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L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. E allora a cosa serve l'utopia ? A questo: serve per continuare a camminare.

 

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ADESSO LA MIA MACCHINA È COSÌ

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LA MIA MACCHINA... FINO AL 26 GENNAIO 2007

immagineIn realtà, è una foto presa in rete, raffigurante una macchina dello stesso modello e colore. 
 

LA MACCHINA CHE AVEVO...

18 novembre 2004, un cretinetti alla guida di una Golf ci si è andato a schiantare contro, sfasciandola completamente. Per quanto potesse essere bella, era del 1992. L'assicurazione del deficiente mi ha risarcito con pochi spiccioli, quanto mi è bastato per prendere una vecchia Passat SW, sempre del 1992 (senza riscaldamento), con la quale mi sono mosso fino al 26 gennaio.immagineimmagine
 

IL MITICO ESORCISTA DI DANIELE CALURI

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Acqua minerale o del rubinetto?

Post n°397 pubblicato il 07 Settembre 2008 da kleombroto

La voce ormai ha fatto il giro del mondo. In un grande magazzino londinese hanno messo in vendita delle bombolette con una strana etichetta: ARIA PURA DI MONTAGNA. «Respirate a pieni polmoni senza temere lo smog» recita uno slogan ad effetto. Vi pare assurdo acquistare dell'aria? Eppure è già successo con l'acqua. In quei contenitori di Pet, che faticosamente ci portiamo a casa, è racchiusa una ricchezza naturale, un bene comune, che arriva a costare oltre un euro al litro. Ce l'hanno data a bere per decenni, fino a convincerci che le bollicine fanno addirittura ringiovanire.

Qualcosa di analogo è accaduto anche ai nostri acquedotti, ormai controllati da società per azioni, sia pubbliche sia private, ma la sostanza non cambia. Sfruttando abilmente una legge del 1994 e del 2000, comuni e Province hanno ceduto le loro quote azionarie a un gestore unico, a un'azienda privata o addirittura a una multinazionale. Sono sicuro che molti di voi non hanno mai avuto sentore che qualcuno stava per svendere un bene comune a finanzieri senza scrupoli, mentre le bollette lievitavano per soddisfare gli obiettivi di bilancio dei venditori d'acqua.

Tra il 1997 e il 2003 gli acquedotti trasformati in società per azioni passano da 56 a 71. La corsa alla privatizzazione sembra inarrestabile e il servizio idrico è ormai un'industria come tante che produce utili e dividendi per grandi e piccoli azionisti. Gruppi stranieri come Suez, Veolia Water e Saur ma anche società italiane del livello di Italgas (Eni), Enel, Edison ed ex società pubbliche, le cosiddette vecchie municipalizzate della portata di Acea di Roma, Hera di Bologna, Amga di Genova o ex enti come l'Acquedotto Pugliese S.p.A. sono in gioco per accaparrarsi l'affare migliore. Apparentemente è una guerra di tutti contro tutti, in realtà prevale una sorta di cartello, le società «collaborano» e si spartiscono le risorse idriche del Paese.

Dodici gruppi dominano la scena del mercato dell'acqua in Italia, veri e propri colossi finanziari, quotati in Borsa, alimentati da miliardi di metri cubi d'acqua. Società che sfuggono al controllo democratico dei cittadini, che continuano a eleggere gli amministratori locali ma non hanno alcun potere diretto sui consigli d'amministrazione delle nuove aziende che offrono servizi essenziali che vanno dall'acqua all'energia, dai trasporti ai cimiteri. Aziende sempre più imponenti e con un grande potere anche sulla politica. In questo libro troverete il filo d'oro che lega acqua e denaro. Scoprirete chi va conquistando i nostri acquedotti, quanto ci è costato finora e quanto ancora dovremo sborsare per garantire i profitti dei signori dell'oro blu.

Insieme viaggeremo tra dighe incompiute, servizi idrici inefficienti o inaccessibili, come accade ad Agrigento o a Caltanissetta. Sullo sfondo c'è sempre il cartello dell'oro blu, un pugno di imprese che vorrebbe mettere le mani sulle risorse idriche del pianeta. Sveleremo i disegni di chi sta tentando di venderci l'idea che la sete nel mondo si può combattere grazie all'apporto delle multinazionali. Scopriremo i progetti che maturano nel Forum mondiale dell'acqua, dove ogni tre anni governanti e rappresentanti dei signori dell'acqua mettono a punto le loro strategie finanziarie, mentre 30.000 uomini, donne e bambini ogni giorno muoiono a causa della mancanza di acqua potabile e di servizi igienici. Uno scenario di sete e di morte che coinvolge 2 miliardi e 400.000 persone: sono i poveri del mondo che vivono nelle sterminate bidonville, dove non ci sono rubinetti né fontanelle e le fognature scorrono a cielo aperto.

Di fronte all'emergenza idrica che colpisce il pianeta, l'unica risposta possibile non può essere affidare gli acquedotti alle compagnie private. Ma quali soluzioni possono darsi alla grande sete senza dover essere costretti ad affidarsi agli strumenti del mercato e alla conseguente logica del profitto? La storia che raccontiamo dimostra che delle alternative esistono. All'inizio del Novecento, dopo l'ondata di privatizzazioni avvenuta nel XIX secolo, Gran Bretagna e Italia sottrassero gli acquedotti alle aziende private per restituirli ai comuni, dopo decenni di bollette esose che escludevano larghe fasce della popolazione ed epidemie causate dalla cattiva manutenzione. Oggi, dopo le vivaci proteste che qui raccontiamo per la prima volta, l'Italia sembra essere in mezzo al guado, stretta fra le multinazionali che premono per la liberalizzazione e un possibile quanto ambiguo ritorno alla gestione comunale. Mentre l'acqua del rubinetto diventa sempre più salata...

Tratto da "Acqua SpA: dall'oro nero all'oro blu" di Giuseppe Altamore, Mondadori Editore

 
 
 

Esercito nelle città e psicosi collettiva

Post n°396 pubblicato il 24 Agosto 2008 da kleombroto

Un commento di Pardo Fornaciari dal Corriere di Livorno

Cinque giorni lontano dall’Italia non sono troppo pochi, specialmente se uno invece di andare in vacanza va ad un convegno di studi. Bastano, per rendersi conto di tante cose. Così m’è capitato di venir alloggiato, a Dubrovnik, o Ragusa Dalmata in Croazia, nella foresteria dell’Università assieme ad una cinquantina di colleghi. Niente guardie all’uscio; portone apribile con una semplice maniglia. La chiave, se si voleva rientrar tardi la sera, a nostra disposizione. Al pianterreno gli uffici e l’aula magna, al primo piano e secondo le aule, al terzo le nostre camere. Neanche una telecamera di controllo; nell’atrio, alcune teche con la documentazione dei bombardamenti serbo-montenegrini subiti nella guerra del 1991. A giro per la città, splendida come sempre, neanche un poliziotto in divisa, nonostante la calca impressionante di turisti in svariati abiti, si fa per dire: dallo slip maschile atto a coprire pacchi impressionanti, con nulla sopra, alla camicetta trasparente atta a velare seni prosperosi, e sotto un bikini succinto. Roba che a Viareggio ti costerebbe un mutuo per pagare la multa. Zingari qua e là (del resto, siamo nell’ex Jugoslavia); musulmani a giro con i loro vestimenti poco freschi, sotto la moschea. E ragazzi che danno volantini, e gente che si beve una birra o un’aranciata per strada (cosa rischiosa in certe città italiane); un gran caldo, e persone che si sventolano, sdraiate in terra a leggere un libro all’omra di un pino marittimo. Provare a farlo a Vicenza… A Dubrovnik vecchine vendono ricami sedute sui gradini della porta di San Biagio, dove sonatori di strada fanno qualche soldo offrendo poche note. A Firenze manca poco ci rischi la deportazione. Poi ti trovi coi colleghi, saluti quello e quell’altro, e uno ti fa: ma com’è che in Italia ci sono i soldati per la strada? E ricorda il tempo di guerra in Croazia, e siccome ha letto qualcosa sui berci di Bossi ministro, fa uno più uno: “Ma anche in Italia farete guerra per indipendenza di regioni ?”. Da rabbrividire. Un altro fa: “Ma è vero che in Italia mettete i soldati in strada per colpa della delinquenza? La mafia è così potente da aver invaso tutta l’Italia?” Che dirgli? Spiego ad una professoressa israeliana che i soldati per la strada sono il prodotto della coglioneria di chi ci governa, combinata con un psicosi collettiva che non vuole ammettere che i reati sono diminuiti negli ultimi dieci anni. Pensando ai missili Kassam che ogni due per tre le piovono intorno, lei sorride con sufficienza, prendendoci per bischeri. Come darle torto? Il fatto che i soldati son lì perché la gente è ossessionata da zingari, nordafricani e slavi, come spiegarlo ad un intellettuale macedone, cioè ad uno slavo? E che cosa rispondere al ristoratore dalmata che annota che comportamenti del genere non giovano al turismo? Infine, che dire al vecchio partigiano serbo perplesso di fronte all’incapacità della sinistra italiana di attrezzare risposte culturalmente all’altezza di questa situazione devastante? Povera Italia, che postaccio è diventata.

Pardo Fornaciari

 
 
 

Soldi buttati nel cesso

Post n°395 pubblicato il 20 Agosto 2008 da kleombroto

Oggi sono nuovamente al lavoro. Aspetto il prossimo servizio da montare in saletta, il televisore è rimasto sintonizzato su Canale 5. Stanno trasmettendo "Centovetrine". Pausa pubblicitaria, spot (probabilmente fatto in casa a Mediaset) di un libro intitolato: "Un angelo mi ha salvato". L'autore, Marco Palmisano, è un dirigente Mediaset. Il titolo è lo stesso di un altro libro scritto da tale Barbara Dussler. Nel caso del libro di Palmisano, lo spot evidenzia: prefazione di Fiorello e presentazione di Maria De Fillippi. Sì, avete letto bene, con la doppia "elle". Produrre uno spot, anche se "in casa propria", ha comunque un costo. Se non ci si rende neanche conto che c'è un errore di battitura così marchiano, beh, sono soldi buttati nel cesso.

 
 
 

Giornata lunga... lunghissima!

Post n°394 pubblicato il 19 Agosto 2008 da kleombroto

Oggi mi tocca un cosiddetto "doppio turno": dalle 6,30 alle 13,30 e dalle 13,30 alle 20,30. A parziale consolazione, ho diritto a due pasti in mensa, uno ogni 7 ore. Vorrei anche vedere. Dopo quattordici ore passate lì dentro, tornare a casa e prepararmi da mangiare è un po' troppo.

Mi sono montato un bel po' di pezzi e anche un paio di "macchie". Così si chiamano, qui, i "muti" o "tappetini", filmati da trasmettere a integrazione di quanto letto in studio dal conduttore del TG.

Fuori il sole picchia forte. Un po' meno rispetto a luglio, ma picchia. In questi casi si sta benissimo in saletta, benedicendo chi ha inventato l'aria condizionata.

 
 
 

Miei video online

Post n°393 pubblicato il 18 Agosto 2008 da kleombroto

http://it.youtube.com/watch?v=JZCGeUe-nis questo è il link per cliccare sulla prima parte del Numero Zero di Comarelle, un format che avevo provato a vendere qualche anno fa assieme a due mie amiche giornaliste.

http://it.youtube.com/user/MarcoSlSI invece è l'indirizzo della mia pagina su YouTube. Al momento ci sono diciotto video, presto ne caricherò altri.

 
 
 

Rieccoci, dopo tanto...

Post n°392 pubblicato il 18 Agosto 2008 da kleombroto

Riuscirò a pubblicare un po' di testi in più, e con maggiore frequenza? Ora ci provo. Ho un nuovo portatile, maggiore accesso a Internet dal lavoro e da casa. Sarà la volta buona che potrò raccontare qualche episodio di vita?

Cominciamo da quello che sto facendo adesso, sono da pochi giorni (ma per pochi giorni, ahimé) montatore dei TG Mediaset. Lavoro al Centro Palatino di Roma. Le salette sono abbastanza spartane, quasi tutte delle "macchina-macchina" governate dal semplice pannello frontale del recorder. Quanto basta, comunque, per montare servizi giornalistici rapidamente. Fino a che non saranno d'uso comune le schede o i dischi, che evitano di dover acquisire il video in tempo reale in un sistema di montaggio non lineare (tipo Avid o Final Cut, per intenderci), sale come queste resteranno il sistema più rapido per metter su un servizio in quattro e quattr'otto.

L'ambiente è senz'altro molto più attraente di quello delle sedi RAI che ho frequentato. Un giardino curatissimo e pulitissimo, non come a Saxa Rubra dove si cammina a mezza gamba tra le cicche di sigaretta, ci sono anche dei pavoni che passeggiano avanti e indietro. La sagoma della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, dalla parte di là del muro, aggiunge un tocco di bellezza medievale al posto, situato nel cuore di Roma, a due passi dalle Terme di Caracalla e dal Colosseo.

 
 
 

Un altro grande maestro che se ne va...

Post n°391 pubblicato il 28 Luglio 2008 da kleombroto

Youssuf Chahine, grande regista egiziano, si è spento ieri all'età di 82 anni, in seguito all'aggravarsi di un ictus che l'aveva colpito a Parigi qualche giorno fa.

Autore di film memorabili, ha sempre affrontato i temi del "diverso" con tolleranza ed entusiasmo.

Mi mancherà.

Il pensiero ha le ali, nessuno può fermare il suo volo (Youssuf Chahine)

 
 
 

Errare è umano...

Post n°390 pubblicato il 08 Giugno 2008 da kleombroto

...perseverare, naturalmente, è diabolico. Qualche giorno fa il TG2 sembrava scatenato. La "striscia rossa" diceva una cosa, i servizi un'altra. Esempio: in Turchia è stata dichiarata incostituzionale la legge che vietava l'uso del velo islamico, secondo la striscia rossa, ma la notizia era che l'imposizione del velo era incostituzionale... Un bambino di due mesi è morto dissanguato per una circoncisione clandestina, ma la striscia rossa gli dava dieci mesi. Alla Festa dei Carabinieri c'erano 15.000 persone, per la striscia rossa erano dieci volte tanto: centocinquantamila. Tutto ciò nel giorno in cui il direttore Mauro Mazza (quello che giocava con grilli e grilletti) riceveva un premio.

Il TG3 non è da meno. Nell'edizione delle 19 di oggi il conduttore Giubilei ha parlato del famoso gesto del Black Power, compiuto dagli atleti neri alle Olimpiadi del Messico 1980!!!

 
 
 

Mannaggia 'a morte...

Post n°389 pubblicato il 08 Giugno 2008 da kleombroto

Ogni tanto (e verrebbe voglia di aggiungere "purtroppo", perché non si è mai allegri quando qualcuno ci lascia) su queste pagine devo dare un estremo saluto. Oggi tocca al grandissimo Dino Risi. Un maestro del cinema italiano, autore di film indimenticabili, forse troppo sbrigativamente catalogato dai critici come uno dei padri, se non il padre assoluto, della commedia all'italiana. La cosa lo seccava un po', perché aveva fatto anche altro. Per me, prima ancora di sapere come si chiamava, quando ero piccolo, era soprattutto il regista del film che mi fece pensare al rapporto tra cinema e territorio, a quella sottile linea che unisce la strada, vera e reale, che percorriamo per recarci ogni giorno al lavoro, o per andare al mare, alla dimensione, sì immaginaria, ma magica al punto da sembrarci reale anch'essa, del racconto cinematografico. Avrò avuto cinque anni, quando sentii mia madre e mia nonna che parlavano di questo film: "Il sorpasso", un culto per moltissimi della mia generazione, o che hanno qualche anno di più di me. Non era, allora, il viaggio "on the road" lungo la via Aurelia, da Roma a Castiglioncello, a colpire il mio immaginario, né tantomeno le figure di Bruno Cortona (Vittorio Gassman), del timido Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) o la malizia della sedicenne Catherine Spaak nei panni di Lilly Cortona, ma il precipitare della Lancia Aurelia oltre il parapetto, con la Torre di Calafuria sullo sfondo. Il cinema, per la prima volta, parlava di Livorno, dei "miei" luoghi. Probabilmente fu quella la scintilla che, anni dopo, dette fuoco alla mia voglia di occuparmi dei film girati nella mia città natale.

Ripercorrendo la sua biografia, poi, ho scoperto che Risi era diventato regista quasi per caso, accettando, più per scherzo che per necessità, la proposta di fare da aiuto ad Alberto Lattuada nelle riprese di "Piccolo mondo antico". Mi piace pensare che la conclusione del "Sorpasso", girata proprio nello stesso luogo in cui fu ripresa la scena finale di "Senza pietà" (diretto da Lattuada una quindicina d'anni prima) sia una sorta di citazione-omaggio. Una Lancia Aurelia (anzi, era un peccato distruggere una macchina così, venne usata una vecchia Siata recuperata in qualche sfasciacarrozze) che precipita giù per quegli scogli dove era andato a schiantarsi un autocarro militare, triste fine della storia d'amore tra il sergente nero Jerry e l'italiana Angela... 

Stavo guardando "Profumo di donna", poco fa, su Raiuno, e ho colto al volo una battuta che mi era scappata fino ad oggi. A un colonnello, seduto a tavola a Napoli, Risi fa parlare del cuoco livornese della caserma dove si mangiava un baccalà ottimo. Non ho a portata di mano "Il buio e il mare" di Arpino, ma penso proprio che quella del cuoco livornese sia un'aggiunta di Risi, o di Maccari. E a Livorno, non so per quale motivo, Risi girò anche una scena della "Moglie del prete", quella ambientata nella scuola dove Mastroianni insegna. Era all'Istituto dei Salesiani, sul viale Risorgimento.

E' triste quando un grande maestro del cinema se ne va. Aveva ragione lui, altro che commedia all'italiana...

 
 
 

Post N° 388

Post n°388 pubblicato il 30 Maggio 2008 da kleombroto

dal sito della Repubblica:

Ieri al posto di Annozero è andato in onda uno show sul dietro le quinte
del concerto del cantante. E il giornalista attacca: non lui, ma i vertici Rai

Santoro protesta e scrive a Vasco
"Spostati per uno show insensato"

Dure critiche alla decisione di far slittare il programma giornalistico di Rai2
"In tv non il tuo live e la tua forza, ma solo un assemblaggio di inutili clip"

ROMA - Michele Santoro aveva già protestato con i vertici di Viale Mazzini nei giorni scorsi. Motivo del contendere: la decisione di spostare di un giorno, con lo slittamento a venerdì (in coincidenza con l'ultima amichevole della Nazionale prima degli Europei), il suo Annozero, per fare posto al dietro le quinte del concerto di Vasco Rossi. Ma oggi - dopo la visione, ieri sera, dello show dedicato al rocker - il conduttore affila ancora di più le armi. Pubblicando, sul sito del suo programma, una lettera aperta indirizzata proprio a Vasco: in cui si giudica il programma a lui intitolato come "un assemblaggio insensato" di clip, interrotto a tratti "da un Gene Gnocchi in crisi di identità".

Insomma, uno spettacolo che, con l'attesissimo concerto di ieri sera, non aveva nulla a che fare. E di cui, sempre secondo Santoro, Rossi è totalmente incolpevole. E bisogna dire che, al di là delle opinioni del giornalista-conduttore, davvero ciò che Raidue ha trasmesso, nel nome di Vasco, è apparso di poca consistenza. Visto, soprattutto, la quasi assenza di immagini del protagonista sul palco dell'Olimpico.

E così, a fronte delle precedenti richieste ai vertici Rai - rimaste peraltro inascoltate - di non far slittare Annozero, per non "mortificare" un programma di punta della rete, oggi è il momento della lettera aperta al cantante, scritta a nome di tutta la sua redazione. "Caro Vasco - vi si legge - anche ieri sera è stato ripetuto che noi eravamo arrabbiati con te per la scelta di Raidue di dedicare una serata al tuo concerto spostando Annozero. Si tratta di una bugia perché, indipendentemente dai risultati di ascolto, noi abbiamo, fin dal primo momento, valutato che sarebbe stata una scelta di immagine positiva per la rete trasmettere la tua musica".

Inoltre, "siamo da sempre tuoi ammiratori e saremmo venuti volentieri a vederti allo stadio, se avessimo avuto il giovedì libero. Ma siccome ci hanno spostato al venerdì siamo stati costretti a lavorare e a seguiti in televisione". Solo che quello che si è visto - scrivono Santoro e il suo gruppo - "non è uno spettacolo capace di raccontare la forza che sprigioni, ma un assemblaggio insensato di clip, interrotto a tratti da un Gene Gnocchi in crisi di identità. Abbiamo dovuto leggere solo sui giornali di questa mattina i momenti più forti del concerto che non sono stati riportati, con la giusta evidenza, durante la diretta di ieri sera. Ma Vasco Rossi è superiore a queste cose". E - conclude la lettera - "Annozero pure".

Per la cronaca, ieri sera lo speciale "Effetto Vasco" su Raidue è stato seguito da 1 milione 829mila spettatori, con share dell'8,31%.

 
 
 

Ne abbiamo piene le scatole di queste scatole vuote

Post n°387 pubblicato il 30 Maggio 2008 da kleombroto

Portofino - Calcio e cartoni animati. Sono i punti di forza per colpire al cuore lo spettatore e conquistarlo come cliente fedele. E così Mediaset Premium, il digitale terrestre della tv privata, amplia la propria offerta a pagamento con due forti novità a partire dal primo luglio: un canale interamente dedicato al calcio in onda 24 ore al giorno con un nuovo Tg e Disney Channel, la rete più amata dai bambini e teen agers con film come High School Musical.

Le novità sono state presentate ieri a Portofino da Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset, insieme allo staff che dirige i canali digitali. In sostanza, un passo avanti nel percorso intrapreso dal Biscione nel business della pay tv, che va a infilarsi proprio dove la concorrente principale Sky, ha i suoi punti di forza. Pier Silvio spiega che «non c’è nessuna guerra al satellitare, ma che è un naturale percorso di crescita». Sta di fatto che – dopo aver varato tre canali con una library immensa di cinema e serie televisive, altro nodo focale di Sky - lo strategico Disney Channel non sarà più un’esclusiva della piattaforma satellitare. E che Mediaset vara un tg all news di sport arrivando prima del progetto simile annunciato da Sky. Dunque, benché i due mercati siano ancora molto diversi con il satellite a fare la parte del leone, la tv privata si attrezza in vista del passaggio definitivo al digitale terrestre che dovrebbe avvenire entro il 2012.

Ma vediamo in dettaglio le nuove offerte. In quella di Premium Gallery, ai canali partiti a gennaio Joi, Mya e Steel (grande cinema e serie tv) si aggiunge Disney Channel, il cui costo sarà di dieci euro al mese. Tutti hanno anche la versione «più 1». Oltre alla serie A e alla Champions League trasmesse sulle finestre Diretta calcio, dal primo luglio parte anche Premium Calcio, con quattro edizioni (alle 7,30; 14; 19 e 24) del tg «All Sport News». In estate trasmetterà le amichevoli del Milan, il trofeo Berlusconi, il trofeo Pirelli e il Quadrangolare di Mosca, più rubriche sui ritiri e sul calcio mercato. In autunno anticipi, posticipi e la domenica Diretta Premium con i gol della serie A. Primo telecronista sarà Sandro Piccinini, ci lavorerà una squadra ad hoc scelta tra la redazione sportiva di Mediaset, di cui farà parte tra i commentatori Arrigo Sacchi e, se rinuncerà alla carriera di allenatore, anche Billy Costacurta. Non viene rivelato, per questioni di concorrenza, il costo dell’offerta, ma, assicura il vicepresidente, «sarà molto basso».

A questo si aggiunge una nuova formula di pagamento easy pay che consente di addebitare mensilmente l’offerta che interessa senza dover ricaricare ogni volta la tessera. «Non è un abbandono della formula della scheda prepagata – sottolinea Berlusconi jr – ma una possibilità in più».

Il vicepresidente è convinto che ci siano ancora forti margini di crescita. Nel primo trimestre del 2008 i ricavi di tutto il digitale terrestre sono stati di 110 milioni, più del doppio dello stesso trimestre dello scorso anno; si pensa che a fine 2008 saranno di 400 milioni con 70 milioni di perdite e si presume di arrivare al break even nel 2010. Le tessere vendute da quando è cominciata Premium Mediaset sono state 6 milioni 250mila e da gennaio è raddoppiata da due a quattromila la media giornaliera di attivazione di nuove tessere.

Berlusconi jr. assicura che la pubblicità – lo spauracchio degli spettatori della pay tv che, dopo aver pagato, si ritrovano gli spot a interrompere la visione – resterà molto bassa, solo 5 break al giorno e non su Disney Channel. Mentre è ancora aperta la trattativa tra Sky e Mediaset per portare Premium Gallery sul satellite. «Il negoziato è molto complicato. Dobbiamo valutare il ritorno economico e l’effetto che avrebbe sulla nostra piattaforma. Nel caso comunque gli abbonati rimarrebbero a noi e non a Sky».

Insomma, nell'articolo pubblicato dall'organo di casa Berlusconi, il digitale terrestre del Biscione "moltiplica" l'offerta. Come? Con una nuova proposta di canali tematici dove la produzione (a parte le news sportive) sarà pari a zero o quasi. Le frequenze si moltiplicano, guarda un po', e l'annuncio è stato sparato a Portofino dal degno figlio di tanto padre proprio in contemporanea con la discussione parlamentare sulla legge "salvaRete4"... Ma è solo illusione. La stragrande maggioranza dei canali diffusi dal digitale terrestre propone solo serie di film, telefilm e cartoni animati spesso visti e rivisti altrove, oppure partite di calcio che verrebbero riprese comunque. Produzioni, con gente che lavora alle telecamere, ai mixer video e audio, al montaggio, nulla! E così, ancora, il famoso DTT, che potrebbe invece garantire nuovi sbocchi occupazionali e occasioni per mettersi in mostra a registi, tecnici, artisti, conduttori, viene usato come freezer per avanzi e cibarie precucinate, a uso e consumo di un fast food televisivo che non promette niente di buono. Eppure, così come da Mac Donald's, c'è chi paga per riempirsi di schifezze...

 
 
 

Analfabetismo di ritorno

Post n°386 pubblicato il 29 Maggio 2008 da kleombroto

La televisione è fatta di immagini e suoni. Lo sappiamo, ma spesso dovremmo far caso anche a un altro piccolo dettaglio: la parola scritta (male).
Dal "serpentone" che scorreva in basso durante il TG2 delle 20,30 di ieri sera: "CAMMUFATI" anzichè "camuffati".
Oggi, durante "Cominciamo bene prima", "NERO WOLF" anziché "Nero Wolfe".
Quand'ero piccolo i quotidiani e la tv mi servivano per approfondire la mia conoscenza della lingua italiana, oggi non mi sognerei neanche di dire ai miei figli: "Se volete sapere come si scrive correttamente una parola, prendete riferimento dalla stampa o dalla televisione".

Abbasso l'Ordine dei giornalisti! Non serve, visti gli strafalcioni che quotidianamente ci dobbiamo sorbire.

 
 
 

Elogio della memoria

Post n°385 pubblicato il 29 Maggio 2008 da kleombroto

Bertolt Brecht scrisse queste parole molti anni fa, ma credo che siano ancora più che attuali. Basta guardarsi intorno, riflettere sulle aggressioni al Pigneto, all'Università di Roma, pure a quel poveraccio di Kledi...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c'era rimasto nessuno a protestare
(Bertolt Brecht)

Pensiamoci un attimo: un popolo senza memoria non ha neanche futuro. E questo vale per gli israeliani che ghettizzano i palestinesi dietro una muraglia di cemento. E vale anche per noi che stiamo diventando sempre più egoisti. Lo so, ci hanno fatto diventare così. Ma non siamo obbligati.

 
 
 

Ciao, Marisa...

Post n°384 pubblicato il 15 Aprile 2008 da kleombroto

Un saluto a Marisa Sannia. Pochi si ricordano di lei.

dal sito della Repubblica:
ROMA - Lutto nel mondo dello spettacolo per la morte, ieri mattina dopo una breve malattia, della cantante sarda Marisa Sannia, conosciuta al grande pubblico per la sua partecipazione al festival di Sanremo del '68 con il brano Casa bianca. I funerali si sono svolti in forma privata. Sul sito dell'artista, sannia.it, oltre a una dettagliata biografia, spazi dedicati ai "suoni" e ai "sogni" della sua carriera, strettamente legati alla sua terra. L'ultimo suo lavoro è Rosa de papel recital-concerto dedicato alla vita e alla poesia di Federico Garcia Lorca, cui ha dedicato gli ultimi anni e presentato l'estate scorsa a Roma.

La vita artistica di Marisa Sannia, nata a Iglesias (Cagliari) il 15 febbraio 1947, è raccontata con semplice sincerità sulle pagine del sito ufficiale, dove si sottolinea che oggi è "una delle cantanti più collezionate e ricercate". Giovanissima, dopo essersi imposta nel basket, esordì nel mondo della musica leggera e grazie a un concorso indetto dalla Fonit Cetra con cui ottenne un contratto di quattro anni. Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov rimasero colpiti dalla sua voce e decisero di diventarne i produttori: il primo 45 giri fu Tutto o niente.

La tv contribuì alla sua popolarità soprattutto nel 1967 quando partecipò al programma di Pippo Baudo "Settevoci": il pubblico apprezzò oltre che la bella voce, anche la semplicità e il suo viso acqua e sapone. La consacrazione definitiva arrivò nel 1968 a Sanremo quando con Casa bianca, scritta da Don Backy e cantata in coppia con Ornella Vanoni, si aggiudicò il secondo posto. Al Festival tornò poi nel 1970 (in coppia con Gianni Nazzaro), nel 1971 (con Donatello) e l'ultima volta nel 1984 con Amore, amore.


La crescente popolarità le aprì le porte del cinema e girò da co-protagonista il film Stasera mi butto insieme a Giancarlo Giannini. Nel 1969 ancora un successo con La compagnia, di Mogol e Carlo Donida, che piacque anche a Lucio Battisti che la inserì in un suo album (e di recente riproposta da Vasco Rossi). Nello stesso periodo Marisa Sannia canta Sergio Endrigo e le sue canzoni e la finale di Canzonissima, dove presentò La primavera composta da Don Backy.

In seguito si affidò ancora una volta al duo Endrigo-Bacalov che composero per lei La mia terra, quindi la partecipazione al 33 giri L'arca, raccolta di brani per bambini scritti da Vinicius De Moraes e, nel 1973, la pubblicazione di Marisa nel paese delle meraviglie, un disco con canzoni tratte dai film di Walt Disney. In questo stesso periodo la casa discografica Emi pubblicò il 45 giri Un aquilone, il cui retro Il mio mondo, il mio giardino porta la firma di Francesco De Gregori, Amedeo Minghi e Edoardo De Angelis.

Dopo la musica e il cinema, Marisa Sannia intraprese un'altra esperienza artistica: il teatro. Il debutto avvenne nel 1973 con l'interpretazione di Giovanna D'Arco nel musical di Tony Cucchiara "Caino e Abele", cui fece seguito "Storie di periferia" del 1975, sempre con la compagnia di Cucchiara e, nel 1995, "Le memorie di Adriano" insieme a Giorgio Albertazzi e la regia di Maurizio Scaparro.

Nel 1976 il debutto come cantautrice con l'album La pasta scotta mentre gli anni '80 si aprono con una piccola apparizione nello sceneggiato televisivo "George Sand" diretto da Giorgio Albertazzi, cui segue una partecipazione al film di Pupi Avati Aiutami a sognare con Mariangela Melato e Antony Franciosa.

BAddio alla cantante Marisa Sanniabrda

Marisa Sannia al festival di Sanremo del 1968


L'amore per la poesia e la riscoperta delle radici linguistiche sarde la portano agli inizi degli anni Novanta ad accostarsi ad alcuni poeti sardi come Antioco Casula, Francesco Masala e Antonio Canu, sui testi dei quali elabora e compone melodie che danno vita a Sa oghe de su entu e de su mare (la voce del vento e del mare, 1993), Melagranada (1997) e Nanas e janas (2003).

Nell'ottobre del 2001 partecipa al tributo a Sergio Endrigo nell'ambito del Premio Tenco, dove accompagnata da due musicisti e dalla sua chitarra interpreta i brani Mani bucate e Melagranada ruja. Negli ultimi anni Marisa Sannia ha dedicato il suo tempo allo studio di Federico Garcia Lorca, lasciando in eredità un lavoro di canzoni originali cantate in spagnolo che saranno pubblicate in Rosa de papel, un album postumo (curato graficamente dalla stessa cantante), che costituirà il suo testamento artistico e che ha anche avuto un'anteprima la scorsa estate al Malborghetto Roma Festival.

 
 
 

Post N° 383

Post n°383 pubblicato il 25 Marzo 2008 da kleombroto

I 100 autori hanno elaborato questo testo. Chiediamo al mondo del
cinema, della TV, del teatro, e più in generale al mondo della cultura
e dell'informazione, di sottoscrivere questa lettera aperta. Chiediamo
a tutti coloro che la condividono di firmare individualmente, e di
aiutarci a diffonderla per raccogliere in breve tempo quante più
adesioni possibile. Per aderire è sufficiente inviare una email
all'indirizzo:
mailto:coordinamento@100autori.it

Ai deputati e ai senatori della prossima legislatura,
ai ministri del futuro governo

Chi vi scrive rappresenta il mondo del cinema, della televisione, dell'audiovisivo. Ciò che raccontiamo si forma a poco a poco, mettendo insieme scrittori, registi, attori, scenografi, musicisti, operatori, maestranze: un insieme di creatività e competenze, un grappolo di saperi - studiati, appresi, tramandati.

Oggi, in un momento in cui si parla di paese 'bloccato', vorremmo portare la vostra attenzione su alcune semplici riflessioni. E avanzare delle proposte. Non lo facciamo con timidezza, non mormoriamo nei corridoi, non chiediamo la vostra amicizia per vederle realizzate - come forse un tempo avveniva.
Chiediamo queste cose a voce alta, pubblicamente.
In primo luogo la difesa dell'universo dei nostri 'diritti', che sono poi la nostra identità. In fondo, l'unica cosa davvero nostra. I nostri 'diritti d'autore' - inalienabili, incedibili, intrattabili - sono il frutto delle nostre intelligenze e del nostro cuore, vengono dal nostro vivere nella comunità: è da qui, da questo 'sentire e narrare' degli scrittori, dei registi, degli artisti, che nasce e via via si rafforza l'immaginario del paese. Chi vorrebbe rinunciare a questo? Chi vorrebbe avere, al posto di un romanziere, un burocrate? Chi può mai pensare che un portaborse messo lì da un partito possa essere meglio di un poeta?

E' per questo che vi proponiamo di rovesciare il punto di vista consueto: non stiamo chiedendo facilitazioni, favori, denaro. Chiediamo che l'avventura storica del nostro cinema e di tutto ciò che dal cinema 'muove' - il racconto televisivo ad esempio - possa tornare a essere centrale. Vi chiediamo dunque di pensare all'Italia non solo come a una fabbrica da far funzionare meglio o una famiglia di cui far quadrare i bilanci, ma anche come a un ambiente da affrescare, una grande parete chiara, una palpebra bianca su cui scrivere le storie che racconteranno - a chi verrà dopo di noi - ciò che eravamo, ciò che siamo stati, ciò che abbiamo cercato di essere.

Ci sono parole che sembrano dimenticate e che invece vorremmo che tornassero ad avere senso e forza. Parole come etica, trasparenza, competenza, passione. Parole che, una volte rese reali, significano che in alcuni ruoli 'specifici' non devono mai più andare persone che rispondano a patronati, ma persone capaci, oneste, felici di essere chiamate a quel ruolo, e ricche di volontà di fare, preoccupate esclusivamente del bene della collettività.
Nel cinema e nella TV, questo significherebbe avere persone disposte ad ascoltare, a proporre e a disporre, secondo coscienza personale e non su sollecitazioni esterne.
Nel governo del paese, significherebbe avere un Ministro della Cultura immerso nel battito vivo del paesaggio intellettuale, capace di dialogare col mondo della creatività, dotato del linguaggio giusto.

Ci sono parole come ricerca, innovazione, sperimentazione, che sembrano diventate impronunciabili - parole che spaventano chi crede che un film debba essere pensato solo per un pubblico chiuso nel conformismo, sconcertato di fronte a qualunque racconto non elementare o nuovo. E invece non bisogna aver paura del nuovo. Perché il nuovo è il ghiaccio che si spezza - e sotto, piano piano, viene fuori una ricchezza che si faceva fatica ad accettare e che in breve diventa poi linguaggio condiviso.

Pensiamo alla parola meno usata di questa campagna elettorale: cultura. Nessuno è contro la cultura, nessuno ne prende le distanze, nessuno confessa di detestarla, nessuno ammette di considerarla un peso, una roba per intellettuali lamentosi. E' una parola consumata, che non dice più nulla, e perfino noi abbiamo difficoltà a usarla, per l'uso mercantile e falso che se ne è fatto.
E' una colpa imperdonabile aver logorato questa parola così importante, nella terra in cui la cultura è invece così vicina alle persone comuni: ci camminano dentro quando attraversano le strade, quando passano davanti alle nostre antiche chiese, quando guardano certi palazzi gentili, certe fontane armoniose, o quei lungofiumi che disegnano quinte di case in mirabili teatri all'aperto. Queste persone sono le stesse che provano una comunanza di sentimenti, pensiero e passione quando, al cinema o in TV, vedono quelle stesse strade, quelle stesse piazze, attraversate dal corpo e dalla voce dei nostri attori e delle nostre attrici. La nostra gente ama la cultura, anche se la chiama con tanti altri nomi. Ma la cultura va di nuovo messa al centro del campo di gioco, non va lasciata ai margini: bisogna far circolare le idee, far circolare i film, le musiche, i colori, i teatri, e tutto il resto che ci gira intorno.

Siamo una nazione ricca del nostro lavoro e della nostra cultura, ma proprio in questo settore, siamo dietro a molti, a troppi paesi. Abbiamo dunque bisogno di cambiare. Sembra difficile, ma non è difficile. Sembra avere dei costi, e invece, tanto per cominciare, si potrebbe partire quasi a costo zero: insegnare il cinema nelle scuole; promuovere il lavoro dei nostri documentaristi sui luoghi di lavoro, nelle case, nelle campagne; avere delle vere regole di mercato; ruotare le nomine; far valere persone brave e competenti. Cose semplici, cose abituali in altri paesi. Servirebbe a noi, e a quelli che verranno…

'Quelli che verranno', sono i ragazzi. I nostri - e vostri - figli. Sono quelli che nelle loro stanze, davanti ai loro schermi privati, scaricano film dalla rete, talvolta legalmente, ma più spesso illegalmente, arricchendo i provider che usano il nostro lavoro senza riconoscerlo, privandoci dei nostri diritti. Noi riteniamo che sia giusto che gli autori tutelino lo sfruttamento delle proprie opere, arginando la marea montante della pirateria, anche telematica. Ma pensiamo che sia anche giusto che i giovani possano avere accesso ai nostri film senza pagare un costo che li rende di fatto inaccessibili.
E' qualcosa di cui dovremmo ragionare assieme.

Quando diciamo 'assieme', intendiamo dire che, rispetto a quanto accaduto finora, vorremmo mettere le nostre competenze al servizio della collettività, proprio come sarete chiamati a fare voi una volta eletti.
Vi proponiamo di prenderci delle responsabilità 'dirette'.
Se vorrete avere delle commissioni che ad esempio debbano decidere quali finanziamenti, a quali produttori, a quali registi, sulla base di quali garanzie - non cercate i nomi nella vostra rubrica privata, non chiamate i vostri amici, le vostre mogli, le vostre segretarie: chiamate noi. E non sottobanco, non come consulenti segreti. Ma, come in molti paesi europei, alla luce del sole. Per periodi di tempo stabiliti in cui non scriveremo, non gireremo i nostri film - ma assolveremo solo il compito che avremo accettato di svolgere.

Il cinema - quando una storia o un'immagine è allo stesso tempo semplice e profonda - ha la forza immensa di dirci ciò che non sapevamo, di mostrarci ciò che non potevamo immaginare, nemmeno su noi stessi. Infatti il cinema, e tutto ciò che dal cinema discende, è un'arte semplice. Ma semplice non vuol dire banale, semplice significa qualcosa che sta alla fine di un lungo lavoro. E' per questo che, quando un film 'parla' al pubblico e lo colpisce al cuore, si assiste a una specie di miracolo: lo spettatore, passivo per vecchia definizione, in realtà non è passivo per niente: si anima, prende parte, si schiera, discute: che diavolo è il monolite di Odissea nello spazio? E' colpa di Mamma Roma se il figlio muore? Marcello, nella sua dolce vita, è un tipo malinconico o è uno stronzo? Ha ragione o no il professor Silvio Orlando a dire che I promessi sposi sono una palla?

La domanda che occorre porsi è questa: di cosa ha bisogno il nostro paese per ritrovare se stesso, per specchiarsi senza paura della propria immagine, immobilizzata in una maschera? Può, chi governa, limitarsi ad avere il semplice ruolo di arbitro nella corsa dei cittadini al benessere economico individuale? Oppure, può limitarsi a chiedere ai cittadini di riconoscersi come comunità soltanto nel rispetto delle regole, delle compatibilità economiche, o di una maggiore equità fiscale?
C'è bisogno di qualcosa di più. Dobbiamo decifrare il disagio, e raccontarlo, cercando nei nostri film, una specie di 'utopia concreta', un progetto di 'futuro possibile', a portata di mano, una rivendicazione orgogliosa, capace di vibrare in sintonia col paese reale: vedersi rappresentati, vedersi raccontati, aiuta a capirsi.
Perché di questo c'è bisogno: di tornare a 'vederci'.
Perché l'immagine che oggi ci rimanda gran parte della TV - la TV peggiore, schiacciata a rincorrere un consenso di puri numeri - non è il paese vero. Dove stanno quelle donne così finte, dove vivono quegli uomini così stupidi, quei giovani così vuoti? Chi incontra mai per strada o in un bar gente vestita in quel modo, atteggiata in quel modo, rincoglionita in quel modo?
Bisogna restituire alla TV - questo potenziale grande strumento di democrazia e uguaglianza - il suo 'occhio': il che non significa deprimere l'ascolto, non significa non fare spettacolo, non fare intrattenimento, non fare fiction che appassioni il grande pubblico. Significa fare tutto quello che già si fa, ma pensando che chi guarda abbia voglia di vedersi come realmente è - o come realmente sogna - e non come viene sbrigativamente rappresentato.

Abbiamo bisogno di buon cinema e di buona TV perché abbiamo bisogno di un nuovo sguardo. Non solo per noi, ma per gli spettatori, perché è il pubblico ad avere bisogno di un racconto di sé più nuovo, più abitato dalla contemporaneità.
Nello stesso modo, non siamo noi - gli autori, i cineasti - ad aver bisogno dello Stato, ma è lo Stato che deve tornare a chiedersi se non abbia bisogno di noi: per sapere di nuovo chi siamo, dove siamo, come il paese può essere aiutato a ritrovarsi e a crescere.

Vi ricordiamo, per concludere, quanto il mondo del cinema e della TV e del teatro e della letteratura aveva scritto un anno fa, in occasione di una grande allegra manifestazione: "Crediamo che lo Stato abbia l'obbligo di assicurare ai propri cittadini il diritto di accedere alla più ampia varietà possibile di opere - nazionali e internazionali, commerciali e 'di nicchia', di qualità e di intrattenimento, di documentazione e di ricerca, restituendo al cinema e alla TV un ruolo di arricchimento culturale. Negli ultimi anni questo diritto si è indebolito, riducendo la libertà di scelta per autori e fruitori, semplificando i messaggi trasmessi alle giovani generazioni, impoverendo intellettualmente e umanamente tutta la collettività."
E' da qui che pensiamo si debba ricominciare. Sediamoci, parliamo.


PER INFORMAZIONI:

Giulia BernardiniI; cell.: 333/6778229, e-mail:
mailto:coordinamento@100autori.it

 
 
 
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