Un blog creato da tuttiscrittori il 07/10/2007

tuttiscrittori

A volte, quando si è un grande scrittore, le parole vengono così in fretta che non si fa in tempo a scriverle... A volte. (Snoopy)

 
 
 
 
 
 

SOSTIENE... KREMUZIO

Kremuzio

Sull'orlo del precipuzio

 
 
 
 
 
 
 

ALBERGO A ORE (HERBERT PAGANI) PERF. EDITH PIAF

 
 
 
 
 
 
 

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ARTE & DINTORNI

mostra evento di Costantino Giovine presso Il trittico - Roma Piazza dei satiri - inaugurazione sabato 26 febbraio alle 18.30

locandina

 

 

 
 
 
 
 
 
 

YOU'LL FOLLOW ME DOWN - LABORATORIO CONCORSO

Il presidente della giuria, Luigi Bernardi, ci comunica che

   The winner is Paolo Zaffaina

La motivazione:

Statale 61 è un bel racconto giocato su molteplici livelli, tutti resi con stile adeguato.
I continui cambi di prospettiva, fino allo scioglimento finale, ne fanno un testo godibile ed estremamente accattivante.
Un bel saggio di scrittura al servizio di un'ottima idea.

adesso rileggiamolo iniseme >>>clicca qui

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli (E. Salgari) 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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“Le correzioni” di Jonathan Franzen

Post n°224 pubblicato il 21 Febbraio 2011 da tuttiscrittori
 
Foto di tuttiscrittori

Chi voglia conservare l’illusione che l’istituzione della famiglia funzioni ancora deve evitare questo romanzo che sottovoce, attraverso l’ironico sussurro delle sue seicento pagine, affonda impietosamente lo sguardo nelle devianze nascoste della famiglia Lambert. Gli anziani coniugi Alfred ed Enid vivono da soli in una grande casa, un tempo adatta ad una famiglia di cinque  persone, ormai ridotta a decadente ricettacolo di oggetti inutili che impacciano lo sforzo quotidiano  di mascherare  frustrazioni e malattie. I figli, allontanatisi per ragioni di lavoro, sembrano restare ancora psicologicamente legati alla famiglia d’origine, vittime della filosofia delle correzioni, sostenuta con instancabile energia dalla madre Enid. L’obiettivo è salvare le apparenze ad ogni costo, aderire a un modello piccolo borghese i cui canoni informavano la società americana del secondo dopoguerra. Ciascuno si sforza di apportare alla propria vita le correzioni necessarie alla salvaguardia della normalità, con risultati non sempre adeguati al modello ideale. Così Chip, il secondogenito Lambert, recita con i genitori la parte del professore irreprensibile e del giornalista affermato, invece viene espulso per comportamento immorale dall’università e si trova senza soldi, impegolato in una discutibile attività in Lituania; la sorella Denise si sposa  secondo i dettami delle convenzioni borghesi, ma è costretta ad assogettarsi per anni a una sessualità conformista che non le si addice. Gary, il primogenito, sembra corrispondere meglio degli altri alle aspettative genitoriali: dirigente di banca, sposato e padre di famiglia. Per mantenere il suo ruolo impeccabile, Gary deve però  lottare contro una depressione latente che riesce a tamponare solo sottostando ai capricci di una moglie infantile e ricattatrice.

I coniugi Lambert vivono a S. June, una città del Midwest  e tutto il romanzo si snoda attorno all’assillante richiesta di Enid di radunarvi i tre figli per un ultimo Natale.  La richiesta è un ritornello continuo, che nessuno, seppure tra mille ostacoli e insofferenze, si sente di rifiutare. Per qualche ora infine la famiglia si ritrova al completo a S.June, ma tutte le correzioni apportate nel tempo falliscono, compreso il tentativo di minimizzare la gravità della malattia di Alfred, il capofamiglia. Sarà proprio l’aggravarsi del Parkinson di Alfred a far crollare l’intero castello correttivo. La malattia conclamata sarà il motore del cambiamento e ognuno, compresa la stessa signora Lambert, troverà una propria strada libera dalla maschera che l’aveva condizionata.

Solo il tempo con i suoi mutamenti, sembra dire l’autore, può apportare le vere correzioni necessarie alla sopravvivenza dei singoli esseri umani.

 Elena Sanguini

 
 
 

Bookshoppers

Post n°223 pubblicato il 26 Gennaio 2011 da tuttiscrittori
 
Foto di tuttiscrittori

Spariscono le piccole librerie, se non sono specializzate, il solito discorso della nicchia. Se te le crei sopravvivi, ma solo se rimani al buio; se vuoi stare al sole, ti bruci. I libri sono un bene di consumo da leggere e finire di leggere prima che le pagine ti rimangano in mano, staccate dallo sfogliare, distorte dall’apertura violenta, con lo “scrac” che quando apri per benino l’edizione economica vedi la colla e quanta poca ne abbiano messa. Il piccolo negozio non ti fa lo sconto se passi con la lista dei regali, fai incartare in confezione regalo e chiedi la busta di plastica. Il fiocchetto te lo metti poi a casa da solo. Lo compri dai cinesi.

Il supermercato ti fa lo sconto: 15 o 20%, se chiedi alla commessa al massimo ti fa abbinare i colori con quelli dello stereo, se lo compri da loro. Se chiedi se è un bel libro, ti risponderanno che non lo sanno, mica hanno tempo per leggere la merce. Poi se sei fortunato i libri li compri a peso, come le patate. Peccato che si tratti di roba smanacciata, stropicciata ed unta, qualche guida turistica, ricette alsaziane e libretti da colorare. Roba buona per il tavolo che zoppica.

Le piccole librerie all’interno hanno piccoli librai o piccole libraie, leggono tutto quello che arriva ed hanno anche la forza per farti un riassunto o consigliarti se valga la pena o no di leggerli, e magari ti dicono che quel best seller tanto pubblicizzato in tv fa schifo.

Per questo le fanno chiudere. Meglio nei grandi stores riscaldati che puzzano di formalina e ti puoi sedere e leggere nei pomeriggi piovosi, puoi fare quel che vuoi. Magari si fa anche qualche incontro piacevole.

Le piccole librerie invece no, profumano di carta e legno. Sono infiammabili e pericolose, specialmente per chi non legge.

 
 
 

da parte di Kremuzio

Post n°222 pubblicato il 18 Dicembre 2010 da tuttiscrittori

Foto di kremuzio

 

Quando sono calmo e rilassato, invece di usare il computer, tiro fuori dal cassetto una penna stilografica e mi metto a scrivere su fogli di carta a righe od a quadretti. Ma non è più così facile come una volta. Le dita si sono abituate a picchiare sui tasti, almeno 8 di esse (i mignoli si rifiutano e restano alzati come canne da pesca intente a sondare i mari del pensiero o come antenne biologiche per acchiappare idee). Invece con le penne è questione di polso.

Poi ci sono i problemi di inchiostro, che per chi come me si incaponisce a riempire le cartucce con la siringa, vuol dire stare con le dita sporche per un paio di giorni.

Ma cominciamo dall’inizio: A casa scrivevo con la matita, o lapis come si diceva una volta. In prima elementare i banchi di legno avevano inglobato un calamaio che veniva riempito dal bidello, di un profumato inchiostro blu. Veniva con un bottiglione e versava senza sporcare, cosa che facevamo noi con le nostre bacchette e pennini. Si intingeva allungando il braccio e si scriveva sui quaderni in bella calligrafia, lettere enormi e piene di fronzoli. Stavamo attenti a non sbaffare passandoci sopra con il braccio, stando pronti con la carta assorbente, pronta a rimediare alle gocciolone che il pennino rilasciava a tradimento. Si usava l’angoletto del foglio assorbente, la punta che veloce si risucchiava il piccolo lago scuro. I mancini erano sfortunati, dato che passavano subito col polso sopra lo scritto e trascinavano le lettere come in una stampante laser col tamburo difettoso. Per pulire il pennino c’era il nettapennini comprato o fatto dalla nonna con gli scampoli delle stoffe. Poteva avere la forma di un pupazzetto o di un fiore o informe addirittura. Lasciava spesso i pilucchi sul pennino che si metteva per sbieco sulla punta, invisibile fino al momento in cui andavi a scrivere, e diventava un pennello grande, di un pelo solo ma molto gonfio di liquido. Ed era un continuo delirio, visto che le gomme che volevi usare per cancellare gli orrori macchiavano e strappavano i fogli. Quanti guai col pennino, si tornava a casa con le mani sporche, la bocca sporca, il fiocco del grembiule sporco, il grembiule stesso sporco ma non si vedeva, dato che era nero. Ma il resto era macchiato di blu.

Poi venne il tempo delle stilografiche. Avevo una bellissima penna, una Parker 51 regalatami da un mio zio meccanico per il battesimo, col pennino d’oro, che non potevo toccare perché preziosa. Non aveva lo stantuffo, ma un pezzetto di gomma che premevi e risucchiava qualche goccia di inchiostro per volta, rilasciandolo. Ripremevi e dalla punta faceva le bolle che scoppiavano e macchiavano. Bisognava farci la mano e ripulire bene la punta che quando la impugnavi macchiava falangine e falangette. Mica la potevo portare a scuola. Sarebbe caduta e rotta. Solo a casa, ed è stato bene così, ed ancora oggi la uso. Ma a scuola usavo delle Pelikan o altra primaria ditta, con lo stantuffo che faceva uno strano rumore quando lo usavi e si riempiva pericolosamente come una siringa per le esecuzioni capitali. Purtroppo tutte queste penne cadevano di punta, ed i pennini si rompevano o piegavano ad X come un becco di piccione malato. Cercavo di rimetterlo a posto con i denti, ed a volte ci riuscivo, anche se il risultato non era perfetto. E la bocca si sporcava e mi tenevo il sapore dell’inchiostro per tutta la giornata. Non era poi così male.

Non mi sono mai piaciute le cartucce di ricarica perché quando finivano, spesso non avevi il ricambio, o erano compatibili solo con quelle dei compagni antipatici che non te l’avrebbero prestata se non gli avessi dato in cambio qualche figurina “valida”.

Ogni tanto mi compro una stilografica vecchia, a poche lire, nei mercatini. Le porto a casa, le lavo, ci faccio un pieno di inchiostro nero, do un po’ di sgrullate per vedere il pennino che prenda colore e rilasci qualche schizzo sui fogli candidi. Metto in bocca la punta se non esce fuori il nero, e succhio fino a sentire il saporaccio dell’inchiostro moderno. Con parsimonia. Riempio le cartucce o faccio le bolle con lo stantuffo. Mi riempio le narici col profumo dei ricordi e scrivo il mio nome. Poi se mi piace la morbidezza e la scorrevolezza, continuo e metto sulla  carta i miei pensieri, e le parole vengono a galla più lentamente con i tocchi ormai stanchi del polso che non è più elastico come una volta, come le dita che in questo momento stanno ricopiando sulla tastiera il foglio che ho scritto qualche giorno fa con la mia antica, magica, Parker 51.

Ed ho ancora le unghie nere.

 

 
 
 

GENTE PERBENE

Post n°221 pubblicato il 06 Dicembre 2010 da rteo1

Per i loro incontri “clandestini” Marco e Loredana frequentano un alberghetto fuori mano, lontano dalla città. Un posto dove stanno tranquilli perché è poco affollato, e quasi tutti vi si recano per le stesse ragioni. Le stanzette sono arredate  con il mobilio essenziale; oltre al letto a due piazze vi è una sola poltroncina. In fondo alla stanza un piccolo bagno con uno specchietto sul lavandino che riflette a chiazze l’immagine del volto su uno sfondo grigio. La “formula magica” che introduce nell’alcova del piacere è: <<una provvisoria>>. Una frase semplice ma efficace; quanto basta per indurre la proprietaria a prendere a colpo sicuro la chiave giusta. Marco ormai la pronuncia con sicurezza, come se fosse diventato a pieno titolo un “membro della casa”. La signora, dall’altra parte del banco, sembra per nulla interessata ai clienti che passano e porge le chiavi col massimo distacco. Qualche volta al suo posto c’è una ragazza giovane e avvenente. A differenza della signora si mostra più attenta ai clienti, che osserva con sguardo penetrante, come per volerne carpire i profondi pensieri. Si muove anche con flemma e abusa del suo fascino femminile indossando magliette aderenti sul punto di esplodere sotto la pressione di un petto da quinta misura abbondante. Marco quando c’è la ragazza viene sempre assalito dalla curiosità di conoscere quale sia il suo compito in quell’albergo. In cuor suo vorrebbe tanto saperne di più. Non si nasconde di trovare la cosa “intrigante”. A volte si sofferma con attenzione su qualche dettaglio per capire se sia una dipendente o la figlia della titolare, o se abbia qualche altro ruolo. Ed è proprio quest’ipotesi di un eventuale “altro ruolo…” che gli fa immaginare che ci possa essere qualche altra formula magica di cui lui non è a conoscenza. Questa volta dietro al banco si è presentata la signora, che gli ha consegnato la chiave. Loredana è rimasta fuori, in attesa di entrare con lui dalla porta di servizio. Il tratto è breve, solo due rampe di scala. Appena chiusa la porta alle spalle Marco le riferisce di aver parlato del prestito con “quella persona” e che c’è la possibilità di ottenerlo.

- Bene, mi fa piacere.

- Aspetta, non è tutto.

-  Ah, no? E cos’altro c’è.

-  Gli interessi da pagare.

-  E questo mica è un problema. Lo so che dovrò pagarli.

-  Si, ma la somma da restituire dopo un anno è pari al doppio di quella che viene concessa.  

- Il doppio dopo un anno ? - chiede sorpresa e perplessa Loredana, strabuzzando gli occhi, come per dire <<diamine, è pazzesco!>>.

- Si, purtroppo è ciò che pretende.

- Ma mi sembra un’esagerazione.

- Lo so, ma una somma simile e senza garanzie te la darebbe soltanto a quelle condizioni.

- E io ora ne ho bisogno, come sai. Credo che dovrò accettare. Tu che ne pensi ?

- Non so che cosa risponderti. Questo tasso mi sembra eccessivo. Ma se non hai altra scelta…

- Al momento credo proprio di no. Allora, dimmi, come dobbiamo fare ?

- Mi ha detto che se tu  avessi accettato tutte le condizioni avrei potuto chiamare per fissarti un appuntamento; è con te che vuole concordare il tutto.

- Ma posso stare tranquilla sulla sua riservatezza ? Che persona è quello con cui hai parlato ?

- Credo che sia una persona riservata; non mi risulta che i clienti che si sono rivolti a lui abbiano avuto qualche problema. Di più, però, non so. Posso dirti che ha un ufficio in una zona centrale, ben organizzato, con segretaria e stanze arredate con gusto e raffinatezza e che sa essere molto cordiale e professionale. Non ho mai avuto rapporti diretti e personali con lui ma solo e sempre su incarico dello studio Abaco; questa è la prima volta che mi sono rivolto a lui in prima persona. Per questo non mi sento di darti garanzie in senso assoluto. Peraltro oggi viviamo dei tempi in cui non ci si può fidare neppure di sé stessi…

- Hai ragione; come si fa a saperlo prima di conoscerlo. Al momento bisogna solo fidarsi e basta, augurandosi di non aver sorprese. D’altronde anche noi a volte ci comportiamo in modo diverso da come siamo o crediamo di essere. Purtroppo questa società ci sta costringendo a modificare la nostra personalità a seconda delle convenienze. La politica in tutto questo fa la parte del leone. Ci sono conservatori che a parole si dichiarano riformisti o progressisti soltanto per raccogliere qualche consenso in più; quelli che discettano sull’eguaglianza sociale, per poi affermare con forza la loro diversità e pretendere di conservare tutti i loro privilegi. Non mancano neanche quelli che dietro la facciata pubblica di “buonisti” democratici e liberali covano un’intima avversione per il prossimo, perchè non l’accettano come proprio simile, e così passano la loro esistenza a combatterlo anziché coinvolgerlo nella sfida dell’uomo contro le insidie della natura e le sofferenze della vita.

- Bei discorsi, sono d’accordo con te; ma la realtà è un’altra e occorre pur difendersi se non si vuole soccombere. Adesso, però, pensiamo a come venir fuori da questo pasticcio in cui ti trovi, perché è il problema più impellente.

-  Va bene; allora fissa un appuntamento a breve. Questa storia mi sta tormentando abbastanza. Stavamo così bene; questo casino non ci voleva proprio. Maledette le banche e chi le ha create.

- Hai ragione; eppure si trattava di una semplice operazione, priva di qualsiasi rischio…

-  Lo so; non me lo ripetere, perché questo mi fa arrabbiare ancora di più. Almeno se avessi tentato un azzardo oggi me ne farei una ragione. Avrei potuto guadagnare molto in un sol colpo ma anche perdere tutto, e questo lo avrei messo in conto. Ma in questo modo scotta ancora di più…

- E’ così; purtroppo è così.

Marco stringe dolcemente a sé Loredana, come a volerla proteggere da quella sofferenza che la sta logorando e di cui si sente anche responsabile, pur senza averne avuto alcuna intenzione. Un abbraccio forte, intenso, che sprigiona un calore tra i due corpi e così, almeno per un momento, tutte le ansie e le preoccupazioni svaniscono. Loredana si lascia andare, e gioca dolcemente con Marco; lo stuzzica e lo provoca; lo fa fremere tutto, fino a far lievitare la sua sete d’amore. Marco impazzisce di piacere e la travolge con tutte le sue energie che ormai sono un fiume in piena che esonda senza più alcun freno. Con loro due la natura compie il suo disegno e non si trova messa in disparte, come solitamente in tanti ormai fanno, per il timore di non essere poi all’altezza dei compiti e impegni sociali che sono in attesa di cure. Per Loredana e Marco è stata bandita qualunque inutile breve pausa tra un amplesso e l’altro e ogni secondo è utile per continuare il gioco erotico e lo scambio di affetto e di dolci emozioni. Il tempo, però, è tiranno e quando si sta bene insieme con qualcuno, o si è impegnati in un’attività piacevole, vola velocemente. Loredana così è costretta a scappar via, perché si è fatto tardi e verso le ore ventuno arriveranno a casa sua degli amici. Un lungo bacio  suggella il momentaneo allontanamento, in attesa del prossimo appuntamento. Marco non la segue; non ha fretta e rimane disteso sul letto, mentre socchiude gli occhi per assaporare fino in fondo quel benessere fisico e psichico che ha raggiunto dopo quel rapporto così intenso, prolungato e profondo. Dal corridoio ode dei passi in avvicinamento; dei tacchi a spillo cadenzano un movimento rapido e sicuro. Sono accompagnati da un rumore di scarpa nuova, gommata, che ad ogni passo libera uno stridìo fastidioso. Forse è il pavimento ma certo con delle scarpe così è impossibile non richiamare l’attenzione. I passi s’interrompono. Una chiave gira nella toppa; un lungo cigolio, e si apre la porta, che subito si richiude. Marco sorride, mentre  immagina chi siano i nuovi arrivati. E’ un microcosmo dove s’intrecciano tante storie. Gli piace pensare a cosa potrebbero raccontare quelle stanze dell’albergo. Quanti mariti ci saranno passati, quando le loro mogli li sapevano al lavoro, o impegnati altrove; ma anche quante mogli, sulle quali i mariti avrebbero scommesso la testa. Ricorda anche quella notizia diffusa dalla stampa che moglie e marito, in compagnia dei loro amanti, si erano incontrati nello stesso albergo e che l’incontro era culminato in una rissa. Improvvisamente uno scuotimento in crescendo, un sussultorio e ondulatorio da capogiro, si abbatte sulla parete. Dalla stanza attigua si diffondono dei gemiti soffocati, sempre più alternati e prolungati; poi un urlo, di estremo piacere, squarcia il silenzio dell’albergo. <<Una donna riservata>> pensa Marco, che non trattiene una risata, subito però smorzata, per il disagio che avverte nel trovarsi “uditore” occasionale di una coppia senza volto, che pur trovandosi  nella stanza di un albergo consuma il rapporto come se fosse su di un’isola deserta.<<Spero che non abitino in condominio…altrimenti che festa la sera…>>, dice sorridendo ancora. Scende dal letto e lentamente  si riveste. Passa dall’ingresso, dove restituisce la chiave. Questa volta dietro al banco c’è la ragazza, che lo fissa in un modo inquietante. Poi gli sorride a labbra socchiuse come a volergli manifestare il suo gradimento ma anche la sua complicità. Ha una bocca stupenda. Marco non l’aveva mai notata come adesso. Avverte una strana sensazione, come una improvvisa eccitazione. Ricambia il sorriso e sul suo volto si legge <<devo sapere chi sei…>>.

Si avvia verso l’auto in sosta. La luce del giorno è ormai lontana e le ombre della sera ne hanno preso il posto. Si sofferma un po’ a guardarsi intorno, come non lo aveva mai fatto prima, pur conoscendo ormai bene quel luogo. Ricorda che all’inizio, prima di cominciare quella insolita relazione con Loredana, non sapeva neppure che quell’albergo esistesse. Rammenta che l’indirizzo glielo aveva dato un suo cugino, molto abile in questo genere di cose, che per un  certo periodo aveva molto frequentato quel posto, e che amava ricordarlo con la battuta <<Lì ho schiantato parecchi letti !>>. Quando gli chiese il consiglio su come trovare un “posticino”  suo cugino si mostrò entusiasta. Per lui fu anche l’occasione per snocciolare un lungo elenco di alberghetti “tranquilli”, come per dire <<se tanto mi dà tanto…>>. E, con un sospiro di chi un po’ rimpiange un periodo felice della propria vita, concluse: << Molti luoghi conosciuti, frequentati e… tante tacche sulla pistola…>>. Un cugino simpaticissimo, che nella sua vita quotidiana è uno stimato professionista; che non ha mai rinunciato alle sue “necessarie evasioni” – così le chiama, soprattutto quando si spertica per dimostrare la sua teoria secondo cui fanno passare il mal di testa -  e che ha sempre coltivato il culto dei grandi numeri.  Marco apre lentamente la portiera ed entra nell’auto. Infila la chiave e sta per accendere il motore quando giunge un’auto blu di grossa cilindrata. Ci sono due persone a bordo: un uomo e una donna.  Marco si attarda; ma non è curiosità la sua.  Non ha fretta, nella serata non ha impegni da sbrigare, perciò  ha voglia di lasciar scorrere ancora altro tempo. Rimane, così, ad osservare nel chiuso del suo abitacolo, favorito dal buio della sera. Dopo alcuni minuti finalmente i due scendono dall’auto. <<Ma quella è Paola !>> dice tra sé, sbalordito, con una smorfia di meraviglia. <<Ma che ci fa qui ? E chi è quello ?>>. Dall’aspetto, l’uomo che l’accompagna, dimostra un’età intorno ai cinquanta. E’ ben vestito, con un abito di buona sartoria. Un portamento sicuro, deciso, tipico di chi sa il fatto suo ed è abituato a comandare gli altri. Si gira intorno, come stesse indagando, ispezionando; forse un vizio professionale. <<Ma chi è quell’uomo ?>>, si domanda, ancora, Marco sempre di più incredulo, quasi che non gli sembri vero quello che sta osservando. L’uomo affianca Paola e la conduce per l’ingresso secondario. Poi va a prelevare la chiave e la raggiunge e si chiudono la porta alle spalle. <<Che strana la vita>>, commenta Marco, <<Ci sono sempre delle sorprese in agguato; ma forse è proprio questo il bello: guai a sapere in anticipo tutto quello che ci accadrà ! Quanti sogni svanirebbero. Ma anche quante inutili speranze>>. Gli viene di nuovo da sorridere, perché pensa ad un mago, alquanto folcloristico, nativo della sua zona, che una volta, per dare credibilità alle sue “previsioni” e rassicurare la sua clientela sulla sua infallibilità rese pubblica la data della sua morte, tanto da scriverla persino sulla sua tomba fatta costruire appositamente per l’evento pronosticato. Quando giunse l’anno e il giorno previsti il mago – purtroppo – (o per fortuna per lui), “scoppiava” di salute e a chi gli ricordava la sua errata preveggenza rispondeva: <<Anche i maghi possono sbagliare>>. Gli viene così da pensare a quanta gente sia sciocca, che ancora crede a tante fandonie, alla lettura delle carte, agli amuleti, agli oroscopi; ma anche a quante persone si approfittano della fame di speranza di tanti poveri disperati.  Accende il motore, i fari, gira l’auto e va via verso casa. Guida come un automa, con lo sguardo fisso sulla strada che gli corre incontro, mentre dalla radio accesa si diffonde la dolce melodia di What a Wonderful World, di Louis Amstrong. Il suo pensiero è però rimasto ancorato sulla scena di prima e così l’immagine di Paola lo assorbe completamente. Non se lo sarebbe mai aspettato. Si sente come se il suo animo fosse stato colpito da un meteorita in caduta libera dal lontano e profondo universo. E’ stordito, prova quasi un senso di vuoto, delle vertigini che gli fanno  girare intorno il mondo circostante. E’ crollata un’altra certezza. Paola ora non è più per lui la figlia illibata della sua amante; la ragazza col “filarino”. La vede adesso sotto una luce nuova, diversa da come l’aveva immaginata fino a quel momento. Ricorda il giorno in cui la conobbe in quel bar e la sera che la rincontrò per caso in pizzeria. Paola su di lui aveva fatto un grand’effetto. Avrebbe voluto conoscerla meglio, più intimamente, ma la relazione con la madre gli aveva fatto abbandonare qualunque proposito. Adesso che l’ha sorpresa in compagnia di quell’uomo sente  di non riuscire più ad arrestare quel suo dirompente desiderio di entrare nella sua vita privata, di conoscerla da vicino, dal di dentro, e con questo pensiero fisso nella mente completa il tragitto fino a casa.

 
 
 

LUSSURIA, CONSAPEVOLEZZA E DOLORE

Post n°220 pubblicato il 24 Settembre 2010 da tuttiscrittori
 

Lussuria, consapevolezza e dolore

 

Di Felice Accame, trasmesso su radiopopolare Milano il 16 maggio 2010

Di ritorno da Firenze, prendo il metrò per un pezzo, esco e aspetto il tram. Salgo in tram, l’altra sera, e respiro di sollievo perché non è strapieno. Ad un dato momento, mentre tra uno scossone e l’altro vago cercando di far passare il tempo, lo sguardo mi si posa su una signora. Bella, di una bellezza che, forse, sta sfiorendo, capelli non troppo lunghi e abbastanza curati,(...leggi tutto)

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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BOCCONCINI DI SCRITTURA - 3

 

Terzo bocconcino caldo caldo. Da sbocconcellare in pochi minuti. Questa volta parliamo un po' del punto di vista del narratore. Prima persona? Terza persona onnisciente o quasi? (entra)

 

 
 
 
 
 
 
 

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