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Creato da toninourgesi il 19/02/2007
Con false parole chiamano impero la sottomissione del mondo, e dove hanno fatto il deserto lo chiamano PACE (Tacito)

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Campagna nazionale "SALVA L’ACQUA"

Campagna nazionale "SALVA L’ACQUA"

Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua lancia una campagna contro i recenti provvedimenti governativi volti alla privatizzazione dell’acqua

 

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LO SAPEVATE?

Oltre il giadino
di Dinorah Herz,
Enrico Pettinelli e Marco Tagliabue
V I D E O - Un poligono militare in Sardegna è sospettato di essere all’origine di un crescente numero di tumori, malformazioni e leucemie nei villaggi attorno alla base. Un’inchiesta esclusiva di Falò rivela che tra le società presenti nel poligono figura anche la multinazionale di origine svizzera Oerlikon Contraves. Lo stesso gruppo ha un poligono analogo anche nel canton Glarona. Il direttore dell’impianto si è ammalato di leucemia…
 

cittastudi


 

PASSAPAROLA


 

LO STATO DI POLIZIA

LO STATO DI POLIZIA
E IL MERAVIGLIOSO

GRANDE FRATELLO

LO VOGLIO ANCHE
IN ITALIA?


Premessa.

Posti di lavoro a rischio, scioperi, agenti provocatori tra i manifestanti, scontri e l’immancabile accusa alla sinistra.
La strategia della tensione è iniziata così più di 40 anni fa.
Oggi la storia si ripete.
Ed allora bisogna domandarsi: chi manovra i fili cosa sta preparando?
 

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La scuola e i disabili senza sostegno - di Carlo Cipiciani

Post n°1003 pubblicato il 20 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte

La scuola e i disabili
senza sostegno
di Carlo Cipiciani

 20 novembre 2009

Dopo qualche mese di silenzio, è tornata alla ribalta la scuola. Ci è tornata per le manifestazioni di protesta degli studenti universitari e delle scuole superiori in tutta Italia in occasione della giornata internazionale di mobilitazione studentesca. E ci è tornata per l’approvazione  definitiva delle “disposizioni urgenti per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, il Decreto legge Salva-precari.

Una norma che garantisce precedenza assoluta nelle graduatorie per supplenze brevi in assenza temporanea dei titolari per quei 15 mila precari che nel 2008 avevano un contratto annuale, e nel 2009 sono rimasti disoccupati per via della riduzione degli organici decisa con la “riforma” Gelmini. Una pezza a colori, decisa dopo le proteste che avevano accompagnato l’inizio dell’anno scolastico, quando si era reso evidente che dietro quegli 8,5 miliardi di euro di “risparmi” c’erano tagli consistenti a personale docente, cattedre, e conseguenti disagi per le famiglie italiane. Un pannicello caldo che non cambia lo “spirito” della “riforma” Gelmini.

Ma c’è un’altra storia, parallela, di cui si parla molto meno. Ed è l’effetto della “riforma” su quei bambini e ragazzi “diversamente abili” o se preferite disabili, o portatori di handicap. Sono poco meno di 180 mila nell’anno scolastico 2009-2010, 4 mila in più dell’anno scorso. Per loro, da quest’anno, “grazie” alla “riforma” ci sono però 500 insegnanti in meno. Questi tagli comportano una riduzione del numero di ore di affiancamento dell’insegnante di sostegno – che per molti è un vero e proprio dimezzamento – e la necessità di concentrare gli alunni “diversamente abili” in una classe.

Sembra nulla. Ma invece significa negare loro la possibilità di “integrarsi”, perché – magari con la scusa di “proteggerli” dalla confusione – vengono sempre più frequentemente messi in classe da soli, relegati lontano dai bambini “normali”. Significa negare loro la possibilità di apprendere, di “restare al passo” con gli altri. Per questo nei Tar si assommano i ricorsi di genitori disperati, che chiedono  – e spesso ottengono – il ripristino della situazione preesistente.

Il disegno, secondo molti operatori della scuola, è quello di ritornare ai bei tempi andati delle “scuole differenziali”. E pazienza se questo significa rialzare dei muri per questi cittadini e cittadine d’Italia, lasciarli tornare indietro, dentro quel mondo fatto di discriminazione e solitudine a cui la scuola e la società sarebbero chiamate a strapparli. In fondo, potrebbe rispondere qualche ministro con la parola più veloce del pensiero (sul genere di Giovanardi sul caso Cucchi), “a Sparta li buttavano giù da una rupe”. Ma  noi preferiamo quest’altra frase, di Don Lorenzo Milani: “Non c’è peggiore ingiustizia del dare cose uguali a persone che uguali non sono”.


 
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Granello di sabbia n. 202

Post n°1002 pubblicato il 20 Novembre 2009 da toninourgesi

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Granello di sabbia n. 202

 


1)Quattro idee e dieci proposte per rimettere la finanza al suo posto eimpegnarci realmente verso un’uscita durevole dalla crisi

Quello che loro vogliono: vestire a nuovo il capitalismo.
A cura di ATTAC FRANCIA

2) Europa, il Trattato dei burocrati
di Luca Galassi

L’Irlanda vota si al Trattato di Lisbona. Si avvicinala ratifica del documento - illeggibile e monumentale - che disegneràla nuova Europa, un super-Stato senza mandato di rappresentanza checambierà il nostro futuro.

3) Facebook appartiene alla CIA?
di Ernesto Carmona (Agenpress)

I grandi mezzi di informazione hanno celebrato MarkZuckerberg come il bambino prodigio che, all’età di 23 anni, si ètrasformato in un multimiliardario grazie al successo conseguito da Facebook,ma non hanno prestato la loro attenzione all’”investimento di capitaledi rischio” di oltre 40 milioni di dollari effettuato dalla CIA persviluppare la rete sociale.

4) Israele-Palestina, la pace si perde in un bicchiere d’acqua
di Enrico Campofreda

L’ennesimo allarme è lanciato da un rapporto di AmnestyInternational sull’acqua. In Cisgiordania almeno 200.000 abitanti sonoimpossibilitati a servirsi d’un rubinetto d’acqua corrente nonostante apoche centinaia di metri i villaggi dei coloni riempiano piscine eirrighino l’erba dei loro giardini. Israele, che gode di ulterioririsorse, s’impossessa dell’80% dell’acqua destinata alla West Bank e laconvoglia unilateralmente verso gli insediamenti.

5) Mafie farmaceutiche
di Ignacio Ramonet
Pochissimi media lo hanno commentato.
L’opinione pubblica non è stata messa in allarme. E tuttavia, lepreoccupanti conclusioni della relazione finale(http://ec.europa.eu/comm/competition/sectors/pharmaceuticals/inquiry/index.html),pubblicata dalla Commissione Europea l’8 luglio scorso, sugli abusi inmateria di concorrenza nel settore farmaceutico meritano di essereconosciuti dai cittadini e ampiamente diffusi.

6) Reintegrato dante De Angelis!
DA OGGI DONNE E UOMINI VIAGGERANNO PIU SICURI

 
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Ci hanno rubato l'acqua - C.R.

Post n°1001 pubblicato il 19 Novembre 2009 da toninourgesi

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Ci hanno rubato l'acqua
C.R.

19 novembre 2009

-Con 302 sì, 263 no e nessun astenuto, l'aula della Camera approva, invia definitiva, il decreto Ronchi "salva- infrazioni". Laprivatizzazione dell'acqua è legge. La protesta del Forum italiano deimovimenti per l'acqua: mani blu e catene davanti a Montecitorio.Regioni e Comuni scendono in campo. 20 marzo manifestazione nazionale -

302deputati hanno rubato agli italiani l'acqua. Mentre dal 2007 giace inParlamento una legge di proposta popolare firmata da 400mila cittadiniche chiedono che l'acqua resti pubblica. Così, al megafono,rappresentanti del coordinamento romano dell'acqua pubblica del Forumitaliano dei movimenti dell'acqua, con striscioni contestano la riformadei servizi idrici locali contenuta nel Dl Salva-infrazioni su cui ilgoverno ha ottenuto la fiducia e che oggi è stato convertito in legge.

L'Articolo15 del provvedimento licenziato dal parlamento da un lato ribadiscecome la proprietà dell'acqua sia pubblica; dall'altra però manda insoffitta tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a menoche entro questa data la società che gestisce il servizio non sia peril 40% affidata a privati.
La norma, in particolare, prevede duemodalità per la gestione dell'acqua in via ordinaria ed un'altra in viastraordinaria. Si stabilisce così che la gestione del servizio idricodebba essere affidato ad un soggetto privato scelto tramite gara adevidenza pubblica oppure ad una società mista (pubblico-privato) nellaquale il privato sia stato scelto con gara. Oppure, ed è il casostraordinario, la gestione del servizio idrico può essere affidata ("incasi eccezionali") in via diretta, vale a dire senza gara, ad unasocietà privata o pubblica. In tal caso, però, si deve in primo luogotrattare di una società in house, ossia una società su cui l'entelocale esercita un controllo molto stretto; in secondo luogo, l'entelocale deve presentare una relazione all'Antitrust in cui motiva laragione dell'affidamento senza gara. In terzo luogo, l'Antitrust devedare il proprio parere. Poiché, come noto, ad oggi sono già moltissimii casi di affidamento in house, il decreto mette nero su bianco il dafarsi nella fase transitoria. Il provvedimento, infatti, prevede neldettaglio che le gestioni in house debbano tutte decadere entro il2011, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizionon sia per il 40% affidata a privati. Resta comunque possibile per lasocietà spiegare all'Antitrust i motivi per cui ricorra il casostraordinario che permette l'affidamento diretto.

Nellasostanza, però, si stabilisce che cesseranno tutti gli affidamenti inhouse al 31 dicembre 2011 visto che potranno proseguire fino allanaturale estinzione del contratto solo quelle società in house che sitrasformeranno in una società mista con un 40% in mano ai privati. Difatto, insomma, con l'attuale formulazione dell'articolo 15 siobbligano gli enti locali a mettere sul mercato l'acqua.

Maniblu e catene per dire che "questo furto non passerà". Esponenti delForum per l'acqua si sono incatenati alle inferriate adiacenti aMontecitorio e hanno aperto gli striscioni. Le forze dell'ordine hannotagliato le catene con dei tronchesini, ma la manifestazione non si èfermata.
In cantiere ci sono una serie di iniziative che sfocerannoin una "grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo". Il Forumchiederà "a tutte le Regioni di impugnare la legge perché èincostituzionale e già alcune Regioni come Puglia, Emilia Romagna ePiemonte" si stanno dirigendo su questa strada; "diremo a tutti iComuni che possono sottrarsi, con modifiche ai loro Statuti, definendoil servizio idrico come "privo di rilevanza economica" come ha fatto alPuglia che ha trasformato l'acquedotto da Spa in ente di dirittopubblico".
Quanto all'Europa, "non ci impone niente".L'argomentazione utilizzata è un alibi per privatizzare la gestionedell'acqua. "Ogni Stato membro - spiegano i manifestanti - decide qualiservizi mettere sul mercato e solo in questo caso l'Europa impone difare le gare e permettere a tutti di partecipare.
Infatti in Olandail servizio idrico è pubblico e in Francia a partire da Parigi si statornando in questa direzione e l'Europa non dice nulla". Anche perché,proseguono, il Trattato di Lisbona prevede il "principio di neutralità".

IlForum valuterà "collettivamente" la raccolta di firme per il referendume alla fine, fanno capire, ci dovrebbero essere, ma, polemizzano, "sonoanni che ci occupiamo di questa tematica e un referendum non siimprovvisa. E' necessaria una mobilitazione diffusa", diconoriferendosi ai partiti politici (IdV, Verdi e Prc) che hanno giàannunciato la raccolta di firme per abrogare la legge. "Comunqueabbiamo già inviato una lettera a chi ha annunciato che raccoglierà lefirme. Noi avremo una riunione del coordinamento nazionale il 28novembre".

Michele Mangano, presidente nazionale Auser, spiegache si tratta di un "provvedimento che non tiene conto né della tuteladi una risorsa fondamentale e preziosa come l'acqua, né dell'interessedei cittadini. L'acqua è un bene pubblico essenziale ed è inaccettabileche invece di migliorare un servizio alla fine si favoriscano solointeressi privati. Un provvedimento che in alcune regioni italianecostituisce un regalo alla criminalità organizzata".

Del restoquesto Governo negli ultimi mesi non si è distinto nelle strategie sulpiano della legalità. Pensiamo al condono fiscale, all'affido aiprivati della gestione dei rifiuti solidi urbani, alla proposta dimettere in vendita i beni confiscati ai mafiosi. Una mappa diinterventi inquietanti. Non si può più rimanere indifferenti, tuttiquesti provvedimenti incideranno profondamente nella vita di tutti icittadini e affonderanno l'Italia nell'illegalità.
Intanto, aMontecitorio , con 302 sì, 263 no e nessun astenuto, l'aula dellaCamera ha approvato, in via definitiva, il decreto Ronchi "salva-infrazioni" . Diventa quindi legge il provvedimento che contiene lariforma dei servizi pubblici locali, tra cui la privatizzazionedell'acqua.
A votare a favore sono stati Pdl, Lega e Mpa. Hannovotato contro Pd, Idv, Udc, minoranze linguistiche. (Ieri, l'aula avevaaccolto un ordine del giorno della Lega che impegna il governo avalutare deroghe alla liberalizzazione della gestione dell'acqua per iComuni più virtuosi. Sulle votazioni agli ordini del giorno lamaggioranza era andata 'sotto' ben quattro volte. Alla fine il ministroper le Politiche europee Andrea Ronchi ha deciso di accogliere comeraccomandazioni tutti gli odg, compresi quelli dell'opposizione).

"Noidell'Italia dei valori parteciperemo tutti e da singoli allamanifestazione del 5 dicembre. Ci parteciperemo da cittadini, lasciandoche sul palco salgano gli operai di Eutelia, i lavoratori precari dellascuola, coloro che non hanno voce e a cui noi vogliamo dare voce. Queicittadini, signor presidente del Consiglio a cui lei, oltre che lavoce, toglie ora anche il diritto di bere e di respirare, attraverso laderiva delle privatizzazioni". Lo ha detto il leader Idv, Antonio DiPietro, intervenendo oggi in aula alla Camera. Di Pietro ha parlato di"leggi schifezza" imposte dal governo anche a una maggioranza che nonle voterebbe se non fosse per il "ricatto delle elezioni, poiché lalegge elettorale prevede che tutti i parlamentari siano nominati dalsultano di turno e non dal popolo italiano".

Per i parlamentaridel Pd, "quella della privatizzazione dell'acqua è una sceltasbagliata, un pasticcio che produrrà problemi agli amministratorilocali, maggiori costi per i cittadini, vantaggi per pochi gruppiindustriali e finanziari. Per coprire questo pasticcio il governo usa le bugie".
"Per motivare questa scelta sbagliata il governo fa ricorso ad una serie di bugie, raddoppiando l'errore- dice - prima bugia:non c'è nessun obbligo, come sostiene il governo, né nessuna infrazionecomunitaria a cui il nostro paese debba corrispondere". Seconda bugia:"la sentenza della Corte di Giustizia Europea, citata dal governo pergiustificare la privatizzazione, si occupa di società miste e non disocietà pubbliche". Terza bugia:il ministro dei Rapporti con le regioni Raffele Fitto "dichiara che,negli ultimi anni, 'avremmo assistito a vergognose politiche dipubblicizzazione nel settore dell'acqua'. Questa è proprio grossa-afferma Causi - negli ultimi 15 anni, su 114 Ato, 56 sono passati agestioni miste e soltanto 58 hanno gestione pubblica. Inoltre, legestioni pubbliche sono più diffuse al Centro Nord.Considerata lamaggiore efficienza della gestione del servizio idrico, al Centro Nord,forse le gestioni pubbliche sono migliori".
"Infine, il governosostiene che per i cittadini ci saranno 'solo vantaggi'- dicel'esponente democratico, basta leggere le dichiarazioni del presidentedi Federutiliy, per capire come andranno le cose: "Se non si aumentanole tariffe non si riescono ad attrarre i privati". Questo è unprovvedimento "che darà il via all'aumento delle tariffe: il governo-conclude il parlamentare Pd- metterà le mani nelle tasche dei cittadiniattraverso le tariffe".

 
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L'Aquila: appalti milionari dei vescovi - di Emilio Fabio Torsello

Post n°1000 pubblicato il 19 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte
Il Picco


church-moneyL'Aquila: appalti
milionari dei vescovi

 
di Emilio Fabio Torsello

17 Novembre 2009

All’Aquila gli appalti per le chiese li gestiranno i vescovi. La notizia l’ha confermata lo stesso segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, il 4 novembre scorso, in occasione della firma del protocollo d’intesa per il recupero del patrimonio artistico e culturale d’Abruzzo, alla presenza del premier Silvio Berlusconi:

«Saranno i vescovi delle diocesi a fare gli appalti, in modo che prima di Natale il numero maggiore di chiese sia a disposizione per il culto e le celebrazioni dei fedeli.

E’ quanto ha detto a me anche Berlusconi. Questa firma sancisce l’impegno reciproco a portare avanti questa parte del lavoro con la messa a disposizione dei fondi alle diocesi». La messa di Natale è talmente importante da far sì che tutti gli appalti vengano affidati ai vescovi che – sarà un caso – hanno smesso di sparare ad altezza uomo sulla vita e sui costumi privati del premier. Ma entriamo nel dettaglio e vediamo quanto valgono questi appalti.

Al 14 novembre 2009, erano 28 le buste ancora da aprire per l’attribuzione dei lavori in altrettante chiese dell’aquilano, da restaurare entro il 25 dicembre prossimo. Nel “Progetto una chiesa per Natale” (scarica il Progetto Una Chiesa per Natale) che Il Picco  mette a disposizione dei suoi lettori, sono riportati gli importi dei lavori previsti e quelli appaltati nel capoluogo abruzzese e nei comuni limitrofi. Decine di migliaia di euro per ogni parrocchia a cui dovrebbero aggiungersi – secondo quanto è stato detto – anche i 50 milioni promessi dall ministro Bondi per il 2010. Ma non è tutto. La gestione diretta degli appalti da parte dei vescovi, senza una gara pubblica, farà spendere molto di più agli italiani che quei soldi li hanno versati con le tasse. E soprattutto: chi controllerà che le aziende che usufruiranno di quei fondi non siano gestite da prestanome della mafia?

E si va dalle 31mila euro per i lavori della chiesa di San Vito di Tornimparte ai 122mila euro per quella del Cristo Re dell’Aquila, ai 154mila euro della chiesa di San Pietro di Coppito. In tutto 30 siti per un ammontare complessivo previsto di 2.222.508,19 milioni di euro di lavori da appaltare. Una cifra di gran lunga inferiore alla stima totale di spesa che in alcuni casi raggiunge quasi il doppio dell’appalto, come nel caso della chiesa di Santa Maria di Valleverde, in località Camarda (L’Aquila), i cui lavori sono stati appaltati per 58.712 euro mentre la stima di spesa è di 96.500 euro.

Dalla Caritas, invece, sono stati stanziati 17.311.300 euro, raccolti anche attraverso le donazioni volontarie, per la realizzazione di centri di comunità, sedi Caritas, insieme a scuole primarie e dell’infanzia. E qui a gestire i soldi non saranno i vescovi.

Tutto questo mentre le casse del comune dell’Aquila sono vuote e il sindaco, Massimo Cialente, ha denunciato il rischio di fallimento per un buco di 45milioni di euro. Azzerate le entrate derivanti dall’Ici, dalla Tarsu, dalle mancate tasse sul patrimonio e dalla normale vita fiscale di una città, già si vocifera di un possibile commissariamento, prassi che snellirebbe ancor di più la burocrazia della ricostruzione e faciliterebbe numerosi passaggi. Ma questa è un’altra storia che tratteremo più avanti.

 
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Europa. Gli studenti occupano le piazze. Cortei i tutta Italia - di Alessandro Bongarzone

Post n°999 pubblicato il 18 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte
Dazebao



Europa. Gli studenti occupano le piazze.
Cortei i tutta Italia
di Alessandro Bongarzone

17 NOVEMBRE 2009

Giornata internazionale per il diritto allo studio. Protesta contro  tagli e  aumenti delle tasse universitarie. In 50 città italiane gli studenti tornano in piazza contro la “ministra” che straparla di “centri sociali che non rappresentano gli studenti italiani”.  A Milano polizia e carabinieri in assetto antisommossa arrestano 4 studenti

ROMA - Nata nel 1941, su iniziativa di alcuni gruppi di studenti cechi in esilio, per ricordare il 17 novembre del ‘39 quando centinaia di giovani praghesi - che si opponevano alla guerra - furono arrestati e uccisi dai nazisti, la giornata di lotta studentesca fu rilanciata come scadenza “fissa” dal quinto Forum Sociale Mondiale, svoltosi a Porto Alegre nel 2005.
 
Così, quest’anno, in “mezza” Europa - almeno quella governata dal centro-destra - la giornata di lotta ha assunto i toni della rivolta studentesca contro le ricette dei tagli all’istruzione come metodo per risanare i bilanci in tempi di crisi economica. Manifestazioni si sono svolte in quasi tutti i Paesi membri dell’Unione. Scontri si sono avuti, con le forze dell’ordine, in Germania e in Grecia mentre a Bruxelles si è svolta l’assemblea internazionale con studenti provenienti da almeno venti diversi Paesi del continente e numerose delegazioni provenienti dalle altre parti del mondo.

In Italia migliaia di studenti hanno scioperato (gli organizzatori parlano del 70 per cento di adesioni) partecipando (in 150 mila, sempre secondo gli organizzatori) alle manifestazioni e ai cortei organizzati in almeno 50 città italiane. A decine le “occupazioni” iniziate e, quasi altrettante, quelle annunciate: dal “Cavour” al “Tasso” di Roma, passando per Milano, Vicenza, Siracusa, Torino e Bolzano, Alghero. Ma tutte le iniziative, al di la delle piattaforme locali, si sono ben presto trasformate nel proseguimento delle mobilitazioni dei mesi scorsi contro la “riformicchia” della ministra Gelmini su “ispirazione” del ministro dell’economia, Giulio Tremonti.


La conoscenza non si vende
Accanto allo slogan europeo: “Education is not for sale” le parole d’ordine dei cortei promossi da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento Universitario hanno spaziato da “La Conoscenza non si vende, si apprende” degli studenti napoletani, ad un più risoluto “Il futuro è nostro riprendiamocelo” di quelli romani e, ancora, “Solo la conoscenza cambierà il mondo” dei ragazzi di Cosenza. Una mobilitazione - come non si vedeva da anni - che ha coinvolto studenti delle scuole medie e universitari uniti per rivendicare il carattere pubblico dell’istruzione con momenti di tensione a Milano, mentre a Torino c’è stato un lancio di uova contro la sede regionale del MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) e l’occupazione del Rettorato.

A Milano,  dove gli studenti protestavano, oltre che per le scelte del ministro Gelmini, anche contro lo sgombero - avvenuto sabato scorso - del liceo civico-serale: “Gandhi”, si è svolta la manifestazione più infuocata. Qui, il corteo, formato da alcune centinaia di ragazzi, è partito da largo Cairoli e si è, poi, diretto verso largo Treves, dove si trova una sede degli uffici comunali ma. in piazza Mercanti i manifestanti hanno trovato gli agenti della polizia e i carabinieri in assetto antisommossa che sono entrati in contatto con alcuni cordoni studenteschi. Al termine della manifestazione gli studenti hanno annunciato un presidio in piazza San Babila per chiedere il rilascio di quattro compagni bloccati nel corso dei tafferugli e portati in questura per accertamenti in quanto rei, secondo le forze dell’ordine, di aver rovesciato cassonetti e creato disordini durante i momenti di tensione alla partenza del corteo.

A Torino nel nome di Vito Scafidi
Con un applauso per Vito Scafidi, lo studente morto un anno fa nel crollo del liceo “Darwin” di Rivoli: si è aperta la manifestazione a Torino. Alcune migliaia di studenti delle scuole superiori, ai quali si sono uniti anche gli universitari, hanno sfilato per le vie del centro. C’è stato un lancio di uova e carta igienica contro la sede regionale del MIUR e una finta rapina in banca inscenata da due manifestanti con in spalla dei caschi neri, pieni di banconote finte raffiguranti il ministro Gelmini. Parte degli studenti ha, quindi, occupato il cortile del Rettorato: alcuni hanno realizzato un finto preservativo, fatto con un grosso sacchetto di nylon pieno di palloncini, con sopra la scritta “Preserviamo l'università pubblica”.

Riprendiamoci il futuro
Il corteo di Palermo è stato aperto dallo striscione con la scritta “Riprendiamoci il futuro”. Partendo da piazza Politeama i manifestanti hanno sfilato per le vie del centro fino a piazza Indipendenza, dove ha sede la presidenza della Regione. In Sicilia un corteo si è svolto anche a Catania, con partenza da piazza Roma, a cui hanno partecipato alcune centinaia di studenti.

Allegri e sarcastici, come sempre, gli studenti napoletani. Qui, in piazza Matteotti, dove ha la sua sede istituzionale la Provincia, i ragazzi dell’ex “Onda” riuniti nel movimento oggi denominato “Fuck” (Future under construction kollettive ) hanno lanciato migliaia (i partecipanti erano più di 5 mila) di palloncini carichi d'acqua contro il portone d’ingresso chiuso di fronte al quale, poi, hanno esposto uno striscione con la scritta: “Questo palazzo fa acqua da tutte le parti”.

La  “bananata” degli universitari romani
La manifestazione di Roma, ha avuto come centro la “Repubblica delle banane”. Migliaia di ragazzi, partiti da Piazza Vittorio diretti all’Università di piazzale Aldo Moro, hanno sfilato tenendo in mano banane vere che sono servite, prima di raggiungere la metà del corteo - dove si è svolta l’assemblea - per la cosiddetta “bananata” una merenda fuori programma organizzata da l’Unione degli Studenti mentre cento giovani dell’Accademia nazionale di danza hanno improvvisato coreografie.

Intanto, poco distante, da piazza Esquilino, partiva la manifestazione dei lavoratori dell’ex Eutelia, l’azienda che vede 1.500 dipendenti senza lavoro. Al corteo hanno partecipato diverse migliaia di persone e molti leader politici tra cui il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, e numerosi deputati e senatori.
         
Le sciocchezze della Gelmini
Spiritosa, come al solito, la ministra dell’istruzione, Mariastella Gelmini, non ha perso l’occasione per ribadire - con l’arguzia che la contraddistingue - la sua posizione. “I centri sociali - ha detto - non rappresentano gli studenti italiani” che, secondo lei, invece, “hanno capito che bisogna avere il coraggio di guardare al futuro, di cambiare la nostra scuola, di fare scelte coraggiose”.
Secondo la ministra “i manifestanti, per lo più legati al mondo dei centri sociali, non rappresentano certo i milioni di ragazzi che studiano e si impegnano e che sperano di trovare nelle scuola un’istituzione che li prepari a un vero lavoro”. Insomma, per la ministra, oltre 150 mila studenti - più tutti quelli che hanno scioperato - fanno parte dei centri sociali che, si sa, sono rivolti all’indietro e sono contro il progresso avendo in odio, si dice, il telefono, internet e il frigorifero oltre, è bene ricordarlo, la pentola a pressione. Poi si lamenta se la chiamano “beata ignoranza”!

 
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Un bianco Natale senza immigrati Per le feste il comune caccia i clandestini - di SANDRO DE RICCARDI

Post n°998 pubblicato il 18 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte



Brescia, il comune leghista di Coccaglio lancia l'operazione
"White Christmas"

I vigili casa per casa a controllare gli extracomunitari: chi non è in regola perde la residenza

Un bianco Natale senza immigrati
Per le feste il comune caccia
i clandestini

Obiettivo: "Far piazza pulita" dice il sindaco. E l'assessore alla Sicurezza afferma
"Natale non è la festa dell'accoglienza ma della tradizione cristiana"

di SANDRO DE RICCARDIS

18 novembre 2009

BRESCIA - A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra - sindaco e tre assessori leghisti, altri tre Pdl - ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione "White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.

Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi "per me il Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità". È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. "Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio".

L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri. Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008, diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex Jugoslavia tra i più presenti. "Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia".

A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. "È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione".

L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città. "Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa? Io a Brescia dal Papa", replica Abiendi, che si definisce "tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992". Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": "Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150 ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati". E ora al modello Coccaglio guardano anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. "Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici". Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. "Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì".

 
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Segreto di Stato: i rifiuti sono argomento da servizi segreti e sicurezza Nazionale - Roberta Lemma

Post n°997 pubblicato il 17 Novembre 2009 da toninourgesi

Segreto di Stato:
i rifiuti sono argomento da servizi segreti e sicurezza Nazionale

di Roberta Lemma
17-11-2009

Il 1° Maggio 2008 in Italia è entrato in vigore il Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che allarga il campo d’applicazione del segreto di Stato, in nome della tutela della sicurezza nazionale, ad una lunga serie di infrastrutture critiche tra le quali “gli impianti civili per produzione di energia”. Questo significa che i siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori sono coperti da segreto di Stato. Segreto che si estende anche agli iter autorizzativi, di monitoraggio, di costruzione e della logistica di tutta la filiera quindi anche delle discariche.
 
Dpcm: “nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento” e le amministrazioni “non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione”. Di fatto vengono poste sotto il segreto di Stato anche le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti e le attività attinenti alle materie di riferimento. In altre parole un vero e proprio divieto di divulgazione, in quanto chiunque dovesse rendere noto, per esempio, l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel proprio comune, rischierebbe fino a cinque anni di reclusione (art. 261 del Codice penale: rivelazione di segreti di Stato
Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell'articolo 256 e' punito con la reclusione non inferiore a cinque anni. Art. 256 del Codice Penale:Procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato.

Chiunque si procura notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato o, comunque, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete e' punito con la reclusione da tre a dieci anni.) Naturalmente eviteranno di punire penalmente possibili reporter di professione o reporter civili, non gli conviene tirare troppo la corda ma fatto sta, che hanno reso le aree off-limits, ecco a cosa è servito e come hanno inteso la militarizzazione. Questo Dpcm contrasta significatamente con la direttiva n. 2003/4/CE adottata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea in data 28 Gennaio 2003 che disciplina l’accesso del pubblico all’informazione ambientale. Ma in pratica, questo Dpcm cosa significa? Significa che chiunque tenti di appropriarsi di informazioni inerenti alla gestione delle discariche e le divulghi è penalmente perseguibile. Significa che i comitati civici non possono ricercare notizie o informazioni relative alla gestione della discarica, significa che le amministrazioni locali non hanno né l'autorizzazione, né il potere di richiedere informazioni o documenti inerenti alla gestione delle discariche. Ma tutto ciò fa pensare a ben altro, visto il discorso nucleare e l'esigenza e la volontà politica di riutilizzarlo in Italia e considerando che nel Dpcm è stato incluso anche il discorso scorie nucleari, lascia pensare che nelle normali discariche potrebbero, nell'assoluto segreto, venir sversate scorie nucleari. Il tutto senza dover imformare amministrazioni e cittadini. A cosa servono quindi, e qui la domanda sorge spontanea, le interrogazioni parlamentari, i ricorsi, gli esposti e le denunce? A niente, perchè su tutto vige il segreto di Stato. Su tutto vige una commissione ministeriale tecnica che non deve dar conto a nessuno del suo operato. Sulla base di ciò, di questo Dpcm si deve discutere e programmare o avanzare proposte, sempre cè né siano. Non esistono precedenti storici o giuridici in questo senso, non esistono sentenze della Cassazione, niente su cui appigliarsi, non è mai accaduto venisse posto il segreto di Stato su servizi pubblici quali la gestione dei rifiuti. Solo i servizi segreti avranno accesso alle notizie, ai dati, ai resoconti e documenti inerenti la gestione delle discariche più discusse, neanche alle ASL e a Vigili del fuoco sarà concesso per alcun motivo di entrare in contatto con questi impianti che saranno gestiti direttamente dallo Stato attraverso agenzie e funzionari preposti. Anche tutta la documentazione sulle navi dei veleni è stata posta sotto il segreto di Stato. I cittadini e le amministrazioni locali tagliati fuori dai giochi.

 
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Una legge aiuta il premier italiano nei procedimenti giudiziari

Post n°996 pubblicato il 16 Novembre 2009 da toninourgesi

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Una legge aiuta il premier italiano
nei procedimenti giudiziari



[NRC Handelsblad]
        Olanda

13 novembre 2009

Roma - 13 nov. Un mese dopo che il premier italiano Berlusconi ha perso la sua immunità, la sua coalizione ha lanciato una proposta di legge che deve salvarlo da procedimenti. La conseguenza del disegno di legge presentata ieri è che decine di migliaia di altri sospettati possono sfuggire ai procedimenti a loro carico.

Tra questi i responsabili della frode miliardaria della multinazionale del latte Parmalat, medici in malafede che hanno operato senza motivo e sfregiato clienti, politici e uomini d’affari corrotti, e l’ex-presidente della banca centrale Fazio, che provò a bloccare il passaggio della banca Antonveneta alla ABN Amro.

Il presidente Palmara dell’Ordine dei Giudici prevede una catastrofe giudiziaria se passera’ la proposta. “E’ impossibile stabilire quanti processi verranno bloccati, ma ce ne saranno certo decine di migliaia”.

La discussa proposta di legge sarà nelle prossime settimane oggetto discussione in parlamento. Secondo la proposta un processo può durare massimo due anni per ogni grado di giudizio. Il superamento porta alla prescrizione. Esclusi dal provvedimento sono i crimini di mafia, terrorismo, pornografia con minori e sequestri di persona. I criminali dai colletti bianchi possono pienamente approfittarne. La corruzione, l’evasione fiscale, il falso giuramento, aggiotaggio non sono praticamente perseguiti dal cambiamento di legge, teme l’Ordine dei Giudici.

Questo mese riprenderanno due processi a Berlusconi. Uno riguardante la corruzione di un testimone che ha compiuto falso giuramento in suo favore, e uno sull’evasione fiscale. Entrambi i casi non saranno conclusi secondo le attese entro i due anni. La coalizione nega che la legge sia ritagliata su misura per Berlusconi, ma afferma che con il provvedimento si provvedera’ ad accellerare l’estremamente lenta procedura giuridica.

 
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La sindrome di Golia - di Vittorio Lussana

Post n°995 pubblicato il 16 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte
PeriodicoItaliano
 
La sindrome di Golia
di Vittorio Lussana

Il cardinale Angelo Bagnasco auspica uno svelenimento complessivo del clima politico. Ma poi critica la “sentenza surreale” della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sul crocefisso e l’ammissione del farmaco abortivo Ru486 da parte dell’Aifa, denunciando altresì l’esistenza di una pericolosa “ideologia di minoranza”. Bagnasco ci presenta, in sostanza, il doppio binario dell’attuale teologia cattolica: da una parte si chiede un clima maggiormente dialogante, mentre dall’altra si percepisce, con un certo grado di ansia, come il mondo cattolico nel suo complesso, da quello cristiano – sociale a quello clerico – integralista, stia cominciando a soffrire la sindrome ‘biblica’ del gigante Golia costretto ad affrontare un giovane pastore assai abile con la ‘fionda’: la cultura laica. Ecco come si spiega la contraddizione di una Cei che finisce col dare persino un certo peso specifico, politico e culturale, a questa “minoranza ideologizzata, che possiede grandi ramificazioni anche in ambito internazionale”. A 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, le gerarchie ecclesiastiche si stanno rendendo conto che non hanno più a che fare con un ‘colosso’ ideologico assai contraddittorio come quello comunista, bensì con una “minoranza”. La qual cosa sembra creare assai più fastidio, poiché lascia trasparire la secolare intolleranza cattolica nei confronti proprio delle minoranze, insieme ad un atteggiamento generalista ideologico esso stesso. Per svelenire il clima politico non ci sarebbe alcun bisogno di particolari lezioni morali, bensì di una maggior consapevolezza politica, culturale e identitaria. Invece, la situazione attuale è colpevolmente caratterizzata da un nucleo clericofascista ‘cafone’ che sta riducendo il Paese ad un vero e proprio ‘cortile’ isolato dal resto del mondo, accompagnato da uno stravagante cristianesimo – sociale ‘neodemocratico’ che pretende di egemonizzare l’intera sinistra italiana allineandosi, di fatto, ad una deriva generalista diffusa nella società tramite il pesantissimo condizionamento di organi di informazione affidati a giornalisti tanto irresponsabili quanto deontologicamente spregiudicati.

Proviamo dunque a riassumere, almeno per sommi capi, di cosa si sta parlando allorquando si denuncia l’esigenza di una scuola e di una cultura italiana effettivamente laica. Tra il 1946 e il 1951, il ministro democristiano dell’Istruzione pubblica, Guido Gonella, assiduo frequentatore di ambulacri vaticani, provvide a confessionalizzare brutalmente la scuola italiana di ogni ordine e grado. Circondato da un agguerrito stuolo di consulenti e coadiuvato da potentissime organizzazioni di insegnanti cattolici, egli riuscì in qualche modo a “legare l’avvento della democrazia postfascista ad istanze incentrate sullo sviluppo della partecipazione popolare attorno al dispiegamento della sua vocazione comunitaria e religiosa basata sulla famiglia, sui gruppi delle comunità locali e sulla Chiesa”. Gonella non si limitò solamente a saziare il desiderio di rivincita di ambienti decisi a disciplinare ‘otia e negotia’ di un settore particolarmente nevralgico dell’impostazione culturale, morale e civile degli italiani, bensì si impegnò a fondo anche al fine di rendere più proficuo, in termini moralistici, l’esercizio stesso dell’insegnamento, almanaccando una riforma della scuola media ‘unica’ attorno a criteri totalmente personalistici, che configurarono il triennio postelementare in quanto mero segmento dell’obbligo scolastico e non come un ‘raccordo’ per il proseguimento degli studi. Oltre a ciò, la scuola italiana, per interi decenni, è stata variamente inondata di testi e manuali assolutamente ‘sermoneggianti’. Come ad esempio i lavori di Fanciulli, Anguissola e Visentini, sponsorizzati direttamente dall’Azione cattolica, mentre nulla è mai stato fatto per assecondare un fondamentale istinto alla lettura dei ragazzi. Anzi, la letteratura per bambini e per adolescenti, da sempre infarcita di avventurismo ‘salgariano’ per i maschietti e dal ‘vezzosismo’ di Louise M. Alcott, - l’autrice di ‘Piccole donne’ - per le femminucce, venne addirittura condannata in quanto impregnata di ideologia ‘superomista’ (Salgari) o squisitamente ‘edonista’ (Alcott), mentre sarebbe stato più auspicabile un tratto culturale ispirato a un esotismo a sfondo coloniale e missionario. Venne allora l’epoca di angoscianti tentativi editoriali, come ad esempio la collana ‘Vie della sapienza’, curata da Piero Bargellini per l’editore Vallecchi, o l’ingresso nella narrativa del pedagogista Luigi Volpicelli con il suo, peraltro modesto, ‘Giuffé’. L’attenzione dei cattolici si concentrò inoltre sui testi di letteratura ‘coatta’, al fine di assassinare ogni forma di sapere eclettico e di passionalità giovanile alla lettura formativa attraverso l’imposizione scolastica di ‘pesantissime’ antologie – Centiloquio, Pagine aperte, Due secoli – alle quali l’instancabile Bargellini vi si dedicò nell’idiota convinzione che un semplice marchio di convalida ministeriale potesse renderle formidabili veicoli di trasmissione dei principi cristiani. Ma, proprio sul più bello, a scompaginare ogni piano di irrigimentazione della formazione culturale giovanile italiana giunsero, inaspettati e vincenti, i ‘fumetti’: un veicolo eccezionale di lettura facile e divertente. Subito, le gerarchie ecclesiastiche cercarono di debellarli, ora teorizzando interventi a colpi di forbice, ora investendo il mondo politico italiano di anatemi e di inviti a battaglie ‘campali’. Secondo Luigi Volpicelli, infatti, i fumetti nascevano “con la pistola in mano”, non potevano disincagliarsi “dalla rete di violenza e di sadismo che li rendeva allettanti” ed erano ‘figliastri’ di un cinematografo sulle cui nulle potenzialità didattiche il giudizio rimaneva inappellabile. Per la cultura cattolica, già allora si trattò di una sconfitta micidiale, causata da un cipiglio conservatore che riuscì solamente a sottostimare le geniali capacità artistiche di alcuni grandi disegnatori italiani (come, ad esempio, il ‘delirante’ Benito Jacovitti, con le sue tavole affastellate di surreali lische di pesce e di assurdi salami tagliati a metà).

Nel settore della produzione cinematografica, la guerra fu ancora più cruenta, poiché proprio sul cinema, in realtà, confidavano i sacerdoti preposti agli oratori parrocchiali. In Veneto e in Lombardia, in particolar modo, lo ‘schermo’ divenne il più comune alleato del campetto di calcio. Ma un conto era possedere una buona rete di distribuzione e grandi mezzi di proiezione, ben altro disporre in quantità sufficiente le pellicole da proiettare. E ciò perché le indicazioni del Centro cattolico cinematografico erano talmente perentorie da arrivare al punto di non risparmiare alcun genere di film. Vennero ad esempio giudicati ‘pericolosi’ quei lavori che: a) contenevano o giustificavano, anche implicitamente, errori dogmatici e colpe morali come il divorzio, il duello, il suicidio, la maternità illegittima; b) mettevano in cattiva luce persone, istituzioni e cerimonie sacre e religiose; c) accreditavano princìpi antisociali o dannosi alla convivenza civile; d) contenevano scene immorali o gravemente provocanti, come scene di seduzione prolungate e suggestive, oppure nudità complete o quasi, anche se presentate in ‘siluetta’; e) proponevano danze che eccitavano passioni o mettevano in rilievo forme o movimenti indecenti. Lo sguardo dei giovani venne poi completamente ‘scotomizzato’ con la successiva preclusione di: 1) scene capaci di eccitare i sensi, come baci e abbracci prolungati; 2) scene, riviste e balli in abiti succinti, come quelle girate in locali notturni; 3) scene di svenimento; 4) motti salaci; 5) drammi, gialli e film polizieschi in cui il delitto era messo in luce favorevolmente, oppure in cui si insegnava, indirettamente, l’arte del delitto (furti, rapine e assassinii) per cui la pellicola riusciva in quanto scuola di delinquenza; 6) scene brutali e violente atte a educare allo spirito di violenza. In pratica, nelle sale parrocchiali risultò obiettivamente difficile proporre una programmazione solo ed esclusivamente ‘per tutti’ o ‘per tutti con riserva’. E si finì col dover ammettere anche dei film classificati come ‘per adulti’ pur subordinandoli ai ‘nulla osta’ della Commissione diocesana, poiché diversamente la programmazione e la stessa rotazione delle pellicole non avrebbe potuto essere soddisfatta dalla sola “produzione ammessa come lecita”. Ma proprio questo punto della cinematografia “ammessa come lecita” divenne il vero nervo scoperto della ‘presenza cristiana nella società’. Finanziariamente solide com’erano, nonché benvolute dal potere politico – soprattutto quando Giulio Andreotti si insediò alla presidenza dell’Ufficio centrale per la cinematografia, direttamente dipendente dalla presidenza del Consiglio dei ministri - le società di produzione cinematografica cattoliche dimostrarono di non possedere né il respiro culturale, né le capacità professionali necessarie a confezionare prodotti quanto meno dignitosi sotto il profilo artistico. E furono costrette ad assoldare veterani della macchina da presa o giovani registi emergenti, i quali offrirono le proprie competenze tecniche senza, peraltro, vendere l’anima: con la ‘Orbis’, ad esempio, collaborò lungamente lo stesso Cesare Zavattini, padre del neorealismo italiano, insieme a Pietro Germi, Alessandro Blasetti e allo stesso Vittorio De Sica. Tuttavia, la ricerca di una sintesi tra intransigenza ecclesiastica e produzione religiosamente orientata ma pur sempre verosimile, finì col generare risultati addirittura grotteschi, come ad esempio capitò per il toccante ‘Fabiola’, tratto dall’omonimo romanzo del cardinale britannico Nicholas Patrick Wiseman, che venne ammesso alla visione solamente ‘per adulti’ poiché vi comparivano “nudità difficilmente eliminabili dall’ambientazione di una vicenda della Roma dei primi martiri cristiani”. Questi e numerosi altri ‘corto circuiti’ finirono solamente col confermare l’impressione che la tanto ricercata ‘presenza cristiana nella società’ fosse tanto forte sul piano degli apparati difensivi quanto debole su quello delle attitudini creative, artistiche e propositive. E che, sotto la superficie di un’apparente uniformità, nel mondo cattolico covino da sempre sordi conflitti tra una gerarchia quasi esclusivamente preoccupata della vigilanza, dell’occultamento, della condanna e ‘schegge di laicità’ desiderose di svolgere un’attività in nome dell’elaborazione di nuovi linguaggi comunicativi. Ne fu la riprova ciò che accadde dopo che l’apposita commissione ministeriale negò il nulla osta per la circolazione nelle sale cinematografiche al film ‘Gioventù perduta’ di Pietro Germi: per tutta risposta, 35 registi italiani inviarono una lettera sdegnata di protesta al sottosegretario Andreotti, notoriamente vicino ai prelati della Curia. In calce a quel testo e alle denunce che esso conteneva (“ogni giorno che passa è un nuovo fatto, una nuova minaccia, un taglio al montaggio, un’osservazione sulla sceneggiatura, una modifica, un suggerimento, un sorvolamento, una telefonata…”) non facevano mostra di sé solo i nomi di Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti, Luigi Comencini, Michelangelo Antonioni e Federico Fellini, ma anche le firme di Alessandro Blasetti, Mario Soldati (che aveva diretto per la ‘Orbis’ il cortometraggio: ‘Chi è Dio’?) e addirittura di Romolo Marcellini, il regista del leggendario ‘Pastor Angelicus’. Andreotti, tuttavia, non si intimidì e continuò imperterrito la sua politica di punzecchiature alla produzione interna, di indulgenza verso gli esercenti che non applicavano le norme sulla proiezione obbligatoria di film italiani, di ricorso a tutte le possibili ‘serrature’ censorie tese a tutelare, presso l’opinione pubblica internazionale, l’immagine di un Paese deturpato dalle calunnie dei neorealisti. Andreotti arrivò addirittura al punto di pretendere di insegnare il mestiere degli altri facendo pubblicare sulla rivista settimanale della Dc, ‘Libertas’, una sorta di breviario deontologico in forma di lettera aperta indirizzata a Vittorio De Sica, reo di disfattismo per aver denigrato l’Italia con la pellicola ‘Umberto D.’. Quella pagina segnò uno dei momenti più bassi di una cultura cattolica, che si è sempre rifiutata ostinatamente di voler indagare le movenze di fondo della società: “Se è vero che il male”, scrisse Andreotti, “si può combattere anche mettendone duramente a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che, se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di ‘Umberto D.’ è l’Italia della metà del secolo ventesimo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale. E’ stato detto che la cinematografia deve realisticamente configurarsi al vero, non rappresentando una società irreale, bugiarda e caramellata. Principio in sé accettevole per un certo tipo di produzione, ma sempre con un limite di equilibrio, di oggettività e di proporzioni, senza le quali ci si perde nelle vie disgregatrici dello scetticismo e della disperazione”. In pratica, Andreotti affermava di avere la verità ‘in tasca’ in riferimento alla sua pretesa di oggettività: una superbia assurda, lontana intere galassie da ogni sano principio di libertà individuale, artistica e culturale. I sottosegretari succedutisi al pupillo di De Gasperi non si discostarono mai dalle linee maestre di un simile ‘testamento spirituale’. Così come non se ne discostò la commissione di censura istituita successivamente presso il ministero del Turismo e dello Spettacolo. A volerla ripercorrere, la storia delle mutilazioni, dei ritocchi e delle protesi a cui sono stati sottoposti soggetti e sceneggiature, ne viene fuori un’aneddotica spassosamente fosca e sinistramente esilarante: Aldo Vergano venne costretto a espungere da ‘Il sole sorge ancora’ la sequenza di un personaggio che sfuggiva a una retata nazista sgattaiolando da un bordello travestito da prete; il film ‘La passeggiata’ di Renato Rascel, rifacimento di una novella di Gogol che si conclude con un suicidio, venne corretto con un finale edificante in cui il protagonista restituisce fiducia alla prostituta di cui si è innamorato attraverso un ‘pallosissimo’ predicozzo; da ‘Suor Letizia’ di Mario Camerini venne amputata la scena in cui una monaca perdeva il ‘velo’ e un bambino con il quale ella stava giocando si stupisce di trovarsi di fronte proprio a una donna. Ma l’aspetto più grave di tali vicende riguarda le idee cadute in abbandono, i progetti rinchiusi per sempre nel cassetto, le opere mai realizzate per la censura imposta a registi sommersi da innumerevoli intimidazioni ‘virtuiste’ e da produttori spaventati dalla prospettiva del disastro commerciale: allo stadio di abbozzo incompiuto rimasero ‘Gli uomini del fiume’ di Carlo Lizzani e Felice Chilanti, che raccontava drammaticamente l’alluvione del 1951 in Polesine; ‘Noi che facciamo nascere il grano’ di Giuseppe De Santis e Corrado Alvaro, che trattava delle condizioni di vita dei contadini nei latifondi della Calabria; ‘Minatori’ di Massimo Mida e Carlo Cassola, che intendeva narrare le durissime giornate dei cavatori del grossetano; ‘Il prete bello’, di Luigi Zampa, tutto imperniato sul sottoproletariato ‘colorito’ di una piccola città veneta. Che la capacità dei cattolici di far presa sull’immaginario sociale attraverso il cinema dipendesse esclusivamente dai crivelli dei loro poteri di veto era dimostrato dal fatto che la produzione ammessa come lecita veniva spesso scavalcata da spettacoli popolari solo esteriormente in regola con i precetti della religione. Ad attirare un oceanico afflusso di pubblico, ad esempio, furono i film di Raffaello Matarazzo – in particolare la trilogia composta da ‘Catene’, ‘Tormento’ e ‘Figli di nessuno’ - che in non pochi finali emanavano ‘odore di sagrestia’ e che, tuttavia, possedevano una struttura assai stratificata, in cui la preponderanza della musica e lo stile della recitazione richiamavano il melodramma ottocentesco, la frequenza degli intrighi, dei colpi di scena e delle agnizioni era ricalcata sul romanzo d’appendice e i cui temi di fondo erano quelli di amore e morte, violenza e sangue, uniti a paure per colpe ancestrali, peccati originali, aborti, violenze subite, incesti, traumi incancellabili. Ma se le opere di Matarazzo fotografavano una società temporalmente immobile, scossa da pulsioni antropologiche più che sociali, umettata da un’irrazionalità folcloristica largamente diffusa ancora oggi, il cinema neorealista seppe invece presentarsi come il tramite più robusto – e senza dubbio più accorato – della rivalutazione di un’Italia arcaica e popolana che il governo delle camicie nere aveva cercato di dissimulare, piuttosto che soccorrere. Anche se i grandi maestri, da Roberto Rossellini a Luchino Visconti, si rifacevano a poetiche diametralmente diverse, tutti i loro film del ‘periodo d’oro’ del neorealismo erano accomunati dalla scoperta della gente di buon cuore che abitava le campagne e le periferie e che, negli anni della Resistenza e del dopoguerra, aveva saputo dar fondo a riserve di rettitudine sconosciute ai beneficiari dell’opulenza illusoria distribuita dal fascismo e ostentata nelle commedie di Mario Camerini. A prendere la parola sullo schermo erano i dolcissimi parroci di borgata di ‘Roma città aperta’, i pescatori di una palude polesana raggiunta dalla guerra prima che dal progresso in ‘Paisà’, i ragazzini sottoproletari candidi e ingegnosi di ‘Sciuscià’ e di ‘Ladri di biciclette’, le maschere dolenti di una Sicilia petrosa e senza storia ne ‘La terra trema’, i pensionati e le servette murati nello squallore delle loro camere in affitto in ‘Umberto D’. Si trattava di un’umanità integra e generosa, che doveva essere sottratta al male del ‘moderno d’importazione’ dopo che era stata guarita dall’ingannevole promessa dei telefoni bianchi, dei grandi magazzini e delle ‘mille lire al mese’.

Alla causa di una democrazia identificata con l’ordine pubblico, ma infiacchita dalla sonnolenza e avviluppata nella noia, avrebbe dunque dovuto giovare la nostra televisione di Stato. Ma anche in questo settore vennero emanate delle norme di autodisciplina che, in molti punti, sembravano estratte di peso dalle indicazioni del Centro cattolico cinematografico. In televisione non erano consentite: a) la rappresentazione di scene che potevano turbare la pace sociale o l’ordine pubblico; b) l’incitamento all’odio di classe o la sua esaltazione; c) sabotaggi, attentati alla pubblica incolumità, conflitti con le forze di polizia, disordini pubblici, che tuttavia potevano essere rappresentati solo con somma cautela e sempre in modo che ne risultasse chiara la condanna; d) opere di qualsiasi genere che portassero insidia all’istituto della famiglia, che risultassero truci o ripugnanti, che irridessero alla legge o che risultassero contrarie al sentimento nazionale; e) particolare riguardo doveva essere mantenuto di fronte alla santità del vincolo matrimoniale e verso il rispetto delle istituzioni; f) il divorzio poteva essere rappresentato solamente allorquando al trama lo rendesse indispensabile e l’azione si fosse svolta ove ciò risultava permesso dalle leggi; g) le vicende che derivavano dall’adulterio e che con esso si intrecciavano non dovevano indurre antipatia verso il vincolo matrimoniale; h) attenta cura doveva essere posta nella rappresentazione di fatti o episodi in cui apparivano figli illegittimi. Autodisciplina a parte, nella messa a punto dei cosiddetti palinsesti le varie dirigenze della Rai che si sono succedute nel tempo hanno sempre oscillato tra una sottovalutazione delle possibilità del mezzo televisivo, una blanda vena enciclopedica e l’intento di educare l’italiano ‘medio’ sotto la luce in cui esso è sempre apparso ai suoi ‘tutori’ ecclesiastici. Gli spettacoli di maggior successo furono perciò i testi teatrali mandati in onda alla sera del venerdì; il programma ‘L’amico degli animali’, condotto da Angelo Lombardi, uno zoologo un po’ sgrammaticato; una rubrica di curiosità erudite, etimologiche e un po’ antiquarie dal titolo ‘Una risposta per voi’, affidata a un paffuto professore di biblioteconomia, Alessandro Cutolo, frequentatore, a Napoli, del mitico salotto di casa Croce. Inoltre, vennero introdotte le trasmissioni a quiz ricavate da modelli americani e francesi: ‘Lascia o raddoppia’ presentato da Mike Bongiorno, ‘Il musichiere’ condotto da Mario Riva, ‘Telematch’ con Silvio Noto, Enzo Tortora e Renato Tagliani, ‘Campanile sera’ ancora con Enzo Tortora e Mike Bongiorno. Questi programmi erano rivolti all’everyman con l’espresso scopo di rassodarne la tranquilla coscienza di benpensante. Tuttavia, ciascuno di essi finì con l’imprimere sul costume una propria impronta specifica e peculiare: ‘Lascia o raddoppia’ santificò una cultura nozionistica, mnemonica, del tutto priva di attitudini critiche; ‘Il musichiere’ preannunciò l’avvento di un dialetto romanesco leggermente ‘purgato’ come lingua nazionale del Paese; ‘Telematch’ creò modi di dire che divennero subito metafore di uso nazionale; ‘Campanile sera’, che si riprometteva un qualcosa di molto vicino ad un’operazione di affratellamento nazionale tramite la competizione tra due località italiane spesso assai distanti tra loro, rappresentò un vero e proprio atto di ratifica di un Paese composto unicamente da gonfaloni. Infine, per quanto piatti, insulsi e slavati, i primi telegiornali consacrarono definitivamente il successo del nuovo mezzo di comunicazione: storicamente in poca confidenza con la carta stampata, gli italiani scoprirono finalmente che il notiziario “in diretta” rappresentava una finestra sul mondo e, dietro le benedizioni, le varie pose di ‘prime pietre’ o l’inquadratura di qualche doppio petto ministeriale, essi poterono finalmente intravedere qualche ‘squarcio’ di verità.

Questa è la Storia, per chi non la conoscesse, dell’egemonia cattolica sulla società italiana, un potere e un’influenza che hanno finito col ‘lobotomizzare’ intere generazioni di cittadini causando solamente danni psichici, pratici ed educativi che, a loro volta, hanno generato conseguenze totalmente opposte, di vuota omologazione o di netto rigetto protestatario, rispetto all’esigenza di formare una precisa identità democratica degli italiani, un popolo a cui ogni normale sentimento di orgoglio identitario e nazionale era già stato fagocitato e annichilito dal fascismo ed al quale è sempre stata resa difficile ogni altra valvola di sfogo umanistica culturalmente autonoma ed effettivamente sovrana.

 
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Il crocifisso: significati simbolici e storici - di Chiara Cajelli

Post n°994 pubblicato il 16 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte
Giornalismo Studentesco



Il crocifisso:
significati simbolici e storic
i
di Chiara Cajelli

15 - 11 - 2009

E’ di questi giorni la discussione riguardo al Crocifisso: larecente sentenza della Corte Europea dichiara che non debba rimanereesposto nelle aule scolastiche o nei luoghi pubblici. Il nostro Governoha fatto ricorso, non essendo d’accordo con quanto sentenziato.L’Italia è ora divisa in due: si è parlato di mancanza di rispetto neiconfronti delle differenti culture che ormai rendono cosmopolita lanostra Nazione, si è fatto appello alla laicità della Costituzione, c’èchi ritiene fondamentale o non offensiva la tradizione secolare cui ilCrocifisso appartiene e c’è chi, aldilà del significato religioso, gliattribuisce valore sociale.

Prendere una posizione in merito alla cosa non è scopo di Giost, loè riportare il Significato di questo oggetto di culto tramite duespiegazioni: il Professor Paolo Bellini e il Professor Antonio Orecchia, docenti presso l’Università Degli Studi dell’Insubria a Varese, ci hanno dato la loro disponibilità.

 

SIMBOLOGIA CRISTIANA E INDOEUROPEA


“Per il Cristianesimo il Crocifisso rappresenta l’emblema della sofferenza e del martirio di Cristo sulla Croce – spiega il Professor Bellini, docente di Linguaggi Politici e Filosofia Politica - per redimere l’umanità dal Peccato Originale”.


Vi è però un’altra fonte molto antica da cui partire, ovvero leCiviltà Indoeuropee e asiatiche: la Croce per loro indica il MondoMateriale e l’axis mundi che collega cielo e terra come simbolo dicolui che media tra il mondo umano e quello divino.

Nello specifico, spiega il Docente, “i rami della Croce simboleggiano i quattro punti cardinali, ma allo stesso tempo anche iquattro elementi naturali che hanno portato alla Creazione del MondoTerreno”.

 

TITULUS CRUCIS

Si tratta della scritta INRI posta sul Crocifisso di Gesù Cristo,acronimo per Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum ovvero Gesù di Nazareth Redei Giudei, equivalente della sigla ortodossa INBI.

E’ importante anche un altro significato ermetico, aggiunge il Professor Bellini: “secondo alcune svastikatradizioniil Titulus Crucis vorrebbe dire Igne Natura Renovatur Integra, ovveroLa Natura è rigenerata integra attraverso il Fuoco, che richiamaantiche convinzioni di ordine iniziatico, misterico e alchemico.

 

SVASTICA EUROPEA, NAZISTA E INDIANA

Il Professor Bellini fa subito una distinzione tral’antica Svastica Indoeuropea e quella usata dai Nazisti, descrivendola prima come “una croce in movimento che rimanda al momento creativooriginale” e la seconda, “ frutto di un’erronea interpretazione che nefece un simbolo antisemita”. Essa è anche l’emblema di Ganesha,divinità benigna che rappresenta la conoscenza.


svastica.dITALIA POST II GUERRA MONDIALE

Antonio Orecchia, docente di Storia Contemporanea eStoria dei Movimenti e dei Partiti Politici, delinea con chiarezza lasituazione politica italiana dopo il Secondo conflitto mondiale.

Sul Partito Popolare, aconfessionale, si costituisce il DC: “comeindica il nome stesso, a costituire tale Partito sono personepresumibilmente cattoliche. Di fatto però sono da sempre riusciti amantenere la barra al centro rispetto ad un atteggiamento teocratico,ovvero non sono quasi mai stati disposti ad ascoltare il Papa”.

In Italia si delinea quindi un’anomalia fin da subito, infatti “dauna parte c’è uno Stato Laico e dall’altra lo Stato Vaticano: èparadossale e contraddittorio il fatto che convivano le due cose.Bisogna quindi distinguere lo Stato Italiano e lo Stato Vaticano,perché non sono assolutamente la stessa cosa anche se quest’ultimorisiede nel centro della Capitale del primo”.

Il Professor Orecchia, citando l’Emerito Professore di "Storia e istituzioni degli Stati Uniti" vaticanoMassimoTeodori, sostiene che ora la Società si sia evoluta verso ilcosmopolitismo e che la presenza del Crocifisso venga notata molto piùdi prima.

Riporta inoltre l’esempio della Francia, dove “dal 1905 secondo lavigente Costituzione Laica sia vietato esibire nei luoghi pubbliciqualunque simbolo di qualunque religione”.

In Italia ora come ora il punto focale della questione non è tantose tenere o no i Crocifissi nei luoghi pubblici, quanto piuttosto “sevolere o no una Costituzione Laica”.

Concludendo, “nel dibattito è necessario mantenere l’onestàintellettuale: tutti i leader italiani sostengono il Crocifisso maobiettivamente questo non può essere definito un simbolo che non dafastidio a nessuno. Un conto è considerare il Vaticano come Stato, unaltro è considerarlo come Guida”.


 
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Il denaro pesa più dell'acqua - di Alex Zanotelli

Post n°993 pubblicato il 13 Novembre 2009 da toninourgesi



Il denaro pesa più dell'acqua
di Alex Zanotelli

11 Novembre 2009

"E’ stato uno shock per me sentire che il Senato, il 4 novembrescorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua. E così il Senato votala privatizzazione dell’acqua, bene supremo oggi insieme all’aria! E’la capitolazione del potere politico ai potentati economico-finanziari.La politica è finita! E’ il trionfo del Mercato, del profitto. E’ lafine della democrazia".
 

E’ stato uno shock per me sentire che il Senato, il 4 novembre scorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua.

Il voto in Senato è la conclusione di un iter parlamentare che durada due anni. Infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis dellaLegge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione delservizio idrico integrato che prevedeva, in via ordinaria, ilconferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditorio società, mediante il rinvio a gara, entro il 31 dicembre 2010. QuellaLegge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era invacanza. Un anno dopo, precisamente il 9 settembre 2009, il Consigliodei ministri ha approvato un decreto legge (l’accordo Fitto-Calderoli), il cui articolo 15, modificando l’articolo 23 bis, muovepassi ancora più decisivi verso la privatizzazione dei servizi idrici,prevedendo:
 

a) L’affidamento della gestione dei servizi idrici a favore diimprenditori o di società, anche a partecipazione mista(pubblico-privata), con capitale privato non inferiore al 40%;

b) Cessazione degli affidamenti ‘in house’ a società totalmentepubbliche, controllate dai comuni alla data del 31 dicembre 2011.

Questo decreto è passato in Senato per essere trasformato in legge. Il PD, che è sempre stato piuttosto favorevole alla privatizzazione dell’acqua,ha proposto nella persona del senatore Bubbico, unemendamento-compromesso: l’acqua potrebbe essere gestita dai privati,ma la proprietà resterebbe pubblica. Questa proposta, fatta solo persalvarsi la faccia, passa con un voto bipartisan! Ma la maggioranzavota per la privatizzazione dell’acqua. L’opposizione (PD e IDV), votacontro il decreto-legge.

E così il Senato vota la privatizzazione dell’acqua, bene supremo oggiinsieme all’aria! E’ la capitolazione del potere politico ai potentatieconomico-finanziari. La politica è finita! E’ il trionfo del Mercato, del profitto. E’ la fine della democrazia.

”Se la Camera dei Deputati - ha detto correttamente il Forum dei movimenti dell’acqua – non ribalterà il misfatto del Senato, si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni.”

Per questo dobbiamo denunciare con forza:

- il governo Berlusconi che, con questo voto al Senato, oraprivatizza tutti i rubinetti d’Italia. “Questo decreto segna unpassaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la suaCostituzione- scrivono Molinari e Lembo del Contratto Mondialedell’Acqua. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioniproprie con un vero attentato alla democrazia.”

- il partito di opposizione, il PD, che continua a nicchiare sullaprivatizzazione dell’acqua (sappiamo che il nuovo segretario Bersani èstato sempre a favore della privatizzazione).

- ed infine tutta l’opposizione, per non aver portato un problema così grave all’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo rivolgiamo un appello a tutti i partiti perché ritirino questo decreto o tolgano l’acqua dal decreto.

E questo devono farlo adesso che il decreto legge passa alladiscussione nella Camera dei Deputati. Il decreto potrebbe esserevotato il 16 novembre.

E ai partiti di opposizione chiediamo che dichiarino ufficialmentela loro posizione tramite il loro segretario nazionale e diano mandatoal partito di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale.

E chiediamo altresì, ai partiti di opposizione di riportare in aulala Legge di iniziativa popolare che ha ottenuto nel 2007 400.000 firmeed ora dorme nella Commissione Ambiente della Camera.


acqua_pubblica1257856720Chiediamo alle Regioni di:

- impugnare la costituzionalità dell’articolo 15 del decreto Fitto-Calderoli;

- varare leggi regionali sulla gestione pubblica del servizio idrico.

Chiediamo ai Comuni di:

- Indire Consigli Comunali monotematici sull’acqua;

- dichiarare l’acqua bene di non rilevanza economica;

- fare la scelta dell’Azienda Pubblica speciale per la gestionedelle proprie acque. Questa opzione, a detta di molti avvocati egiuristi, è possibile anche con l’attuale legislazione. Si trattapraticamente di ritornare alle vecchie municipalizzate.

- pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua tramite i propri segretari nazionali;

- mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.

Chiediamo infine alla Conferenza Episcopale Italiana(CEI) di:

- proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano, come ha fatto ilPapa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate dove parla“dell’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseriumani, senza distinzioni né discriminazioni”(n.27);

- protestare, in nome della vita, come afferma il Papa nell’enciclica,contro la legge che privatizza l’acqua;

- chiedere alle comunità parrocchiali di organizzarsi sia perinformarsi sia per fare pressione a tutti i livelli, perché l’acqua nondiventi merce.

Infatti l’acqua è sacra, l’acqua è vita, l’acqua è un diritto fondamentale umano.Questo bisogna ripeterlo ancora di più, in un momento così grave in cuicon il surriscaldamento del pianeta, rischiamo di perdere i ghiacciai ei nevai, e quindi buona parte delle nostre fonti idriche. E loripetiamo con forza alla vigilia della conferenza internazionale di Copenhagen, dove l’acqua deve essere discussa come argomento fondamentale legato al clima.

Per questo chiediamo a tutti, al di là di fedi o di ideologie perché‘sorella acqua’ , fonte della vita, venga riconosciuta da tutti comediritto fondamentale umano e non sottoposta alla legge del mercato.

Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi,ma soprattutto per i poveri del Sud del mondo che la pagheranno conmilioni di morti per sete.


LEGGI ANCHE

Giovedì 12 Novembre ore 10.30 - Presidio al Parlamento (Piazza Montecitorio) e in tutti i territori

ACQUA PUBBLICA mobilitazione generale - ULTIMI GIORNI PER FARE QUALCOSA!

RICONOSCIMENTO DELL’ACQUA COME BENE COMUNE E DEL SERVIZIO IDRICO INTEGRATO COME SERVIZIO PRIVO DI RILEVANZA ECONOMICA

 
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PIT STOP / Il fiume di coca che inquina l'economia - di Guido Gentili

Post n°992 pubblicato il 13 Novembre 2009 da toninourgesi

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PIT STOP / Il fiume
di coca che inquina l'economia

di Guido Gentili

10 novembre 2009

Abbiamo conosciuto in Italia l'economia "drogata" dall'inflazione, comenegli anni 70. E abbiamo sperimentato riprese effimere "drogate" dallasvalutazione del cambio della lira. Ma nessuno aveva previsto, ingenerale, che una "droga" propriamente detta, nel caso specifico lacocaina, potesse avere un ruolo significativo nella crisi da"finanziarizzazione estrema" che ha portato il mondo sull'orlo delbaratro. Né, tantomeno, qualcuno aveva previsto che il consumo dicocaina sarebbe divenuto, in Italia, un problema che attraversal'intera società, comprese le sue classi dirigenti.

Invece questa è la realtà, scomoda e terribile quanto sivuole, che non serve però nascondere né derubricare come fenomeno che"c'è sempre stato, in fondo". Vero: la storia italiana è piena discandali e scandaletti del genere a metà strada tra cronaca nera e dicostume. Ma ormai da diversi anni il fenomeno è cresciuto a tal puntoda essersi radicato in pianta stabile in tutti (nessuno escluso) icircuiti decisionali e professionali che contano. Ne è scaturito cosìun sistema grigio a bassa affidabilità, in buona parte sommerso e inparte sulla soglia dell'emersione, che esercita una sorta di codice diselezione al contrario e condiziona il sistema di relazioni inquinate,appunto, dal fattore cocaina.

Possibile?Dati e autorevoli analisi lo confermano. È di due giorni fa l'allarmelanciato dal capo dipartimento sulle dipendenza dalle droghe dellaclinica universitaria di Ginevra: ormai si ricoverano a decine ibanchieri, gli operatori di piazze finanziarie e i professionisti sucui si esercita la pressione delle performance.

Qualche mese fa, Silvio Garattini, direttore dell'IstitutoMario Negri di Milano, ha spiegato che «l'uso della cocaina (che creaun'alterazione nella percezione del rischio) da parte di operatori delmondo della finanza può aver avuto un ruolo nel dispiegarsi dellacrisi». Nel suo recente libro Un fiume di cocaina, lo psichiatra FurioRavera disegna scenari, purtroppo verosimili, da apocalisse bianca e facapire quanto chi consuma questa droga è inserito nella società eimpone modelli d'azione temerari.

Dalla metafora alla realtà, il Po – segnalava già nel 2005 l'IstitutoNegri – è "un fiume di cocaina", tanto è pieno dei residui delle"piste". Quattro anni fa, il Cnr stimava in 4,2 miliardi i costi delconsumo di coca. Mentre nel 2007 l'Osservatorio della Regione Lombardiadiretto da Riccardo Gatti prevedeva entro il 2010 un aumento deiconsumatori di cocaina del 40 per cento. E Milano, in dose giornaliereper mille abitanti, supera Londra e Lugano.

Qualche giorno fa Gatti è tornato sul tema. Affermando che aMilano la classe dirigente è prigioniera della droga (cocaina ederoina) e del giro che la smercia : «È una società civile in ostaggio epotenzialmente sotto continuo ricatto», e la prevenzione deve esserefatta anche in azienda, «perché lì sta la classe dirigente della città».
Fanno impressione i numeri. Ma colpisce soprattutto quella "societàcivile in ostaggio". A Milano, stando alla denuncia di Gatti: però chipotrebbe dire, oggettivamente, cose diverse per Roma? Responsabilità(d'impresa e della politica) vorrebbe che sulla società "in ostaggio"s'accendesse un faro di luce e di consapevolezza.

 
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L'Italia dice addio al festival reggae. La legge Fini-Giovanardi 'uccide' il "Rototom Sunsplash"

Post n°991 pubblicato il 13 Novembre 2009 da toninourgesi

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Il presidente dell'associazione con la richiesta di interrogatorio
IL PDF DELLE CARTE GIUDIZIARIE DELLA VICENDA).

L'Italia dice addio al festival reggae. La leggeFini-Giovanardi 'uccide' il "Rototom Sunsplash", il festival reggaepiù famoso d'Europa. E' polemica politica

Dall'anno prossimo l'Italia dice addio allo storico "Rototom Sunsplash" di Osoppo (Friuli), il festival reggae più importante d'Europa. Il motivo? Per la legge Fini-Giovanardi "agevola l'uso di marijuana". Agguerriti gli organizzatori. La politica si spacca, Ignazio Marino, Beppino Englaro e Debora Serracchiani solidarizzano. Gli organizzatori preparano un concertone di protesta, dal titolo "Non processate Bob Marley". Non solo politici, anche il mondo dell'arte è in fermento. Da Moni Ovadia agli Africa Unite, con Beppe Grillo in testa... GUARDA I VIDEO DEL FESTIVAL E LEGGI TUTTI I PARTICOLARI

11 - 11 - 2009

 E'vita dura per i festival musicali in Italia. Piano piano, per motivi diversi, stanno scomparendo,dopo il boom di qualche anno fa. L'ultimo della serie a cui il nostroPaese deve dire addio è il celebre “Rototom Sunsplash”, il festival reggae più famosod'Europa che daanni ogni estate si svolge in Friuli, a Osoppo.

Comefa sapere l'omonima associazione infatti, "nonostante l’affetto dellagente e la solidarietà giunta trasversalmente da vari esponenti politici, ilpiù grande Festival reggae d’Europa è costretto ad emigrare, spostando altrovei numeri da capogiro in fatto di presenze e le vaste ricadute economiche sulterritorio di un piccolo comune friulano come Osoppo: un paese di 3 milaabitanti che grazie a questa manifestazione d’estate diventano 150 mila.

Anzi,diventavano. Perché dal 2010 il 'Sunsplash' lascerà il Friuli". Ma qual è il motivodell'addio? I diretti interessati parlano di “accanimento di sorveglianza” cheha portato nelle ultime settimane a “provvedimenti che rendono impossibilerimanere ad Osoppo”.

 

 Un video chespiega dall' 'interno' il Festival di Osopp

IPARTICOLARI - Il riferimento è agli avvisi di garanzia piovuti per ragionidiverse sull’amministrazione comunale del piccolo paese friulano, perun’ipotesi di abuso d’ufficio, ma soprattutto sul vertice dell’associazione, ilpresidente Filippo Giunta, rispetto a cui l’indagine è stata aperta perviolazione della legge Fini Giovanardi.  Viene contestato l'art.79: per tale dispositivo “chiadibisce o consente che sia adibito un locale pubblico o un circolo privato diqualsiasi specie a luogo di convegno di persone che ivi si danno all'uso disostanze stupefacenti o psicotrope è punito, per questo solo fatto, con lareclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 3.000 ad euro 10.000”. IlSunsplash in sostanza agevolerebbe l'uso di marijuana per il solo fatto diessere un festival reggae.

SOLIDARIETA'AL FESTIVAL - L’organizzazioneovviamente non ci sta e mentre evidenzia le ingenti spese affrontare per unservizio di sicurezza imponente, incassa la solidarietà di esponenti di primopiano della cultura e della politica italiana che inviano messaggi di appoggio.“Non riconosco in questa vicenda il Friuli aperto e tollerante che è la miaterra” sostiene Beppino Englaro, mentre Giuliano Giuliani vede nella paraboladel Sunsplash “un malinteso nesso tra democrazia e repressione”. “La sottocultura delle forzeconservatrici  è nemica della gioia di vivere” ribatte Moni Ovadia cheosserva come “dà fastidio il pensiero che si auto-organizza in forme libere evitali”. 
 

INTERVENGONOANCHE IGNAZIO MARINO E LA SERRACCHIANI- L’analisi del senatore Ignazio Marino si rivolgeinvece alla legge Fini Giovanardi “il cui art.79 è stato evocato finora solodue volte contro organizzatori di eventi culturali e musicali e l’unico casoarrivato a giudizio si è chiuso con la piena assoluzione di chi era imputato, adimostrazione degli eccessi punitivi di questa norma”. A supporto della causa arriva ilmessaggio dell’europarlamentare Debora Serracchiani: “cancellando Sunsplash nonavremo risolto un problema ma ne avremo creati altri ben peggiori – dice –poiché un evento di tale rilevanza non può mancare nell’offerta culturale eturistica della regione senza generare una grave perdita. Per questo vogliosperare che l’ultimo atto in questa vicenda non sia ancora compiuto”. Altelefono giunge anche la solidarietà del consigliere regionale Pdl AlessandroColautti a cui “dispiacerebbe perdere un’occasione di confrontoo e dibattitoaperta come il Sunsplash, che negli ultimi anni ha fatto un salto di qualitàprestandosi ad approfondimenti importanti su temi come ecologia e finevita”.L’ex sottosegretario Franco Corleone spiega che “ci troviamo di fronte adun teorema, che è la cosa più pericolosa che esiste, perché nasce dalpregiudizio e sfocia nella persecuzione”. “La sensibilità diffusa di cittadini,amministratori, politici è a favore del Sunsplash. Questo festival non puòmorire. Auspico un’archiviazione da parte della magistratura”.

 


L'edizione 2007 del festivalreggae

 

IL'PIANO DI BATTAGLIA' -  E'una battaglia su più piani quella che si annuncia. Innanzitutto si prepara uncollegio di difesa composto da avvocati di fama nazionale per affermare ilprincipio di “pulizia” del Sunsplash ma anche l’illogicità della Fini Giovanardinei punti contestati.Inoltre si lancerà una mobilitazione con una petizione sul sito fuoriluogo.it el’iniziativa “io agevolo” portata avanti dal Rototom con ironia, persignificare che l’agevolazione determinata dal festival non ha riguardato glistupefacenti ma semmai il dialogo fra culture, la libertà di pensiero, stampaed espressione e tanti altri diritti civili. Infine una grandemanifestazione concerto venerdì 13 novembre in Piazza Matteotti a Udine cheavrà l’emblematico titolo “Non processate Bob Marley” e che a partire dalle 18 vedrà sulpalco molti artisti ed intellettuali che dimostreranno con l’arte e il pensieroche di Sunsplash, in Friuli od altrove, c’è davvero bisogno. 
 

ANCHEBEPPE GRILLO IN PIAZZA (IN VIDEOCONFERENZA...) -Per gli organizzatori "nonbasterà una piazza: ne serviranno due per ospitare tutti gli artisti cheparteciperanno a “Non processate Bob Marley”, l’happening-manifestazione divenerdì 13 novembre nato a difesa del Rototom Sunsplash, il più grande festivalreggae d’Europa costretto ad emigrare in seguito ai provvedimenti giudiziariche hanno colpito il suo organizzatore. A Piazza Matteotti, dove si esibirannole band che hanno aderito alla manifestazione, dagli Africa Unite ai TreAllegri Ragazzi Morti, si aggiungerà anche piazzetta Lionello dove troverannospazio i dj set e le tante associazioni che hanno sempre trovato ospitalità alSunsplash e ora intendono appoggiare la rivendicazione di libertàdell’associazione Rototom. A far crescere l’attesa per la manifestazione c’èanche l’annunciato intervento di uno dei più noti ed apprezzati paladini dellalibertà di espressione e di informazione, Beppe Grillo, che ha annunciato ilsuo intervento in videoconferenza a partire dalle 21 sullo schermo che saràallestito nella centralissima piazza Matteotti".

 
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Acqua, protesta a Montecitorio contro le privatizzazioni - di Frida Roy

Post n°990 pubblicato il 13 Novembre 2009 da toninourgesi

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Acqua, protesta a Montecitorio
contro le privatizzazioni

di Frida Roy

12 novembre 2009

PoliticaCittadini, associazioni, Verdi e Prc davanti alla Camera, dove arrivail decreto sull'affidamento ai privati della gestione delle risorseidriche e che sarà votato la prossima settimana: "Siamo pronti alreferendum". Con le mani dipinte di blu, fischietti e sirene, perspingere i deputati a pronunciarsi contro la conversione in legge daparte della Camera del discusso decreto-legge 25 settembre 2009, n.135appena approvato dal Senato


Piazza di Montecitoriopiena, attivisti con le mani e i volti pitturati di blu, comitatiterritoriali con fischietti e campane: oggi è stata la giornata diprotesta del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, Verdi,Rifondazione comunista, esponenti dell'Idv e rappresentanti dellaRegione Lazio, insieme ai cittadini, tutti contro un provvedimentogiudicato "vergognoso".
Di fronte ai 630 Deputati, che si apprestanoa votare l'art. 15 e la definitiva privatizzazione dell'acqua, sonostate portate le ragioni dei 406.000 cittadini che già da due annihanno depositato nello stesso Parlamento una legge d'iniziativapopolare per chiedere la ripubblicizzazione dell'oro blu.

"L'acquaè un diritto, non una merce", "Acqua pubblica" e "ACQUAle costo?", glistriscioni srotolati ed esposti davanti l'ingresso della Camera deideputati. "Voi 360 deputati noi 406.000 cittadini", ammonisce unostriscione che ricorda agli eletti le oltre 400mila firme raccoltedalla rete di associazioni a sostegno della propria legge di iniziativapopolare per l'acqua pubblica. Al contrario, però, il testo all'esamedella Camera prevede che entro il 2012 l'affidamento dei servizipubblici locali, e in primo luogo dei servizi idrici, passi in mano "aimprenditori o società in qualunque forma costituite", quindi anchepubblico-private, ma sarà solo ai soggetti privati, che non potranno"avere una quota inferiore del 40%" delle società assegnatarie delservizio, che potranno essere affidati "i compiti operativi connessialla gestione".

"Si sta definitivamente privatizzando l'acquapotabile in Italia - ha spiegato Paolo Carsetti, segretario del Forum -e quello che è un diritto diventa una merce da mettere sul mercato". Iltimore è che, come già successo in diverse città italiane, in unmomento in cui la crisi è sotto gli occhi di tutti le bollette vadanoalle stelle a causa delle gestioni private. Una responsabilità pesantenei confronti dei cittadini più in difficoltà che questo Parlamentorischia di assumersi con troppa leggerezza.

Al termine dellagiornata, una delegazione del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua,accompagnata dall' On. Scilipoti - relatore della legge d'iniziativapopolare - è stata ricevuta dalla Vice-Presidente della Camera, On.Rosi Bindi (Pd), alla quale sono state consegnate le oltre 40.000 firmeraccolte in poco più di una settimana sull'appello per chiedere aiDeputati di non votare il famigerato art. 15, insieme ad unafondamentale richiesta di democrazia: che si sospenda l'approvazione diqualsiasi nuova normativa e che si apra un dibattito ampio earticolato, a partire dalla proposta di legge d'iniziativa popolarepresentata dai movimenti per l'acqua.
La Vice-Presidente dellaCamera ha espresso la propria condivisione delle preoccupazioni e delleproposte espresse dalla delegazione del Forum Italiano dei Movimentiper l'Acqua.

La protesta dei movimenti per l'acqua continua conle tante iniziative in programma su tutto il territorio nazionale eattraverso l'e-mail bombing, ovvero la richiesta a tutte e tutti icittadini di inviare, in questi giorni e prima del voto finale previstoper martedì 17, una e-mail a tutti i 630 Deputati con la richiesta dinon votare l'art. 15 e di ascoltare le ragioni dei movimenti perl'acqua.

 
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Ato, i comuni restano proprietari dell'acqua

Post n°989 pubblicato il 13 Novembre 2009 da toninourgesi

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Ato, i comuni restano proprietari dell'acqua
Firmatala convezione tra Ato di Varese Regione Lombardia, vince il modelloduale. Tra due anni la gara per la gestione mentre la patrimoniale avrài tubi ma solo in uso dagli enti locali

12/11/2009

Varese - L’acquanon sarà privatizzata. I tubi resteranno di proprietà dei comuni. Unasocietà patrimoniale provinciale li avrà in uso. E metterà a garal’ultimo metro, ovvero la gestione dei servizi idrici. Una voltaricevute le bollette, il proprietario e il gestore si divideranno iricavi. La Regione Lombardia darà 100 milioni di euro all’Ato diVarese, ovvero all’autorità provinciale che governerò tutto questoprocesso. Saranno fatti gli investimenti per migliorare le retiidriche, dalla captazione alla depurazione, del ciclo integratodell’acqua. L’Ato di Varese non sarà uguale a tutti gli altri e comequello di Pavia avrà qualche differenza tecnica, per questo lo hannochiamato Ato Pilota. Tempi previsti: 6 mesi per il piano, due anni perla gara d’appalto in gestione, a cui potranno partecipare sia aziendepubbliche che private. Di tariffe non si è parlato ma la bozza di pianod’ambito lo prevedeva esplicitamente. Tuttavia, oggi sono considerateinsostenibili per qualunque comune, ed è anche a causa degli scarsiinvestimenti che negli anni scorsi abbiamo avuto la siccità.

Ilprotocollo d’intesa è stato firmato oggi dal presidente dell’Ato DarioGalli e l’assessore regionale alle reti e servizi Massimo Buscemi,adesso bisogna fare la predisposizione del “piano d’ambito tipo” e ilfinanziamento degli investimenti previsti.

«Oggi siamo allineati conle altre Province lombarde - ha dichiarato il Presidente Galli – Sonopoi soddisfatto per l’accordo raggiunto con tutti i sindaci delterritorio anche su questioni delicati come la proprietà e il controllodegli enti pubblici».

«L’Ato pilota che firmiamo con Varese – hacommentato l’Assessore Massimo Buscemi - garantisce maggiore attenzionee maggiori finanziamenti per i primi interventi alle reti einfrastrutture. Infine vorrei sottolineare che il doppio modello sceltonon va ad intaccare la proprietà pubblica di reti idriche,infrastrutture e acqua».

La firma arriva dopo la costituzionedell’Ato, avvenuta ufficialmente nel dicembre 2008 e la condivisionecon tutti i sindaci del territorio, anche se in certi momenti è statauna guerra, del percorso di scelte delineato dal Presidente Galli. Ipiccoli comuni avevano osteggiato l’Ato in passato per la cessionedelle reti. La paura è quella, ad esempio, che si verifichi un guasto eche il sindaco non abbia nessuno da chiamare in tempi brevi comeavviene ora. Galli lo ha ricordato e promesso che sarà trovata unasoluzione.

 
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L’immunità parlamentare oggi è una truffa ai cittadini - di Donato De Sena

Post n°988 pubblicato il 12 Novembre 2009 da toninourgesi

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L’immunità parlamentare oggi è una truffa ai cittadini
di Donato De Sena
12 novembre 2009

Quella che vorrebbe introdurre il centrodestra, nella nuova era delle nomine e dei parlamentari calati dall’alto, darebbe oggi ai politici il potere di sottrarre alla giustizia una qualsiasi persona amica colpevole di un grave reato. Sedici anni fa non sarebbe stato possibile.

Margherita Boniver, la deputata firmataria della proposta di legge che vuole reintrodurre di nuovo l’immunità per i parlamentari ha definito l’abolizione risalente a 16 anni fa (ottobre ’93) come “un incredibile atto di vigliaccheria dall’Assemblea di Palazzo Madama” compiuto in un “clima di pesante intimidazione”. Ma è il parlare di immunità oggi come di un glorioso ritorno a quanto oltre 60 anni fa avevano sancito i nostri Padri Costituenti, questo sì, un atto di vigliaccheria, perché ingannevole, in quanto non tiene conto del quadro normativo in cui nel 2009 vengono candidati e poi eletti i rappresentati del popolo che dovrebbero usufruire di quella protezione esclusiva. Lo è se si omette di precisare che deputati e senatori eletti oggi non possono, come un tempo, definirsi, nel senso più letterale che questa espressione può assumere, “scelti dal popolo”.

COME ERAVAMO – Tutti i parlamentari che hanno l’onore di dover rappresentare i propri concittadini, infatti, non possono oggi vantare di aver ricevuto una di quelle investiture popolari nette, importanti, inequivocabili, di cui potevano pregiarsi le vecchie volpi della Prima Repubblica, che, piaccia o no, ad ogni tornata elettorale avevano la forza e le capacità di racimolare decine (a volte centinaia) di migliaia di preferenze. Dovevano chiedere il voto agli elettori, lavorare sul campo, non starsene tranquilli ad aspettare i risultati orientandosi coi sondaggi ed improvvisando una noiosa e pressocchè inutile campagna elettorale. In virtù delle nuove leggi elettorali approvate, il Mattarellum prima, ma soprattutto il Porcellum poi, che hanno inciso radicalmente sull’organizzazione interna dei partiti e sulla natura stessa del politico, non possiamo oggi essere certi che ogni deputato e ogni senatore siano espressione della volontà popolare, né di un territorio, né tantomeno di una specifica categoria di persone. Casomai siamo più certi, invece, che buona parte degli eletti sia espressione della pura e semplice volontà personale di un leader di partito. La discrezionalità pare abbia infatti sostituito la competizione, la nomina preso il posto della scelta proveniente dal basso, i media sembrano aver spazzato via, per quel che potevano contare, comizi e sezioni, spianando così la strada a tutta quella gente calata dall’alto, spesso segretari, portaborse, mogli, amanti, personaggi dello spettacolo, che non garantiscono sicuramente l’esperienza sul campo e quel livello di competenze politiche che potevano vantare i parlamentari eletti fino al ’92.

SALVARE GLI INDAGATI – Se, dunque, oggi una legge che riporti l’articolo 68 della Costituzione indietro di 16 anni, può creare un equilibrio, in materia di immunità, tra quanto stabilito dalla legge per un parlamentare eletto a Montecitorio o Palazzo Madama ed uno chiamato a rappresentare l’Italia a Strasburgo, può sicuramente anche creare l’effetto contrario di attribuire ai politici il potere di bloccare ogni azione della Magistratura verso qualche cittadino mai per nulla impegnato, o forse nemmeno interessato, alla politica in ogni sua forma ed espressione. Basterebbe, infatti, inserire l’”amico degli amici” di turno in una delle liste bloccate per proteggerlo adeguatamente da inchieste scomode e da eventuali successive condanne. Stando a quanto finora stabilito dall’art. 68 della Costituzione, senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o essere mantenuto in detenzione. Se dovesse passare la proposta appena arrivata in aula, invece, il parlamentare senza autorizzazione non potrà nemmeno essere sottoposto a procedimento penale. Si passerebbe, insomma, dal pericolo che una piccola frangia della Magistratura possa usare il potere giudiziario per condizionare il quadro politico (il rischio al quale amano far riferimento tutti coloro che si dicono favorevoli alla proposta Boniver), alla certezza che i politici potranno abilmente, ad ogni chiamata alle urne, sottrarre alla giustizia una persona che si presume colpevole di reato penale.

CONTROINDICAZIONI - Un tempo, dicevamo, il soggetto in questione per evitare il carcere avrebbe dovuto, per assurdo, candidarsi prima e poi farsi indicare da una miriade di suoi concittadini come la persona più adatta per rappresentare le loro istanze, per risolvere i loro problemi, per sentirsi più vicini alle istituzioni. Semplicemente impossibile. Tra qualche tempo, se dovesse andare in porto il progetto della maggioranza, potrebbe bastare, invece, bussare alla porta di una di quelle cinque o sei oligarchie che dominano la scena politica. I familiari e gli amici intimi di Berlusconi, Bersani, Casini, Bossi e Di Pietro, insomma, potranno d’ora in poi dormire sonni tranquilli e, se ne avranno voglia, togliersi lo sfizio di delinquere. Se lo faranno a difenderli dai giudici non ci saranno solo gli avvocati. La nuova leggina e la “porcata” elettorale, insieme, potranno metterli al riparo. E a quel punto sarà ancor più difficile capire quale fosse l’”interesse della collettività” che la Boniver, oggi, dice di voler tutelare.

 
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Lezione aperta - di Gianni Minà

Post n°987 pubblicato il 11 Novembre 2009 da toninourgesi

Lezione aperta di Gianni Minà






Torinese (1938), è uno degli operatori culturali, comunicatori, o artisti che hanno ideato e affermato, in Italia, la televisione e il suo linguaggio ed è uno dei giornalisti italiani più conosciuti all’estero per i suoi reportage e documentari spesso realizzati in collaborazione con network internazionali, tra i quali quelli pluripremiati su Fidel Castro, sugli indigeni zapatisti messicani e sul viaggio di Alberto Granado e Ernesto Guevara in America latina, e per i quali ha ottenuto i più importanti riconoscimenti al mondo, tra i quali quelli dei festival di Berlino e di Montreal.

V I D E O

 
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Te lo dò io il decoder: se l’Antitrust indaga sull’Auditel - di Giulio Gargia

Post n°986 pubblicato il 11 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte



Te lo dò io il decoder:
se l’Antitrust indaga sull’Auditel

di Giulio Gargia

11 Novembre 2009

L’Antitrust ha aperto un’indagine sull’Auditel, accusato di monopolio delle rilevazioni dell’audience. Ma la notizia non è tanto questa. Si trattava di un atto quasi dovuto, visto che chi lo chiedeva era Sky, stanca di essere presa in giro dai continui rimandi del comitato tecnico di Auditel.
 
La stessa richiesta era stata fatta - qualche anno fa - da associazioni come Megachip e Articolo 21.
 
Ora che anche Murdoch, per i suoi interessi, vuole una riforma del sistema, è più difficile per l’Antitrust traccheggiare, come ha fatto in questi anni. Ma la vera notizia è un’altra: che all’Auditel, con l’avvento del digitale per tutti, non sanno più che pesci prendere.
Ovvero come fronteggiare l’avvento dei diversi telecomandi che in ogni famiglia servono a vedere tutte le Tv che viaggiano nell’etere. Ricordiamo che il metodo della rilevazione statistica dell’Auditel, con il panel di 5100 famiglie campione che decide i gusti degli italiani, è stato già pesantemente messo in discussione, per motivi sostanzialmente pratici, e definito come inattendibile da più parti. Ora, con l’arrivo dei decoder obbligatori, le cose si complicano ancora.
 
Prendiamo una normale serata Tv di una famiglia-campione, una di quelle che determinano gli indici Auditel, e quindi il successo o l’insuccesso di un programma.
 
La signora Giuseppina guarda la Tv in cucina, su un apparecchio dove non è stato ancora sistemato il decoder, e dunque non prende, in mezza Italia, né Rete4 né Rai 2. Se c’è un programma che vuol vedere su queste reti, deve spostarsi in soggiorno, dove invece il decoder c’è, ma in quel momento è occupato da Marco, il figlio, che sta vedendo i cartoni animati con un suo compagno. La signora Giuseppina dice allora ai ragazzi di andare a vedere i loro cartoon in cucina, mentre lei si godrà Emilio Fede digitale.
Ma c’è un altro ostacolo: il meter dell’Auditel, che – come ogni volta che si cambia programma – inizia a lampeggiare chiedendo : “Stesse persone?”
La signora allora cerca il comando del meter, ma non lo trova perché i ragazzi lo hanno disperso da qualche parte tra i cuscini del divano. Intanto, l’acqua inizia a bollire e la signora si ritrasferisce in cucina, mentre il meter continua a pulsare senza esito. Buttata la pasta, suonano al campanello, e arriva Giorgio, il marito, che si piazza davanti alla Tv del soggiorno. Vede il meter che lampeggia e , ben addestrato, trova il comando tra i cuscini e schiaccia il tasto “sì”. Così, il meter registra che Emilio Fede è stato visto da 2 ragazzini di 8 anni che stavano invece vedendo i loro Simpson su Italia Uno. Giorgio, nell’attesa della cena, cambia canale e passa su Minzolini.
Per potersi godere uno dei suoi editoriali senza interferenze del meter, deve però ritrovare l’altro telecomando, quello del decoder, che la moglie si è portata con sé in cucina appena ha capito che le stava tracimando la pentola.
 
Il marito, allora, va in cucina. “Piiiina , è pronto ?” chiede. “Due minuti, comincia a chiamare Riccardo, sta in camera sua”, prende tempo la signora. Giorgio, dimenticato il telecomando, attraversa il corridoio e trova l’altro figlio che sta alla sua scrivania davanti al computer, dove sta vedendo Blob su RAI 3 , scaricando un brano degli U2, e chattando con la sua fidanzata di Barcellona.
 
In questo quarto d’ora tipo di una famiglia campione, non un solo spettatore Auditel è stato correttamente registrato. Una situazione già presente e molto criticata prima, ma che il digitale obbligatorio ha reso ancora più complicata. Oggi, e fino al 2012 quando sarà completata la transizione, una famiglia può avere un telecomando per il digitale terrestre, uno per il satellite Sky, uno per quello RAISET, un altro per la Tv tradizionale, e infine uno per l’IPTV, quella via computer. A questo bisogna aggiungere - per la rilevazione corretta dei dati - il meter dell’Auditel, che implica un altro apparato completo di simil-telecomando per registrarsi ogni volta che si cambia canale.
 
Le richieste della Tv di Murdoch sollecitano che si adeguino le rilevazioni all'attuale estrema confusione, contando di ricavarne un vantaggio in termini di propria audience. «Il procedimento, avviato alla luce di una denuncia presentata da Sky Italia, dovrà verificare se la società abbia assunto un atteggiamento dilatorio o ostruzionistico nei confronti delle proposte avanzate da Sky per migliorare la rappresentatività dei dati rilevati», dice l'Antitrust in una nota.
 
Ma il problema non è solo quello di chi sapere chi vede e che cosa. Con il decoder, diventa anche quello di sapere chi NON vede più quello che vedeva prima. È notizia di una decina di giorni fa l’istituzione dei “ volontari del decoder” . Ragazzi che - pagati dalla Provincia autonoma di Trento - dalla primavera scorsa di lavoro fanno proprio questo: installano decoder a domicilio, gratis, agli over 75. Una fascia di persone che con la tecnologia, anche quella semplice, non va tanto d’accordo. Pare che ne abbiano usufruito in oltre 6.000. Ma l’Italia non è il Trentino, e dobbiamo quindi immaginare cosa stia succedendo in Piemonte, Lazio, Campania e nelle altre regioni già tutte o parzialmente digitalizzate, dove gli “angeli del decoder” non arrivano.
 
Ma l’Auditel tutto questo non lo sa, e continua a registrare i suoi presunti ascolti su cui si fanno palinsesti e programmi. Chissà se e quando l’Antitrust arriverà laddove il buon senso, l’osservazione pratica e perfino Franceschini in campagna per le primarie sono giunti da tempo: dichiarare superato questo meccanismo e voltare pagina. Farebbe un gran bene a tutti, in primis ai telespettatori.

 
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La Monferrato del Sud - di Norma Ferrara

Post n°985 pubblicato il 11 Novembre 2009 da toninourgesi

Fonte



II CONFERENZA NAZIONALE - "AMIANTO E GIUSTIZIA” TORINO, 6/7/8 NOVEMBRE 2009
La Monferrato del Sud
San Filippo del Mela: 101 morti d'amianto e nuovi esposti alle fibre killer
di Norma Ferrara

06.11.2009

"Ci dicevano che su quei sacchi di juta contenenti amianto e cemento potevamo persino mangiare.  Ci dicevano che era sicuro, non avevamo nulla da temere”. Ricorda così quegli anni trascorsi ad impastare cemento e amianto nella fabbrica dell'ex Sacelit a San Filippo del Mela (Me) Domenico Nania, presidente del comitato ex esposti, animatore di una battaglia silenziosa e meno conosciuta di quella della tristemente nota: l' Eternit di Casale Monferrato (i titolari saranno a processo il prossimo 10 dicembre a Torino).

La Sacelit fu in attività per 34 anni producendo materiali per edilizia, in calcestruzzo e amianto, in Sicilia nella provincia di Messina, a San Filippo del Mela, una striscia di terra che divide Milazzo da Barcellona Pozzo di Gotto (Me). La fabbrica sorgeva in contrada Archi, stretta fra una raffineria di petrolio (ancora funzionante – La Raffineria Mediterranea)  impianti dell' Enel (Oggi Edipower) e un'acciaieria. 17 anni dopo la chiusura di quella che da queste parti venne chiamata “la fabbrica della morte”; metà degli operai (e mogli di operai) che lavorarono in quel distretto industriale sono morti e altri sono stati recentemente nuovamente esposti.

L'ultimo decesso è della scorsa settimana. Si chiamava Andrea Salvatore Benedetto, aveva lavorato per 25 anni  nella Sacelit  addetto alla produzione dei tubi, allo scarico dei sacchi di amianto. "Con Andrea sono 101 su 220 gli ex dipendenti deceduti nella "Fabbrica della Morte" di San Filippo del Mela - si legge in una nota del comitato ex esposti amianto -  mentre la ASP di Messina, pur spesse volte sollecitata [...] ritarda di sottoporre ai controlli gli ex dipendenti che hanno lavorato all’interno, dell’azienda Killer e i loro familiari, che solo da pochi mesi siamo riusciti ad individuare".

Anche il presidente del comitato, Domenico Nania, ex operaio  Sacelit è affetto da una malattia causata dalle fibre killer. Ci convive, continuando le sue battaglie intraprese negli anni '90 con il prezioso sostegno dell'avvocato Martelli, che ha seguito da vicino tutte le fasi del processo contro la Sacelit. Nel giugno del 2008 si è ottenuto il riconoscimento in sede processuale delle responsabilità penali per la Nuova Sacelit condannata a pagare circa 10 milioni di euro ai familiari delle vittime.

Quella della "Monferrato del Sud "è una storia meno raccontata, dimenticata in un paesino che fa a pugni con le questioni ambientali da decenni, senza trovare una soluzione.Quell'area industriale rappresenta per i comuni limitrofi una preziosa risorsa di posti di lavoro: lo è stata ai tempi della Sacelit, lo è ancora oggi grazie alle aziende rimaste su un territorio ritenuto però “area critica ad elevata concentrazione di attività industriali”, ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. 334/99 e in cui i morti per tumore e malattie causate dall' inquinamento ambientale sono in continua crescita, tanto che la valle del Mela è ormai stata rinominata "la valle della morte".

La storia non insegna, verrebbe da dire. Non sono  bastati i 101 morti di amianto di questi anni per fermare speculazioni e far maturare una coscienza e un'etica del lavoro. Si trova infatti in corso presso il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) un nuovo processo che ha ad oggetto sempre lo stesso terreno sul quale sorgeva la Sacelit. Qui è accaduto l'impensabile. Nel 2002  a fronte di una certificazione di una bonifica mai avvenuta del terreno della ex Sacelit , rilasciata dalla Asl 5 di Messina, l'imprenditore Rosario Runza, presidente della società commerciale “Punto industria srl” decide di comprare quel terreno per farvi sorgere un deposito di derrate alimentari che attraverso il Consorzio “Europa distribuzione” commercializza in tutti i punti vendita di supermercati siciliani. Cibo all'amianto, in breve.

Una commissione di esperti del Ministero dell'ambiente nel gennaio 2007 ha accertato la presenza di rilevanti quantità di amianto sugli alimenti e sui macchinari utilizzati per il trasporto. Com'è stato possibile che accadesse di nuovo che quelle fibre d'amianto contaminassero lavoratori e cittadini?
Lo accerteranno in dibattimento i magistrati del tribunale barcellonese (pm il discusso Olindo Canali) dove il prossimo 25 novembre proseguirà il processo a carico dell'imprenditore e dei tre funzionari medici dell’Asl 5 di Messina che nel tempo hanno certificato l’idoneità del sito, Massimo Bruno, Guido Tripodi e il chimico Francesco Faranda.

Ai quattro imputati è contestato, in concorso, l’aggravante, l’art. 444 del codice penale che punisce il commercio di sostanze alimentari nocive e pericolose alla salute pubblica. Al presidente della “Punto industria srl”, Rosario Runza, è inoltre contestata la violazione delle norme di cui al Dpr 303 del 1956 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e altre norme connesse a quelle legate all'amianto e alla sicurezza dei lavoratori.

Intanto quel che emerge dalla prima udienza è che tre dipendenti che avevano lavorato nel deposito hanno dichiarato di "non essere stati informati sui rischi e nemmeno sulle precauzioni da adottare sul lavoro, in quanto era stato assicurato loro che il deposito aveva subito i processi di bonifica". A 17 anni dalla messa al bando dell'amianto in Italia, le storie delle "fabbriche della morte" non insegnano e soprattutto sembrano non avere fine.

Maggiori informazioni:

Comitato permanente ex esposti amianto

II conferenza nazionale sull'amianto “AMIANTO E GIUSTIZIA” TORINO, 6/7/8 NOVEMBRE 2009

 
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Tele2 e compagnie telefoniche: viaggio tra truffe, inganni e persecuzioni - di Roberta Lemma

Post n°984 pubblicato il 10 Novembre 2009 da toninourgesi

Tele2 e compagnie telefoniche:
viaggio tra truffe, inganni e
persecuzioni
di Roberta Lemma

10/11/2009

Parliamo nuovamente di Tele2, Opitel Spa di proprietà della Vodafone.
Sede legale: Segrate Milano.
Ricevo la fattura, elaborata in Svezia, stampata in Belgio spedita a me a Napoli.
Come già detto, io ho Tele2 da circa 5 anni, adsl e telefonia fissa senza limiti, 365 giorni all'anno.
In questi anni più volte ho dovuto chiamare per farmi inviare fatture mai recapitate; laddove le inviavano senza un mio sollecito, arrivavano o già scadute di qualche giorno o in scadenza prossima e comunque mai con 15 giorni di anticipo. Un giorno Tele2 diventa Opitel senza avvisare i suoi clienti e già questo è a mio avviso una grave mancanza di trasparenza e fiducia tra fornitore e cliente. Qualche settimana fa, siamo nel 2009, mi arriva a casa una lettera da parte di Ge.Ri. Gestione rischi s.r.l sempre di Milano.
Mi scrivono informandomi di una fattura mai pagata di luglio 2007 con un importo pari a 86,88 euro, più 19,51 euro di interessi di mora, più 20,85 euro come onero di ritardo pagamento; interessi e oneri per loro sono discorsi distinti. Importo totale 127,24.
Naturalmente viste le volte che ho chiamato la Tele2 nel corso degli anni per chiedergli se c'erano fatture a mio carico, considerando che non le spedivano e tenendo conto che più volte mi sono stati dati importi e coordinate per pagare bollettini postali, evidentemente questa fattura mandatami dal loro recupero credito non ha motivo di esistere. Chiamo la Tele2 e discuto con l'amministrazione, che naturalmente non sa nulla però, mi avvisa che ci sono altre bollette da me non pagate, ma una desta il mio interesse. Una fattura di 836,40 euro di cui 626,349 di cellulari. Faccio silenzio e li invito a rispedirmi la fattura visto che, come spesso è capitato, a me non è arrivato nulla.
Mi arriva la fattura, che non era scaduta visto che scadrà a giorni. Apro il dettaglio delle chiamate e resto di stucco. L'elenco inizia il 23 luglio e si conclude il 23 ottobre. 8 pagine piene di numeri di cellulari ma, l'ennesimo stupore. Cè sempre lo stesso cellulare chiamato dal 23 luglio al 23 ottobre.
Un numero che avrei chiamato giorno e notte, vi faccio un esempio:

3385986### 15/09/2009 alle ore 10.36
3385986### 15/09/2009 alle ore 13.02
3385986### 15/09/2009 alle ore 13.07
3385986### 15/09/2009 alle ore 14.43
3385986### 15/09/2009 alle ore 15.08
3385986### 15/09/2009 alle ore 16.41
3385986### 15/09/2009 alle ore 19.13
3385986### 15/09/2009 alle ore 19.15
3385986### 15/09/2009 alle ore 19.21
3385986### 15/09/2009 alle ore 20.28

Così tutti i giorni, tutto il giorno, anche alle 4 di notte dal 23 luglio al 23 ottobre allo stesso numero.
Evidente l'imbroglio.
Prima di tutto chiamo un tecnico, un amico di famiglia e faccio controllare l'impianto telefonico per scrupolo, nessun'altro è collegato al mio numero. Setaccio i cellulari; mio, di mio marito e dei miei due figli, numero sconosciuto a tutti, ripeto, solo per scrupolo.
A questo punto mi pare ovvio che non soltanto non pagherò, ma intendo avviare una indagine tramite la Guardia di Finanza e intendo anche richiedere i danni morali provocati dalla Tele2 nei miei confronti.
A tutto ciò voglio e chiedo una interrogazione parlamentare sempre tenendo conto che, guardando, cercando e domandando in giro, la Tele2 non solo è già stata multata dall'antitrust per 120 mila euro a causa dei suoi ' traffici ' poco leciti nei confronti degli utenti ma ho raccolto testimonianze di persone a cui è capitata la mia stessa cosa, o che si son visti recapitare fatture dalla Tele2 senza averne mai richiesto l'attacco tramite interviste telefoniche registrate e manomesse, chiaro quindi che se la Tele2 si permette di imborgliare e perseguitare i cittadini lo fa anche grazie a regolamentazioni e leggi assenti o mai applicate. Ma non basta. Intendo interrogare il governo anche sulla questione delle liberalizzazioni, perchè, sempre dopo aver chiamato tutte le aziende di telefonia esistenti in Italia, dalla Telecom, a Tiscali, Fastweb ect, tutte, ma proprio tutte applicano lo stesso importo per adsl e telefono fisso, vale a dire circa 70 euro ogni 2 mesi, euro più o euro meno.
Aggiungo: questo importo comune non soltanto non paventa la liberalizzazione del mercato e quindi la concorrenza ma è chiaramente viziato.
Le pubblicità di tutte le aziende di telefonia, sempre a riguardo del servizio adsl piu telefoni fissi senza limiti, parlano di sconti e di risparmio perchè prive del canone Telecom, però, i loro prezzi sono pari a quelli offerti dalla Telecom che ha il canone, come mai?
Basta confrontare tutte le società con i loro prezzi per constatarne il vizio.

 
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