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Esula dallo scopo di questo blog
(progetto accantonato ma che conto di riprendere)
ma oggi scrivo per pubblicizzare il mio primo libro: un saggio su islam e politica in Italia dal 1996 a fine 2009 incluso.
Il libro è qui
http://www.boopen.it/acquista/ricercaopera.aspx?m=1&s=panizzari
mentre qui
http://www.tesionline.it/consult/altridoc.asp?idt=25428
è possibile scaricare il file preview_Islam_no_grazie_-_www-boopen-it.pdf che contiene l'indice, la parte metodologica della ricerca e la bibliografia.
Non ci si faccia ingannare dalla copertina populistica (un autore esordiente deve essere impressive per cercare di stimolare interesse); il saggio è un lavoro articolato ed approfondito.
Nella prima parte ho intervistato 10 esponenti di spicco del mondo sunnita in Italia (Pallavici, Paolantoni, Scialoja, Chaouki, Piccardo, Shaari ed altri)distribuiti tra Bolzano e la Sicilia, che forniscono la loro visione di società, politica ed integrazione delle comunità musulmane nel contesto italiano.
Nella seconda parte (in relazione al tema del saggio) ho analizzato i programmi elettorali di centrodestra e centrosinistra alle elezioni politiche del 1996, 2001, 2006 e 2008, ed i provvedimenti licenziati dai governi che si sono succeduti.
Nella terza parte, a partire dai dati raccolti, elaboro nel dettaglio un progetto per far riprendere in maniera costruttiva e propositiva il processo di integrazione, interrottosi con la chiusura della Consulta per l'Islam nel 2007.
Ogni commento sarà gradito e cercherò (nei limiti del possibile) dirispondere a tutti.
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Correva l’anno 1990, avevo 25 anni, e da un annetto lavoravo per una piccola azienda del settore IT, con sede centrale a Bologna e sede distaccata a Milano; ero un semplice tecnico che imparava le relazioni con i clienti, acquisiti dalla forza vendita aziendale ed alla quale dovevo poi fornire installazione di hardware e software, corsi, ed assistenza.
Chiamiamo l’azienda MS, venne a lavorarci il nostro soggetto, tale LL; ancora non lo sapevo, ma mi apprestavo ad avere il mio primo esempio di cattivo capo.
LL era la classica persona che arrivava dalla concorrenza (e quindi per definizione un fenomeno, non so se l’avete mai notato, ma tutti quelli che arrivano dalla concorrenza sono fenomeni e tutti quelli che si trovano in azienda sono indegni di crescita) e che si era venduta bene: poco più che tecnico, avvezzo a relazioni con i clienti, fu messo alla direzione commerciale della filiale di Milano, coperto da chi lo aveva assunto ed assistito.
LL era il classico capo convinto che dall’autorità derivasse l’autorevolezza, di conseguenza non erano ammissibili visioni diverse dalla sua; il tono di voce sempre alto nell’impartire ordini, assoluta indisponibilità nel valutare esigenze altrui, forte con le figure di calibro più piccolo della società (tra cui il sottoscritto), codardo ed accomodante con i tecnici più esperti e più anziani, con i quali assumeva un atteggiamento compiacente.
Il classico ruolo del capo che guida un gruppo non esisteva. Qualunque decisione veniva sempre presentata come desiderio del superiore collocato a Bologna, qualsiasi richiesta di spiegazioni non filtrava verso l’alto, qualsiasi merito venisse riconosciuto non arrivava mai al diretto interessato ma si fermava ad LL che lo esaltava come risultato positivo della “sua” gestione del gruppo, qualsiasi responsabilità veniva scaricata sull’inferiore fantozziano.
Venditore mediocre capace di grandi vendite solo a fronte di sconti del 50% (ovviamente autorizzati dal grande capo di Bologna; di suo non avrebbe mai avuto il coraggio di prendere simili decisioni), le sue principali preoccupazioni erano nell’ordine: avere come macchina aziendale la passat sw che la VW stava per lanciare, sedersi vicino ai capi nelle cene aziendali in modo da entrarne nelle grazie nella speranza di diventare abbastanza importante da essere portato all’estero in occasione dei meeting internazionali, scaricare qualunque responsabilità per accaparrarsi qualunque merito, diventare dirigente.
Assoluta incapacità di gestione e di motivare i collaboratori, il classico esempio del capo che ha l’obbedienza dei sottoposti, pomposo sbruffone che vantava la sua laurea e quando parlava diceva “quella cosa qua” o “quella cosa qui” e pseudo venditore che mentre parlava con i clienti si metteva con fugace indifferenza le dita nel naso.
Senza adeguata copertura multiennale da parte di Bologna sarebbe stato cacciato presto, ma è stato lascivo e supino a sufficienza per farsi tenere ed imparare strada facendo, mentre tutti coloro che hanno lavorato con lui e piano piano se ne sono andati, una volta fuori azienda gli davano dell’idiota. Un esempio fulgido di cattivo capo.
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Salve a tutti,
questo blog non vuole essere mio, ma nostro.
Dopo più di 20 anni di lavoro mi trovo a riflettere sulle diverse categorie di "superiori" con cui ci si può trovare a che fare, ed ho pensato che alla fine sono solo 3:
- i capi, da distinguere in buoni o cattivi; gente con una più o meno discreta quantità di cervello, capaci di riportare degli ordini e dare qualche direttiva ed aiuto, ma sostanzialmente interessati a se stessi e non ai loro collaboratori
- i manager; nel senso letterale del termine, gestori di uomini, che non hanno sottoposti ma collaboratori, gente che sa decidere, sa prendersi dei rischi, sa delegare... insomma, gente che merita rispetto
- i vigili urbani, insulsi; gente che si limita a riportare ordini che riceve dall'alto, in caso di meriti dei sottoposti se li prende, in caso di responsabilità le distribuisce, terrificanti yesman che appestano il mondo del lavoro
Arricchite questo blog con le vostre esperienze, se non volete metere nomi e cognomi e/o nomi delle aziende mettete solo le inziali, e se non lavorate più dove avete vissuto l'esperienza e volete vendicarvi mettete tutto per esteso; scrivetemi ed io pubblicherò i vostri resoconti nelle modalità di privacy che mi indicherete.
Aspetto il vostro contributo.
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