25 Aprile

Oggi si festeggia la liberazione dal male sociale, dai regimi che rubano la libertà, ma si onorano anche le vittime della guerra, i partigiani e tutte le anime coraggiose cadute per la libertà.

Immaginate d’esser in una piazza d’un piccolo paese della nostra Italia, attorno gente, tanta gente, che urla, sorride, corre, ti tocca ma solo per abbracciarti e tra le grida una parole emerge fra tutte “é finita“.

Aprile 1945

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici

D. Buzzati

Come mia consuetudine nessuna immagini verrà inserita, esiste già Dino l’ha descritta voi immaginatela.

Arti maggiori – Identità

Ogni nazione ha tradizioni e nelle sue vie una filosofia di vita e di spirito. Ha una sua arte che modella i colori e le forme di ogni spazio urbano.

L’Africa, ha avuto una straordinaria produzione artistica, intessuta nella tribale quotidianità del suo popolo, pitture e scultura modellate dei gesti quotidiani e dei riti della vita spirituale. Arte che non si è perduta nelle conquiste, ma si è tramandata per generazioni, influenzando in maniera determinante le arti occidentali e le avanguardie di ogni ribellione artistica del novecento.
Ma quanti artisti di quel meraviglioso continente conoscete?
Il mercato dell’arte non è immune dalle logiche che guidano l’occidente e per secoli ha discriminato, arte e artisti.
Fino ad un certo decennio non era buona cosa essere neri in occidente, per molti non lo è neanche oggi.
Ma c’è qualcosa ancora di più discriminante che essere neri, essere donne.

Esther Mahlangu

Esther Mahlangu - 1936 -
Esther Mahlangu – 1936 –

Esther é una delle poche artiste africane la cui arte è riuscita a varcare il suo continente e a conquistare le scene dell’arte internazionale.
Appartenente alla tribù Ndebele vive la sua cultura e il suo retaggio in armonia con la sua etnia, non ha abbandonato nonostante il successo il suo villaggio, ha dedicato la sua vita e i suoi pensieri all’arte e all’amore per la sua terra. E alle donne di essa.
La sua arte è legata profondamente con le tradizione del suo popolo, ella infatti si rifà ad un’antica tradizione della sua tribù, che richiamava l’usanza da parte delle donne in occasione del rito di passaggio dei figli maschi, di decorare con figure geometriche di vivace e complesso valore gli interni ed esterni della abitazione.
Esther porta nel mondo queste forme e questi colori, come simbolo della sua tradizione e dell’arte delle donne africane.
Questo però non vuol dire che Esther e la sua arte siano fermi nel tempo, legate ad un passato che si evolve e muta nel presente, ella vive il futuro e i problemi del suo popolo. Sensibile alle problematiche femminili, dirige una scuola dove insegna alla giovani donne a dipingere.
Artista coraggiosa e caparbia che rivendica il diritto alla libertà d’espressione e al riconoscimento di un’arte nata e sviluppata in una situazione politica discriminante per ogni donna libera.

Esther Mahlangu - Opera - 2010
Esther Mahlangu – Opera – 2010

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

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Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Libertà d’espressione

Scrivendo di Carol Rama, si è accettano quasi obbligatoriamente, alla libertà che la donna cerca di conquistare per essere nel diritto di parità di fronte all’arte, alla scienza, alla fede o alla vita politica.

Oggi non di artisti vi scrivo.

Oggi ricordo semplicemente una donna.

Emmeline Goulden Pankhurst

Emmeline Pankhurst arrestata davanti a Buckingham Palace mente tenta di portare una petizione al re Giorgio V, maggio 1914
Emmeline Pankhurst arrestata davanti a Buckingham Palace mentre tenta di portare una petizione al re Giorgio V, maggio 1914

Nel 1903 fonda il Women’s Social and Political Union, movimento di lotta civile che si prefiggeva come principale obiettivo l’estensione del suffragio alle donne.

Riuscì nel suo obiettivo nel 1918.
Iniziando un processo che ha ispirato generazioni di donne, rendendo la libertà di espressione un valore identificativo per le società civili.

Arti maggiori – Maestri

Nell’ultimo post inserito o concluso la mia riflessione, introducendo l’argomento che avrei trattato in questa giornata…

Carol Rama

Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Non ne parlerò biograficamente, la sua importanza in questo post è rilevante per un riflessione che va oltre la pura disquisizione storica. Carol Rama può essere un esempio per comprendere alcuni aspetti del pregiudizio artistico. La mia amica Mistero nel commento che ho citato nel precedente post, denunciava, la linea di pensiero di individui, che rifiutano (oltre all’identificazione della figura dell’artista con la sessualità femminile), qualunque forma d’espressione che non sia riconoscibile come valore di bellezza. L’oscenità è stata agli inizi della sua produzione la spada che ha condannato Carol. Il meccanismo che crea la condanna è in parte legato alla paura che l’emancipazione femminile ha creato nel trasformare la sessualità, come diritto di libertà, ogni contrasto e per logica di opposizione trasportato in denigrazione, così è accaduto alla sessualità femminile, bandiera di libertà per la donna, oggetto di denigrazione e umiliazione per l’uomo. È in parte legato alla morale che porta il perbenismo a rifiutare il degrado sociale. Molti dei processi che non permettono la comprensione di alcune forme dell’arte sono secondo me legati a tutto ciò.
Consideriamo come vero che esistono individui moralmente integri e che l’educazione sociale abbia interagito con la loro crescita imponendo valori, che si oppongono al turpiloquio, ad immagini immorali che richiamo sessualità o violenza e ad ogni forma di ricatto morale.
Una società cattolica o monoteistica ad esempio, dai valori fortemente dogmatici, può avere questi valori come ideali di fede e di vita.
Ciò che potrebbe accadere secondo la mia opinione, che qualunque proposta di creazione contenente forme esplicite di sesso ad esempio, verrebbe rifiutata e condannata come parte di un sociale non reale alla loro quotidianità.
Un’artista come Carol, non mostra il sesso o il dolore perché essa è quello, lo mostra perché la società è anche quello, ed è compito di chi divulga cultura mostrare ad ogni individuo morale o immorale la natura della società in cui vive. Affinché un’immorale comprenda che la realtà non è solo devastazione e depravazione, ed un morale comprenda, che chiudere gli occhi non rende sana una società.

Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Concludo con un’intervista che Carol rilascio nel 1998 a Marcella Beccaria, per la rivista di divulgazione artistica Flash Art.


Marcella Beccaria: Carol, i tuoi ultimissimi lavori sono ispirati alla “mucca pazza”, questa storia da fine millennio di un morbo letale che si trasmette dagli animali all’uomo. Perché ti ha interessata questa Vicenda?
Carol Rama: Quasi mai mi capita di vedere in televisione immagini straordinarie e sensibili. È quasi sempre il momento di spegnerla, la TV… ma per me, in questo caso è stato straordinario. Mentre guardavo le riprese ero sbalordita. Nelle immagini della mucca pazza c’erano una disperazione, una bellezza, un’angoscia e un erotismo che mi hanno colpita. Ho cominciato da queste morti collettive, da questa visione degli animali che si inclinano insieme, disperatamente, nei fossi o in riva ai fiumi, con gli zoccoli tesi verso l’alto. Ho subito fatto dei disegni, degli acquerelli, e li ho buttati su sacchi che avevo fatto intelaiare.
MB: Questi sacchi, come molti dei supporti e dei materiali che hai usato in fasi diverse del tuo lavoro – dai Bricolage negli anni Sessanta, alle gomme dei Settanta, ai rilievi tecnici e catastali degli Ottanta – avevano già una loro storia.
CR: Sono i sacchi americani usati per trasportare la posta, credo soprattutto i libri. Hanno impresse delle scritte, dei numeri e un colore particolare, sul grigio.
MB: I lavori sulla mucca pazza segnano un’ennesima fase del tuo percorso. Si direbbe che ancora una volta sei riuscita a trarre da una tragedia – in questo caso non tua personale ma collettiva – una straordinaria energia creativa.
CR: Ero in un momento di crisi e questa vicenda di cronaca mi ha molto colpita. Difficilmente un evento gioioso, un paesaggio stupendo, o una notizia meravigliosa ispirano il mio lavoro.
MB: Perché?
CR: Forse per il mio brutto destino, che forse è bello, non so. Nella mucca pazza c’era tutto: c’era il dolore, la disperazione, la contaminatio, un insieme di forze che mi hanno invogliata a lavorare.
MB: Il dolore è certo il filo conduttore che attraversa tutte le tue opere, dagli anni Trenta a queste ultime degli anni Novanta. Perché ti attira?
CR: Le ragioni non le conosco. Certamente c’è dentro di me qualcosa di anomalo, di delinquenziale. Non mi verrebbe mai in mente di fare un ritratto a una bella donna. Quando certe persone, bellissime, mi hanno chiesto di ritrarle e io ho detto di no, è stato interpretato come un atto di gelosia. Ma non era per quello. Semplicemente non mi interessa.
MB: In queste nuove opere stai raccontando la mucca pazza attraverso parti smembrate. La visione del corpo dell’animale non è mai unitaria, ma è data attraverso frammenti e dettagli di mandibole, denti, mammelle, zampe. Si direbbe insomma un ulteriore repertorio del corpo mutilato, presente nei tuoi quadri fin dagli anni Quaranta. Penso in particolare al ciclo Appassionata, l’inquietante teoria di donne dai corpi monchi e costrette ai lettini di contenzione o su sedie a rotelle. Da dove vengono queste figure fatte a pezzi?
CR: Le mutilazioni appaiono nelle mie opere negli anni tra il ‘45 e il ‘49. Ci fu un racconto che mi fece un amico, una storia che aveva già dei precedenti tristi. Una ragazza francese, parigina, molto bella, era nata con un volto bellissimo ma senza braccia e senza gambe. Questa ragazza viveva in una casa di piacere e doveva esserci qualcuno molto innamorato di lei. Un giorno la ragazza fu trovata cadavere, nella Senna.
MB: Una leggenda metropolitana?
CR: Quando me l’hanno riferita, ho pensato fosse una storia non proprio inventata, ma certo molto drammatizzata. Però, chi me l’ha raccontata mentre me la dice mi fa vedere un ritratto, del genere di quelli che quasi tutti i francesi tengono nelle loro case. Io vedo questo profilo, questo viso, e la storia mi colpisce molto perché avevo già fatto dei quadri con delle persone semimutilate, ma non così. Per un momento ho creduto che quest’immagine mi appartenesse. Certo, non è mia, perché è una cosa francese del primo Novecento, ma l’ho subito messa nei disegni, sulle tele e nelle incisioni. È una storia straordinaria, dove la tristezza, la malinconia, la mutilazione, la disperazione, la tragedia hanno un qualcosa di brillante e interessano qualcuno a un punto estremo. Mi sono sentita un po’ meno triste per le mie vicende personali e per me è stata una cosa meravigliosa.
MB: Gli anni Quaranta sono anche gli anni del tuo esordio pubblico. Non facile, se non sbaglio, dal momento che la tua primissima mostra nel 1945 a Torino venne immediatamente censurata.
CR: Sì, la prima mostra l’ho fatta alla Galleria Faber e la videro in pochi. La vide Casorati, che mi stimava molto e in seguito mi aiutò ad esporre alla Bussola e cominciare così a guadagnare i primi soldi – pochissimi, però importanti per me che non avevo nessuno. Alla Galleria Faber successe qualcosa che non vorrei dire… Certamente erano gli anni della guerra, c’erano i tedeschi. La mostra venne quasi subito chiusa e sparì. Non si sono mai più visti i quadri, tutti scomparsi. Dissero che li avevano portati alla polizia, mah…
MB: Successe perché i quadri in mostra vennero considerati osceni?
CR: Credo di sì. Faber per amicizia disse che avremmo poi fatto un’altra mostra… In realtà ne ho poi subito allestita un’altra, in una galleria vicino all’università. C’erano più o meno delle cose analoghe e non venne chiusa. Non lo so, io sono anche una persona che non piace. Prima di piacere a qualcuno passa tanto tempo, e questo succede anche al mio lavoro.
MB: Cos’avevi esposto alla Faber?
CR: Credo ci fossero le prime Dorine e poi i primi ritratti di mia madre.
MB: Tua madre ricoverata in una clinica psichiatrica?
CR: Sì. Quella fu una esperienza sconvolgente. Lì ho visto delle cose che hanno segnato il mio lavoro. Intendo dire i letti di angoscia, di detenzione e certe situazioni che ho sempre amato.
MB: Oltre a essere una persona difficile come tu dici, credi che il continuo rinnovamento, le numerose fasi stilistiche, del figurativo, dell’informale, del materico, che in momenti diversi hanno articolato la tua opera l’abbiano resa più difficile da comprendere? Si perdona chi cambia?
CR: Bisogna vedere come si vedono e si guardano le cose. Certo, quando qualcuno è bravo un po’di rabbia la fa.
MB: Finalmente negli anni Ottanta sono arrivati, quasi contemporaneamente, molti riconoscimenti. Antologiche, importanti mostre di gruppo e la presenza alla 46a Biennale di Venezia hanno permesso al grande pubblico di conoscerti.
CR: Certo, in quegli anni ho conosciuto persone che mi hanno capita. Spesso per me è difficile instaurare o mantenere certi rapporti. Impiego tempo a trovarmi in sintonia con qualcuno. Forse è che sono malmostosa. Sono rancorosa. Per non essere rancorosi bisogna essere belli, io non lo sono mai stata. Ero di una simpatia straordinaria, che però è un’altra cosa. Non è facile essere amati da me… Anche se ho avuto tanti amici…
MB: E adesso, ad ottant’anni compiuti, finalmente un’antologica che ripercorre il tuo lavoro dagli esordi ad oggi e che lo porta in un tour internazionale, dallo Stedelijk ad Amsterdam, all’Institute of Contemporary Art a Boston, per arrivare a Bologna, a Villa delle Rose. Che effetto ti ha fatto rivedere le tue opere?
CR: È stato molto impressionante. Ad Amsterdam, devo dire, era la prima volta che vedevo cento tra le mie opere, o quasi, insieme. Mi sono emozionata perché ho avuto l’impressione di non averle fatte io. Era troppo bello. Io che sono vecchia e piccola mi sono detta: “ho fatto tutto questo lavoro? E come mai ho fatto tanta fame e avuto debiti, che mi vergono?” Ho sentito una gioia, mi sono dovuta sedere.
MB: Una volta hai detto “dipingo per guarirmi”. Dipingi, credo, da più di sessant’anni. Sei guarita?
CR: No. Io sono un’apprensiva, una nevrotica. Penso sempre al mio lavoro, sono maniacale. Auguro però a molti di avere un qualcosa di straordinario, come per me è la pittura, che permetta di accettarsi. È anche un mezzo, credo, per essere diversi. E questa è una piccola ambizione che io ho sempre avuto.

Marcella Beccaria è Capo Curatore e Curatore delle Collezioni del Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea.

Battaglie civili

In un recente commento questa frase mi è stata lasciata dell’amica Mistero:
“lo pseudo classicista che nega la valenza dell’arte femminile contemporanea come denuncia di stati emotivi forti, in relazione ai tabù, al sesso e a un proprio ruolo espressivo nel mondo [….] come dire che l’intero etablishment culturale dovrebbe riconoscere, per esempio, in Carol Rama, solo una donna malata e non l’artista…”.
Alcune battaglie sono pronto a combatterle con tutta la dedizione che la mia anima sa esprimere, battaglie di posizione, erette sui pilastri della logica e dell’etica.
L’Arte è un aspetto nel pensiero espresso marginale, non è in essa la violazione del dogma, ma nella pura espressione del dominio animale, il maschio domina e la femmina viene dominata, qualunque pretesa di conquista di un dominio maschile è un offesa alla verità acquisita. Se la stupidità fosse premiata sarei felice di incoronare questo ideale pseudo primitivo con la palma dell’ingloriosità.
Iniziamo con lo sfatare il mito che l’arte sia un mondo maschile, nata dalla mano maschile, è vero che la storia ha tramandato più artisti uomini, ma ciò non è legata alla sessualità della virtù, ma alla reggenza di potere che ha caratterizzato l’epoche storiche, tralasciando per il momento la natura dei disegni rupestri preistorici, la comparsa dell’arte come artificio di ingegno e decorazione a sostegno di strutture e oggetti d’uso comune è femminile, le prime pitture su materiale sono da far risalire alla prima era del ferro, quando le donne iniziarono a dipingere gli indumenti, e a creare oggetti per la pettinatura, persino le prime reti intrecciate per la pesca, hanno le mani delle donna come arte. Quindi è errato pensare che sia l’uomo l’ingegno di ogni artificio creato lungo la storia, di fatto prima dell’avvento delle religioni monoteiste, l’arte era una creazione di armonia tra il fare femminile e il fare maschile, che collaboravano alla prosperità comune della comunità.
Fisiologia vuole che la donne sia creatrice di vita e l’uomo per struttura e resistenza custode della fragilità della creazione, ma l’uomo ha trasformato il dono che la natura gli ha conferito, custodire la vita, in sottomissione.
Togliendo alla storia, all’arte, alla filosofia, alla scienza, quella parte di potere che rendeva il dualismo mistico l’esaltazione dell’evoluzione.

È stata citata Carol Rama, grande artista e grande donna.
Sarò un onore renderle omaggio nel prossimo post.
Come simbolo dell’arte, come prima di lei ho fatto per Salomon, per Pane, per Frida, per Cassett.

Carol Rama
Carol Rama

Misteri

La Pasqua è indiscindibilmente legata alla resurrezione di Gesù Cristo e l’arte nel suo percorso ha rappresentato in modi e stili diversi questo evento della cristianità. Da Giotto a Piero della Francesca, da Tiziano a Tiepolo, ogni artista si è per commissione o fede, cimentato con la trasposizione di questa scena mistica di fede.
Metto a confronto due opere.
La celebra Resurrezione di Piero della Francesca e la non meno conosciuta Resurrezione di Pericle Fazzini.

L’affresco di Piero della Francesca custodito su una parate della Pinacoteca Comunale di Sansepolcro rappresenta un Cristo solenne, che emerge dal santo sepolcro, la figura troneggia (con in mano lo stemma di Sansepolcro città natale di Piero) sulla vita e la morte, la grandiosità del momento è fissato dalla storia e dalla natura che alla spalle del Cristo sembra dividersi in due, a simbolo del prima e del dopo, a simbolo del miracolo che la natura percepisce, una parte arida e abbandonata e un’altra fiorente e viva. A dispetto invece dei soldati in primo piano che non riconoscono il miracolo e restano dormienti a perenne ignoranza e lontananza dalla luce.

Piero della Francesca, Resurrezione, 1450-63. Affresco, Museo Civico, Sansepolcro
Piero della Francesca, Resurrezione, 1450-63. Affresco, Museo Civico, Sansepolcro

L’altra opera commissione da Papa Paolo VI per essere collocata in un’aula del Vaticano, è una spettacolare scultura che si espande nello spazio, il Fazzini ribadisce il valore universale di salvezza del Cristo, che con la sua morte non conclude il suo compito in terra ma inizia il suo destino di salvatore e figlio dell’uomo, proteggendo chi vivi in suo nome dal caos e dal disordine morale che l’oscurità insinua nei nostri cuori.

Pericle Fazzini, Resurrezione, 1970-75. Scultura in bronzo, Aula Nervi, Stato della Città del Vaticano, Roma
Pericle Fazzini, Resurrezione, 1970-75. Scultura in bronzo, Aula Nervi, Stato della Città del Vaticano, Roma

Pasqua – Tradizioni

Uova artistiche, realizzata dal pasticciere Walter Musco, in onore della Pasqua
Uova artistiche, realizzata dal pasticciere Walter Musco, in onore della Pasqua

Uovo, simbolo della santa Pasqua.
Ha avuto fin dai tempi più remoti, significati mistici e spirituali, i pagani ritenevo che fosse simbolo della struttura dell’universo, cielo e pianeti racchiusi in un uovo. Dionisio dio dell’ebbrezza sovente si presentava all’uomo con un uovo in mano a simbolo della rinascita della vita.

Il cristianesimo rielaboro il significato pagano e ne riprese il valore di rinascita per adeguarlo al nuovo culto e alla sconfitta da parte del Cristo della morta, diventando simbolo della resurrezione.
Dall’uovo apparentemente senza vita, si forma per sbocciare nella rottura che infrange l’inanimato guscio, una nuova vita, così come il Cristo, dal suo freddo sepolcro senza vita, riemerge nella resurrezione di carne e spirito.
Diventa usanza quindi tra i cristiani cattolici scambiarsi un uovo, in molti casi decorato, dopo ovvia bollitura e rivestimento, come documentano cronache medievali.

Uova liberamente decorate
Uova liberamente decorate

Di questo periodo la comparsa delle uova Fabergé, uova create ad arte in materiale prezioso.
Oggi il mercato inonda le tavole di uova di cioccolato per la delizia e il divertimento dei più piccoli, che possono avere l’illusione persino del dono o sorpresa tipica delle uova Fabergé, dal cuore prezioso e inestimabile. Sembra che la tradizione delle uova di cioccolato sia da attribuire ad un’usanza nata alla corte di Luigi XIV.

Non dimentichiamo la pacifica colomba che accompagna l’uovo della santa Pasqua e ne simboleggia la Pace e il ritrovato perdono e favore di Dio.

AUGURI

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Arti maggiori – Vite

Una mostra in atto a Milano mi ha dato lo spunto per questo nuovo post.
Dopo l’esaltazione dell’ideale del bello, la crudeltà fa da sfondo all’opera pura e poetica di questa pittrice. E mai la sua lezione è più viva che in questi giorni, ricchi di propaganda al fallo guerriero, mente e cervello d’un corpo privo di sensibilità e arte.

Charlotte Salomon

Charlotte mentre dipinge - 1939
Charlotte mentre dipinge – 1939

Ebrea tedesca in un mondo in conflitto, affrontò demoni e mostri attraverso l’arte, liberando il suo grido di silenziosa libertà, trasformando la sua vita in un mezzo per abbattere il vittimismo e la vergogna.
Nella sua grande produzione artistica ella rivive la sua vita, realizza oltre 1300 dipinti usando la tecnica del guazzo, che intitolerà “Vita? o Teatro?“. Perché la sua produzione è la trasposizione teatrale degli eventi principali della sua vita, dagli studi, al suicidio della madre, fino all’arresto. In alcune opere aggiungerà persino un’accompagnamento musicale.
La sua opera è più di una semplice trasposizione storica, è il testamento di un’artista, che affida all’arte il valore della memoria e l’importanza del messaggio.
Muore all’età di 26 anni nel campo di concentramento di Auschwitz.

Charlotte Salomon - Dalla seria Vita o Teatro
Charlotte Salomon – Dalla seria Vita? o Teatro?

Di lei Carlo Levi scriverà:
“Charlotte Salomon è stata una di quelle persone che hanno sentito la necessità di ripensare l’esistenza e di affidarla a qualcosa che, per il solo fatto di essere espresso, fosse libero dal comune destino di morte”.

Charlotte Salomon - Dalla seria Vita? o Teatro?
Charlotte Salomon – Dalla seria Vita? o Teatro?

Arti maggiori – Origini

In questi ultimi post ho intrapreso un viaggio a ritroso nella storia dell’ideale del bello. L’inizio fu Canova che con i suoi discepoli rappresenta la fine di una ricerca estetica di sublimazione ed esaltazione della purezza della forma, poi il Bernini, tra forza e virtù, fu allegoria della perfezione del gesto e del valore che trasmuta l’oggetto in immaginazione.
E in questo viaggio attraverso il marmo ora giungiamo all’origine, al crogiolo di fuoco che fuse le forma della classicità.

Mirone

Scultore attivo ad Atena tra il 470 e il 440 a.C. insieme a Fidia e Policleto, è il massimo esponente della scultura greco classica.
La storia ci ha lasciato solo tre opera della sua produzione copie in marmo di epoca romana, che cronache documentano essere stata invece costituita da numerose opere in bronzo e pietra.
Le tre opere sono, il gruppo scultoreo Atena e Marsia, l’atleta Anadoumenos e il celebre Discobolo.
Elogiato per la sua abilità nel riprodurre con accurata fedeltà le forme e i corpi, la sua ricerca nel tradurre il movimento rappresenta uno dei passaggi tra lo stile severo e il classicismo, che porterà all’esaltazione del bello e all’ideale di estetica eroica.

Il Discobolo

Discobolo - ca 480-460 a.C. - copia romana - Marmo - alt m. 1,56 - Museo Nazionale Romano, Roma
Discobolo – ca 480-460 a.C. – copia romana – Marmo – alt m. 1,56 – Museo Nazionale Romano, Roma

Studiato, riprodotto, è una delle icona della classicità, chi non lo conosce?
L’opera emblema e simbolo dei giochi olimpici, ha la sua forza nella composizione che esalta la plasticità dell’atleta e rendo vivo il valore eroico di forza e vittoria, nonché il culto del corpo e del bello ideale.
La struttura è articolata in due linea di movimento, la prima va dalla mano che regge il disco al tallone del piede flesso, ed è la linea che domina il movimento, la seconda linea è una S che va dalla testa al tallone del piede poggiato a terra, ed è la linea che equilibra le forze dinamiche dell’atleta.
Ogni movimento del corpo deve equilibrarsi in modo che il peso non causi la caduta, ed è questa elaborazione che rende il Discobolo un’opera innovativa, nelle epoche precedenti la posizione dominante era la posizione stante, stile severo, figure erette in verticale, con braccia lungo il corpo, ogni energia era annullata, la rappresentazione quindi era facilità dal l’unico blocco contenente la figura, il Discobolo crea un nuovo precedente permettendo agli scultori, attraverso lo studio della forze di equilibrare le composizioni e creare allegorie in movimento di bellezza e virtù straordinaria.
Al di là della sua origine il Discobolo rappresenta un opera straordinaria che permetterà lo sviluppo e la crescita della scultura greca e romana, mettendo le basi per quello che sarà il cammino verso la forma estrema che troverà la sua massima è conclusiva affermazione nel neoclassicismo.

Atena e Marsia - Copia romana da un originale greco del 450 a.C. circa - Marmo - Musei Vaticani, Roma
Atena e Marsia – Copia romana da un originale greco del 450 a.C. circa – Marmo – Musei Vaticani, Roma