Miti e Leggende – Odissea

Nel post Viaggi incomprensibili, ho introdotto indirettamente, attraverso l’opera di James Joyce, un tema esistenziale che la letteratura ha argomentato con sublime e meravigliosa poetica.
Il viaggio, l’estrema odissea dell’uomo alla ricerca dell’identità e della libertà.

L’Odissea di Omero

L’opera letteraria che più di tutti riassume in se i significati e i simboli del viaggio.
L’epica opera narra le disavventure dell’eroe Ulisse. Dopo aver causato la caduta di Troia e determinato la fine della guerra, Ulisse e il suo equipaggio si imbarca per far ritorno all’amata Itaca, l’Odissea inizia con la devastazione dell’isola dei Cicóni, dove Ulisse e i suoi uomini depredano donne e bestiame. Dopo i Cicóni, l’eroe incontra i Lotófagi dove i suoi uomini avvelenati dal fatale fior di loto minaccia di abbandonarlo, costretto a trascinati a forza, li lego saldamente ai banchi riprendendo il viaggio, che porta Ulisse ad approdare nell’isola dei Ciclopi, imprigionati dal più feroce di essi Polifemo.
Ulisse riuscì a scappare ed evitare di essere divorato, inebriando con il vino e dopo accecando l’unico occhio del figlio di Nettuno, che nell’incapacità di controllo, fece uscire il gregge e con esso Ulisse e i suoi uomini aggrappati al ventre degli animali.

Arnoldo Böcklin - Ulisse e Polifemo - 1896
Arnoldo Böcklin – Ulisse e Polifemo – 1896

Ripreso il mare, approda all’isola di Eolo re dei venti, che dona all’eroe un otre, che racchiudeva tutti i venti contrari alla sua navigazione, i compagni incuriositi però forzano l’otre, scatenando i venti e allontanando ancor più Ulisse da Itaca, ripresa la rotta giunsero dai Lestrigoni, che distrussero le navi e decimarono lo scarno oramai equipaggio che seguiva l’eroe, salpati sull’unica nave rimasta giunsero dalla maga Circe, la quale trasforma i suoi uomini in porci e costringe l’eroe a vivere per un anno nell’isola. Seguendo i consigli della maga scese agli inferi per chiedere consiglio a Tiresia l’indovino, sul suo destino, qui però incontra l’ombra della madre Anticlèa morta per il dolore, che scuote l’animo di Ulisse a tornare ad Itaca e dall’amata Penèlope, e così fa, lascia Circe e riprende il viaggio, superando l’insidioso canto delle Sirene e i vortici di Scilla e Cariddi dove perde altri sei compagni, giunti all’isola del Sole, scatenano l’ira di Giove, che fulmina la nave, uccidendo tutti tranne Ulisse, colpevoli d’essersi nutriti dei buoi sacri al dio Iperione, Ulisse riesce a nuoto a trassi in salvo nell’isola di Ogigia, dove viene accolto e curato per sette anni, dall’amore della ninfa Calipso, che nel suo desiderio offre all’eroe l’immortalità per costringerlo a restare nell’isola e impedire che seguisse l’ordine della Dea Minerva sua protettrice, di tornare ad Itaca, ma rifiuta e sulla zattera costruita dal Dio Mercurio s’avventurò in mare, ma Nettuno accecato dall’ira per l’accecamento del figlio Polifemo, solleva il mare contro il naufrago, che sarebbe morto se non fosse stato protetto dalla ninfa Ino Leucatèa, dopo diciassette giorni in mare finalmente, stremato giunge all’isola dei Feaci, dove Nausicàa figlia del Re Alcinòo lo cura, e con l’aiuto e l’ospitalità del Re dei Feaci torna finalmente ad Itaca.
Su consiglio di Minerva l’eroe entra nella sua reggia invasa dai Proci, travestito da mendicante, con un piano ben preciso in testa, fattosi riconoscere dal suo fedele guardiano dei porci Eumèo e dal figlio Telemaco, inizia i preparativi delle sue idi. Minerva con un sogni ispira Penèlope, che proclama che avrebbe sposato colui che tendendo l’arco di Ulisse avrebbe fatto passare una freccia attraverso dodici anelli di ferro. Alla gara come da piano intervenne travestito anche Ulisse, il quale dopo i tentativi falliti di tutti i pretendenti compreso il bellissimo Antìnoo, abbraccio l’arco che egli stesso costruì e vince la prova. Dopo esser stato riconosciuto dai rivali, l’eroe scatena la sua ira sugli invasori, sterminato tutti i pretendenti, riconquistando Il suo trono e il suo eterno amore.

Anonimo Fiorentino - Naufragio della nave di Ulisse - 1390 circa
Anonimo Fiorentino – Naufragio della nave di Ulisse – 1390 circa

Nel leggere il poema omerico si può evincere come il viaggio, non può essere inteso come l’estremo tentativo di un uomo di far ritorno a casa, il viaggio di Ulisse è la prova suprema verso la libertà della conoscenza, il primordiale istinto che ci spinge alla sfida, al confronto verso ciò che è sconosciuto.
Scoprendo ad ogni impresa, il retaggio umano che ci esalta, e ci spinge ad andare oltre i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Ed ecco che l’uomo diventa tenacia nel sopportare le avversità naturali come le tempeste, diventa astuzia nel superare i pericolosi imprevisti, diventa temerarietà nell’andare oltre ciò che conosce e terrorizza l’essere umano come la morte.
Perché Ulisse con il suo viaggio, viola le leggi divine, sfida le divinità che piegano l’uomo all’accettazione del proprio destino, e va alla conquista di quei luoghi che erano solo conoscenza degli dei, egli porta il viaggio verso la conoscenza della natura dell’esistenza, liberando l’uomo dalla paura per l’ignoto e la mortalità.

Del resto le nostre esistenze sono metafora di un viaggio che non finisce, sempre alla ricerca di un approdo sicuro contro una tempesta che ci segue, le nostre vite sono navi destinate prima o poi a perdere la rotta e lottare per riconquistare la ragione che ci fa sentire persi in balia del mare dell’esistenza, è il nostro più desiderato scopo.