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Perfidie di Stefano Torossi

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La Casa (di riposo) del Jazz

Post n°287 pubblicato il 20 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

       21 luglio 2014

     LA CASA (DI RIPOSO) DEL JAZZ

 

 

Veneziani inquieti

I nostri antenati veneziani si saranno rigirati nella tomba lunedì 14 luglio a guardare Voyager, RaiDue: un servizio su Venezia condotto, anzi, trascinato faticosamente da Roberto Giacobbo.

Avanti e indietro per i saloni di Palazzo Ducale: sempre con il fiatone quando parla, che fa tanto Indiana Jones; implacabili primi piani di lui che sale le scale, ma anche del suo retro mentre le scende, invece di quello che gli spettatori vorrebbero vedere: quadri, panorami, architetture, e non le fatiche del conduttore. Giaccone inqualificabile (evidentemente tira il "look infagottato", brutto ma tosto, comune ad altri presentatori sul campo: Angela junior e il non dimenticato Osvaldo Bevilacqua di Sereno Variabile), dizione a morire (l'ultima parola di ogni frase bisbigliata in modo da renderla incomprensibile) notizie generiche, vaghe e spesso sceme. Un prodotto di livello molto basso. Questo per dire che la divulgazione, che supponiamo sia il sacrosanto target di questo programma, deve senz'altro essere semplice, ma può anche essere intelligente e di buon gusto. Ah, riuscirci.


Il Ministero risparmia

Terapia presunta: diminuire le dosi fino a decesso del paziente, così si liberano i letti.

L'amico Giancarlo Rostirolli, presidente dell'Istituto di Bibliografia Musicale ci manda un paio di paginette contenenti la stupefacente cartella clinica delle sovvenzioni ministeriali.

Il Ministero dei Beni Culturali (art 8 legge N. 534) ha dato, nel 2011 come sostegno all'Istituto di cui sopra 2.000 euro, poi più niente. Lo stesso è successo alla Fondazione Pierluigi da Palestrina.

L'Istituto Italiano per la Storia della Musica (stesso articolo di legge) riceve la bizzarra cifra di 4.910 € per il 2011; 3.000 € per il 2012, e basta.

Ma è con la Fondazione Italiana per la Musica Antica che si ride di più: come contributo per la biblioteca, ecco 2.000 € nel 2010; 2.600 € nel 2011, poi si cala a 1.000 € nel 2012, e si precipita a 390 € nel 2013.

Meno male che in alto si è deciso di dare un taglio a queste faraoniche spese per la cultura, altrimenti chissà dove saremmo andati a finire.

 

La Casa (di riposo) del Jazz

Onore al merito: l'autore di questa irrispettosa ma calzante definizione di una gloriosa istituzione romana in agonia è il musicista Pasquale Innarella, che ce l'ha servita nel corso della Jazz Reunion ospitata dall'Eutropia Festival al Mattatoio, martedì 15.

Come tante altre volte, anche oggi l'assemblea degli artisti segue il copione standard di questo genere di riunioni: all'inizio saluti e manate sulle spalle fra colleghi, poi la sessione è aperta dall'artista preparato che espone il problema in modo pacato, articolato e comprensibile (il già citato Innarella), interrotto dopo non molto dall'artista concitato (nel nostro case, Ivano Nardi, batterista e, per sua stessa dichiarazione, diventato oggi fruttarolo) che a suon di "le chiacchiere stanno a zero", "li mortacci loro" e altre colorite espressioni, comincia a creare quella confusione inevitabilmente destinata a degenerare in recriminazioni personali e ridicoli quanto inattuabili proclami barricadieri ("annamo a occupa' la casa der jazz", "annamo a da' foco alla SIAE").

Per fortuna sopravviene l'artista pratico (Guido Silipo, musicista e consulente aziendale) che riporta l'accento sulla realtà contingente: i soldi, dove stanno e come dirottarne un po' nella direzione giusta. Poi, in mezzo alla nebbia sempre più fitta di interventi vociferanti e incasinati, talvolta riesce a emergere l'artista saggio (Luigi Onori, scrittore e critico musicale) col ricordare ai convenuti che fare le barricate significa stare fuori dalle istituzioni; se invece si vuole stare dentro, com'è opportuno, allora bisogna mediare.

Mentre la faccenda prosegue secondo partitura (improvvisazioni e free jazz), stuzzicati da un piacevole profumo di pollo alla cacciatora che esce dalle cucine lì vicino, ci allontaniamo per fare un giro in questo luogo tra il magico e il desolato che è l'abbandonato Mattatoio di Testaccio, ora destinato ad attività artistiche. E' uno spazio immenso, con pochi capannoni restaurati e arredati. Ci sono ancora le carrucole e i recinti per il bestiame, tutti di ferro, che era all'epoca la novità dell'architettura industriale; i corridoi che le bestie seguivano per andare al macello, e le "stalle pel bestiame domito", termine desueto, leggiadramente letterario per significare domato (d'altra parte si dice indomito, no?), cioè pronto per essere abbattuto. Da quel lato persiste un bell'afrore di stallatico: è la rimessa delle ultime carrozzelle della città con relativi cavalli.

Lo spazio nasce a fine ottocento nella peggiore periferia di Roma. Peggiore perché vicina ai magazzini, alla ferrovia, al fiume e a una discarica. Cent'anni dopo il tempo ha cambiato un po' le cose. La ferrovia è ancora quella, non più a vapore, ma sempre rumorosa e lenta, ormai quasi un giocattolo, che quando passa sul ponte fa un bel frastuono da tamburo di latta; i magazzini sono diventati un moderno mercato coperto; il Tevere che lambisce il terzo lato è qui, senza i muraglioni, una specie di simpatica jungla casareccia piena di alberi (fra cui un albicocco con frutti squisiti) che protegge intatto l'unico segmento fluviale delle mura Aureliane, con una bella torre.

E la discarica è, sì, sempre una discarica, ma di duemila anni fa. E' il monte Testaccio, un rilievo formato nel corso dei secoli dai frammenti delle anfore di olio e vino destinate ai banchetti imperiali, che si scaricavano al porto sottostante dalle navi in arrivo da Spagna e Tunisia. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto via mare. Arrivati a terra, vino e olio venivano travasati e le anfore, inutilizzabili, rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina. Da spazzatura a monumento.


PS. Apprendiamo che nel finale dell'assemblea odierna, a cui, distratti da cocci e carrozzelle, non abbiamo assistito, è stata decisa una Grande Riunione alla Casa del Jazz il 30 luglio.

Naturalmente andremo, staremo più attenti, e racconteremo tutto.



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Rumori da fuori

Post n°286 pubblicato il 13 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   14 luglio 2014

   RUMORI DA FUORI

 

Rumori da fuori

Domenica 6 luglio, primo dei Concerti nel Parco, a Villa Doria Pamphilij. Si festeggiano i trent'anni del quintetto di Paolo Fresu. Non è il concerto in sé, eccellente come sempre quando c'è il nostro amico alla tromba, ma un fatterello sonoro che lo accompagna che ci da lo sprint per titillare questo argomento, di attualità negli spettacoli all'aperto, quindi d'estate, quindi adesso.

Succede che nel finale del terzo brano in scaletta il crescendo e poi lo scemare della musica è accompagnato, quasi guidato dalla sirena bitonale di un'ambulanza che, correndo per la strada che costeggia il muro della villa, si avvicina, sale di intonazione fino a un perfetto unisono con la musica, poi si allontana e sfuma insieme agli strumenti, un po' calante, ma magica (è l'effetto Doppler).

Ambulanze che passano, claxon che suonano, aerei che sorvolano; e la fauna: cicale, grilli, cornacchie e gabbiani, quelli enormi, ormai diventati un pericolo (ci sono madri apprensive che temono il ratto del neonato in carrozzina).

Qualche appunto dal passato.

Accademia di Spagna al Gianicolo, 23 giugno 2011: concerto dei borsisti. Composizioni da dimenticare (col tempo i ragazzi impareranno a scrivere, si spera), ma c'è un momento miracoloso del quale siamo testimoni. Durante l'esecuzione di un brano fracassone, "Punto rosso sull'oceano" di Aurelio Edler-Copes, al riverbero di un fragoroso cluster di note sul pianoforte si sovrappone, esattamente intonato, ammesso che un cluster possa essere intonato, il rombo forte di un grosso aereo che vola basso sulla città.

E' stato affascinante (e gli stessi esecutori hanno smesso di suonare rapiti) ascoltare i motori che rubavano il suono al piano e lo portavano via nella propria scia. Secondi di pura favola. Poi, purtroppo, è ricominciata la musica.

Cicale. Più di vent'anni fa, a Caracalla, concerto di debutto dei Tre Tenori: Pavarotti, Carreras e Domingo, un evento mondanissimo, che poi si sarebbe rivelato il primo passo di un luminoso business mondiale.

In mezzo a tutta quella pompa, un particolare minimo e divertente. Durante un pianissimo, su uno dei pini sparsi in platea, una cicala si mette a cantare, facendosi inconsapevole protagonista davanti a tutti i seimila spettatori. Un paio di volte Zubin Mehta dal podio guarda accigliato (o divertito, la distanza non ci permette di distinguerne i lineamenti) verso l'albero, ma quella, tranquilla, va avanti finché tutti ci abituiamo. Neanche ci siamo accorti se e quando ha smesso di frinire.

                            

Rumori da dentro

E poi ci sono quei musicisti sfortunati che non sentivano niente da fuori, ma erano tormentati da scrosci, fischi e sibili da dentro: i sordi.

Smetana, il padre della Moldava, entrato nel tunnel a cinquant'anni mentre era in pieno lavoro, e rovinato da cure cervellotiche. Un medico famoso a Praga, il dottor Zoufal (bisogna fare i nomi dei ciarlatani) gli aveva prescritto una serie di docce di etere. Dopo le quali perse definitivamente l'unico orecchio che ancora funzionava, e cominciò a sentire prima un fischio continuo, che inserì come nota ossessiva nell'ultimo movimento di un suo quartetto, poi "un fragore incessante come se fossi sotto un'enorme cascata d'acqua". Il poveruomo, reso pazzo dai suoi suoni da dentro, finì in manicomio. Amen.

Fauré, autore del famoso Requiem, fece in tempo a scrivere molto, perché, mentre già la sua musica girava per il mondo rendendolo famoso, la sordità lo catturò a settant'anni, e lo costrinse a rinchiudersi in casa a non fare più niente tranne fumare, fumare e fumare. Un povero vecchio asmatico, alla fine morto di polmoni.

Il più famoso, che neanche nominiamo, si prese la fregatura suprema davvero presto, a ventotto anni, anche lui con fischi e rombi nel cervello, vergognoso di dovere ammettere "un'infermità proprio in quel senso che in me dovrebbe essere più perfetto". C'è l'aneddoto, chissà se vero, dell'esecuzione della Nona, nel 1824, diretta da lui stesso. La musica finita, gli applausi esplosi; ma lui continuava ad agitare la bacchetta, finché il contralto Caroline Unger lo tirò per la manica e lo fece girare verso il pubblico. E' chiaro che i suonatori non seguivano lui, ma il primo violino; ma come mai il maestro, anche se preso dalla passione, non si era accorto che gli archetti erano fermi?

In mezzo a tutta la santificazione romantica dell'artista infelice, ci sembrano particolarmente irritanti le osservazioni del critico e biografo, Maynard Solomon, il quale, scrivendo degli ultimi problematicissimi anni di Beethoven, la spara grossa.

"In un certo senso - dice - la sordità ebbe un effetto positivo sulla sua creatività, permettendogli di concentrarsi totalmente sulla composizione". E continua, il sadico: "In questo suo mondo di sordo, poté sperimentare, libero dai suoni invadenti dell'ambiente esterno". Una fortuna, insomma.

Per noi. Ma così pensiamo all'artista e dimentichiamo l'uomo. E siccome a noi piacciono le sue sinfonie, non ci viene neanche in mente che magari lui personalmente avrebbe preferito scriverne una di meno, ma sentire gli zoccoli dei cavalli sul selciato, le bestemmie dei vetturini e lo spignattare della cuoca in cucina. O, ancora meglio, quello che scriveva.



                                        

 
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Si scopron le tombe...

Post n°285 pubblicato il 07 Luglio 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    7 luglio 2014

     SI SCOPRON LE TOMBE...

 

Il bar

28 giugno, nel giardino, spazio fresco di alberi sotto la modernissima facciata del Maxxi. L'occasione: il concerto del gruppo Cabaret Contemporain, a chiusura del Festival Suona Francese.

E' cominciata la nostra stagione preferita. Nei fine settimana la massa degli sconsiderati emigra verso destinazioni extraurbane affollate e trafficate e ci lascia la città vuota. Per noi snob (o forse semplicemente single senza bambini e famiglia) che rimaniamo, si aprono le porte di un paradiso tranquillo che dura almeno due giorni.

Il giardino, dicevamo, con comode sedie e tavolini è rinfrescato da un piacevole ponentino, e i suonatori sono abbastanza lontani da permetterci di ignorarli senza sensi di colpa, mentre chiacchieriamo con gli amici. I tavoli appartengono al bar annesso al museo. Cosa manca per farci felici? Quello che nessuna ristorazione museale mette mai nel menu: la buona cucina.

Il buffet espone una triste distesa: arrosto cartonato, insalata moscia, melanzane livide. Il tutto al prezzo ridicolo di dieci euro, birra compresa. Siamo convinti che chiunque sarebbe disposto a pagare il doppio per accontentare lo stomaco, mentre allo spirito provvede l'arte.

Perché quelli del ramo non ci pensano? Eppure non è difficile: più qualità, più affari.


Si scopron le tombe...

Lunedì 30 al Teatro Argentina "Prologo d'amore e arte per l'Italia Europea", in apertura del semestre italiano. Titolo pomposo per un evento striminzito, poco professionale e inutile. Con qualcosa di buono, certo, ma si direbbe per puro caso.

La scaletta: davanti al Presidente della Repubblica e al Sindaco di Roma fioccano in apertura i soliti saluti istituzionali. Fra gli altri, il direttore del teatro, Calbi, fa un distinguo spagnolesco, dando a Napolitano dell'illustrissimo, e solo dell'illustre a Marino (accolto, quest'ultimo da un paio di sonorissimi fischi).

Poi si entra decisamente in filodrammatica. Le sorelle componenti il coro femminile "Le Querce del Tasso" straziano i Fratelli d'Italia, complice un pianista dagli accordi fantasiosi (tutti in piedi), per passare all'inno alla gioia dalla Nona di Beethoven, stessa pappa, con fisarmonicista aggiunta, Olimpia Greco (ancora tutti in piedi: è l'inno europeo).

Segue l'ingiustificabile, e inspiegabile monologo di un'attrice improvvisata, la signora Livia Pomodoro, di professione Presidente del Tribunale di Milano (pericoloso cambiare mestiere, anche solo per una sera), che, figurando di essere Melina Mercouri, finge di incontrare la Merkel e le spara una confusa pappardella politica di durata esiziale, il cui finale supera ogni decenza. Infatti, prima di salutarsi, Melina, per bocca della Pomodoro, svela alla Merkel la magica pozione del successo: un bicchiere di buona volontà, tre tazze di pazienza, due coppe di amore per l'Europa, e così via sbrodolando in perfetto stile Baci Perugina.

E questo accade davanti a una platea non di ragazzine romantiche ma di adulti seriosi, fra cui c'è il Presidente della Repubblica. Come responsabile del testo il programma denuncia il Dott. Alberto Meomartini (secondo noi passibile di arresto), Direttore e Presidente di varie importanti società, ma, come autore, giustamente e ci auguriamo ancora per molto tempo, ignorato dalla critica.

Maddalena Crippa, che pure, vista la connivenza con Peter Stein non dovrebbe mancare di indicazioni, recita, inspiegabilmente accovacciata sul palco come una ranocchia, "All'Italia" di Leopardi. La sapevamo brava; non stasera.

Poi tocca a Lorenzo Lavia, figlio del più noto Gabriele, che legge il Manifesto per l'Europa di Garibaldi, senza un'espressione, senza mai alzare gli occhi dal foglio, ma gesticolando nello stesso burattinesco modo di un altro figlio, Alberto Angela, del più noto Piero.

Insomma, una sfilata di niente e soprattutto totale assenza di regia. Abbiamo, come in altre simili occasioni istituzional-spettacolari, la sensazione che, una volta ordinato dall'alto il nome della star, tutto il contorno venga lasciato alla scelta fra le parentele o le amicizie di qualche segretaria di poca esperienza e scarno discernimento.

Finalmente entra il Grande Attore (qualche mala lingua potrebbe dire che lo è per eredità, essendo tutti gli altri passati a miglior vita). Albertazzi, ultranovantenne seduttore del palcoscenico, solo, appoggiato con civetteria a un bastone del quale si vede che non ha nessun bisogno, ma che brandisce ora come una spada, ora come una bacchetta magica, recita, sotto un unico riflettore e con il suo lieve accento toscano che ci sta benissimo, un canto dell'Inferno, quello di Ulisse.

Padrone assoluto della voce, del palco e del pubblico. Che ne è incantato.

Un altro momento (un po' particolare e di sicuro involontario) ce lo offre, uscendo per qualche istante dall'avello, Valentina Cortese: foulard in testa, palandrana bianca con strascico, pause e birignao d'epoca. Si tratta di un brano, dannunziano nel senso peggiore del termine, di Testori: "L'Amore", impresentabile, insopportabile e interminabile, commentato da un violoncellista che alterna con uguale indifferenza le suite di Bach e il cigno di Saint-Saens.

Datata, certo; Valentina è comunque un monumento a cui molto si perdona. Tanto, ormai, non cambia più.

Ritorna Albertazzi che, seduto su un capitello, rivive un lungo brano dalle Memorie di Adriano. Recitazione più naturalistica, racconta la mortale passione dell'imperatore per Antinoo.

Standing ovation e trionfale conclusione di una serata cominciata moscia. Sarebbe bello.

Invece no; riappare Olimpia Greco, che ci manda a casa con la Nona, già ascoltata all'inizio, ma stavolta in una versione per fisarmonica sola.

Da immaginare, ma se possibile non sperimentare.

Non ci resta che stendere il proverbiale velo pietoso.



                                         

 

 
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Traslochi

Post n°284 pubblicato il 29 Giugno 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  30 giugno 2014

  TRASLOCHI

 

La Santa Casa

10 Maggio 1291: I Mammelucchi invadono la Palestina. C'è da salvare da quei senzadio la casetta di Giuseppe, Maria e Bambinello. Niente paura, il settore aereo della ditta "Angeli & C. - Traslochi" interviene con la consueta efficienza, e in men che non si dica, la piccola monocamera con veranda viene trasportata a Tersatto, dalle parti di Fiume. La località non dev'essere tanto per la quale, perché dopo soli tre anni, l'irrequieto domicilio emigra di nuovo in un bosco vicino a Recanati. Tranquilli? Macché. La zona risulta frequentata da ladroni e briganti. Si rende necessario un nuovo trasloco, stavolta a poca distanza, in un podere di proprietà di due fratelli, che cominciano subito a litigare per la destinazione dell'immobile: uno vuole farci il deposito attrezzi, l'altro la tavernetta. Ultima chiamata alla ditta Angeli & C. che acconsente a trasferire quella che ormai, a forza di viaggi, è diventata una fatiscente baracca; ma per l'ultima volta. Non ne possono più di clienti con le idee tanto confuse. Così la depositano in mezzo alla strada, e se ne vanno facendo perdere le proprie tracce.

I contadini della zona le arrangiano una tettoia provvisoria, poi ci costruiscono sopra una chiesetta, finché interviene il papa, e allora finalmente nasce il barocco, sontuosissimo Santuario della Madonna di Loreto.

A parte alcuni dettagli un po', come dire, fantasiosi, è una bella storia.

Alla quale, a quanto pare, credono in molti.

Noi da quelle parti ci siamo passati, e abbiamo visto torme di fedeli, tra cui parecchi su sedie a rotelle, che, piadina alla mano, cantavano, pregavano, suonavano le inevitabili chitarre e sembravano in pace e felici di essere lì.

La stiamo prendendo alla larga per arrivare al trasloco di oggi. Dal Santuario della Madonna di Loreto al:


Venticinquesimo Festival di Musicultura

Che si manifesta, come tutti gli anni, nella terza settimana di giugno a pochi passi da Loreto, per la precisione, a Macerata, e per essere ancor più specifici, nel suo magnifico Sferisterio.

La prima metà dell'evento, quella culturale, si estrinseca nella Controra, una serie di incontri pomeridiani di poesia e letteratura in cortili e piazze della città. Informali, brevi e interessanti. Dai peggiori di noi sono vissuti anche come alibi intellettuale per un'assoluzione preventiva in vista della cerimonia che segue immediatamente: il Negroni al Bar di Piazza Mazzini. Opportunamente corroborati, qualcuno anche malfermo, si va poi per lo spettacolone allo Sferisterio, dove c'è la rutilante metà musicale.

Grande palco, grandissima platea, pubblico sterminato. Quest'anno temperature clementi, per fortuna. In passato abbiamo avuto serate da pelliccia.

Otto concorrenti, tutti piuttosto buoni. Vince meritatamente i bei ventimila euro del primo premio Dante Francani con "Tuta blu".

Il resto delle serate è riccamente farcito di illustri ospiti, quasi tutti, tranne poche eccezioni, canuti: la Premiata Forneria Marconi, Mango, gli Area, Gino Paoli. Non ancora nonni, comunque di mezza età anche loro, Luca Carboni e Tony Esposito. Coincidenza, proprio negli stessi giorni va in scena a Roma un evento anagraficamente simile, anche questo basato su quattro rugosi lucertoloni ultrasettantenni: i Rolling Stones al Circo Massimo. Che succede, abbiamo esaurito i giovani?

C'è un momento particolare di sabato sera. La poetessa Tiziana Cera Rosco, personaggio multiforme, legge con grande padronanza della voce e bella presa sulla scena, una poesia della Szymborska, emergendo in cima a un cono di stoffa di vari metri, un sottanone da lei stessa progettato e realizzato, cospargendosi tutta di stucco. Potrebbe sembrare una trovata furba, invece è un atto sentito e pensato, secondo noi, e crediamo anche secondo il pubblico, a cui è piaciuto molto.

Torniamo indietro un momento a questo Francani, il vincitore, che è un tipo strano. Perfino sul suo nome di battesimo ci sono due scuole di pensiero: è Dante sul programma di sala, Daniele sulla stampa. Si presenta come semplice (anzi, in certi momenti, addirittura sempliciotto) operaio di un paesino in Abruzzo. Su di lui è già leggenda: dice che è stato iscritto al concorso, a sua insaputa (questo ci ricorda qualcosa?), dalla moglie. Non siamo riusciti a riconoscere la sua vera faccia fra quelle che propone. O è davvero un grande ingenuo che si offre al pubblico con la più assoluta innocenza ("non vorrei essere qui sul palco stasera...sono pronto a dividere il premio se qualcuno prende il mio posto") o un furbissimo, superlativo attore che fa la parte dello smarrito, ma così bene da ingannare tutti e da mantenere intera la simpatia verso il suo personaggio, un metalmeccanico un po' sfigato, sacrificato nell'arena con la sua tuta blu. Ma che importanza ha? E' bravo, comunicativo, funziona, e in più la canzone è azzeccata. Infatti ha vinto; ed eravamo d'accordo quasi tutti.


Il viaggio di ritorno, più rustico di quello di andata fatto sulla A 24, si srotola lungo strade secondarie che attraversano l'Appennino. Ci rendiamo conto di quanto sia cambiato il panorama. Siamo abbastanza stagionati da ricordare, come cronaca, ma senza la senile nostalgia dei bei tempi andati, le distese di grano quasi maturo. In seguito abbiamo fatto l'occhio alle nuove, sterminate piantagioni di girasoli e di soia. Ultimamente quello che vediamo sempre più spesso è molto diverso. I tempi sono cambiati e i campi luccicano di specchi solari.

E' chiaro che il contadino, che magari non avrà più le scarpe grosse, ma mantiene il cervello fino, ha capito che la coltivazione di energia rende più di quella delle graminacee.



                                        

 
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Gita alli Castelli

Post n°283 pubblicato il 23 Giugno 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

     23 giugno 2014

  GITA ALLI CASTELLI

                          

Gita alli Castelli

Crediamo che il titolo sia poco chiaro. Servirà qualche spiegazione.

Nel 1926 Franco Silvestri scrive la canzone "Gita alli Castelli", anche nota come "Nannì", che diventa immediatamente l'inno di quel gruppo di paesetti, una volta vacanzieri, ora densamente abitativi, sulle colline a sud est di Roma, chiamati appunto i Castelli. I primi versi della canzone fanno: "Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva; fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è". Marino è il nome di uno dei Castelli. Ma è anche il nome dell'attuale sindaco di Roma, e i versi, specialmente l'ultimo, si prestano mirabilmente a sbertucciarlo.

Piccoli pezzi del puzzle principiano a produrre promesse. Eccole.

Quando ci siamo eroicamente arrampicati fino in Piazza del Campidoglio, il pomeriggio di martedì 17, sotto un cielo nerissimo, richiamati dall'annuncio della mobilitazione generale di tutti i lavoratori dello spettacolo (già il termine "tutti" riferito ad artisti e loro azioni di gruppo è fantascienza), promossa dal comitato delle manifestazioni escluse dall'Estate Romana, ci aspettavamo una gran folla di colleghi. E gran folla abbiamo trovato, che cantava in coro  "Lo vedi, ecco Marino...", ma di altri manifestanti.

Infatti c'erano ben tre proteste contemporanee.

Una, di numerosi, arrabbiati e nerboruti, ma soprattutto compatti lavoratori della Roma Multiservizi (sorveglianza, controlli, pulizie, ecc.) che reclamavano orari e stipendi migliori, occupando la Scala dell'Arce Capitolina dal gradino zero al gradino venti, ed erano quelli che cantavano a gran voce la Gita alli Castelli, per chiamare fuori il sindaco Marino (che non si è visto).

Poi c'era il gruppo che manifestava contro la delibera 148, della quale poco abbiamo capito, se non che decreta la chiusura dei canili pubblici, trasferendo le povere bestie in mani private, il che, a quanto pare, per gli animalisti è una catastrofe. Tanto è vero che il simbolo che esponevano sul selciato del Campidoglio era una cuccia trasformata in cassa da morto. Questi secondi manifestanti, più sobri, non cantavano ma esibivano, oltre alla cuccia-bara, cani al guinzaglio addobbati a lutto e facce lunghe.

E poi c'erano i nostri colleghi; pochi, purtroppo, come ogni volta che c'è da fare qualcosa per la categoria: quattro o cinque a reggere lo striscione in cima alla scala (gradino 22 e 23), sopra la massa unita dei lavoratori della Multiservizi, e poco più di una ventina in piazza, in gruppetti confabulanti, fra cui tentavano di farsi strada grupponi di turisti in transumanza, perplessi da questi tre assembramenti mischiati ma visibilmente diversi l'uno dall'altro.

"Italians molto pitoreski" abbiamo sentito bisbigliare da qualcuno.

Prima di scappare di fronte all'acquazzone ormai pronto a esplodere, abbiamo notato che una piccola delegazione dei nostri era stata fatta entrare in municipio. Poi più niente.

Sono anni che siamo delusi dall'incapacità della nostra categoria (anzi, forse sarebbe più giusto chiamarci gregge) di farsi sentire, di fare muro, di rappresentare un interlocutore capace di tenere testa a un'autorità che se ne infischia della cultura, e quindi di noi.

Eppure speriamo sempre che succeda qualcosa di buono. Siamo pazzi? O scemi?


PS. 20 giugno, è arrivato il contentino. Comunicato:

"L'Assemblea Capitolina ha approvato oggi la mozione Di Biase che impegna il Sindaco e la Giunta Capitolina a stanziare fondi aggiuntivi per le manifestazioni storiche dell'Estate Romana e per assicurare l'effettiva realizzazione dei progetti risultati vincitori dei relativi bandi."

Una caramella per tenere buono il pupo. Perché pare che i fondi supplementari bastino appena per non fare affondare qualcuno, ma non per tenere a galla tutti gli altri. Il problema è che a Roma, oltre all'Assessore, manca sempre qualcosa per capire cos'è, e soprattutto a cosa serve la cultura.


Teatrus interruptus

E' successo allo spettacolo di apertura del Festival di Villa Adriana che avremmo voluto vedere, mercoledì sera: "Verso Medea"di Emma Dante.

Prima, sì; poi, forse; alla fine, no. La pioggia.

Insomma, ci siamo fatti quei trenta infernali chilometri di Via Tiburtina, ci siamo presi un consolante bicchiere di vino (niente Negroni in zona archeo) al baretto dell'ingresso, siamo saliti alla Villa, abbiamo raggiunto le Grandi Terme, ci siamo ammucchiati all'ingresso delle tribune...e poi ha cominciato a caderne troppa per andare in scena.

Peccato. Ma i lampi, i tuoni e il tramonto tempestoso sui ruderi erano comunque uno spettacolo che meritava il viaggio.

Se il tempo ridiventa estivo, come dovrebbe, il festival va avanti. Noi ci saremo.

 


                                        


 

 
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C'era una volta...

 

   

          IL CAVALIER SERPENTE         

Perfidie di Stefano Torossi

   16 giugno 2014

      C'ERA UNA VOLTA...


C'era una volta...

Nel 1878 Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, comprò otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l'idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impiantò un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruì una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invitò pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent'anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma già famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma, e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos'era un pennello e diventò presto un'audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato nella boheme, poi diventata successo, in uno studio di Villa Strohl-Fern.

Dove, in un altro studio, quello del pittore Trombadori, l'unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, la sera del 7 giugno gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice, l'Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa, di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent'anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che purtroppo (o per fortuna) non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole. Milioni ce n'erano.

"Una Striscia di Terra Feconda"

Accoppiata jazz Italia-Francia in un festival organizzata da Paolo Damiani al Teatro Studio del Parco della Musica a partire da venerdì 6. Due diavolesse francesi aprono le ostilità: Fanny Lesfargues al basso-chitarra, Raphaelle Rinaudo all'arpa elettrica con idee, suoni, luci e gesti davvero nuovi, aspri, provocatori. Proprio nel carattere dell'iniziativa.

Più tradizionale, come facce e strumenti, ma altrettanto audace e spericolatissimo come suoni il duo di pianiste Rita Marcotulli e Sophia Domancich.

L'audacia va avanti per parecchie altre serata in cui ci sarà sempre un doppio contrasto-complicità di esecutori italiani e francesi.

Insieme alle congratulazioni per la sua ostinazione a tirare dritto con questa bella idea, a Damiani giungano le nostre condoglianze per la situazione ufficiale, da lui stesso illustrata prima del concerto: neanche una lira dagli sponsor istituzionali, addirittura uno di loro, pur lasciando intravvedere una minima possibilità, ha aggiunto che le delibere degli stanziamenti si faranno a settembre. Per un festival che va a giugno ci sembra un bel tempismo. Per fortuna, una volta tanto, la vituperata Mamma Siae è arrivata in soccorso con una somma non grande, ma da tamponamento. Le vecchie istituzioni, se sollecitate (onore al merito aggiunto di Damiani, egregio sollecitatore) ogni tanto danno cenni di vita.

Problemi di tempo (non musicale)

Un quadro (una scultura, un'architettura) li si riesce a giudicare nei pochi secondi che l'occhio ci mette a scannerizzare, confrontare con lo standard estetico di chi guarda e catalogare. Per una musica (un film, il teatro, anche un libro), bisogna aspettare fino alla fine perché occhio e orecchio registrino e spediscano il tutto alla valutazione del cervello. E' una faccenda che ruba un sacco di tempo alla nostra vita. Quando va male, il danno è forte. Tanto quanto il piacere, se va bene.

Piccola premessa per raccontare la serata di lunedì 9 all'Istituto Giapponese di Cultura. Un concerto di strumenti tradizionali: shakuhachi, shamisen e koto, prima da soli, poi in trio. Problema numero uno: aria condizionata rotta in sala. Temperature da immaginarsi e sudore a fiumi. All'uscita la signorina ci spiega: "Noi chiamato, ma opelai lomani non allivati".

E poi: sì, le sonorità sono di sicuro interessanti, specialmente quelle del flauto, ma la latitanza (magari è colpa nostra, ma non crediamo che succeda lo stesso portando Mozart da quelle parti) di qualsiasi fatto armonico o melodico, vocale o strumentale, che sia riconoscibile e gratificante, rende molto precario il piacere dell'ascolto e inevitabilmente spinge la contabilità del tempo investito, sul rosso. Con l'aggravante della temperatura di cui parlavamo prima, ma siamo sicuri che anche col fresco non sarebbe cambiato un gran che.


                                           

 
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Orfani

 

 

 

    IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

  9 giugno 2014

   ORFANI

            

Orfani.

C'erano gli orfani veri, i fratelli Luca e Marco, e poi c'eravamo anche noi, orfani spirituali di Lilli Greco, riuniti a ricordarlo lunedì 2 giugno alla Sala Sinopoli del Parco della Musica, in una serata organizzata da Nicoletta Della Corte, sua amica, ninfa, ispiratrice, custode. Perché Lilli, per tanti anni direttore artistico della RCA è stato una chioccia (dotata di un bel caratteraccio, ma anche d'infallibile intuito) per tanti: Conte, Venditti, De Gregori, Servillo, Dalla, Vianello e avanti all'infinito: tutti suoi pulcini. E molti erano lì a ricordarlo senza smancerie, anzi, con abbondanza di aneddoti e barzellette: un ritratto meglio riuscito di tanti necrologi.

E' ormai un fatto che noi che siamo entrati nell'ultimo quarto della vita, presumendone una durata ipotetica di un secolo (magari!), stiamo cominciando a concentrare le nostre frequentazioni sociali su funerali e commemorazioni.

Sul palco è salito il grande cantautore a dichiarare che senza Lilli forse lui sarebbe rimasto un signor nessuno; c'era la Wertmuller che ha raccontato con molta ironia la loro collaborazione professionale; si è presentato il collega a dire delle amichevoli furibonde litigate fra romanisti e laziali; c'era l'altra coppia di fratelli, Luigi e Andrea Fontana, orfani veri anche loro, di Jimmy, che hanno cantato con Luca e Marco le canzoni scritte insieme dai due padri.

E' stato bello, certo, ritrovarci lì a riconoscerci nel ricordo del comune amico. Ma tutto questo è polvere di quello che non c'è più: la persona. Perchè Lilli, il nostro amico, esisteva nella parolaccia che gli scappava per qualche misfatto musicale, nel tifo esagerato, nei buffi bermuda che portava spesso. Questo significava qualcosa mentre eravamo insieme, noi e lui, vivi. Che non è lo stesso di rivedere la sua faccia filmata, risentirne la voce registrata o condividerne il ricordo con gli amici.

E che ci sia ancora qualche sua traccia in un altro luogo con cui non riusciremo mai a comunicare, possono anche raccontarcelo: noi non ci crediamo. Certo non saremo mai in sintonia con quelli che scelgono di stordirsi con illusioni consolatorie, tipo: "E' lassù che ci guarda e sorride. Lo vedi, è lui che dirige l'orchestra dei colleghi sulla seconda nuvola a sinistra, e poi suona in duo con Benedetti Michelangeli". Balle. E' tutto finito e basta.


Buona la prima.

Mercoledì 4 eravamo alla presentazione del recente CD dell'etichetta Parco della Musica, "Doctor 3": Rea, Pietropaoli, Sferra. Un'informalissima, divertente cerimonia, alla quale, insieme a questi tre musicisti, ottimi e in ottima salute, si sarebbe trovato bene anche Lilli Greco, perché lo spirito era lo stesso. Roba seria, ma anche molto cazzeggio.

Chiacchiere, ascolti, aneddoti, esagerata confusione su date e nomi. Insomma tutto il repertorio di finto rimbambimento senile che, quando stanno in compagnia, i vivaci sessantenni esibiscono volentieri prima (o per evitare di) rimbambirsi davvero.

I brani, ripresentati in squisite versioni jazz, vengono tutti dal musical americano anni '40, dal repertorio pop, dai Bee Gees, dai Beatles. Grandi canzoni su cui sfarfalla più che l'improvvisazione, quello che Rea chiama il delirio sul tema. Un intero CD registrato in due giorni di sala, spesso un brano completo, dall'inizio alla fine, senza interruzioni.

Appunto: buona la prima.


Inaspettato Barocco Dixieland.

5 giugno, ore 16.30. Nel più inaspettato dei luoghi, la sontuosa Biblioteca Vallicelliana, barocco capolavoro di Francesco Borromini, tempio degli studi più profondi e del silenzio accademico, ci troviamo, inaspettata, la Roman Dixieland Few Stars di Michele Pavese, in un concerto organizzato dal Salotto Romano con la formula "Piccola storia del jazz in parole e musica".

Pavese e gli altri hanno raccontato personaggi e fatti di un secolo fa, e poi si è dato fiato ai classici del dixieland, per chiudere naturalmente con i Marching Saints. Pubblico, inaspettatamente partecipe, di anziani. Ancor più inaspettata la buona acustica del salone, di sicuro dovuta agli scaffali pieni di preziosi manoscritti e incunaboli, che arrivano al soffitto.

L'idea di portare il dixieland, musica nata nei malfamati sobborghi neri del sud degli USA, in un ambiente di così esasperata raffinatezza europea ci è sembrata davvero inaspettata, ma nel senso migliore. Chissà cosa ne avrebbe pensato il Borromini, genio balzano al punto che, arrivato al sommo della professione, forse per la rabbia di non aver avuto lo stesso successo del suo rivale Bernini, inaspettatamente si infilzò con la sua propria spada e schiattò il 3 agosto 1667.



                                         

 

 
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Conferenza stampa con attentato

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

2 giugno 2014

CONFERENZA STAMPA CON ATTENTATO

                    

Conferenza stampa con attentato. Mercoledì 28 maggio. Presentazione del venticinquesimo Festival di Musicultura nella mitica Sala A della Rai a Via Asiago, Roma. Musicultura è una di quelle idee nate in sordina, e in provincia (Recanati, Marche), che poi è cresciuta fino ad arrivare a rosicchiare i talloni a Sanremo. Un grande festival nazionale che ha oltretutto la fortuna di abitare, oggi, allo Sferisterio di Macerata, uno degli spazi più affascinanti, inconsueti, grandiosi e spaventosi (nel senso che fa paura per quanto è bello e grande) d'Italia. Fra le altre novità abbiamo saputo di una medaglia al merito della Presidenza della Repubblica consegnata alla manifestazione per le sue nozze d'argento. Congratulazioni.

Simpatica chiacchierata, che noi condividiamo in pieno, di Ezio Nannipieri, vicepresidente di Musicultura, sull'importanza per i cantanti e musici pronti a uscire dall'uovo di considerare sempre la musica come una bottega dove ognuno deve fare prima il garzone, poi il commesso, e magari, se è davvero bravo, alla fine diventare il proprietario della ditta. In altre parole, benedetta la gavetta e la passione per il mestiere. Senza demonizzare le major, naturalmente, ma anche senza considerarle il fine supremo di una carriera.

Contenti gli organizzatori, gli sponsor, le autorità della città e della provincia, ingiacchettati e incravattati al tavolone. Naturalmente abbiamo un appunto da fare, forse da snob, forse da vecchiardi, non a loro, ma ai concorrenti che, con l'eccezione delle ragazze che su questo argomento la sanno lunga, erano tutti vestiti nel modo più involontariamente banale immaginabile.

Seduti fra il pubblico, la mattina, ok. Ma la sera, quando c'è stato il concerto di presentazioni degli otto pezzi finalisti, gli stessi concorrenti avevano ancora gli stessi stracci addosso.

"Involontariamente banale", abbiamo detto, e questa è la nostra critica. Salire sul palco è una funzione quasi sacra; comunque un atto che, per rispetto al pubblico e ai colleghi, richiede una certa preparazione, un certo comportamento e anche un certo abbigliamento. Formali? Sì, se è una scelta. Bizzarri? Anche. Ma tutto dev'essere il risultato di un pensiero e di molte prove, e non del caso che ti fa acchiappare la prima maglietta a portata di mano. Proprio così: i vestiti, come la musica, o la recitazione, o qualunque altra cosa si voglia fare là sopra, sono essenziali.

E l'attentato? E' stato subito dopo la presentazione: il buffet. In una calda, afosa giornata tipicamente romana ci siamo trovati davanti un'appetitosissima distesa di specialità marchigiane: cotiche con i ceci, porchetta farcita, melanzane ripiene, robusti vini bianchi e rossi, e liquori vari al caffè e alle erbe. Irresistibili. A costo di restarci secchi. Il conto, in forma di abbiocco (termine romanesco per definire lo stato di sonnolenza che segue l'esagerata assunzione di cibi e bevande) lo abbiamo pagato per tutto il pomeriggio.


Il canto del cigno. Potrebbe esserlo davvero. Da tutte le parti arrivano voci di una soppressione della Casa del Jazz, ormai storica istituzione, piazzata in un parco bellissimo lungo le Mura Aureliane, appena fuori Porta Ardeatina. Si mormora che fosse la villa di qualcuno della Banda della Magliana, nota organizzazione criminale romana, sequestrata, risistemata e dedicata, all'epoca in cui i nostri sindaci pensavano anche alla cultura, ai cittadini e al jazz.

Bene, proprio qui, la sera di venerdì 30, mentre sui rossi mattoni delle storiche mura il sole tramontava e sul citato splendido parco planavano zanzare grandi come aquile, la Alfamusic, meritoria produttrice di dischi ed eventi jazz, ci ha invitati a un concerto che non dimenticheremo tanto facilmente.

 Ecco perché. Per presentare l'uscita del CD "Bluestop", sul palco, alle tastiere di due Steinway affiancati c'erano due massimi pianisti jazz: Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi. Abbiamo goduto della loro tecnica superlativa e del loro gusto squisito. Ma in più abbiamo riso dall'inizio alla fine perché questi due supremi (e anche piuttosto maturi) professionisti del pianoforte li abbiamo visti comportarsi come Bibì e Bibò e scambiarsi gli scherzi che i due fratellini terribili facevano alla Tordella e a capitan Cocoricò. Ma poi, tornati seri, li abbiamo sentiti eseguire da maestri composizioni originali insieme a versioni jazz di Poulenc e Hindemith, con una mistura sublime di swing e richiami alla musica colta. Il tutto con la più grande familiarità e senza nessuna pompa accademica.

Argutissime presentazioni di Pieranunzi, il quale, malgrado il suo aspetto austero sa essere spiritoso e rispondere con garbo alle punzecchiature che continuamente gli manda Intra.

Insomma, bell'incontro, belle risate, bellissima musica. Un ottimo concerto di chiusura: secondo noi il migliore della stagione.



PS. Velocissimo e irresistibile. Come si fa a lasciarsi scappare una notizia come questa? "Medico multato perché andava a duecento all'ora sulla Orte-Viterbo. Si giustifica dicendo che corre a Vetralla per un'emergenza. La stradale gli fa notare che Vetralla è nella direzione opposta e gli ritira la patente". Mica male, una scusa così scema per un professionista adulto e presumibilmente responsabile. La Repubblica, 31 maggio. (Come sempre quando citiamo simili ridicolaggini, teniamo a disposizione il ritaglio).



                                         


 

 
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FÓmolo strano, ancora, bene, presto

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

    26 maggio 2014

   FAMOLO STRANO, ANCORA, BENE, PRESTO


Fàmolo strano. Venerdì 16. Serata finalisti, tutti giovanissimi, del 36° Premio di musica contemporanea Valentino Bucchi. Teatro Studio del Parco della Musica. Tonino Battista, direttore, con gli ottimi solisti dell'Ensemble di Musica Contemporanea: tre archi, due fiati, un percussionista e un pianoforte preparato.

E' chiaro che uno non va a un concerto del genere per farsi piacere il programma. Ci va per sentire quello che hanno da dire, anzi da suonare, anzi, meglio ancora, qual è l'impostazione che intendono seguire i giovani compositori contemporanei.

A serata conclusa ci viene da dichiarare che secondo noi questa impostazione si può riassumere con un: "Fàmolo strano".

Strappi, soffi, botti, stridori, e così via, con ogni strumento che fa cose sicuramente non previste dal suo inventore. Da qualche anno questa non è più una novità. Il fatto è che, in queste particolari manifestazioni, le emozioni dovrebbero essere nuove, toste, scandalose, perfino irritanti; invece ci sono sembrate solo mosce.

Sappiamo tutti che la musica contemporanea è sperimentazione, da cui è normale aspettarsi che nasca la rivoluzione madre del nuovo. Ecco, di questo tipo di gravidanza, venerdì sera non abbiamo notato alcun sintomo.

Certo, per esprimere un giudizio ci vorrebbe un secondo o anche un terzo ascolto, e siccome non abbiamo questa possibilità, forse dovremmo prudentemente sospenderlo, questo giudizio.

  Quello che invece, secondo noi, bisogna fare subito è avvertire la LPP (Lega per la Protezione dei Pianoforti), perché siamo convinti che preparare un pianoforte per questo tipo di esecuzioni (puntine da disegno sui martelletti, stracci e altri oggetti all'interno della cassa, ferraglia fra le corde, e giù colpi con corpi contundenti vari) non faccia un gran che bene a strumenti da concerto, che non sono proprio pianole da saloon.


Fàmolo ancora. Il Jazz Club Alexanderplatz ha trent'anni. Invece quasi tutti gli invitati alla festa, compresi noi, parecchi di più. Il compleanno, con torta e inevitabile "Happy birthday" in vari arrangiamenti è stato celebrato la sera di domenica 18.

Come in molti locali dove si fa jazz, lo spazio è precario, la respirazione faticosa, la luce scarsa, ma l'atmosfera, ah, quella è magica. E la nozione del tempo, relativa.

Fanciulli ultrasettantenni hanno inforcato i loro strumenti e caracollato senza perdere l'equilibrio su ritmi assai brillanti, o fluttuato morbidi sulle onde di vecchi standard, accompagnati da colleghi più giovani che li guardavano come sacre reliquie di un eroico passato.

I sopravvissuti, ancora abbastanza numerosi, c'erano quasi tutti, e ci siamo divertiti.

Festeggiamolo ancora, questo compleanno, come minimo per un altro trentennio.


Fàmolo bene. 19 maggio, al Teatro Studio, concerto di Giovanni Tommaso con il suo Consonant Quartet: contrabbasso, pianoforte, sax e batteria.

Jazz modernissimo: tutte composizioni sue. Anche qui non mancano le sperimentazioni sui suoni (interessante gioco coi colpi di lingua dell'ottimo sax Cigalini, e abbondanti escursioni nel magico mondo degli armonici). Abbiamo ricevuto forti e gradite dosi di swing, insieme a seduzioni melodiche, come nel brano "Orizzonte" in cui il tema si libra pizzicato, senz'arco, senza il prevedibile assolo funambolico, e soprattutto senza cadere nella tentazione di scimmiottare il violoncello, ma suonato normalmente come se il contrabbasso fosse uno strumento normale (e alcuni di noi sanno che non lo è).

Saggiamente il programma chiude con un brano divertente (non c'è niente di male a ridere a un concerto jazz). Molti lo sanno già, ma noi vogliamo sottolinearlo: Tommaso è uno dei pochi jazzisti nostrani che, oltre a suonare benissimo e a comporre ancora meglio, sa presentare i pezzi con un pizzico di garbo e un filo di humour, chiacchierando quel tanto che basta a introdurre e spiegare, ma senza cadere nel tecnico, e soprattutto senza fare l'impegnato, imbronciato e incompreso profeta della musica nuova.


Fàmolo presto. Giovedì 22 a Palazzo Incontro. L'assessore alla cultura del Lazio, Lidia Ravera presenta l'iniziativa "Voltapagina" per la promozione della lettura, del libro e dell'editoria nelle scuole. L'assessore, che ha il dono della parola, introduce l'idea cominciando ovviamente dalle istruzioni pratiche, ma proseguendo, e qui viene il meglio, con alcune perspicaci e pertinenti osservazioni: "La famiglia che ha una biblioteca in casa è salva". "Se i genitori sono non leggenti, è solo attraverso i figli che li possiamo salvare". Ai ragazzi: "Metti su un foglio, o anche sul tablet o sull'iphone, i tuoi pensieri e falli circolare". E infine "Chi legge è un cittadino a pieno diritto, chi non legge è solo un suddito".

Ma, dopo gli ultimi anni persi a non fare niente, bisogna non sprecare altro tempo: bisogna fare presto.


                                             



 

 
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Granitica certezza

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

    19 maggio 2014

   GRANITICA CERTEZZA

 

    Johann Sebastian Bach. La nostra granitica certezza. Da sempre. La musica di Bach la puoi frullare, tostare, tritare, sempre commestibile rimane. Dalla toccata e fuga per organo trasferita all'orchestra in Fantasia di Disney, alle versioni jazzate di Jacques Lussier, Swingle Singers, Uri Caine, alla sigla di Piero Angela; è sempre lui, il monumento che si mantiene immacolato nella sua equilibrata perfezione, come il Marcaurelio, anche coperto da cacche di piccione.

Traumatica scoperta venerdì 9 maggio al Goethe Institut, dove ci siamo recati, spinti dalla temeraria audacia di voler confermare ancora una volta questa nostra certezza. La colpa è tutta di uno sconsiderato, a nome Denis Patkovic, giovane di origine slava, fra l'altro titolare della cattedra dello strumento di cui stiamo per parlare, al conservatorio di Tokio.

Tagliamo corto con la suspense. Il giovanotto aveva in mente di somministrarci le Variazioni Goldberg, e lo ha fatto eseguendole lui stesso alla fisarmonica.

Nulla di scandaloso, naturalmente. Dopo aver dichiarato che Bach resiste a tutto, sarebbe stato da bacchettoni contestare un "Bach all'accordeon", no?

No, sarebbe stato da saggi. Perché è proprio in questa occasione che il granito della nostra certezza si è screpolato. Come si sa le Variazioni Goldberg sono quasi tutte in tre quarti, un tempo che, sul cembalo di Bach, o magari con Glenn Gould al pianoforte, o ancora su un grand'organo può trasmettere la più sublime delle raffinatezze o l'imponente maestà di una cattedrale, ma che (per esempio nella prima variazione) alla fisarmonica diventa il zum-pa-pa di una mazurka da festa sull'aia.

Proprio perché il suono di questo strumento, non c'è niente da fare, è associato alla balera popolare. E ancora peggio accade con l'esposizione del tema iniziale da cui derivano le variazioni. Con tutta la sua pensosa sobrietà, suonato dalla fisarmonica si trasforma nel sottofondo di un bivacco di alpini sul Monte Grappa.

Forse siamo davvero bacchettoni, ma non abbiamo resistito e ce ne siamo andati. Con tante scuse agli amici fisarmonicisti.


Venti polari. Quelli che soffiavano mercoledì 14 (maggio, mica dicembre) verso le diciannove, mentre il sole tramontava dietro minacciosi nuvoloni. Insieme ad altri quattro stravolti sedevamo sulle gelide gradinate della cavea del Parco della Musica in attesa di un'annunciata performance propedeutica alla mostra di Francesco Fonassi.

Dopo il consueto ritardo romanesco (minimo mezz'ora), dagli altoparlanti piazzati ai fianchi dei suddetti stravolti è cominciato a uscire un rombo profondo come di motori, con ogni tanto qualche impennata del volume. Dieci minuti di questo pretenzioso nulla, mentre la tormenta infuriava, sono stati abbastanza per convincerci a puntare verso il bar e il terapeutico Negroni.

"Il lavoro di Fonassi si focalizza sulle dinamiche dell'ascolto e sui meccanismi della percezione uditiva, testandone limiti e potenzialità in termini intersoggettivi." Questo brano della presentazione, scritto in squisita prosa artistichese, vuol dire, per i semplicioni come noi e forse anche voi, che il suono parte alto o basso dall'altoparlante e arriva all'orecchio di uno che lo sente troppo forte o di un altro che lo sente troppo piano. Niente di più.

Gli altri, intellettuali duri e puri (c'erano anche alcuni anziani, probabilmente professori, accompagnati da graziose, pigolanti studentesse) congelati sul marmo. Voto zero alla performance. Ci siamo spostati allo Spazio Arte dove proseguiva la mostra vera e propria, e dobbiamo confermare il giudizio. Si trattava della proiezione di un filmato, commentato dalla stessa musica di prima, girato con grande, monotona ripetizione di inquadrature, tagli, luci, (probabilmente in altra sede gabellata per audace nonconformismo) dentro una cava di marmo. Movimenti della camera verticali-orizzontali-diagonali seguendo le fessure della pietra, o rotatori sui segni della sega circolare. Mah.

Il Parco della Musica è uno straordinario luogo di aggregazione; e anche quelle volte che non succede niente di speciale, ci permette di trovarci in mezzo a facce di artisti, serie, buffe, forse supponenti, ma di sicuro meno inquietanti e minacciose di quelle che si incontrano a un raduno di tifosi, o fra la folla dei ragazzotti ubriachi di Campo de' Fiori. 

E poi, a portata di mano, anzi di bar, c'è sempre il già citato Negroni.



PS. Fighetta Salsiccia. Il Cavalier Serpente vuole fare le sue più sincere congratulazioni alla donna barbuta che ha vinto l'Eurovision Song Contest. Non tanto per la canzone, un pezzo commerciale niente male, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d'arte, bisex e multinazionale: Conchita Wurst.

In Sudamerica "concha" vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita, oltre che per Concettina, sta per fighetta. In tedesco "wurst" significa salsiccia (anche salame, tanto per non farci mancare niente), come dovrebbero sapere tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano trasparenti.

Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.



                                          


 

 
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Il Quadrilatero delle Urine

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

  12 maggio 2014

      IL QUADRILATERO DELLE URINE


Dalle parti dei Caraibi hanno il Triangolo delle Bermude. Noi, qui a Roma, abbiamo il Quadrilatero delle Urine.

In mezzo a un mediocre e degradato quartiere di edilizia intensiva fine ottocento, dalle parti della stazione Termini, c'è Piazza Manfredo Fanti, e in mezzo a questa piazza è sopravvissuto un ritaglio di dignità architettonica: l'Acquario Comunale, oggi Casa delle Architetture.

E' un bell'edificio circolare in stile eclettico fine '800, al centro di un quadrilatero delimitato da un muretto con cancellata che racchiude un giardino. Che è ornato da scarsi resti delle mura serviane, mezze sprofondate in una fossa inaccessibile e da alcuni vasconi di legno in cui stentano a sopravvivere piantine di pomodoro, melanzane, salvia, prezzemolo e altri tentativi di riprodurre un orticello (con funzioni didattiche per gli scolari del vicinato?)

Tutto intorno, in compenso, svettano parecchi enormi, magnifici alberi secolari. Stessa età dell'edificio e dei quattro o cinque vecchietti, in giacca gialla con su scritto Roma Capitale, occupati a svolgere un precario sevizio d'ordine anti extracomunitari.

Sulle panchine si ammucchia una folla di cinesi, i colonizzatori del quartiere, occupati a chiacchierare e soprattutto a sputare per terra. Pare che neanche Mao sia riuscito a far perdere questa brutta abitudine ai suoi connazionali.

Fin qui siamo nella normale descrizione turistico-folklorica. Impensabile sperare di parcheggiare davanti all'unico ingresso, quindi un periplo a piedi, anche parziale, del muretto esterno con la sua cancellata è obbligato. A questo punto si entra nell'horror.

Tutto il perimetro del nostro quadrilatero è marcato da bottiglie rotte, stracci abbandonati e soprattutto un alone di stratificazioni ammoniacali, con i conseguenti caratteristici miasmi. Soffocanti. Notti e notti che devono aver visto un intenso traffico, forse di ubriachi, o magari di semplici poveracci privi di impianti igienici che da qualche parte dovevano farla. E l'hanno fatta, in tanti, proprio su quel muretto. Metro dopo metro, non trascurando angoli e lampioni. E nessuno pulisce da anni, questo è certo.

Noi, naso tappato e passo baldanzoso, martedì 6 maggio entriamo nel magnifica salone rotondo che riempie la circonferenza dell'edificio. E' uno spazio molto particolare. Una superba altissima cupola e tutto intorno due gallerie sovrapposte di grande effetto scenografico. Insomma, una specie di Panteon ottocentesco, certo meno monumentale ma quasi altrettanto impressionante.

Qui è allestita la mostra "Futuro anteriore" (forse dal titolo dovremmo immaginare che è quello che ci aspetta domani, o al massimo dopodomani?). Opere di Roberto Fallani. Come da foto: corpi parzialmente eviscerati, teste attaccate a filamenti semiputrefatti, e altre simili piacevolezze plasmate in materiali indefinibili ma affascinanti, travolte da una grande, malata inquietudine. Il tutto sottolineato acusticamente da una pulsazione incessante che riempie lo spazio cavernoso dell'Acquario con un micidiale rombo a bassissima frequenza.

Bisogna ammetterlo, la mostra fa un certo effetto. Di sicuro, non rasserenante, come non lo è la situazione all'esterno; ma almeno questa è arte, e nell'arte c'è sempre consolazione dalla realtà.

Poi, per fortuna (perché anche il corpo, oltre allo spirito, ha le sue esigenze) abbiamo trovato ulteriore conforto nell'offerta di uno squisito vino bianco, il cui aroma e la cui freschezza ci hanno somministrato un graditissimo antidoto al macabro, ma, ripetiamo, affascinante disfacimento delle anatomie dell'artista.



PS. La mamma italiana perdona. Leggiamo che la mamma di Ciro Esposito dichiara: "Io nel mio cuore ho già perdonato". Un branco di delinquenti le ha quasi (ancora non sappiamo se del tutto o in parte) ammazzato il figlio per stupide questioni di pallone, e lei li perdona?

Ecco la ricetta sicura per deresponsabilizzarci tutti e non farci  crescere mai. Il perdono è un perfido distillato cattolico, e ancora di più italiano, che annulla la indispensabile certezza della pena. Anzi, ne rafforza l'incertezza.

E quindi a che serve comportarsi correttamente? Esempio minimo ma quotidiano: sì, qui c'è lo spazio handicappati, ma proviamoci lo stesso a parcheggiare, magari il vigile non passa, o se passa ha altro da pensare. E se arriva il titolare dello spazio? Beh, si arrangerà, qualche altro posto lo trova di sicuro. Se poi scatta la contravvenzione, c'è sempre la speranza del perdono (amnistia, dimenticanza delle autorità, errore di consegna...) e così via, dalla multa all'omicidio d'onore. O di sport.  



                                          

 

 
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Sconcerto al concerto

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  5 maggio 2014

   SCONCERTO AL CONCERTO

 

Dopo i fasti imperiali della settimana scorsa (Natale di Roma, Panteon, SPQR, ecc.), questa settimana dobbiamo volare più basso e accontentarci.


Espaces Acoustiques. 29 aprile, Teatro Studio, Parco della Musica. Non ci era mai capitato che la parte non spettacolare di uno spettacolo fosse più spettacolare dello spettacolo.

Riceviamo un invito alla serata in omaggio di Pierre Jodlowski e Laurent Durupt nel festival "Suona Francese". Naturalmente andiamo. I due performano all'elettronica e alle percussioni, accompagnati da alcuni solisti della PMCE (l'eccellente Parco della Musica Contemporary Ensemble). Vengono eseguite "opere visivo-acustiche di autori francesi contemporanei, in grado di costruire delle gabbie percettive sonore all'interno dello spazio scenico, spesso complementari allo spazio bidimensionale dello schermo". Questi i paroloni del programma di sala, per dire che mentre quelli suonano c'è una proiezione.

Il primo brano è di una lunghezza sadica (35 minuti), con fragorose e ripetitive percussioni in scena mentre sullo schermo si avvicendano immagini a bassa risoluzione, e a bassissimo gusto: traffico automobilistico notturno, raccolta di frutti, distillazioni di sidro e mani di contadini che accarezzano mucche, molte mucche. Baggianate ad alta presunzione pseudointellettuale.

Secondo brano. E qui viene il bello. Il flautista Manuel Zurria dà di piglio ai suoi strumenti e a forza di soffiare e sbuffare (come il lupo cattivo dei tre porcellini) provoca un cortocircuito, e tutto si spegne: luci, proiezione e microfoni. Il brano in esecuzione era talmente incasinato che nessuno del pubblico fa le mostre di accorgersi dell'incidente. Nessuno dal palco dice niente, nessun tecnico appare, e così, piano piano comincia lo sconcerto al concerto.

E' stato molto divertente. Bisbigli in sala. Risatine. Frusciare di piedi. E poi, prima per iniziativa di qualche singolo coraggioso, poi come un fiume esondato, la gente ha cominciato a sgattaiolare verso le uscite abbandonando con consapevole viltà la sala. Che in pochi minuti è rimasta mezza vuota. Ma questo molto umano intermezzo ha creato un'atmosfera di cordialità fra i sopravvissuti. Tutta l'insofferenza per la musica (o la sua latitanza) è scomparsa, e l'evento è diventato una specie di riunione di amici. Anche perché, forse consapevolmente, o forse per l'imbarazzo, fino alla fine nessuno ha pensato a fare un annuncio, a riaccendere le luci in sala, a creare qualche diversivo. Niente, ma proprio per questo divertente.

Purtroppo il guasto è durato poco, e poi il programma è andato avanti con "Time & Money" di Meyer, a cui dobbiamo riconoscere una certa abilità nel costruire qualcosa che non avesse addosso solo lo straccio malconcio di una casualità volutamente irritante, ma una struttura riconoscibile anche se non necessariamente apprezzabile. Anche qui, proiezione di un insensato video in cui un certo numero di persone in mutande facevano movimenti non in sincrono con la musica né in linea con una qualsivoglia ipotesi di racconto.

Ci sarebbe piaciuto uscirne scandalizzati, irritati, magari anche offesi, e non solo annoiati, com'è purtroppo successo. Abbiamo voluto rimanere fino alla fine per vedere dove gli autori andavano a parare.

Da nessuna parte, è stata la conclusione in finale di serata.

                           

 

PS. Sarebbe meglio che non facessero uso della parola. Più volte in passato siamo arrivati a questa conclusione, a proposito di colleghi dello spettacolo.

Ecco, dopo il caso (tre Sanremi fa) del senile (6 gennaio 1938) cantante-predicatore, di cui non è necessario fare il nome, siamo costretti a ripeterci quest'anno in occasione del concerto del primo maggio.

Si tratta di un altro cantante, entrato nella storia della musica principalmente per le ascelle, improvvisatosi commentatore politico, un po' meno anziano (10 febbraio 1962) ma sempre troppo per fare il rocker maledetto in canottiera (a meno di essere Mick Jagger, e non è certo il suo caso).

Cari solisti (e qui è d'obbligo aggiungere anche il sublime Allevi) e cantanti, aprite bocca solo per ficcarci dentro uno strumento, oppure per emettere note.

Per parlare, è meglio lasciar fare a uno pratico.


                                        




 

 
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Natale di Roma

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   28 aprile 2014

   NATALE DI ROMA

                       

Natale di Roma. Lunedì ventuno aprile. Attraverso il foro al centro della maestosa cupola del Pantheon, ogni anno a mezzogiorno preciso di questo fatidico giorno il sole scende a colpire il portone d'ingresso, illuminando come un riflettore da un milione di watt l'imperatore che entra nel suo tempio, e con questo gesto diventa Dio. Noi eravamo lì, e siamo idealmente ascesi su questo raggio di luce al più alto dei cieli, accolti nella gloria della Città Eterna.

Seh! Questo ci sarebbe piaciuto raccontare. Invece...


La parte astronomica è precisa; la descrizione dell'evento va modificata come segue: intanto ci siamo dovuti ricordare che c'è l'ora legale, quindi mezzogiorno in realtà è l'una. Arrivati al pronao del Panteon lo troviamo formicolante di turisti chiassosi, e anche questo è logico. Ci mettiamo pazienti in fila per entrare a vedere il famoso raggio.

Davanti al colonnato, oltre ai soliti centurioni con la spada di latta, cinque carrozzelle i cui cinque cavalli la mollano abbondantissima sul selciato che è in discesa verso l'ingresso. I volenterosi vetturini pensano di far bene rovesciandoci sopra grandi secchi d'acqua attinta alla fontana barocca lì davanti, e ci inondano le scarpe. Intanto un'altra carovana fende la folla strombazzando con esagerati claxon da autocorriera montati sulle carrozzelle. I pellegrini ridono: "Molto pitoresko!" In mezzo alla piazza una violoncellista amplificata suona a tutto volume la morte del cigno. Accovacciato alla base di una colonna, in mezzo ai piedi della gente, un fagotto subumano mendica con la solita cantilena: "Fame! Bambini!" mentre uno sciancato ci sguscia fra le gambe a bordo di un carrettino montato su cuscinetti a sfere. Terzo mondo? Quinto!

Finalmente riusciamo a entrare. Certo un silenzioso raccoglimento sarebbe meglio del brusio da stadio che serpeggia. Non siamo senatori SPQR, ma anche noi turisti come gli altri, quindi va bene così.

Il momento si avvicina, il raggio comincia a sfiorare la sua inquadratura finale. Siamo tutti attenti, e bisogna dire che nell'aria vibra una grandissima magia.

Proprio nel momento in cui il rispetto dell'evento vorrebbe il silenzio, dagli altoparlanti rimbomba una voce imperiosa: "La chiesa chiude. Si prega di uscire".  La chiesa chiude? Succede una sola volta in un anno, e quelli, probabilmente a causa di beghe sindacali o straordinari da pagare, ci cacciano! A stento riusciamo a rimanere fino al momento in cui il sole centra l'ingresso con precisione astrale. Ed è molto più emozionante di quanto ci aspettavamo.

Però, non siamo mica qui per divertirci! Il minuto successivo, tutti fuori come pecore e il portone sbarrato in un baleno. Non male per una città a vocazione turistica. E sembra che questa sia una simpatica abitudine del locale.

Ecco una notiziola dai giornali di qualche mese fa: "Roma - Il Pantheon chiude. Concerto interrotto dalla custode. Quattro minuti di troppo e il concerto al Pantheon viene bruscamente interrotto, perché il monumento chiude tassativamente alle 18. E' accaduto domenica 28 febbraio a Roma, dove il quintetto russo Bach Consort si apprestava a eseguire l'ultimo movimento di Vivaldi quando è stato interrotto dalla custode della struttura che ha fatto cenno di fermare la musica. «Vergognatevi!» hanno urlato le 500 persone che stavano ascoltando e filmando il concerto, quando la voce dall'altoparlante ha invitato tutti a uscire velocemente per la chiusura".

 

La festa non finisce qui. Pare che ci siano rievocazioni storiche per tutto il centro. Ci avviamo di buon passo, ma a Via dei Fori Imperiali vediamo solo ambulanti, caricaturisti, indiani in levitazione (con la tunica gialla con sotto il palo che li tiene seduti a mezz'aria) e quella che ormai è la rievocazione più arcaica di tutte, ancora più di Romolo e Remo: gli Inti Illimani. Non certo loro personalmente, ma i loro sostituti, i quali, implacabili con flauti andini, tamburi, ponchos e lunghe chiome corvine eseguono per la milionesima volta "El condor pasa".

Finalmente al sole del Circo Massimo li troviamo tutti: latini, etruschi, daci, galli indaffarati a rifare sul prato (arbitrariamente? Forse, ma che ce ne importa) cerimonie di ogni tipo. Sembra una di quelle ammucchiate un po' imprecise di comparse di Cinecittà. Truci traci con moderni Rayban sul naso, unni avvolti in pelli di lupo molto sintetiche, bionde etère con lo Swatch al polso. Si sentono molti "Da" e "Nyet". Sta a vedere che vengono davvero dalle province danubiane dell'impero (che adesso sarebbero Romania, Bulgaria, Serbia).

La colonna sonora è la solita, vagamente esotica che all'orecchio del pubblico evoca per definizione l'antichità.

L'organico: arpe, pifferi, tamburi e cori di vergini vestali.



                                         

 

 
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Il Negroni

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

   21 aprile 2014

   IL NEGRONI

                 

Sufi Ensemble. Sabato 12 alla Sala Petrassi, Parco della Musica. Pejman Tadayon, un simpatico musicista persiano, furbissimo conduttore della serata, ci ha fatto ascoltare la musica di casa sua, ci ha fatto cantare tutti, insieme a lui, "la ilaha illa allah", ci ha fatto guardare un gruppo di volenterose ma non proprio provette ballerine che facevano le dervisce ruotanti, e avrebbe voluto farci applaudire anche il coro Naghshbandi se non che quest'ultimo, per una ragione che non ha ritenuto di comunicarci, ha dato buca al concerto.

Ecco una circostanza in cui il Negroni è indispensabile per il suo garantito effetto rasserenante. Dopo un bicchiere, va bene tutto. Non che la faccenda non fosse gradevole, ma certo poco di più. I suonatori in bianco, come le ballerine, erano belli da vedere, forse anche bravi (non ne siamo del tutto sicuri), il tamburo illuminato dall'interno, suggestivo. Pejman, come già detto, astuto intrattenitore con il suo pittoresco accento ha tradotto per noi alcuni dei testi cantati, che, forse perché non nella lingua originale, risultavano banalissimamente pieni di cuori, amori e occhi assassini, come a Sanremo, insomma; mentre i ghirigori decorativi proiettati per accompagnare l'esecuzione ricordavano molto, troppo, i centrini della nonna.

Non mettiamo in discussione la validità della filosofia sufi, l'importanza della preghiera che si fa musica e della musica che si fa preghiera, o la capacità di raggiungere stati estatici durante queste pratiche artistiche; tanto meno il potere ipnotico di un insieme di suoni che gira intorno a un pedale fisso (in questo caso modernamente prodotto da una tastiera) senza limiti di durata né promesse di sviluppo. Il fatto è che noi poveri spettatori normali, viziati da Mozart e da Strawinskji, anche se ce la mettiamo tutta per essere politically and artistically correct, una serata come questa, davvero, se non ci fosse stato il Negroni...


Incontro con Maria Luisa Spaziani. La voglia di conoscere di persona l'ultima grande poetessa italiana, ormai novantenne: Maria Luisa Spaziani, ci ha fatti abboccare all'amo, lunedì 14 aprile, ore 16, all'Istituto Statale per i Beni Sonori e Audiovisivi di Roma, nuovo pomposo nome della Discoteca di Stato.

Saletta semivuota. Per forza, con questo orario scemo, aggravato dal consueto ritardo romanesco (mezz'ora), e vincolato da scadenza sindacale per chiusura locali (alle diciotto).

Arriva la signora Spaziani, con passo malfermo ma intelletto saldissimo. Le vengono presentate un paio di ragazze che reciteranno per noi, e lei le ammonisce: "Leggere una poesia, per un attore è un fatto di castità: bisogna mettere da parte ogni emozione". Geniale precetto, in seguito puntualmente disatteso dalle due.

L'organizzatore sul palco sbircia continuamente l'orologio mentre ognuno dei comprimari parla e parla, rubando tempo e spazio alla star (e a noi). Le ragazze recitano a implacabili intervalli, e tutti fanno finta di interessarsi dell'ospite, ma è solo apparenza, perché, dopo uno sbrigativo omaggio al di Lei riverito nome, passano subito a raccontare quanto spesso La frequentano, com'è privilegiato il loro rapporto con Lei, e quanto Lei tiene alla loro opinione.

Manca una regia (anche una presentazione è spettacolo), quindi la faccenda si trascina faticosa e dilettantesca. Comunque la Spaziani, da vera regina, appena le mosche cortigiane che le ronzano intorno si posano un attimo, apre bocca e dice qualcosa di intelligente. Nell'insieme riusciamo a racimolare bei pensieri e osservazioni puntuali.

Peccato avere sprecato buona parte del tempo disponibile. Fortunatamente il cervello tende a cancellare le impressioni negative e a salvare quelle buone. E allora, in fondo, anche di questo pomeriggio sgangherato riusciamo a portarci a casa un bel ricordo.

 

Ruderi e aerei. Venerdì 18, invitati dalla giornata scintillante, ci facciamo la prima archeogita della stagione. A Ostia Antica. La brezza fa frusciare i pini e la mentuccia stuzzica il naso. Sopra questa distesa di mattoni rossi e marmi consumati si abbassano con un rombo soffice le miracolose macchine volanti che vanno a posarsi all'aeroporto. Sono meravigliose anche viste da sotto (ma come fanno a non cadere?). Giocattoloni con i motori e le code dipinti di rosso e le ruote già fuori per la pista.

Sul decumano massimo di Ostia il selciato è segnato dalle cicatrici dei carri di duemila anni fa, i mosaici spuntano dall'erba e l'edera si arrampica su ogni muro. Tutto molto quotidiano, poco monumentale, ancora quasi vivo. Ci piace così.



                                           

 
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Il grande narciso

Post n°273 pubblicato il 13 Aprile 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

     14 aprile 2014

    IL GRANDE NARCISO

 

E' Eugenio Scalfari, di cui siamo andati a festeggiare i novant'anni lunedì 7 aprile al Teatro Argentina. Evento preparato da una serie di articoli su La Repubblica, Il Venerdì, e tutti gli altri araldi baronali del regno di cui lui è re. Lunga fila fuori del teatro; una volta dentro e dopo tre quarti d'ora di baci abbracci e saluti di Veltroni e Sorrentino e Paola Fracci e Benigni ha inizio la cerimonia. Che, essendo il compleanno di un novantenne famoso ha le sue formalità e i suoi tempi. Sullo schermo si inseguono foto sue insieme a tutti, ma tutti davvero. Una galleria di chiunque abbia contato qualcosa nel secolo.

La faccenda è condotta da Antonio Gnoli; brani vari dai libri del festeggiato sono letti da Silvio Orlando, il cui microfono, tanto per non smentire l'efficienza nazionale, gracchia e sputazza un bel po' prima di stabilizzarsi (siamo all'Argentina, il primo teatro di Roma, e per un evento di una certa importanza; ma siamo anche in Italia). Cinque amici/collaboratori, dopo aver presentato garanzie di antiretorica e di antipatos, raccontano, ma leggendo, quindi con un bell'effetto imbalsamato, omaggi, aneddoti, ricordi sul filo di cinque argomenti: viaggio, conoscenza, persone, amicizie, sfide. Fra costoro brilla, si fa per dire, Alberto Asor Rosa, che con il suo parlare noiosissimo e sonnolento da il colpo di grazia al pubblico. Raccontando dell'amicizia fra Scalfari e Calvino cita dalle Lezioni Americane la parola "rapidità", e poi (ci viene ancora da ridere) piomba in una pausa talmente lunga da far temere un coma irreversibile.

E' chiaro che non ci aspettavamo la torta con dentro la ballerina, ma tempi un po' più teatrali forse sì, visto dove siamo. Per fortuna appena il protagonista sale sul palco possiamo finalmente apprezzarne lo spirito, la proprietà di linguaggio, la chiarezza di idee, e la prontezza (sempre saldo sul suo piedistallo di magnifico narciso, intendiamoci). Dall'alto del quale riferisce le telefonate di auguri del Presidente del Consiglio, del Papa, del Presidente della Repubblica che, ci racconta con civetteria palese e modestia malcelata, avrebbe voluto venire a salutarlo, ma lui ha preferito di no per evitare troppa emozione. Arguto e instancabile, come sono spesso i vegliardi quando hanno un pubblico e parlano della loro vita, pilota con timone saldo la nave dei festeggiamenti.

Ahimè, a un certo punto della rotta il magnifico vascello di capitan Scalfari incontra un pericolosissimo scoglio e finisce col naufragare come se al comando ci fosse uno Schettino qualsiasi. Succede che il saggio, distaccato, ironico, cinico giornalista a un certo punto annuncia che ci leggerà alcune sue poesie, perché, sì, in tarda età ha scoperto di essere anche poeta. Tira fuori un fascio di fogli e attacca. Ed ecco che l'acuto polemista, il dissacratore di uomini e idee, ci diventa un paroliere da Sanremo.

Versi pieni di spiagge, di mare, stelle, brezze, perfino angeli. Ma come, da novant'anni stiamo in reverente ammirazione di quelle mura mantenute inviolabili da uno stratega emerito; e senza preavviso, da dietro il ponte levatoio, fa capolino il menestrello!

Di colpo, al posto del pilastro di saggezza e ironia che conoscevamo, abbiamo visto un nonno un po' andato a cui i fogli tremavano in mano per un inizio di Parkinson; che a un certo punto si era persa l'ultima poesia e continuava a cercarla fra l'imbarazzo di molti. E quando l'ha trovata, ha anche voluto leggerla.

Incrociatore affondato da questo siluro senile. Peccato.


Accendere la luce. La parola d'ordine della conferenza stampa del Festival Internazionale di Villa Adriana, venerdì mattina. Basterebbe far scattare l'interruttore per indirizzare l'attenzione sugli innumerevoli coaguli di bellezza e d'arte che abbiamo dalle nostre parti e che lasciamo stupidamente al buio. E l'Italia diventerebbe all'improvviso un paese ricco, ammirato, ricercato, non dalle forze dell'ordine, tanto per cambiare, ma dal mondo. 

La cerimonia, presenti Zingaretti, Regina e Fuortes, è introdotta dall'Assessore alla Cultura del Lazio, Lidia Ravera, la quale, come sanno quelli che leggono, scrive bene, ma bisogna ascoltarla per rendersi conto che parla ancora meglio. Poche parole, quelle che servono (come rispose Mozart all'Elettore di Sassonia che lo rimproverava: "Troppe note, maestro!", "Quelle che servono, maestà") chiare e coi tempi giusti. E sempre con una minima, efficace notazione di colore. Nella fattispecie, la difficoltà di trovarla, questa Villa Adriana, una meraviglia che dovrebbe essere segnalata fin dall'arrivo all'aeroporto di Fiumicino, e invece, bisogna andare a cercarsi un viottolo che incrocia la Tiburtina alle porte di Tivoli: la direzione è quella. Segue un garbuglio di sensi unici, e poi, con l'aiuto di Sant'Indiana Jones si arriva, ma non si può fare a meno di chiedersi il perché di questo andazzo cialtrone, quasi omertoso. Comunque stupido.


 

                                         


 

 
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Impressionisti danesi

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

 7 aprile 2014

    IMPRESSIONISTI DANESI

          

Impressionisti danesi. Pensavamo di sapere tutto di questa città. Invece oggi, lunedì 31 marzo ci si materializza dal nulla il Museo Hendrik Christian Andersen grazie a un invito all'inaugurazione della mostra "Impressionisti danesi in Abruzzo". Il nostro stupore non ha più confini. Impressionisti danesi? E chi mai ne aveva sentito parlare. E in più, dopo aver scoperto la settimana scorsa l'esistenza della JAA, Japan Abruzzo Association, sta a vedere che adesso questa nostra gloriosa regione si gemella anche con la Danimarca.

Così è. La Fondazione Pescarabruzzo, insieme con la Reale Ambasciata di Danimarca, si è fatta prestare per la mostra lo studio, ora museo, del maestro Andersen, scultore norvegese della prima metà del novecento (niente a che fare con Hans Christian, quello delle favole), il quale, una volta scoperta Roma, come molti scandinavi ci aveva messo su casa e non se n'era più andato.

Sarà bene chiarire subito la ragione per cui secondo noi la scuola impressionista danese è sconosciuta. E' esposta al piano superiore, questa ragione, in quella che era l'abitazione dell'artista: una bella quantità di quadretti, quadroni e quadrucci: paesaggi montani, pastorelli, contadini e mucche al pascolo. Non ce n'è uno che meriti di entrare nella storia dell'arte. Neanche uno.

Invece villa Andersen, appena fuori Porta del Popolo, è splendida. Grande terrazza con gazebo al primo piano; e al terreno due enormi studi, uno per lavorare, l'altro per esporre le opere: gessi e bronzi immensi, con marcata preferenza per nerboruti maschioni, turgide poppe e cavalli impennati (vedi foto), che l'artista non riuscì mai a esporre ufficialmente, né, ricco, si curò di vendere.

Opere che forse non possiamo definire capolavori, ma sono grandi, ben fatte, molto accademiche e molto autoritarie. E che soprattutto ci guadagnano dal confronto con i connazionali scandinavi, i famosi impressionisti danesi in Abruzzo.


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Sacre melodie e porchetta. Tutta la giornata di mercoledì 2 è dedicata da Musicaimmagine e IISM a Giacomo Carissimi. Approdiamo in tarda mattinata al Pontificio Istituto di Musica Sacra, sede dell'incontro. Bella la Sala Accademica, con un grande organo in fondo; una volta tanto la temperatura è giusta e le sedie comode.

Certo gli argomenti del convegno sono davvero ultraspecialistici: "Le cantate su testi di Sebastiano Baldini" (apprendiamo, con maligno compiacimento, che talvolta i testi, sacri e non, erano definiti "ordinaria rimeria") o "Giovanni Battista Mocchi, sirena del paradiso", e altre simili preziosità. Ci si sente precari a volare a queste altezze.

Per fortuna, insieme alla notizia per noi inedita che Carissimi, originario di Marino nei Castelli Romani, oltre a oratori produceva anche ottimo vino che aveva l'abitudine di servire ben fresco ai suoi musici, arriva a un certo punto l'annuncio di uno spuntino a base di prodotti tipici della zona, offerto appunto dal comune di Marino. Questo ci permette di perdere quota e di scendere al nostro rassicurante livello abituale, cioè a terra. Porchetta, prosciutto e vino bianco. Ci sono perfino le ormai introvabili coppiette, striscioline di carne secca, salata e piccante: una leccornia.

I primi minuti di ripresa pomeridiana sono un po' sonnacchiosi, poi l'attenzione ritorna, anche se lentamente, malgrado la mancanza di verve di alcuni relatori. Ok, è vero che il loro mestiere è la ricerca, e non l'esposizione, però, dato che il bello di qualsiasi piatto è anche nella sua presentazione, prima di parlare sarebbe consigliabile, per chi ne ha bisogno, un breve esercizio di retorica, di dizione o (riducendo al minimo le pretese) almeno di gestione di microfono e proiettore.

Finale in gloria con l'intervento, come sempre brillante per intelligenza, di Claudio Strinati che conclude con una saporita descrizione dell'oratorio del SS Crocefisso e dei suoi affreschi (Pomarancio e colleghi minori) postazione, per lunghi anni, dell'attività di Carissimi.


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Una trovata anni '60. Giovedì 3 a Piazza Pasquino 70, "Art is Real - Una collezione impermanente". Siamo in un palazzetto alto e stretto, svuotato dei suoi inquilini, e in attesa del cantiere che probabilmente lo trasformerà in un B & B. Rimane aperto solo oggi come galleria d'arte provvisoria per tutti quelli che hanno voglia di arrampicarsi su fino al quinto piano. Sculturine, spennelate di colore, giochetti di luci. Chissà come mai stavolta le scale ci sembrano molto più ripide di cinquant'anni fa, le stanze più anguste, le opere d'arte parecchio meno interessanti e l'evento piuttosto noioso. Dev'essere cambiato qualcosa da allora, ma ci sfugge cosa.





 

 
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Pienoni e vuotoni

Post n°271 pubblicato il 31 Marzo 2014 da torossis

 

   

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

  31 marzo 2014

 PIENONI E VUOTONI


Riceviamo un invito alla chiesa di S. Andrea della Valle (quella della Tosca, ma stavolta Puccini non c'entra) per un concerto vocale e strumentale di Hirari Sato. Ciò che stiamo per raccontarvi ha del fantascientifico. Ne abbiamo viste di serate, ma questa è speciale.

Con la preparazione l'evento si esaurisce quasi prima di cominciare, ma vale comunque la pena di seguire il tutto. Hirari Sato è una bambina giapponese di quattordici anni, cieca dalla nascita. Accompagnata dalla madre, arriva, grassottella e intortata in un vestito di tulle rosa, si siede alla tastiera, fa qualche accordo e comincia a provare il microfono. La chiesa è enorme e gelida. Ci saranno una settantina di persone, mentre ce ne entrerebbero comode almeno duemila (vedi foto). E qui c'è da chiedersi il perché di un posto così grande per un evento così piccolo.

Il microfono naturalmente non funziona e il ritardo è già di mezz'ora. Intanto sono arrivati alcuni giapponesi che si omaggiano con inchini profondi, emettendo preoccupanti suoni di gola (che in realtà sono cortesi saluti). La povera bambina continua a provare, e finalmente la fonica pare che sia a posto.

Diamo il via al concerto? Neanche per idea; ha inizio la estenuante cerimonia dei discorsetti, prima in giapponese, poi tradotti, postillati da sbrodolature del tipo "gli occhi della bambina non vedono, ma quelli del suo cuore, sì", "la musica è la sua vita, e la sua vista". Chissà perché quando c'è di mezzo un handicap si va sempre nel melenso. Qualcuno legge una poesia orrendamente patetica; poi si manifesta l'organizzatrice della serata: l'Associazione Abruzzo - Giappone, o meglio, la JAA, Japan Abruzzo Association, il cui delegato alla musica è il Maestro Ciufoletti (non stiamo inventando niente). Pare che, primi al mondo, abbiano pubblicato in giapponese una guida dell'Abruzzo che sta avendo un enorme successo editoriale nella terra del Sol Levante. Inaspettato gemellaggio fra Majella e Fujiyama!

Il programma del concerto comprende brani di Whitney Houston, poi naturalmente l'Ave Maria di Schubert, ma anche una serie di successi pop giapponesi con titoli da menù sushi: "Sukiyaki", "Furusato", "Nada soso", tradotti con: "Camminerò guardando in alto", "L'amato luogo natio" e "Pianto disperato". Leggendo, le nostre innate diffidenze nei confronti del traduttore si fanno certezza. Come è possibile che i giapponesi siano così generosi di sfrenato cattivo gusto? Qui si tratta dell'incapacità, proprio del traduttore, di penetrare nell'anima della lingua di partenza, per trasportarla (questo vuol dire tradurre) scegliendo le parole meno ridicole e più giuste allo scopo di mantenere lo spirito del concetto, nella lingua di arrivo.

 Per amore di verità, sorvolando sull'accompagnamento alla tastiera, davvero precario, dobbiamo riconoscere che la voce della ragazzina è pregevole e anche troppo matura per la sua età.

Il che non ci impedisce di guadagnare l'uscita dopo il secondo brano portandoci dentro una domanda senza risposta: perché questo scempio, neanche giustificato dalla richiesta di un'offerta finanziaria per qualche nobile destinazione? Perché esporre una bambina, che ha già i suoi guai, a questa inopportuna esibizione? Va bene, potrebbe commentare un cinico, che, data la sua menomazione, neanche si sarà accorta della chiesa troppo grande e troppo vuota, e della gente che sgattaiolava via alla spicciolata...

Poi abbiamo saputo che questa è la settimana dei non vedenti, e che l'indomani la ciechina si sarebbe esibita davanti al Papa. Però la domanda ci è rimasta dentro; e la risposta? Non pervenuta.

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Sabato ore 17,  per la Stagione di Musica Antica organizzata dal Museo degli Strumenti Musicali con Santa Cecilia, i concerti grossi di Corelli trascritti per due clavicembali. Qui parliamo di buona, anzi buonissima musica, e in più dobbiamo riconoscere che le due clavicembaliste, Vera Alcalay e Angela Naccari, oltre ad avere dita agili e sicure, hanno entrambe bellissimi capelli castani, lunghi e lisci: uno spettacolo certamente più garbato di come doveva apparire ai suoi tempi il parruccone incipriato di Arcangelo.

Purtroppo la sala del museo è piccola e afosa (come sempre in questi casi, guai ad aprire una finestra, perché, come si sa, aria di filatura, aria di sepoltura, e l'età media del pubblico è piuttosto elevata), e in più non c'è una sedia libera. In compenso, a disposizione degli spettatori in eccesso, c'è nell'ingresso un magnifico schermo di almeno duemila pollici, con una visione limpidissima e luminosa, ma senza sonoro. Trattandosi di un concerto, questo ci è parso a dir poco inspiegabile.

Comunque, successo e pubblico soddisfatto, a conferma della bontà dell'iniziativa.

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Al contrabbasso Mark Dresser, al contrabbasso Daniele Roccato, il mio contrabbasso... e qui Paolo Damiani che avrebbe dovuto annunciare se stesso come terzo contrabbassista del concerto, ha preferito presentare il proprio strumento.

Siamo alla Sala Accademica di S. Cecilia per la domenica dei Percorsi Jazz 2014. Il concerto si intitola "Triple Bass", facendo il verso al nome dello strumento che in inglese è double bass. Tre i contrabbassi sul parco per una serie di improvvisazioni a uno, due, o tutti e tre insieme (vedi foto).

Un piatto per palati forti. Un bel gioco di pizzicati, arcate, manate, bastonate, pinzette sulle corde, ribattuti e trucchi elettrici vari. Squittii e barriti, cantatine in ottava, suoni imprevedibili, talvolta sgradevoli in sé, ma funzionali se inseriti nel gioco. Ci è particolarmente piaciuto un brano eseguito a solo da Roccato, basato sull'uso di armonici e corde vuote, impeccabile per agilità, inventiva e soprattutto (che su questo strumento è sempre un miracolo) intonazione.


                                          


 

 
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Il granchio di fiume

 

  IL CAVALIER SERPENTE

  Perfidie di Stefano Torossi

24 marzo 2014

  IL GRANCHIO DI FIUME

 

  Il titolo lo spieghiamo alla fine.


18 marzo, martedì sera. Si fa musica a casa Scelsi. Flauto solo: Annamaria Morini. Musiche di autori vari, fra cui il fu padrone di casa, Giacinto Scelsi. Compositore di musica contemporanea piuttosto noto anche per le sue stranezze. Dedito al misticismo orientale e allo zen, si dice che avesse una fissazione per il numero otto. Infatti, anche se morto il 9 agosto, la data che circola è invece l'8/8/88. Il suo sistema di comporre pare che consistesse nell'improvvisare, registrare su nastro quello che gli veniva, e affidarne la scrittura a collaboratori; tanto è vero che, subito dopo la sua morte, un paio di questi, Tosatti e Vlad, dichiararono che alcuni dei brani firmati da Scelsi erano in realtà opera loro.

Pettegolezzi di cui non ci importa niente. Della serata possiamo dire che dalle finestre della sala da musica c'è il più bel panorama del mondo: l'intera distesa del Foro Romano, illuminata per l'occasione da una magnifica luna piena. Dentro (tendine lilla con la rouche e divani gialli), meno suggestione e qualcosa di più simile al masochismo. Perché, già il flauto da solo risulta di faticosa assimilazione, a meno di trovarsi, in un pigro pomeriggio d'agosto, sulle rive del mare a contemplare qualche graziosa ninfa danzante. In sala, niente ninfe danzanti, e in più, per via del trattamento piuttosto estremo dello strumento, come usa nella contemporanea, siamo finiti vittime di un ansiogeno trapano, con frequenti punte di petulante pigolio. E non certo per colpa della solista che ci è sembrata ottima.


Venerdì 21 marzo. Conferenza stampa di presentazione del progetto "Suona francese". Tutti a Palazzo Farnese. Che è un bell'immobile. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello. Insomma una cosina di lusso. E' dello stato italiano ma in affitto all'ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l'anno), la quale ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d'Italia. Un bel fatto, soprattutto in questo periodo di morte apparente.

Discorsi dell'ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n'è uno che si salva, parlano tutti come l'ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l'italiano, perché anche noi, quando andiamo all'estero...però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po' di buona volontà e un livello linguisticamente più accurato ce lo saremmo aspettato.

Finita la "conferansa stompa", un rinfreschino e poi tutti a casa. Cioè, a spasso per il centro storico. La giornata è magnifica e la città splende.


Sabato 22, giornata del FAI. Apertura eccezionale di alcuni siti archeologici normalmente chiusi: il Teatro di Marcello, il Mausoleo e il Foro di Augusto. Naturalmente ci siamo precipitati: impossibile entrare se non avvilendosi in code interminabili. Mai avremmo immaginato che ci fossero a Roma tanti sfaccendati anziani (perché l'età media in questi eventi è piuttosto elevata) interessati all'archeologia.

Comunque, e qui finalmente arriviamo al nostro titolo, forse non avremo sfiorato capitelli o calpestato marmi pregiati, forse non avremo ammirato busti di imperatori o altari pagani, ma di sicuro ci siamo imbattuti in un documento particolare che domina la balaustra sovrastante i Fori Imperiali. Un poster bene illustrato che, tralasciando qualunque cenno alla storia di Roma, ci illumina su un argomento (presumiamo) di vivissimo interesse per un gran numero di turisti in transito: la presenza fra le rovine del granchio di fiume!

La bestiola, di abitudini  notturne e quindi non facile da vedere, a quanto dice il testo (che abbiamo fotografato sullo sfondo dei Mercati di Traiano), risalendo dal Tevere attraverso la Cloaca Massima, é venuta a stabilirsi fra i marmi e le fondamenta dei grandi monumenti e ci si è trovata così bene che ha messo su famiglia e ormai la colonia è diventata numerosa e, di sicuro, felice. Vai a immaginare a chi, oltre agli archeologi, avrebbero fatto comodo colonne e cornicioni crollati millecinquecento anni fa.



                                         



 

 
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Salvagente

Post n°268 pubblicato il 18 Marzo 2014 da torossis

 

  IL CAVALIER SERPENTE

 Perfidie di Stefano Torossi

    17 marzo 2014

    SALVAGENTE


Siamo d'accordo sul fatto che autocitarsi è un po' sbrodolarsi addosso, però...

Siccome nel corso della settimana non c'è stato un solo evento che abbia stimolato le ghiandole velenifere del Cavalier Serpente, e siccome lui non vuole lasciare i suoi lettori senza una conferma  della sua esistenza in vita, abbiamo deciso di recuperare e usare come salvagente il primissimo uovo avvelenato deposto in questa covata ormai pluriennale.

E' roba di quasi quattro anni fa, e precisamente del 2 settembre 2010. E' passato tanto tempo, ma già i morsi del nostro erano letali.

Ci pare che l'uovo non sia andato a male. Eccolo:


        JAZZ, ABBIGLIAMENTO E BUONA EDUCAZIONE


Che dire? Non c'è dubbio che Gino Paoli sia l'autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo "Un incontro in Jazz" del 25 agosto 2010 nel Festival "Odio l'Estate" a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l'accompagnamento: un formidabile quartetto composto da Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.


E' sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo unicamente come esempio. Solo per generalizzare a tanti, troppi eventi jazz.


Non ci sembra giusto che la star della serata (come del resto qualunque accompagnatore) entri in scena con l'espressione di chi magari vorrebbe essere altrove, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltandoci la schiena, attacchi la sfilza delle canzoni senza una parola, una presentazione, un aneddoto, sempre con un atteggiamento di noia. Forse è timidezza, forse è la faccia di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sono: tra cui mettere su proprio una faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece stronca le esibizioni di molti jazzisti è proprio questa aria di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega.

Ma perché? Come mai non hanno l'aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati, evitare le stupide pause in cui il bassista, mentre infila un qualche jack in qualche buco, chiede al pianista la tonalità del pezzo, perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.


I salti di Lionel Hampton? E le camicie di Miles Davis?


A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Non ci si può presentare con jeans sformati e sporchi, camiciole di brutti colori, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant'anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza.

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking (anche se ci piacerebbe - non erano eleganti quelli del Modern Jazz Quartet?), però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra i rotoli, le panze, i seni penduli degli anziani, forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure anche una follia di lustrini, ma scelti dentro un progetto di spettacolo, perché suonare è anche spettacolo. Sempre per il rispetto, a nostro parere dovuto al pubblico, che, lui sì può essere malvestito, ma la sua parte l'ha fatta perché ha pagato.


Insomma, stare su un palcoscenico a fare una cosa ben precisa, la musica, e di solito farla anche bene, non basta. Bisogna, assolutamente bisogna, dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso. Proprio così: che il vestito racconti al pubblico che l'artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.



                                              

 
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Interni d'Artista

Post n°267 pubblicato il 10 Marzo 2014 da torossis


  IL CAVALIER SERPENTE

   Perfidie di Stefano Torossi

   10 marzo 2014

    INTERNI D'ARTISTA

            

Sono le 18 di lunedì 3 marzo. La Galleria Nazionale d'Arte Moderna inaugura una mostra intitolata "Interni d'Artista", che è la ricostruzione degli studi in cui lavoravano Balla, Capogrossi, Cavaliere, Ferrazzi, Mazzacurati, Morelli e Palizzi. Non sarebbe una grandissima idea. E' già stato fatto. La differenza è che la GNAM possiede, appesi ai muri e in magazzino, una tale quantità di quadri degli artisti riesumati, che nelle ricostruzioni, insieme alle sagome in bianco e nero dei pittori, c'è posto anche un bel po' delle loro opere, non fotografate ma vere.

L'effetto è carino e piace al pubblico, fatto di signore un po' imbalsamate, di anziani critici e di curatrici giovani, carine e stremate per il troppo prestare attenzione ai precedenti due della lista. La fauna tipica di queste manifestazioni. Si chiacchiera, ci si riconosce e si esita prima di uscire all'aperto dato che in questa fine di un inverno meteoropatico, ieri faceva caldo, ma oggi è un freddo birbone.

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Federico Secondo di Prussia, metà settecento. Quello che si dice un sovrano illuminato. Rimette a posto le finanze della sua nazione, introduce la coltivazione della patata e così salva dalla fame parecchi sudditi. Soffre di gotta, perché lui invece mangia pernici, ed è un po' guerrafondaio, il che si spiega perché è pur sempre prussiano.

Ma soprattutto ha due fissazioni: gli "Spilungoni" e il flauto. I primi sono i soldati della sua guardia personale, che lui vuole assolutamente sopra il metro e novanta, una specie di corazzieri; e siccome due secoli e mezzo fa, la gente alta, anche da quelle parti, non era facile da trovare, li compra dove può (allora le persone si compravano), scialacquando parte del bilancio militare. Per la musica basta sapere che sua maestà si piccava di essere un ottimo esecutore (e di ciò è impossibile avere conferma), e anche un valido compositore.

E questo ci porta all'evento di oggi, 6 marzo, al Goethe Institut, sede obbligata per un autore tedesco, e in più re. In gemellaggio con Santa Cecilia, l'istituto ci offre un concerto-saggio di allievi e professori che eseguono composizioni, di cui parecchie inedite, di Federico. Alcuni brani sono suonati su strumenti dell'epoca: traversiere, viola da gamba, tiorba; altri con gli equivalenti moderni: flauto di metallo, violoncello, clavicembalo. Tralasciando il livello non sempre professionale delle esecuzioni (siamo stati informati che per gli allievi si tratta di veri e propri esami, e quindi da ascoltare con benevolenza), è inevitabile il confronto tutto a sfavore degli strumenti antichi, meno sonori, meno precisi e soprattutto meno intonati dei loro successori. Per non parlare della sottile ma pervasiva noia ad ascoltare le scadenti regali melodie.

Insomma, a fine serata, e salvando la bontà dell'iniziativa didattica, ci è parso inevitabile arrivare a due granitiche certezze: la prima che quando un utensile, e fra questi possiamo senz'altro comprendere gli strumenti musicali, si estingue, ci sono sempre delle buone ragioni (e lasciamo da parte la nostalgia). E poi, che fortuna che Federico Secondo ha continuato a fare il re invece di dedicarsi alla musica!          

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Da quattordici anni, l'otto marzo, inaugura senza mimose la sua stagione di lavoro la Era Dea, un'associazione di artiste che in momenti di rispetto per la cultura come qualche anno fa, o in salita come adesso, è andata avanti per la strada dell'arte al femminile.

Ci hanno ospitati per la proiezione di un durissimo, bel video sull'amore violento: "La scelta - Amare da morire; vivere per amare" di Didi Frank, poi per una divertente e allo stesso tempo tosta interpretazione dello stupro, ma fra animali del Tevere, una nutria e un topone di chiavica (si può anche sorridere e nello stesso tempo raccontare un dramma). Alla fine siamo stati ben bene strigliati da un accorato e forte richiamo del presidente Rosa Di Brigida alla disattenzione che, spesso per colpa delle stesse donne, continua a penalizzare l'argomento. Una serata intensa.

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Santa Cecilia ha messo il turbo! Eravamo domenica 9 alla Sala Accademica per la inaugurazione del Festival Percorsi Jazz 2014 diretto da Paolo Damiani e Danilo Rea, con un  concerto assai interessante del quartetto di Claudio Leone, seguito dal suono di seta e velluto di Enrico Pieranunzi. Il quale, malgrado la sua aria di austero ecclesiastico anglicano, quando si presenta non fa mancare battute e sottigliezze molto divertenti e dello stesso velluto della sua musica. Un one-man show completo.

        In realtà, il turbo lo ha messo il nuovo direttore, Alfredo Santoloci. Basta fare i conti: in questo momento stando rullando a pieno regime il Festival Percorsi Jazz, di cui sopra, la serie dei concerti del sabato sera al MAXXI, la rassegna di concerti di musica antica al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, la Musica di Federico Secondo al Goethe Institut. Ci pare abbastanza, no?


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PS. Donna Forza Otto. Venerdì 7. Al Tempio di Adriano, consegna dei premi alle migliori imprese femminili del Lazio. Tanto di cappello. La nostra perplessità è sull'uso, come dire, un po' scemo dell'aggettivo. Iniziative rosa, lavoro rosa, quote anche. Ridicolo, non il concetto naturalmente, ma la sfumatura. Qualcuno ha mai pensato di definire Agnelli un industriale azzurro, o Totti un campione blu. O verde?



                                      

 
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