Arti moderne – Vite estreme

“Sono un’artista estrema, con il corpo pieno di cicatrici provocate dalle mie performance. Ma sono sexy e quando amo lo faccio con tale intensità da non riuscire a respirare. Ora però non ho tempo per un nuovo uomo e sapete cosa mi piace moltissimo? Collezionare case”

Con queste parole si definì una della performance Artist più affascinanti dell’ultimo secolo.

Marina Abramović 

Marina Abramovic
Marina Abramovic

Lunga la sua vita Marina ha trasformato il suo corpo e la sua mente in un mezzo per esprimere la sua arte, un mezzo per sconvingere tutte quelle paure che limitano la libertà e piegano lo spirito a sottomettersi al fato.
In ogni dolore e prova inflitta ella ha scrutato il legame tra artista e pubblico, portando all’estrema essenza l’interazione che intreccia l’evoluzione intangibile tra messaggio e interpretazione. Analizzando le immense possibilità che la mente può imporre al corpo, unico limite al superamento di ogni paura e indecisione.

“La mia vita non cambia l’arte. È la mia arte a cambiare la mia vita. Nella mia vita avrei potuto avere tutto più facilmente, se solo avessi chiesto di meno. Se solo, ad esempio, fossi stata più pigra, o avessi speso tutto il mio tempo tra libri, passeggiate all’aperto e pessimi film alla televisione. Ma non avrei fatto nulla di quel che ho fatto fino ad oggi. Io creo sempre concept che sono difficili, duri e dai quali io stessa sono molto spaventata. E nel momento in cui li realizzo, ognuno di loro mi cambia la vita. Le cose che non conosco, le cose che temo, quelle difficili finiscono per contare veramente. Nella vita reale la gente va incontro a tragedie tremende, a malattie e sofferenze che portano vicino all’esperienza della morte. Queste sono situazioni che cambiano la vita. La felicità non cambia la vita di nessuno: è uno stato che non si vuole mai alterare. Ecco perché io metto in scena difficoltà e momenti pericolosi: per superarli e infine liberarmi delle paure. Come una sorta di catarsi.”

Marina Abramović - The artist is present
Marina Abramović – The artist is present

Ella ha trasformato i limiti del corpo, nella sua forza espressiva.

“Credo che tanto il corpo fisico abbia un limite quanto la mente che lo abita non ne abbia. Credo che il mio attuale lavoro sia concentrato sulla mente, tanto perché essa si presenti sempre come illimitata, quanto perché, attraverso il mio percorso, ho capito cosa sia il corpo. Se si chiudono gli occhi, in meno di tre secondi si può essere ovunque si voglia. Non ci sono limiti né di tempo, né di spazio né di dimensione. E questa è la più logica testimonianza, la più diretta intuizione di tutto il mio lavoro.”

Molti i suoi lavori e le sue performance.

Tre le più estreme e pericolose, ricordo la performance che esegui nel 1974.

Rhythm o

Si presentò al pubblico dicendogli che per sei ore sarebbe rimasta priva di volontà e che ogni partecipante avrebbe potuto usare liberamente degli strumenti di piacere e dolore che ella stessa forni per la performance per infliggerle ogni sorta di azione.
Ciò che inizio timidamente, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i suoi vestiti vennero tagliuzzati; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliare la sua pelle. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi ed era probabile che potesse venir persino violentata; si sviluppò allora, tra il pubblico, un gruppo di protezione e, quando le fu messa in mano un’arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori. Un Opera forte con cui Marina da espressione alla sua paura e alla volontà di vincerla, potendo indirettamente anche l’attenzione sul legame tra artista e pubblico e sull’interazione di immedesimazione che nasce, dalla condivisione di paure e violenze.

Marina Abramović, Rhythm 0, 1974, Napoli, Studio Morra Gallery
Marina Abramović, Rhythm 0, 1974, Napoli, Studio Morra Gallery

Tradizioni – Racconti dal passato

Sarà la Notte Nera…

Saranno le favole che oniriche imperversano nel cielo di questa rete.

Sarà il sole e la terra che han dato scena ai poemi…

Ma son evocato ed evocare battaglie e assedi, amori e tradimenti. Scene che nella mente ricreano suoni e colori. Le corde governano, la vita della storia che voce racconta.

Boom Boom, il legno risuona al battere degli stivali. La spada è sguainata lo scudo attende, il mantello manifesta il potere.

Signori e signore.

I Pupi siciliani 

 

Arti maggiori – Identità

Ogni nazione ha tradizioni e nelle sue vie una filosofia di vita e di spirito. Ha una sua arte che modella i colori e le forme di ogni spazio urbano.

L’Africa, ha avuto una straordinaria produzione artistica, intessuta nella tribale quotidianità del suo popolo, pitture e scultura modellate dei gesti quotidiani e dei riti della vita spirituale. Arte che non si è perduta nelle conquiste, ma si è tramandata per generazioni, influenzando in maniera determinante le arti occidentali e le avanguardie di ogni ribellione artistica del novecento.
Ma quanti artisti di quel meraviglioso continente conoscete?
Il mercato dell’arte non è immune dalle logiche che guidano l’occidente e per secoli ha discriminato, arte e artisti.
Fino ad un certo decennio non era buona cosa essere neri in occidente, per molti non lo è neanche oggi.
Ma c’è qualcosa ancora di più discriminante che essere neri, essere donne.

Esther Mahlangu

Esther Mahlangu - 1936 -
Esther Mahlangu – 1936 –

Esther é una delle poche artiste africane la cui arte è riuscita a varcare il suo continente e a conquistare le scene dell’arte internazionale.
Appartenente alla tribù Ndebele vive la sua cultura e il suo retaggio in armonia con la sua etnia, non ha abbandonato nonostante il successo il suo villaggio, ha dedicato la sua vita e i suoi pensieri all’arte e all’amore per la sua terra. E alle donne di essa.
La sua arte è legata profondamente con le tradizione del suo popolo, ella infatti si rifà ad un’antica tradizione della sua tribù, che richiamava l’usanza da parte delle donne in occasione del rito di passaggio dei figli maschi, di decorare con figure geometriche di vivace e complesso valore gli interni ed esterni della abitazione.
Esther porta nel mondo queste forme e questi colori, come simbolo della sua tradizione e dell’arte delle donne africane.
Questo però non vuol dire che Esther e la sua arte siano fermi nel tempo, legate ad un passato che si evolve e muta nel presente, ella vive il futuro e i problemi del suo popolo. Sensibile alle problematiche femminili, dirige una scuola dove insegna alla giovani donne a dipingere.
Artista coraggiosa e caparbia che rivendica il diritto alla libertà d’espressione e al riconoscimento di un’arte nata e sviluppata in una situazione politica discriminante per ogni donna libera.

Esther Mahlangu - Opera - 2010
Esther Mahlangu – Opera – 2010

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

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Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Arti maggiori – Maestri

Nell’ultimo post inserito o concluso la mia riflessione, introducendo l’argomento che avrei trattato in questa giornata…

Carol Rama

Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “La macelleria” (1980). Collezione privata, Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Non ne parlerò biograficamente, la sua importanza in questo post è rilevante per un riflessione che va oltre la pura disquisizione storica. Carol Rama può essere un esempio per comprendere alcuni aspetti del pregiudizio artistico. La mia amica Mistero nel commento che ho citato nel precedente post, denunciava, la linea di pensiero di individui, che rifiutano (oltre all’identificazione della figura dell’artista con la sessualità femminile), qualunque forma d’espressione che non sia riconoscibile come valore di bellezza. L’oscenità è stata agli inizi della sua produzione la spada che ha condannato Carol. Il meccanismo che crea la condanna è in parte legato alla paura che l’emancipazione femminile ha creato nel trasformare la sessualità, come diritto di libertà, ogni contrasto e per logica di opposizione trasportato in denigrazione, così è accaduto alla sessualità femminile, bandiera di libertà per la donna, oggetto di denigrazione e umiliazione per l’uomo. È in parte legato alla morale che porta il perbenismo a rifiutare il degrado sociale. Molti dei processi che non permettono la comprensione di alcune forme dell’arte sono secondo me legati a tutto ciò.
Consideriamo come vero che esistono individui moralmente integri e che l’educazione sociale abbia interagito con la loro crescita imponendo valori, che si oppongono al turpiloquio, ad immagini immorali che richiamo sessualità o violenza e ad ogni forma di ricatto morale.
Una società cattolica o monoteistica ad esempio, dai valori fortemente dogmatici, può avere questi valori come ideali di fede e di vita.
Ciò che potrebbe accadere secondo la mia opinione, che qualunque proposta di creazione contenente forme esplicite di sesso ad esempio, verrebbe rifiutata e condannata come parte di un sociale non reale alla loro quotidianità.
Un’artista come Carol, non mostra il sesso o il dolore perché essa è quello, lo mostra perché la società è anche quello, ed è compito di chi divulga cultura mostrare ad ogni individuo morale o immorale la natura della società in cui vive. Affinché un’immorale comprenda che la realtà non è solo devastazione e depravazione, ed un morale comprenda, che chiudere gli occhi non rende sana una società.

Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.
Carol Rama, “Appassionata” (1943). Courtesy GAM e Fondazione Torino Musei, Torino.

Concludo con un’intervista che Carol rilascio nel 1998 a Marcella Beccaria, per la rivista di divulgazione artistica Flash Art.


Marcella Beccaria: Carol, i tuoi ultimissimi lavori sono ispirati alla “mucca pazza”, questa storia da fine millennio di un morbo letale che si trasmette dagli animali all’uomo. Perché ti ha interessata questa Vicenda?
Carol Rama: Quasi mai mi capita di vedere in televisione immagini straordinarie e sensibili. È quasi sempre il momento di spegnerla, la TV… ma per me, in questo caso è stato straordinario. Mentre guardavo le riprese ero sbalordita. Nelle immagini della mucca pazza c’erano una disperazione, una bellezza, un’angoscia e un erotismo che mi hanno colpita. Ho cominciato da queste morti collettive, da questa visione degli animali che si inclinano insieme, disperatamente, nei fossi o in riva ai fiumi, con gli zoccoli tesi verso l’alto. Ho subito fatto dei disegni, degli acquerelli, e li ho buttati su sacchi che avevo fatto intelaiare.
MB: Questi sacchi, come molti dei supporti e dei materiali che hai usato in fasi diverse del tuo lavoro – dai Bricolage negli anni Sessanta, alle gomme dei Settanta, ai rilievi tecnici e catastali degli Ottanta – avevano già una loro storia.
CR: Sono i sacchi americani usati per trasportare la posta, credo soprattutto i libri. Hanno impresse delle scritte, dei numeri e un colore particolare, sul grigio.
MB: I lavori sulla mucca pazza segnano un’ennesima fase del tuo percorso. Si direbbe che ancora una volta sei riuscita a trarre da una tragedia – in questo caso non tua personale ma collettiva – una straordinaria energia creativa.
CR: Ero in un momento di crisi e questa vicenda di cronaca mi ha molto colpita. Difficilmente un evento gioioso, un paesaggio stupendo, o una notizia meravigliosa ispirano il mio lavoro.
MB: Perché?
CR: Forse per il mio brutto destino, che forse è bello, non so. Nella mucca pazza c’era tutto: c’era il dolore, la disperazione, la contaminatio, un insieme di forze che mi hanno invogliata a lavorare.
MB: Il dolore è certo il filo conduttore che attraversa tutte le tue opere, dagli anni Trenta a queste ultime degli anni Novanta. Perché ti attira?
CR: Le ragioni non le conosco. Certamente c’è dentro di me qualcosa di anomalo, di delinquenziale. Non mi verrebbe mai in mente di fare un ritratto a una bella donna. Quando certe persone, bellissime, mi hanno chiesto di ritrarle e io ho detto di no, è stato interpretato come un atto di gelosia. Ma non era per quello. Semplicemente non mi interessa.
MB: In queste nuove opere stai raccontando la mucca pazza attraverso parti smembrate. La visione del corpo dell’animale non è mai unitaria, ma è data attraverso frammenti e dettagli di mandibole, denti, mammelle, zampe. Si direbbe insomma un ulteriore repertorio del corpo mutilato, presente nei tuoi quadri fin dagli anni Quaranta. Penso in particolare al ciclo Appassionata, l’inquietante teoria di donne dai corpi monchi e costrette ai lettini di contenzione o su sedie a rotelle. Da dove vengono queste figure fatte a pezzi?
CR: Le mutilazioni appaiono nelle mie opere negli anni tra il ‘45 e il ‘49. Ci fu un racconto che mi fece un amico, una storia che aveva già dei precedenti tristi. Una ragazza francese, parigina, molto bella, era nata con un volto bellissimo ma senza braccia e senza gambe. Questa ragazza viveva in una casa di piacere e doveva esserci qualcuno molto innamorato di lei. Un giorno la ragazza fu trovata cadavere, nella Senna.
MB: Una leggenda metropolitana?
CR: Quando me l’hanno riferita, ho pensato fosse una storia non proprio inventata, ma certo molto drammatizzata. Però, chi me l’ha raccontata mentre me la dice mi fa vedere un ritratto, del genere di quelli che quasi tutti i francesi tengono nelle loro case. Io vedo questo profilo, questo viso, e la storia mi colpisce molto perché avevo già fatto dei quadri con delle persone semimutilate, ma non così. Per un momento ho creduto che quest’immagine mi appartenesse. Certo, non è mia, perché è una cosa francese del primo Novecento, ma l’ho subito messa nei disegni, sulle tele e nelle incisioni. È una storia straordinaria, dove la tristezza, la malinconia, la mutilazione, la disperazione, la tragedia hanno un qualcosa di brillante e interessano qualcuno a un punto estremo. Mi sono sentita un po’ meno triste per le mie vicende personali e per me è stata una cosa meravigliosa.
MB: Gli anni Quaranta sono anche gli anni del tuo esordio pubblico. Non facile, se non sbaglio, dal momento che la tua primissima mostra nel 1945 a Torino venne immediatamente censurata.
CR: Sì, la prima mostra l’ho fatta alla Galleria Faber e la videro in pochi. La vide Casorati, che mi stimava molto e in seguito mi aiutò ad esporre alla Bussola e cominciare così a guadagnare i primi soldi – pochissimi, però importanti per me che non avevo nessuno. Alla Galleria Faber successe qualcosa che non vorrei dire… Certamente erano gli anni della guerra, c’erano i tedeschi. La mostra venne quasi subito chiusa e sparì. Non si sono mai più visti i quadri, tutti scomparsi. Dissero che li avevano portati alla polizia, mah…
MB: Successe perché i quadri in mostra vennero considerati osceni?
CR: Credo di sì. Faber per amicizia disse che avremmo poi fatto un’altra mostra… In realtà ne ho poi subito allestita un’altra, in una galleria vicino all’università. C’erano più o meno delle cose analoghe e non venne chiusa. Non lo so, io sono anche una persona che non piace. Prima di piacere a qualcuno passa tanto tempo, e questo succede anche al mio lavoro.
MB: Cos’avevi esposto alla Faber?
CR: Credo ci fossero le prime Dorine e poi i primi ritratti di mia madre.
MB: Tua madre ricoverata in una clinica psichiatrica?
CR: Sì. Quella fu una esperienza sconvolgente. Lì ho visto delle cose che hanno segnato il mio lavoro. Intendo dire i letti di angoscia, di detenzione e certe situazioni che ho sempre amato.
MB: Oltre a essere una persona difficile come tu dici, credi che il continuo rinnovamento, le numerose fasi stilistiche, del figurativo, dell’informale, del materico, che in momenti diversi hanno articolato la tua opera l’abbiano resa più difficile da comprendere? Si perdona chi cambia?
CR: Bisogna vedere come si vedono e si guardano le cose. Certo, quando qualcuno è bravo un po’di rabbia la fa.
MB: Finalmente negli anni Ottanta sono arrivati, quasi contemporaneamente, molti riconoscimenti. Antologiche, importanti mostre di gruppo e la presenza alla 46a Biennale di Venezia hanno permesso al grande pubblico di conoscerti.
CR: Certo, in quegli anni ho conosciuto persone che mi hanno capita. Spesso per me è difficile instaurare o mantenere certi rapporti. Impiego tempo a trovarmi in sintonia con qualcuno. Forse è che sono malmostosa. Sono rancorosa. Per non essere rancorosi bisogna essere belli, io non lo sono mai stata. Ero di una simpatia straordinaria, che però è un’altra cosa. Non è facile essere amati da me… Anche se ho avuto tanti amici…
MB: E adesso, ad ottant’anni compiuti, finalmente un’antologica che ripercorre il tuo lavoro dagli esordi ad oggi e che lo porta in un tour internazionale, dallo Stedelijk ad Amsterdam, all’Institute of Contemporary Art a Boston, per arrivare a Bologna, a Villa delle Rose. Che effetto ti ha fatto rivedere le tue opere?
CR: È stato molto impressionante. Ad Amsterdam, devo dire, era la prima volta che vedevo cento tra le mie opere, o quasi, insieme. Mi sono emozionata perché ho avuto l’impressione di non averle fatte io. Era troppo bello. Io che sono vecchia e piccola mi sono detta: “ho fatto tutto questo lavoro? E come mai ho fatto tanta fame e avuto debiti, che mi vergono?” Ho sentito una gioia, mi sono dovuta sedere.
MB: Una volta hai detto “dipingo per guarirmi”. Dipingi, credo, da più di sessant’anni. Sei guarita?
CR: No. Io sono un’apprensiva, una nevrotica. Penso sempre al mio lavoro, sono maniacale. Auguro però a molti di avere un qualcosa di straordinario, come per me è la pittura, che permetta di accettarsi. È anche un mezzo, credo, per essere diversi. E questa è una piccola ambizione che io ho sempre avuto.

Marcella Beccaria è Capo Curatore e Curatore delle Collezioni del Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea.

Misteri

La Pasqua è indiscindibilmente legata alla resurrezione di Gesù Cristo e l’arte nel suo percorso ha rappresentato in modi e stili diversi questo evento della cristianità. Da Giotto a Piero della Francesca, da Tiziano a Tiepolo, ogni artista si è per commissione o fede, cimentato con la trasposizione di questa scena mistica di fede.
Metto a confronto due opere.
La celebra Resurrezione di Piero della Francesca e la non meno conosciuta Resurrezione di Pericle Fazzini.

L’affresco di Piero della Francesca custodito su una parate della Pinacoteca Comunale di Sansepolcro rappresenta un Cristo solenne, che emerge dal santo sepolcro, la figura troneggia (con in mano lo stemma di Sansepolcro città natale di Piero) sulla vita e la morte, la grandiosità del momento è fissato dalla storia e dalla natura che alla spalle del Cristo sembra dividersi in due, a simbolo del prima e del dopo, a simbolo del miracolo che la natura percepisce, una parte arida e abbandonata e un’altra fiorente e viva. A dispetto invece dei soldati in primo piano che non riconoscono il miracolo e restano dormienti a perenne ignoranza e lontananza dalla luce.

Piero della Francesca, Resurrezione, 1450-63. Affresco, Museo Civico, Sansepolcro
Piero della Francesca, Resurrezione, 1450-63. Affresco, Museo Civico, Sansepolcro

L’altra opera commissione da Papa Paolo VI per essere collocata in un’aula del Vaticano, è una spettacolare scultura che si espande nello spazio, il Fazzini ribadisce il valore universale di salvezza del Cristo, che con la sua morte non conclude il suo compito in terra ma inizia il suo destino di salvatore e figlio dell’uomo, proteggendo chi vivi in suo nome dal caos e dal disordine morale che l’oscurità insinua nei nostri cuori.

Pericle Fazzini, Resurrezione, 1970-75. Scultura in bronzo, Aula Nervi, Stato della Città del Vaticano, Roma
Pericle Fazzini, Resurrezione, 1970-75. Scultura in bronzo, Aula Nervi, Stato della Città del Vaticano, Roma

Arti maggiori – Vite

Una mostra in atto a Milano mi ha dato lo spunto per questo nuovo post.
Dopo l’esaltazione dell’ideale del bello, la crudeltà fa da sfondo all’opera pura e poetica di questa pittrice. E mai la sua lezione è più viva che in questi giorni, ricchi di propaganda al fallo guerriero, mente e cervello d’un corpo privo di sensibilità e arte.

Charlotte Salomon

Charlotte mentre dipinge - 1939
Charlotte mentre dipinge – 1939

Ebrea tedesca in un mondo in conflitto, affrontò demoni e mostri attraverso l’arte, liberando il suo grido di silenziosa libertà, trasformando la sua vita in un mezzo per abbattere il vittimismo e la vergogna.
Nella sua grande produzione artistica ella rivive la sua vita, realizza oltre 1300 dipinti usando la tecnica del guazzo, che intitolerà “Vita? o Teatro?“. Perché la sua produzione è la trasposizione teatrale degli eventi principali della sua vita, dagli studi, al suicidio della madre, fino all’arresto. In alcune opere aggiungerà persino un’accompagnamento musicale.
La sua opera è più di una semplice trasposizione storica, è il testamento di un’artista, che affida all’arte il valore della memoria e l’importanza del messaggio.
Muore all’età di 26 anni nel campo di concentramento di Auschwitz.

Charlotte Salomon - Dalla seria Vita o Teatro
Charlotte Salomon – Dalla seria Vita? o Teatro?

Di lei Carlo Levi scriverà:
“Charlotte Salomon è stata una di quelle persone che hanno sentito la necessità di ripensare l’esistenza e di affidarla a qualcosa che, per il solo fatto di essere espresso, fosse libero dal comune destino di morte”.

Charlotte Salomon - Dalla seria Vita? o Teatro?
Charlotte Salomon – Dalla seria Vita? o Teatro?

Arti maggiori – Origini

In questi ultimi post ho intrapreso un viaggio a ritroso nella storia dell’ideale del bello. L’inizio fu Canova che con i suoi discepoli rappresenta la fine di una ricerca estetica di sublimazione ed esaltazione della purezza della forma, poi il Bernini, tra forza e virtù, fu allegoria della perfezione del gesto e del valore che trasmuta l’oggetto in immaginazione.
E in questo viaggio attraverso il marmo ora giungiamo all’origine, al crogiolo di fuoco che fuse le forma della classicità.

Mirone

Scultore attivo ad Atena tra il 470 e il 440 a.C. insieme a Fidia e Policleto, è il massimo esponente della scultura greco classica.
La storia ci ha lasciato solo tre opera della sua produzione copie in marmo di epoca romana, che cronache documentano essere stata invece costituita da numerose opere in bronzo e pietra.
Le tre opere sono, il gruppo scultoreo Atena e Marsia, l’atleta Anadoumenos e il celebre Discobolo.
Elogiato per la sua abilità nel riprodurre con accurata fedeltà le forme e i corpi, la sua ricerca nel tradurre il movimento rappresenta uno dei passaggi tra lo stile severo e il classicismo, che porterà all’esaltazione del bello e all’ideale di estetica eroica.

Il Discobolo

Discobolo - ca 480-460 a.C. - copia romana - Marmo - alt m. 1,56 - Museo Nazionale Romano, Roma
Discobolo – ca 480-460 a.C. – copia romana – Marmo – alt m. 1,56 – Museo Nazionale Romano, Roma

Studiato, riprodotto, è una delle icona della classicità, chi non lo conosce?
L’opera emblema e simbolo dei giochi olimpici, ha la sua forza nella composizione che esalta la plasticità dell’atleta e rendo vivo il valore eroico di forza e vittoria, nonché il culto del corpo e del bello ideale.
La struttura è articolata in due linea di movimento, la prima va dalla mano che regge il disco al tallone del piede flesso, ed è la linea che domina il movimento, la seconda linea è una S che va dalla testa al tallone del piede poggiato a terra, ed è la linea che equilibra le forze dinamiche dell’atleta.
Ogni movimento del corpo deve equilibrarsi in modo che il peso non causi la caduta, ed è questa elaborazione che rende il Discobolo un’opera innovativa, nelle epoche precedenti la posizione dominante era la posizione stante, stile severo, figure erette in verticale, con braccia lungo il corpo, ogni energia era annullata, la rappresentazione quindi era facilità dal l’unico blocco contenente la figura, il Discobolo crea un nuovo precedente permettendo agli scultori, attraverso lo studio della forze di equilibrare le composizioni e creare allegorie in movimento di bellezza e virtù straordinaria.
Al di là della sua origine il Discobolo rappresenta un opera straordinaria che permetterà lo sviluppo e la crescita della scultura greca e romana, mettendo le basi per quello che sarà il cammino verso la forma estrema che troverà la sua massima è conclusiva affermazione nel neoclassicismo.

Atena e Marsia - Copia romana da un originale greco del 450 a.C. circa - Marmo - Musei Vaticani, Roma
Atena e Marsia – Copia romana da un originale greco del 450 a.C. circa – Marmo – Musei Vaticani, Roma

Arti maggiori – Maestri

Davide - 1623-24 - Marmo - 170 cm - Galleria Borghese, Roma
Davide – 1623-24 – Marmo – 170 cm – Galleria Borghese, Roma

Con Canova ho esplorato il bello ideale e nelle linee dei suoi marmi, scoperta l’estetica del neoclassicismo.
Oggi andiamo ancora più indietro, per scoprire i maestri che hanno ispirazione le lezioni del Canova.
Ed in particolare un maestro, di straordinaria virtù, il simbolo del genio in un secolo di ricostruzione e idealismo.

Gian Lorenzo Bernini

Architetto, scultore, pittore, scenografo, ciò che ha reso grande questo artista è stata la consapevolezza che nulla è impossibile, la sua sconfinata fiducia nel mezzo tecnico e pari alla sua devozione per la salvezza spirituale che è evocazione della felicità terrena e della lezione che insegna ad oltrepassare i limiti dell’immaginazione e trasformarla in realtà visibile e modellabile. Questo in contrapposizione con l’altro grande genio, espressione della tragicità, il Caravaggio, se il mistero della realtà è nella morte, per il Bernini la vita è nell’immaginazione, ed egli fa di Roma il suo paradiso immaginario di immagini e visioni.
Formatosi osservando i grandi maestri del cinquecento, si interessò alla forme estrose e piene dell’ellenismo, ricercando in questa arte il senso dell’apparenza delle cose, non l’oggetto ma l’immagine, caricando nelle forme scolpite, modellate significati immaginari e allegorici.

Come nella sublime opera Apollo e Dafne, due figure in corsa quasi a spiccare il volo, in equilibrio solo dal senso di spazio evocato dai frammenti di paesaggio, una corteccia appena accennata e una fronda d’albero che innesca, la visione e l’immaginazione che supera in sé, il momento allegorico che il tema esplicita nel suo significato metamorfico, la nostra mente ricompone un senso che stimola l’immaginazione che viene soddisfatta nella costruzione della realtà immaginaria, che annullando sostituisce il momento reale.

 Apollo e Dafne - 1622-1625, marmo - h. 243 cm - Roma, Galleria Borghese.

Apollo e Dafne – 1622-1625, marmo – h. 243 cm – Roma, Galleria Borghese.

Straordinario gruppo scultoreo che mostra la meticolosa e superba tecnica che il Bernini esalta nel imporla come valore dell’opera stessa. Il mito che si trasfigura tragicamente e spettacolarmente nella scena del Dio Apollo che insegue e raggiungere sfiorandola l’impaurita Dafne è quasi sovrastato della sublimazione della bellezza ellenistica del gruppo.

Apollo e Dafne - particolare
Apollo e Dafne – particolare

Arti maggiori – L’ultima grandezza

Paolina Borghese come Venere vincitrice (1804-1808), Galleria Borghese, Roma
Paolina Borghese come Venere vincitrice (1804-1808), Galleria Borghese, Roma

Antonio Canova

Figlio della povertà, da giovanissimo ha la possibilità di studiare scultura a Venezia, e dopo di approfondire l’arte antica a Roma.
Le sue prime opere che lo affermano come straordinario esponente della nuova estetica sono del 1779.

Nasce il neoclassicismo, la consapevolezza dell’impossibilità di imporre il classico come custode del presente.
Impossibile la sua eredità, quindi l’epoca vive la malinconia, il vuoto, ed ecco che i pensieri, riempiono il vuoto con la filosofica evocazione dell’ideale, il classico come ideale di una nuova estetica ed etica.
Il neoclassicismo come poetica del sublime, come idealismo storico pre romantico. E Canova sarà il massimo esponente di questa nuova estetica, l’ultima grandezza italiana in Europa.

Amore e Psiche - 1787-1793 - Marmo - Museo del Louvre
Amore e Psiche – 1787-1793 – Marmo – Museo del Louvre

Amore e Psiche gruppo scultoreo in marmo bianco di sublime bellezza, opera che incarna perfettamente i canoni estetici del neoclassicismo.
Il gruppo scultoreo rappresenta il Dio cupido nell’atto che precede il bacio, nella contemplazione ed estesi dell’incontro di sguardi con l’amata Psiche, che ricambia con la stessa intensa contemplazione l’attesa per il bacio.
La virtù del maestro Veneto è esaltata dalla morbidezza e sinuosità che è riuscito ad infondere a questa straordinaria opera, la levigatura è resa con tale perfetta finitura, che vivo nel marmo è il senso della carne, così come il contrasto tra la monografia candita del marmo con l’erotico atto di tensione amorosa che rende vibrante lo spazio attorno ai due amanti, disposti nello spazio diagonalmente e fra loro in divergenza a formare una composizione piramidale, dalle linee morbide e fluide, specchio dell’ideale di bellezza del Canova.

A conclusione condivido un’estratto dal programma di divulgazione culturale Ulisse, dedicato al maestro del bello neoclassico.