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Fondamentalismo islamico, Fede religiosa e Dio

Post n°969 pubblicato il 22 Settembre 2014 da Aldus_r
 

 

La storia ci insegna che le religioni dividono i popoli anziché affratellarli. In nome di Dio, persone (per me) instabili psichicamente, sono spinte ad agire nel male verso coloro che non accettano di convertirsi alla loro religione (Isis). Non dimentichiamo, però, che ci fu un tempo (durato molti secoli) nel quale a fare la guerra santa fu l'Europa giudaico-cristiana (Spagna, Portogallo, Inghilterra), la quale invadendo il Continente americano, non mostrò minore crudeltà verso i nativi per inporre la loro fede e la loro cultura. 

Vorrei che la fede religiosa fosse un diritto inalienabile. Purtroppo, però, ci sono ancora troppi  Paesi nei quali la libertà religiosa è negata praticamente a tutti. In quei paesi avvengono brutali scontri perfino tra seguaci delle distinte e discordi tribù musulmane. Le persone al mondo, che non ne vedono tutelato il diritto, diventano oggetto di soprusi e violenze. A farne maggiormente le spese sono i Cristiani, siano essi Cattolici, Protestanti, Copti o Ortodossi. Molti di questi, subito dopo la Seconda Guerra mondiale, sono stati costretti ad emigrare dai Paesi arabi. Di quanto succede quotidianamente nel mondo islamico siamo, purtroppo, a conoscenza: le cronache parlano di chiese e di centinaia di case incendiate e distrutte, di donne e fanciulle rapite, stuprate ed obbligate alla conversione. Tanti i Paesi nei quali è condannato il proselitismo non musulmano, è proibita la costruzione di chiese e dai quali la gente fugge.

Sono da considerare "clandestini" coloro che fuggono dalle guerre di religione e approdano nei nostri porti? Ritengo che il termine moralmente esatto sia quello di "rifugiati".   E ad essi bisogna dare ospitalità e protezione.

 il Dio (per chi crede) delle tre religioni monoteiste è Uno e Indivisibile. E' il radicalismo religioso che porta (erroneamente) a pensare che la verità risieda nel "proprio" Dio.

 Il sedicente “stato islamico” (Isis) che nelle ultime settimane si è guadagnato la ribalta della cronaca internazionale con la decapitazione di giornalisti e cooperanti occidentali, è la degenerazione dell'Islam.
Il fondamentalismo islamico è un problema soprattutto per i paesi musulmani, i quali sono costretti a fronteggiare con le armi l'avanzare del radicalismo (pseudo) religioso in quella che, sempre di più, appare come una “guerra civile islamica”, cui gli sconsiderati interventi militari in Iraq, Afghanistan e Libia, sono serviti da detonatore ma che è sempre stata presente in seno all’Islam.

 Nelle guerre di religione Dio non c'entra per nulla! Sono gli interessi egoistici delle religioni e il proselitismo violento che scatena odio e vendette.

 Dio e religione sono due entità ben distinte. Dio è spiritualità; nasce dall'intimo dell'Uomo, è la forza che lo spinge verso l'infinito. La religione invece è un artefatto culturale; nata come strumento per sviluppare la spiritualità dell'Uomo invece la opprime. La differenza tra religione e spiritualità è la seguente: mentre la prima nasce dagli uomini ed è rivolta verso la divinità, la seconda nasce da Dio ed è rivolta verso gli uomini. Dio, per il credente, è certezza, la religione è opinabile amche per la sua natura (spesso) violenta.

Finché ci saranno le religioni, le guerre per farne prevalere una sulle altre non finiranno mai; saranno perenni!...   è la "ragione" di tutte le religioni.

 

 

 
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Famiglia, Disagio giovanile, Scuola

Post n°968 pubblicato il 16 Settembre 2014 da Aldus_r
 

La Famiglia è il nucleo fondamentale di una società sana e responsabile. Il matrimonio è una istituzione importantissima nella vita, una cosa seria. Mettere al mondo un figlio è un atto d'amore che il bambino deve avvertire, percepire, ogni giorno della sua crescita, fin dalla nascita, per giustificare la sua esistenza. Il bambino avverte protezione e si identifica nell'amore tra i genitori, e nell'amore degli stessi genitori verso di lui. Pertanto, il bambino potrebbe mettere in dubbio (persino) la sua stessa esistenza, se i genitori si separano; potrebbe porsi la seguente domanda: perché esisto, se mamma e papà non si amano?

I figli reagiscono in modi diversi (dipende dalla loro età e sensiblilità) alla separazione dei genitori: alcuni si mostrano da subito capaci di fronteggiare la situazione e trovano un buon equilibrio psicologico; altri sperimentano un periodo iniziale di difficoltà, che può durare anche 2-3 anni, ma poi raggiungono il loro equilibrio; altri ancora, invece, a distanza di molti anni stentano ad adattarsi alla nuova situazione. La Scuola ha il compito di intercettare gli stati d'animo e sofferenze psicologiche dei giovani, per eventuali situazioni di fifficoltà intervenute nelle loro famiglie, e interessarsene in prima istanza, convocando entrambi i genitori, per saperne di più.

I tassi di separazione e divorzi negli ultimi anni sono in continua crescita. Dopo una separazione o un divorzio è frequente che i figli mostrino cambiamenti nel quadro comportamentale (svogliatezza, aggressività, difficoltà a rapportarsi con gli altri, etc.) ed emozionale (tristezza, rabbia, paura, vergogna, etc.). A fronte di un quadro comportamentale dell'adolescente di questo tipo, io ritengo che la Scuola debba intervenire, supportata, anche, da psicologi e, nei casi più gravi, da struttture socializzanti dedicate.

Oggi, più di ieri, gli insegnanti, oltre che impartire lezioni sulle materie istituzionali, con la dissoluzione della famiglia (il nucleo familiare ormai si è sfaldato), devono prendersi cura anche della formazione educativa degli allievi. L'impianto istituzionale della scuola oggi è ormai onsoleto, in quanto è rimasto lo stesso di un tempo, nel quale la Famiglia (con la F maiuscola) viveva (quasi) in simbiosi con la scuola frequentata dai figli. A quel tempo (anni 40/50 del secolo scorso) l'insegnante vantava grande rispetto, autorevolezza e stima dei ragazzi e delle loro famiglie, mentre adesso e disistimato, a prescindere dal suo grado di prepaazione; qualche volta è anche (diciamo) trattato male. I giovani che vivono, quotidianamente, il disagio familiare (genitori divorziati o separati) con sofferenza, rischiano di perdere la loro identità. Devono, pertanto, riconoscere nella scuola il loro porto sicuro nel quale identificarsi, la palestra, olre che formativa culturalmente, di vita. Compito della scuola dovrà essere anche quello di indicare, possibilità e strade future da percorrere. Gli insegnanti devono essere capaci di istruire e formare le classi dirigenti di domani. Le donne e gli uomini che si saranno formati nella scuola rinnovata e adeguata al tempo che viviamo, saranno in grado di assolvere al compito di prendere le decisioni da esseri umani liberi e responsabili, senza condizionamenti da parte di nessuno.

 

 

 
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Crisi economica, percezione e rapidità degli eventi

Post n°967 pubblicato il 23 Agosto 2014 da Aldus_r
 

La crisi, che attanaglia l’economia (non ssolo italiana) globale e di cui non si conoscono ancora gli esiti, iniziata nell’estate del 2007, è ormai giunta all'ottavo anno (2014).
La soluzione della crisi economica diopende dalla capacità di chi è chiam
ato a comprendere l’evolversi degli eventi, e a decidere il da farsi. 

Il perdurare (8 anni) della crisi evidenzia che la conoscenza dei fattori economici e sociali che l'hanno determinata cambi nel tempo, in funzione di ciò che succede.

L'evoluzione dei fattori economici e sociali è più veloce della nostra percezione. Non è quindi importante tanto quello che si conosce ma la rapidità con cui ci si aggiorna e si cambi idea anche su quello che si conosceva, perché tutto ciò che si è imparato fino ad oggi è destinato ad essere superato e, dunque, a perdere la connotazione di “verità assoluta”. Così che molto spesso la realtà è diversa da ciò che si pensava fosse; si scopre che sono stati commessi degli errori di valutazione e di analisi.

Quando si guarda alle cose si ha un’informazione imperfetta sulla realtà. Imperfetta perché le conoscenze cambiano; imperfetta perché si commettono errori di valutazione; imperfetta perché si vive nell’incertezza. Nessuno spiraglio di certezza si intravede per il futuro.

 
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Crisi economica, si pontifica cone uscirne, ma non si fa nulla

Post n°966 pubblicato il 21 Agosto 2014 da Aldus_r
 

Tutti, a parole pontificano, danno soluzioni che affermano essere efficaci. Mi chiedo: al tempo in cui hanno avuto in mano le leve del potere, perché non hanno fatto nulla per evitare che i problemi, che stiamo vivendo, adesso, accadessero?

Io non sono un economista, ma le cose che si potrebbero fare, quali dovrebbero  essere, non ci vuole molto a capirlo:

1) incrociare Mod. Unico e 730 di ognuno di noi col catasto elettrico, al fine di scovare gli evasori fiscali (chi evade ed elude le inposte);

2) rendere obbligatoria la moneta elettronica per tutti gli scambi commerciali. Divieto assoluto dell'uso del denaro contante anche al bar;

3) consistenti  investimenti dello Stato nelle opere pubbliche;

4) riduzione del cuneo fiscale (rapporto tra il costo del lavoro e le imposte e tasse applicate allo stesso) per le imprese;

4) riduzione delle imposte e tasse sui redditi da lavoro dipendente e autonomo.

La realizzazione delle suddette quattro operazioni fiscali e contributive, riconosco che non possono essere realizzate dal giorno alla notte tutte insieme, ma è necessario che si inizi, e che lo consentano di porvi mano le Lobby e le Caste. Una volta iniziata l' "operazione risveglio delle coscienze" di tutti coloro che partecipano al vivere civile e ordinato di questo Paese (tanto disordinato e disastrato!), iniziaremmo a vedere - poco alla volta - i  benefici effetti delle azioni intraprese dal governo, i quali sarebbero:

 a) entrerebbero  più soldi nelle casse dello Stato;

b) aumenterebbero le commesse per le imprese;

c) aumenterebbero i posti di lavoro; 

d) la gente (dipendenti, pensionati, lavoratori autonomi) avrebbe più denaro in tasca da spendere;

e) aumenterebbero i consumi;

f) aumenterebbe il fatturato delle imprese.

SI creerebbe, insomma,  un circolo virtuoso che si rafforzerebbe in modo esponenziale (una volta a regime)  con l'andar del tempo.  

Ma tutto ciò, purtroppo, rimarrà scritto nel "libro dei sogni", e non se ne farà nulla, ne sono certo.  I più apprezzati economisti continueranno a suggerire le ricette,  che rimarranno (sistemeticamente)  inascoltate, e noi continueremo ad andare avanti vivendo alla giornata.

 
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Statuto dei lavoratori e fattori della produzione

Post n°965 pubblicato il 14 Agosto 2014 da Aldus_r
 

Con la fine del posto fisso, anche lo Statuto dei lavoratori (anno 1970) sarebbe opportuno subisse un "restyling". A mio avviso,  l'articolo 18 (difesa del lavoratore dal licenziamento discriminatorio) inserito nello Statuto dei lavoratori, rappresenta un freno oggettivo alla crescita delle aziende e, quindi, dell'economia italiana.

Per averlo appreso da top-manager di medie aziende, molti di essi hanno limitato la crescita delle loro aziende fino a 15 dipendenti, per evitare di incappare nell'articolo 18. Alcuni di essi, hanno preferito costituire una nuova azienda, per assumere nuovo personale, con ulteriore aggravio, naturalmente, dei costi di gestione. Pertanto, l’articolo 18 ritengo pesi sulla dinamicità e sulla espansione della singola impresa.

Il mondo del lavoro e il modo di produrre reddito  sta cambiando radicalmente sotto i nostri occhi.   La professionalità,la  buona educazione e la fedeltà del lavoratore, sono la vera tutela del posto di lavoro. L'evoluzione del modo di lavorare, prevede la professionalizzazione del lavoratore. Pertanto, sarà il datore di lavoro a non avere nessun interesse (sarebbe un autolesionista) disfarsi del lavoratore professionalizzato, se intende continuare ad investire per far crescere la sua azienda.

Una domanda me la pongo: perché  dallo Statuto del lavoratori (difesa del lavoratore dal "licenziamento discriminatorio"), sono state escluse le aziende con dipendenti fino a 15 unità? Quella scelta, mi sembra sia stata discriminatoria! Oggi, a causa della crisi economica, bisogna adottare (alla svelta) le decisioni opportune che consentano alla economia di crescere e alle aziende di tornare ad investire; come effetto avremmo la  crescita dell'economia, dei  posti di lavoro, dei consumi  e il calo della disoccupazione.

Tutte le componemti che concorrono  alla produzione del reddito, non dovrebbero incontrare ostacoli né limitazioni di nessun genere, naturalmente, nel rispetto delle regole del libero mercato.

 Aldo Rabbiati

 
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Olocausto, Katyn e Foibe, genocidio immane comtro gente innocente

Post n°964 pubblicato il 05 Agosto 2014 da Aldus_r
 

Conoscere e non dimenticare  tutti gli orrori a cui è giunta la dittatura nazista, attraverso i campi di sterminio, col folle progetto de "la soluzione finale" del problena ebraico e dei "diversi", cioè cancellare dalla faccia della Terra tutti i popoli diversi dalla "razza ariana", è necessario per trasmettere la memoria alle nuove generazioni. Nei forni crematoi (per coloro che non lo sapessero) sono finiti, oltre gli ebrei, anche gli omosessuali, gli zingari, gli handcappati e tutti coloro che non erano riconosciuti di "razza ariana".

 Di azioni nefande si è macchiata anche la Jgoslavia del Maresciallo Tito. Alla fine della Seconda guerra mondiale, i partigiani comunisti di Tito gettarono nelle foibe (cavità naturali, dei pozzi, presenti sul Carso, altipiano alle spalle di Trieste e dell'Istria) migliaia di persone, alcune dopo averle fucilate, alcune ancora vive, colpevoli di essere italiane o contrarie al regime comunista.

L'Umione Sovietica di Stalin si è macchiata dell'orribile eccidio di Katyn, avvenuto nel 1940. Ricordiamo anche "Wajda e gli orrori di Stalin".

I crimini del comunismo (Katyn e Foibe) non sono mai stati sottoposti a una valutazione legittima e consueta né dal punto di vista storico né da quello morale, o almeno in maniera troppo superficiale se paragonata al grande approfondimento che è stato fatto e continua ad essere fatto sul nazismo, ma anche senza il paragone bisogna dire che l'argomento è stato ed è troppo poco trattato.

 Ritengo che nazismo e comunismo siano stati due specie diverse per ideologia ma acconumati all'interno dello stesso genere. Entrambi volevano costruire una "società perfetta" "eliminando" tutto ciò che si opponeva al raggiungimento dello scopo.
Il nazismo è ricordato come un incubo e sono rimasti indelebili i suoi crimini nella memoria collettiva. 
Gli eccidi e le epurazioni di massa del comunismo, sono stati rimossi dalla coscienza, non solo in Italia. Sono stati superficialmente trattati i crimini dell'Unione Sovietica forse per essere stata alleata degli inglesi e 
americani nelle vicende belliche della seconda guerra mondiale?

       

 
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Scuola, cultura, valori etici e morali, di ieri e di oggi

Post n°962 pubblicato il 07 Giugno 2014 da Aldus_r
 

Molti anni addietro, gli insegnamenti che i giovani ricevevano dai loro maestri di scuola, oltre che di natura culturale, erano anche educativi per migliorare modi e comportamenti, finalizzati al buon vivere civile insieme agli altri. Ricordo che nel programma di studi c'era "Educazione civica"; non era una materia di insegnamento ma il giudizio trimestrale e finale, in pagella insieme alle altre materie, da parte degli insegnanti. Bisognava che ci presentassimo in aula in ordine nel vestire, e dovevamo mantenere in classe un comportamento corretto. Quei tempi erano anni molto lontani da noi. Insomma, erano gli anni in cui i giovani ricevevano a scuola una formazione culturale e civica di buon livello per potere -una volta terminati gli studi - competere nel mercato del lavoro alla pari con tutti gli altri. Anche la televisione di Stato (c'era un solo canale: Rai 1), metteva in onda bellissimi sceneggiati culturali, tipo "I promessi sposi" del Manzoni. Con l'avvento, alla fine degli anni '70, della televisione commerciale, che ha dato inizio alla messa in onda di programmi che nulla avevano a che vedere con la cultura e la formazione educativa dei giovani, ma piuttosto miravano a presentare un mondo virtuale bellissimo e patinato , che non aveva (per nulla) alcun riscontro nella realtà - da perseguire non con la cultura ma con l'apparire - i giovani hanno dimenticato (molti non hanno mai imparato) i veri valori, come il sapere, la conoscenza, il decoro e la lealtà, necessari per la ricerca di un lavoro decoroso, da assolvere con altrettanto decoro. I giovani  hanno iniziato a £guardare chi sta meglio". Questa errata valutazione dei veri valori della vita ha fatto sì che, la loro perdita, fosse sostituita da dis-valori come la disonestà, l'egoismo, l'inganno, l'arrivismo a qualsiasi costo, e, quindi, la ricerca del politico al quale dare il voto in cambio di un posto di lavoro o di un favore e la non accettazione delle regole e delle leggi dello Stato; ha fatto sì che si percorresse, pertanto, la strada più breve per conseguire denaro e benessere. Oggi si dileggia chi sta peggio, considerandolo "incapace di alzare la testa e di farsi strada a gomitate". La scuola di oggi, non credo che, dal punto di vista educativo e formativo, abbia conservato lo smalto dei miei tempi.

 
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Elezioni europee 2014,il trionfo di Matteo Renzi

Post n°961 pubblicato il 26 Maggio 2014 da Aldus_r
 

E' l'assenza di un progetto chiaro e ben definito che faccia intravvedere ai cittadini della Ue la cornice entro la quale siano tracciate le linee  guida che determininino - speriamo in un futuro non lontano -  la costituzione degli Stati Uniti d'Europa.

La Ue, fino ad oggi, è stata a guida tedesca, la quale dall'ingresso nell'euro, ha tratto i maggiori vantaggi, grazie anche alle riforme che ha realizzato entro i tempi giusti. Sono stati bravi a casa loro!

Alla unione monetaria, però,  non è seguita nessun'altra riforma condivisa (fiscale, economica, politica e bancaria),   per impedire che, in questo momento di crisi,  ci siano gli Stati del Nord Europa - che hanno fatto le riforme - opilenti e in posizione di vantaggio, e gli Stati del Sud -  che le riforme le hanno disattese - in profonda crisi economica e sociale. Al punto in cui  siamo giunti, per impedire che la (possibile) deflazione (conseguenza del crollo dei consuni) colpisca gli Stati (del Sud) economicamente più deboli,  la Bce,  dovrebbe comprare i titoli pubblici di tutti gli Stati dell’eurozona – inclusi i bund tedeschi – in maniera proporzionale, per risollevare l’intera Unione, al fine di armonizzare lo sviluppo delle economie degli Stati stessi e  rendere uniforme e univoca l'azione politica dei governi.  Non sarà possibile beneficiare di risultati (per tutti)  positivi se non si percorre la strada delle "riforme comuni e  condivise".

Gli italiani - fondamentalmente moderati e democratici -  in queste elezioni europee, hanno  avuto paura della violenza verbale e lessicale di Beppe Grillo, e,  col voto plrbiscitario, hanno dato "mmandato" a Matteo Renzi di proseguire l'azione di governo (andrà avanti fino al 2018), dagli stessi italiani gradira fino a questo momento, e di avere un magggiore peso specifico alla Ue per convincere la Merkel chernon è possibile contuinuare a chiedere stringere la cinghia ai paesi più deboli d'Europa - Italia compresa -  perché, continuando di questo passo, senza che si allarghi la borsa per favorire gli investimenti produttivi, la Ue è destinata a fallire gli scopi che si erano prefissati di perseguire e raggiungere i padri fondatori, in primiis l'italiano Alcide De Gasperi, un mediatore ispirato per la democrazia e la libertà in Europa; Konrad Adenauer,un democratico pragmatico ed un instancabile unificatore;   Joseph Bech, la dimostrazione come un piccolo Stato -il Lussemburgo - può giocare un ruolo cruciale nell'integrazione europea;  Johan Willem Beyen, ideò un piano per il mercato comune; Winston Churchill, fu l'ideatore degli Stati Uniti d'Europa; Walter Hallstein,  fu un grande diplomatico al servizio dell'integrazione europea; Jean Monnet,  la forza unificatrice alla base della nascita dell'Unione Europea; Paul-Henri Spaak,  un visionario europeo e grande persuasore; e, infine, ma non ultimo il nostro  Altiero Spinelli, un federalista instancabile.In Italia,  queste elezioni europee hanno avuto il sapore di una partita giovata (in casa) contro gli scettici per l'avvenire dell'euro e gli  antieuropeisti, e la demagogia e il popilismo arrabbiato e violento di Beppe grillo. Gli italiani, giustamente impauriti e consapevoli che le "partite" per le future generazioni si giocheranno in Europa, hanno dato la forza necessaria a Matteo Renzi per fare le riforme utili al Paese,  per  uscire dalla palude nella quale ci hanno portato i governi guidati dai primi ministri che l'anno preceduto e per essere più rispettati e credibili in Europa,  al fine di influenzare autorevolmente le prossime scelte della Ue.

 
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Il pensiero socio-politico-industriale di Adriano Olivetti e il M5S

Post n°960 pubblicato il 20 Maggio 2014 da Aldus_r
 

Dal libro "Democrezia senza partiti", di Adriano Olivetti, che Casaleggio e Grillo non hanno neanche letto, hanno preso il titolo, "sic et simpliciter", adottandolo a slogan del loro movimento. L'hanno, soltanto strumentalizzato! Nulla di moderato, umano e altruistivo, troviamo nella violemza dialettica e lessicale (Casaleggio è l'ispiratore occulto) di Beppe Grillo, strumento della rabbia, del malcontento dei cittadini verso i politici corrotti e i comitati affaristico-mafiosi, e della indigenza della gente che ha perduto il posto di lavoro. Violenza, Populismo e Demagogia, è eresia volerle accostare e assimilare al pensiero politico di Adriano, pervaso di un profondo amore e senso cristiano verso tutta l'Umanità. 

I due demagoghi del M5S non conosono neranche il pensiero politico-socio-industriale di Adriano, il quale era favorevole ad un capitalismo di tipo partecipativo, era  una sua idea, al di fuori di qualsiasi schema ideologico, "personale e originale" del capitalismo da realizzare; cioè perseguiva un capitalismo umano, partecipativo, in cui il fine ultimo era, è vero il profitto (l'industria manifatturiera mira al profitto) , ma da reinvestire quasi totalmente in tutto ciò che consentiva all'operaio di vivere meglio, coinvolgendo nel beessere anche la comunità del territorio in cui insisteva la Fabbrica. 

Non è esatto dire che Adriano Olivetti era fascista. Tutta la famiglia Olivetti simpatizzava poco con il Partito fascista: l'ing. Camillo, era un moderato con tendenze risorgimentali e dopo Caporetto lo stesso Adriano, giovanissimo, si arruolò volontario per spirito patriottico. Fin dagli Anni Venti la famiglia Olivetti simpatizzava per la sinistra. Nel 1926 Adriano, con la famiglia della moglie, aiuterà il leader socialista Filippo Turati ad andare in esilio in Francia. Adriano entrò in contatto con gli ambienti cosiddetti “revisionisti” del fascismo torinese, che facevano riferimento a Mario Gioda (sansepolcrista, sindacalista, giornalista e deputato molto influente) e Massimo Rocca (giornalista a L’Avanti diretto da Mussolini e poi al Popolo d’Italia); ed era anche in ottimi rapporti con Giuseppe Bottai. L’omicidio Matteotti e la prematura scomparsa di Gioda, tuttavia, allontanarono Adriano Olivetti dal regime per tutti gli Anni Venti. Un riavvicinamento avverrà solo nel decennio successivo. L'interesse di Adriano per l'urbanistica e l'architettura, lo portarono a pensare a un’industria che fosse più inserita nel territorio e nel tessuto sociale in cui avrebbe operato. La sua Azienda voleva che svolgesse anche un ruolo sociale. 

L’incontro con gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, punta di diamante del razionalismo sostenuto da Mussolini, segnò una svolta importante. Gli architetti erano in contatto con Le Corbusier (pure lui, per un certo periodo, fu estimatore del Duce) e stimolarono l’immaginazione già fervida di Adriano. Furono Figini e Pollini gli artefici della nuova sede Olivetti di Ivrea; nonché gli estensori, con lo stesso Adriano, del Piano per la provincia di Aosta (di cui Ivrea faceva parte in quegli anni), un progetto urbanistico all’avanguardia. Gli stabilimenti di Ivrea e le realizzazioni urbanistiche nel Canavese di Figini e Pollini sono, pertanto, di gusto fascista?  Non credo!

 
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Diritto di critica, Educazione, Etica e Morale

Post n°959 pubblicato il 20 Maggio 2014 da Aldus_r
 

La critica, che non miri a svilire i contenuti, che non ridicolizzi gli argomenti in trattazione, e neanche le persone con cui si parla...,è benvenuta!
La critica e le opinioni di ognuno dei soggetti che interloquiscono/scrivono, devono contribuire ad allargare il dibattito e arricchirlo di contenuti. 

L'educazione ci deve sempre portare a chederci se ciò che scriviamo possa disturbare o offendere il nostro prossimo, cioé gli interlocutori in essere, sia presenti che i soggetti assenti di cui (eventualmente)  si scrive. 

Etica è sinonimo di morale. Entrambi i termini vogliono dire "comportamento, costume".In Etica si costruisce una struttura composta di concetti come bene, onestà, giustizia, riprovazione, etc... , etc... , che ci aiutano a vedere le connessioni tra certi tipi di azione e certe pratiche da cui, attraverso il consenso sociale, spesso tacitamente si traggono le regole generali che definiscono il buono o il cattivo comportamento.

La morale, attiene ai costumi, cioè al vivere pratico, in quanto comporta una scelta consapevole di azioni ugualmente possibili, appartenenti alle opposte categoririe del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Il comportamento sarà eticamente corretto nella misura in cui- a mio avviso - ci porremo e sapremo rispondere alle seguenti domande:

1) Quali sono le conseguenze, sia a breve che a lungo termine per me e gli altri, e i benefici di qualunque possibile azione saranno maggiori dei danni?
2) Il mio agire in questa situazione è coerente con le mie credenze e le azioni da me fatte in passato?

3) Sto agendo in accordo a uno o più principi etici che applicherei in altre situazioni simili? 
4) Mi prendo cura del mio prossimo in questa particolare situazione come persona che ha gli stessi  miei  sentimenti?

 

 

 

 
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Gloria, Declino e Morte della Olivetti

Post n°958 pubblicato il 11 Maggio 2014 da Aldus_r

Ripercorriamo insieme le tappe più importanti, che hanno segnato la Glloria, il Declino e la  Morte di quella che fu una grande e prestigiosa Azienda per l'Italia: la Ing. C. Olivetti & C., S.p.A. di Ivrea.

Il giorno della vigilia di Natale del 1955, Adriano tienne il discorso di fine anno agli “amici lavoratori” di Ivrea. Annuncia che l’azienda da quattro anni lavorava per passare dalla meccanica all’"elettronica", il cui mercato era dominato da sempre da fabbriche americane.

Nel 1954 aveva siglato un accordo con l’università di Pisa per costruire insieme un calcolatore elettronico, che successivamente si sarebbe chiamato Elea 9003, con il Laboratorio a Barracina. Nel 1958 il Laboratorio fu trasferito definitivamente e completato a Borgolombardo. Nel 1959 uscì Elea 9003, il primo calcolatore elettronico al mondo interamente progettato e costruito in Italia. Il design era stato curato da Ettore Sottsass. 

Nel 1960 morì Adriano e l’Azienda incorse in difficoltà finanziarie. 
Nel 1964 il controllo dell’Olivetti passò a un gruppo formato da 
Fiat , Pirelli , Mediobanca , IMI , LaCentrale. All’assemblea degli azionisti Fiat, il Presidente Vittorio Valletta affermò: “…sul futuro della Società di Ivrea pende una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Soltanto il Direttore finanziario Nerio Nesi si oppose. 

Nell'agosto del 1964 tutta la Divvisione elettronica fu venduta alla General Electric. Le difficoltà finanziarie c’erano, ma vennero esagerate (Vittorio Valletta) da chi doveva farne fronte. Ci fu anche inappropriatezza nella scelta dei manager. Bruno Vientini, Presidente della Olivetti nel1963 era un esperto in materia fiscale, non un manager industriale. Quella che mancò fu la incapacità di capire l’importanza dell’informatica. 

Nel 1965 l’ingegnere Pier Giorgio Perotto progetta il calcolatore elettronico da tavolo, la Programma 101; a dicembre lo presenta a Mosca, nell’aprile1966 alla Fiera di Milano. 
La stampa americana definì la P101 il primo computer da tavolo del mondo. 

La P101 fu sconfitta dai Giapponesi prima che da Apple e IBM. Fin dalla seconda metà degli anni ’60 i computer da tavolo giapponesi avevano infatti prestazioni simili alla P101, ma costavano di meno. 

Nel 1978 Carlo De Benedetti "scala" e acquisisce il pacchetto di maggioranza della Olivetti. 
Nel 1982 l'Olivetti lamcia nel mercato l'M20. Fu un mezzo fallimento. 
Bel 1984 il successo arriva con l'M24. Le vendite si collocarono per alcuni anni al vertice delle classifiche europee, testa a testa con IBM e Compaq.

Nei primi anni ’90 Olivetti incontra ancora forti difficoltà finanziarie, a causa dell’assenza di valore aggiunto dei suoi prodotti derivante dalla mancanza di "innovazione ricerca e sviluppo", insomma, di tecnologia propria. Infatti, l'M24 di olivettiano aveva soltanto la carrozzeria disegnata da Ettore Sottstass. L’Olivetti dunque si era trasformata in Officina di assemblaggio. 

Nel 1996, l’imprenditore Roberto Colannino subentra a De Benedetti e avvia la trasformazione dell’Azienda in un contenitore 
finanziario da utilizzare per attività del tutto estranee alla vocazione industriale della Olivetti. Infatti, il principale contenuto del contenitore Olivetti sarebbe stata la Telecom. 

Nel 1997, la Olivetti esce definitivamente dalla produzione di computer , data che sancisce la fine dell’industria informatica 
italiana. 

Il 12 marzo 2003 il marchio Olivetti venne cancellato dal registro delle imprese italiane quotate in borsa dal finanziere milanese Marco Tronchetti Provera, suo ultimo proprietario. Motivo? Doveva sfoltire la moltitudine di società finanziarie che controllavano la Telecom. L’Olivetti era superflua.

Un paese, che non possegga un solido tessuto industriale manifatturiero, corre il rischio d'essere subordinato alle scelte ed esigenze di quei paesi che di tale industria dispongono. 
La grande industria manifatturiera in Italia (è sotto i nostri occhi) non esiste più. Avviene che le nostre (piccole e medie) ) unità produttive potrebbero essere controllate (perdurando il vuoto) da imprese straniere che decidonono in merito a occupazione, retribuzioni, condizioni di lavoro, cosa produrre e a quali prezzi produrre. Diventeremmo servi dell'industria stranira e (solo) mercato di consumo. Non prodcendo più ricchezza "autoctona", quella prodotta in passato si esaurirebbe e il Paese si inpoverirebbe; si impoverirebbe, soprattutto, a danno delle nuove generazioni.

 
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Crisi economica, sociale, morale e il modello Adriano Olivettii

Post n°957 pubblicato il 26 Aprile 2014 da Aldus_r
 

Per realizzare il "modello di Adriano", che tanti successi gli ha consentito di conseguire negli anni che vanno dal '40 al '60, del secolo scorso, è necessario, innanzi tutto, sconfiggere le mafie e depurare le attività produttive dalla loro influenza, moralizzare la politica e le istituzioni pervase dalla corruzione e dal malaffare, e rendere più pesanti le pene per gli specilatori finanziari senza scrupoli che sottraggono risorse economiche alle attività prodiutive. Nella Fabbrica organizzata secondo le idee di Adriano Olivetti la conflittualità fra capitale e lavoro era assente; il lavoratore non era concepito come semplice prestatore d'ppera, non come mera manualità esecutiva, ma rappresentava il terminale prezioso di un organismo cognitivo plurale: la comunità di fabbrica. 
Finché il modello Masrchionne piacerà ai ministri economici di questo Paese, come piace a Pier Carlo Padoan, ministro dell'economia del governo Renzi, le "relazioni industriali"  intrattenute da Adriano non potranno mai essere replicate. 

Adriano, come ormai tutti noi sappiamo, è stato un Uomo dal "multiforme ingegno": l'hanno interessato oltre che la organizzazione del lavoro in fabbrica (detestava la ripetitività alienante per l'Uomo della catena di montaggio) , l'architettura, la sociologia, le scienze umanistiche, etc... , tec... . Tutte le discipline che l'hanno impegnato non gli hanno mai fatto perdere di vista l'Uomo, come individuo, con la sua cultura e la comunità nella quale è nato e cresciuto. Si è appassionato anche alla politica ma non intesa come promozione sociale e neanche soddisfacimento dei bisogni personali e della cerchia dei parenti, amici ed elettori di riferimento. Intendeva la politica come servizio alla comunità; la quale comunità, dal basso, doveva manifestare i propri bisogni ed esprimere il proprio rappresentante col compito di affrontarli e soddisfarli. Adriano, a mio avviso, intendeva la politica come estensione della sociologia. Da sociologo, Egli studiava i bisogni della umana società, indagando cause ed effetti, in rapporto con l'individuo e la comunità.

 Adriano ambiva alla equa distribuzione della ricchezza su tutto il territorio nazionale. Voleva che la gente rimanesse radicata nella propria terra d'origine, senza dovere emigrare altrove in cerca di lavoro, col rischio di perdere le proprie radici, e impoverendo nel contempo la terra d'origine. Ecco che ha pensato di costruire una fabbrica a Pozzuoli e un'altra a Marcianise, per esempio. Gli stabilimenti industriali non dovevano deturpare il territorio ma integrarsi nel rispetto della bellezza della natura, della dignità dell'Uomo e delle sue tradizioni. Era un industriale-sociologo, al quale non interessava il profitto,come giusta remunerazione del capitale investito nell'industria, ma il benessere dell'Uomo all'interno della sua comunità d'origine.

Adriano Olivetti era un grande visionario che amava mettere insieme  lavoro, tutele sociali  e cultura. Riteneva che l'operaio lavorasse con più soddisfazione  e rendesse meglio se aveva maggiori tutele sociali, poteva dedicarsi alla lettura, e alle attività sportive e ludiche  nelle pause del lavoro giornaliero.  Infatti, ad Ivrea, in simbiosi con la Fabbrica, aveva istituito asili nido, biblioteche, e strutture sportive e ludiche per impegnare il tempo libero. Con Adriano, la Olivetti diventa un modello di garanzie sociali per i suoi lavoratori, anche per questo ma non solo per questo:

- i salari sono superiori del 20% della base contrattuale;

 - le donne hanno diritto a nove mesi di maternità retribuita;

- il sabato è libero;

 - l'orario di lavoro è di 45 ore settimanali.

Nel 1968 lo Statuto dei Lavoratori batte alle porte, ma ad Ivrea si erano già ottenute conquiste che non saranno raggiunte nemmeno con le rivendicazioni sindacali degli anni successivi.

Adriano, rispetto ai suoi colleghi aveva talmente un passo avanti che ancora oggi molte delle sue idee applicate sembrano  incredibili in un mercato del lavoro che tende sempre di più a sottrarre anziché aggiungere conquiste e tutele. In tutto questo c'è il  mistero, il fascino della Olivetti di quegli anni, ma anche la netta percezione di una nostalgia per quello che è stato e non è più, per quello che poteva essere e non è stato.

Oggi, i modello di Adriano sarebbe vincente per moralizzare questo Paese - che ha indebitato le generazioni future per l'avidità e la corruzione dei loro avi - e tornare a farlo crescere.

 

Fiat. Padoan, da Marchionne choc positivo a relazioni industriali  

 
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Scienza, Ragione e Fede

Post n°956 pubblicato il 20 Aprile 2014 da Aldus_r
 

Tutto ciò che non ha alcun fondamento scientifico non può essere accettato per verità. La nostra vita terrena ha un inizio (nascita) ed una fine (morte). Con noi umani, nascono e muoiono gli esseri animali, ed amche i vegetali. Dopo la morte il nostro corpo, così come quello degli animali e vegetali, ritorna ad essere polvere e "terra nella terra". Non si deve avere paura della morte; è un fatto naturale.  

La credenza che ci sia un paradiso ad aspettare la nostra "anima" dopo la vita terrena è una invenzione piacevole e affascinante che serve al solo scopo di placare la parra di morire. Non esiste nulla oltre il momento nel quale il cervello smette di funzionare (morte cerebrale) e si ferma; non è mai stato dimostrato, scientificanmente, il contrario.

Non ho paura della morte, ma non ho nessuna fretta di morire. La mia non più giovane età, e il percorso "esemplare" (perdonate la prwsunzione) che ho intrapreso fin dal giorno della piena consapevolezza di essere su questa Terra, ha fatto sì che io abbia usufruito dei doni che la vita con generosità mi ha dato. Continuerò ad imporre a me stesso uno "stile di vita" scrupoloso per vivere il più a lungo possibile e attento a non creare problemi di nessun genere al mio prossimo.

Chi ha necessità di credere nell'esistenza di un Essere superiore per chiederGli conforto per gli (eventuali) mali e sofferenze ricevute, è bene che lo creda. Io preferisco che l'essere umano trovi la forza di superare le avversità della vita nella propria ragione, cultura e intelligenza. Nel cristianesimo la teologia indaga sul conflitto inevitabile tra Fede e Ragione. 
Chi crede in Dio, nel paradiso, nella resurrezione, nei comandamenti e nello spirito santo, lo fa per atto di fede. Per questo motivo, a mio avviso, si offende la ragione.

Quando la Fede è misteriosa, lo dice il prete la domenica durante la messa: "mistero della fede", in me predomina la ragione. Io voglio uscire dal gregge, per non sentirmi depredato della mia intelligenza, e impongo a me stesso di farmi guidare dalla ragione.
Io credo che Gesù Cristo, così come tutti i profeti delle altre religioni, sia esistito. Era una persona perbene che dovrebbe essere presa a modello da coloro che perbene non sono. Costoro delinquono e approfittano del perdono cristiano per tornare a delinquere. No... no... così non va; così non si migliora la società che civile, nel senso del vivere, dovrebbe essere.

Aldo Rabbiati

 
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Adriano Olivetti e la povertà morale e intellettuale di oggi

Adriano Olivetti riteneva che la Fabbrica avesse bisogno non solo di operai ma anche di intellettuali. Per Adriano, industria e cultura era un binomio inscindibile. Il lavoro dveva essere portato avanti con creativirtà e la mente rivolta alla bellezza. E' per questo che nella sua Azienda accoglieva anche scrittori, architetti, disegnatori e poeti.
Paolo Volponi, scrittore e poeta, si formò come intellettuale e manager alla Olivetti di Ivrea tra il 1956 e il 1971, in qualità di direttore dei servizi sociali e direttore del personale. 
L'impegno nel lavoro, da parte di Paolo volponi, ha spaziato dall’analisi sociologica al servizio sociale, dall’impegno di scrittore e teorico politico dell’attività industriale: tutta la sua opera appare intimamente permeata da questo spirito di verità, che si era nutrito della conoscenza di due grandi personaggi. Egli stesso amava affermare che nella sua vita aveva avuto due grandi maestri: Adriano Olivetti e Pier Paolo Pasolini, i quali hanno significato una svolta nella sua formazione culturale e nei suoi progetti di lavoro.
Il nostro Paese, negli anni 50/70 era stimato e invidiato nel mondo, grazie agli uomini come Adriano Olivetti, Paolo Volponi, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini e altri intellettuali. Adesso manca di credibilità, per il senplicissimo motivo che , ai personaggi che amavano l'Italia e contribuivano a farla crescere economicamente e culturalmente, si sono sostituiti gli imprenditori-finanzieri senza scrupoli, come Carlo De Benedetti, Roberto Collaninno e politici contigui alla organizzazione a delinquere di stampo mafioso, "Cosa nostra",  come Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, delinquenti abituali, che l'hanno immiserita.

http://pasolinipuntonet.blogspot.it/2012/04/pagine-corsare-la-saggistica.html

 

 

 
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