Community
 
mor.dan75
   
 
Creato da mor.dan75 il 04/12/2008

Provincia di Lecce

Commissione per l'emersione del lavoro non regolare

TAG

 

 

Video sulla presentazione del volume

Post n°7 pubblicato il 12 Febbraio 2009 da mor.dan75

Servizi televisivi sulla presentazione del volume del 19 dicembre 2008.


Intervista al Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola (Salentoweb)


Servizio di Studio 100

 
 
 

Il futuro del Salento anche dall'emersione del sommerso

Post n°6 pubblicato il 16 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Tag: futuro
Foto di mor.dan75

Questa ricerca invita a riflettere su come il capitale umano da cui dovrebbero venire fuori “le professioni del domani” e le “imprese del domani” si trovi allo sbando: un capitale umano “in corso di formazione” quello degli studenti lavoratori;  “appena nato, indifeso e disorientato”, quello dei giovani laureati; “decotto” quello dei parasubordinati “per mestiere”; “inedito” e “sperimentale” quello delle nuove professioni;  “prorompente” quello delle donne che “ritornano o decidono di entrare” nel mercato del lavoro; “internazionale” e “interculturale” quello degli immigrati. Un capitale umano spesso attivo in ambiti ormai ritenuti strategici per lo sviluppo dell’economia salentina: la cultura, l’arte, l’artigianato artistico, il tempo libero, il turismo, l’universo ricco e complesso dei servizi legati alle tecnologie informatiche, i servizi sociali; ma anche le “nuove professionalità” che dovrebbero “rigenerare” settori maturi o in crisi. Un capitale umano su cui il sistema dei servizi e delle tutele per i lavoratori e le lavoratrici si trova ancora “impreparato” ad investire. Lavoratori e lavoratrici, quindi, che restano “allo sbaraglio”, ancora “soggetti deboli” facilmente “preda” delle logiche spietate del mercato del lavoro, tra cui quelle che riescono ad “imporre” un rapporto di lavoro non regolare o precario. Sostenere questi lavoratori e queste lavoratrici (o aspiranti tali) a superare la loro condizione di “debolezza”: trovare occasioni per arricchire con “l’esperienza applicativa” il capitale umano degli studenti-lavoratori e orientare efficacemente quello dei giovani laureati; sviluppare la capacità di “cercare e fiutare” le proprie “possibili strade” per chi si comincia a confrontare con il mercato del lavoro; liberare le energie professionali o imprenditoriali dei “parasubordinati di lungo termine” che non aspirano ad un lavoro dipendente ma che, nel contempo, incontrano difficoltà a concretizzare il proprio progetto di lavoro autonomo; accompagnare e “difendere” l’inserimento delle donne che “ritornano o decidono” di entrare in un mercato del lavoro che devono imparare a conoscere, offrire un “terreno fertile” al capitale umano degli immigrati. Far questo, significa accompagnare la crescita e lo sviluppo di lavoratori “forti”, meno disponibili a lavori irregolari o precari, coraggiosi nell’affrontare con strategie consapevoli ed efficaci i tempi di assenza di un lavoro,  capaci anche di creare imprese che “non lucrano” dall’irregolarità ma che “creano valore” dalla capacità di affrontare il mercato. Fare questo, significa prevenire il lavoro nero, irregolare, precario al quale “ci si concede” come “indesiderato ripiego” e, contemporaneamente, costruire la nuova economia del Salento, osare nel riconoscere e attraversare le nuove frontiere del suo sviluppo.

 

 
 
 

L'emersione come occasione di sviluppo

Post n°5 pubblicato il 16 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Foto di mor.dan75

Non basta ancora la quantità e l’intensità di energia che i servizi per il lavoro e le organizzazioni sindacali dedicano alle risorse umane che potrebbero rappresentare l’economia salentina del “domani”. Da tempo e ancora oggi ci si ritrova scaraventati sulle “emergenze” delle aziende in crisi e sulla gestione degli ammortizzatori sociali. Il target di cittadini-utenti e di categorie da tutelare è in larga maggioranza rappresentato da braccianti agricoli, operai e disoccupati del manifatturiero tradizionale, lavoratori stagionali del settore turistico, pensionati, cassintegrati e lavoratori in mobilità, lavoratori socialmente utili, beneficiari di indennità di disoccupazione. E’ questa una “ipotesi-provocazione” che si fa strada tra le righe dei risultati di questa ricerca. Nessuno mette in dubbio che i bisogni sociali più diffusi “dell’oggi” vadano soddisfatti e le emergenze debbano essere affrontate  (anche se, come noto, spesso  gli ammortizzatori sociali inducono atteggiamenti di “sfruttamento passivo” dei benefici). Tuttavia, l’attenzione verso le “politiche adattive” e le misure di “tamponamento” delle emergenze, sembrano pesare di più rispetto a quella rivolta verso le politiche “attive”, di motivazione e di stimolo allo spirito d'iniziativa, verso l’innovazione, la creatività, l’investimento sulla crescita delle competenze, l’efficace utilizzo delle proprie risorse relazionali e personali.

(Daniele Morciano)

 
 
 

Lavoro sommerso e identità

Post n°4 pubblicato il 13 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Foto di mor.dan75

In che termini il lavoro non regolare, soprattutto quando non è una libera scelta bensì subita a causa di specifiche necessità, può influenzare la propria identità personale?La definizione di identità personale ingloba la percezione che l’individuo ha di se stesso, delle sue speranze, della propria progettualità. Ma cosa accade quando il lavoratore, date le condizioni in cui si trova ad operare, senza diritti, senza tutele, nutre speranze evanescenti e soprattutto vede oscurarsi ogni velleità progettuale? Posto in questi termini il problema della precarietà del lavoro non regolare influenza le scelte effettuate nel presente e congela quelle riguardanti il futuro: il rischio è che «il “presente” non vincola il “futuro” e non c’è nulla nel presente che consenta di indovinare, ancor meno di visualizzare, la forma delle cose a venire. Il pensiero a lungo termine, ed ancor più gli impegni e gli obblighi a lungo termine, appaiono davvero privi di significato. Ancora peggio: sembrano controproducenti, decisamente pericolosi, un passo sconsiderato, una zavorra da gettare fuori bordo e che sarebbe ancora meglio non prendere proprio a bordo fin da principio» (Bauman Z.(2003), Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari).Questa mancanza di proiezione verso il futuro comporta inesorabilmente la mancanza dello sviluppo di una parte importante dell’identità personale che è il Sé ideale, ovvero l’immagine che un soggetto proietta di sé nel futuro. Il Sé Ideale è un elemento fondamentale della propria identità in quanto rappresenta una spinta motivazionale all’azione in vista di un obiettivo da raggiungere nel futuro più o meno prossimo.
L’identità, inoltre, può essere minacciata da esperienze di perdita nel momento in cui per il lavoratore irregolare la stessa gestione del ruolo lavorativo diviene complessa a partire dalla sua strutturazione inesistente. In questo modo l’esperienza lavorativa, piuttosto che essere una fonte di conferma della propria identità e del proprio livello di autostima, diviene una delle principali cause dell’incertezza a cui i singoli si sentono esposti, con il rischio di una lacerazione della percezione di sé.Inoltre, questo radicamento nel presente instabile impedisce ai soggetti di fare delle scelte sicure, contribuendo a spingerli in un vortice fatto di autoesclusione e di rinunce non solo in termini materiali ma anche e soprattutto in termini di diritti, di legalità e di futuro

(Chiara Catanzaro, tratto da libro, in "Lavoro sommerso e identità")

 
 
 

Esistenze "al di sotto delle proprie potenzialità"

Post n°3 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Foto di mor.dan75

Il concetto di “lavoro irregolare tende ad accentuare l’attenzione sull’infrazione della legge. Diversamente, la scelta di utilizzare il concetto di “lavoro sommerso” deriva dalla volontà di osservare il “lavoro irregolare” come una condizione di non pieno utilizzo e non compiuta liberazione di “risorse ed energie” che tendono a restare “intrappolate”. Questa ricerca offre numerosi esempi di esistenze “al di sotto delle proprie potenzialità” e in condizioni lavorative che ostacolano l’accesso a percorsi di crescita ed emancipazione sociale ed economica: uomini e donne che iniziano a lavorare in età minorile e che maturano precocemente una “cultura del lavoro sommerso” dalla quale può essere difficile liberarsi; studenti che lavorano “a nero” in pub o pizzerie e che si ritrovano preclusa la possibilità di svolgere esperienze lavorative coerenti con i propri interessi o integrate con i percorsi formativi; donne che ripiegano nel lavoro sommerso perché interiormente imbrigliate nel conflitto tra il “desiderio di lavorare” e la costrizione socialmente imposta verso un ruolo di “cura della famiglia”;  giovani professionisti il cui spirito di autonomia e indipendenza stenta a trasformarsi in lavoro autonomo o in impresa, perché dibattuti tra il rifiuto del lavoro “dipendente” e le difficoltà di un’attività in proprio;  lavoratori “maturi” spesso discriminati come “lavoratori pericolosi” perché più consapevoli dei propri “diritti” e che non vedono riconosciute quelle capacità maturate dopo lunghe esperienze di lavoro; donne e uomini immigrati per i quali l’accettazione di un lavoro sommerso e la difficoltà a “sprigionare” le proprie capacità si intrecciano con l’urgenza del bisogno economico e con l’inevitabile “spaesamento” dovuto al confronto con una società e una cultura nuova.

L’osservazione e la riflessione sulla “complessità” del vissuto personale di coloro ai quali i servizi dovrebbero offrire una risposta è un esercizio utile che dovrebbe essere fatto ogni qual volta si abbia la sensazione di procedere secondo modelli di intervento “concepiti a priori”, sensazione che ha origine dal rendersi conto che tali modelli sono frequentemente contraddetti dall’esperienza di relazione “diretta” con gli utenti o dalla loro osservazione “non filtrata” da schemi di osservazione precostituiti.

(Daniele Morciano, tratto dal libro, in “Per una conoscenza biografica del lavoro sommerso”)

 
 
 

Contesti di premodernità del lavoro

Post n°2 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Foto di mor.dan75

È soprattutto il Mezzogiorno, in varia misura e in forme diverse, a conservare contesti di premodernità del lavoro, nei quali i lavoratori non sono stati mai completamente liberati dalla sottomissione personale, dall’esposizione ai rischi, dalla rimozione dei diritti. Il La costruzione delle storie di vita non soltanto è un utile strumento “d’emergenza” a cui ricorrere quando altre vie sono precluse, ma presenta anche alcuni vantaggi: fra gli altri, quello di coinvolgere i soggetti interessati (ciò che costituisce di per sé un contributo a itinerari possibili di emersione), e quello di registrare l’autorappresentazione del lavoro irregolare, osservando quindi la percezione che i lavoratori hanno della loro condizione e delle loro chances.

L’evidenza fondamentale che questa ricerca conferma, così, è la compresenza, nel tessuto sociale, di un doppio livello di sottomissione. Il primo livello, che potremmo definire materiale, è quello della costrizione a modalità di lavoro (e di non lavoro) nelle quali la capacità di intervento del soggetto (ossia la sua autonomia e la sua libertà effettive) sono fortemente ridotte, anche sul piano della difesa della retribuzione. Il secondo livello, che potremmo definire simbolico o culturale, è nella procurata incapacità dei soggetti di percepire la propria condizione nei rapporti di lavoro e nel mercato del lavoro, che diventa talvolta rassegnazione alle tante interdizioni che subiscono nella loro esperienza lavorativa e nella loro vita quotidiana, talvolta adesione più o meno incondizionata a questa condizione di subalternità.

Alle analisi come quella che si presenta va riconosciuto,  in questo contesto, innanzitutto il merito di produrre verità, frammenti di socioanalisi.

 (Angelo Salento, tratto dalla prefazione al libro)

 
 
 

Una domanda si fa largo...

Post n°1 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da mor.dan75
 
Foto di mor.dan75

C’è una domanda che si fa largo, se solo non ci si vuole coprire gli occhi, dopo aver letto le “storie di vita” di ordinaria irregolarità, rintracciate e raccontate da un inedito gruppo di lavoro formatosi nella nostra Commissione.

La domanda è questa: ma di loro, di questi disincantati protagonisti di una società salentina improvvisamente ritrovatasi asfittica, egoista, un po’ misera, chi se ne deve occupare?

Chi ha il compito di difendere i diritti negati alle donne e agli uomini, ai giovani e ai cinquantenni che hanno, in pratica, scritto questo libro? A scrutare fra le loro voci, non si ritrovano esperienze di tutela sociale, ma solo una condizione di isolamento che aumenta la marginalità e la debolezza della loro posizione, pregiudica le già scarne ipotesi di riscossa, riduce ad una sfera emozionale e quasi privata questioni che dovrebbero contrassegnare la civiltà di un Paese e sulle quali invece solo in pochi oggi lanciano l’allarme.

Un Salento contorto, ripiegato su se stesso, un po’ cupo, quello che esce dalle “voci del sommerso”.  

(Ettore Bambi, tratto dall’Introduzione del libro)

 
 
 

PHOTOGALLERY DELL'INCONTRO

Vai alla galleria