Arti moderne – Vite estreme parte seconda

Concludo il post dedicato a Marina, condividendo il trailer del lungometraggio biografico che Mario Del Fiol diresse nel 2016.

Diretto interamente in Brasile e interpretato dalla stessa Marina, racconta il suo percorso di guarigione spirituale in un viaggio in cui attraverso il contatto con medium, erboristici e mistici si compone un mosaico di immagini che intrecciano l’arte e le visioni personali di Marina.

Tra ironia, seduzione, cerimonie di purificazione e viaggi cognitivi estremi, Marina ci mostra i suoi pensieri più profondi, dando una sua visione riflessiva del rapporto che esiste tra performance artistiche e rituali.

Arti moderne – Vite estreme

“Sono un’artista estrema, con il corpo pieno di cicatrici provocate dalle mie performance. Ma sono sexy e quando amo lo faccio con tale intensità da non riuscire a respirare. Ora però non ho tempo per un nuovo uomo e sapete cosa mi piace moltissimo? Collezionare case”

Con queste parole si definì una della performance Artist più affascinanti dell’ultimo secolo.

Marina Abramović 

Marina Abramovic
Marina Abramovic

Lunga la sua vita Marina ha trasformato il suo corpo e la sua mente in un mezzo per esprimere la sua arte, un mezzo per sconvingere tutte quelle paure che limitano la libertà e piegano lo spirito a sottomettersi al fato.
In ogni dolore e prova inflitta ella ha scrutato il legame tra artista e pubblico, portando all’estrema essenza l’interazione che intreccia l’evoluzione intangibile tra messaggio e interpretazione. Analizzando le immense possibilità che la mente può imporre al corpo, unico limite al superamento di ogni paura e indecisione.

“La mia vita non cambia l’arte. È la mia arte a cambiare la mia vita. Nella mia vita avrei potuto avere tutto più facilmente, se solo avessi chiesto di meno. Se solo, ad esempio, fossi stata più pigra, o avessi speso tutto il mio tempo tra libri, passeggiate all’aperto e pessimi film alla televisione. Ma non avrei fatto nulla di quel che ho fatto fino ad oggi. Io creo sempre concept che sono difficili, duri e dai quali io stessa sono molto spaventata. E nel momento in cui li realizzo, ognuno di loro mi cambia la vita. Le cose che non conosco, le cose che temo, quelle difficili finiscono per contare veramente. Nella vita reale la gente va incontro a tragedie tremende, a malattie e sofferenze che portano vicino all’esperienza della morte. Queste sono situazioni che cambiano la vita. La felicità non cambia la vita di nessuno: è uno stato che non si vuole mai alterare. Ecco perché io metto in scena difficoltà e momenti pericolosi: per superarli e infine liberarmi delle paure. Come una sorta di catarsi.”

Marina Abramović - The artist is present
Marina Abramović – The artist is present

Ella ha trasformato i limiti del corpo, nella sua forza espressiva.

“Credo che tanto il corpo fisico abbia un limite quanto la mente che lo abita non ne abbia. Credo che il mio attuale lavoro sia concentrato sulla mente, tanto perché essa si presenti sempre come illimitata, quanto perché, attraverso il mio percorso, ho capito cosa sia il corpo. Se si chiudono gli occhi, in meno di tre secondi si può essere ovunque si voglia. Non ci sono limiti né di tempo, né di spazio né di dimensione. E questa è la più logica testimonianza, la più diretta intuizione di tutto il mio lavoro.”

Molti i suoi lavori e le sue performance.

Tre le più estreme e pericolose, ricordo la performance che esegui nel 1974.

Rhythm o

Si presentò al pubblico dicendogli che per sei ore sarebbe rimasta priva di volontà e che ogni partecipante avrebbe potuto usare liberamente degli strumenti di piacere e dolore che ella stessa forni per la performance per infliggerle ogni sorta di azione.
Ciò che inizio timidamente, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i suoi vestiti vennero tagliuzzati; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliare la sua pelle. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi ed era probabile che potesse venir persino violentata; si sviluppò allora, tra il pubblico, un gruppo di protezione e, quando le fu messa in mano un’arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori. Un Opera forte con cui Marina da espressione alla sua paura e alla volontà di vincerla, potendo indirettamente anche l’attenzione sul legame tra artista e pubblico e sull’interazione di immedesimazione che nasce, dalla condivisione di paure e violenze.

Marina Abramović, Rhythm 0, 1974, Napoli, Studio Morra Gallery
Marina Abramović, Rhythm 0, 1974, Napoli, Studio Morra Gallery

Odissee moderne

In questi anni la Sicilia ha visto emergere dal mare barconi stracolmi di emigranti che fuggono da una terra vittima della guerra, per giungere in un’altra terra in cerca di rifugio e accoglienza.

A Palermo oggi è possibile ripercorrere le rotte di ogni migrante di oggi e di ieri.

L’installazione di ben 1300 metri quadri che permette questo viaggio si chiama Odyssey, realizzata dell’artista contemporaneo Ai Weiwei.

L’installazione è costituita da un lungo racconto evocato da immagini, raccolte in questi anni, mescolate con decorazioni realizzate con tecniche artigianali e artistiche proveniente dei paesi che hanno visto le loro genti per i più svariati motivi imbarcarsi verso un viaggio di speranza o salvezza.

Odyssey riflette non solo il pensiero sull’immigrazione dell’artista, ma un viaggio mai concluso che ha avuto inizio nel suo passato e che è ora esperienza del suo vissuto.
“Quando sono nato – ha ricordato Ai Weiwei, che è figlio del celebre poeta Ai Quing – mio padre è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa… È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava”.

Installazione Odyssey - Palermo
Installazione Odyssey – Palermo

Tradizioni – Statue parlanti

Un tempo a Roma quando il potere sbagliava o nel senno disordinato al passante veniva provocata silente ilarità, dal bianco marmo secolare giungeva la satira beffarda.
Era il tempo in cui le statue parlavano.

Pasquino

Statua di Pasquino
Statua di Pasquino

Si racconta che aveva bottega vicino una piazzetta un certo Pasquino sarto, famoso tra le vie di Roma del 1500 per le battute satire di straordinaria arguzia, egli era abile nel taglio quanto nel far ridere e riflettere, i potenti erano il suo passatempo, che derideva mostrandone con parole le smodate azioni. Grande popolarità avevano le sue satire, tanto che persino paura suscitata il punirlo.
Finché morte non venne, sospiro di sollievo per nobili e clero, era finito il canto del cigno satiro.

Nel corso di lavori di demolizione nell’area dove il sarto aveva bottega, venne rinvenuto un antico busto marmoreo, collocato proprio nella piazzetta dove si dice aveva la sua bottega.
La statua inizio a parlare attraverso epigrammi satirici, Pasquino sembrò esser resuscitato per tornare nelle di via di Roma a schernire nuovamente i potenti.
Nei secoli la voce di Pasquino non si silenzio mai, ad ogni evento di tragica ilarità la statua lasciava le sue “pasquinate”.
In realtà il popolo o spesso illustri letterati, erano gli artefici dei componimenti che, in segreto e in modo anonimo, venivano pubblicati, affiggendole sopra la statua di Pasquino.
Tra le più famose e recenti pasquinate, una è quella che fu scritta contro la visita di Hitler a Roma del 1938:
Roma fu allestita con grandiose scenografie di cartongesso, per onorare il talento del dittatore per la pittura, Pasquino scrisse:
“Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino”.

Tradizioni – Racconti dal passato

Sarà la Notte Nera…

Saranno le favole che oniriche imperversano nel cielo di questa rete.

Sarà il sole e la terra che han dato scena ai poemi…

Ma son evocato ed evocare battaglie e assedi, amori e tradimenti. Scene che nella mente ricreano suoni e colori. Le corde governano, la vita della storia che voce racconta.

Boom Boom, il legno risuona al battere degli stivali. La spada è sguainata lo scudo attende, il mantello manifesta il potere.

Signori e signore.

I Pupi siciliani 

 

25 Aprile

Oggi si festeggia la liberazione dal male sociale, dai regimi che rubano la libertà, ma si onorano anche le vittime della guerra, i partigiani e tutte le anime coraggiose cadute per la libertà.

Immaginate d’esser in una piazza d’un piccolo paese della nostra Italia, attorno gente, tanta gente, che urla, sorride, corre, ti tocca ma solo per abbracciarti e tra le grida una parole emerge fra tutte “é finita“.

Aprile 1945

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici

D. Buzzati

Come mia consuetudine nessuna immagini verrà inserita, esiste già Dino l’ha descritta voi immaginatela.

Arti maggiori – Identità

Ogni nazione ha tradizioni e nelle sue vie una filosofia di vita e di spirito. Ha una sua arte che modella i colori e le forme di ogni spazio urbano.

L’Africa, ha avuto una straordinaria produzione artistica, intessuta nella tribale quotidianità del suo popolo, pitture e scultura modellate dei gesti quotidiani e dei riti della vita spirituale. Arte che non si è perduta nelle conquiste, ma si è tramandata per generazioni, influenzando in maniera determinante le arti occidentali e le avanguardie di ogni ribellione artistica del novecento.
Ma quanti artisti di quel meraviglioso continente conoscete?
Il mercato dell’arte non è immune dalle logiche che guidano l’occidente e per secoli ha discriminato, arte e artisti.
Fino ad un certo decennio non era buona cosa essere neri in occidente, per molti non lo è neanche oggi.
Ma c’è qualcosa ancora di più discriminante che essere neri, essere donne.

Esther Mahlangu

Esther Mahlangu - 1936 -
Esther Mahlangu – 1936 –

Esther é una delle poche artiste africane la cui arte è riuscita a varcare il suo continente e a conquistare le scene dell’arte internazionale.
Appartenente alla tribù Ndebele vive la sua cultura e il suo retaggio in armonia con la sua etnia, non ha abbandonato nonostante il successo il suo villaggio, ha dedicato la sua vita e i suoi pensieri all’arte e all’amore per la sua terra. E alle donne di essa.
La sua arte è legata profondamente con le tradizione del suo popolo, ella infatti si rifà ad un’antica tradizione della sua tribù, che richiamava l’usanza da parte delle donne in occasione del rito di passaggio dei figli maschi, di decorare con figure geometriche di vivace e complesso valore gli interni ed esterni della abitazione.
Esther porta nel mondo queste forme e questi colori, come simbolo della sua tradizione e dell’arte delle donne africane.
Questo però non vuol dire che Esther e la sua arte siano fermi nel tempo, legate ad un passato che si evolve e muta nel presente, ella vive il futuro e i problemi del suo popolo. Sensibile alle problematiche femminili, dirige una scuola dove insegna alla giovani donne a dipingere.
Artista coraggiosa e caparbia che rivendica il diritto alla libertà d’espressione e al riconoscimento di un’arte nata e sviluppata in una situazione politica discriminante per ogni donna libera.

Esther Mahlangu - Opera - 2010
Esther Mahlangu – Opera – 2010

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

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Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Libertà d’espressione

Scrivendo di Carol Rama, si è accettano quasi obbligatoriamente, alla libertà che la donna cerca di conquistare per essere nel diritto di parità di fronte all’arte, alla scienza, alla fede o alla vita politica.

Oggi non di artisti vi scrivo.

Oggi ricordo semplicemente una donna.

Emmeline Goulden Pankhurst

Emmeline Pankhurst arrestata davanti a Buckingham Palace mente tenta di portare una petizione al re Giorgio V, maggio 1914
Emmeline Pankhurst arrestata davanti a Buckingham Palace mentre tenta di portare una petizione al re Giorgio V, maggio 1914

Nel 1903 fonda il Women’s Social and Political Union, movimento di lotta civile che si prefiggeva come principale obiettivo l’estensione del suffragio alle donne.

Riuscì nel suo obiettivo nel 1918.
Iniziando un processo che ha ispirato generazioni di donne, rendendo la libertà di espressione un valore identificativo per le società civili.

Arti maggiori – Maestri

Nell’ultimo post inserito o concluso la mia riflessione, introducendo l’argomento che avrei trattato in questa giornata…

Carol Rama

Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Non ne parlerò biograficamente, la sua importanza in questo post è rilevante per un riflessione che va oltre la pura disquisizione storica. Carol Rama può essere un esempio per comprendere alcuni aspetti del pregiudizio artistico. La mia amica Mistero nel commento che ho citato nel precedente post, denunciava, la linea di pensiero di individui, che rifiutano (oltre all’identificazione della figura dell’artista con la sessualità femminile), qualunque forma d’espressione che non sia riconoscibile come valore di bellezza. L’oscenità è stata agli inizi della sua produzione la spada che ha condannato Carol. Il meccanismo che crea la condanna è in parte legato alla paura che l’emancipazione femminile ha creato nel trasformare la sessualità, come diritto di libertà, ogni contrasto e per logica di opposizione trasportato in denigrazione, così è accaduto alla sessualità femminile, bandiera di libertà per la donna, oggetto di denigrazione e umiliazione per l’uomo. È in parte legato alla morale che porta il perbenismo a rifiutare il degrado sociale. Molti dei processi che non permettono la comprensione di alcune forme dell’arte sono secondo me legati a tutto ciò.
Consideriamo come vero che esistono individui moralmente integri e che l’educazione sociale abbia interagito con la loro crescita imponendo valori, che si oppongono al turpiloquio, ad immagini immorali che richiamo sessualità o violenza e ad ogni forma di ricatto morale.
Una società cattolica o monoteistica ad esempio, dai valori fortemente dogmatici, può avere questi valori come ideali di fede e di vita.
Ciò che potrebbe accadere secondo la mia opinione, che qualunque proposta di creazione contenente forme esplicite di sesso ad esempio, verrebbe rifiutata e condannata come parte di un sociale non reale alla loro quotidianità.
Un’artista come Carol, non mostra il sesso o il dolore perché essa è quello, lo mostra perché la società è anche quello, ed è compito di chi divulga cultura mostrare ad ogni individuo morale o immorale la natura della società in cui vive. Affinché un’immorale comprenda che la realtà non è solo devastazione e depravazione, ed un morale comprenda, che chiudere gli occhi non rende sana una società.

Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Concludo con un’intervista che Carol rilascio nel 1998 a Marcella Beccaria, per la rivista di divulgazione artistica Flash Art.


Marcella Beccaria: Carol, i tuoi ultimissimi lavori sono ispirati alla “mucca pazza”, questa storia da fine millennio di un morbo letale che si trasmette dagli animali all’uomo. Perché ti ha interessata questa Vicenda?
Carol Rama: Quasi mai mi capita di vedere in televisione immagini straordinarie e sensibili. È quasi sempre il momento di spegnerla, la TV… ma per me, in questo caso è stato straordinario. Mentre guardavo le riprese ero sbalordita. Nelle immagini della mucca pazza c’erano una disperazione, una bellezza, un’angoscia e un erotismo che mi hanno colpita. Ho cominciato da queste morti collettive, da questa visione degli animali che si inclinano insieme, disperatamente, nei fossi o in riva ai fiumi, con gli zoccoli tesi verso l’alto. Ho subito fatto dei disegni, degli acquerelli, e li ho buttati su sacchi che avevo fatto intelaiare.
MB: Questi sacchi, come molti dei supporti e dei materiali che hai usato in fasi diverse del tuo lavoro – dai Bricolage negli anni Sessanta, alle gomme dei Settanta, ai rilievi tecnici e catastali degli Ottanta – avevano già una loro storia.
CR: Sono i sacchi americani usati per trasportare la posta, credo soprattutto i libri. Hanno impresse delle scritte, dei numeri e un colore particolare, sul grigio.
MB: I lavori sulla mucca pazza segnano un’ennesima fase del tuo percorso. Si direbbe che ancora una volta sei riuscita a trarre da una tragedia – in questo caso non tua personale ma collettiva – una straordinaria energia creativa.
CR: Ero in un momento di crisi e questa vicenda di cronaca mi ha molto colpita. Difficilmente un evento gioioso, un paesaggio stupendo, o una notizia meravigliosa ispirano il mio lavoro.
MB: Perché?
CR: Forse per il mio brutto destino, che forse è bello, non so. Nella mucca pazza c’era tutto: c’era il dolore, la disperazione, la contaminatio, un insieme di forze che mi hanno invogliata a lavorare.
MB: Il dolore è certo il filo conduttore che attraversa tutte le tue opere, dagli anni Trenta a queste ultime degli anni Novanta. Perché ti attira?
CR: Le ragioni non le conosco. Certamente c’è dentro di me qualcosa di anomalo, di delinquenziale. Non mi verrebbe mai in mente di fare un ritratto a una bella donna. Quando certe persone, bellissime, mi hanno chiesto di ritrarle e io ho detto di no, è stato interpretato come un atto di gelosia. Ma non era per quello. Semplicemente non mi interessa.
MB: In queste nuove opere stai raccontando la mucca pazza attraverso parti smembrate. La visione del corpo dell’animale non è mai unitaria, ma è data attraverso frammenti e dettagli di mandibole, denti, mammelle, zampe. Si direbbe insomma un ulteriore repertorio del corpo mutilato, presente nei tuoi quadri fin dagli anni Quaranta. Penso in particolare al ciclo Appassionata, l’inquietante teoria di donne dai corpi monchi e costrette ai lettini di contenzione o su sedie a rotelle. Da dove vengono queste figure fatte a pezzi?
CR: Le mutilazioni appaiono nelle mie opere negli anni tra il ‘45 e il ‘49. Ci fu un racconto che mi fece un amico, una storia che aveva già dei precedenti tristi. Una ragazza francese, parigina, molto bella, era nata con un volto bellissimo ma senza braccia e senza gambe. Questa ragazza viveva in una casa di piacere e doveva esserci qualcuno molto innamorato di lei. Un giorno la ragazza fu trovata cadavere, nella Senna.
MB: Una leggenda metropolitana?
CR: Quando me l’hanno riferita, ho pensato fosse una storia non proprio inventata, ma certo molto drammatizzata. Però, chi me l’ha raccontata mentre me la dice mi fa vedere un ritratto, del genere di quelli che quasi tutti i francesi tengono nelle loro case. Io vedo questo profilo, questo viso, e la storia mi colpisce molto perché avevo già fatto dei quadri con delle persone semimutilate, ma non così. Per un momento ho creduto che quest’immagine mi appartenesse. Certo, non è mia, perché è una cosa francese del primo Novecento, ma l’ho subito messa nei disegni, sulle tele e nelle incisioni. È una storia straordinaria, dove la tristezza, la malinconia, la mutilazione, la disperazione, la tragedia hanno un qualcosa di brillante e interessano qualcuno a un punto estremo. Mi sono sentita un po’ meno triste per le mie vicende personali e per me è stata una cosa meravigliosa.
MB: Gli anni Quaranta sono anche gli anni del tuo esordio pubblico. Non facile, se non sbaglio, dal momento che la tua primissima mostra nel 1945 a Torino venne immediatamente censurata.
CR: Sì, la prima mostra l’ho fatta alla Galleria Faber e la videro in pochi. La vide Casorati, che mi stimava molto e in seguito mi aiutò ad esporre alla Bussola e cominciare così a guadagnare i primi soldi – pochissimi, però importanti per me che non avevo nessuno. Alla Galleria Faber successe qualcosa che non vorrei dire… Certamente erano gli anni della guerra, c’erano i tedeschi. La mostra venne quasi subito chiusa e sparì. Non si sono mai più visti i quadri, tutti scomparsi. Dissero che li avevano portati alla polizia, mah…
MB: Successe perché i quadri in mostra vennero considerati osceni?
CR: Credo di sì. Faber per amicizia disse che avremmo poi fatto un’altra mostra… In realtà ne ho poi subito allestita un’altra, in una galleria vicino all’università. C’erano più o meno delle cose analoghe e non venne chiusa. Non lo so, io sono anche una persona che non piace. Prima di piacere a qualcuno passa tanto tempo, e questo succede anche al mio lavoro.
MB: Cos’avevi esposto alla Faber?
CR: Credo ci fossero le prime Dorine e poi i primi ritratti di mia madre.
MB: Tua madre ricoverata in una clinica psichiatrica?
CR: Sì. Quella fu una esperienza sconvolgente. Lì ho visto delle cose che hanno segnato il mio lavoro. Intendo dire i letti di angoscia, di detenzione e certe situazioni che ho sempre amato.
MB: Oltre a essere una persona difficile come tu dici, credi che il continuo rinnovamento, le numerose fasi stilistiche, del figurativo, dell’informale, del materico, che in momenti diversi hanno articolato la tua opera l’abbiano resa più difficile da comprendere? Si perdona chi cambia?
CR: Bisogna vedere come si vedono e si guardano le cose. Certo, quando qualcuno è bravo un po’di rabbia la fa.
MB: Finalmente negli anni Ottanta sono arrivati, quasi contemporaneamente, molti riconoscimenti. Antologiche, importanti mostre di gruppo e la presenza alla 46a Biennale di Venezia hanno permesso al grande pubblico di conoscerti.
CR: Certo, in quegli anni ho conosciuto persone che mi hanno capita. Spesso per me è difficile instaurare o mantenere certi rapporti. Impiego tempo a trovarmi in sintonia con qualcuno. Forse è che sono malmostosa. Sono rancorosa. Per non essere rancorosi bisogna essere belli, io non lo sono mai stata. Ero di una simpatia straordinaria, che però è un’altra cosa. Non è facile essere amati da me… Anche se ho avuto tanti amici…
MB: E adesso, ad ottant’anni compiuti, finalmente un’antologica che ripercorre il tuo lavoro dagli esordi ad oggi e che lo porta in un tour internazionale, dallo Stedelijk ad Amsterdam, all’Institute of Contemporary Art a Boston, per arrivare a Bologna, a Villa delle Rose. Che effetto ti ha fatto rivedere le tue opere?
CR: È stato molto impressionante. Ad Amsterdam, devo dire, era la prima volta che vedevo cento tra le mie opere, o quasi, insieme. Mi sono emozionata perché ho avuto l’impressione di non averle fatte io. Era troppo bello. Io che sono vecchia e piccola mi sono detta: “ho fatto tutto questo lavoro? E come mai ho fatto tanta fame e avuto debiti, che mi vergono?” Ho sentito una gioia, mi sono dovuta sedere.
MB: Una volta hai detto “dipingo per guarirmi”. Dipingi, credo, da più di sessant’anni. Sei guarita?
CR: No. Io sono un’apprensiva, una nevrotica. Penso sempre al mio lavoro, sono maniacale. Auguro però a molti di avere un qualcosa di straordinario, come per me è la pittura, che permetta di accettarsi. È anche un mezzo, credo, per essere diversi. E questa è una piccola ambizione che io ho sempre avuto.

Marcella Beccaria è Capo Curatore e Curatore delle Collezioni del Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea.