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"Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non vogliono essere schiavi" (Paolo Sylos Labini)

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LA LEGA DELL'AMORE (parte 1)

Post n°18 pubblicato il 12 Febbraio 2010 da filonline86
 
Foto di filonline86

È inutile girarci intorno: qualsiasi persona di buon senso è in grado di capire che se esistesse davvero un Partito dell’Amore, questo si alleerebbe con tutti ma non con la Lega. Perché? Ancora una volta i fatti parlano chiaro. Non c’è bisogno di opinioni, elucubrazioni e nemmeno di grandi inchieste. I leghisti non hanno mai avuto problemi a dire e fare in pubblico bassezze di ogni tipo.

 

Iniziamo dall’uomo simbolo della Lega, Umberto Bossi. Come scrivono Gomez e Travaglio in “Se li conosci li eviti”, il senatùr è stato condannato in via definitiva “per istigazione a delinquere, per aver incitato i suoi, in due comizi a Bergamo nel 1995, a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza». Tremaglia, suo futuro collega ministro, l’aveva denunciato. Altra condanna definitiva nel 2007 […] per vilipendio alla bandiera italiana, per aver dichiarato nel 1997: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Niente sospensione condizionale della pena, che però è coperta da indulto (che cancella anche quelle pecunarie fino a 10 mila euro): insomma, Bossi non pagherà nemmeno un euro. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato, per aver detto, sempre nel 1997, durante un comizio: «Il tricolore lo metta al cesso, signora... Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore»”.

 

Ci sono poi diversi parlamentari della Lega coinvolti negli stessi processi.  Il primo è il processo per resistenza a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ’96, la sede leghista di via Bellerio a Milano. A scontrarsi con i poliziotti non furono dei giovincelli facinorosi, bensì i distinti onorevoli Bossi, Calderoli, Casparini e Maroni.  I primi tre si sono salvati grazie alla prescrizione, l’ultimo (che è l’attuale Ministro degli Interni) è stato condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Il pacato Ministro, che oggi invoca misure restrittive sulle manifestazioni di piazza e su Internet, azzannò alla caviglia uno dei poliziotti.

L’altro processo in questione, invece, si sta svolgendo a Verona e riguarda le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996. È di qualche settimana fa la notizia che ben 36 camicie verdi sono state rinviate a giudizio con l’accusa di “costituzione di banda armata”. Tra loro spiccano il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, il deputato Matteo Bragantini e l’ex sindaco di Milano Formentini. Secondo il gup Veronica Rita Caccamo, la Guardia Padana avrebbe avuto come obiettivo lo scioglimento dello Stato attraverso la conquista dell’autonomia padana dall’Italia.

Dal rinvio a giudizio, invece, si sono salvati Calderoli, Maroni e Bossi grazie a una legge, approvata dalla maggioranza allo scadere dell'ultima legislatura di centro-destra, che ha riformato i primi due reati ad essi contestati (punibili ora solo in presenza di atti violenti), in modo da assicurarne la decadenza al processo di Verona. I reati in questione sono l’attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, per i quali la Camera ha regalato l’”insindacabilità” ai deputati imputati. Quasi che la Guardia Padana fosse un’”opinione”.

Tuttavia, nel 2005 la Lega non esitò a spendere parole d’amore verso l’allora procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che indagava su di loro. Il 13 febbraio, infatti, 10-15 mila fanatici organizzarono un corteo capitanato dal ministro Roberto Calderoli, che decise persino di deridere il procuratore indossando una toga. Gli slogan scanditi durante la sfilata furono “Papalia il tuo posto è in Turchia”, “Papalia terrone il tuo posto è in Meridione”, “Papalia il più terrone che ci sia”. Ma pare che i più alti esponenti della Lega non volessero proprio mischiarsi con la volgare folla, così decisero di placare gli animi con le seguenti dichiarazioni: “Magistrati facce di merda” (Mario Borghezio), “Papalia si crede Dio” (Luca Zaia), “Chi dice la verità sugli zingari ladri di bambini diventa razzista” (Flavio Tosi), “Gente così dovrebbe essere bandita dalla società civile e non fare più il magistrato” (Umberto Bossi). Il tutto condito da un falò di immaginarie sentenze e da una finta lapide dedicata al procuratore. Papalia fu poi promosso e trasferito a Brescia. Il nuovo procuratore, Mario Giulio Schinaia, fu quasi subito aggredito da una gang di giovani facinorosi, uno dei quali gli tirò una bottigliata sulla schiena fratturandogli la spalla. L’aggressore, 17 anni, appena arrestato dichiarò di odiare il magistrato perché indagava sulle bande giovanili violente di estrema destra.

Se volete approfondire il ruolo di Roberto Maroni (attuale Ministro dell’Interno, ricordiamocelo sempre!!) in questa vicenda, vi invito a leggere un’articolo apparso su la Repubblica il 12 maggio 2009 dal titolo “Maroni, la passione delle ronde. Nel '96 reclutava le Guardie padane”. Lo trovate tranquillamente su internet.

Ma sembra che Verona sia abituata a queste manifestazioni d’amore nei confronti di magistrati e stranieri. Pensate che il sindaco, Flavio Tosi, ha una condanna definitiva per propaganda razzista contro i rom. Nell’agosto-settembre 2001 la Lega Nord di Verona, infatti, aveva organizzato una campagna (“Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”) contro la comunità Sinta di Verona. Tosi, insieme ad altre 6 persone tra cui il deputato Matteo Bragantini (coinvolto anche nel processo delle camicie verdi sopra citato), fu accusato di istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nelle motivazioni, i giudici di primo grado scrissero che gli imputati avevano“diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato […] un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”. Il 30 gennaio 2007, la Corte d’appello di Venezia ha ridotto la pena da 6 a 2 mesi, assolvendo i leghisti dall'istigazione all'odio razziale, ma confermando la condanna per la propaganda razzista e i risarcimenti ai sette Sinti (2500 euro per ciascuno) e all’ente morale Opera Nomadi (8 mila euro), costituitisi parte civile.

 

Nel prossimo post…altri seminatori d’amore.

 

 
 
 

CHI SEMINA VENTO...? (parte 4)

Post n°17 pubblicato il 07 Febbraio 2010 da filonline86
 
Foto di filonline86

Gli attacchi alla magistratura hanno una storia lunga. Sono il cavallo di battaglia di Berlusconi & Co. sin dal giorno “della fatidica discesa in campo”.

Proprio in quegli anni si verificarono alcuni casi emblematici: fatti gravi e sconcertanti che furono l’assist ideale per chi voleva (e ancora vuole) distruggere la magistratura a suon di menzogne. Le menzogne a cui ancora oggi molti italiani credono principalmente perché queste, a differenza della verità, sono diffuse in maniera bipartisan. Come ha detto Giovanni Sartori: “dove la tv è autenticamente libera le bugie hanno le gambe corte, mentre da noi hanno gambe lunghissime”.

Facciamo degli esempi. All’epoca ci furono i cosiddetti “omicidi giudiziari”: indagati, morti suicidi o per cause naturali, la cui sorte fu attribuita ai pm che indagavano su di loro. Analizziamo brevemente il caso Caneschi e il caso Lombardini.

Sergio Caneschi era primario del Fatebenefratelli di Milano, socialista amico di Craxi, e fu arrestato per tangenti nel 1994. Morì per tumore nel 1995 e la sua vicenda fu trasformata in un nuovo caso Tortora dai giornali e dalle tv di Berlusconi.
I fatti in sintesi: Caneschi fu arrestato il 17 maggio 1994, in base alle accuse di sette testimoni, per due presunte concussioni ai danni di due pazienti. Avrebbe intascato, tra l’altro, 40 milioni dai genitori di un bimbo di 19 mesi, Guido Fontana, ricoverato per aneurisma e poi trasferito nella clinica privata La Madonnina nonostante, secondo i pm, il bambino potesse essere operato gratis nella struttura pubblica.
Caneschi passò in carcere solo quattordici giorni perché malato. Chiese gli arresti domiciliari e li ottenne, ma nel frattempo altre testimonianze portarono a galla un nuovo episodio di abuso d’ufficio e di concussione col solito passaggio dall’ospedale pubblico alla clinica privata. Tuttavia gli arresti domiciliari furono trasformati in divieto di esercizio della professione, sempre per motivi di salute.
Il 31 gennaio 1995 Caneschi morì, sette mesi dopo un intervento per un tumore polmonare. I  magistrati si videro addossare la colpa di questa morte e i familiari di Caneschi li denunciarono per presunte “sevizie” e per aver contestato la tentata evasione di Caneschi mentre era sotto i ferri.
Scrive Travaglio in “La scomparsa dei fatti”: “sia il pm che il gip verranno assolti con formula piena. Stessa sorte avrà il procedimento disciplinare, prontamente avviato dal solerte ministro Filippo Mancuso. Con queste motivazioni: i magistrati milanesi accolsero subito le richieste di arresti domiciliari e concessero tutti i permessi chiesti dall’indagato perché potesse farsi visitare e curare in ospedale. E la denuncia per tentata evasione? Il gip autorizzò Caneschi al ricovero in clinica per i giorni 6 e 7 giugno. Ma l’intervento venne rinviato di qualche giorno, Caneschi fu ricoverato soltanto l’11 giugno, senza che nessuno avvertisse l’autorità giudiziaria. I carabinieri incaricati della sorveglianza, non trovandolo in casa, segnalarono alla Procura la presunta evasione. Ma […] fu lo stesso Caneschi […] a riconoscere che «una più accurata vigilanza da parte del mio legale avrebbe evitato qualsiasi malinteso». Tanto basterebbe per evitare speculazioni su un caso così triste”.

Il caso Lombardini, invece, è la storia di un suicidio, anche questo attribuito all’”accanimento” dei pm nei confronti dell’indagato. Fra questi pm ce n’era uno tanto eccellente quanto scomodo: Gian Carlo Caselli. Fu proprio lui ad interrogare Luigi Lombardini, procuratore presso la Pretura di Cagliari, l’11 agosto 1998. L’interrogatorio durò 5 ore e si svolse nell’ambito delle indagini sul rapimento di Silvia Melis da parte dell’Anonima Sequestri. Lombardini fu sospettato di aver avuto un ruolo, insieme a un gruppo di faccendieri ed avvocati, nel convincere la famiglia Melis a pagare il riscatto in barba alla legge. A tirarlo in ballo fu proprio il padre di Silvia Melis, che denunciò di aver subito un’aggressione a volto semicoperto da parte di Lombardini, il quale gli avrebbe intimato di pagare un altro miliardo di riscatto (di qui l’accusa di tentata estorsione) e di scrivere una lettera per accusare falsamente i magistrati della Procura di Cagliari (n.b. Lombardini stava in Pretura) di essere d’accordo col pagamento illegale del riscatto (di qui l’accusa di falso e calunnia). La denuncia del signor Melis fu poi suffragata dall’effettivo ritrovamento della lettera nello studio dell’avvocato Antonio Piras e dagli scritti presenti nel diario dell’avvocato dei Melis, Luigi Garau, che confermarono punto per punto il racconto del padre di Silvia.
Ma quell’11 agosto, una volta concluso l’interrogatorio e prima che i magistrati potessero iniziare le perquisizioni, Lombardini si chiuse nel suo ufficio e si uccise con un colpo di pistola alla testa. Nell’ufficio vennero ritrovate carte compromettenti sulle sue attività segrete nei sequestri di persona e sul nascondiglio di Silvia Melis.
Ma giornali, tv, politici di ogni colore e persino alcuni magistrati non aspettavano altro. Ecco alcune delle accuse infamanti lanciate contro Caselli all’indomani del suicidio di Lombardini: “Alcune procure sono simili a terribili squadroni della morte[…]. Lo squadrone di Caselli quella immagine la evoca in modo sinistro” (Paolo Cirino Pomicino, Il Giornale); “I pm di Palermo sono degli sporchi assassini” (Nicky Grauso); “nell’interrogatorio di Lombardini poteva configurarsi un vero e proprio accanimento giudiziario” (Luigi Manconi, allora segretario dei Verdi); “troppe inchieste sono ormai segnate da eventi luttuosi […]. La ricerca della verità deve tener conto del dramma nel quale vive l’indagato” (Paolo Gambescia, allora direttore de L’Unità).
E ancora più interessante fu una telefonata intercettata il 12 agosto ’98 tra il finanziere-editore Nicky Grauso e l’allora direttore di Studio Aperto, Paolo Liguori. Tanto per capirci, Nicky Grauso, due giorni dopo questa telefonata, rivelò di aver pagato l’ultima rata di 1250 milioni per il riscatto di Silvia Melis, la cui liberazione sarebbe così costata 2650 milioni. Dichiarò, inoltre, che ad un certo punto erano in corso tre trattative per liberare Silvia: quella segreta del giudice Lombardini, che conosceva uno dei rapitori, quella ufficiale dello Stato e la sua personale. Paolo Liguori, da par suo, è un ex di Lotta Continua ed ha recentemente dichiarato: "io sono convinto che i lettori di Repubblica siano un popolo di imbecilli”.

Ecco gli stralci più significativi della telefonata tra questi due esemplari di dialogo, trasparenza e correttezza:
GRAUSO: ma, eh… dicevo…
LIGUORI: di lasciare aprire molto il ventaglio delle polem…, delle critiche e non chiuderle soltanto nell’ambito di Forza Italia, no?
G: esatto, anzi io direi a ques… siccome stavano arrivando polemiche anche dalla sinistra… [incomprensibile]
L: e come no, noi per esempio abbiamo intervistato Boato… poi…
G: qui […] si tratta di decidere se si vuole essere efficaci o vanitosi.
L: no, io credo che un questo momento bisogna… è molto meglio puntare sull’isolamento di Caselli
[…]
G: guarda che ce ne è tanto abbastanza, per cui questa è un’occasione irripetibile per fotterli, cioè io non penso che la storia ce ne offrirà altre così…
[…]
L: noi per esempio abbiamo dato stasera molto rilievo al medico di famiglia.
G: sì
L: incazzato, perchè dice “ma come gli si fa la camera ardente al Tribunale, dopo che lo hanno ammazzato in Tribunale?”.
[…]
G: io fra l’altro ho dato giù un Ansa, dove ho detto che nei prossimi giorni li denuncio per istigazione al suicidio o omicidio volontario.
L: sì, sì, son d’accordo con te, son d’accordo con te, infatti io ti ho messo un inviato lì, che è Angelo Macchiavello, e che ti seguirà tutti questi giorni. […]
G: ecco, quello che tu devi fare, è contattare io… non so, anche attraverso Previti o attraverso i tuoi canali, tutti quelli [inc.] di Forza Italia e dire state zitti per tre giorni.
L: e be’, ma mo’ glielo faccio dire direttamente da, glielo faccio dire direttamente da Cesare [forse Previti] [inc.].
G: compreso Berlusconi, stiano zitti, per tre giorni, me la vedo io.
[…]

Parole, complotti e infamità inutili perché l’interrogatorio di Lombardini davanti a Caselli si svolse in un’atmosfera di rara pacatezza: lo dimostra la registrazione in cui, alla fine, il difensore di Lombardini ringrazia i magistrati palermitani per la loro correttezza.
E ci sono le parole del Csm, che stabilì l’inesistenza di nessi causali tra le modalità di svolgimento degli atti processuali e la morte del giudice, in quanto i pm avevano fatto col massimo scrupolo e la massima prudenza il loro dovere.

Ma pensate che nel 1996 sembrava persino che Berlusconi avesse trovato la prova inconfutabile del complotto ordito da settori deviati della magistratura contro di lui. L’11 ottobre di quell’anno, infatti, il Cavaliere convocò una conferenza stampa per mostrare al mondo una microspia che disse di aver trovato tre giorni prima dietro il termosifone della sua residenza romana, proprio nel salone adibito alle riunioni con gli altri leader del Polo. Berlusconi parlò di un aggeggio “perfettamente funzionante”, in grado di trasmettere “fino a trecento metri di distanza”. È la prova che le “procure eversive” esistono davvero.
In realtà furono in molti a dubitare del buon funzionamento della microspia. Le dimensioni ciclopiche facevano pensare a una tecnologia non molto avanzata tanto che qualche giornale la ribattezzò “cimicione”. Maroni disse: “più che una cimice, pare una mozzarella…”. Solo lui ed Elio Veltri (allora deputato del PDS) ipotizzarono che il Cavaliere se la fosse piazzata da solo la cimice.
Seminatori d’odio, si direbbe oggi… perché tutti gli altri, invece, si sentirono in pericolo e, con l’occhio puntato ai termosifoni delle loro residenze (come invitò a fare Panorama), rilasciarono dichiarazioni come: “è un fatto grave, che testimonia il clima torbido di un paese inquinato da intrighi, manovre, veleni e sospetti” (Massimo D’Alema); “uno scandalo non inferiore al Watergate” (Rocco Bottiglione); “un’azione da professionisti, una sporca operazione a orologeria politica” (Bettino Craxi); “abbiamo uno Stato di Polizia che supera ogni record del passato. L’Inquisizione non aveva i mezzi tecnologici, ma chi ha piazzato quella microspia ha sicuramente superato Torquemada” (Saverio Vertone, Forza Italia); “siamo in pieno socialismo reale” (Vittorio Feltri, Il Giornale).

Qualche settimana dopo…la sorpresa. Scrive Marco Travaglio in La scomparsa dei fatti: “La procura di Roma appurerà che la microspia era un ferrovecchio inservibile da anni, per nulla funzionante. E che, a piazzarla in casa Berlusconi, non era stata una Procura deviata, ma un amico del capo della sicurezza di Berlusconi, incaricato di “bonificare” la residenza romana del Cavaliere. […] La notizia dell’archiviazione, però, verrà data dai giornali molto tempo dopo […] e in minuscoli trafiletti […]. Intanto la bufala dello spionaggio ai danni del premier avrà già sortito gli effetti sperati da chi l’aveva fabbricata: cementare la solidarietà di casta della classe politica contro una magistratura considerata sempre più minacciosa, invadente e disinvolta, e accelerare il passo verso la Bicamerale per riformare la Costituzione e rimettere in riga i giudici”.

Oggi non c’è neanche più bisogno di una nuova Bicamerale. Il PD promette di collaborare alle riforme a patto che non si facciano leggi ad personam che, però, gli passano sotto al naso al ritmo di una alla settimana.

Il Capo ha fretta, non ha più tempo. Ma, per sua fortuna, l’opinione pubblica è stata narcotizzata a dovere.

 

 
 
 

CHI SEMINA VENTO...? (parte 3)

Post n°16 pubblicato il 26 Gennaio 2010 da filonline86
 
Foto di filonline86

Per disturbare i sonni tranquilli degli oppositori di Silvio non basta un Feltri qualunque: ci vuole anche qualche picchiatore (stavolta nel senso fisico del termine) e qualche personaggino che non si faccia nessuno scrupolo a lanciare minacce mafiose al primo che osa alzare la testa.

È successo, ad esempio, a Gianfranco Mascia e Filippo Boriani, promotori del comitato Boicotta Biscione (Bo. Bi.). Mascia, tra il ’93 e il ’94, ricevette dapprima un avvertimento anonimo sul telefonino, che diceva: “Smettila di rompere i coglioni. Sei una testa di cane. Bastardo. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio Forever”. E successivamente fu aggredito da due uomini a volto scoperto che lo immobilizzarono e lo violentarono con una scopa. Boriani, invece, ricevette per posta una busta con una lingua di vitello mozzata e un biglietto: “La prossima sarà la tua”.

Nell’autunno del ’94, i tabulati telefonici confermarono che persino dalla sede di Publitalia (agenzia di raccolta pubblicitaria allora guidata da Dell’Utri) erano partite telefonate intimidatorie. A riceverle fu Edoardo Pizzotti, direttore Affari Legali di Publitalia, che fu licenziato dopo il rifiuto di coprire le attività  illegali legate all’inquinamento delle prove delle false fatture dell’azienda. Pizzotti, tuttavia, non si fece spaventare dalle telefonate anonime e nel ’95 testimoniò contro Dell’Utri al processo di Torino. Subito dopo, mentre si trovava nel centro di Milano, Pizzotti fu avvicinato da due figuri che con accento campano gli dissero: “Guarda che ti facciamo scoppiare la testa”.

Nello stesso anno Stefania Ariosto iniziò a raccontare al magistrato Ilda Boccassini quel che sapeva sui giudici comprati da Previti coi soldi di Berlusconi. Nonostante la notizia fosse rimasta segreta per sette mesi, qualcuno lo venne a sapere e la Ariosto, alla vigilia di Natale, ricevette un pacco con all’interno un coniglio scuoiato e sgozzato immerso nel sangue. Sei mesi dopo bruciò la villa di Chiara Beria di Argentine, la vicedirettrice dell’Espresso che all’Ariosto e alla Boccassini aveva dedicato molti servizi.

Più recentemente è esplosa l’auto di Barbara Montereale, una delle escort di Palazzo Grazioli insieme a Patrizia D’Addario che, invece, è stata derubata in casa di gran parte dei suoi vestiti e di diversi cd audio. La D’Addario aveva registrato l’audio dei suoi incontri con Berlusconi.

 

Di recente fattura è anche il pedinamento giornalistico-mafioso del giudice Mesiano ad opera di un servo berlusconiano come Claudio Brachino. Mesiano aveva appena condannato la Fininvest di Marina Berlusconi a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con la somma record di 750 milioni perché la corruzione perpetrata dagli avvocati Fininvest per ottenere (illegittimamente) la Mondadori aveva provocato alla Cir non solo un danno patrimoniale ma anche una “perdita di chance” economiche. Dettagli inutili per chi di mestiere fa il servo e non il giornalista. Brachino, lo scorso ottobre ha, infatti, filmato di nascosto il giudice Mesiano in una normale mattinata di pausa dal lavoro. Un pedinamento volto a mostrare le inesistenti stravaganze del giudice e, soprattutto, ad informare l’interessato che “qualcuno lo tiene d’occhio”. Come ha detto il giudice del Csm Petralia: “Un giudice pedinato. L’hanno fatto solo i servizi e la mafia” .

 

Dei pedinamenti dei Servizi Segreti parlerò in un altro post. Ora, però, vorrei chiudere con un paio di informazioni su Fabrizio Cicchitto, il capogruppo del PdL alla Camera, che ha parlato di Repubblica, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano e Annozero come facenti parte di un “network dell’odio”.

Purtroppo pochi sanno che Cicchitto è stato iscritto alla P2, tessera n. 2232. Per chi non lo sapesse, la P2 era uno loggia massonica segreta con evidenti fini di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale italiano. L’ingresso di Cicchitto nella P2 risale al 12 dicembre 1980.

E ancora meno persone conoscono un discorso che Cicchitto tenne alla Camera il 13 maggio 1977,  all’indomani della morte di Giorgiana Masi in una manifestazione radicale non autorizzata. Cicchitto, in merito ai provvedimenti restrittivi sulle manifestazioni di piazza adottati dal governo Andreotti simili a quelli che vorrebbe oggi il ministro Maroni, disse: “Non posso non contestare le direttive impartite alle forze dell’ordine: un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse alla piazza, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati né violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo pericoloso, grave e drammatico. […] Da parte di ben determinati settori del potere si investono le forze dell’ordine cercando di determinare uno spostamento a destra, un riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro con i manifestanti. […] Le forze democratiche giovanili debbono comprendere a quale pericolo di scontri e a quali trappole sono di fronte. […] E’ in atto uno sgretolamento dello Stato o un tentativo diretto a cambiare il volto dello stesso Stato uscito dalla resistenza, per edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione”.

Posizioni nobili, di forte passione democratica che, tuttavia, abbandonò solo 3 anni dopo affiliandosi alla P2.

Ma per completare il mosaico del trasformismo di Cicchitto manca un tassello: il suo rapporto con Bettino Craxi. Oggi, al pari dei ¾ della classe politica italiana, lo dipinge come un grande statista perseguitato da giudici disonesti e comunisti. Ma ieri, e più precisamente nel 1993, parlava così: Ho capito che Bettino Craxi e Claudio Martelli c’entrano dentro fino al collo con Gelli e Ortolani (numeri uno e due della P2, ndr). Ad esempio, la storia dei 30 milioni di dollari, del conto Protezione, non è mica uno scherzo. C’è da credere davvero che in quegli anni, con tutti quei soldi, si siano comprati il Psi. […] La P2 era una struttura piramidale e al punto più basso c’erano solo gli stronzi. […] Io credevo che la P2 fosse poco più di uno scherzo. Rimasi pietrificato. Vede, un generale che progetta un golpe sa che gli può andare bene come gli può andare male. Ma uno che si ritrova in mezzo a una cosa del genere senza saperlo al massimo può suicidarsi”.

Sapete a chi rilasciò quest’intervista? Ad Augusto Minzolini. Come cambiano i tempi.

 

 
 
 

CHI SEMINA VENTO...? (parte 2)

Post n°15 pubblicato il 19 Gennaio 2010 da filonline86
 
Foto di filonline86

In questo e nel prossimo post vorrei parlare delle campagne intimidatorie e diffamatorie portate avanti dagli “uomini di Berlusconi” in questi 15 anni.

Per essere chiaro, ritengo si possa definire “campagna d’odio” la pubblicazione di notizie false su un individuo spacciandole per vere, con conseguente manifestazione di opinioni volte a minare la credibilità del personaggio stesso.

Un altro metodo, forse ancora più mafioso, è quello di tenere nel cassetto una serie di notizie, interviste, indiscrezioni per poi pubblicarle al “momento giusto”. Il concetto di base è molto semplice: “io ho una notizia su di te. Se tu fai il bravo non la pubblico, ma se ti metti di traverso sarò costretto a pubblicarla per farti fuori”. Capite da soli che tutto ciò non ha niente a che fare con la parola “giornalismo”.

 

Iniziamo, dunque, a rinfrescarci la memoria parlando della campagna anti-Di Pietro inaugurata da Vittorio Feltri nel 1995.

La storia è questa: per oltre due anni, Il Giornale accusò Di Pietro di essersi intascato 4 o 5 miliardi di lire che gli sarebbero stati versati, tramite l’amico costruttore Antonio D’Adamo, dal finanziere plurinquisito Pierfrancesco Pacini Battaglia, in cambio del salvataggio giudiziario di quest’ultimo. Ovviamente Feltri non aveva uno straccio di prova per suffragare la pesante accusa. L’unica fragile prova era rappresentata da un colloquio tra D’Adamo e Berlusconi, che lo stesso Cavaliere pensò bene di registrare per poi consegnarlo ai giudici di Brescia. “Notizie agghiaccianti, fatti di eccezionale gravità, roba da galera” disse Berlusconi ai giornalisti. Ma ciò che D’Adamo racconta nella registrazione è una bufala (il costruttore era indebitato fino al collo ed evidentemente voleva batter cassa anche da Silvio) e Berlusconi consegnò ai giudici solo una versione riveduta della registrazione, con opportuni “taglia-e-cuci”.

Il colloquio, oltretutto, avvenne pochi giorni dopo un intervento di Di Pietro a Cernobbio, in cui questi annunciò di volersi battere contro i progetti di amnistia su Tangentopoli. A quel punto Berlusconi telefonò a D’Adamo e, senza sapere di essere intercettato dai pm bresciani, gli disse: “Il suo amico ha dato fuori di testa, bisogna che lei si prepari, siamo nelle sue mani!”. Così, 6 giorni dopo le parole di Di Pietro, D’Adamo varcò i cancelli della villa di Arcore per dare vita al colloquio.

Feltri non potè credere ai suoi occhi e partì all’attacco riesumando anche un’intervista che Andrea Pasqualetto fece a Maurizio Raggio, faccendiere craxiano all’epoca latitante in Messico. L’intervista fu pubblicata il 23 dicembre 1995 (il giorno dopo gli otto rinvii a giudizio per Di Pietro, poi respinti in blocco dal gip) nonostante fosse stata realizzata a luglio… la deontologia professionale per Feltri è sempre stata una perfetta sconosciuta. Titolo in prima pagina: “Dal Messico gravi accuse a Di Pietro. Raggio dice che Pacini Battaglia ha dato una valigetta contenente 5 miliardi a Lucibello perché la consegnasse a Di Pietro. Brescia indaga”.

E non solo Brescia. Si aggiunse anche il Gico di Firenze che tappezzò di cimici gli uffici di Pacini carpendo, tra le altre cose, una frase molto chiara: “Io a Di Pietro [i soldi] non glieli ho dati”. Ma il Gico procedette comunque all’arresto di Pacini, in concerto con i pm di Brescia che fecero perquisire Di Pietro da 250 finanzieri…manco fosse un boss mafioso.

 

Di Pietro fu anche interrogato dai magistrati il 2 luglio 1995: 18 ore ininterrotte presso la questura di Brescia. Il fido Emilio Fede non potè astenersi dal fare il suo show: piazzò sotto la questura l’inviato Mario Marchi che durante il Tg delle 19.00 produsse uno scoop-bufala che fece balzare sulla sedia mezza Italia. Ecco uno stralcio dello scambio di battute che avvenne in diretta tra i due pseudo-giornalisti:

FEDE: “Il nostro Mario Marchi ha ricevuto una telefonata, però era anonima, nella quale si annuncia una certa vicenda”

[…]

MARCHI: “Ho ricevuto sul cellulare una telefonata anonima […] che mi dava questa importante notizia collegata a un sospetto che potrebbe balenare nella mente di qualcuno, dopo dodici ore di interrogatorio…”.

 

Lo scoop doveva essere l’arresto imminente di Di Pietro, il simbolo di Mani Pulite. Ma l’ex magistrato non solo non venne arrestato, ma fu totalmente prosciolto dalle accuse della procura di Brescia, prontamente imbeccata da una serie di inquisiti del giro berlusconiano.

La campagna giornalistica di Feltri, così, si interruppe bruscamente sabato 8 novembre 1997 con le scuse dalle pagine de Il Giornale. Frasi come “il tesoro di Di Pietro non c’è”, “ti stimavo e non ho mai cambiato idea”, “Di Pietro è immacolato” fecero infuriare Berlusconi che ordinò al fratello, proprietario della testata, di licenziare Feltri. Il momento, infatti, era molto delicato: stavano per tenersi le elezioni suppletive senatoriali nel collegio Mugello, e a contendersi la vittoria c’erano lo stesso Di Pietro e il berlusconiano Giuliano Ferrara. Le scuse di Feltri, dunque, furono un autentico autogol che portarono al trionfo di Di Pietro. Come ha scritto Travaglio in La scomparsa dei fatti riferendosi a Feltri: “In qualunque altro paese, incluse probabilmente le repubbliche delle banane, la sua carriera sarebbe finita per sempre. Nessuno si fiderebbe più di uno così, non solo come direttore, ma financo come notista gastronomico”.

 

E invece no, Feltri ha continuato la sua carriera giornalistica e nel 2009 è tornato a dirigere Il Giornale per dare vita a un vero e proprio massacro contro tutti gli oppositori del premier. Anche quelli interni, ci mancherebbe.

Il primo a farne le spese è stato Dino Boffo, ormai ex direttore di Avvenire, il quale aveva osato criticare Berlusconi per la vicenda delle “escort” a Palazzo Grazioli. Aveva criticato la condotta immorale del Cavaliere e allora Feltri, per dimostrare “il doppiopesismo di certa stampa” , ha tirato fuori una vicenda del 2004. Più precisamente, ha dato notizia di una condanna, a carico di Boffo, a pagare un’ammenda di 500 euro per aver molestato telefonicamente una donna. Praticamente l’ex direttore di Avvenire fu rinviato a giudizio il 19 agosto 2004 ma poi il processo non si tenne perché l’imputato chiese di patteggiare la pena: per questo gli fu comminata una semplice ammenda.

La storia è vera, anche se non è una notizia perché ne aveva già parlato Mario Adinolfi sul suo blog.

Il problema è che Il Giornale ha detto ai suoi lettori che insieme all’ordinanza di rinvio a giudizio nei confronti di Boffo, fu diramata un’informativa in cui si spiegavano le ragioni del rinvio stesso.

L’informativa diceva: “[…] Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un'ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela […]”.

Stando alla ricostruzione di Feltri, sembrerebbe trattarsi di un’informativa giudiziaria o poliziesca. Peccato che il giorno dopo la stessa informativa è stata pubblicata dal Corriere della Sera che ha svelato la vera entità del documento: una lettera anonima, dal titolo “Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza”, che fu inviata alle gerarchie ecclesiastiche dopo il patteggiamento di Boffo (con allegato l’atto di rinvio a giudizio).

Dunque Feltri, oltre ad aver pubblicato un documento anonimo, non verificabile e non attendibile, ha persino violato le più semplici norme della logica: come può un'ordinanza di rinvio a giudizio, nella quale il giudice dispone che il dott. Boffo venga processato, essere accompagnata da un documento in cui si dice già che l’imputato è stato condannato alla pena dell'ammenda di 516 euro? Sono due fasi diverse: il rinvio a giudizio viene prima, la sentenza di condanna o il patteggiamento vengono dopo.

Ma questo a Feltri non interessava, l’importante era portare Dino Boffo alle dimissioni (cosa che è avvenuta pochi giorni dopo) e far capire agli avversari del suo padrone che continuare a mettersi di traverso avrebbe potuto rivelarsi una strategia improvvida. E infatti gli attacchi e le minacce sono continuati soprattutto nei confronti di Gianfranco Fini, uno che da un po’ di tempo non ne vuol più  sapere di stare zitto ogni volta di fronte alle sparate di Silvio e dell’allegra combriccola.

Lo scorso 4 dicembre, però, ecco il miracolo: Feltri ha ammesso che la storia del Boffo omosessuale attenzionato dalla polizia e dell’informativa era tutta una bufala. Scrive Feltri: “personalmente non mi sarei mai occupato di Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato. […] Forse sarebbe rimasta piccina (la vicenda, nda) se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di secretare il fascicolo, l’avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. […] Boffo ha saputo aspettare tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione”. Ma ormai la frittata era fatta. Boffo eliminato. Obiettivo raggiunto.

 

 
 
 

CHI SEMINA VENTO...? (parte 1)

Post n°14 pubblicato il 04 Gennaio 2010 da filonline86
 
Foto di filonline86

''Ieri ho fatto una distinzione assai netta tra coloro che hanno fatto una campagna di odio e quelle forze dell'opposizione che hanno fatto una normale dialettica politica. […] deve essere chiaro che non ci genuflettiamo e non facciamo passi indietro rispetto a chi ha fatto una campagna di odio in questo paese'' (Fabrizio Cicchitto, 16 dicembre 2009).

E allora, vediamo cosa hanno dichiarato Berlusconi, i suoi alleati e i suoi giornalisti in questi 15 anni:

-         "Veltroni è un coglione" (Berlusconi, 3/9/95).

-         "Veltroni è un miserabile" (Berlusconi, 4/4/2000).

-         "Giuliano Amato, l'utile idiota che siede a Palazzo Chigi" (Berlusconi, 21/4/2000). 

-         "La Bindi e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per rubare di notte" (Berlusconi, 29/9/96).

-         "Prodi è la maschera dei comunisti" (Berlusconi, 22/5/2003).

-         "Prodi è un gran bugiardo pericoloso per tutti noi" (Berlusconi, 21/10/2006).

-         "Prima delle elezioni ho potuto incontrare due sole volte in tv il mio avversario, e con soli due minuti e mezzo per rispondere alle domande del giornalista e alle stronzate che diceva Prodi" (Berlusconi alla scuola di formazione politica di Forza Italia, 2 luglio 2007).

-         “Il centrosinistra? Mentecatti, miserabili alla canna del gas” (Berlusconi, 4/4/2000).

-         "Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò" (inaugurando la presidenza italiana dell’Unione europea e rispondendo a una domanda del capogruppo socialdemocratico, il tedesco Martin Schulz, sul conflitto d’interessi, 2 luglio 2003).

-         "Sono in politica perché il Bene prevalga sul Male. Se la sinistra andasse al governo l’esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo” (Berlusconi, 17/1/2005). 

-         “Lei ha una bella faccia da stronza!” (alla signora riminese Anna Galli, che lo contestava, 24/7/ 2003).

-         “Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D’Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot” (Berlusconi, 14 dicembre 2005).

-         "Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare facendo il proprio disinteresse" (discorso di Berlusconi davanti alla Confcommercio il 4/4/2006).

-          Follini: “Sulle reti Mediaset ho avuto 42 secondi in un mese”. Berlusconi: “Non dire sciocchezze, la verità è che su Mediaset nessuno ti attacca mai”. Follini: “Ci mancherebbe pure che mi attacchino”. Berlusconi: “Se continui così, te ne accorgerai. Vedrai come ti tratteranno le mie tv”. Follini: “Voglio che sia chiaro a tutti che sono stato minacciato” (Discussione con l’Udc Marco Follini, secondo i quotidiani dell’11 luglio 2004). 

-         “I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana... Se fai quel mestiere, devi essere affetto da turbe psichiche” (Berlusconi, The Spectator, 10/9 2003).

-         “In tutti i settori ci possono essere corpi deviati. Io ho una grandissima stima per la magistratura, ma ci sono toghe che operano per fini politici. Sono come la banda della Uno bianca” (Berlusconi, dopo l’arresto del giudice Renato Squillante, 14/5/96. Ma il riferimento è per quelli che l’hanno arrestato).

-         “I Ds sono i mandanti delle toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (Berlusconi, 1/12/99).

-         “I giudici di Mani Pulite vanno arrestati, sono un’associazione a delinquere con licenza di uccidere che mira al sovvertimento dell’ordine democratico” (Vittorio Sgarbi, “Sgarbi quotidiani”, Canale5, 16/9/94).

-         “Gian Carlo Caselli è una vergogna della magistratura italiana, siamo ormai in pieno fascismo: si comporta come un colonnello greco, in modo dittatoriale, arbitrario, intollerante. I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte” (Vittorio Sgarbi, 8/12/94).

-         “Nelle mie televisioni private non ci sono mai state trasmissioni con attacchi, perchè noi siamo liberali” (Berlusconi, 21/ 5/2006).

-         "Si è messo mano all’arma dei processi politici per eliminare l’opposizione democratica. Non siamo più una democrazia, ma un regime. Da oggi la nostra opposizione cessa di essere opposizione a un governo e diventa opposizione a un regime" (Berlusconi, dopo una condanna in primo grado tangenti, 8/8/98).

-         “La libertà non si può più conquistare in Parlamento, ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione. Senza la devoluzione, da qui possono partire ordini di attacco dal Nord. Io sono certo di avere dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà” (Umberto Bossi al “parlamento padano”, presente Berlusconi, Ansa, 29/9/2007).

-         "Boicotteremo il Parlamento, abbandoneremo l’aula, se necessario daremo vita a una resistenza per riconquistare la libertà e la democrazia” (Berlusconi, 3/3/95).

-         "In Italia c’è uno Stato manifesto, costituito dal governo e dalla sua maggioranza in Parlamento, e c’è uno Stato parallelo: quello organizzato in forma di potere dalla sinistra nelle scuole e nelle università, nel giornalismo e nelle tv, nei sindacati e nella magistratura, nel Csm e nei Tar, fino alla Consulta. Se si consentirà a questo Stato occulto di unirsi allo Stato palese, avremo in Italia un regime vendicativo e giustizialista, mascherato di legalità e ostile a tutto ciò che è privato" (Berlusconi, 5/4/2005).

-         "Adesso diranno che offendo il Parlamento ma questa é la pura realtà: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti" (Berlusconi, 21/5/2009) 

-         “Il presidente Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista” (Berlusconi, La Stampa, 16/1/95).

-         "Altro che impeachment! Scalfaro andrebbe processato davanti all’Alta Corte per attentato alla Costituzione” (Berlusconi 18/1/95).

-         "Ma vaffanculo!" (Berlusconi, accompagnando l’insulto con un gesto della mano, mentre il presidente emerito Scalfaro denuncia in Senato il «servilismo» della politica estera del suo governo nei confronti degli Usa sull’Iraq, 27/9/2002).

-         "Italia vaffanculo" (Tre eurodeputati leghisti, commentando in aula a Strasburgo l'intevento del presidente Carlo Azeglio Ciampi, 5/7/05).

-         "Questi signori, che hanno vinto delle elezioni taroccate, hanno arrogantemente messo le mani sulle istituzioni: il presidente della Repubblica è uno di loro" (Berlusconi, riferendosi al presidente, Giorgio Napolitano, 21/10/06).

 

Un ringraziamento particolare a Il Fatto Quotidiano per aver pubblicato queste dichiarazioni.

 

Ed eccone un altro paio, per chiudere in bellezza:

-         “E’ in atto una campagna d’odio contro di me, il fascismo e l’Italia”

            (Benito Mussolini, 1932).

-         “C’è uno strumento politico, ed è il partito comunista: ci sono i Caselli, i Violante, poi c'è questo Arlacchi che scrive i libri…Ecco secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi dei comunisti. E la legge sui pentiti dev’essere abolita, perché sono pagati per inventare le cose, sono gestiti…e fanno il loro mestiere. E poi uno dice quel che dice l’altro”

      (Totò Riina, 25 maggio 1994).

 

Vi dicono qualcosa?

 

Nel prossimo post: le campagne giornalistiche del camerata Feltri e di Mediaset, le aggressioni fisiche, le minacce di stampo mafioso e qualche retroscena sul delizioso “falco azzurro” Fabrizio Cicchitto.

 

 

 

 
 
 
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