Letteratura – Inquietudini

Oggi ho letto un’altra triste storia di dignità perduta.

Nel quartiere popolare di Barriera Milano a Torino: una donna di 46 anni, si è data fuoco davanti agli sportelli dell’ufficio Inps. “Mi hanno licenziata, sono esasperata, non ce la faccio più” ha urlato la donna prima di cospargersi il corpo di alcol e darsi fuoco.

Oggi un licenziamento non è più una notizia, ne una rarità, è una eredità dell’inquietudine sociale. ARTE, SCIENZA, ECONOMIA, COMUNICAZIONE, sono diventate maschere di una traslazione, un trasferimento ovidiano da uno stato emotivo ad uno stato di turbe razionali. Teorizziamo le nostre paure, inquietudine di una coscienza che costruisce cattedrali di carta.

Si vive e gioca all’ombra del fuoco emotivo. E giocando con il fuoco, mi son giunte in mente le parole scritte del Pessoa di nuovo.

Alcuni stralci per tornare a riflettere… da Il libro dell’inquietudine.

“Il mondo in cui nasciamo soffre da un secolo e mezzo di rinuncia e di violenza – soffre della rinuncia dei superiori e della violenza degli inferiori, che è la loro vittoria.

Nessuna qualità superiore si può affermare modernamente, tanto nell’azione come nel pensiero; nella sfera politica, come in quella speculativa.

La fine dell’influenza aristocratica ha creato un’atmosfera di brutalità e di indifferenza per le arti, dove la sensibilità acuta non ha un rifugio. Fa più male, fa sempre più male, il contatto dell’anima con la vita. Lo sforzo è sempre più doloroso, perché sono sempre più odiose le condizioni esterne dello sforzo.

La fine degli ideali classici ha reso tutti dei possibili artisti e, dunque, cattivi artisti. Quando il criterio dell’arte era la solida costruzione, l’attenta osservanza delle regole – pochi potevano tentare di essere artisti, e la maggior parte di costoro sono molto buoni. Ma quando si è iniziato a considerare l’arte da espressione di creazione a espressione di sentimenti, ognuno poteva essere artista, perché tutti hanno dei sentimenti.

L’unica vera arte è quella della costruzione. Ma l’ambiente moderno rende impossibile la comparsa di qualità di costruzione nello spirito.

Per questo si è sviluppata la scienza. L’unica cosa in cui oggi c’è costruzione, è una macchina; l’unico argomento in cui esiste una concatenazione è quello di una dimostrazione matematica.

La capacità di creare necessita di un punto di appoggio, della stampella della realtà.

L’arte è una scienza…
Soffre ritmicamente.
Non posso leggere, perché la mia critica iperaccesa vede solo difetti,

imperfezioni, possibilità di cose migliori. Non posso sognare, perché sento così vivamente il sogno da compararlo con la realtà, cosicché sento subito che non è reale; e in tal modo il suo valore viene meno. Non posso intrattenermi nella contemplazione innocente delle cose e degli uomini, perché l’ansia di approfondire è inevitabile e, dal momento che il mio interesse non può esistere senza di essa, o morirà per mano di essa, o si prosciugherà […].

Non posso impegnarmi nella speculazione metafisica perché so molto bene e attraverso me stesso, che tutti i sistemi sono difendibili e intellettualmente possibili; e, per assaporare l’arte intellettuale di costruire sistemi, mi manca la possibilità di dimenticare che il fine della speculazione metafisica è la ricerca della verità.

Un passato felice nel cui ricordo torni ad essere felice; senza nulla nel presente che mi rallegri o mi interessi, in sogno o ipotesi di futuro che sia diverso da questo presente o possa avere un altro passato diverso da quel passato – giaccio la mia vita, spettro cosciente di un paradiso dove non sono mai stato, cadavere-nato per le mie speranze da realizzare.

Felici coloro che soffrono nell’unità! Coloro che l’angustia altera ma non divide, coloro che credono, sebbene nella miscredenza, e possono sedersi al sole senza un pensiero nascosto.

Anche se volessi creare, […].

Anche così, pensare è agire. Solo nel vaneggiamento assoluto, dove non interviene niente di attivo, dove alla fine persino la coscienza di noi stessi si impantana nel fango – solo allora, in quel caldo e umido non essere, si raggiunge sapientemente l’abdicazione dall’azione.

Non voler comprendere, non analizzare… Vedersi come la natura; guardare le sue impressioni come si guarda un campo – questa è la sapienza

…il sacro istinto di non avere teorie…”

Ferdinando Pessoa

Nato dalla tempesta - Inquietudini
Nato dalla tempesta – Inquietudini

Arti maggiori – News dalla laguna

COMUNICATO STAMPA

Nasce a Venezia la Fondazione delle Arti – Venezia, fondazione culturale che sostiene e promuove gli eventi culturali veneziani di elevata qualità, legati alla salvaguardia dell’identità della città, del suo patrimonio artistico e storico e della qualità della sua offerta culturale. La presentazione ufficiale della Fondazione delle Arti avrà luogo sabato 24 e domenica 25 giugno, con una serie di appuntamenti di livello internazionale a Venezia.

La Fondazione inaugurerà sabato 24 giugno, con una presentazione ufficiale alle ore 18.30 (su invito), presso lo storico Palazzetto Pisani, sede della Fondazione. Presiederanno la presentazione Olivier Lexa, Presidente e Direttore Artistico, Viola Romoli, Co-direttrice Artistica, Alice Tibaldi Chiesa, Presidente del Comitato Consultivo. Alla presentazione farà seguito un buffet nei suggestivi spazi del Palazzetto.

Gli appuntamenti organizzati dalla Fondazione proseguiranno domenica 25 giugno con una programmazione gratuita per presentarsi alla città con un grande appuntamento aperto al pubblico su prenotazione sino ad esaurimento posti, a partire dalle ore 10.30 con la visita guidata della mostra Vitel Tonnè, a cura di THE POOL NYC, presso Palazzo Cesari Marchesi. Il fine settimana inaugurale terminerà dalle 12.30 con un brunch su prenotazione a info@artivenezia.com e una tavola rotonda dal titolo A che ora apre Venezia? presso i giardini del Palazzo Nani Bernardo.

La Fondazione delle Arti – Venezia si propone come un punto d’incontro privilegiato per un pubblico di alto profilo locale e internazionale, un nuovo protagonista a sostegno delle arti e della cultura, la cui identità sposa i principi di eccellenza, invenzione, creatività e dialogo con culture e tradizioni di tutto il mondo che da sempre hanno contraddistinto lo spirito della Serenissima.

Il progetto, concepito appositamente per la città di Venezia, nasce dalla volontà di creare un canale di comunicazione di riferimento per il sostegno e la valorizzazione di eventi artistici di eccellenza. Una sorta di hub informativo, sino a oggi assente, ma sempre più necessario, a causa di un turismo di massa “aggressivo”, che rende difficoltoso l’accesso all’informazione culturale a vantaggio di iniziative commerciali.

La Fondazione delle Arti – Venezia supera le logiche commerciali per intervenire con un approccio sartoriale, facendo della condivisione e dell’impegno nel fare arte e cultura il punto focale attorno cui ripensare valori antichi, senso identitario e costruire un nuovo futuro per la città e il territorio.

Con l’obiettivo di dare una risposta efficace ai principi fondanti della Fondazione delle Arti, in parallelo al programma di comunicazione, nasce con il sostegno della Fondazione il Club delle Arti, circolo internazionale che offre e seleziona eventi culturali per ospitare e accompagnare i soci al centro della vita della Serenissima, alla scoperta dell’anima di Venezia.

Il Club delle Arti, con sede a Palazzetto Pisani, edificio storico nel cuore pulsante della città, in una posizione esclusiva sul Canal Grande, propone una nuova e dedicata forma di accoglienza per vivere la città, tra il fascino della sua cultura millenaria, arte contemporanea e bellezza senza tempo, con la volontà di costruire una rete capace di mettere in comunicazione tra loro soggetti diversi, dai produttori di cultura ai fruitori stessi, per creare relazione, valore e portare nuova linfa al mondo della cultura.

Il programma esclusivo di servizi e agevolazioni dedicato agli associati del Club delle Arti, insieme al percorso di valorizzazione della vita culturale veneziana promosso dalla Fondazione delle Arti, sono un punto di incontro e condivisione privilegiato, costruito per dare vita a una nuova ricercata esperienza di fruizione e comunicazione delle arti e della cultura di Venezia, in linea con lo spirito della città, da sempre finestra spalancata sul mondo.

Canal Grande - Venezia
Canal Grande – Venezia

Interessante iniziativa della Serenissima, osservo il territorio e riconosco la grandezza che cerca di sfuggire ai meccanismi e ai giochi economici dei palazzi del potere, dopo il Mose e i suoi disonori, la signora della laguna prova ad alzarsi per riprendere il suo legittimo posto tra le Regine della cultura.

Che possa ripetersi per tutte le Regine e Re che il potere ha esiliato dallo scenario della cultura.

ENERGIA

Se si vuole trovare i segreti dell’universo, bisogna pensare in termini di ENERGIA, frequenza e vibrazioni.

Nikola Tesla


Energia, grandezza fisica, capacità di un corpo o di un sistema fisico di compiere lavoro. Ma anche mezzo, per comprendere, per evocare e attraverso l’individuazione della coscienza, dotare le azioni psichiche di una carica ispiratrice di lavoro, di percezione costruttiva.

Nato dalla Tempesta - ENERGIA
Nato dalla Tempesta – ENERGIA


Musica – Festa della musica

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Da questa edizione il Mibact ha deciso di dare un forte segnale per la promozione di una delle Feste più affascinanti che la cultura possa offrire.

La Festa della Musica.

Una festa che, come avviene in altre parti d’Europa, coinvolga in maniera organica tutta l’Italia trasmettendo quel messaggio di cultura, partecipazione, integrazione, armonia e universalità che solo la musica riesce a dare. Un grande evento che porti la musica in ogni luogo. Ogni tipo di musica. Ogni tipo di luogo. Parchi, musei, luoghi di culto, carceri, ambasciate, ospedali, centri di cultura, stazioni ferroviarie, metropolitane ma soprattutto strade e piazze del nostro meraviglioso Paese, saranno lo scenario della ‘nostra’ Festa.

Un grande evento che coinvolga enti locali, accademie, conservatori, scuole di musica, università. Solisti, cori, orchestre, gruppi e bande musicali, in una parola tutti coloro che fanno musica sia dal punto di vista professionale che amatoriale. Italiani, stranieri e nuovi italiani. ‘In piazza è tutta un’altra musica!’ sia da soli che in gruppo. Dal Nord a Sud passando per le isole, coinvolgendo quei luoghi magici che rappresentano il fiore all’occhiello del sistema Paese, i beni culturali italiani che il Mibact metterà a disposizione della musica.

Prima del Solstizio d’estate un anteprima d’eccezione. Abbiamo fortemente voluto che ad aprire questa nuova affascinante stagione siano i giovani. Con le loro passioni, con le loro capacità, con la loro creatività. Il sabato precedente al 21 giugno, da quest’anno e negli anni a venire l’appuntamento con loro sarà nella città Capitale della Cultura. E’ per questo motivo che a Pistoia il 17 Giugno si esibiranno centinaia di ragazze e di ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia.

Per realizzare un progetto così ambizioso che vuole diventare appuntamento fisso e non episodico c’è bisogno del massimo coinvolgimento di tutti.

Il 21 giugno ti aspettiamo con il tuo strumento. Perché ‘In Piazza è tutta un’altra musica!’

Estratto comunicato stampa  – Vai al sito 

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Arti moderne – Comunicazioni intervisuali

Tre Pierrot nudi si muovono con gesti lenti e contenuti nel piano superiore di Marsèlleria. Calzini bianchi e sneakers nere dividono i loro corpi dal pavimento in cemento. Agitano monocromi circolari con leggerezza – ma come se fossero macigni di cui subiscono la presenza – mentre le parole di Ariana Grande “So one last time. I need to be the one who takes you home. One more time. I promise after that, I’ll let you go”, emesse al piano terra da cassa posizionata al centro della sala e collegata a un lettore MP3, avvolgono l’intero spazio espositivo.

All’ingresso, un mimo afferra alcune tele appese alle pareti e, rivolgendosi verso il pubblico, cerca di riprodurne le linee astratte sul proprio volto. Nel basement, una geisha usa a mo’ di ventaglio una serie di dipinti triangolari dai colori accesi.
Questa è la performance introduttiva di “Male Male Malen”, la personale di Jacopo Miliani ospitata nelle due sedi milanesi di Marsèlleria e divisa in due momenti differenti ma concettualmente interdipendenti.
L’artista toscano gioca con i linguaggi, nella precisa e, allo stesso tempo, imprevedibile costruzione del suo ritratto: vi trovano spazio la madre, Antonietta Federici, alla quale Miliani chiede di dipingere cocktail (Gin Tonic, Bloody Mary, Cosmopolitan, Negroni, Manhattan, etc.) per la serie Mommy, I stopped drinking (2017); il pop mainstream, “canzoni che ascolto in questo momento” come le definisce l’artista (da Ariana Grande a Beyoncé); le personalissime pulsioni infantili legate alle maschere del Pierrot, della geisha, del mimo.
Sotto quest’intima corazza, all’apparenza imperscrutabile, Miliani nasconde un’urgenza, che riguarda la necessità di esplorare i limiti del visuale – un’indagine che lo posiziona “davanti all’immagine”, per dirla con Didi-Huberman. I suoi interventi sembrano prender la forma di commenti, chiose, al già stato e al già dato, e desiderano aderirvi e confondersi con questi. Nutrita dalle potenzialità della traduzione e della commistione, la sua pratica decostruisce il gesto pittorico, aprendolo all’eterotopia dell’evento temporaneo (alle fratture e agli urti che ne conseguono), e privandolo della dimensione autoteleutica di cui talvota è connotato.
“Male Male Malen” è un ritratto evanescente e inafferrabile e i Pierrot, la geisha e il mimo sono gli agenti di questa violazione, che prosegue e si estende ai confini della sessualità, qui allargata e fluida, ma restituita con lirismo, e con-fusione intraducibile. In Satomi (2017) la Geisha della performance, intrappolata nello scatto fotografico, mostra sul viso gli stessi segni dei dipinti che prima sventolava e che ora vanno a formare barba e baffi; il suo volto è il simbolo di una contraddizione irrisolta, aperta, quella dell’immagine, quella della sessualità.

Vincenzo Di Rosa – Articolo estratto dalla Rivista FLASH ART

Jacopo Miliani, veduta della performance “Male Male Malen” presso Marsèlleria, Milano (2017). Courtesy l’Artista e Marsèlleria, Milano. Fotografia di Sara Scanderebech.
Jacopo Miliani, veduta della performance “Male Male Malen” presso Marsèlleria, Milano (2017). Courtesy l’Artista e Marsèlleria, Milano. Fotografia di Sara Scanderebech.

Metamorfosi – parte quarta

La Metamorfosi di Franz Kafka.

L’angosciante e ermetica esperienza del commesso viaggiatore Gregor Samsa, che senza una motivazione divina o scientifica, subisce la trasformazione in un insetto mostruoso. Kafka descrive con precisione sublime la metamorfosi creando un angosciante e lenta lettura che porta alla comprensione della metafora che nelle parole rigorose dell’opera fanno concretizzare la diversità e l’alienazione prodotta del degradano di una società borghese.

Ed è questo che Kafka rappresenta sulla sua grandiosa opere. Egli descrive una lunga e complessa metafora che da una parte vuole denunciare l’oppressione a cui l’individuo e sottoposto, schiacciato a volte spersonalizzato dalle regole sociali imposte. Dall’altra vuole mettere in risalto l’incapacità di comunicare, soprattutto tra famigliari, e questo aspetto viene evocato nell’opera dei luoghi chiusi e stretti in cui si articola la vicenda a simboleggiare il soffocamento che rende impossibile la convivenza e la comunicazione. La metamorfosi in insetto dunque rappresenta il modo con cui Gregor da forma all’alienazione, che lo priva della sua identità e dei mezzi che lo riconoscono come individuo sociale. Portando alla conseguenza e tragica fine legata all’altro aspetto che Kafka mette sotto i riflettori, le latenti tensione che divorano una famiglia, nel momento che si perde l’equilibrio che fin a quel momento era pilastro del benessere.

La mutazione porta Gregor ad esser un peso insostenibile per la sua famiglia e questo fa emergere tutte le tensione che mai si erano palesate. La fine del protagonista è conseguenza di questa insostenibilità. La magica esperienza che si viene a creare diventa cosi un’occasione di lettura che porta a valutazione psicologiche introspettive, la metamorfosi che subisce Gregor resta volutamente senza significato com’è tipico della narrativa kafkiana. Per Kafka probabilmente la metamorfosi diventa una chiave per aprire una porta verso la lettura dei mali dell’uomo moderno.

Estratto da La Metamorfosi di Franz Kafka – Capitolo secondo.

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.


Con l’opera di Kafka non si chiude pero il viaggio nella metamorfosi, l’epoca moderna esprime con altrettante sublima virtù altri memorabili esempi di narrativa e arte che vivono nel tema magico della trasfigurazione.

Nella narrazione sudamericana ad esempio il tema ricorre spesso all’interno del cosiddetto realismo magico, Gabriel Garcia Màrquez ne porta un eccellente prova nel suo capolavoro Cent’anni di solitudine.

A completare l’immaginario contemporaneo sono le nuove tecnologia, che aprono le frontiere a nuovi modi di narrare e creare, introducendo nel contesto alieno del digitale e della robotica in un modo o un altro lo stesso senso di dissolutezza e angoscia che per secoli hanno animato le trasformazioni che si sono susseguite nelle opere dei grandi maestri della storia.

Stelarc - Performance - 2013 - Biennale in Eindhoven - Netherlands.
Stelarc – Performance – 2013 – Biennale in Eindhoven – Netherlands.

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Metamorfosi – parte terza

Con il passare dei secoli la Metamorfosi si allontana sempre di più dal modello classico, seppur mantenendo una sorta d’ispirazione latente. La sua semantica, muta radicalmente, distaccandosi dalla valenza descrittiva di eventi e fenomeni, declinando sempre più la sua origine divina per diventare una rappresentazione di illusioni e fantasie, in contrapposizione con i misteri del reale. Dal rinascimento fino alle soglie dell’ottocento l’arte, la letteratura, la musica, vivono questa transizione. La letteratura in particolare rimodella la metamorfosi creando un nuovo genere che farà la fortuna di novelli scritturi di talento. Nasce la letteratura per ragazzi.

LETTERATURA PER RAGAZZI

Dalla Fiabe di Hans Cristian Andersen a quelle dei fratelli Grimm la metamorfosi diventa, contemplazione di maledizione, di transizioni, di ascensioni e punizioni, come nel caso del nostro Pinocchio:

Dalle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

Estratto dal capitolo XXXII – Trasformazione in Somaro.

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una bella risata. 

E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt’a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando di colore, disse all’amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos’hai?

— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe. 

— Non mi riesce più neanche a me — gridò Pinocchio, piangendo e traballando.

E mentre dicevano così, si piegarono tutt’e due carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. 

Ma il momento più brutto per que’due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non l’avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt’e due in coro: j-a, j-a, j-a.

In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:

— Aprite! Sono l’omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, guai a voi! 

Illustrations from "Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino", Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)
Illustrations from “Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino”, Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)

Cosi come la letteratura, anche l’arte in virtù delle rivoluzioni visive e la caduta degli accademismi, vede infrangere il muro della fantasia, nella opera appiano le prima mutazioni di forma, fra tutti ricordo i surrealisti e le opere di Max Ernst e Rene Magritte.

René Magritte - Les merveilles de la nature - 1953 - Oil on canvas - Collection Museum of Contemporary Art Chicago.
René Magritte – Les merveilles de la nature – 1953 – Oil on canvas – Collection Museum of Contemporary Art Chicago.

L’era moderna porta con se le scoperte scientifiche. Le rivoluzioni trasformano le società segnando l’inizio di un nuovo modo di comunicare.

La metamorfosi segue queste rivoluzione e abbandona definitivamente la sua vestigia classica, per rinascere nel segno di un nuovo enigma, che avvolge il sovrannaturale, di un nuovo significato.

La sperimentazione scientifica diventa la nuova frontiera della metamorfosi.

L’esempio più celebre è: Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr Hyde di Stevenson.

Un medico nel tentativo di trovare un modo per separare la parte maligna dell’animo umano, crea un siero che provoca una metamorfosi di personalità, trasformandolo in un essere deforme e ripugnante, incarnazione del male assoluto, che egli chiama Hyde.

Jeckyll riesce a mettere a punto un antidoto, che gli consente di tornare alla sua consueta identità. Ma gli effetti del siero piano piano seducono Jeckyll, gli effetti psicologici del nuovo stato sfuggono al suo controllo, nelle vesti di Hyde non più capace di controllo, commette il più terribile dei crimini, scoperto muore ucciso durante una sparatoria.


Le elaborazione pero non si concludono e alle scoperte scientifica si accompagnano le evoluzioni sociali e le innovazioni psicologiche, il novecento vede la metamorfosi di nuovo rielaborarsi in un inedita analisi dell’umanità, l’erotismo e la diversità creano nuove frontiere.

Frank Kafka scrivi la sua Metamorfosi.

Considerando l’importanza dell’opera la tratterò in un successivo Post.

Metamorfosi – parte seconda

Ovidio crea con il suo poema un’enciclopedia di riferimento che alimenterà la letteratura dopo di lui per secoli, fino a giungere al medioevo, solo con la nuova arte e le sue innovazioni stilistiche il tema della metamorfosi subirà una mutazione, reinventandosi, e ciò grazie al nostro divin poeta Dante Alighieri, con la sua Divina commedia.

Nell’XXV canto dell’Inferno, Dante descrive con la sua oscura mostruosità la metamorfosi di due dannati.

Con l’enfasi che solo un talento divino può evocare il narratore mette in rilievo i peccati delle due anime che mutano in un silenzio irreale rotto solo dalla metamorfosi simbolo della divina punizione. Nel primo caso, il dannato subisce l’assalto di un drago o serpente a sei zampe e nella divorante dannazione si ha la progressiva fusione che crea una mostruosa creatura. Nel secondo caso il dannato viene morso all’ombelico da un serpente che provoca la metamorfosi e la trasformazione del dannato in un serpente e del serpente in un uomo.


DIVINA COMMEDIA – XXV CANTO dell’INFERNO. 

Dal 47 al 78 verso – Prima metamorfosi

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue,
e dietro per le ren sù la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo

Dal 79 al 141 verso – Seconda metamorfosi

Come ’l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.
Elli ’l serpente, e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
120 per l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
com’ho fatt’io, carpon per questo calle».

G. Doré, Le metamorfosi dei ladri
G. Doré, Le metamorfosi dei ladri


Metamorfosi – parte prima

Metamorfosi dal gr. μεταμόρϕωσις, «trasformare», comp. di μετα «meta» e μορϕή «forma».

  • Trasformazione, e in partic. trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, spec. del mondo classico.
  • In zoologia, l’insieme dei cambiamenti morfologici e fisiologici, implicanti un diverso rapporto dell’organismo con l’ambiente, che dallo stadio larvale conducono allo stadio adulto, tipici di alcuni pesci (anguilla), degli anfibî e di molti invertebrati.
  • In botanica, ogni profonda modificazione nella conformazione esterna e nella struttura interna di una pianta cormofita, comparsa e affermatasi nel corso dell’evoluzione, in quanto ha costituito un vantaggio selettivo nell’adattamento funzionale o ecologico a mutamenti ambientali.
  • In senso estens. e fig., cambiamento, modificazione in genere, nell’aspetto, nel carattere, nella condotta, nell’atteggiamento morale o spirituale d’una persona.

La Metamorfosi tema del mondo letterario e artistico che si fonde in maniere sublime nell’universo fantastico, eludendo le visioni del mondo reale per proiettarsi nelle evocazioni dell’immaginario.
Espressione a volte dirompente e labirintica nel sfuggire alla logica della realtà cognitiva, altre volte invece semantica e costruttiva nel suo valore razionale di luce creatrice di forme e vita.
È in questo caso rientra l’opera di Ovidio, Le Metamorfosi. In essa Ovidio imprigiona in un vasto ed enorme impianto narrativo più di duecentocinquanta casi di metamorfosi, di trasformazione, creando un immenso piano descrittivo che dalla creazione viaggia lungo i mondi del vissuto e dell’invisibile, dell’umano e dell’animale, dell’animato e dell’inanimato.
Le trasformazioni sono tra di loro estremamente personalizzate e rese su dimensioni e modalità alternate, tale da generare una continuità risolutiva e generatrice unica. Ogni mutazione e nella sua intermedia trasmutazione elevata e analizzata dando valenza alla natura che crea l’evento, la crisi di identità che avvolge l’umana coscienza e la forma instabile del vivere, per giungere al miglioramento e alla coscienza e persistenza del genere che nasce.
Questo è il tema che domina l’intera opera, e che i personaggi subiscono, a volte come dono, migliorando se stessi, per esser migliori del fato e del destino che dal grembo è stabilito, a volte come punizione per la dissolutezza della vita che non merita più forma e onore. E nel generare la trasformazione l’uomo comprende quali siano i comportamenti da non seguire onde evitare la divina mano punitrice.
I miti che Ovidio descrive son tanti, un’esemplificazione di forma e creazione. Io porto come primo esempio, il mito che infrange la psiche e la condotta dell’umane vanità.

NARCISO

Il poema inizia con una piacevole e vivace descrizione dell’ambiente che porta piano piano, dal caratterizzare il luogo a incentrarsi sul protagonista che una voce sempre narrante lo descrive, stanco dalla caccia e intento a colmare la sua sete, che prima d’acqua diverrà poi sete di desiderio d’amore. Narciso sporgendosi per bere vede nell’acqua la figura di un bellissimo fanciullo e se ne innamora perdutamente.
In realtà l’immagine che il riflesso restituisce agli occhi del giovane, da cui egli rimane stregato è la sua immagine, che lo specchio d’acqua restituisce come riflesso.
Il riflesso parola importante che evoca l’inganno provocato dalla sorgente.
La sequenza narrativa termina con questa contrapposizione tra realtà ed illusione che delinea e costruisce la scena di sublime bellezza che porta alla fine del giovane. Infatti Narciso suscita il fuoco dell’amore e nello stesso tempo ne è divorato, essendo egli stesso amante e oggetto amato. Narciso parlando tra sé chiama come testimoni gli elementi della natura, per poter alla selve dire come nessuno ha mai sofferto più di lui. Nel complesso poetico che nasce, l’infinita sofferenza di Narciso è follia perché non comprende il motivo per cui il fanciullo si prende gioco di lui, solo dopo la tragicità dell’opera fa comprendere che l’immagine che vede riflessa nell’acqua non è altro che la sua.
Ed alla consapevolezza di questa terribile verità egli si lascia morire, vittima di un amore che mai potrà essere ricambiato. Ma la tragica fine del suo cuore oltrepassa la morte, ed è punito per la sua vanità con una condanna anche negli Inferi. Egli infatti continuerà per sempre a contemplarsi nelle acque specchio dello Stige.
Narciso scompare e al suo posto nasce un fiore giallo.
Il mito di narciso nei secoli ha avuto molte interpretazioni, al centro delle osservazioni psicologiche l’aspetto dell’amore impossibile e il tema della morte, nella cultura occidentale Narciso paga a caro prezzo il rifiuto dell’amore delle ninfe, innamorandosi per vendetta della propria immagine diventando simbolo dell’egocentrico e della vanità.

Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio - 1594-1596 - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio – 1594-1596 – Roma, Galleria nazionale d’arte antica.

Arti maggiori – Maestri della provocazione

L’arte è come un cielo stellato, alcune stelle brillano cosi intensamente che sono perennemente all’orizzonte, altre invece brillano di una luce fievole e non vengono viste nell’immenso manto dell’arte, ma la loro luce non è meno intensa, brillano con egual intensità, sono solo più distanti. A volte nell’arte non si ha la volontà di percorrere quelle distanze.

Louise Bourgeois

25 dicembre 1911, Parigi, Francia - 31 maggio 2010, Manhattan, New York, Stato di New York.
25 dicembre 1911, Parigi, Francia – 31 maggio 2010, Manhattan, New York, Stato di New York.

Nata nella Parigi delle luci e delle ombre, Louise vive un’infanzia rinchiusa tra l’odio del padre e l’incapacità della madre di imporsi al valore di un uomo meschino.

Non desiderata e voluta dal Padre che voleva un maschio, viva la sua crescita segnata da questo rifiuto che segnerà in maniera decisiva la sua vita e il suo lavoro.

Ma il trauma che segnare profondamente il suo carattere e il suo percorso di vita, avviene il 14 settembre 1934, muore la madre Josephine. Il colpo è durissimo per la giovane artista che tenta il suicido, per fortuna non riuscendo nel suo intento.

Ma qualcosa cambia da qual momento, abbandona l’università e inizia a frequentare gli studi di molti artisti, lavorando come assistente per alcuni di loro.

Mostra subito un interesse verso il corpo e attraverso la sua trasfigurazione mette su tela gli aspetti della sua vita che l’hanno segnata e traumatizzata, come se volesse in questo modo esorcizzare i demoni che porta nel suo cuore. Decisivo l’incontro con Robert Goldwater storico dell’arte e futuro marito, insieme si trasferiscono a New York, qui incontra e diventa amica di Mirò e Duchamp.

I suoi lavoro mettono in luce subito il suo carattere e il suo lato provocatorio.

Straordinarie e di particolare importante la sua seria Femme-Maison.

Louise Bourgeois - Serie Femme Maison - 1946-47
Louise Bourgeois – Serie Femme Maison – 1946-47

Opere che hanno un grande significato perché sono una critica alla status della donna come oggetto di casa, un lotta contro il pregiudizio sessista che Louise inizia molto in anticipo rispetto alle lotte femministe che si susseguiranno negli anni successivi, facendo di fatto di Louise Bourgeois una della prima femministe della storia dell’arte.

La notorietà che come accade spesso per le donne artiste non giunge, arriva grazie all’attenzione di Alfred Barr direttore del MoMa, che acquista una sua opera per la collezione permanete del Museo.

Negli anni che seguono Louise matura la sue forme e inizia a sperimentare. Grazie alla sue opere che suscitano enormi critiche, cito sopratutto la serie che vede espliciti riferimenti all’organo maschile, si avvicina al mondo del femminismo diventando un punto di riferimento per la lotta che esse perseguivano.

Louise Bourgeois - Filette - 1968
Louise Bourgeois – Filette – 1968

Nonostante tutto il riconoscimento non è stato mai totale, Louise rimane un’artista immensa ma poco conosciuta al di fuori del mondo dell’arte. Nonostante le grandi retrospettive dedicate negli ultimi anni della sua vita, e la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1993.

Muore all’eta di 98 anni nella sua casa di New York il 31 maggio del 2010.


Aggiunto un’intervista che Louise rilascio via email a Repubblica pochi anni prima della sua scomparsa.

 «L’artista è un lupo solitario. Ulula tutto solo. Il che però non è così terribile, perché lui ha il privilegio di essere in contatto con il proprio inconscio. Sa dare alle sue emozioni una forma, uno stile. Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. La certezza che non ti farai del male e che non ucciderai qualcuno».

Diretta, dura, quasi brutale, Louise Bourgeois spiega così la propria creatività, come un modo per esorcizzare i demoni che la inseguono fin dall’infanzia. Lo spiega via e-mail, perché a quasi 97 anni (li compirà il giorno di Natale), non concede più interviste vis-à-vis, riceve rarissime persone e non esce di casa da una dozzina d’anni. Solo qualche domenica pomeriggio, ogni tanto, secondo un’abitudine che dura ormai da trent’anni, accoglie i giovani artisti che vanno a renderle omaggio e a mostrarle i loro lavori («È il mio modo di tenermi aggiornata su ciò che accade» spiega). Ma non sono pochi quelli che se ne vanno in lacrime dopo i suoi commenti.

Certo, quella di Louise Bourgeois è una personalità ostica, ombrosa, imprevedibile: basta vedere quegli enormi, terrificanti ragni che lei ha chiamato Maman, quei suoi corpi di stoffa mutilati, quei volti fasciati che sembrano urlare afoni… Quei lavori così aggressivamente emotivi che fanno di lei una delle più grandi artiste viventi. E che a partire da sabato 18 ottobre (fino all’11 gennaio) saranno in mostra al Museo di Capodimonte, a Napoli, nella prima grande retrospettiva che le dedica l’Italia (catalogo Electa). Circa sessanta opere, tra cui due nuove installazioni della serie Cells mai viste prima, che saranno esposte insieme alla collezione permanente del museo, quella di arte antica: con Botticelli, Bruegel, Sebastiano del Piombo… Creando contrasti ad alta tensione.

«Bisogna essere molto aggressivi per essere scultori» dice la Bourgeois. «Quando mi si chiede troppo, io anziché reagire contro le persone mi rivolto contro le mie statue. Il che è molto più sicuro».

È un’arte profondamente autobiografica, la sua, che affonda le radici nel rapporto tormentato con i suoi genitori, parigini della buona borghesia, che riparavano e vendevano arazzi. «Il mio problema fu nascere alla vigilia della prima guerra mondiale», nel 1911: lei non aveva ancora tre anni quando il padre si arruolò e, poco dopo, fu ferito. Per mesi Louise fu trascinata dalla madre di ospedale in ospedale in cerca del papà, ricoverato chissà dove: un’assenza vissuta come abbandono; uno spettacolo di dolore, nelle corsie, che torna di continuo nei corpi martoriati delle sue sculture.

«Alla fine della guerra, poi, mio padre era cambiato. Deciso a divertirsi. A inseguire le gonnelle. Gli uomini sono sfrenati e le donne soffrono». Peggio: a fargli perdere la testa fu Sadie, la governante assunta per insegnare l’inglese a Louise e ai suoi fratelli, che per dieci anni visse in famiglia. Un triplo tradimento (dei due amanti, ma anche della madre, che non reagiva più di tanto) di cui i bambini erano consapevoli. Una ferita che la Bourgeois troverà la forza di rivelare al mondo solo nell’82, a 71 anni, nel corso di un’intervista. E una sua scultura degli Anni 90, ora al Centre Pompidou, raffigura una casa della sua infanzia, ingabbiata e sovrastata da un’imponente ghigliottina.

«A farmi lavorare è la rabbia» dice oggi l’artista. «E la memoria mi aiuta a capire perché mi sento come mi sento e faccio quel che faccio. Bisogna essere accurati nei ricordi. L’obiettivo è rintracciare la fonte della propria ansia. In questo consiste la psicoanalisi e a questo mi serve la scultura».

Louise approda negli studi d’arte di Montparnasse e Montmartre nel ’33, dopo aver studiato Calcolo e Geometria alla Sorbona. «Mio padre però detestava gli artisti. Non voleva che diventassi una di loro. E non sarebbe mai successo se fossi rimasta in Francia, così sono partita: sono una fuggiasca».

Scappa via dalla sua infanzia con Robert Goldwater, un critico d’arte americano conosciuto a Parigi, che ai primi venti di guerra, nel ’38, sposa Louise e la porta con sé a New York. («Lui era l’esatto opposto di mio padre»). La coppia adotta un piccolo orfano di guerra, poi ha due figli. La maternità è un tema ricorrente nel lavoro della Bourgeois… «Ho cercato di essere riflessiva e scaltra come maman, ma non sono mai stata alla sua altezza: lei era molto più forte di me. È difficile essere madre se tu stessa sei in cerca di una madre».

Dopo la guerra, Louise allestisce uno studio sul tetto della sua casa di Manhattan, dove si rifugia a scolpire: dozzine di figure di legno emaciate, solitarie, che chiama Personages e che, spiega, rappresentano tutti coloro che si è lasciata alle spalle in Francia. I Goldwater sono ben inseriti nel mondo artistico newyorkese: lui insegna storia dell’arte all’università; lei è un’ospite perfetta e il tramite tra i surrealisti fuggiti dall’Europa nazista – Max Ernst, Duchamp, Breton, Matta – e i nuovi espressionisti astratti americani, de Kooning, Rothko…

Anche lei espone, eppure non svetta. E nel ’51, quando muore suo padre, entra in depressione, passa le giornate a letto, per un decennio non fa più una mostra. Riprende solo negli Anni 60. Ma a notarla sono in pochi. «Sono una maratoneta solitaria. E non lavoro per il successo. Lavoro per esprimermi e sentirmi più serena. Per questo ho potuto continuare tanti anni ignorata dal mercato».

Qualcosa cambia nel ’73, quando muore il marito: la perfetta padrone di casa, moglie dell’illustre professore, trasforma il suo salotto in studio – sculture e disordine, appunti sui muri, materiali ovunque – e fa amicizia con creativi d’ogni sorta, più giovani di lei… Tra cui Jerry Gorovoy, artista e gallerista in erba, che la fa esporre.

Da allora – a tutt’oggi – lui diventa il suo assistente, il suo manager, il suo tuttofare onnipresente… Un po’ figlio fedele, un po’ padre protettivo, un po’ protesi, un po’ amico. E finalmente i grandi musei scoprono Louise Bourgeois. Che nell’82, a 71 anni, è la prima donna ad avere una grande retrospettiva al Moma di New York. Nel ’92 è consacrata dal Guggenheim tra i classici, nella mostra Da Brancusi a Bourgeois. Nel ’93 rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia… Ma bisogna arrivare a quegli enormi ragni di bronzo – alla Tate di Londra, al Guggenheim di Bilbao, sul lungomare di San Francisco – perché

 

la “fuggiasca” così forte e vulnerabile entri definitivamente nell’immaginario del grande pubblico. «Il ragno è un’ode a mia madre. Ho ereditato la sua intelligenza. Ma anche il cuore insano di mio padre».

di Antonella Barina

(10 ottobre 2008)