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Creato da: visestis il 01/05/2005
Le cose di questo mondo viste in controluce con i mass-media e con la pubblicità
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Post n°1507 pubblicato il 11 Febbraio 2012 da visestis
Fra tutti gli Stati che stanno corteggiando la Cina ad investire nei loro Paesi, la Germania ricopre un posto prioritario, sia per la posizione che ricopre all’interno della UE e sia per alcune coincidenze di interesse con il colosso orientale. Nella recente visita in Cina, la Merkel si è presentata come un leader europeo ma in effetti ha cercato di fare gli interessi del proprio Paese e questi sono soltanto parzialmente coincidente con quelli europei. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire la situazione: da svariato tempo l’America, il F.M.I. e tutti i leader europei a cominciare dal nostro Mario Monti, insistono sulla necessità di interventi per la “crescita” europea; come argomento provato con la Merkel, le dicono che questo aumento favorirebbe anche la Germania che vende con successo i propri prodotti in Europa; un ragionamento che all’apparenza non fa una grinza ma che stranamente vede i tedeschi riluttanti; quale il motivo di tale posizione della Merrkel. L’argomento che si sente ripetere in Germania è che quel Paese desidererebbe giocare le proprie carte a livello internazionale indipendentemente dall’Europa e quindi i rapporti con la Cina li vorrebbe trattare da singolo stato e non da leader dei Paesi europei. E questo sarebbe nient’altro che una continuazione dei tanti buoni affari che la Germania ha realizzato con la Cina; secondo i dati ufficiali, la Cina è il primo partner commerciale della Germania e questo vorrà pur dire qualcosa. Un paio di esempi: tre quarti delle automobili di lusso immatricolate in Cina sono tedesche e addirittura una azienda tedesca su due (quindi il 50%) ha in progetto di costruire impianti in Cina; penso che si possa affermare che tra i due Paesi c’è uno stretto legame commerciale che si colloca prima del legame europeista della Merkel; non dimentichiamoci che Frau Angela non è Kohl, nonostante vengano dallo stesso partito, e che la prima ha come slogan “gli interessi europei si difendono solo se sono coincidenti con quelli tedeschi”. Insomma, l’ennesima riprova che l’Europa – così come i tre fondatori (De Gasperi, Adenauer e Shuman) l’avevano sognata) è solo un agglomerato di Nazioni, ognuna diversa alle altre e ciascuna con interessi assolutamente diversi dagli altri. Possiamo dire il motivo? Forse la scarsa preparazione dei singoli popoli ad una unione così stretta, ma anche la mancanza di comunanza politica e militare che continua ad esistere all’interno dell’U.E. Se vogliamo fare un paragone, possiamo riferirci al periodo in cui venne costituito il Regno d’Italia; sembra – ma le voci sono discordanti – che il Marchese Massimo d’Azeglio, uno dei padri dell’Italia che doveva nascere, abbia affermato: “pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani” e infatti gli italiani propriamente detti s’hanno ancora da fare: si vedano le uscite variegate della Padania e della Sicilia che testimoniano come l’Italia è di là da venire!! E se è difficile fare l’Italia figuriamoci quante difficoltà ha la costruzione dell’Europa: mettere insieme le tante diversità delle Nazioni per realizzare un corpo unico che parli con una voce sola e che agisca come un solo uomo. Volete un esempio: perché non si è arrivati a costituire un esercito unico per l’Europa? Semplice, perché in ogni crisi in cui le Forze Armate vengono impiegate, ci sono i risvolti del business e in questa fase ogni Nazione vuole fare i propri interessi. Chiaro?
Post n°1506 pubblicato il 09 Febbraio 2012 da visestis
“Non è l’uomo per il sabato , ma il sabato per l’uomo”; con questa frase la Chiesa affronta il problema del lavoro, guardandolo da una prospettiva diversa da quella che si sente, una prospettiva che colloca l’uomo al centro di ogni cosa e non viceversa. Insomma, si afferma che “quando si sacrificano le persone al risultato, qualcosa non funziona” e credo che sia il nostro caso; perché lo dice solo la Chiesa? E per spiegare meglio, diciamo che non deve esserci contrapposizione tra quanto serve alla maggioranza e quanto occorre alla singola persona; e se ci dovesse essere, il singolo dovrebbe sempre essere vincitore; ma questa contrapposizione non dovrebbe esistere e, se esiste è per colpa dell’attuale società “globalizzata” che ha fatto perdere all’individuo ogni propria identità. Nelle società preindustriali, la gente viveva all’interno di luoghi circoscritti in cui operava un “uomo” che conosceva tutti ed era da tutti conosciuto; ognuno di questi individui – sia pure povero e marginale – aveva una parte nel “copione generale”, un posto, un ruolo (o credeva di averlo, il che fa lo stesso), insomma non era semplicemente spettatore, numero, o peggio ancora “consumatore”. In mezzo a questa folla, l’uomo moderno ha perduto la propria identità ed è diventato uno tra tanti, si è automaticamente massificato nei bisogni e soprattutto nei consumi, in particolare in questi ultimi. Per vedere il rapporto tra uomo e consumi, è bene fare una prima considerazione; avrete sentito dire da economisti e politici attuali, una frase che recita pressappoco così: “bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”; se la si esamina con attenzione, questa frase è folle, perché significa che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre e quindi il meccanismo economico non è al nostro servizio, ma noi siamo al suo. In pratica siamo i tubi digerenti, i lavandini, i water attraverso i quali deve passare, il più rapidamente possibile, tutto quello che altrettanto rapidamente produciamo; siamo quindi il terminale “uomo”, la variabile dipendente dell’economia; anzi non siamo neppure uomini, ma “consumatori” (ci sono diverse associazioni di consumatori che evidentemente non si vergognano di definirsi tali e accettano con fatalismo la propria definizione di consumatori). E per dirla tutta, non siamo neppure consumatori coscienti e volontari, ma delle rane che, opportunamente stimolate dalla pubblicità, devono saltare anche quando vorrebbero star ferme, per non assumersi la responsabilità di ostacolare l’onnipotente meccanismo che ci sovrasta: l’economia globalizzato! In termini psichiatrici, questo modo di comportarsi – assai diverso da quello dell’uomo preindustriale – è una autentica follia, confermata dai dati e dalle statistiche: i suicidi in Europa, sono quasi decuplicati rispetto all’era precedente: erano 2,5 per 100/mila abitanti e sono diventati 20 per 100/mila, al giorno d’oggi. Nevrosi e depressioni, pressoché sconosciute nel mondo di ieri, sono malattie della modernità e diventano un problema sociale nelle classi agiate, tanto che la psicoanalisi è diventata una scienza indispensabile nella medicina odierna. E ritorno all’inizio di questo mio pensiero: se l’uomo non riuscirà a riprendersi il proprio ruolo – con le buone o con le cattive – sarà sempre più costretto a rimanere accucciato sotto la cappa della globalizzazione; ed io continuerò ad attendere qualcuno o qualcosa che si unisca alla Chiesa nella difesa del singolo “uomo”. Avrò fortuna?
Post n°1505 pubblicato il 07 Febbraio 2012 da visestis
Alcuni rappresentanti (autorevoli) di questo governo, stanno facendo qualche errore in fase di comunicazione, errore che potrebbe costar loro molto caro, dato che al momento possono vantare un livello di gradimento che potrebbe ben presto svanire. Ha cominciato il vice ministro Michel Martone, definendo “sfigati” coloro che a 28 anni non si sono ancora laureati; cominciamo col dare una definizione del termine usato: sfortunato, iellato, scalognato, non accettato da un gruppo di persone, privo di fascino: insomma non proprio un complimento! Il signor vice ministro – dal nome fascinoso – nasce a Nizza e cresce a Roma, dove si laurea a 23 anni e a 26 era già ricercatore, a 27 professore associato presso l’Università di Teramo e a 29 diventa professore ordinario; il “fenomeno” in questione è figlio di Antonio Martone, magistrato di Cassazione, pieno di contatti politici, alcuni non proprio “limpidi” – è stato interrogato sulla P3 – e altri “splendidi”, come quando l’allora ministro Brunetta lo nominò Presidente del Civit e consulente per la digitalizzazione delle Amministrazioni Pubbliche di Paesi Terzi (compenso 40.000 euro). È chiaro che con un pedigreé del genere il giovane Michel era destinato a salire in alto e infatti così è stato; ma non per tutti i giovani universitari la vita e la carriera sono così in discesa, anzi, la salita è sempre più dura; e non è bello che si sentano rimbrottare da chi ha tali e tanti privilegi che loro non hanno!! Se poi qualche “sfigato” gli mette le mani addosso, il giovane rampollo non se ne abbia a male!! E veniamo all’altra uscita disgraziata, questa volta per bocca addirittura del Presidente del Consiglio, quel Mario Monti che ha avuto l’ardire di affermare in televisione (Mixer): “i giovani si abituino all’idea di non avere più il posto fisso a vita; e poi diciamolo: che monotonia”. La prima parte della frase è solo una constatazione di quello che sta avvenendo – non per scelta di qualche giovane e neppure meno giovane – mentre la seconda è una corbelleria grande come una casa: evidentemente un uomo “fuori della realtà” come si rivela sempre più essere Monti, non può neppure arrivare a comprendere che il popolo è fatto di persone normali, di gente che anela ad una vita normale e con questo presupposto cerca di avere assicurate alcune realtà veramente importanti (per i “normali”) una casa, una famiglia, un lavoro stabile e una pensione con cui affrontare la vecchiaia; questa è la monotonia della gente semplice, quella gente però – stia ben attento signor Monti – che se s’incazza diventa terribilmente “anormale”!! Chiaro? Del resto, la frase proviene da un personaggio che – da rettore della Bocconi – è stato catapultato nella vita politica, ma che prima di avventurarsi, ha avuto – complice l’amico Napolitano – la prebenda assicurata, in quanto nominato poco prima dell’incarico a premier “senatore a vita” (38/mila euro al mese oltre ai vari benefit). E questo signor Monti non le sembra un “posto fisso”? Un posto che nessuno le potrà mai togliere, qualunque sciocchezza le possa uscire dalla bocca? Quindi, stia attento a non usare frasi e concetti che non conosce, continui a volare alto, a fare discorsi che pochi capiscono, in modo che la gente continui a dire “mamma mia come è intelligente, come parla bene” e non si avventuri nei meandri dell’ironia. È troppo banale fare un paragone con il suo predecessore: ne ha dette tante di sciocchezze come le sua, ma la stampa e la gente gliele ha rinfacciate tutte; a lei per il momento, si risparmia qualche uscita di troppo, ma creda che questo può cambiare da un momento all’altro; ma tanto a lei non gliene frega niente: il posto fisso ce l’ha!!
Post n°1504 pubblicato il 05 Febbraio 2012 da visestis
Dopo la “bufala” del taglio di 1.300 euro (lordi) e 700 (netti) allo stipendio dei deputati, avevamo sperato che Monti ce la potesse fare; poi, avute maggiori informazioni abbiamo appreso che tale cifra riguardava l’indennità (che ammonta a 11.200 euro mensili) e non lo stipendio e poi abbiamo potuto constatare la vera “presa in giro”: non riguarda l’indennità attuale ma quella “futura”, quella di un prossimo aumento e quindi è un taglio “virtuale” e basta. Chiaro?? Vi sentite presi in giro?? Io sì! Ci sarebbe poi la questione delle spese; sapete come funziona? Un comune dipendente se viene inviato in missione in un’altra città, al rientro in azienda deve presentare una distinta delle spese sostenute, con tanto di “pezze d’appoggio” e su questa base avviene il rimborso; per deputati e senatori la cosa è un po’ diversa: tutti trovano nella busta paga mensile un forfait mensile di 3.500 euro, ovviamente netti, a titolo di rimborso spese. Volete un altro esempio di “potenza della casta”? Tutti i parlamentari hanno l’obbligo di rendere pubblici i propri redditi; sapete come hanno fatto per aggirare la norma, scritta da loro stessi? Hanno messo a disposizione degli “elettori che ne facciano richiesta” alcuni libroni in un polveroso ufficio della Camera, consultabili – ma non fotocopiabili – dopo aver preso appuntamento e ricevuto l’OK; non era più semplice metterli on-line sul sito del Parlamento? Nossignori, troppo facile!! Quindi possiamo dire, riferito ai parlamentari, che “si fanno le leggi” ma trovano anche subito il modo di aggirarle. Il prode Monti sta combattendo una nuova battaglia: quella sui super-compensi dei manager pubblici; con un provvedimento inviato ai due rami del Parlamento, viene stabilito che i manager di Pubbliche Amministrazioni non potranno percepire un trattamento economico complessivo superiore a quello del primo presidente della Corte di Cassazione, cioè circa 311mila euro lordi annui. Vengono subito alla mente alcune situazioni che confliggeranno fortemente con questa nuova normativa: il signor Paolo Scaroni, Amministrazione Delegato di ENI, percepisce uno stipendio di 4.420.000 euro lordi l’anno (oltre dieci volte il limite fissato); al suo confronto il signor Fulvio Conti è un poveraccio: per la sua carica di Amministratore Delegato di ENEL, guadagna “soltanto” 1.380.000 euro lordi l’anno, quattro volto il massimale stabilito; ed anche il signor Massimo Sarni, amministratore delegato di Poste Italiane, con i suoi 1.205.000 euro lordi annuali, sfora di poco meno di quattro volte il massimo stabilito. Pensare che questi tre signori se ne stiano tranquilli a veder taglieggiato il loro stipendio, mi sembra assimilabile al “credere alle favole”; faranno fuoco e fiamme, muoveranno tutte le loro “truppe”, insomma faranno tutto quello che saranno in grado di fare per vanificare questa normativa. E sulla “risposta” che il premier Monti darà a questi “guastatori” si giudicherà il potere effettivo che il Presidente del Consiglio ha realmente; se riesce a tenere questi signori al loro posto con le nuove cifre stabilite per legge, significa che c’è un vero e proprio intendimento per sistemare una delle maggiori “nefandezze” che ci sono nel nostro sistema pubblico; il premier ha aggiunto che il contenimento dei costi della burocrazia contribuirà a rafforzare il credito di fiducia che i Paesi dell’Eurozona e gli investitori internazionali decideranno di accordare all’Italia. Parole sante; staremo a vedere come finisce! Siete ottimisti o pessimisti?
Post n°1503 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da visestis
Chiariamo subito un concetto: adeguare qualunque società ad un multiculturalismo effettivo, non è solo un problema italiano ma europeo, anzi, oserei dire, mondiale. E allora che si fa? Per ora ci si muove a tentoni senza una linea precisa e si fanno grandi sobbalzi quando la cultura degli immigrati confligge fortemente con la nostra; a questo proposito, vi debbo raccontare quanto accaduto in una città toscana, dove un Romeno, in Italia con moglie e figlioletto di soli tre anni, è stato arrestato dalla Polizia per le violenze che l’uomo infliggeva alla donna ed al ragazzino. La scusante che ha presentato alle autorità è stata significativa: “lo faccio per educarli! In Romania facciamo così!”. Dopo un attimo di sbigottimento, i militari lo hanno arrestato, anche se lui continuava a ripetere di non aver commesso nessun reato, ma solo un’azione a carattere educativo che nel suo Paese è considerata “normale”. Per la verità, queste affermazioni e le botte ai familiari sono venute dopo una abbondante libagione e quindi c’è l’attenuante dell’alterazione alcolica, anche se un proverbio toscano recita che “in vino veritas”. Come possiamo rispondere al nostro romeno manesco? Anzitutto diciamogli che noi siamo – prima di essere diventati un paese di accoglienza – una nazione di emigranti e quindi conosciamo bene le regole dell’accoglienza e il rispetto dei costumi diversi dai propri; proprio per questo sgomenta la giustificazione del padre, come se la violenza contro i più deboli e la sopraffazione maschilista potessero trovare accoglienza in qualche tradizione. Il termine multiculturalismo è utilizzato oggi per descrivere lo stato delle società occidentali moderne, definito proprio dalla presenza simultanea di una pluralità di gruppi differenti che fungono da base per l'identificazione, il riconoscimento e l'orientamento delle azioni dei loro membri; la cosiddetta “multicultura” I quartieri arabi, i ristoranti cinesi, la musica reggae, sono alcuni esempi della multicultura urbana. Più che un incontro reciproco con le diversità, questi fenomeni esprimono il bisogno di realizzazione personale degli individui che, riconoscendosi in un certo modello di cosmopolitismo coltivano ed ostentano la loro identità multipla. Ma a tutte queste manifestazioni deve essere posto un limite invalicabile: la cultura non può mai essere portatrice di violenza altrimenti si sfocia nella barbarie e quindi nell’assenza di cultura; sono stato chiaro? Nelle nostre città assistiamo spesso a manifestazioni che non sono “nostre” ma che lo potrebbero diventare qualora avessimo la forza e la capacità di intenderle: mi riferisco in particolare al cibo che ha preso un posto preminente ed ostentativo, ma anche ai balli ed alla musica che bene si integrano con la nostra realtà. Ma stiamo attenti a non confondere il multiculturalismo con la tolleranza che tende a sfociare nel relativismo; ricordiamo che deve essere prioritaria l’idea che ogni essere umano è degno di rispetto, ma quando compie arbitrio e violenza su nostri o suoi simili, deve essere punito in nome del “diritto oggettivo” e non può pretendere nessuna attenuante in quanto la violenza non può mai essere contrabbandata sotto il concetto di “cultura”, perché è qualcosa di molto diverso!!
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Inviato da: visestis
il 06/02/2012 alle 08:04
Inviato da: a.band
il 05/02/2012 alle 11:13
Inviato da: george7
il 11/11/2011 alle 17:14
Inviato da: dueoreper1Nick
il 25/10/2011 alle 07:41
Inviato da: visestis
il 27/07/2011 alle 18:30