Turbine Interno
un blog per farvi capire quanto è difficile riuscire ad inquadrare una persona (soprattutto se sono io)
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Post n°877 pubblicato il 20 Maggio 2012 da turbine_di_pensieri
Sono due sere che uscendo presto di casa, riesco a malapena ad avere il tempo di rinchiudere le mie due bestioline pelose nell'appartamentino dove di solito le faccio dormire di notte. In realtà lì, avrei dovuto tenere solo Ciccio, mentre Lara avrebbe dovuto dormire con le altre due cagnoline che ho. Solo che passandosi un mese di differenza, hanno vissuto praticamente sempre insieme, per cui mi dispiaceva separarli, soprattutto poi la notte. Sicuramente è un pensiero troppo "umano" il mio. Magari, se Ciccio potesse parlare, mi direbbe "turbine!!! Ma la smetti di far venire questo diavolo scatenato a dormire da me?? Io voglio tranquillità. Preferisco starmene da solo, piuttosto!!". Solo che non parla, e poi son sicura che Lara invece è più contenta di stare con lui (che è un gatto) che con le altre due cagnette. Si vede da come gli salta addosso per fargli le feste quando lo vede, mentre lui pensa a scappare su qualche ripiano dove lei non può arrivare. Come sempre, in amore c'è chi dà di più. E' praticamente da 1 anno e 8 mesi che ogni sera scendo giù, cambio l'acqua e mi assicuro che Ciccio abbia i suoi croccantini (Lara il giorno sta con le sue simili). E ho un rito un po' tutto mio. Se è già notte, di solito Ciccio appena vede accendersi la luce delle scale si mette o davanti al portone di ingresso, o entra nell'appartamentino dalla serranda che gli lasciamo aperta, per cui me lo ritrovo dietro la porta. Prima penso al cibo, poi lo prendo in braccio e lo riempio di coccole e baci. Quando lui è stufo, e si divincola perché ha fame, ne approfitto per pulire l'appartamento e poi vado subito a recuperare Lara. Lei appena vede la luce accendersi si mette ad aspettare paziente, finché non apro il cancelletto e le permetto di passare nell'area pedonale. La prima cosa che fa è sdraiarsi per terra per le coccole. La accarezzo un po', poi le indico il portone delle scale e lei si alza subito e scatta fulminea verso la porta dell'appartamentino. Arrivata al pianerottolo si gira verso di me e aspetta che io la raggiunga, dopodiché sempre scodinzolando come un'invasata, con le zampe anteriori apre la porta che io ho lasciato accostata. Dietro, immancabilmente ci sta Ciccio che allunga le sue zampe, come se le volesse fare un agguato. Lei gli salta addosso come una furia, e il poverino cerca di divincolarsi, tentando di alzarsi sulle zampe posteriori per sovrastarla. Io li raggiungo e chiudo dietro di me la porta. Ciccio scappa a mangiare, mentre Lara attende altre coccole. A volte, quando è tanto felice, fa il giro dell'appartamento correndo all'impazzata. Io me la rido e le dico di fare piano, che altrimenti si fa male (sì lo so che tanto non mi capisce, ma mi viene naturale parlarci), Ciccio invece, sale su una cassetta e la osserva quasi spaventato da così tanto entusiasmo. Ieri sera, mentre ero a casa di una mia amica a vedere la partita, mi è venuta improvvisamente nostalgia. Avevo una voglia irresistibile di stringermeli stretti stretti, e mi sentivo anche in colpa per averli trascurati per l'ennesima sera. Il risultato è stato che, quando sono tornata a casa alle 3 di notte con una gran voglia di fiondarmi nel letto, la prima cosa che ho fatto è stata andare nell'appartamentino. Loro erano dietro la porta, svegli come non mai. Ciccio tranquillo come suo solito, Lara super agitata. Me li sono un po' spupazzati, chiedendomi quanto dormissero la notte. Quando sono salita a casa, almeno ero con la coscienza a posto. Più che altro mi terrorizza una cosa: quest'estate starò la bellezza di 16 giorni fuori casa (dopo anni, finalmente mi faccio una vacanza!!). Come faranno senza di me che li coccolo? E soprattutto: io come diavolo farò senza di loro??? |
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Post n°876 pubblicato il 13 Maggio 2012 da turbine_di_pensieri
A volte i rapporti con le persone hanno delle evoluzioni così lente e graduali che andando a guardare indietro, non si riesce mai ad individuare il momento in cui la piega abbia cambiato direzione. E' difficile per me scrivere questo post. Ma ho bisogno di mettere nero su bianco tutte le sensazioni provate in passato, che continuano a ronzarmi in testa. Procederò per immagini. "C'è un uomo davanti a me. Ha un berretto di lana di colore blu infilato in testa. Fa freddo, ma quello è l'unico indumento invernale che indossa. Non ha con se un cappotto, ma solo la parte superiore di una tuta della Nike. Ha dei pantaloni jeans di un azzurro chiaro e degli scarponi marroni. E' molto magro. I lineamenti del suo viso sono spigolosi. Ha degli occhietti piccoli vispi che denotano una grande voglia di fare e la scaltrezza di chi le cose le fa con il cervello. Sta parlando. E' serio e concentrato. Parla, forse troppo velocemente, una lingua che non è la sua. Sembra che abbia paura di dimenticare qualcosa. Fa tenerezza vederlo così impegnato e serio. Non si può fare a meno di sorridere bonariamente al suo sforzo. Ad ascoltarlo c'è un signore di mezza età con un' espressione spaesata. Non ha capito niente. Ad una richiesta di chiarimenti, l'uomo niente affatto abbattuto, ricomincia a spiegare. Questa volta sottolinea le parole più importanti intervallandole con silenzi, spezzati solo da un cenno affermativo del suo interlocutore sul cui volto si dipinge, mano a mano,un'aria di consapevolezza." "Sto guidando. In lontananza vedo una chiazza blu in un parcheggio semideserto. Il cuore si gonfia di felicità. Parcheggio la mia autovettura e con un sorriso stampato in faccia, quasi trotterellando, raggiungo la mia meta. Apro uno sportello e mi accolgono la musica soffusa dell'autoradio, il calore confortante dei riscaldamenti e un "Buongiornoooo!!" detto con un sorriso a 32 denti. Il modo migliore per iniziare al meglio la giornata." "Il furgone è parcheggiato. Lo sportello posteriore è aperto e lui sta ordinando il carico. Mi dà le spalle. Io sto correndo per andare a prendere un contratto vuoto che ho lasciato sul posto del passeggero. Gli tocco la spalla sinistra e scappo in direzione dello sportello alla sua destra. Faccio appena in tempo a vedere che si gira dall'altra parte. Rido all'idea che non troverà nessuno. Quando apro lo sportello anteriore mi volto. La sua testa fa capolino e mi guarda con aria interrogativa. Rido e senza pensarci gli faccio la linguaccia. Mi allungo sul sedile per prendere il contratto e intanto mi stupisco del gesto appena fatto. Ma quanto sei stupida?? Ora ti metti pure a fare le linguacce come le ragazzine??" "Sono le 17. La giornata sta per finire. Il sole è arrivato a toccare l'orizzonte dipingendo il cielo di un arancione acceso. Il caldo della giornata sta scomparendo insieme alla palla infuocata. Da un po' di minuti si è alzata la tramontana. Sono davanti ad un cancello, il vento gelido riesce ad entrare nelle fessure lasciate aperte dalla mia sciarpa. Insacco la testa tra le spalle e comincio a saltellare da un piede all'altro, per cercare di scaldarmi un pochino. Lui mi guarda sorridendo. Devo sembrargli buffa. Nonostante non abbia con sé nessun cappotto, sta fermo davanti all'inferriata. "Hai freddo?" mi chiede in tono affettuoso. "Sì" rispondo senza smettere di saltare. "Vieni qui" mi dice, e così facendo fa un passo verso la mia direzione e mi stringe a sé. Io a mia volta lo circondo con le mie braccia, affossando il mio viso nel suo petto. Nonostante abbia già un berretto di lana in testa, lui per precauzione mi alza anche il cappuccio del piumino che indosso. Sento una pressione sulla testa. Mi ha lasciato stampato un bacio sopra i due strati di indumenti che separano il mio capo dalle sue labbra. Lo stringo ancor più forte e chiudo gli occhi. Il vento e il freddo sono due elementi ormai lontani. Mi sento al sicuro lì. Non vorrei mai più staccarmi da quell'abbraccio. Vorrei che il mondo rimanesse così, in pausa, per sempre. Sto troppo bene. "Ci sei ancora lì sotto??" mi chiede lui alzando un pochino il cappuccio che mi nasconde tutto il viso. "Sì" sussurro. Sento il rumore di un portone che si apre. La pausa è finita, si ricomincia. Mi stacco controvoglia, ma con uno scatto fulmineo, da lui ed entrambi ritorniamo nei nostri ruoli." “Sul vetro del furgone stanno cadendo le prime gocce di pioggia. Il cielo sopra di noi è coperto di nuvole grigiastre. Mi sa che tra qualche istante scenderà il diluvio. Abbiamo fatto in tempo a consegnare le chiavi ad un vecchio signore. Stiamo aspettando all’asciutto per vedere che piega prenderà il tempo. Di lavorare sotto la pioggia non se ne parla. Approfittiamo di questo momento di riposo coatto, per riprendere un po’ le forze. Lui mi dice che i signori vecchi gli ricordano troppo suo nonno. Mi racconta che quando era piccolo, ogni volta che tornava da scuola trascorreva interi pomeriggi con l’anziano. Deve aver avuto un legame speciale con il padre di suo padre. Lo si intuisce da come ne parla. Gli viene da ridere nel ripensare a come suo nonno lo proteggesse dai rimproveri della madre. Me lo immagino come un bambino scalmanato, pronto ad ascoltare solo i consigli e i rimproveri di quella figura maschile attempata. Mi rivela che il giorno in cui suo nonno se ne è andato, lui aveva 12 anni. Scendendo alla fermata dell’autobus aveva trovato sua mamma e suo papà ad aspettarlo. Non lo facevano mai. Questo gli era bastato per capire tutto in un secondo. Eppure, era passato a trovarlo solo il giorno prima!! Fa un sospirone. Dà un’occhiata fuori “Non piove più - mi dice – approfittiamone per fare altre consegne”. Così dicendo avvia il motore. Io lo guardo con il cuore stretto. Vorrei dirgli di aspettare un attimo, di spegnere tutto e vorrei abbracciarlo stretto, stretto. Vorrei poter scacciare via la tristezza di quel bambino di 12 anni per la perdita di una delle persone più care che aveva al mondo. Penso a quanto starò male io quando mi capiterà la stessa cosa. Però non faccio nulla. Potrebbe aver deciso di troncare l’argomento perché era diventato troppo doloroso ricordare. Non voglio metterlo in difficoltà.” "C'è una stradina che conduce ad un casolare. Che bella costruzione! Tutta in pietra, muri spessi. Deve essere stata costruita un bel po' di tempo fa. Ci stiamo inerpicando con il furgone in una stradina fiancheggiata da pini altissimi. E' sterrata e piena di radici. Anche se andiamo piano, i rilievi e le buche ci fanno oscillare a destra e sinistra. Lui si è inumidito le labbra. Sta parlando con aria allegra. Io non lo sento neppure. Sono concentrata sulla sua bocca. Osservo il movimento delle sue labbra mentre parla e rimango ipnotizzata. Improvvisamente mi assale il desiderio irresistibile di baciarle. Di sentire la sua lingua a contatto con la mia. Arrossisco. Che cavolo di pensieri mi vengono in mente?? Guardo da un'altra parte per cercare di scacciare quell'immagine dalla mia testa. Faccio un bel respiro profondo e finisco di mangiare il mio mandarino." "Il lavoro è finito. Ormai so che non lo vedrò più. Mi intristisco se penso che non saprò più che fine farà dopo tutti questi giorni passati insieme. Mi rendo conto che ho solo il numero di cellulare dell'altro membro del team e non il suo. Devo chiederglielo domani." "Arrivo di buon ora al punto di incontro. Intorno a me ci sono tutti gli altri colleghi. Faccio un saluto generale con il mio solito sorriso, e intanto lo cerco. Eccolo lì! E' vicino al furgone. Il cuore mi batte forte. Come glielo chiedo il numero ora? E se si infastidisce? Pensa che figura di m***a farò se mi dice che non vuole darmelo. "Ciao!" "Buongiorno!" "Come sta procedendo il lavoro senza di me?" "Bene" "Senti, posso chiederti una cosa?" "Dimmi tutto, Turbine" "Visto che ci dovremmo risentire per avere gli ultimi contratti che avete fatto, non è che potresti darmi il tuo numero?" "Certo". Mi rilasso. Cavolo non pensavo sarebbe stato così semplice. Ma quanti problemi mi faccio??" "Sono sul tavolino di un bar con il mio team. Lui e l'altro separano i contratti, io conto gli avvisi. Ho una sciarpa, un cappello di lana e il piumino. Sto bene nonostante il fatto che siamo al coperto. Sono super impegnata a tenere il conto, con gli occhi immersi nei cumuli di fogli che ho compilato nei giorni passati. Mi sistemo meglio sulla sedia, e mi viene da alzare gli occhi per guardarlo. Mi diverte vederlo così preso a contare, solo che lui ora non sta contando i fogli. Mi sta fissando. E' serio e ha uno sguardo strano. Mi sta studiando, e sembra quasi che voglia entrarmi nell'anima. Sento caldo. Troppo caldo. Guardo da un'altra parte e comincio ad allentare la sciarpa e a togliermi il piumino. "Sei tutta rossa, Turbine!!" esclama lui ridendo come un bambino. "Eh, fa caldo qui dentro" dico imbarazzata. Dopo pochi minuti ci ritroviamo a farci i dispetti con le mani. Lui afferra la mia e la trattiene nella sua. Con noncuranza gli accarezzo il palmo. Rimaniamo per qualche secondo mano nella mano, senza guardarci, continuando a fare altro. Poi ritiro la mia per paura che qualcuno se ne accorga." "Sono di nuovo nel bar. C'è una grande vetrata che mi permette di osservare il mondo fuori. Sta piovendo piano. Lui è fuori. Anche sotto al temporale non si stacca da quelle dannate sigarette. Si volta, mi vede. Mi fa la linguaccia. Sorrido." "E' mattina inoltrata. Sto facendo la fila per entrare in un bagno pubblico. Uff!! Ma quanto ci mette la signora??? Sbuffo e mi sposto da una gamba all'altra. Ho la vescica piena. Se non esce entro 5 secondi scoppio. Guardo in aria. Questo antibagno non è il massimo, sembra uno sgabuzzino. L'asciugamani automatico è guasto, e c'è un tubo che esce fuori da un muro. La porta che mi divide dal via vai del negozio è come quella dei saloon americani. Da una fessura lo vedo in fila davanti alla cassa. Porca miseria!! Gli avevo detto che pagavo io questa volta! Guarda che testardo. Sento il rumore della serratura che scatta. Finalmente la signora ha aperto la porta. Con sé ha anche un grande borsone da palestra. Lui mi sta aspettando vicino alla cassa. "Ho già pagato Turbine!"mi informa avviandosi verso l'uscita. "Ma perché?? Ti avevo detto che dovevo pagare io!!!" gli rispondo imbronciata, tirandogli dei pugni sulla spalla. Lui ride e cerca di pararli. Mi afferra la mano. Usciamo dal negozio mano nella mano con le dita ad incastro. Lui cammina baldanzoso qualche passo avanti a me. Io rimango dietro. Mi sento come una bambina." "E' una bella giornata. Il sole splende alto e non fa neanche tanto freddo. Sto camminando sul ciglio della strada. Mi sento cingere il fianco. Lui è alla mia sinistra, mi stampa un bacio in fronte. Non ci fermiamo neanche. Passo il braccio sinistro dietro alla sua schiena e continuiamo a camminare così per un po'." "Abbiamo finito il carico nel furgone. Bisogna passare al deposito. Il cancello è aperto, entriamo ma non c'è nessuno. Scendiamo dall'autovettura e facciamo un giro di perlustrazione. Il capannone in cui hanno riposto ciò che ci serve, è chiuso. Lui chiama il responsabile per chiedergli se può fare un salto. Io intanto ho adocchiato delle scale con delle ruote sotto, simili a quelle che ci sono anche al cimitero per poter raggiungere i loculi più alti. Voglio osservare cosa si vede arrivando sulla pedana e comincio a salire, ma non sono molto stabili. "Attenta che cadi e ti fai male poi" "Tranquillo!" rispondo per fargli intendere che ho la situazione sotto controllo, però, per sicurezza, decido di fermarmi a metà percorso. Sono già abbastanza in alto. Lui si appoggia sul corrimano, e accosta il mento al braccio. Mi sento un po' Giulietta lì, sul trespolo "Oh Romeo, Romeo. Perché sei tu Romeo?" recito guardandolo e scoppio in una risata argentina. Lui però ha lo sguardo perso nel vuoto. Sembra triste e stanco. Scendo piano i gradini "Ehi! Che hai? Sei stanco?" gli domando accarezzandogli la testa e inclinando il mio viso per incontrare i suoi occhi. Lui continua a guardare a terra "Ma come faccio io senza di te?" domanda. "eh come fai...come hai fatto fino ad ora!!" rispondo ridendo, cercando di sdrammatizzare il momento. Lui però sembra ancora perso nelle sue riflessioni. Non ride. Rimane con lo sguardo basso. Mi chiedo se si sia accorto di aver pronunciato quella domanda ad alta voce. Vorrei abbracciarlo, ma non lo faccio. Guardo verso il cancello. E' arrivato il responsabile con le chiavi. Ci dirigiamo verso di lui." "Stavolta fa proprio freddo. Mi strofino le mani davanti alla bocca e cerco di riscaldarle soffiandoci sopra. "Mamma mia che freddo!! Ho le mani gelate!!" "Fa sentire!" Esclama. Stacca la mano destra dal volante, si gira verso di me e mi afferra una mano "Turbine... ma sei morta!" "ahahaha... te l'ho detto che erano gelate!" "Non pensavo così tanto" "beh, anche la tua non è da meno. Non mi stai riscaldando" "Anche la mia è fredda, ma non come la tua" continua a tenermi la mano, anche quando cambia marcia. Io ho paura che faccia qualche incidente in questo modo, così mi ritraggo e lui mi lascia andare." "Sono le 14 o forse le 15. Ho appena parlato al citofono con una signora. Tra qualche istante scenderà. La sto aspettando davanti al cancello pedonale, e intanto compilo il contratto inserendo le informazioni che già so senza doverle fare domande, come la via e il numero civico in cui abita. Mi sento afferrare da dietro, all'improvviso. Le sue mani si ricongiungono sul mio ventre. Mi abbandono a quell'abbraccio forte. Vorrei girarmi per stampargli un bacio sulla guancia, ma sono troppo infagottata tra sciarpa e piumino e non riesco a girarmi per bene. Decido così di reclinare la testa all'indietro. Appoggio la mia mano destra sulle sue, ma con questo movimento mi cade la penna. "oh! E' caduta!" farfuglio, ma non ce la faccio proprio a divincolarmi per raccoglierla. Lo farò dopo. Adesso sto così tanto bene. Quando la mia testa incontra la sua spalla destra, chiudo gli occhi. Probabilmente nel movimento, la mia sciarpa si è scostata quel tanto che basta per lasciar scoperto un pezzetto di collo. Lui si china. Sento le sue labbra umide poggiarsi delicatamente sulla pelle scoperta, con un bacio a stampo. Quanto è durato? Un secondo? Forse due. Il tempo di rimanere senza respiro. Stringo le sue mani alle mie in una morsa, e mi scappa fuori un lungo sospiro. Sono frastornata ed eccitata. Lui lascia la presa ricordandomi la penna. La raccolgo controvoglia e davanti a me si presenta la signora. Ma proprio adesso??" "C'è una donna in una macchina rossa. Sta uscendo di casa e l'abbiamo raggiunta in tempo. Lei ha il finestrino tirato giù, per parlare meglio con noi. Io la mia parte l'ho già fatta: le ho fatto firmare ciò che doveva. Ora lui le sta spiegando i dettagli. Ha i gomiti poggiati sulla base del finestrino e praticamente è per metà immerso nell'abitacolo della signora. La felpa gli si è alzata. Vedo il bordo delle sue mutande blu fuoriuscire dai pantaloni. Non indossa nessuna cinta, ma i pantaloni gli calano poco, nonostante sia magro come un chiodo. Chissà che misura porta?? Adesso che è inchinato quasi a 90° gradi, constato che possiede anche un culo. Mi sforzo di non soffermare troppo lo sguardo su questa sua parte del corpo, anche perché la signora potrebbe accorgersene e non farei una gran bella figura. Professionalità, Turbine! Guardo da un'altra parte. Ok, un'altra occhiata di sfuggita, su! Che voglia di dargli una pacca sopra. Ma che ti prende?? Vuoi fare la seria?? Divento rossa, ho di nuovo caldo. Decido di fare una passeggiatina mentre attendo che lui finisca di parlare con quella donna." "Sto riscrivendo a mano, nominativo per nominativo, tutte le persone contattate nella settimana precedente dalla mia e da un'altra squadra. Devo consegnare tutto entro le 14. Sono le 12 e ho ancora tanto lavoro da fare. Ho i crampi alle mani. Mi trovo in camera di A. Sto compilando i fogli sulla sua scrivania. Dietro di me, lui e Winston stanno riordinando i contratti. Ci sono pile sui letti, pile sul pavimento. In quella stanza regna il caos più totale. Winston non può soffrire molto A. Dice che non lavora bene. Da parte mia ammetto che non ha tutti i torti, ma è una questione di esperienza. La voglia di fare comunque non gli manca. A. prende un po' come riferimento Winston. A fine giornata, chiede sempre quanti contratti abbiamo fatto, per vedere se lui si è avvicinato o meno alla soglia. Non lo fa per rivaleggiare. O almeno a me non pare. Winston, secondo me, si sente minacciato da questo comportamento. Non vuole assolutamente che l'allievo si rilassi pensando di aver superato il maestro. Non vuole sentirsi secondo a nessuno, forse. E' parecchio orgoglioso da questo punto di vista. Lo sento da dietro le mie spalle parlargli in modo secco. A turno aprono la finestra che dà sul balconcino e fumano una sigaretta per ricaricarsi. Io, che non fumo, non mi fermo neanche un attimo. Sbuffo e faccio oscillare per un momento la mano, rilassandomi sulla sedia. Ho le dita rattrappite a forza di scrivere così tanto. Guardo verso il balconcino. Lui è lì, mi sta osservando serio, come quella volta al bar. Distolgo lo sguardo imbarazzata e mi rituffo sui fogli. Una parte dei contratti è pronta. Winston ordina ad A. di portarli nel furgone. Io ancora sto scrivendo. Non ce la farò mai per le 14!! Ma quanti sono questi abitanti? Lui si è accostato alla mia destra. Si è accovacciato in modo tale che la sua faccia ora si trova all'altezza della mia, e dolcemente mi sussurra "sei stanca?". Il solo averlo così vicino al viso e sentirlo sussurrare in quel modo, mi fa passare tutta la stanchezza. Sento un brivido per tutto il corpo. "No" rispondo e provo un impulso irresistibile: afferro con una mano il suo viso e lo porto più vicino, stampandogli un bacio sulla guancia. Lui ricambia fulmineo. C'è chiaramente elettricità nell'aria, ma non abbiano il coraggio di voltarci e guardarci negli occhi. Manteniamo entrambi lo sguardo fisso sui fogli che sto compilando, come se fossero documenti di estrema importanza; le teste separate da pochi centimetri. Rimane ancora lì. Ho l'impressione che anche lui sia turbato quanto me. "Perché?" farfuglia con un filo di voce. Avrei voglia di dirgli di non parlarmi in quel modo ché altrimenti potrei non rispondere delle mie azioni - tra l'altro non ha neanche senso, visto che nella stanza siamo solo io e lui - ma ovviamente non lo faccio. Decido di smorzare i toni - ormai sono una campionessa in questo - chiedendogli, con una risata, che senso abbia la sua domanda. Ho ripreso a scrivere. Lui rimane in quella posizione ad osservare i movimenti della mia mano, per qualche secondo. Poi, in silenzio, si alza e si allontana." |
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Post n°875 pubblicato il 08 Maggio 2012 da turbine_di_pensieri
Ieri sono passata a prendere C. per il solito appuntamento del lunedì. Usciti dalla chiesa, ho visto che 600km mi aveva chiamata. Visto che è insolito che lo faccia, a meno che mi debba dire qualcosa di importante, l'ho richiamato subito. La cosa che doveva dirmi non era poi così importante, però mi fa sempre piacere sentirlo. Ci ho chiacchierato un po', mentre mi apprestavo a ritornare in auto seguita da C. Non ho fatto in tempo a chiudere il telefono che mi è stato fatto un interrogatorio: - è una nuova fiamma? - eh! Come no?!?! - com'è? È bello? Mi è venuto in mente il volto di 600km, e la volta in cui sono andata a trovarlo: - beh, sì - ho risposto distrattamente con il sorriso sulle labbra. - ti ci trovi bene? - hai finito con queste domande? - non posso fartele? - sai che non mi piace parlare di questo. - ti ci trovi bene. Si vedeva da come parlavi al telefono. Eri felice. - insisti, eh? - lo sto dicendo io. Non ti ho fatto nessuna domanda.
Fortunatamente dovevo chiamare una mia amica, per cui il resto del tragitto sono stata impegnata con altro. Appena entrati nell'auto ha ricominciato: - è grande? Sicuramente sarà più grande, visti i tuoi gusti... Alla fine ho deciso di finire il giochetto e dirgli la verità. Mi dispiaceva vederlo così. - guarda che era 600km!!! - gli ho rivelato. Convinta che avrebbe subito smesso di fare domande insensate e inopportune. - ah - è stata la sua risposta laconica - vabbè, però si vede che ti fa piacere sentirlo. Vero? Niente! Continuava ad insistere su quel punto. Ho deciso di non rispondere, come faccio di solito quando diventa invadente. Ma tanto non si scoraggia minimamente. Se una non risponde, non gli importa niente. Insiste imperterrito a fare domande o considerazioni. - ma non lo sa che il lunedì vieni qui? - mi domanda, come per voler indagare quanto 600km sappia di quello che io faccia. - certo che lo sa!! E' solo che gli era passato di mente. - ah - e sento il suo sguardo fisso su di me, mentre io guardo avanti, mantenendo i miei occhi concentrati sul semaforo rosso, come a cercare di intimargli di cambiare colore - che dice? Scende a Roma? Vi incontrerete? - no. Perché dovrebbe scendere? - rispondo piccata.
Mi concentro sulla canzone che l'autoradio passa in quel momento e mi metto a canticchiare, per evitare che mi faccia altre domande e soprattutto di dover rispondere. Lui si arrende, o forse ha avuto tutte le informazioni che gli servivano per decidere che non era necessario proseguire. Alza il volume e si rilassa sul sedile del passeggero.
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Non ricordo di preciso quando è successo e dove. Fatto sta che qualche tempo fa, girovagando tra gli scaffali di un supermercato, ho trovato un libro a neanche 5 euro. Era "Lo scannatoio" di Emile Zola. Non lo avevo mai sentito. Di Zola, finora non avevo ancora letto nulla, anche se a casa ho Nana, comprato quando il quotidiano romano Il Messaggero, aveva creato la collana "classici dell'800" - dieci anni fa... oh mio Dio! DIECI ANNI FA - e lasciato a prender polvere sulla mia libreria, in attesa di tempi migliori. Sulla copertina dell'economica casa editrice Newton Compton, campeggiava, in basso, un breve incipit di 4 righe: "Gervaise aveva aspettato alla finestra Lantier fino alle due del mattino. Poi, tremante di freddo per essere rimasta, in camicia, esposta all'aria della notte, si era assopita, buttata di traverso sul letto, febbricitante, con le guance bagnate di lacrime." Leggendo la quarta di copertina, sono emerse fuori frasi come: "impossibile riscatto dalla miseria", "processo della propria autodistruzione, il costo di una rivoluzione industriale che ha necessità di trasformare gli individui in merci." Tutto ciò mi ha incuriosito parecchio. L'800 secondo me è il periodo più prolifico della letteratura. Dieci anni fa, quando mi piaceva cullarmi nelle storie d'amore con il lieto fine, leggevo con vivo interesse la Austen, ma anche le sorelle Bronte. Questi climi così romantici. Perfetti per una 17 enne in cerca del suo Mr Darcy. Poi ho attraversato gli inverni rigidi russi, con Gogol, Tolstoj e Dostoevskij. Tutto un altro sistema di scrivere. Il loro modo di mettere il nome delle località appuntandone solo la prima iniziale, che non ho mai compreso appieno. La cosa che mi è rimasta impressa, era il freddo che mi giungeva pagina dopo pagina. Uomini vestiti con cappotti pesanti, risvegli traumatici, in stanze gelate sprovviste di bagni. Amori infelici, vizi irrinunciabili, ossessioni. Un clima decisamente opprimente, ma comunque dipinto in modo ottimo. Dalla Russia alla Francia il passo è stato breve. E l'amore è scoppiato. Dai romanzi con il lieto fine, in cui vengo esaltati i sentimenti; dove alla fine è il bene che vince, e le buone azioni pagano sempre, alla descrizione della vita così com'è veramente. Con tante persone di buone intenzioni, non esonerate per questo dalle disgrazie, contornate dagli individui più abietti del mondo. Sanguisughe del genere umano, che spesso e volentieri, riescono ad avere anche la meglio. Andando contro quella visione così romanzesca - e diciamo pure poco veritiera - del giusto che trionfa su tutto. Ci vedo un po' proiettata la mia crescita in questo cambiamento di gusti. Lasciato per un po' da parte il mio aspetto sognate, mi sono accostata al naturalismo. Il bisogno di vedere con occhi i torti che la brava gente può subire, solo perché nata nella miseria. Vi chiederete perché abbia deciso di scrivere un post del genere. Ebbene, come si può leggere anche dalla colonna a sinistra del blog, sul mio comodino ora c'è Lo scannatoio. E io non posso fare a meno che elogiare Zola per la sua bravura. Vabbè, sono pazza probabilmente, ma quando c'è qualcosa che mi colpisce davvero tanto, devo parlarne con qualcuno. Diciamo che non sono contornata da gente molto interessata alla lettura. E' poco stimolante ritrovarsi a descrivere con slancio la bravura di uno scrittore e sentirsi dire che non si ha tempo per starmi ad ascoltare, in questo momento. Mia madre ormai ha il terrore ogni volta che mi accosto a lei e nomino un libro. E comunque, lasciare il mio pensiero scritto lo preferisco. Scrivere mi porta a guardarmi dentro, a fare riflessioni più approfondite, ad illuminare ciò che magari rimarrebbe nascosto durante un discorso verbale, in cui non ho molto tempo per analizzare il tutto. O meglio, il tempo lo avrei pure, ma le cose da dire sono talmente tante, che spesso mi ritrovo a doverle metterle in coda. Il risultato è che escono fuori solo le prime. Ritornando a Zola, è magistrale il suo modo di scrivere. A parte la lettura che scorre molto veloce, ha quest'arte nell'usare le parole che, spesso e volentieri, mi son ritrovata a pensare a quanto sia importante scegliere i vocaboli giusti per descrivere al meglio una scena. Si legge Zola e magicamente le parole sembrano non avere limiti nella loro capacità di descrizione. Sembrano perfette. Incastrate come dei tasselli di puzzle, tutte insieme riescono a dare l'idea del quadro intero. Non so se riesco a rendere bene il concetto, ma è una sensazione che non mi era mai capitato di provare prima. Non è solo l'uso di vocaboli appropriati, ma anche il suono che questi hanno.
E sapete quando me ne sono accorta? Quando alle 8 di mattina, ho aperto il libro per leggere la scena del banchetto che Gervaise aveva organizzato per festeggiare il suo compleanno. Minestra, lombata di maiale con patate, fricassea di vitello, oca arrosto, il tutto innaffiato da vino rosso. Di solito ai pranzi mi fermo sempre al primo. Non sono per nulla golosa della carne. Al vino rosso preferisco quello bianco. Ciononostante, io alle 8 di mattina avevo voglia di tutto quel ben di Dio. Ero inebriata dai profumi e dai sapori che si sprigionavano nella bottega. Un po' come tutti i commercianti di rue Goutte D'Or, che spiavano con occhi spalancati e narici ben aperte, tutto il cibo che sfilava sulla tavolata. Intontiti anche solo dall'odore delle pietanze che arrivava loro fin sulla strada.
Detto questo, spero di avervi incuriositi un pochino, se ancora non avete letto nulla di questo autore. Vale la pena. Almeno per questo libro |
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Post n°873 pubblicato il 01 Maggio 2012 da turbine_di_pensieri
Ieri, sono passata a prendere C. a casa, e siamo andati insieme all'appuntamento fisso del lunedì. Se dovessi dire come mi trovo quando stiamo in compagnia, non riuscirei ad avere un'impressione unica. A volte mi trovo bene, ci si prende in giro, si scherza. Mi sento a mio agio. Altre volte, riesce a farmi alterare in un modo assurdo. Mi ricorda troppo Garghino. Il lato negativo di Garghino. E automaticamente, per difesa, divento dura come la pietra. E' che se una volta sentirmi dire che ero arida come un deserto, che non mi comportavo come avrei dovuto, come ad esempio, faceva lui, sempre pieno di premure, sempre perfetto ecc ecc... mi faceva stare male e mi riempiva di sensi di colpa. Oggi ad un: - hai sentito che ha detto il Don? Si può uccidere anche con gli atteggiamenti. Io ci ho pensato, ti ho uccisa 3 volte. Tu proprio non si contano le volte che mi hai ucciso. Oppure, quando mi mette le mani in faccia sapendo benissimo che mi dà fastidio, e insiste apposta nonostante io ripeta mille volte "non lo fare. Lo sai che mi dà fastidio. Stai fermo" con un tono sempre più isterico ogni volta che la sua mano si avvicina alla mia faccia, cercando di evitare le mie resistenze. Salvo poi, dirmi che sono cattiva, solo perché arrivata all'esasperazione, gli dico che se non la pianta gli sbatto la testa sul volante, accecata da un istinto quasi omicida. Quando dopo tutto questo mi sento dire: - tu sei nervosa e ti sfoghi su di me - ma cazzo!!! Mi infastidisci apposta e poi ti offendi se me la prendo con te? - Sei proprio strana. Ti fai terra bruciata attorno. Io sono l'unico che continua a starti accanto. - CREDICI!!! Io oggi, di fronte a queste parole, a questi tentativi di sminuirmi, reagisco con rabbia. Non sono più la vittima di 3 anni fa. Oggi non riesco proprio a farmi schiacciare. O mi lascio scivolare tutto come se nulla mi toccasse, oppure affilo la mia lingua e faccio uscire fuori parole taglienti come pugnali: - sei proprio bravo. Un santo, guarda! Porca miseria quanto mi ricordi il mio ex! Voi siete sempre i meglio, che riuscite ADDIRITTURA a sopportarmi!! Non sbagliate mai, voi! Io sono la stronza, e voi i martiri. Poverini... ma che bravi che siete! - Ecco lo vedi? Se te lo diceva pure lui e non sono l'unico, allora ci sarà un motivo. - Ma io sto tanto bene da sola!!! -però un amico accanto è sempre meglio averlo, no? - io non ti ho chiesto proprio niente! - ammazza oh... Poi mi passa subito. Ma diciamo che sul momento, potrei fargli molto male, anche fisicamente, se non ci fosse qualcosa dentro di me che mi vieta di fare del male al prossimo. Mi rendo conto che purtroppo paga anche ciò che mi ha fatto passare Garghino. Ma credo sia inevitabile farsi plasmare e diventare una persona diversa dopo una relazione. Non si deve far pagare i propri sbagli a chi viene dopo. Però se chi viene dopo si comporta come chi c'era prima, di sicuro non continuo a stare zitta, ma reagisco con tutta la determinazione che non avevo prima. Sono fatta così. Mi sento insicura, ma se c'è qualcuno verso il quale non sono legata da un affetto molto profondo, che tenta di ridimensionare il mio essere, anche solo scherzando, divento una belva. Della serie: le pugnalate le accetto solo da quelli che faccio entrare nel mio cuore. Se ti ci trovi solo vicino, non hai il diritto di farmi soffrire. E spesso questo mio atteggiamento viene scambiato per eccessiva sicurezza nelle mie capacità. Tant'è che quando gli ho fatto presente che certe sue esternazioni non sono poi molto adatte ad una ragazza insicura come me, mi ha risposto sorpreso: - e tu saresti insicura?? Ma se ogni volta che ti dico una cosa mi sbrani! Tra l'altro mentre mi diceva questo, mi veniva alla mente l'ultima telefonata con Winston. - turbine, tu sei troppo dolce. Non dico che è sbagliato, ma devi imparare anche ad essere stronza con chi se lo merita, perché la vita è brutta. Questo io ti voglio insegnare. Io non recito con nessuno dei due. Mi comporto come mi viene naturale fare in loro presenza. Solo che se qualcuno facesse loro domande sul mio conto, ho l'impressione che emergerebbero due ritratti completamente opposti. Neanche sembrerebbe che stessero parlando della stessa persona. Mi sento un po' dottor Jeckyl e mister Hyde. Anche se probabilmente c'è da tener conto che una persona tiene atteggiamenti diversi in relazione anche a chi ha davanti. Winston non si divertirebbe mai a farmi dispetti solo per vedermi incazzata. E' più protettivo nei miei confronti. Se sento una canzone alla radio e dico "ihhh che bella che è questa!" lui prende e alza il volume senza che io gli abbia chiesto niente. C. invece non fa altro che dire "ti piace sta merda? Cambiamo!!" cioè |
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