Area personale
Tag
Cerca in questo Blog
Menu
Ultimi commenti
Chi può scrivere sul blog
|
Post n°18 pubblicato il 12 Febbraio 2010 da filonline86
È inutile girarci intorno: qualsiasi persona di buon senso è in grado di capire che se esistesse davvero un Partito dell’Amore, questo si alleerebbe con tutti ma non con la Lega. Perché? Ancora una volta i fatti parlano chiaro. Non c’è bisogno di opinioni, elucubrazioni e nemmeno di grandi inchieste. I leghisti non hanno mai avuto problemi a dire e fare in pubblico bassezze di ogni tipo.
Iniziamo dall’uomo simbolo della Lega, Umberto Bossi. Come scrivono Gomez e Travaglio in “Se li conosci li eviti”, il senatùr è stato condannato in via definitiva “per istigazione a delinquere, per aver incitato i suoi, in due comizi a Bergamo nel 1995, a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza». Tremaglia, suo futuro collega ministro, l’aveva denunciato. Altra condanna definitiva nel 2007 […] per vilipendio alla bandiera italiana, per aver dichiarato nel 1997: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Niente sospensione condizionale della pena, che però è coperta da indulto (che cancella anche quelle pecunarie fino a 10 mila euro): insomma, Bossi non pagherà nemmeno un euro. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato, per aver detto, sempre nel 1997, durante un comizio: «Il tricolore lo metta al cesso, signora... Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore»”.
Ci sono poi diversi parlamentari della Lega coinvolti negli stessi processi. Il primo è il processo per resistenza a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ’96, la sede leghista di via Bellerio a Milano. A scontrarsi con i poliziotti non furono dei giovincelli facinorosi, bensì i distinti onorevoli Bossi, Calderoli, Casparini e Maroni. I primi tre si sono salvati grazie alla prescrizione, l’ultimo (che è l’attuale Ministro degli Interni) è stato condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Il pacato Ministro, che oggi invoca misure restrittive sulle manifestazioni di piazza e su Internet, azzannò alla caviglia uno dei poliziotti. L’altro processo in questione, invece, si sta svolgendo a Verona e riguarda le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996. È di qualche settimana fa la notizia che ben 36 camicie verdi sono state rinviate a giudizio con l’accusa di “costituzione di banda armata”. Tra loro spiccano il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo, il deputato Matteo Bragantini e l’ex sindaco di Milano Formentini. Secondo il gup Veronica Rita Caccamo, la Guardia Padana avrebbe avuto come obiettivo lo scioglimento dello Stato attraverso la conquista dell’autonomia padana dall’Italia. Dal rinvio a giudizio, invece, si sono salvati Calderoli, Maroni e Bossi grazie a una legge, approvata dalla maggioranza allo scadere dell'ultima legislatura di centro-destra, che ha riformato i primi due reati ad essi contestati (punibili ora solo in presenza di atti violenti), in modo da assicurarne la decadenza al processo di Verona. I reati in questione sono l’attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, per i quali la Camera ha regalato l’”insindacabilità” ai deputati imputati. Quasi che la Guardia Padana fosse un’”opinione”. Tuttavia, nel 2005 la Lega non esitò a spendere parole d’amore verso l’allora procuratore capo di Verona, Guido Papalia, che indagava su di loro. Il 13 febbraio, infatti, 10-15 mila fanatici organizzarono un corteo capitanato dal ministro Roberto Calderoli, che decise persino di deridere il procuratore indossando una toga. Gli slogan scanditi durante la sfilata furono “Papalia il tuo posto è in Turchia”, “Papalia terrone il tuo posto è in Meridione”, “Papalia il più terrone che ci sia”. Ma pare che i più alti esponenti della Lega non volessero proprio mischiarsi con la volgare folla, così decisero di placare gli animi con le seguenti dichiarazioni: “Magistrati facce di merda” (Mario Borghezio), “Papalia si crede Dio” (Luca Zaia), “Chi dice la verità sugli zingari ladri di bambini diventa razzista” (Flavio Tosi), “Gente così dovrebbe essere bandita dalla società civile e non fare più il magistrato” (Umberto Bossi). Il tutto condito da un falò di immaginarie sentenze e da una finta lapide dedicata al procuratore. Papalia fu poi promosso e trasferito a Brescia. Il nuovo procuratore, Mario Giulio Schinaia, fu quasi subito aggredito da una gang di giovani facinorosi, uno dei quali gli tirò una bottigliata sulla schiena fratturandogli la spalla. L’aggressore, 17 anni, appena arrestato dichiarò di odiare il magistrato perché indagava sulle bande giovanili violente di estrema destra. Se volete approfondire il ruolo di Roberto Maroni (attuale Ministro dell’Interno, ricordiamocelo sempre!!) in questa vicenda, vi invito a leggere un’articolo apparso su la Repubblica il 12 maggio 2009 dal titolo “Maroni, la passione delle ronde. Nel '96 reclutava le Guardie padane”. Lo trovate tranquillamente su internet. Ma sembra che Verona sia abituata a queste manifestazioni d’amore nei confronti di magistrati e stranieri. Pensate che il sindaco, Flavio Tosi, ha una condanna definitiva per propaganda razzista contro i rom. Nell’agosto-settembre 2001 la Lega Nord di Verona, infatti, aveva organizzato una campagna (“Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”) contro la comunità Sinta di Verona. Tosi, insieme ad altre 6 persone tra cui il deputato Matteo Bragantini (coinvolto anche nel processo delle camicie verdi sopra citato), fu accusato di istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nelle motivazioni, i giudici di primo grado scrissero che gli imputati avevano“diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato […] un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”. Il 30 gennaio 2007, la Corte d’appello di Venezia ha ridotto la pena da 6 a 2 mesi, assolvendo i leghisti dall'istigazione all'odio razziale, ma confermando la condanna per la propaganda razzista e i risarcimenti ai sette Sinti (2500 euro per ciascuno) e all’ente morale Opera Nomadi (8 mila euro), costituitisi parte civile.
Nel prossimo post…altri seminatori d’amore.
|
|
Post n°17 pubblicato il 07 Febbraio 2010 da filonline86
Gli attacchi alla magistratura hanno una storia lunga. Sono il cavallo di battaglia di Berlusconi & Co. sin dal giorno “della fatidica discesa in campo”. Proprio in quegli anni si verificarono alcuni casi emblematici: fatti gravi e sconcertanti che furono l’assist ideale per chi voleva (e ancora vuole) distruggere la magistratura a suon di menzogne. Le menzogne a cui ancora oggi molti italiani credono principalmente perché queste, a differenza della verità, sono diffuse in maniera bipartisan. Come ha detto Giovanni Sartori: “dove la tv è autenticamente libera le bugie hanno le gambe corte, mentre da noi hanno gambe lunghissime”. Facciamo degli esempi. All’epoca ci furono i cosiddetti “omicidi giudiziari”: indagati, morti suicidi o per cause naturali, la cui sorte fu attribuita ai pm che indagavano su di loro. Analizziamo brevemente il caso Caneschi e il caso Lombardini. Sergio Caneschi era primario del Fatebenefratelli di Milano, socialista amico di Craxi, e fu arrestato per tangenti nel 1994. Morì per tumore nel 1995 e la sua vicenda fu trasformata in un nuovo caso Tortora dai giornali e dalle tv di Berlusconi. Il caso Lombardini, invece, è la storia di un suicidio, anche questo attribuito all’”accanimento” dei pm nei confronti dell’indagato. Fra questi pm ce n’era uno tanto eccellente quanto scomodo: Gian Carlo Caselli. Fu proprio lui ad interrogare Luigi Lombardini, procuratore presso la Pretura di Cagliari, l’11 agosto 1998. L’interrogatorio durò 5 ore e si svolse nell’ambito delle indagini sul rapimento di Silvia Melis da parte dell’Anonima Sequestri. Lombardini fu sospettato di aver avuto un ruolo, insieme a un gruppo di faccendieri ed avvocati, nel convincere la famiglia Melis a pagare il riscatto in barba alla legge. A tirarlo in ballo fu proprio il padre di Silvia Melis, che denunciò di aver subito un’aggressione a volto semicoperto da parte di Lombardini, il quale gli avrebbe intimato di pagare un altro miliardo di riscatto (di qui l’accusa di tentata estorsione) e di scrivere una lettera per accusare falsamente i magistrati della Procura di Cagliari (n.b. Lombardini stava in Pretura) di essere d’accordo col pagamento illegale del riscatto (di qui l’accusa di falso e calunnia). La denuncia del signor Melis fu poi suffragata dall’effettivo ritrovamento della lettera nello studio dell’avvocato Antonio Piras e dagli scritti presenti nel diario dell’avvocato dei Melis, Luigi Garau, che confermarono punto per punto il racconto del padre di Silvia. Ecco gli stralci più significativi della telefonata tra questi due esemplari di dialogo, trasparenza e correttezza: Parole, complotti e infamità inutili perché l’interrogatorio di Lombardini davanti a Caselli si svolse in un’atmosfera di rara pacatezza: lo dimostra la registrazione in cui, alla fine, il difensore di Lombardini ringrazia i magistrati palermitani per la loro correttezza. Ma pensate che nel 1996 sembrava persino che Berlusconi avesse trovato la prova inconfutabile del complotto ordito da settori deviati della magistratura contro di lui. L’11 ottobre di quell’anno, infatti, il Cavaliere convocò una conferenza stampa per mostrare al mondo una microspia che disse di aver trovato tre giorni prima dietro il termosifone della sua residenza romana, proprio nel salone adibito alle riunioni con gli altri leader del Polo. Berlusconi parlò di un aggeggio “perfettamente funzionante”, in grado di trasmettere “fino a trecento metri di distanza”. È la prova che le “procure eversive” esistono davvero. Qualche settimana dopo…la sorpresa. Scrive Marco Travaglio in La scomparsa dei fatti: “La procura di Roma appurerà che la microspia era un ferrovecchio inservibile da anni, per nulla funzionante. E che, a piazzarla in casa Berlusconi, non era stata una Procura deviata, ma un amico del capo della sicurezza di Berlusconi, incaricato di “bonificare” la residenza romana del Cavaliere. […] La notizia dell’archiviazione, però, verrà data dai giornali molto tempo dopo […] e in minuscoli trafiletti […]. Intanto la bufala dello spionaggio ai danni del premier avrà già sortito gli effetti sperati da chi l’aveva fabbricata: cementare la solidarietà di casta della classe politica contro una magistratura considerata sempre più minacciosa, invadente e disinvolta, e accelerare il passo verso la Bicamerale per riformare la Costituzione e rimettere in riga i giudici”. Oggi non c’è neanche più bisogno di una nuova Bicamerale. Il PD promette di collaborare alle riforme a patto che non si facciano leggi ad personam che, però, gli passano sotto al naso al ritmo di una alla settimana.
|
|
Post n°16 pubblicato il 26 Gennaio 2010 da filonline86
Per disturbare i sonni tranquilli degli oppositori di Silvio non basta un Feltri qualunque: ci vuole anche qualche picchiatore (stavolta nel senso fisico del termine) e qualche personaggino che non si faccia nessuno scrupolo a lanciare minacce mafiose al primo che osa alzare la testa. È successo, ad esempio, a Gianfranco Mascia e Filippo Boriani, promotori del comitato Boicotta Biscione (Bo. Bi.). Mascia, tra il ’93 e il ’94, ricevette dapprima un avvertimento anonimo sul telefonino, che diceva: “Smettila di rompere i coglioni. Sei una testa di cane. Bastardo. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio Forever”. E successivamente fu aggredito da due uomini a volto scoperto che lo immobilizzarono e lo violentarono con una scopa. Boriani, invece, ricevette per posta una busta con una lingua di vitello mozzata e un biglietto: “La prossima sarà la tua”. Nell’autunno del ’94, i tabulati telefonici confermarono che persino dalla sede di Publitalia (agenzia di raccolta pubblicitaria allora guidata da Dell’Utri) erano partite telefonate intimidatorie. A riceverle fu Edoardo Pizzotti, direttore Affari Legali di Publitalia, che fu licenziato dopo il rifiuto di coprire le attività illegali legate all’inquinamento delle prove delle false fatture dell’azienda. Pizzotti, tuttavia, non si fece spaventare dalle telefonate anonime e nel ’95 testimoniò contro Dell’Utri al processo di Torino. Subito dopo, mentre si trovava nel centro di Milano, Pizzotti fu avvicinato da due figuri che con accento campano gli dissero: “Guarda che ti facciamo scoppiare la testa”. Nello stesso anno Stefania Ariosto iniziò a raccontare al magistrato Ilda Boccassini quel che sapeva sui giudici comprati da Previti coi soldi di Berlusconi. Nonostante la notizia fosse rimasta segreta per sette mesi, qualcuno lo venne a sapere e la Ariosto, alla vigilia di Natale, ricevette un pacco con all’interno un coniglio scuoiato e sgozzato immerso nel sangue. Sei mesi dopo bruciò la villa di Chiara Beria di Argentine, la vicedirettrice dell’Espresso che all’Ariosto e alla Boccassini aveva dedicato molti servizi. Più recentemente è esplosa l’auto di Barbara Montereale, una delle escort di Palazzo Grazioli insieme a Patrizia D’Addario che, invece, è stata derubata in casa di gran parte dei suoi vestiti e di diversi cd audio. La D’Addario aveva registrato l’audio dei suoi incontri con Berlusconi.
Di recente fattura è anche il pedinamento giornalistico-mafioso del giudice Mesiano ad opera di un servo berlusconiano come Claudio Brachino. Mesiano aveva appena condannato la Fininvest di Marina Berlusconi a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con la somma record di 750 milioni perché la corruzione perpetrata dagli avvocati Fininvest per ottenere (illegittimamente) la Mondadori aveva provocato alla Cir non solo un danno patrimoniale ma anche una “perdita di chance” economiche. Dettagli inutili per chi di mestiere fa il servo e non il giornalista. Brachino, lo scorso ottobre ha, infatti, filmato di nascosto il giudice Mesiano in una normale mattinata di pausa dal lavoro. Un pedinamento volto a mostrare le inesistenti stravaganze del giudice e, soprattutto, ad informare l’interessato che “qualcuno lo tiene d’occhio”. Come ha detto il giudice del Csm Petralia: “Un giudice pedinato. L’hanno fatto solo i servizi e la mafia” .
Dei pedinamenti dei Servizi Segreti parlerò in un altro post. Ora, però, vorrei chiudere con un paio di informazioni su Fabrizio Cicchitto, il capogruppo del PdL alla Camera, che ha parlato di Repubblica, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano e Annozero come facenti parte di un “network dell’odio”. Purtroppo pochi sanno che Cicchitto è stato iscritto alla P2, tessera n. 2232. Per chi non lo sapesse, la P2 era uno loggia massonica segreta con evidenti fini di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale italiano. L’ingresso di Cicchitto nella P2 risale al 12 dicembre 1980. E ancora meno persone conoscono un discorso che Cicchitto tenne alla Camera il 13 maggio 1977, all’indomani della morte di Giorgiana Masi in una manifestazione radicale non autorizzata. Cicchitto, in merito ai provvedimenti restrittivi sulle manifestazioni di piazza adottati dal governo Andreotti simili a quelli che vorrebbe oggi il ministro Maroni, disse: “Non posso non contestare le direttive impartite alle forze dell’ordine: un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse alla piazza, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati né violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo pericoloso, grave e drammatico. […] Da parte di ben determinati settori del potere si investono le forze dell’ordine cercando di determinare uno spostamento a destra, un riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro con i manifestanti. […] Le forze democratiche giovanili debbono comprendere a quale pericolo di scontri e a quali trappole sono di fronte. […] E’ in atto uno sgretolamento dello Stato o un tentativo diretto a cambiare il volto dello stesso Stato uscito dalla resistenza, per edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione”. Posizioni nobili, di forte passione democratica che, tuttavia, abbandonò solo 3 anni dopo affiliandosi alla P2. Ma per completare il mosaico del trasformismo di Cicchitto manca un tassello: il suo rapporto con Bettino Craxi. Oggi, al pari dei ¾ della classe politica italiana, lo dipinge come un grande statista perseguitato da giudici disonesti e comunisti. Ma ieri, e più precisamente nel 1993, parlava così: “Ho capito che Bettino Craxi e Claudio Martelli c’entrano dentro fino al collo con Gelli e Ortolani (numeri uno e due della P2, ndr). Ad esempio, la storia dei 30 milioni di dollari, del conto Protezione, non è mica uno scherzo. C’è da credere davvero che in quegli anni, con tutti quei soldi, si siano comprati il Psi. […] La P2 era una struttura piramidale e al punto più basso c’erano solo gli stronzi. […] Io credevo che la P2 fosse poco più di uno scherzo. Rimasi pietrificato. Vede, un generale che progetta un golpe sa che gli può andare bene come gli può andare male. Ma uno che si ritrova in mezzo a una cosa del genere senza saperlo al massimo può suicidarsi”. Sapete a chi rilasciò quest’intervista? Ad Augusto Minzolini. Come cambiano i tempi.
|


Inviato da: nijko0
il 13/09/2011 alle 12:15
Inviato da: filonline86
il 22/12/2009 alle 13:10
Inviato da: claudio.crocicchio
il 22/12/2009 alle 07:37
Inviato da: ziryabb
il 15/03/2009 alle 14:20
Inviato da: SempreMisia
il 07/03/2009 alle 16:31