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David Maria Turoldo

Post n°36 pubblicato il 04 Maggio 2010 da semplicecanto
 

David Maria Turoldo 

(al secolo Giuseppe) Turoldo

(Coderno, 22 novembre 1916Milano, 6 febbraio 1992)

è stato un religioso e poeta italiano dell'Ordine dei Servi di Maria

è stato uno dei più rappresentativi esponenti del rinnovamento del cattolicesimo della seconda metà del '900, il che gli valse il titolo di "coscienza inquieta della Chiesa"

Nono di dieci fratelli, Giuseppe Turoldo nacque a Coderno, frazione del paese friulano di Sedegliano, da una famiglia contadina, umile e molto religiosa.

Nel 2002 è stato istituito il premio nazionale di poesia alla memoria di David Maria Turoldo, a cura di Gian Mario Lucini (Comune di Sondrio)

Nel 1940 fu ordinato sacerdote entrando nell'Ordine religioso dei "Servi di Santa Maria". Soggiornò a Milano negli anni '40 fino a circa il 1953. Si trasfererì infine, dopo la morte di Giovanni XXIII, presso il Convento dei Servi di Maria in Sotto il Monte, paese del quale divenne cittadino onorario, istituendovi un Centro Studi, presso il quale attualmente alcuni confratelli studiosi stanno organizzando la sua vasta produzione letteraria e saggistica.
Socialmente e politicamente impegnato, aderì alla resistenza con il gruppo de "L'uomo", per una "scelta dell'umano contro il disumano". Ma questo suo impegno durò per tutta la vita (anche se egli esplicitamente non aderì a nessun partito politico), convinto che la "Resistenza sia sempre attuale" e interpretando il comando evangelico "essere nel mondo senza essere del mondo" come un "essere nel sistema senza essere del sistema". Il suo impegno politico e sociale fu anche caratterizzato da una profonda umanità che lo portava non certo ad odiare ma a cercare un confronto di idee deciso e talvolta duro, ma sempre dialettico ("Credo di non avere dei nemici… posso avere avversari, questo sì"). Non di rado le sue prese di posizione crearono notevole imbarazzo e furono causa di scandalo in taluni ambienti cattolici. Ma anche la politica e l'impegno sociale non furono che ambiti, luoghi nel quale il poeta entrò senza mai soggiornarvi, cosciente del fatto che la sua vita era al servizio della Parola (e del Silenzio), in senso cristiano ma anche artistico, da poeta investito di una vocazione artistica. Scrive Andrea Zanzotto: "Turoldo ha percepito dunque da sempre la centralità della parola, … e l'ha percepita proprio come una delle sedi più alte in cui la parola (che cristianamente è il Verbo, "era ed è presso Dio") verifica se stessa e il mondo".
Le sue doti retoriche si esprimono in maniera straordinaria non solo nella sua opera letteraria, ma anche (per chi ebbe l'occasione di ascoltarlo) nelle sue omelie, negli innumerevoli discorsi che egli "predicatore" tenne in oltre 50 anni di attività, negli incontri con gruppi di ogni ambito culturale e sociale. Fu, tra l'altro, predicatore incaricato presso il duomo di Milano dal 1943 al 1953 Mi piace ricordare questo aspetto, perché rappresenta forse la testimonianza più forte del suo slancio, della sua intelligenza, della sua creatività e capacità nel porgere una parola vera, allusiva, profonda. Passione per l'uomo e passione per Dio, forse queste sono le note caratteristiche, anche della sua poesia. "Difficilmente, infatti - scrisse Giovanni Giudici - si potrebbe reperire negli annali un esempio di così perentoria, sorprendentemente trasgressiva, coincidenza e inscindibilità tra vita ed opera, tra vocazione alla parola e testimonianza della parola".

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l'ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

Turoldo è anche il poeta cristiano che più d'ogni altro nel nostro secolo esprime la passione per il contrasto, lo stare fermamente dentro la Chiesa ma nello stesso tempo starvi criticamente, senza mollare mai d'un millimetro a minacce e lusinghe, opponendo fermamente ad ogni luogo comune e ad ogni perbenismo bigotto, una dialettica controllata da una coscienza aliena da compromessi, ostile a qualsiasi tentativo di distrarlo dalla coerenza con i suoi principi morali e religiosi, dall'imperativo della sua coscienza. In questo senso, la sua poetica si differenzia nettamente per una sua peculiarità, all'interno di una coscienza critica del cristianesimo contemporaneo, che vede ad esempio in Testori una diversa espressione: quest'ultimo infatti è lacerato dal dubbio e visibilmente a disagio di fronte all'incongruenza fede / vita, Turoldo invece è rivoluzionario proprio perché si abbandona a una fede cieca senza mai oscillare, facendone l'arma della sua cultura. Egli (con altri, come Padre Balducci, Don Milani , Padre Dossetti, Don Primo Mazzolari, ecc.) è uno degli esponenti più rappresentativi di un rinnovamento del cristianesimo e assieme di un nuovo umanesimo sociale che esprime una autentica novità socio-religiosa, certo ancora troppo superficialmente intesa e studiata, della seconda metà del '900.

Fra i motivi ricorrenti della sua poesia (non solo delle ultime opere) è il sentimento della morte, in un tempo che fa di tutto per dimenticarla e fuggirla ("per me la morte è sempre stata una coinquilina … sentita come una presenza che aiuta a vivere" - dice in una intervista). La morte per Turoldo è "senso della vita e concretezza di tutto quello che ho cantato". La morte aiuta a vivere perché aiuta a misurare le cose, a ritrovare il senso della speranza - altro tema ricorrente: ("vorrei tramandare questo scandalo della speranza" dice, mentre è già minato dal cancro allo stomaco).
La vita di Turoldo è una pro-vocazione, fino a quella morte così penosa: muore infatti di cancro il 6 febbraio del 1992. Il telegiornale di quel giorno ci fece ascoltare le ultime parole della sua ultima omelia che pronunciò smagrito e consumato dal suo male, e ripresa appena alcuni giorni prima di morire: furono parole di incitamento ad assistere le persone più bisognose, i malati, i poveri, gli oppressi di tutta la società. L'ultima parola pubblica che pronuncia è "cantare … portando il Cristo fra le braccia". E mi pare che questa sia la sintesi di tutta la sua vita di grande mistico, predicatore e poeta. Il suo linguaggio dunque è unico, come unica, testarda e passionale fino all'ossessione è la direzione della sua vita. Ogni suo scritto rimanda a un esame della relazione interpersonale fra Dio e l'uomo. Turoldo diventa quindi, anche nei suoi versi, salmista, predicatore, poeta, uomo infatuato dal divino, lucido teologo, mistico, appassionati difensore dei poveri, coscienza critica dell'ingiustizia e dell' "Epulone".

Ma l'opera di Turoldo merita un particolare sguardo anche dal punto di vista filosofico. Egli può dunque essere considerato il poeta del Nulla, come sottolinea Luciano Erba, oltre che dell'Essere. Il Nulla opposto all'Essere è il grande Tema che da Nietzsche in poi appassiona la filosofia occidentale: l'angoscia dell'uomo è infatti angoscia del Nulla, del non-senso, del relativo che scardina ogni certezza e consegna lo spirito e la mente al caos dell'insignificanza. Turoldo affronta da poeta questo argomento non tanto con intento "speculativo" ma perché, da mistico, lo sente sulla propria pelle. La lotta contro il Nulla si risolve nella costante riaffermazione dell'Essere, che è emozione poetica prima ancora che certezza religiosa o slancio mistico. Scrive Erba: "Vi è una simbologia, una topografia addirittura, del Nulla… col risultato che l'immagine, proprio perché tale, finisce col mettersi al servizio dell'Essere che voleva negare". E questa scoperta emotiva non ha neppure bisogno di una certezza di questo Essere: poco importa se Egli sia certezza mentale o reale, "se tale presenza verbale non sia poi la vera, la sola Presenza, il Vivente che fa muovere tutte le cose, il Verbo. Quand'anche Dio non fosse che una consonante: "e neppure quella"". Più che l'influsso della filosofia heideggeriana o degli esistenzialisti cristiani, troviamo qui l'influsso di Meister Eckhart e della scolastica. O anche del Cusano.
Se volessimo condensare in poche parole la sua poesia dovremmo dire: passione e insieme serenità, ricerca del silenzio per trovarvi la dimensione della trascendenza, abbandono di ogni velleità dell'Io e annullamento in Dio, sguardo fisso nel Nulla per evocare l'ineusauribilità dell'Essere, e una immensa carità (agàpe) per l'uomo:
"per me la poesia è lo stesso che continuare a pregare, a vivere, a respirare".
E, come afferma in un'intervista,
"quando si inizia con una preghiera e si finisce con una preghiera, si può cantare tutti i drammi del mondo".

...

In attesa che l’amico torni…

Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l’attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.

Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell’usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.

Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d’abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.

Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell’anima
e la discesa nelle profondità,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.

David Maria Turoldo

 
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