Creato da: visestis il 01/05/2005
Le cose di questo mondo viste in controluce con i mass-media e con la pubblicità

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Punito l'eroe

Post n°1979 pubblicato il 13 Ottobre 2014 da visestis

Ricordate il caso della “Concordia” che affonda al largo dell’Isola del Giglio e i morti che in quella circostanza si rivelano non tanto una fatalità ma una serie di manchevolezze; una di queste era “il manico” della nave, cioè il capitano, quello Schettino che presto assurge a grande notorietà (ancora non ha fatto un film, ma vedrete che presto lo farà).

Il comandante Schettino ebbe la “prudenza” di imbarcarsi sulla prima scialuppa che partiva dalla Concordia e arrivare al Giglio quando ancora non era ben chiaro quello che fosse successo; e fu proprio sulla riva dell’Isola del Giglio che ebbe la sventura di imbattersi  nel capitano De Falco, comandante della capitanerie di Livorno, che gli rivolse la celebre frase “torni a bordo,Schettino, cazzo!!”, frase che diventerà un cult e che troverà spazio anche sulle magliette dei giovani che si fregiavano di questo “invito” perentorio che, peraltro non ha avuto nessun successo, dato che lo Schettino a bordo non c’è ritornato.

La vicenda si è conclusa con il relitto della Concordia che veniva trasportato verso Genova per essere smantellato e con il processo che la magistratura ha intentato nei confronti di Schettino, il quale continua a dire di avere fatto la cosa “migliore” che poteva fare.La gente, il popolino, tutte quelle persone che non conoscono compiutamente la vicenda ma che, anche solo a lume di naso, si rendono conto di come sono andate le cose, ha etichettato tutta la storiaccia con Schettino (il pusillanime), De Falco (l’eroe che incita, peraltro da terra, il pusillanime a tornare a bordo ed a fare il proprio dovere).Ebbene, dopo il tempo trascorso, Schettino è sempre sui giornali e sulle riviste, circondato da belle donne, mentre l’”eroe”, sembra essere stato punito per la frase rivolta al comandante ed è stato trasferito dalla Capitaneria dove svolgeva un lavoro di comando, ad un oscuro ufficio di segreteria in un ammiragliato, dove non avrebbe avuto nessun incarico direttivo e neppure operativo.La cosa ha suscitato così tanto scalpore che ha dato origine addirittura ad una audizione in Senato, alla commissione lavori pubblici, organizzata dal senatore PD Marco Filippi e richiesta e sostenuta anche dal senatore di Forza Italia Altero Matteoli.La tesi del comando generale delle Capitanerie di Porto è che si è trattato di un “normale avvicendamento” e che il trasferimento del comandante De Falco rientra nelle ordinarie dinamiche di impiego degli ufficiali, ma l’interessato non ci sta e continua a ribadire che il suo può considerarsi un trasferimento “punitivo” o, al minimo, un demansionamento, nel senso che da una posizione di comando il De Falco viene collocato dietro ad una scrivania senza nessun incarico operativo.Vista la complessità e il particolare interesse dell’intera vicenda, è stato deciso che la prossima settimana ci sarà una seconda audizione, sempre in Senato, nella quale il Comandante Generale delle Capitanerie di Porto e Guardie Costiere, ammiraglio Felicio Angrisano, dovrà rispondere alle domande dei senatori in merito al trasferimento del De Falco.Il comandante De Falco, con ,la sua frase che è diventata un cult, è diventato un simbolo di un’Italia ligia al proprio dovere, contrapposta a quella di Schettino, accusato del naufragio della nave e ormai definito “un codardo”. Tra le altre cose, sembra che De Falco, dopo la famosa frase rivolta a Schettino, sia stato oggetto di disapprovazione da parte di un suo superiore; spero che non sia vero!  

 
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E' COLPA DELLE RELIGIONI??

Post n°1978 pubblicato il 11 Ottobre 2014 da visestis

I Greci e i Romani erano guerrafondai della migliore tradizione; molto più di quello che sono stati poi i loro successori e molto di più di quello che sono gli attuali “conquistatori”, cioè gli appartenenti al califfato messo in piedi da al-Baghdadi.

Però c’è una grossa differenza tra loro e gli attuali “conquistatori”: mentre Greci e Romani non volevano conquistare la Persia e Cartagine per imporre i propri dei, i loro epigoni attuali, mettono al primo posto delle loro conquiste la fagocitazione delle realtà religiose.

I Greci e i Romani, quando erano in fase di conquista e incontravano popolazioni con dei molto amati, non facevano altro che inglobarli insieme ai suoi: sei Hermes? Bene, io ti chiamo Mercurio e così diventi dei nostri; i fenici veneravano Astarte? Bene, gli Egizi la traducevano come Iside e per i Greci diventava Afrodite o Venere.

Insomma, nessuno invadeva i territori altrui per cancellare la loro realtà religiosa, ma solo per appropriarsi dei loro beni materiali.

Si dirà: i romani hanno martirizzato i primi cristiani; come mai? Semplice, perché loro negavano legittimità agli dei degli altri!

Nessun popolo politeista ha mai fomentato una guerra di grosse dimensioni per imporre agli altri uno dei loro dei.

Al contrario, i due maggiori monoteisti (cristiani e islamici) hanno scatenato invasioni, hanno distrutto popoli, hanno ucciso uomini e donne, “solo” per imporre il proprio dio nei confronti degli altri;  per fare questo hanno scatenato guerre di conquista, tra le quali è bene annoverare anche quelle “coloniali” che venivano giustificate  con il progetto virtuoso di cristianizzare le popolazioni conquistate – a cominciare dagli Aztechi e dagli Incas – e i popoli conquistati venivano regolarmente massacrati, ma, veniva detto, “che sarebbero andato in Paradiso”, dato che nel frattempo si erano convertiti.

Possiamo dire che è più civile credere nel “Grande Spirito della Prateria”  che nella Santissima Trinità o nell’unico Dio di cui Maometto sarebbe il profeta? Forse è troppo semplicistico, ma possiamo affermare che un credo monoteistico consente la formazione di grandi entità territoriali che poi tendono a espandersi.

Ma il subcontinente indiano non ha mai cercato di esportare le proprie divinità e l’impero cinese è stata una grande entità territoriale, senza la credenza in una sola entità creatrice del mondo e, finora, non ha mai tentato di espandersi in Europa e in America, se non attraverso mezzi economici e con sistemi leciti o, al massimo, al limite.

Ma comunque, le loro conquiste fatte con sistemi “economici”, non hanno mai preteso l’unificazione o la diversificazione delle credenze: che la gente continui a credere in Gesù o in Allah o in Iahve, non gli fa ne caldo ne freddo, purché continuino a comprare i prodotti che vengono loro proposti.

Ma continuando la ricerca degli eserciti guidati da “monoteisti”, possiamo forse ritrovare una sorta di equivalente nelle grandi ideologie laiche, come il nazismo (di ispirazione pagana) o il marxismo sovietico (di ispirazione atea); ma i loro eserciti anche se vittoriosi, non hanno mai magnetizzato i loro seguaci e quindi le loro guerre di conquiste si sono fermate al primo intoppo che è capitato loro.

Insomma, possiamo affermare che le grandi minacce transcontinentali provengono sempre da religioni monoteiste? Direi di si, anche se con prudenza. 

 
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UN NUOVO COLPO DI SCENA ALL'OPERA DI ROMA

Post n°1977 pubblicato il 09 Ottobre 2014 da visestis

I miei amici lettori si ricorderanno che una quindicina di giorni or sono ho trattato la situazione drammatica nella quale si trova il Teatro dell’Opera di Roma e le dimissioni rassegnate dal Maestro Muti, incapace di gestire una situazione così catastrofica; adesso nello stesso teatro, un nuovo colpo di scena: con una decisione che in Italia non ha precedenti, il Consiglio di Amministrazione del teatro ha votato “il licenziamento collettivo di 182 persone tra orchestrali e coristi”; quindi il teatro è senza “mano d’opera” e pertanto impossibilitato a procedere.

Il motivo determinante di questa scelta è il deficit di oltre 12/milioni di euro che grava sul teatro e che impedisce al consiglio di amministrazione di procedere a qualsiasi spesa straordinaria.

Prima di questa decisione, il Sovrintendente Fuortes ha steso un piano di risanamento contro il quale si è scatenata la guerra dei sindacati: detto piano, approvato dal 75% dei lavoratori, ma respinto da un paio di sigle sindacali, prevedeva non di licenziare ma di “concordare” 65 pensionamenti.

I livelli salariali sarebbero stati confermati, ma certo per il futuro si sarebbe dovuto procedere a un riordino degli organici e delle relative buste paga; su questo si è scatenata la guerra dell’Opera, un conflitto che si inserisce nello sballatissimo sistema nazionale della lirica, dove gli estremi tentativi di evitare il naufragio sono osteggiati in nome di visioni culturali e sindacali d’altri tempi.

Il licenziamento di tutto il personale, diciamo così artistico (orchestrali e coristi), si pone in una prospettiva del tutto particolare, la quale rinuncia a complessi stabili e opta per la esternalizzazione; in altri termini, possiamo dire che professori d’orchestra e coristi, si riuniscono in organismi non più dipendenti ma esterni al teatro, che vengono scritturati di volta in volta per i singoli eventi della stagione.

Si tratta di una formula mai tentata in Italia ma che si è andata diffondendo in Europa; con questo sistema, l’Opera di Roma potrebbe risparmiare nel 2015 circa 3/milioni e mezzo di euro.

Il sovrintendente Fuortes ha dichiarato che questa operazione rappresenta “un’opportunità; ormai il Teatro era assolutamente fuori controllo; l’alternativa era chiudere”; da notare che da un giorno all’altro gli sponsor sono scomparsi.

Quanto a intenti punitivi – ventilati da alcune componenti – il sovraintendente li ha esclusi, così come ha escluso che i lavoratori licenziati possano appellarsi all’ormai famoso articolo 18: “le orchestre dei teatri lirici sono formate da artisti, non da impiegati o operai; qui è tutta un’altra cosa”.

Il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha spiegato che si tratta di “un passaggio doloroso ma necessario per salvare l’Opera di Roma e ripartire; l’idea del c.d.a. e del ministro, è che il coro e gli orchestrali si riuniscano in un soggetto “nuovo”, capace di costruire con il Teatro un rapporto diverso dal precedente.

Un solo commento: se il coro e ,l’orchestra erano convinti di essere insostituibili, hanno fatto male i conti e quindi si sono sbagliati; e soprattutto non hanno capito che sono finiti i tempi in cui un Ente Pubblico sfondava il proprio bilancio pur di salvare una struttura culturale del tipo di quella romana; adesso se non ci sono coperture, bisogna tagliare e le bizze di coristi e cantanti sono soltanto fastidiose intolleranze.

Volete un esempio? Qualche anno fa, i “licenziati” dell’Opera di Roma avrebbero trovato decine di parlamentari disposti a fare sit-in di protesta; oggi non c’è nessuno!!

 
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ISIS ANCORA ALL'ATTACCO

Post n°1976 pubblicato il 07 Ottobre 2014 da visestis

Il califfo continua con la strategia dell’orrore e specialmente tagliando la testa a tutti coloro che si mettono sulla sua strada; la novità è quella che sta tagliando la testa alche alle donne, tre, per la precisione, tutte “curde” che hanno combattuto contro l’ISIS e sono state catturate; immaginate quanto clamore ha suscitato la vicenda, tutta pubblicità per al-Baghdadi e i suoi degni compari.

Naturalmente il video con le tre donne decapitate è stato messo in rete e lascio a voi la considerazione sull’orrore che ha suscitato in coloro che l’hanno visto.

Contemporaneamente al video delle tre donne curde, il Califfo ha messo on-line anche un video in cui John Cantlie, il reporter britannico in ostaggio all’esercito islamico, recita una sorta di litania dettata dal califfo in cui Obama viene definito “prevedibile” e il nuovo conflitto in Siria e Iraq  non renderà certo l’occidente più sicuro.

Questi nuovi messaggi hanno naturalmente alimentato ulteriore allarme in occidente, tant’è vero che il ministro degli interni britannico ha ammesso che “se non sarà efficacemente contrastato, l’ISIS  potrebbe proliferare in Iraq e in Siria  e diventare così un vero e proprio stato terrorista arrivarando a costruire, con l’aiuto di amici arabi, anche armi nucleari”.

Nel frattempo la moglie dell’altro prigioniero degli islamisti, il tassista Alan Henning, ha lanciato un nuovo appello ai rapitori del marito: “liberatelo, è un uomo di pace, abbiamo bisogno di lui”; come se il califfo facesse un vero e proprio processo per ognuno dei martiri: egli si limita a fare pollice verso, come faceva Nerone e poi a gestire mediaticamente la morte del disgraziato innocente.

Sul fronte dell’arruolamento di europei che vanno a rimpinguare le fila dell’ISIS, il nostro Ministro degli Interni ha affermato che si possono quantificare in 50 gli elementi che sono “transitati” per l’Italia con direzione medio oriente; di questi risulterebbe difficile stabile le singole origini.

A questo punto mi scappa di fare una considerazione su coloro che sono stati presi prigionieri dall’ISIS e usati, sia per ricattare economicamente l’occidente, sia per costruire i video dell’orrore; mi chiedo per quale motivo un tassista inglese si trovasse in Siria oppure una o più ragazze, definite “cooperanti” fossero in un altro posto del genere; mi sembra chiaro che da oggi in poi nessun occidentale deve andare da quelle parti, neppure se afferma di “assumersi le sue responsabilità”, dato che ci sono le responsabilità indirette, cioè quelle che ricadono sulla Nazione che subisce il ricatto dai tagliagole; quindi, volente o no, si dovrebbe fermare tutti coloro che desiderano “andare a dare una mano”,  dato che nella maggior parte dei casi, questa mano viene data al nemico.

Chiudiamo con qualche sorriso: dopo l’affermazione di al-Baghdadi che presto sarebbero arrivati a Roma a stroncare la croce, uccidere il Papa e rapire le nostre donne, i romani che tendono sempre a smitizzare gli eventi, specialmente quelli negativi, si sono rivolti all’ISIS facendo loro alcune raccomandazioni: “se arrivate verso le 17 non prendete il raccordo perché restate imbottigliati” ed anche “se portate via mia moglie, la croce ce l’avete voi” e per finire “non dimenticate mia suocera, è una cattolica impenitente”.

Qualcuno potrà dire che queste battute sono la prova della mollezza del nostro Paese, mentre per me sono l’indice della nostra grandezza che ritiene l’ironia la più grande garanzia di libertà.

 
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PARLIAMO ANCORA DI "LAVORO"

Post n°1975 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da visestis

Nel mondo politico tiene banco la discussione sul “lavoro”, o meglio su come regolamentare l’accesso e l’uscita dalla fabbrica; in sostanza, quel tabù che è diventato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che vieta alle imprese di procedere al licenziamento del dipendente se non “per giusta causa”.

Vorrei vedere il problema del lavoro sotto una diversa angolazione: la sicurezza sul posto di lavoro; mi è venuto in mente questo argomento per l’ultimo – in ordine di tempo – caso di “morte bianca” di due operai che non avevano altra colpa se non quella di “lavorare”, colpa che non può essere ascritta a molti giovani e meno giovani, ma che porta a chiedersi alcune cose.

La lista degli operai morti sul posto di lavoro si allunga sempre più, anche se le fredde statistiche indicano l’incremento dei parametri di sicurezza; evidentemente c’è qualcosa che non capisco: aumenta la sicurezza ed al tempo stesso le disgrazie sul lavoro.

Quindi, diciamo la verità: la prima tutela che deve essere garantita al lavoratore da un qualche articolo 18 o 19, non è solo la tutela del posto di lavoro, ma ci deve essere un’altra tutela, ancora più importante: una ragionevole sicurezza di tornare a casa dopo la fine del lavoro e poter riabbracciare i propri cari.

È ovvio infatti che la prima tutela che una società civile deve garantire ai propri lavoratori sia quella di poter tornare a casa la sera; la garanzia dell’avvenire lavorativo viene a mancare quando manca il requisito essenziale, l’essere ancora in vita da parte dell’operaio.

Liquidare quei poveri morti con una serie di concause dominanti che vanno dalla “fatalità” alla “disattenzione” mi sembra troppo semplice; ovviamente un po’ di colpa risiede in ognuno di noi che siamo spesso preda della frenesia di fare tutto subito e bene, con la paura che a rischiare è il posto di lavoro; la colpa risiede anche in quell’ora – o più – di straordinario tirato per i denti con il miraggio di portare a casa un piccolo lusso oltre al normale stipendio.

Se ci pensiamo bene, non possiamo far altro che considerare “assurdo” che nel terzo millennio si muoia ancora di lavoro, come ai tempi della rivoluzione industriale e ritengo che la frequenza da parte di datori di lavoro e operai di corsi spesso blandi, sia da considerare superflua e ininfluente sul problema in questione.

Ritengo invece che l’addestramento – quello vero, di classe dirigente e lavoratori – dovrebbe essere il vero nocciolo di questa benedetta riforma; soltanto godendo di maestranze più qualificate riusciremo a crescere attenuando così il preoccupante fenomeno delle “morti bianche”

Questo mi appare come il punto su cui vale la pena battere i pugni sul tavolo da parte di lavoratori e sindacati; a poco servono basi di lotta demagogiche se i rischi per l’incolumità dei lavoratori resteranno quelli attuali.

La mia paura è che, alla stessa stregua di come si interviene nelle calamità solo dopo che sono accadute senza mai prevenire gli eventi, si passi sopra agli elementari diritti  chiamando in causa la maledetta crisi, la disoccupazione galoppante, e il re profitto  che sta diventando veramente intoccabile.

E quindi il mio auspicio è che al tavolo delle trattative non si combatta per tutelare le bandiere di pochi, ma si cerchi di porre rimedio a fatti così gravi che riguardano l’esistenza di tutti.

 
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