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Creato da Aresmorelli il 01/11/2007
La satira ci salverà?
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Nickname: Aresmorelli
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Età: 39 Prov: FI |
| « Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana... Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta » |
| ( Robert Kennedy- Discorso tenuto il 18 marzo 1968 - ) |
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In che modo potrà finire questa dittatura soft che ci accompagna ormai da diversi anni? Un mio amico sostiene attraverso una rivoluzione culturale. Lo sostenevo anche io fino a qualche tempo fa adesso sono più scettico, almeno nel breve periodo. Le rivoluzioni culturali richiedono sempre molti anni, anche se in questa epoca storica internet facilita alcuni aspetti della trasmissione del sapere. Quello che percepisco io adesso è un po' diverso: la trasmissione del potere non è mai stata controllata come oggi da pochi centri di potere. E' come se ci fosse un pensiero unico che circola per il mondo. Non mi riferisco soltanto al dogma neoliberista che venera il mercato come fosse un Dio. C'è qualcosa di più profondo, di più radicato. E' come se qualsiasi pensiero diverso da quello comunemente accettato non potesse legittimarsi in alcun modo, come se la società moderna o chi ne tira le fila, potesse decidere cosa è vero e cosa è falso e inevitabilmente decidesse che il pensiero rivoluzionario è falso. Per questo credo che le cose possano cambiare soltanto in modo radicale, da un momento all'altro, in seguito ad una sommossa. Del resto non vedo le condizioni per una sommossa popolare. Nessuna rivoluzione scoppia per caso come uno tsunami, sono tutte organizzate, pianificate e guidate da qualcuno. Tutti quelli che potrebbero guidare una rivoluzione oggi hanno interessi contrari al suo verificarsi. Purtroppo credo che questa dittatura soft continuerà a lungo e forse neanche il collasso del sistema (che vedo come inevitabile) riuscirà ad estirparla...
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La vita degli altri ci sembra sempre più facile della nostra, ma solo perché non la conosciamo abbastanza...non esistono vite facili. In ogni caso è meglio non lamentarsi di avere una vita difficile, se la vita fosse troppo facile diventerebbe terribilmente noiosa...:)
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Che differenza esiste tra gli schiavi contemporanei e gli schiavi del passato? Gli schiavi del passato sentivano il peso delle catene, sapevano chi li teneva in schiavitù, volendo avrebbero potuto liberarsi e fuggire. Fuggire era il loro desiderio più grande. Gli schiavi del passato non volevano essere schiavi, perché sapevano di essere schiavi. Oggi il desiderio più grande di ognuno è quello di trovare un lavoro che lo obblighi a lavorare almeno otto ore al giorno per almeno cinque giorni la settimana per almeno cinquant'anni. Tutto questo per ottenere in parte i beni necessari alla sua sopravvivenza, ma soprattutto per ottenere beni che non gli servono, che vengono prodotti solo per dargli quel lavoro che lo tiene prigioniero e quindi per alimentare la sua coercizione. Siamo tutti fortemente convinti che chi non trova questo tipo di occupazione è infelice, perché potrebbe non poter soddisfare neanche i bisogni primari e, quindi, chi è schiavo è più fortunato, perché chi non è schiavo, nel sistema attuale, non è neanche libero di essere schiavo. Gli schiavi di oggi hanno come desiderio più grande proprio di ottenere la condizione di schiavitù. Non conoscono il loro carceriere, perché il carceriere è un sistema stesso, è un modo di pensare, è uno stile di vita. Ma siamo davvero sicuri di tutto questo? Siamo sicuri che il sistema non possa cambiare? Chi baratterebbe anni della sua vita biologica in cambio di beni materiali? Detto in modo più chiaro, chi accetterebbe di vivere dieci anni di meno pur di avere una macchina nuova? Eppure è quello che spesso facciamo senza rendercene conto. Dobbiamo iniziare a pensare che il sistema economico nel quale viviamo va rivisto, perché, se soddisfa i nostri bisogni essenziali, ci crea infiniti altri bisogni che non seniteremmo in un'economia strutturata in modo diverso. Non bisogna dimenticare che ciò che ci rende prigionieri sono prima di tutto i nostri bisogni.
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Se quella che stiamo vivendo è una nuova dittatura allora non troveremo all'interno di essa le regole per rovesciarla. Non so se sia troppo forte definire il capitalismo finanziario come la nuova dittatura del 21° secolo, sicuramente molte persone hanno un grado di libertà davvero ridotto. In ogni caso tutte le dittature del passato prevedevano un insieme di regole che proteggevano lo status quo, che impedivano qualsiasi tipo di cambiamento. Una sorta di corazza giuridica con la quale si difendevano dai dissidenti. Siamo davvero ingenui se pretendiamo di rovesciare la dittatura moderna utilizzando quelle regole che ce la fanno passare per democrazia. Ancora oggi non possono cambiare le cose se non drasticamente. Il cambiamento drastico può arrivare da una rivoluzione, per la quale non vedo le condizioni sociali (una rivoluzione in fin dei conti dovrebbe essere organizzata e finanziata da qualcuno) o da altri fattori, come un inasprimento della crisi che renda palesi le contraddizioni del sistema vivente. Io credo che si verificherà la seconda ipotesi, che ci sarà un cambiamento positivo ma che sarà preceduto da un periodo molto difficile.
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E' difficile comprendere perché un giovane italiano decida di iscriversi all'Università visto che la laurea non offre alcuna opportunità lavorativa in più rispetto ad un diploma o ad un corso professionale. Ma se nonostante tutto un giovane diplomato volesse continuare gli studi, come scegliere la facoltà più adatta? Si potrebbe continuare a studiare per semplice passione, allora si dovrebbe decidere in base alle proprie inclinazioni e ai propri interessi. In questo caso però non ci si deve vergognare una volta laureati in filosofia, in lettere o in scienze naturali ad iscriversi ad un corso per diventare idraulici o baristi. Si potrebbe scegliere tenendo presente la realtà lavorativa italiana, beh allora l'unica scelta possibile è quella di andare a studiare direttamente all'estero. In Italia sono pochissime le facoltà che offrono una qualche opportunità concreta. Io personalmente consiglio medicina, in molti paesi europei cercano medici, e pare che quelli italiani siano particolarmente apprezzati. Certo se volete fare i dottori in Italia allora è meglio che prima di iscrivervi cerchiate qualche buona raccomandazione perché nell'ambiente medico del bel paese vige un rigido principio familisitico. Anche ingegneria ultimamente ha perso colpi, infatti anche gli ingegneri vengono assunti con contratti precari e con stipendi da fame, ma mantenersi per cinque o sei anni all'università ha un costo notevole. Per questo, se si studia soltanto in funzione di una eventuale carriera allora è meglio lasciar perdere e mettere da parte i soldi che si sarebbero spesi per le tasse universitarie e per i libri. Io da insegnante consiglio sempre di studiare, di imparare, di approfondire, di capire, ma per far questo non c'è bisogno necessariamente di iscriversi all'Università, anzi...
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Il popolo italiano dovrebbe essere chiamato a giudicare l'innocenza o la colpevolezza di Amanda Knox? Pensateci, dopo aver ascoltato tutti i telegiornali, aver osservato tutti i plastici di Bruno Vespa, aver letto tutti gli articoli su Oggi, Novella 2000, Di Più, dovremmo essere noi a giudicare sulla colpevolezza o sull'innocenza dell'americana? No, non possiamo essere noi, perché la verità processuale è ben diversa dalla verità mediatica. Il media racconta il punto di vista del giornalista che realizza il servizio. Non tutti se ne rendono conto, anzi, se ne rendono conto in pochi. Ma se il giornalista ha una visione colpevolista probabilmente trasmetterà questa visione al suo pubblico. Non è un caso che tutti in Italia siano convinti della colpevolezza dell'americana e che tutti negli Stati Uniti siano convinti della sua innocenza. Dipende tutto da come sono raccontati i fatti. In questi giorni c'è stata la conferma di un'altra condanna eccellente, quella di Berlusconi. La cosa che mi colpisce è che qualcuno dica che i giudici attaccano la democrazia. La democrazia non ha niente a che vedere con la giustizia di un tribunale. Il popolo italiano non viene chiamato a giudicare dell'innocenza o della colpevolezza di Berlusconi, non ha elementi per poterlo giudicare. Il popolo vota soltanto se lo vuole in Parlamento e indirettamente come Presidente del Consiglio. Le elezioni non sono uno scrutinio popolare per capire se una persona è colpevole o innocente. Questo lo dobbiamo capire. Se avessimo dei dubbi sull'indipendenza della magistratura allora dovremmo rifiutare qualsiasi sentenza, non soltanto quella che condanna Berlusconi. Abbiamo questi dubbi? Cosa dovrebbe dire un criminale condannato per un qualsiasi reato? Dovrebbe mettere in dubbio l''indipendenza della magistratura per ottenere un'assoluzione? Quello che è avvenuto in questi mesi in Italia è ridicolo. Si attacca il movimento 5 stelle mentre si scopre che Berlusconi aveva comprato con tre milioni di euro un Senatore per far cadere il Governo Prodi, mentre si scopre che Mps elargiva tangenti al partito democratico che ne nominava gli amministratori. Si continua a guardare la pagliuzza nell'occhio degli altri mentre ogni giorno si scoprono nuove travi.
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La povertà non è una calamità naturale, un evento inevitabile. La povertà è una scelta e nella quasi totalità dei casi è una scelta che alcuni uomini fanno per altri uomini...
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Un altro articolo che incita alla violenza? Alla rivoluzione armata? Alla ribellione senza se e senza ma? No, qualcosa di diverso. La violenza è sbagliata, sempre. Certo non sempre è facile capire cosa sia la violenza. E' violento chi spara ad un altro uomo, chi lo colpisce, ma anche chi lo offende, chi lo umilia. Così ci sono persone che uccidono utilizzando le armi, con un solo colpo di pistola o di fucile. Ma ci sono altri modi per uccidere. Si può uccidere un altro uomo privandolo dei beni essenziali, privandolo del cibo, dei beni necessari a curarsi. Nel secondo modo lo si uccide lentamente, si uccide prima la dignità e poi il corpo. Eppure la seconda non è considerata violenza in questa società. E' normale per tutti noi che qualcuno abbia tutto, possa sprecare e qualcun altro non abbia niente e debba morire lentamente. Normale perché diamo per scontato che chi ha tutto se lo sia in qualche modo meritato e che chi non ha niente sia colpevole per la sua condizione. Del resto è questo che ci ripetono da oltre un secolo. Se poi chi non ha niente si ribella, magari spara, è un violento, uno squilibrato, non va giustificato in nessun modo. Perché non si può fare apologia della violenza in questa società perfetta. Certo si fa apologia della povertà, dell'ingiustizia sociale, al punto che la si dà per scontata, che non riusciamo neanche ad immaginare un mondo senza povertà. Ma l'apologia della violenza no, quella non si può fare. Almeno non quella contro i politici. Perché poi se si bombarda qualche paese del terzo mondo o qualche paese arabo come l'Afghanistan, la Libia, l'Iraq e via dicendo...quella non è violenza, quella è esportazione della democrazia, si può fare, anzi è giusta. Se un uomo compra una pistola è un violento. Se uno Stato compra gli F35 cacciabombardieri da guerra, togliendo risorse e pane al proprio popolo, questo è normale, si può fare, anzi non se ne può fare a meno...
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Ho una formazione giuridica che mi ha portato fino ad una specializzazione post laurea e che, nello stesso momento, mi ha compromesso per sempre. Studiare diritto ha terribili effetti collaterali, ancora oggi quando faccio la lista della spesa la suddivido in commi; quando la mia compagna mi rimprovera qualcosa cerco di ricorrere in Appello e se so di essere colpevole fingo la semi infermità mentale (mi viene bene). Ho cercato di rimediare laureandomi in sociologia, la sociologia è bellissima ma anch’essa ha effetti collaterali, ti fa capire quanto alcune nostre certezze siano in realtà soltanto illusioni…
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