nel salone del Mito, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, del libro di Fabio Benzi: "Arte in Italia tra le due guerre". I tre presentatori: la Signora Clarelli, direttrice della GNAM, il Filosofo Marramao, e il pericolo pubblico Claudio Strinati.

Chiamare pericolo pubblico un intellettuale garbato, posato e dalla sterminata cultura; perché? Spiegazione. Claudio Strinati è per sua (involontaria?) vocazione, un protagonista scomodo. Nel senso che quello che dice, come quello che scrive, è talmente bene articolato, esposto con così assoluta proprietà di termini, e soprattutto farcito di tanta limpida e naturale intelligenza che rischia di proiettare un'ombra annientatrice su chi gli sta intorno e sull'oggetto delle sue attenzioni. Lo abbiamo ascoltato analizzare il libro di Benzi in un'autopsia dei suoi flussi interni talmente colorita da rischiare alla fine di toglierci la voglia di leggerlo, questo libro, del quale ormai erano stati esposti scheletro, muscoli e linfa.

La signora Clarelli, che ha aperto l'incontro, ha schivato il confronto grazie a una presentazione tradizionale e cortese, da perfetta padrona di casa; il filosofo Marramao, che è venuto dopo, è invece rimasto, come un delfino spiaggiato, a boccheggiare senza ossigeno.

Insomma, un evento con tre protagonisti scomodi: la montagna di immenso, candido, vivo marmo sullo sfondo (vedi foto) e il sornione, seducente, vivo intelletto al tavolo.

Tranquilli. Il terzo protagonista, che poteva anche diventare la vittima del massacro: il libro, ce lo stiamo leggendo e possiamo assicurarvi che il confronto lo regge benissimo.


La sera stessa, al Parco della Musica, forte attesa per la talk opera "Conversazioni con Chomsky". Delusione, e protagonisti evanescenti. L'offerta comprendeva una serie di filmati muti e sonori, la presenza sul palco dello stesso Noam Chomsky, guru parlante in inglese tradotto in diretta, e l'esecuzione dal vivo della musica di Emanuele Casale. Solisti del Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretti, come sempre benissimo, da Tonino Battista.

La faccenda è stata piuttosto noiosa. La musica (in prima assoluta, se non sbagliamo) ci è sembrata vecchiotta soprattutto per la scelta di sonorità provocatorie, sì, ma quarant'anni fa; oggi diventate di uso quotidiano, se non addirittura commemorativo (piripiri dei fiati, interminabili pedali degli archi, percussioni a scatafascio e fonemi sparati in (per noi) insensate raffiche da un soprano). Il povero Chomsky, presenza scenicamente poco carismatica, tutto il tempo sprofondato in una poltrona al buio, tranne quando veniva interrogato da un signore seduto lì accanto. A quel punto, occhio di bue sul filosofo, risposta alle domande, ovviamente in inglese; voce fioca sopraffatta da quella di una traduttrice simultanea. Con il risultato di ricreare quel fastidioso effetto delle interviste televisive in cui per i primi attimi ascoltiamo il vero personaggio, poi lo perdiamo nel sottofondo.

Non abbiamo la minima intenzione di contestare i concetti supercollaudati del nostro ospite. E' che se si mette su una serata, lo spettacolo si dovrebbe presentare con l'opportuno corredo di suoni, luci e ricchi cotillon, altrimenti, un buon libro a casa, e via. In sala, parecchie postazioni da bella addormentata, con quelle espressioni finte assorte che imparano a esibire anche nel sonno gli accorti frequentatori di questo tipo di eventi.

Ricapitolando: musica non protagonista per scadenza dei termini; spettacolo non protagonista per mancanza di vita; filosofo poco protagonista perché in ombra per troppa parte della serata.


All'uscita faceva un bel freddo, e questo ci ha offerto il pretesto per rimpiangere l'ormai perduto uso del cappello fra gli uomini. Perché quasi a tutti il cappello di taglio tradizionale dà un tono. Il che davvero non si può dire di quei bruttissimi berretti di lana a calza (vedi foto), molto amati dai ragazzi (i quali sono giovani e gli sta bene tutto, o comunque non importa come gli sta) e purtroppo anche dai vecchi (i quali sono vecchi e non gli sta bene quasi niente, a meno che non sia della più classica eleganza). Con l'aggravante che i colori di questo accessorio, non si sa perché, sono sempre mosci: sul grigiolino, marroncino o beigetto, e l'accostamento davvero non dona alle guance intirizzite, all'occhio lacrimoso e ai cernecchi che spuntano di là sotto. Saranno anche pratici, però...



                                           

 

 
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La Nera Signora

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

 27 gennaio 2014

   LA NERA SIGNORA

  

Allegro inventario cattolico apostolico romano.

Roma. Chiesa di S. Maria dell'Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici, 2 teschi alati dall'aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti belli grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d'alloro e aria strafottente (vedi foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti: una miseria. Meno male che hanno i tre Caravaggi.

S. Maria in Vallicella: né teschi né scheletri; in compenso una miriade di putti sparsi su soffitto, pareti, organi (nel senso musicale). Con il barocco che avanza, la morte indietreggia.

S. Agnese in Agone: putti 56: solo la testolina, alata e no; testolina più corpo, con o senza ali, in alto e bassorilievo. Nessun teschio scolpito, in compenso ce n'è uno vero in una teca di vetro: quello, appunto, di Sant'Agnese.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a reliquie dello stesso: stola, mantello, mezzi guanti e sangue delle stimmate.

S. Giovanni dei Fiorentini: un teschio, 8 putti e, rivestito d'argento, il piede di Maria Maddalena, in una cappellina al cui ingresso un cartello dice: "Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto".

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l'ovale con il ritratto del caro estinto. Più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio. A questo punto una domanda anatomica: tutti diciamo che sono tibie, quelle due ossa incrociate; non è che invece sono femori?


La morte di Claudio Abbado, che molto ci addolora, è un'occasione per condividere un piccolo appunto su come di solito gli amici del defunto rendono pubblico il loro ricordo attraverso interviste, Facebook e articoli di giornale (anche se sappiamo bene che la scelta dei titoli e degli occhielli è spesso dei redattori, piuttosto che degli autori).

Prendiamo dalla pagina 29 di Repubblica del 21 gennaio tre brevi sommari in testa ad altrettanti articoli, tutti dedicati al grande direttore, che rappresentano il campionario standard dell'elogio funebre.

"Una bacchetta magica per tutte le emozioni, così fece diventare popolare anche Mahler". C'è un cronista che non teme i luoghi comuni (la "bacchetta" "magica" del direttore d'orchestra), non ha mai conosciuto l'illustre defunto e, su commissione della redazione, ne fa un ritratto genericamente elogiativo. Meritatissimo, aggiungiamo noi, soprattutto per essere riuscito, se ci è riuscito davvero, a rendere popolare quel noioso di Mahler.

"Sessant'anni insieme, con lui ho scoperto l'anima della musica". A parlare, quasi da vedovo, è Daniel Barenboim, direttore e pianista, che da amico e compagno di studi di Abbado ricorda la loro sintonia di pensiero e riconosce quanto la frequentazione del defunto abbia arricchito la sua vita. Gratitudine e commosso omaggio.

"Quella volta in cui lo convinsi a tornare alla Scala". E questo è il classico caso in cui (qui a scrivere è Lissner, sovrintendente e organizzatore) chi prende la penna lo fa per parlare principalmente di sé, usando la morte dell'illustre come un megafono per far saper al mondo quanto lui stesso è stato importante per l'altro, o semplicemente che lui c'era, o addirittura per lanciare un "ve l'avevo detto, io!".


PS. Abbiamo visto "La grande bellezza", e non diteci che non siamo in argomento, perché il film sguazza nella putrefazione di una città, di una società, soprattutto di un personaggio.

Che dire? E' un film girato bene, recitato bene, che ci ha irritato per il suo snobismo aggravato da un fellinismo eccessivo. Ossequiare il maestro, certo, ma insomma... C'è la nana, c'è la Saraghina, la bambinaccia, le suore e i preti, la incongrua giraffa fra i ruderi delle terme; c'è perfino (aggiornamento postfelliniano?) Venditti con il suo abituale incarnato color mogano.

Le inquadrature turistiche e gli arredamenti sono così insistiti e curati da rubare spazio alla storia che alla fine si sfilaccia anche per via del montaggio a mosaico. Snobissima pure la musica di Lele Marchitelli, con le sue sonorità vocali da depressione scandinava. Imperdonabile il finale: raccontare per simboli va bene, ma chiudere con la morale della storia spiegata al popolo attraverso il pistolotto del protagonista, davvero non ci sembra un gran che.

Certo, un regista che riesce a far recitare la Ferilli è un mago. Che però ci appare un po' troppo compiaciuto della sua stessa magia. Un altro tipico film italiano di visioni, impressioni, schizzi, purtroppo anche macchiette; grande bellezza (appunto) formale, ma manca quel robusto pilastro che regge tutto il cinema americano: una buona storia.


                                  


 
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Andreotti tira ancora

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     20 gennaio 2014

     ANDREOTTI TIRA ANCORA


La St. Louis Music School ci ha invitati lunedì 13 a una master class di Gegè Telesforo: "Vocal Jazz Concept". Tanti ne abbiamo ascoltati di vocalisti jazz, e anche alle lezioni di parecchi professori abbiamo assistito, ma mai ci era capitato di trovare qualcuno come Gegè, capace di trasmettere nel corso di un'apparentemente semplice chiacchierata tante nozioni utili, addirittura indispensabili a chiunque ci voglia provare (a fare il vocalista), o comunque a fare jazz cantando, suonando, o anche solo ascoltando consapevolmente.

L'amico Telesforo, oltre a essere un polistrumentista, un mago delle corde vocali, un presentatore e promotore di talenti, è un bel signore dall'abbigliamento e i toni normali, capace di citare i nomi più famosi del jazz americano con cui ha collaborato senza darsi arie. Il suo incitamento agli studenti è "Segui la passione!". Nelle sue chiacchierate fa spesso riferimento allo scudo che gli ha permesso di difendersi dalle insidie della siringa durante la sua adolescenza in provincia, e di girare per Harlem di notte, unico bianco, senza beccarsi una coltellata. E' che sono di Foggia, ripete, e pare che questo fatto, oltre ad averlo aiutato in passato, sia tuttora un amuleto contro le cattiverie della vita. Senza andare troppo nel dettaglio, lo abbiamo visto chiamare al microfono ragazzi intimiditi, e in due battute dargli la chiave per sentirsi bene dentro, e anche, il che non guasta, funzionare meglio fuori. Avercene, di insegnanti così!


Martedì. Cambiamo genere. Dal vocalismo jazzato alla poliedricità politica. A Via delle Coppelle c'è Palazzo Baldassini (Sangallo il Giovane, 1518), un sobrio edificio di purissimo stile rinascimentale, cui cinque secoli di vita non hanno fatto alcun danno: integro nella sua assoluta eleganza. Non grande, con un meraviglioso cortile e una ancor più bella loggia che vi si affaccia. In questo luogo delle meraviglie ha sede l'Istituto Luigi Sturzo, che nel 2007 ha acquisito l'archivio personale di Giulio Andreotti (che oggi compirebbe 95 anni), composto da 3.500 faldoni dai titoli variegati e chiarificatori: Democrazia Cristiana, Vaticano, ma anche Divorzio, Cinema.

L'occasione: la presentazione di un curioso libretto contenente alcuni suoi discorsi, e però anche varie testimonianze di amici fuori del coro politico, Pippo Baudo: "Ironia e leggerezza in video", Totti: "Giallorosso come pochi". Ci aspettavamo la solita barbogia cerimonia istituzionale. Invece, folla da concerto rock. Nessuna possibilità di entrare nel salone della cerimonia, buttafuori alla porta e delirio di ogni genere di persone già mezz'ora prima dell'inizio.


Non stiamo esagerando. Abbiamo dovuto rinunciare a ogni tentativo e ce ne siamo andati, con il libretto in tasca (invece delle proverbiali pive nel proverbiale sacco) ma senza perderci d'animo. A Roma basta girare l'angolo e da una meraviglia si passa a un'altra. La Chiesa di S. Agostino è sì e no a cento metri. Facciata tirata su con i blocchi di travertino caduti dal Colosseo. C'è il suo bravo Caravaggio (la Madonna dei pellegrini), il suo bravissimo Raffaello (il profeta Isaia) e altre squisitezze. In più ci si può permettere il lusso di camminare su un pavimento di preziosi marmi tagliati a quadrati, losanghe, rombi, e soprattutto a fette. Ci spieghiamo: tutta la superficie è intarsiata di tondi di vario colore e provenienze: cipollino greco, rosso di Verona, serpentino del Peloponneso, bigio numidico, giallo tunisino; ma un occhio attento capisce subito cosa sono questi tondi: fette di colonna. All'epoca si usava. Una colonna romana caduta, magari spezzata e non più utile per sostenere un architrave, diventava un utilissimo salame di marmo. La si tagliava a fette uguali e, hoplà, ecco bell'e pronta una serie di tondi colorati da mescolare ad altre fette di altre colonne, e farci un bel pavimento.

Prima di uscire, un'occhiata la merita, nella cappella sinistra del transetto, la statua di un santo, Tommaso di Villanova che fa l'elemosina. Si tratta di una straordinaria opera d'arte al servizio di un messaggio efferato. Il santo, ammantato di sontuosi abiti, elegantissimo e visibilmente ricco, si sporge dalla sua nicchia sull'altare e fa cadere con gesto di condiscendenza una moneta nella mano protesa di una povera donna con due bambini (di sicuro figli della colpa) attaccati alle sottane, collocata fuori dalla nicchia e un gradino più in basso del santo, tanto per far risaltare la sua condizione di peccatrice, e quindi di meritatissima miseria. Ma, niente paura: purché rimanga sul gradino di sotto e non alzi la cresta, c'è la Chiesa che la soccorre. Il gruppo, davvero notevole per la sua perversa armonia, è attribuito a Ercole Ferrata.


Facebook, miniera inesauribile. C'è la rubrica "Roma sparita" che pubblica vecchie foto curiose della città. Oggi ne abbiamo vista una del 1942, in cui appaiono, di schiena, un prete con l'a-spersorio, un chierichetto con il secchiello e sullo sfondo, oltre il fossato dello zoo, due enormi orsi scarsamente interessati alla cerimonia. La didascalia: "Benedizione degli orsi per la festa di S. Antonio". E ci sono venute in mente le tante simili cerimonie di qualche anno fa, oggi, ci pare, un po' passate di moda: benedizione delle carrozzelle a S. Pietro, degli autobus al deposito ATAC, dei netturbini in divisa, degli scolaretti e dei campi sportivi, delle prime pietre e dei vari delle navi. C'era sempre un vescovo in servizio. Che faranno in questa epoca atea i benedicenti di professione?


                                        

 
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Pigrizia postnatalizia

Post n°259 pubblicato il 12 Gennaio 2014 da torossis

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

   13 gennaio 2014

    PIGRIZIA POSTNATALIZIA

                                                                                                   

Evidentemente il clima delle feste ancora fluttuante, sommato ai postumi da sovralimentazione ed eccessi etilici continua a produrre i suoi effetti. Fatto sta che uno di questi effetti, la pigrizia, aggiunto alla sollecitazione a cui da parecchi giorni ci sottopongono le pagine dei giornali che pubblicizzano la prossima uscita sul mercato di ben cinque CD di Ludovico Einaudi ci ha spinti, anziché scrivere qualcosa di nuovo, ad andare a frugare in archivio e a ripresentare un nostro vecchio uovo avvelenato del 24 settembre 2012, intitolato appunto: "Einaudi e gli spinelli". Eccolo.

                   

Parco della Musica di Roma (ricordiamoci che siamo andati indietro al 24/9/2012). La conferenza stampa di presentazione della Stagione Contemporanea è piuttosto moscia, non per il progetto, interessante, o per l'organizzazione, puntuale e corretta, ma perché i tre signori al tavolo: Fuortes, amministratore delegato; Regina, presidente; Pizzo, curatore; risultano incapaci di raggiungere la soglia della nostra attenzione. Atmosfera che precipita nel funereo con l'intervento di Einaudi che proprio non ha il dono dell'eloquenza. Le sue lente parole escono faticosamente picchiettate di ehm, e beh, e mah soporiferi (continuiamo a pensare che la maggioranza dei musicisti dovrebbe aprire bocca solo per ficcarci dentro uno strumento).


Si comincia il 22 settembre con "The Elements" del medesimo: prima assoluta. Il colpo d'occhio è magnifico. La sala dell'Auditorium è un'immensa caverna arcaica per i legni che la foderano tutta, moderna per i ponti sospesi dei fari e le curve fonodinamiche delle superfici. Scenografia essenziale ed elegantissima, con la sapiente esposizione di ogni percussione esistente, più qualcuna che ci è parsa inventata per l'occasione (più tardi ascolteremo anche lastre di metallo fatte vibrare nell'acqua). Cinque grandi sfere traslucide sospese, che vedremo salire e scendere lungo i cavi e illuminarsi di luci candide, e cinque solisti: quattro percussionisti della PMCE più Robert Lippok, pilota dell'elettronica. Tutti in nero, su fondo nero, con i loro strumenti scuri o incendiati di bagliori metallici sotto i fasci bianchissimi dei fari. Festosa l'atmosfera di attesa di un evento che sa già di buona riuscita. Poco a poco il teatro si riempie di un pubblico ben disposto. Schizzo di colore romanesco quando un burino si affaccia dalla galleria e a gola spiegata chiama un suo fratello in platea: "Aho! Poi se n'annamo a cena!" Non stiamo allo stadio, ma loro non lo sanno.


Buio in sala, scenografico riaccendersi graduale di poche luci bianche in tutto quel nero ed ecco che, mentre intuiamo i cinque compagni di avventura, neri su nero, ai loro posti sul fondo, entra Ludovico Einaudi (e qui ci sentiamo costretti a riproporre una nostra fissazione: l'abbigliamento di scena, inteso anche come rispetto per il pubblico) con addosso la solita giacchetta, la solita maglietta, i soliti pantaloni sformati. Naturalmente non abbiamo qui intenzione di sbertucciare chi non veste Armani. Vogliamo solo dire che quando uno sale sul palcoscenico ha prima di tutto l'obbligo (o almeno dovrebbe avere l'astuzia) di guardarsi allo specchio, magari con l'aiuto di un consulente, e poi adottare i provvedimenti del caso (abito, trucco e look in generale). Il maestro si avvia al gran coda, piazzato con la tastiera verso il pubblico, e la serata ha inizio.


Comodi nella nostra poltrona ci lasciamo andare all'ascolto, e a un certo punto, circa a metà della faccenda (che in tutto durerà un'ora e mezza) abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa. La musica va: molto rarefatta, molto ripetitiva, priva di filo melodico o di sviluppo armonico riconoscibile, anche se ricca di qualche bella sonorità, e noi a nostra volta riandiamo a un nostro momento in India, esattamente trentanove anni fa, sulle rive del Gange, al tramonto, mescolati a un gruppo di fricchettoni figli dei fiori ad ascoltare per ore e ore il sitar di un Ravi Shankar locale, convinti di essere a un passo dall'illuminazione. Per renderci poi conto che la scalata verso l'immenso non dipendeva dalla musica, ma dal forte quantitativo di spinelli (o peggio) consumato durante l'ascolto.

Ecco cosa ci manca in sala: un bello spinello! Peccato, perché dopo questa raggiunta consapevolezza ci siamo trovati ad affrontare altri tre quarti d'ora di suoni rarefatti, ripetitivi, privi di filo melodico e di sviluppo armonico; e senza nessun supporto psicotropo.


Applausi deliranti, standing ovation, richiesta di bis, concessi, e fuoruscita di pubblico felice.

E noi; che dire? Non vogliamo certo sostenere che se una composizione non contiene melodie, armonie e contrappunti, insomma una struttura articolata, non ci piace; anzi le novità, ma quelle vere che provano a scardinare il sistema, ci entusiasmano, ci irritano, ci seminano la testa di dubbi; comunque ci fanno pensare.

Anche la musica di Einaudi ci ha fatto pensare, ma solo agli spinelli sul Gange.



                                      

 
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Opinabili opinioni

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   6 gennaio 2014

  OPINABILI OPINIONI

 

Ultimo giorno del 2013. Sera. Prima di andarcene a spasso per Via dei Fori Imperiali, abbiamo acceso RaiUno sul solito spettacolone di capodanno, in cui a un certo punto è apparso un Umberto Tozzi tristemente abbigliato in giubbotto di cuoio da motociclista, maglietta slabbrata, e imbarazzante pappagorgia da ultrasessantenne qual è. Lasciatecelo dire: l'unico che si può ancora e sempre permettere, anche se decrepito, qualsiasi look è Clint Eastwood. Tutti gli altri no, e soprattutto Tozzi, che sul palco (proprio dove uno dovrebbe essere al meglio) appariva decisamente fuori posto, e anche un bel po' sciatto.

Effetto simile ce lo ha fatto Grillo, presentatosi stavolta tra il ruffiano e il finto mansueto, cui abbiamo dedicato qualche minuto del suo faticoso (da seguire) e un po' risibile discorso di capodanno, concluso da un fumettistico "Che la forza sia con voi!" Addosso una camicia da boscaiolo del Wisconsin, anche questa scarsamente coerente con l'età e la situazione. Meglio, molto meglio Napolitano, vestito come si conviene, che potrebbe (ma non crediamo che vorrebbe) essere suo padre.

Sbirciatina a "L'attimo fuggente", film esemplare del perché gli americani sono più bravi di noi: sceneggiatura superba, recitazione stratosferica, anche dei ragazzini, riprese magnifiche, storia emozionante. Ci è venuto in mente, e ce ne scusiamo perché nelle Feste bisognerebbe essere buoni, come rappresentante nazionale dell'ottava musa ed eventuale campione da contrapporre, Rocco Papaleo, di cui in uno spot abbiamo visto annunciata la prossima uscita sugli schermi.

E poi siamo andati per Roma. Erano tutti in strada. Abbiamo visto spettacolini caserecci, modesti e dall'aria improvvisata, ma anche bei giochi di laser; e finalmente il conto alla rovescia in cifre luminose. Che sarebbe in sé una faccenda piuttosto banale. Ma quando la proiezione atterra sul Colosseo, ecco che qualunque banalità diventa speciale. Questo significa purtroppo che per mettere su qualcosa di memorabile in questa città non serve nessuno sforzo. E così, viziati come siamo, l'andazzo pressapochistico lo tiriamo avanti fin dai tempi di Numa Pompilio.

E' passata ormai la mezzanotte. Siamo a mercoledì primo gennaio duemilaquattordici. Tempo soleggiato e tiepidino. La notizia (una di quelle rassicuranti) è che il Conservatorio di Santa Cecilia, ora in mano all'energetico nuovo direttore, Alfredo Santoloci, si è inventato un evento straordinario: Il Museo che Suona. Succede che il magnifico Museo degli Strumenti Musicali, piazzato in uno dei più interessanti siti archeologici della città, il Palazzo Sessoriano, benissimo allestito e da noi frequentemente visitato, ogni volta in totale solitudine nelle sale deserte, oggi pomeriggio era tutto un ribollire di persone. Perché, con intelligente quanto semplice idea, Santoloci aveva organizzato, intanto un ingresso gratuito, e poi gruppi di musicisti del Conservatorio itineranti nel museo a suonare per il pubblico vecchi o vecchissimi strumenti che fino a quel momento erano rimasti chiusi nelle bacheche come mummie imbalsamate.

E qui permetteteci, dopo la sfilza delle precedenti, di esporre un'altra delle nostre opinabili opinioni. Un quadro, una statua, un reperto archeologico non hanno bisogno di niente altro che la loro stessa esistenza per trovare posto in un museo. Sono belli così come sono, e questo basta. Uno strumento (musicale, ma anche industriale) a cui viene tolta la sua funzione, che è produrre suono, o forza, sarà anche interessante come oggetto, ma se non lo si fa vivere diventa, appunto, una mummia imbalsamata.

3 gennaio, primo funerale dell'anno. L'amico Roberto Ciotti, chitarrista. Naturalmente alla Chiesa degli Artisti. Ogni funerale è lo specchio del mondo al quale apparteneva il defunto. In questo caso quello del blues. E allora, eccoci in mezzo a una folla sorprendente di anziani baffuti, barbuti, selvaggiamente capelluti, con code di cavallo, cappelloni e stivali. Naturalmente il tutto striminzito e scolorito dagli anni (tranne qualche caso di restauro, tentato ma non sempre riuscito), per cui le code di cavallo sono ridotte a due spaghetti, i baffoni e i barboni, un po' tarlati, sono candidi, o meglio gialli di nicotina (c'era fuori della chiesa una puzza di fumo esiziale) e i capelli, se e quando ci sono ancora, così radi che ci si vede attraverso. Molti occhi rossi e sguardi spenti, non più nascosti dai sexy Ray-Ban di ordinanza, ma quasi sottolineati da inequivocabili occhialetti da presbite.                                                  

Ultima opinabile opinione. Noi ritroviamo nei pittoreschi particolari di questa scena i simboli di un periodo eroico, che purtroppo ormai risulta degradato a semplice passato, senza più eroismo. Allora forse sarebbe meglio metterli in archivio, questi simboli di ieri, per evitare che oggi diventino patetici. O ci sbagliamo?



                                         

 

 
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Regalino di capodanno - Ovvero -Incompetenti o solo stupidi

Post n°257 pubblicato il 02 Gennaio 2014 da torossis

IL CAVALIER SERPENTE

Perfidie di Stefano Torossi

30 dicembre 2013

 REGALINO DI CAPODANNO CON FOTO

Ovvero

INCOMPETENTI O SOLO STUPIDI

La faccenda ha raggiunto una dimensione che ci sembra travalichi quella umana. Noi non lo sappiamo per certo, ma presumiamo che nella giunta municipale di Roma ci sia un responsabile dell’arredo urbano. E’ a lui che ci riferiamo con il nostro titolo (anche a rischio di querela).

La notizia. Nella nostra città esiste un luogo in cui avventurarsi è più pericoloso che entrare disarmati nella jungla del Borneo: Piazza Venezia. E’ un grande spazio disseminato di dislivelli che trasformano il selciato in una pista da fuoristrada, e assediato giorno e notte da un traffico diabolico. Non ci sono semafori automobilistici o pedonali. Chi vuole attraversare si butta, sperando nella buona sorte. Il centro della piazza è occupato da una doppia grande aiuola tagliata a metà dall’unico corridoio di relativa sicurezza per il folle o l’audace che ci si avventura: un attraversamento pedonale regolarmente segnalato da belle strisce bianche dipinte sui sampietrini. Lì ci si sente più o meno protetti.

Ma nel turbamento di questi giorni di festa dev’essere successo qualcosa di destabilizzante in giunta perché il funzionario citato all’inizio ha pensato bene di piazzare l’obbligatorio albero di Natale non nell’aiuola dove era infilato negli anni scorsi, quindi “fuori dalle balle”, come abbiamo sentito dire a un irritato turista, ma esattamente nel centro del percorso pedonale. Così che chiunque si trovi ad attraversare la piazza su questo sentiero, fra l’altro rigidamente arginato dagli archetti della recinzione, incontra un ostacolo quasi insormontabile.

Per non passare da mitomani abbiamo deciso di contravvenire all’abituale austerità del nostro blog e di darvi qualche foto sul fatto. Guardare per credere. Si vedono bene le strisce, i muretti delle aiuole e i pellegrini che arrivati all’albero non sanno cosa fare. E il bambino che ci passa appena, mentre la mamma si deve intrufolare sotto le fronde?

 

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P.S. La lupa capitolina di verdura, di cui abbiamo già parlato, regalata non si sa bene da chi al sindaco Marino e alla città, eccola qua. Ci siamo sbilanciati con le altre foto, e allora vi aggiungiamo anche queste. Che meritano. Sullo sfondo le pietre trimillennarie delle Mura Serviane. Pregasi prestare attenzione, oltre che alla nobile resa espressiva del vegetale animale, anche ai gemelli, identificabili meglio in due cavolfiori bolliti che in Romolo e Remo.

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 Già che ci siamo vi replichiamo l’intero resoconto; dalla settimana scorsa: “Eccolo il regalino per il sindaco. Noi crediamo sinceramente che neanche nel giardinetto della Pensione Bellavista di Casteltirolo avrebbero avuto il coraggio di esporre una faccenda del genere. Vi consigliamo la passeggiata (non in Tirolo, ma al Campidoglio), salutare e istruttiva. Per vedere.

Piazzata in una cassetta di legno in puro stile Alto Adige, si erge una lupa capitolina ritagliata con approssimativa arte topiaria (tecnica di sagomare fronde e rami in figure geometriche o forme di animali) mentre allatta i due proverbiali gemelli, anche loro scolpiti nella stessa materia vegetale. L’opera di sublime fattura etrusca, con in più il tocco del Pollaiolo, rifatta in verdura. Mah! Naturalmente fotografatissima da mandrie di turisti che così neanche si accorgono delle vere lupe storiche in marmo, bronzo, a tutto tondo, in bassorilievo, che li circondano.

E non finisce qui. Proprio davanti alla povera bestia, adagiata su un letto di ciottoli sbiancati alla varechina, ci appare, sempre ritagliata in una miseranda siepetta di bosso, la scritta S.P.Q.R. (osservare l’agghiacciante foto a destra). E’ un’immagine di nostalgica malinconia che ci riporta a quando, da piccoli, andavamo per le vacanze a Gabicce Mare o a Ladispoli e alla stazioncina ci accoglieva immancabilmente il nome della località, disegnato come questo, con erba o fiorellini. Però qui siamo a Roma. Una certa differenza di stile ce la saremmo aspettata.


Che dire? E’ ovvio che il buon gusto non lo possiamo pretendere da tutti, ma la salvaguardia dei luoghi della storia sì, specialmente se si tratta di impedire che una casereccia, imbarazzante lupa di erba rubi la scena a quella vera e nobile, di bronzo”.

 
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Regalino di Natale

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   23 dicembre 2013

REGALINO DI NATALE

 

Traffico natalizio. Per evitare code, ingorghi e stress da parcheggio, si va col bus. E si chiacchiera alle fermate e a bordo. E invariabilmente si incontra l'ultrasessantenne un po' new age, di solito donna, all'inizio arrabbiata: "Così non si può andare avanti, i mezzi non passano, la gente spende i soldi che non ha, l'aria è inquinata..." e subito dopo romantica: "Se potessi me ne andrei a vivere in campagna, a fare passeggiate, coltivare l'orto, sedermi davanti al caminetto acceso..." e altri sogni (i quali, assolutamente, devono rimanere tali, altrimenti ve li immaginate questi poveri vecchi, diventati campagnoli per illusione, in contatto con la realtà vera: il duecento per cento di umidità, sentieri ripidi e fango alle caviglie, l'orto morto per sei mesi all'anno, e il caminetto che ti arrostisce davanti e ti gela di dietro).

A questo proposito, ci siamo appuntati qualche tempo fa una notizia apparsa su Facebook, che ci ha fatto sorridere per il richiamo ai desideri fantastici di cui sopra, e sghignazzare per la realtà che, con il nostro collaudato scetticismo, intravvediamo chiarissima dietro il racconto; eccola.

Marco, descritto in un articolo di Corriere.it come una specie di eroe new age, è un ex manager di successo della Yamaha. Il quale, una decina di anni fa ha mollato l'ufficio di Manhattan (uno dei luoghi più stimolanti del mondo) per ritirarsi a vivere in una catapecchia a Valle Pezzata  sull'Appennino, senza luce, senz'acqua e in compenso, ci immaginiamo, con una bella percentuale dell'umidità di cui sopra.

Si tratta, è ovvio, di quel tipo di persona che non sa gestire le cose della vita, e finisce col farsi gestire da loro. "Quella del manager - dice - era un'esperienza totalizzante. Al di là delle otto ore di ufficio, il lavoro assorbiva completamente la mia vita. Era difficile staccare la spina quando tornavo a casa. (Staccare la spina è una delle prime pratiche da imparare appena si entra nel mondo professionale. A meno che il lavoro ti piaccia talmente tanto da non avere nessun bisogno e nessun desiderio di tempo libero). Ero pieno di cose che non mi servivano". 

E allora esagera. "E' stato facile rendermi autonomo rispetto ai bisogni primari legati alla sopravvivenza, al cibo, ai vestiti e a un riparo sopra la testa. Coltivo l'orto, seguendo i consigli degli anziani contadini, e l'acqua la prendo dal torrente".  Niente più elettricità, scaldabagno, frigorifero, termosifoni (e magari un bel Negroni verso le diciotto e trenta): conquiste per cui l'umanità lotta da secoli. E' la semplicistica filosofia new age che spinge un grullo col cervello bollito a perdere la propria libertà (credendo di averla riconquistata) e a diventare schiavo del momento in cui maturano gli zucchini nell'orto, della legna bagnata che non brucia nel focolare, di dovere aspettare il tramonto per dormire e l'alba per svegliarsi. Per non parlare di reumatismi e altri acciacchi. E l'igiene?


Merita il posto d'onore, in chiusura (quello che in ogni serata spetta alla star), la seguente chicca che vi regaliamo per Natale: Il Servizio Giardini di Roma ha presentato al nuovo sindaco Marino un omaggio che ora vi andiamo a raccontare.

Gambe in spalla e arrampichiamoci su per la magnifica cordonata del Campidoglio (Michelangelo). Arrivati nella magnifica piazza (sempre Michelangelo), si può ammirare la magnifica statua di Marcaurelio (copia del capolavoro romano, ora nelle sale dei Musei Capitolini) e girare intorno lo sguardo rapito dai magnifici palazzi gemelli sede dei musei succitati.

Poi, però, basta buttare l'occhio verso sinistra, e qui comincia il rapimento vero, purtroppo molto simile al raccapriccio, perché immediatamente ci appare, intrufolato sotto il portico del Palazzo Nuovo, un presepio realizzato dalla Cooperativa Sociale Cantina delle Idee di Palermo, con la collaborazione (citiamo alla lettera il cartiglio di presentazione) di soci disabili e normodotati, consistente principalmente in scene di crapula con odalische ancheggianti e gruppi di avvinazzati indegnamente sbracati sui triclini in mezzo ad architetture e rovine classiche. Il tipico banchetto di Trimalcione. Francamente incomprensibile in relazione al Natale, a meno di non ipotecare qualche corto circuito nella comunicazione proprio fra i soci disabili e quelli normodotati.

 Tiriamo innanzi ignorando anche l'alberello di Natale annidato nello stesso angolo e puntato da tre o quattro biciclette su cavalletto, le cui pedalate mettono in azione una dinamo che accende le lucine. Ignoriamo anche un paio di stendardi, che invocano "Salviamo i marò" e "Libertà per la Timoshenko" relegati giustamente in castigo, trattandosi di fatti ormai decotti; sorpassiamo l'ingresso laterale della magnifica chiesa dell'Aracoeli, ed eccoci in uno spazio, in cui ci accolgono un magnifico capitello corinzio, e sullo sfondo, al di là del quale si intravede l'immensità del Foro Romano, i resti delle magnifiche Mura Serviane (VI secolo avanti Cristo).

Siamo finalmente arrivati al regalino del sindaco. Noi crediamo sinceramente, che neanche nel giardinetto della Pensione Bellavista di Casteltirolo avrebbero avuto il coraggio di esporre una faccenda del genere. Vedere per credere, e vi consigliamo la passeggiata, che comunque è salutare, istruttiva e artistica.

Piazzata in una cassetta di legno in puro stile Alto Adige, si erge una lupa capitolina ritagliata con approssimativa, bisogna dirlo, arte topiaria (tecnica di sagomare fronde e rami in forme geometriche o di animali) in una siepe di bosso, mentre allatta i due proverbiali gemelli, anche loro di una qualche materia vegetale, i quali, essendo più piccoli e quindi di sicuro più difficili da scolpire, risultano in tutto e per tutto uguali a un paio di cavolfiori. La lupa e i gemelli! Opera di sublime fattura etrusco romana con in più il tocco del Pollaiolo, rifatti di verdura. Mah! Naturalmente fotografatissimi da frotte di turisti che così neanche si accorgono della storia, vera, che li circonda.

E non finisce qui. Lì vicino, adagiata su un letto di ciottoli sbiancati alla varechina, ci appare, sempre ritagliata in una miseranda siepetta di bosso la scritta S.P.Q.R. E' un'immagine che ci riporta a quando, da piccoli, andavamo per le vacanze a Gabicce Mare o a Ladispoli e alla stazioncina ci accoglieva immancabilmente il nome della località disegnato, come questo, con erba o fiorellini.

Che dire? E' ovvio che il buon gusto non lo possiamo pretendere da tutti, ma la salvaguardia dei luoghi della storia, sì, specialmente se si tratta di impedire che una casereccia, imbarazzante lupa di erba rubi la scena a quella vera e nobile, di bronzo.


PS. Avvertenza. L'uso continuato dell'aggettivo "magnifico" che potrebbe apparire eccessivo a uno sprovveduto lettore, è in realtà voluto per dar vita a un esemplare contrasto con la miseria della vicenda.



                                       


 

 

 
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Metti, un pomeriggio di pioggia

 

 IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  16 dicembre 2013

    METTI, UN POMERIGGIO DI PIOGGIA


 Metti, un pomeriggio di pioggia. Dicembre. E' già buio e sono ore che cammini. Sei stanco, scocciato, e anche un po' confuso dalla gente, dai negozi, dalla città, e ti vuoi riposare. Magari anche riflettere in un posto tranquillo e, perché no, perfino dire una preghiera.

Che fai? Entri in una chiesa. A Roma ce ne sono tante, e belle. Diciamo che spingi la porta di San Lorenzo in Damaso, a Piazza della Cancelleria. Per essere tranquilla, la chiesa è tranquilla, e silenziosa, e soprattutto vuota. E che succede? Perché ti prende quello smarrimento infinito? Semplice, perché la chiesa è così desolatamente buia che sembra un'orrida spelonca. C'è da immaginare grappoli di pipistrelli appesi là in alto, dove l'oscurità nasconde ogni cosa.

E allora via di qua. Andiamocene alla Chiesa Nuova: grande, barocca e piena di quadri e statue. Qui la spelonca è più ampia e più sontuosa, ma sempre disperatamente buia. Si sa che ha anche un soffitto splendidamente affrescato, ma saperlo è un conto, vederlo un altro. C'è qualche lampada accesa, ma è stupidamente puntata verso il basso, contro gli occhi dei fedeli, che ne restano smarriti e abbagliati.

La soluzione ci sarebbe, semplice ed economica. Dov'è Dio? In alto. E dove sta l'umile fedele in preghiera, o anche il visitatore solo curioso? In basso. E allora basta illuminare colonne e volte con luci nascoste (e nelle chiese i cornicioni per coprirle non mancano davvero) e lasciare nella penombra banchi e confessionali.

Nel centro storico, in un raggio di pochi passi, ci sono tre chiese che questa problema l'hanno risolto: Santa Maria di Monserrato, San Luigi dei Francesi, e Santa Maria dell'Anima. Nessuna italiana, chissà come mai. La prima è spagnola, la seconda ovviamente francese, e l'ultima tedesca. Bene, entriamo in una di queste; preferibilmente in Santa Maria dell'Anima, e sbalordiamoci. Gli ori abbagliano, i marmi splendono, gli affreschi raccontano, e non si vede una lampada. Una diffusa luce calda riempie tutto lo spazio, e dà un senso di familiare conforto.

Non è che la bellezza impedisca la preghiera, anzi. Una bella casa suggerisce che il padrone ci ospiterà con stile. Basta un po' di cera per lucidare e qualche lampadina. Niente di più.

E naturalmente un briciolo di buon gusto.


Restiamo in chiesa, ma parliamo di musica. Domenica 8 a Sant'Apollinare, per il RomaFestivalBarocco, l'Accademia Bizantina dedica un'intera serata a Corelli. Ora, bisogna sapere che per Corelli il violino è tutto; il resto molto meno. E allora gli altri possono essere bravi (arciliuto, violone, cembalo, organo), come stasera, ma il violino dev'essere superlativo. Stefano Montanari è acrobatico ma anche morbido, autorevole e commovente, insomma perfetto. E' come osservare una piattaforma che avanza sicura sostenuta da solidi portatori, e in cima un leggiadrissimo funambolo fa ogni genere di acrobazie, eleganti e mai gratuite. E bisogna vedere sul programma di sala la foto di questo mago: un muscoloso supermacho che tiene il suo violino per il collo come per impedirgli di scappare (ci hanno detto che è anche uno scatenato Harleysta). Tante volte, dove va a nascondersi il talento! E credeteci, mentre lui suonava c'erano dei ragazzi in sala con le lacrime agli occhi.


Indietro di due giorni, venerdì 6, con tutti gli amici a commemorare Paolo Renosto alla Filarmonica. Sono passati più di vent'anni dalla sua morte. Un musicista bivalente: funzionale realizzatore di brani di commento per le immagini, TV e cinema; sperimentatore audace dell'avanguardia in Nuova Consonanza. Si è parlato della sua musica, si sono ascoltate alcune sue composizioni, e si è brindato alla sua memoria con dell'ottimo prosecco, che, se non ricordiamo male, avrebbe gradito lui stesso, buona forchetta e ancor migliore bicchiere.


Venerdì 13 al Museo Boncompagni Ludovisi, una mostra intitolata "Vittorio Zecchin, Duilio Cambellotti e Le Mille e una Notte", una faccenda assolutamente trascurabile: qualche pannello dipinto (di Zecchin - brutti), qualche illustrazione a tempera, appunto per le Mille e una notte (di Cambellotti - mediocri) e qualche vetro soffiato (ancora di Zecchin - belli), ma soprattutto un polveroso raduno di vecchie signore.

Perché citare l'evento, allora? Per non dimenticare il nome esecrabile dei principi Boncompagni Ludovisi, proprietari fin dal '500 di una magnifica villa nello spazio fra Porta Pia, Porta Pinciana e Piazza Barberini. Buon per loro che ci hanno fatto una montagna di soldi, e male per Roma che ci ha rimesso un insostituibile giardino; subito dopo il 1870, aiuole, viali e fontane sono stati prontamente trasformati in terreno edificabile, e così è nato un quartiere senza più neanche un filo d'erba. La stessa identica fine che ha fatto tutta la cintura di ville e parchi, di proprietà di altrettanto esecrandi conti, duchi, cardinali e papi, che, sempre entro le mura, girava intorno al piccolo nucleo abitato della città dell'ottocento. Roma doveva essere un sogno, magari un po' tarlato, ma sempre un sogno. Andato.



                                     


 

 
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Il minestrone di Bruckner

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    9 dicembre 2013

   IL MINESTRONE DI BRUCKNER


 Lunedì 2 dicembre ore 12, Palazzo delle Esposizioni. Presentazione dell'interessante e ben costruita mostra "Il cibo immaginario 1950 - 1970". Un'antologia di pubblicità e rappresentazioni dell'alimentazione italiana, per noi fonte di due sorprese e una constatazione. La constatazione (amara) è stata accorgerci che riconoscevamo, con pochissime eccezioni, tutti i marchi, i nomi e le confezioni di prodotti di mezzo secolo fa; il che la dice lunga sulla nostra collocazione anagrafica. Le sorprese: scoprire che la Coca Cola, che noi (probabilmente come voi) eravamo convinti fosse arrivata con le truppe americane dopo la guerra, era invece già imbottigliata e venduta in Italia fin dal 1927. E renderci conto che Aldo Grasso, uno dei testimoni della mostra nonché scrittore e giornalista, che noi abbiamo sempre letto con grande piacere e divertimento, appena presa la parola si è rivelato oratore soporifero dal timbro monotono e dalle pause estenuanti. Abbiamo fatto fatica a rimanere svegli benché i contenuti fossero come sempre intelligenti e piacevoli. E' chiaro: non tutti quelli che scrivono bene possono aspettarsi lo stesso risultato quando parlano.

Ah già. Non vogliamo dimenticare un altro difettuccio piuttosto diffuso. Il rappresentante della Coca Cola, sponsor della manifestazione, ha preso il microfono e naturalmente, dato che parlava del suo prodotto, ha detto "Coca Cola" qualche dozzina di volte, ma sempre scivolando sulla prima delle due parole, e pronunciando "Coa Cola". Capita anche a voi?


Lunedì sera, sala Santa Cecilia. Kent Nagano dirige Bruckner, la terza sinfonia. Da sempre ci accompagna la inconfessabile convinzione che Bruckner sia uno di quei cuochi che confezionano minestroni troppo pieni di troppi ingredienti, dove tutti i sapori si confondono e, malgrado ogni tanto esca qualche aroma accattivante, alla fine il piatto risulta di difficile digestione. Nagano comunque riesce a tirar fuori il meglio. L'orchestra, ottimamente preparata, ha fornito un'esecuzione superba (il piatto rimane indigesto, ma almeno la presentazione è piacevole). Professori impeccabili in frak (così vorremmo sempre vedere le orchestre), e lui che, chioma molto mossa e abbondante e scarpini di vernice, ci ha riempito gli occhi con la suprema eleganza delle sue movenze, nello stesso tempo da geisha e da samurai: samurai nel gesto da direttore, e nella corsetta dal podio alle quinte e viceversa per gli applausi, decisamente geisha, e anche molto aggraziata.


Martedì. Aria nuova al conservatorio. Nella Sala Accademica di Via dei Greci, serata per la consegna del Premio Via Vittoria ai migliori diplomati, e soprattutto alla star Sir Anthony Pappano. Mondanità e presenze illustri. Apre Stefano Mhanna, uno dei vincitori del 2007, con la toccata e fuga in re minore di Bach al grande organo della sala; magnifico suono, anche se il non stare in chiesa priva lo strumento del suggestivo eco naturale delle grandi volte. Consegna di altri premi, poi breve pittoresco discorsetto del presidente Cagli e altrettanto breve ma meno pittoresco e molto più concreto intervento di Alfredo Santoloci, da pochi giorni nuovo direttore del conservatorio, che è uno che parla poco, ma fa molto. Come si comincia a vedere già da stasera.

Finalmente arriva il momento di Pappano, a cui il premio speciale sarà consegnato da Gianni Letta. Collaudato protagonista cultural politico, cravatta perfetta, giacca dal taglio impeccabile, Letta comincia a servirci una bella pappardella, lirica, alata e soprattutto generica, con parecchie cadute nell'ovvio: tipo la universalità del linguaggio della musica, la simpatia e la comunicativa italiana in giro per il mondo, e così via banaleggiando. Dopo quasi mezz'ora ci rendiamo conto che, a meno di tagliare la corda subito, non ne usciamo vivi. Anche perché lo zio Gianni, esibendo ogni tot minuti il normale calo del tono e della tensione narrativa che precedono la fine dello sproloquio, ci illude di essere arrivato alla conclusione. Macché. Invece del tanto atteso punto fermo, ecco un ma... un però...un allora...e il discorso si riapre senza pietà con un altro carico di aneddoti e notiziole superflue. A proposito di protagonismo...


Riagganciamoci a questo "a proposito", però non di protagonismo, ma di eco naturale. Con una galoppata ci catapultiamo alla basilica dei Santi Apostoli, dove suona e canta, immerso nella bellissima sonorità delle alte navate, l'ensemble vocale e strumentale Festina Lente diretto dall'amico Michele Gasbarro. Seconda serata del RomaFestivalBarocco con due messe di Frescobaldi. Niente mondanità, ma un pubblico sorprendentemente numeroso e attento. Chiesa grande, misteriosa, in cui si cominciano a intravvedere, nascosti nelle cappelle laterali, i primi segni dell'imminente presepio: pecorelle, personaggi col turbante, cammelli. Esecuzione fortemente partecipata con momenti di commozione non comuni in partiture ormai così lontane da noi. Siamo convinti che, oltre alla qualità degli esecutori, conti proprio l'atmosfera davvero unica di questa intensa, sonora penombra.



                                         

 

 
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Drammatiche letture

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  2 dicembre 2013

   DRAMMATICHE LETTURE

 

In realtà l'invito diceva "Letture drammatiche - Voci contro la violenza sulle donne", ma la qualità dell'evento ci autorizza, semplicemente invertendo i termini, a capovolgere il significato del titolo e nello stesso tempo esprimere il nostro giudizio. Momento e scena del crimine: pomeriggio del 25 novembre all'Università ECampus di Roma in Via del Tritone. Con tutto il corollario (sembra fatto apposta, ma non c'è niente di esagerato) di questo tipo di eventi casarecci. Previsto all'inizio il trailer del film "Christine/Cristina"; non c'è stato verso di far partire il DVD. I microfoni: fischi, scrocchi, e buchi muti. C'era anche un fonico che per imperizia propria o per inefficienza del misero impiantino a disposizione, è riuscito solo ad aggravare la situazione. Stendiamo il proverbiale velo pietoso sulle performance di alcuni allievi/e dell'Istituto. Unico momento di rispetto e divertimento: Miranda Martino che ha letto un testo, cantato una canzone e intrattenuto il pubblico da grande diva quale è sempre stata. Adesso, con l'età, ha raggiunto vette sublimi: "Mi versi un po' d'acqua (che poi non ha bevuto), cara" all'organizzatrice; "Mi raccogli il foglio, caro", al fonico, che stava per farle cadere in testa l'asta del microfono, e via raccontando di sé con maestosa padronanza di tempi, pause e attenzione del pubblico. Una gran dama.

Poco prima eravamo passati al Teatro Argentina per una commemorazione di Aldo Giuffré, ma non avendo avuto il tempo di fermarci possiamo solo accennare alla folta presenza di anziani (c'era da aspettarselo) e alla bruttezza dell'ambiente. Alleghiamo, autocitandoci, un nostro passato accenno sul tema: "La Sala Squarzina è uno dei più tristi esempi del gusto anni '70. Sgraziatissima nelle proporzioni perché troppo lunga, stretta e alta, è stata notevolmente peggiorata con la ristrutturazione. Ha un pavimento di mortuario marmo biancastro, quattro enormi e incombenti lampadari a grappoli di palle luminose, tutto un lato appesantito da tre ballatoi d'acciaio che richiamano un penitenziario, e l'altra parete infilzata da frammenti di mascheroni recuperati dal sottostante teatro romano (quello di Pompeo), di bellissimo marmo di Carrara, che in quel contesto sembra polistirolo di Cinecittà". In più, abbondante e ubiquo, il consueto strato di muffa.


Altro livello, giovedì 28 alla Sala Sinopoli del Parco della Musica. "Ballet Mecanique", omaggio a Fernand Leger. Al lavoro per noi gli ottimi strumentisti del Parco della Musica Contemporanea Ensemble e la Cantoria di S. Cecilia, magistralmente, come sempre, diretti da Tonino Battista; e perfino un pilota con il suo aereo sul palco (un superleggero con le ali ripiegate, naturalmente, ma col motore acceso o spento secondo la partitura). L'occasione era la proiezione del film muto di Fernand Leger (1924), nato per essere accompagnato della musica di George Antheil, che abbiamo ascoltata dal vivo, bella, ben suonata e soprattutto moderna anche se ha novant'anni. Lo stesso film è stato riproiettato, stavolta con il commento di Michael Nyman, molto più recente ma molto meno moderno, meno bello, e molto, troppo furbo. Antheil vince, Nyman perde. Colpisce l'ingenuità del filmato, naturalmente giustificatissima dalla data. Semplici (ma probabilmente strabilianti per l'epoca) moltiplicazioni delle immagini in bianco e nero con effetto caleidoscopio, primi piani di occhi e bocche molto truccati, una graziosa ragazza in altalena e una corpulenta contadina carica di fagotti; l'industria nascente rappresentata da modeste bielle e piccoli stantuffi in movimento con gran sbuffi di vapore.

Il programma era pieno di altri interessanti pezzi, fra cui un "Living room music" per coro e quattro strumenti a percussione guidati da un rosso pianofortino giocattolo. Ancora una divertente dimostrazione della capacità di Cage nel prendere per i fondelli il pubblico, ma così abilmente da non offendere nessuno, anzi, addirittura da passare per serio. Grande.

Ci sembra opportuno aggiungere che ogni volta che andiamo a un concerto di questo genere, ci facciamo premura di passare al bar dell'auditorio, dove preparano un ottimo Negroni, propedeutico alla creazione di una buona ed euforica disposizione all'ascolto. Mai smetteremo di lodare la gioiosa atmosfera del Parco della Musica, un misto fra un vivace e soprattutto giovane campus universitario americano, e, specialmente d'estate, un glorioso parco di divertimenti.


Chiusura di settimana come meglio non si potrebbe con l'inaugurazione del nuovo spazio dell'Associazione ERA DEA, da sabato a mezzogiorno saldamente impiantata (per rimanerci) nel centro del Centro Storico di Roma, fra Panteon, Senato e Argentina, in un vecchio magazzino con cantina, che, visto prima dei lavori, ci aveva fatto inorridire per la sua aria di decrepita topaia. Dal bruco alla farfalla: ora è confortevolissimo, bellissimo e molto razionale. Ci si fa del teatro, della musica, del cinema. E sabato anche eccellenti tramezzini e squisito prosecco.

Ottima breve performance di Rosa Balivo su un testo di Rosa Di Brigida, che è anche presidente, e proiezione del promo di una singolare iniziativa dell'Associazione: una serie di videointerviste da parte del venticinquenne regista Francesco D'Ascenzo a grandi vecchi del mondo dell'arte che si raccontano sull'orlo della fossa. Primo a molte lunghezze, fra i testimoni, il critico d'arte Gillo Dorfles, centotre anni. Gli altri: un cinicissimo Paolo Villaggio, un pessimista Paolo Poli, un rassegnato Franco Cerri, più Lina Wertmuller, Dudù La Capria, Enrico Intra, Carlo Loffredo, Giampiero Boneschi, eccetera eccetera; tutti sopra gli ottanta e molti pericolosamente vicini ai novanta. Soprattutto campioni di umanità beffarda, dolente, amara, ma anche (e non sembri un paradosso visto che stanno, come già detto, con un piede nella fossa) viva.



                                          



 

 
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