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PORTA AMUSA DI EMMA CHIERA

Post n°266 pubblicato il 27 Gennaio 2011 da totototo2007

 

 

PORTA AMUSA*

Ormai
...non risuona piú il ripido selciato:
tacciono il raglio, il nitrito, il belato
e tace l'affannoso fiato
del pastore, del contadino
dall'amaro, ingrato destino.

Immemori le siepi e i muri
silenti le pietre, i tuguri
par sia calato l'oblio
su tutto il paese mio...

Ma nel nuovo silenzio non tace
la vera cultura, tenace
e da ogni pur piccola "strace"
ci chiama ancora Natura:
la madre antica, la vita futura.

Ormai
la Porta non teme incursioni
di vecchi o di nuovi ladroni
e attende sempre aperta
a Caulonia una riscoperta...
Attendono nuovi passi
giovani, lievi, i nostri sassi,
gli antichi custodi di storie
di piccole e grandi memorie.
(28-29 dicembre 2010 - inedita)

* dedicata ad Antonio Fragomeni (per l'amore con cui la fotografa),
a Francesco Tuccio (è la SUA porta!)
e a Claudio Panaia ( i "giovani passi" di Caulonia )

 

 

 
 
 

MESSAGGIO DI FINI SABATO 25 SETTEMBRE 2010 ORE 19,00

Post n°264 pubblicato il 25 Settembre 2010 da totototo2007

 

Ecco il messaggio di Fini: guarda Dopo ore di attesa e siti web in tilt per i continui aggiornamenti, è arrivato il video-messaggio del presidente della Camera Gianfranco Fini sulla vicenda della casa di Montecarlo.



ECCO IL TESTO DI FINI

Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente.

Da settimane non si parla dei tanti problemi degli italiani, ma quasi unicamente della furibonda lotta interna al centrodestra.

Da quando il 29 luglio sono stato di fatto espulso dal Popolo della libertà con accuse risibili, tra cui spicca quella di essere in combutta con le procure per far cadere il governo Berlusconi, è partita una ossessiva campagna politico giornalistica per costringermi alle dimissioni da Presidente della Camera, essendo a tutti noto che non è possibile alcuna forma di sfiducia parlamentare.

Evidentemente a qualcuno dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di legge uguale per tutti, di garantismo che non può essere impunità, di riforma della giustizia per i cittadini e non per risolvere problemi personali.

In 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia.

Credo di essere tra i pochi, se non l’unico, visto le tante bufere giudiziarie che hanno investito la politica in questi anni.

E’ evidente che se fossi stato coinvolto in un bello scandalo mi sarebbe stato più difficile chiedere alla politica di darsi un codice etico e sarebbe stato più credibile chiedere le mie dimissioni.

Così deve averla pensata qualcuno, ad esempio chi auspicava il metodo Boffo nei miei confronti, oppure chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier – testuale - anche su di me, “perchè oggi tocca al Premier, domani potrebbe toccare al Presidente della Camera”. Profezia o minaccia?

Puntualmente, dopo un po’, è scoppiato l’affare Montecarlo.

So di dovere agli italiani, e non solo a chi mi ha sempre dato fiducia, la massima chiarezza e trasparenza al riguardo.

I fatti:

An, nel tempo, ha ereditato una serie di immobili. Tra questi, nel 1999, la famosa casa di Montecarlo, che non è una reggia anche se sta in un Principato, 50-55 metri quadrati, valore stimato circa 230 mila euro. Essendo in condizioni quasi fatiscenti e del tutto inutilizzabile per l’attività del Partito, l’11 luglio 2008 è stata venduta alla Società Printemps, segnalatami da Giancarlo Tulliani. L’atto è stato firmato dal Segretario amministrativo, senatore Pontone da me delegato, un autentico galantuomo che per 20 anni ha gestito impeccabilmente il patrimonio del partito, e dai signori Izelaar e Walfenzao.

Il prezzo della vendita, 300 mila euro, è stato oggetto di buona parte del tormentone estivo. Dai miei uffici fu considerato adeguato perchè superava del 30 per cento il valore stimato dalla società immobiliare monegasca che amministra l’intero condominio.

Si poteva spuntare un prezzo più alto? E’ possibile. E’ stata una leggerezza? Forse. In ogni caso, poichè la Procura di Roma ha doverosamente aperto una indagine contro ignoti, a seguito di una denunzia di due avversari politici e poichè, a differenza di altri, non strillo contro la magistratura, attendo con fiducia l’esito delle indagini.

Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il Signor Giancarlo Tulliani.
Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione.
Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, se non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia.

E’ stato scritto: ma perchè venderla ad una società off shore, cioè residente a Santa Lucia, un cosiddetto paradiso fiscale? Obiezione sensata, ma a Montecarlo le off shore sono la regola e non l’eccezione.

E sia ben chiaro, personalmente non ho nè denaro, nè barche nè ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse.

Ho sbagliato? Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità. Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione nè concussione.

Tutto qui? Per quel che ne so tutto qui.
Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo?
E’ Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera.
Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perchè la mia etica pubblica me lo imporrebbe.

Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati.
Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del Sottosegretario Letta e del Prefetto De Gennaro.

Penso alla trama da film giallo di terz’ordine che ha visto spuntare su siti dominicani la lettera di un Ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori.

Penso a faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa. Penso alla lettera che riservatamente, salvo finire in mondovisione, il Ministro della Giustizia di Santa Lucia ha scritto al suo Premier perchè preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma di una pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo.

Ma, detto con amarezza tutto questo, torniamo alle cose serie. La libertà di informazione è il caposaldo di una società aperta e democratica. Ma proprio per questo, giornali e televisioni non possono diventare strumenti di parte, usati non per dare notizie e fornire commenti, ma per colpire a qualunque costo l’avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto.
Gli italiani si attendano che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal Presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sara' gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto.

DA L'Unità

 
 
 

Da L'Unità

Post n°262 pubblicato il 07 Marzo 2010 da totototo2007

 

Quando restò fuori il Pd

di Toni Jop

Presto, presto: serve un volontario per spiegare a quelli del centrosinistra di Monteporzio Catone che l’Italia non ce l’ha con loro e che non sono cittadini di serie B. Auguri al volontario, ne avrà bisogno perché dovrà battersi con una realtà molto dura che lo Stato non ha provato a rimediare. Storia fantastica, meglio ascoltarla dai diretti interessati con un paio di premesse: il centrosinistra è assente dal consiglio comunale di un comune – alle porte di Roma, novemila abitanti circa - in cui era e con ogni probabilità è ancora generosa maggioranza. Nello stesso consiglio, solo rappresentanti del centrodestra, a cominciare dal sindaco che ha vinto le elezioni senza antagonisti.

Cosa è successo? «Semplice – racconta l’ex sindaco di centrosinistra Roberto Buglia, leader di una coalizione rosso, verde e bianca – per un errore, abbiamo presentato le liste con un paio di timbri in meno e siamo stati esclusi dalla competizione elettorale, colpa nostra». E i ricorsi? «Aahh, in ventiquattr’ore abbiamo regolarizzato la nostra posizione – spiega – timbri e firme, rifatte tutte di sana pianta, per far capire che non erano bollicine occasionali ma impegni seri; la commissione mandamentale ci ha risposto picche. Siamo andati al Tar e sa cosa ci hanno detto? Ci han spiegato che le questioni elettorali si affrontano dopo le elezioni, situazione tragica».

Ecco cosa accade quando non si hanno santi in paradiso, ma la stoffa dei concorrenti si riconosce esattamente nella tragedia e nel trionfo, quindi vediamo: come hanno reagito quelli del centrodestra? «Benissimo – ricorda con rabbia Fabio Bartoli, ex capogruppo Pd in Consiglio – hanno sostenuto che sbagliando avevamo dimostrato di essere incapaci e quindi indegni di governare il comune, non ricordo parole di solidarietà e nemmeno di comprensione, neppure ricordo lamenti a proposito del fatto che così le elezioni sarebbero state davvero poco democratiche. Tenete presente che il centrosinistra ha governato bene Monteporzio per 15 anni e che la gente pensa generalmente bene di noi».

E quegli sciagurati che si erano dimenticati i timbri che hanno fatto? «Non abbiamo gridato al complotto, – è sempre Bartoli che parla – ci siamo limitati a convocare una manifestazione cittadina in piazza, lì abbiamo raccontato quel che era accaduto e abbiamo chiesto scusa alla gente, che dovevamo fare? Le regole son le regole, o almeno ci pareva». Desideri? «Che l’attuale sindaco di centrodestra si dimetta in coerenza con quel che hanno detto fin qui e in analoga circostanza i suoi leader nazionali. Comunque, speriamo nel giudizio del Tar che dovrà esprimersi il 25 di questo mese». Qualcosa ci dice che il Tar non dovrebbe dar torto ai ricorrenti, ma quel che è successo è, alla luce del caso nazionale, profondamente ingiusto, qualcuno pagherà per questo?

Intanto, il centrosinistra di Monteporzio Catone ha convocato per domenica 14 una grande manifestazione in difesa della democrazia, gli argomenti li hanno. Ma non sono i soli. D’Alema ha ieri ricordato un caso trentino recente quando alle elezioni non era stata ammessa l’Udc per un vizio di forma. «C’è una doppia regola – ha sottolineato D’Alema - perchè i partiti di governo non vogliono che si applichino a loro le regole democratiche e sono pronti a sovvertirle attraverso trucchi, e questo è inaccettabile». D’Alema giudica il pasticcio di oggi «un atto senza precedenti, un insulto a tutti i cittadini italiani». Un feeling molto diffuso e molto visibile on line: il popolo di internet, da Facebook a Twitter, è in queste ore un coro ininterrotto di indignati per una giustizia palesemente tradita. Si invoca la piazza, si invoca il voto. E non mancano i richiami a Napolitano: la sua scelta, tragedia nella tragedia, non è stata compresa.

07 marzo 2010
 
 
 

MARCO TRAVAGLIO

Post n°261 pubblicato il 06 Marzo 2010 da totototo2007

 

 


 
6 marzo 2010
Come i ladri professionisti, che agiscono nottetempo con passo felpato, il Pdl (Partito dei Ladri) ha svaligiato ieri notte un altro pezzo di legalità e di democrazia. Il decreto che fornisce la cosiddetta "interpretazione autentica" delle leggi elettorali travolgendole ex post, a immagine e somiglianza delle illegalità commesse presentando la lista del presidente Formigoni in Lombardia e quella del Pdl nel Lazio, è un obbrobrio giuridico e l'ultimo sputo sulla Costituzione.
La consueta firma di Ponzio Napolitano è anche peggio di quelle apposte su altre leggi vergogna come il Lodo Alfano, le norme razziali anti-immigrati e lo scudo fiscale.
Stavolta cambiano in corsa le regole della partita elettorale per riammettere in campo che ne era stato espulso per evidenti illegalità. Cioè per consentire di vincere a chi, secondo la legge, non dovrebbe proprio giocare, il tutto in barba ai diritti di coloro che hanno rispettato le regole, raccolto firme autentiche, presentato le liste in tempo utile. Senza contare la legge (nr. 400/1988) che vieta espressamente i decreti in materia elettorale.
Personalmente era da un pezzo che non mi sentivo più rappresentato da Giorgio Napolitano e nutrivo sempre maggiore nostalgia per i veri garanti della Costituzione come Enaudi, Pertini, Scalfaro e persino Ciampi.
Da ieri – a giudicare dai centralini intasati del Quirinale – ho l'impressione di essere in ottima compagnia.
Per 50 anni Napolitano è stato accompagnato dal nomignolo di "figlio del Re" per la sua straordinaria somiglianza con Umberto II di Savoia. Ma era il re sbagliato: Napolitano è il degno erede di Vittorio Emanuele III, il sovrano che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 fuggi a Brindisi. Anche lui, nella notte.

 
 
 

da (LA Riviera)

Post n°260 pubblicato il 20 Luglio 2009 da totototo2007

LOCRIDE FOREVER
dopo tren’anni quattro inglesi ritornano da noi

lla discoteca “Tam Tam” di Caulonia girava I feel love di Donna Summer. E ancora, Bob Marley e Boney M. 
Era il 1979 e la Locride scommetteva sul turismo europeo. Tante bionde, munite di passaporto (oggi basta  la carta d’identità) arrivavano a frotte: inglesi,  tedeschi, svedesi e olandesi a quei tempi erano stranieri veramente. 
Erano il top, in topless.
Le francesi, nostre “vicine”, un po’ meno: con  il solito naso all’insù si mascheravano dietro il due pezzi, per marcare una differenza che poi mantenevano solo di giorno. Ora siamo tutti europei, ma la gente della Locride lo era già da allora. 
Quella gente della Locride parlava la stessa lingua del centro Europa: dall’alba fino all’ultima fiammella dei tanti falò che illuminavo notti di bonaccia lungo le marine. Ci si capiva grazie a una grande affinità che permetteva di esorcizzare cadenze e sintassi anglosassoni. 
E il ritorno di queste quattro ex ragazze ce ne dà assoluta conferma. Quei tempi non erano finti, c’era sostanza, divertimento e tanta voglia di mare. Amicizia, evasione. In quel mondo sano, in quella normalità, c’è la più bella Locride di sempre.
E ancora, tanti cuori infranti da amori non realizzati. Sfumati come la musica dance di quei meravigliosi anni ’70, e traditi da un territorio che sta sostituendo il suo bellissimo abito con degli stracci: case non finite, nemiche dichiarate di una natura incontaminata che andava protetta come una figlia. Ma nessuno lo fa: siamo tutti colpevoli in questa Calabria in colpa.
E nelle fotografie sbiadite, custodite per tanto tempo in cassetti segreti, un tesoro inestimabile che brilla più di qualsiasi diamante. Per sempre. 
Kay Reece e Tracy Allen di Londra, e le sorelle  Ann e Yvonne Cunningham di Windsor da dieci giorni sono nuovamente qui da noi e con immensa sorpresa ci dicono che siamo ancora belli, che questo territorio, violentato da incapacità, può essere ancora salvato. 
“La natura bellissima, un clima unico e la gente. Sì la gente, il dialogo con voi calabresi è quello di un tempo. E’ rimasto invariato: una sera con voi vale tanti gala a Buckingham Palace”. 
Saranno pure un po’ esagerate, ma loro sono ritornate, spinte da ricordi enormi, e nessuna forma di snobismo di provincia potrebbe alleggerirne il peso e l’importanza. 
Prima di andare, salutandoci  ci dicono: “ se rimanete uguali, se tutelate le spiagge libere, quelle in prossimità dei centri urbani, saremmo contente che i nostri figli venissero in vacanza qui da voi con i nostri nipoti”. 
Tre generazioni di inglesi, nella Locride, rappresenterebbero veramente una grande vittoria e un motivo di orgoglio.


(20.07.2009)
ercole Macrì
 

 
 
 

Inti-Illimani

Post n°259 pubblicato il 19 Luglio 2009 da totototo2007

 

 
 
 

da(L'Unità)

Post n°258 pubblicato il 11 Giugno 2009 da totototo2007

Veltroni «Avremmo bisogno di leader così»di Pietro Spataro

«Su, parliamo di Berlinguer». È irremovibile Walter Veltroni. Ha detto che non parlerà del voto e così è. Proviamo con qualche tranello durante l’intervista ma niente: «Spataro, Berlinguer», dice. E quel 26,1% del Pd resta sullo sfondo. Così come vi restano le amarezze degli ultimi mesi. 

Allora: 11 giugno 1984, un giorno tremendo per l’Italia. Come ha saputo?
«L’ictus che aveva colpito Berlinguer era devastante. Non avevamo molte speranze. Lo choc fu la notizia che arrivò da Padova nella tarda serata del 7 giugno. Una telefonata, la tv. L’idea che Berlinguer fosse in un letto di ospedale, senza coscienza era inaccettabile. Stiamo parlando di un leader che era, come dimostra l’intensità del ricordo, nella storia non nella cronaca».

C’è un episodio di quelle ore che le torna in mente?
«C’erano immagini girate durante l’ultimo comizio. La famiglia giustamente non voleva che fossero trasmesse. Per rispetto di chi stava combattendo con la morte e per evitare sfruttamenti elettorali. Erano arrivate sul tavolo di Grazia Neri, capo di una agenzia fotografica molto importante. Rinunciò al profitto per sensibilità umana, sembra una storia di altri tempi».

Che rapporto aveva con Berlinguer, lei che era giovanissimo dirigente? 
«Affetto, ammirazione, riconoscenza. Io non venivo da una famiglia comunista. Incontrai, ragazzo, la politica di quest’uomo. Mi sembrava coraggiosa, carica di innovazione, capace di rompere schemi ideologici. Bisogna calarsi in quel tempo. Il Pci di Berlinguer arrivò oltre il 35%. Perché in lui si riconosceva una parte importante di persone che erano di sinistra ma non erano comuniste. Destò scandalo una mia affermazione persino ovvia. Si poteva essere nel Pci senza essere comunisti, senza credere alla dittatura del proletariato. Erano col Pci Altiero Spinelli o Sciascia o Natalia Ginzburg. Erano democratici che sceglievano Berlinguer perché stava portando il Pci su posizioni autonome in primo luogo dall’ Urss che per me e per altri era il contrario dei valori di libertà in cui credevamo».

Quindi Berlinguer non è mai stato un uomo del passato?
«No, aveva una grande curiosità per il futuro. Nella bella intervista pubblicata su questo giornale a proposito di Orwell, Berlinguer respingeva quel catastrofismo nostalgico che animava e anima ancora parte della sinistra. E ricordo la curiosità con cui partecipò alla prima manifestazione in teleconferenza che gli organizzai in quell’anno». 

Quali erano secondo lei i pilastri del grande carisma di Berlinguer?
«Era sempre un passo avanti alla sua base. Lo fu strappando con l’Urss, dicendo che si stava più sicuri sotto l’ombrello della Nato. E poi intuì il valore dell’interdipendenza parlando di governo mondiale durante la guerra fredda, afferrò, con l’austerità, la questione della compatibilità dello sviluppo. Propose, con il compromesso storico, una politica capace di sbloccare l’anomalia italiana».

E poi fu bloccata dal terrorismo...
«Era una grande strategia. Spezzata dai colpi di fucile di Via Fani. La storia italiana cambiò quel 16 marzo e con la morte di Moro. Quel giorno forse anche Berlinguer cominciò un po’ a morire. Aveva sfidato ogni conservatorismo per una nuova fase della storia italiana. Aveva sfidato anche la potente Urss che lo considerava, giustamente, un nemico. E che ha fatto di tutto per eliminare».

Dice Scalfari: di uomini così l’Italia avrebbe bisogno oggi. È d’accordo?
«Assolutamente sì. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di uomini come Berlinguer. E di giornalisti come Scalfari».

Evitiamo però di fare un santino. Quale è stato il suo grande limite?

«Dopo la morte di Moro è come se la politica italiana fosse risucchiata nel conservatorismo. Tutti, come spaventati, tornano alle loro più sicure identità. Anche la politica di Berlinguer abbandona il rischio del dialogo e si rinchiude in una dimensione identitaria, la tomba dell’innovazione. Sono gli anni dello sciopero Fiat, del referendum, del rifiuto di una sfida di innovazione istituzionale necessaria».

Craxi e Berlinguer. Chi ha avuto ragione secondo lei?

«Diciamo che l’ideale sarebbe stato applicare la concezione della politica di Berlinguer ai contenuti e al dinamismo di quel Psi, quello del Congresso di Torino e della convenzione di Rimini. Quello in cui con Craxi pesavano Ruffolo e Amato più dei tanti che se ne impossessarono dopo. Berlinguer era interprete di una politica non contrattata, pulita e bella, quel Psi fu portatore di importanti innovazioni programmatiche». 

Ha detto Franceschini: nel Pci di Berlinguer ci sono le radici del Pd. Ma che c’entra Berlinguer con il Pd?
«Mi sono chiesto spesso come Berlinguer avrebbe reagito al crollo del Muro. Sicuramente sarebbe stato dalla parte di chi combatteva per la libertà. Però non so dire come avrebbe tradotto questo in politica. Alla fine penso che un uomo finisca quando finisce il suo corpo e la sua mente. Però quello che è certo è che la generazione educata alla scuola di Berlinguer ebbe il coraggio di fare lo strappo. Per noi fu un passaggio doloroso ma naturale».

Le cito alcune frasi di Berlinguer, mi dica cosa ne pensa: «I partiti hanno occupato lo stato, le istituzioni, la tv...»
«La questione morale resta uno dei drammi dell’Italia. La politica mette becco dappertutto. E poi: se dopo cento anni mafia e camorra comandano pezzi del Paese che dire? Qualcuno deve riuscire ad annientare questo cancro».

«Cambiare la società è obiettivo centrale dell’azione politica».
«La vera questione italiana è proprio qui: c’è bisogno di chi vuole cambiare e non solo governare. Per cambiare bisogna governare. Ma si può anche governare senza cambiare nulla. È quel che accade in Italia oggi e da troppo tempo».

«L’austerità, il rigore e la guerra allo spreco sono la leva su cui premere».
«Sì, assumiamola ma depuriamola della cupezza orwelliana contro cui lo stesso Berlinguer si scagliò. Il futuro è opportunità. A condizione che non si sperperino valori come solidarietà, coscienza ambientale, bellezza della democrazia..»

«Se la politica si riduce solo al voto e ai sondaggi si stravolgerebbe la democrazia».
«È proprio così: la politica si è indebolita e ha pochi rapporti con la società. È diventata territorio di carriere, caste e privilegi. Ha perso la sua luminosità. Se la politica diventa fredda tecnica si inquinano anche i progetti più belli».

«Non può essere libero un uomo che opprime una donna».
«Bellissima. Anche sul tema della donna arrivò prima di altri: liberazione al posto di emancipazione e fu un grande salto culturale». 

Ripensando a Berlinguer e guardando indietro non è pentito di nulla?
«No, non sono pentito. Mai come oggi credo che la strada giusta sia quella di costruire un grande partito democratico riformista. Altrimenti siamo esposti al declino. Anzi io penso che questo andasse fatto dieci anni fa. Abbiamo dieci anni di ritardo...».

C’è una lezione finale?
«Credo che la lezione di Berlinguer abbia lasciato segni profondi. Se prendiamo un ragazzo di vent’anni che si occupa di politica oggi dentro di lui ci sono quelle tracce. Le tracce di uomo minuto e coraggioso che ha dato una forma alta all’impegno politico e alla passione civile».

11 giugno 2009

     
     
     

    vignette

    Post n°257 pubblicato il 09 Giugno 2009 da totototo2007

     

     

     
     
     

    da(L'Unità)

    Post n°256 pubblicato il 02 Giugno 2009 da totototo2007

    Il libro di Gian Carlo Caselli andrebbe letto nelle scuole d’Italia

    Camilleri, frasi da scolpire: «La mafia esiste … da due secoli, ma per vederla vietata e punita si è dovuto arrivare a oggi»; «Dietro Capaci e via D’Amelio ci fu anche un disegno politico...»; «Se indaghi su Riina vai bene. Se ti occupi di “eccellenti”, cominciano i guai»; «Falcone e Borsellino: osannati da morti, ostacolati e umiliati da vivi». Gian Carlo Caselli, manda in libreria «Le due guerre» (Melampo), scritto con il figlio Stefano, giornalista. Storia di un magistrato che, combattendo due guerre, è come il magistrato che visse due volte. E che oggi, amaramente, si chiede: «Perché una guerra vinta, e una interrotta?». 

    Creda a quanto Le confesso, caro Lodato. Ogni volta che quel tal papi insulta la magistratura, provo una profonda vergogna e chiedo umilmente scusa ai magistrati morti ammazzati dalla mafia o dalle Br semplicemente perché facevano il loro dovere. E chiedo scusa ai magistrati in servizio che hanno fatto, e continuano a fare, il loro dovere, pur tra mille difficoltà e avversità. Si immagini quanto sia rimasto sconvolto, tempo fa, a sentire un ex capo dello Stato, emerito di molto merito, e senatore a vita, invitare gli italiani a Porta a porta, a «prendere a calci in culo» Gian Carlo Caselli, un magistrato al quale gli italiani dovrebbero eterna gratitudine. Lei ha citato alcune frasi dell’esemplare, lucido libro di Caselli. Mi auguro che tutto il libro, non solo alcune pagine, venga letto nelle scuole, non come testimonianza storica, ma come palpitante esempio d’alta educazione sociale e civile. Faccio anch’io una citazione: «Capacità critica significa saper rompere gli idoli della seduzione, del consenso, del potere, per lavorare a una comunità finalmente capace di rompere le ingiustizie. Partendo dalla Costituzione». Sapremo ritrovarla questa capacità critica?

     

     
     
     

    da (L'Unità)

    Post n°255 pubblicato il 23 Maggio 2009 da totototo2007

     

    Silvio Berlusconi: «Parlamento dannoso e inutile» Fini: «Ddl popolare? Decidono le Camere»

    «È una questione che non si pone». Così Gianfranco Fini risponde ai cronisti quando gli chiedono un commento sull'ipotesi avanzata da Berlusconi di arrivare a una riforma parlamentare mediante una proposta di legge popolare. «Una proposta di legge di iniziativa popolare non sostituisce il Parlamento. È una delle modalità previste dai Costituenti per l'avvio dell'iter legislativo. Chi può dare il via a una legge? I cittadini, i parlamentari o il governo, ma è sempre il Parlamento che decide», esemplifica Fini. 

    Le parole del presidente della Camera arrivano a 24 ore di distanza dall'attacco di Berlusconi al Parlamento. «Adesso diranno che offendo il Parlamento ma questa è la pura realtà: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducente», aveva detto il premier davanti all'assemblea di Confindustria.

    «Dobbiamo fare i conti con una legislazione da ammodernare perchè il premier non ha praticamente
    nessun potere e dovremo arrivare ad un ddl di iniziativa popolare perchè non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale». Il presidente del Consiglio «non ha nessun potere», secondo il premier, «perchè la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista e quindi tutti i poteri sono stati dati al Parlamento e non al premier».

    Poi l'affondo sulla giustizia: «La giustizia penale è una patologia nel nostro sistema. I giornali oggi dicono che non è possibile criticare i giudici, ma criticare i giudici è un diritto di ogni cittadino». A questo passaggio la platea ha applaudito. «È come se Mourinho fosse l'arbitro di una partita Milan-Inter».

    «Metteremo tutto il nostro impegno nella riforma della giustizia penale e non ci fermeremo fino alla divisione delle carriere», ha annunciato il premier, attaccando "certa" magistratura e affermando la sua determinazione a fare la riforma della giustizia «nell'interesse dei cittadini italiani». «Io sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione. Io ne sono fuori - spiega - perchè abbiamo il lodo Alfano che sposta la prescrizione e poi ho le spalle larghe, più mi picchiano più mi rinforzano ma un cittadino normale con questa situazione paga un prezzo troppo alto».  

    «Rispetto» per i singoli magistrati e l'intera istituzione giudiziaria. È quello che chiede l'Associazione nazionale magistrati al presidente del Consiglio, dopo le ultime esternazioni sulle toghe. «La magistratura non vuole essere trascinata su un terreno di contrapposizione che non le appartiene» dice il presidente Luca Palamara, che avverte che «il clima di scontro fa male al Paese».

     Fini era già intervenuto ieri per difendere il ruolo del Parlamento. «Quando riesce ad operare attraverso procedure "aperte" è e viene percepito dalla società come un interlocutore ineludibile, qualificato ed impegnato», replica il presidente della Camera, aprendo a Montecitorio i lavori di un seminario proprio sul Ruolo del Parlamento nella transizione verso il federalismo fiscale: «L'iter della legge sul federalismo fiscale smentisce la tesi dell'inevitabile tramonto del ruolo del Parlamento come legislatore, della sua presunta marginalizzazione nella definizione delle leggi». 

    «Ormai sembra chiaro che si crede Napoleone. Il problema è che non è un signore di passaggio, ma il presidente del Consiglio, quindi sarebbe prudente non ridere». Così il segretario del Pd, Dario Franceschini, commenta l'intervento di oggi del premier Silvio Berlusconi all'assemblea di Confindustria. 

    22 maggio 2009

     

     

     

     
     
     

    da (L'Unità)

    Post n°254 pubblicato il 19 Maggio 2009 da totototo2007

    Ecco le motivazioni: Mills fu corrotto e agì per salvare Berlusconi

    L'avvocato David Mills ha agito per conto di Berlusconi e della Finivest. È questa la motivazione con cui i giudici hanno condannato il legale inglese per corruzione in atti giudiziari. I giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano, presieduti da Nicoletta Gandus (ricusata senza esito dal premier) nello spiegare «il movente sotteso alle condotte di Mills», scrivono: «Egli ha certamente agito da falso testimone, da un lato, per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l'impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute fino a quella data; dall'altro, ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico». 

    Nel determinare la pena inflitta a Mills i giudici rilevano «l'oggettiva gravità della condotta, di assoluta rilevanza nei procedimenti in cui è stata posta in essere, anche in ragione della qualità e del numero dei reati ivi giudicati; va poi considerato il ruolo istituzionale di alcuni dei soggetti imputati nei procedimenti penali in cui David Mills rendeva falsa testimonianza». 

    La condanna per Mills è stata di quattro anni e sei mesi, solo due mesi in meno di quanto era stato richiesto dal pubblico ministero Fabio De Pasquale. Il punto fermo è dunque che Mills è stato corrotto. Il presunto corruttore, Silvio Berlusconi, invece, per ora non rischia niente: il processo nei suoi confronti è sospeso, in attesa che la Consulta decida sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano. 

    Dal canto suo, Mills si era difeso con un memoriale in cui affermava che Berlusconi era stato vittima dei suoi errori e chiedeva scusa al premier. Per i consulenti della difesa è dimostrato che i 600mila dollari facevano parte di una somma più ingente che Mills aveva ricevuto dall'imprenditore Diego Attanasio perché la gestisse.

    «Riferirò in Parlamento». È stata questa la risposta di Silvio Berlusconi, a margine dell'inaugurazione del Policlinico di San Donato, alla richiesta di un commento sulle motivazioni della sentenza di condanna dell'avvocato inglese David Mills nel processo che vede coinvolto anche il premier.

    Più tardi, durante una conferenza stampa a L'Aquila, duro attacco del premier Berlusconi al giornalista di Repubblica Gianluca Luzi («da voi solo odio e invidia») e alla cronista de l'Unità Claudia Fusani. La giornalista chiede al primo ministro: «A questo punto non sarebbe meglio farsi processare?». Berlusconi alza moltissimo la voce, quasi urla: «Su questa cosa mi infurio. Lo posso giurare sui miei figli. Non perdo tempo a risponderle. Me ne vado o senno se ne va lei. Questa cosa mi fa infuriare, è come se mi dicessero che non mi chiamo Silvio Berlusconi. Avevamo ricusato questo giudice - prosegue il premier - che in tutte le situazioni è andato in piazza per criticare l'operato del governo. È una cosa scandalosa, vedrete cosa dirò in Parlamento...». E, così dicendo, il premier lascia effettivamente la conferenza stampa.

    19 maggio 2009

     

     

     
     
     

    da (L'Unità)

    Post n°253 pubblicato il 14 Maggio 2009 da totototo2007

    'Mimmo dei Curdi', il sindaco che ospita gli immigratidi Gianluca Ursini

    "Ai centri d'identificazione, o ex Cpt, ogni migrante costa al giorno dai 60 ai 70 euro. Qui a Riace costa 20 euro al giorno, e lavora, risollevando la nostra economia", Mimmo Lucano, sindaco del paesino di Riace nella Locride, Calabria. Ha le idee chiare su come si concili sicurezza e immigrazione. “Semplice: basta trovare loro una casa e un lavoro: chi viene qui in gran parte scappa dalle guerre e chiede solo di lavorare”. 'Mimmo dei Curdi' per tutti i riacesi, fin da quando nei primi anni '90 cercava alloggi per le centinaia di esuli curdi arrivati dalle montagne turche e irachene sulle coste joniche della provincia di Reggio. 

    Prima ancora di presentare 5 anni or sono la lista civica ''Un'altra Riace è possibile'' e vincere così le elezioni. Giunta a rischio, che il 7 giugno si ripresenta agli elettori e vive sotto minaccia; nell'ultimo mese ci sono stati in ordine: spari contro il ristorante 'Donna Rosa' dove si riuniscono gli amici della lista civica, che ne hanno infranto la vetrina; proiettili contro il portone del palazzo Jannò in centro che ospita la associazione progressista 'Città futura'. L'avvelenamento dei fidati compagni di Lucano, tre pastori di razza indefinita uccisi con polpette avvelenate

    Un altro mondo possibile. Lucano è infatti un personaggio scomodo da eliminare, che in una terra di profitti astronomici per l'economia illegale, (34 miliardi di euro il giro d'affari annuo delle ‘ndrine dice il procuratore antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone) cerca di risollevare un paesino di 1.700 anime facendo fruttare la presenza di rifugiati e immigrati curdi. 
    I progetti di Mimmo danno infatti lavoro come istruttori a oltre 30 ragazzi del posto e una speranza a un numero variabile tra 50 e 100 migranti extracomunitari, "creando un circolo economico virtuoso che ha portato a Riace anche parecchi turisti nordeuropei, incuriositi da questo borgo medievale ripopolato da Etiopi e afgani, il che ha permesso a bar e ristoranti di assumere altri giovani - sintetizza il sindaco - La nostra scelta di accogliere e integrare i migranti non dà solo lavoro ai nostri calabresi che si sono riadattati come docenti ai corsi d'inserimento professionale (dalla vetreria ai corsi di ricamo e cucito per le ragazze somale) ma attira anche un indotto che ha fatto rinascere un borgo che a inizio anni'70 contava il doppio di abitanti e che si era svuotato nel corso dell'ultima grande migrazione verso Genova Milano Torino".

    Se l'integrazione costa meno dei CPT "Grazie ai migranti Riace è passata dalla rassegnazione per una morte civile, al riscatto economico", secondo Lucano. Forse un caso simbolo come quello delle 1700 anime di Riace che accolgono un centinaio di profughi etiopi somali, curdi afgani e iracheni può dar molto fastidio a chi persegue il modello dei Centri di identificazione. "Dal secondo governo Berlusconi abbiamo aderito al bando del ministero dell'Interno per la presa in carico dei migranti in attesa dello status di rifugiato e per i migranti in via di identificazione, che a noi costano un terzo che nei centri come Lampedusa o Gradisca d'Isonzo". Un bel risparmio, non c'è che dire. E in giro per Riace non vedrete un poliziotto.

    "Mi stupisco delle reazioni di certi sindaci che vedono la presenza di migranti come un problema di ordine pubblico - chiude Lucano - dopo l'emergenza dei mesi passati, quando a Lampedusa continuavano a sbarcare ragazze e ragazzi giovani ma anche molti cadaveri, sono rimasto colpito negativamente dalla risposta della signora Letizia Moratti, che ha offerto da Milano ospitalità per 20 migranti. Forse anche in risposta a questo atteggiamento il consiglio comunale ha deciso di offrire ospitalità per duecento di loro". L'esempio di Lucano è contagioso: dopo Riace negli ultimi anni anche i comuni limitrofi di Stigliano e Caulonia si sono inseriti nella rete dei corsi di riqualificazione professionale e integrazione per migranti. Mosche bianche nel territorio della Locride; o anche se volete, una evoluzione del Dna differente di queste cittadine, in una regione storicamente compatta pro-Dc. Pochi chilometri più in giù sulla costa Jonica si trova Caulonia, che era stata per meno di una settimana dichiarata ‘Repubblica indipendente comunista' dai suoi braccianti nel 1946.

    Felicemente figli di migranti "Il caso di Riace e di Mimmo Lucano è una di quelle rare occasioni in cui mi sento, non dico orgoglioso, ma felice, di essere calabrese", dice Giuseppe Pugliese. Questo ragazzo di Rosarno dal 2002 cerca di dare assistenza agli oltre 1000 migranti che ogni inverno si riversano nella Piana di Gioja Tauro a lavorare nei campi, fino a fondare l'Osservatorio Migranti' della Piana. "Non sono spesso felice di essere calabrese, ma nemmeno italiano, se penso che 38 milioni di noi sono andati a cercare fortuna in altri continenti dal 1860, mentre noi non siamo in grado di dare accoglienza decente a 4 milioni di migranti in Italia. 

    Nella Piana di Gioia, a Rosarno, in inverno sono anche in 1200 stipati in due vecchie fabbriche dismesse, senza riscaldamento o docce". Dopo anni di lavoro dell'Osservatorio Migranti e del ‘Collettivo Onda Rossa' di Cinquefrondi nelle fabbriche dimesse, i comuni si sono dati una mossa, spendendo i 50mila euro di un fondo regionale da tempo attivato dalla Giounta Loiero, in bagni e servizi igienici; "adesso garantiremo anche dei piccoli container - aggiunge Pugliese - non per tutti perché si spostano per la stagione dei pomodori in Puglia, ma se venite a vedere in che condizioni vivono questi lavoratori, non sembra di stare nella ricca e opulenta Italia".

    Lucano ha uno sguardo sereno e tranquillo quando rievoca i primi, duri, tempi della sua iniziativa civica: "All'inizio c'era un po' di diffidenza per la prima ondata di migranti che aiutammo: erano un centinaio di curdi turchi sfuggiti all'esercito di Ankara o iracheni scappati dai gas di Saddam. In pochi mesi trovai loro un rifugio. L'idea non è originale: in centro c'erano decine di case abbandonate, lasciate da chi era emigrato non "in AltaItalia'', come diciamo qui, ma in un altro continente. Mi attaccai al telefono e i nostri concittadini emigrati in Venezuela, Argentina, Canada, Australia, non se la sentirono di negare un tetto a chi cercava la fortuna altrove, come avevano fatto loro decenni prima. Così è cominciato tutto”.

    13 maggio 2009

     
     
     

    SERVE LA TUA FIRMA

    Post n°252 pubblicato il 13 Maggio 2009 da totototo2007

     

    AL MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA

    per la

    CERTEZZA DELL’ESPIAZIONE DELLA PENA:

    basta sconti

     

    Egregio Ministro,

    sono centinaia e centinaia le vittime di mafia i cui parenti ancora attendono giustizia. Migliaia e migliaia le vittime di violenza e reati contro la persona, soprattutto (ma non solo) donne e minori, anch’esse, troppo spesso, prive di un giudizio che riesca ad alleviare la pena dei familiari.

    All’incertezza del giudizio si aggiunge un’incertezza ancora più insopportabile: quella dell’effettiva espiazione della pena. Oggi, grazie ad un sistema che permette “sconti” continui, durante e dopo il processo, anche quando si ha una sentenza passata in giudicato che imporrebbe la GIUSTA PENA ai condannati per reati legati alla criminalità organizzata ed a quelli contro la persona, siamo costretti a vedere a piede libero assassini, stupratori, pedofili e violenti.

    Riteniamo URGENTE e NECESSARIO ristabilire DEFINITIVAMENTE la certezza dell’espiazione della pena almeno nei reati contro la persona, al fine di restituire la certezza di una giustizia, seppur parziale, non solo alle troppe vittime di violenza (sia essa mafiosa, sessuale, razziale o, comunque, contro la persona ed i diritti fondamentali alla vita e alla dignità umana), ma anche alle loro famiglie, che comunque non potranno mai essere risarcite per le lacerazioni e le perdite subite.

    Siamo convinti che tale diritto fondamentale sia utile anche per restituire ai cittadini l’idea e il senso di una giustizia reale di cui purtroppo si trova sempre meno traccia nel vigente sistema giudiziario.

    Per queste ragioni Le chiediamo

    di emanare al più presto

    un Decreto Legge o altro provvedimento urgente che riterrà opportuno

    al fine di permettere a tutti i cittadini

    di avere la certezza

    che chi commette un reato contro la persona paghi il suo debito verso la società

     con la reale ed effettiva espiazione della pena comminata.

    Firma anche tu cliccando sulla foto.

    (Per validare la firma bisogna rispondere alla e-mail che arriva sulla Vs. casella di posta)

     

     

     
     
     

    da (L'Unità)

    Post n°251 pubblicato il 10 Maggio 2009 da totototo2007

    Bersani, ecco le domande che nessuno fa mai alla destradi Bianca Di Giovanni

    «E' un governo più impegnato ad accrescere consensi che a risolvere i problemi veri. Passa per il governo del fare? Certo, nessuno pone le domande giuste e nessuno pretende risposte vere». Pier Luigi Bersani dà un giudizio senza appello sul primo anno del governo Berlusconi quater. Detto in due parole: racconta favole. Evidentemente, però, le racconta bene, visto che la popolarità è in aumento (dicono). «Certo, questo è un governo nato per accrescere consenso: è la sua prima missione», spiega Bersani. 

    Quali sono le domande non fatte?

    «Per esempio nessuno ha chiesto a Giulio Tremonti e colleghi come mai l’Europa parla di un milione di disoccupati in più in Italia per quest’anno (nelle previsioni di primavera, ndr) che non compaiono nella sua Relazione unificata. Gran parte di quei nuovi disoccupati è costituita da precari, a cui non è stato dato nulla. Altro che governo del fare. Nella stessa Relazione si stima che gli investimenti diminuiranno di 5 miliardi in un anno. E tutte le chiacchiere sulle infrastrutture e le promesse sul Ponte?».

    Altre domande?

    «Ci aspettiamo qualche risposta per esempio sulle garanzie date dal Tesoro sull’operazione Alitalia, in cui sono rimasti intrappolati piccoli azionisti e obbligazionisti che ora si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Ancora: c’è qualcuno che ricordi a Tremonti che abbiamo speso 1,7 miliardi per coprire i “buchi” delle sue cartolarizzazioni? È più di quanto è costato il bonus famiglie. E qualcun altro che rammenti le perdite della finanza locale, avviata grazie a una circolare del Tesoro dell’altro governo Berlusconi? Nessuno ricorda nulla. D’altro canto questo governo è una macchina del consenso, per cui bisogna ogni giorno attivare un meccanismo di rappresentazione di nuove “conquiste”, che poi si perdono». 

    Cosa si è perso?

    «Dov’è finito il maestro unico, su cui si scatenò all’inizio una guerra di religione? Dov’è l’esercito nelle strade? Dove sono i Tremonti bond? Lo sa la gente che li ha richiesti solo in una banca, il banco popolare? Cosa fanno esattamente i prefetti sul credito? Nessuno lo sa e nessuno vuole saperlo». 

    Insomma, con la crisi che morde, i problemi sociali, gli italiani crederebbero alle favole? 

    «Dopo gli ultimi fatti di cronaca su Veronica, consentitemi di dire che ci raccontano cose inverosimili e vogliono farcele credere. Non voglio parlare di divorzi, ma si sentono delle tesi sulle feste, l’arrivo all’ultimo minuto, il gioiello ritrovato per caso, che in altri paesi ci si vergognerebbe pure a raccontarle».

    Resta il fatto che di fronte alla crisi (che è reale) il centrodestra non perde consensi.

    «La loro tesi è che la crisi viene da altrove, che noi siamo solo delle vittime e dobbiamo resistere e dunque che non si può fare molto. Su questo comunque io andrei a contare i voti reali dopo le elezioni. Se si fa questo esercizio ci si accorge che Berlusconi non ha mai sfondato nell’altro campo. Quello che è riuscito a fare è rendere utilizzabile tutto il voto di destra del paese. Quando il centrosinistra si è unito, è riuscito a batterlo, ma poi si è visto che l’unità era una composizione piuttosto che una sintesi. Questo è il problema».

    Non c’entra nulla la poca credibilità dell’opposizione? 

    «Anche noi ci abbiamo messo del nostro, rimanendo poco credibili sul come si costruisce un’alternativa. Dobbiamo lavorare a costruire e rilanciare un progetto».

    Lei è ancora candidato alla segreteria?

    «Su questo ho già parlato e non voglio aggiungere altro. Ora pensiamo alle elezioni, poi si vedrà».

    Sul centrosinistra resta forte l’accusa di non saper leggere la realtà. Il Corsera scrive che ha bisogno di alfabetizzarsi per parlare alle partite Iva e alle piccole imprese.

    «Le piccole imprese sono arrabbiatissime anche con la destra, che non le aiuta a superare la crisi. Mi pare che lo scriva proprio il Corsera. Dunque non mi pare che sia un fatto di alfabetizzazione. La verità è quella che il centrosinistra ripete ormai da mesi: noi siamo l’unico Paese che non ha fatto nulla di espansivo per fronteggiare l’emergenza, ma si è limitato a spostare fondi da una voce all’altra, per di più senza avere la cassa. Si impacchettano nuove voci di spesa, per l’Abruzzo o per la sicurezza, ma in cassa non c’è un euro». 

    Le preoccupazioni di Tremonti per il debito sono sacrosante.

    «E lo dice a noi che abbiamo sempre rimediato al debito della destra? Ma correggere il debito vuol dire anche far crescere il Pil».

    Questo lo dicevano loro quando facevano ancora i liberisti.

    «Sì, ma loro giocavano con i numeri. Spargevano ottimismo e scrivevano una crescita del 3% quando il Pil era a 1. Noi proponiamo misure concrete per un punto di Pil e un percorso di rientro in due anni. Se non si sa come reperire mezzo punto di Pil in un anno, significa che non si sa governare. Il governo Prodi ha corretto il deficit dal 4,5% al 2,7% erogando anche il cuneo fiscale. Per rientrare di mezzo punto basta diminuire la circolazione del contante rendendo tracciabili i pagamenti e controllare meglio la spesa corrente».

    Perché il centrosinistra ha proposto il prelievo sull’Irpef dei ricchi (che sono più poveri comunque degli evasori) e nulla sulle rendite?

    «La proposta era di un contributo straordinario per la povertà estrema, e prevedeva anche misure contro l’evasione. Quanto alle rendite, abbiamo contrastato la seconda operazione Ici, dicendo chiaramente che non andava fatta».

     

     

     
     
     

    RITA LEVI MONTALCINI

    Post n°250 pubblicato il 19 Aprile 2009 da totototo2007

     

    Il capitale cerebrale e umano è identico per l’uomo e la donna, solo che nella donna

    viene distrutto dalla cultura sociale, mentre nell’uomo viene sopravvalutato.

    Rita Levi Montalcini, 18 aprile

     

     
     
     
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