ENERGIA

Se si vuole trovare i segreti dell’universo, bisogna pensare in termini di ENERGIA, frequenza e vibrazioni.

Nikola Tesla


Energia, grandezza fisica, capacità di un corpo o di un sistema fisico di compiere lavoro. Ma anche mezzo, per comprendere, per evocare e attraverso l’individuazione della coscienza, dotare le azioni psichiche di una carica ispiratrice di lavoro, di percezione costruttiva.

Nato dalla Tempesta - ENERGIA
Nato dalla Tempesta – ENERGIA


Metamorfosi – parte quarta

La Metamorfosi di Franz Kafka.

L’angosciante e ermetica esperienza del commesso viaggiatore Gregor Samsa, che senza una motivazione divina o scientifica, subisce la trasformazione in un insetto mostruoso. Kafka descrive con precisione sublime la metamorfosi creando un angosciante e lenta lettura che porta alla comprensione della metafora che nelle parole rigorose dell’opera fanno concretizzare la diversità e l’alienazione prodotta del degradano di una società borghese.

Ed è questo che Kafka rappresenta sulla sua grandiosa opere. Egli descrive una lunga e complessa metafora che da una parte vuole denunciare l’oppressione a cui l’individuo e sottoposto, schiacciato a volte spersonalizzato dalle regole sociali imposte. Dall’altra vuole mettere in risalto l’incapacità di comunicare, soprattutto tra famigliari, e questo aspetto viene evocato nell’opera dei luoghi chiusi e stretti in cui si articola la vicenda a simboleggiare il soffocamento che rende impossibile la convivenza e la comunicazione. La metamorfosi in insetto dunque rappresenta il modo con cui Gregor da forma all’alienazione, che lo priva della sua identità e dei mezzi che lo riconoscono come individuo sociale. Portando alla conseguenza e tragica fine legata all’altro aspetto che Kafka mette sotto i riflettori, le latenti tensione che divorano una famiglia, nel momento che si perde l’equilibrio che fin a quel momento era pilastro del benessere.

La mutazione porta Gregor ad esser un peso insostenibile per la sua famiglia e questo fa emergere tutte le tensione che mai si erano palesate. La fine del protagonista è conseguenza di questa insostenibilità. La magica esperienza che si viene a creare diventa cosi un’occasione di lettura che porta a valutazione psicologiche introspettive, la metamorfosi che subisce Gregor resta volutamente senza significato com’è tipico della narrativa kafkiana. Per Kafka probabilmente la metamorfosi diventa una chiave per aprire una porta verso la lettura dei mali dell’uomo moderno.

Estratto da La Metamorfosi di Franz Kafka – Capitolo secondo.

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.


Con l’opera di Kafka non si chiude pero il viaggio nella metamorfosi, l’epoca moderna esprime con altrettante sublima virtù altri memorabili esempi di narrativa e arte che vivono nel tema magico della trasfigurazione.

Nella narrazione sudamericana ad esempio il tema ricorre spesso all’interno del cosiddetto realismo magico, Gabriel Garcia Màrquez ne porta un eccellente prova nel suo capolavoro Cent’anni di solitudine.

A completare l’immaginario contemporaneo sono le nuove tecnologia, che aprono le frontiere a nuovi modi di narrare e creare, introducendo nel contesto alieno del digitale e della robotica in un modo o un altro lo stesso senso di dissolutezza e angoscia che per secoli hanno animato le trasformazioni che si sono susseguite nelle opere dei grandi maestri della storia.

Stelarc - Performance - 2013 - Biennale in Eindhoven - Netherlands.
Stelarc – Performance – 2013 – Biennale in Eindhoven – Netherlands.

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Metamorfosi – parte terza

Con il passare dei secoli la Metamorfosi si allontana sempre di più dal modello classico, seppur mantenendo una sorta d’ispirazione latente. La sua semantica, muta radicalmente, distaccandosi dalla valenza descrittiva di eventi e fenomeni, declinando sempre più la sua origine divina per diventare una rappresentazione di illusioni e fantasie, in contrapposizione con i misteri del reale. Dal rinascimento fino alle soglie dell’ottocento l’arte, la letteratura, la musica, vivono questa transizione. La letteratura in particolare rimodella la metamorfosi creando un nuovo genere che farà la fortuna di novelli scritturi di talento. Nasce la letteratura per ragazzi.

LETTERATURA PER RAGAZZI

Dalla Fiabe di Hans Cristian Andersen a quelle dei fratelli Grimm la metamorfosi diventa, contemplazione di maledizione, di transizioni, di ascensioni e punizioni, come nel caso del nostro Pinocchio:

Dalle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

Estratto dal capitolo XXXII – Trasformazione in Somaro.

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una bella risata. 

E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt’a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando di colore, disse all’amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos’hai?

— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe. 

— Non mi riesce più neanche a me — gridò Pinocchio, piangendo e traballando.

E mentre dicevano così, si piegarono tutt’e due carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. 

Ma il momento più brutto per que’due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non l’avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt’e due in coro: j-a, j-a, j-a.

In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:

— Aprite! Sono l’omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, guai a voi! 

Illustrations from "Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino", Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)
Illustrations from “Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino”, Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)

Cosi come la letteratura, anche l’arte in virtù delle rivoluzioni visive e la caduta degli accademismi, vede infrangere il muro della fantasia, nella opera appiano le prima mutazioni di forma, fra tutti ricordo i surrealisti e le opere di Max Ernst e Rene Magritte.

René Magritte - Les merveilles de la nature - 1953 - Oil on canvas - Collection Museum of Contemporary Art Chicago.
René Magritte – Les merveilles de la nature – 1953 – Oil on canvas – Collection Museum of Contemporary Art Chicago.

L’era moderna porta con se le scoperte scientifiche. Le rivoluzioni trasformano le società segnando l’inizio di un nuovo modo di comunicare.

La metamorfosi segue queste rivoluzione e abbandona definitivamente la sua vestigia classica, per rinascere nel segno di un nuovo enigma, che avvolge il sovrannaturale, di un nuovo significato.

La sperimentazione scientifica diventa la nuova frontiera della metamorfosi.

L’esempio più celebre è: Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr Hyde di Stevenson.

Un medico nel tentativo di trovare un modo per separare la parte maligna dell’animo umano, crea un siero che provoca una metamorfosi di personalità, trasformandolo in un essere deforme e ripugnante, incarnazione del male assoluto, che egli chiama Hyde.

Jeckyll riesce a mettere a punto un antidoto, che gli consente di tornare alla sua consueta identità. Ma gli effetti del siero piano piano seducono Jeckyll, gli effetti psicologici del nuovo stato sfuggono al suo controllo, nelle vesti di Hyde non più capace di controllo, commette il più terribile dei crimini, scoperto muore ucciso durante una sparatoria.


Le elaborazione pero non si concludono e alle scoperte scientifica si accompagnano le evoluzioni sociali e le innovazioni psicologiche, il novecento vede la metamorfosi di nuovo rielaborarsi in un inedita analisi dell’umanità, l’erotismo e la diversità creano nuove frontiere.

Frank Kafka scrivi la sua Metamorfosi.

Considerando l’importanza dell’opera la tratterò in un successivo Post.

Arte e terapia

Oggi inizio un viaggio all’interno dell’arte come mezzo di crescita.

L’arteterapia

“L’Arte – terapia può essere intesa come l’insieme dei trattamenti terapeutici che utilizzano come principale strumento il ricorso all’espressione artistica allo scopo di promuovere la salute e favorire la guarigione, e si propone come una tecnica dai molteplici contesti applicativi, che vanno dalla terapia, alla riabilitazione e al miglioramento della qualità della vita”.
Frof. Luciani

L’arte è anche questo, non solo forma provocatrice di risvegli.
Ma espressione delle nostre più istintive capacità, un mezzo immediato per estrarre le potenzialità insite alla nostra azione.
L’Arteterapia svolge questa funzione e permette attraverso lo sviluppo dell’interazioni tra mente e corpo di costruire la fiducia verso le nostre capacità e risorse. La psicologia nei secoli di processo clinico a privilegiato l’intelletto e la ragione, mettendo da parte la creatività e la fantasia percettiva, puntando alla risorse cognitive per lo sviluppo terapeutico della crescita e della cura.
L’Arteterapia si è posta come obiettivo il recupero del patrimonio creativo in quanto può essere un valido sostegno nelle situazioni di avversità che la vita ci pone.
Un disegno, una scultura cosi come una melodia sono strumenti unici per giungere al profondo linguaggio della coscienza, permettendo un contatto diretto con espressioni emotive incontrollabile come l’aggressività e devianti come la tristezza, favorendo la conoscenza di se stessi e delle proprie potenzialità incentivando l’integrazione di tutte le risorse di cui disponiamo per poter vivere meglio.

L’Arteterapia e quindi l’arte può svolgere un processo unico di crescita e trasformazione che va ben oltre il suo sviluppo clinico di trattamento di malattia.
È indispensabile coltivare l’amore per l’arte fin da piccoli, (non solo la scuola ma i genitori devono aver coscienza e conoscenza), permettendo il naturale processo di simbolizzazione che è alla base dell’adattabilità cognitiva ai valori della società.

“Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore . L’arte è il sangue del nostro cuore; io non credo in un’arte che non nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza , spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore.”
Edward Munch.

bambini

Arti maggiori – Lezioni di percezione

Estratto da ARTE e PERCEZIONE VISIVA di Rudolf Arnheim.

Post nato per una mia personale continuità. Non necessariamente per tutti, liberi di andare oltre. 🙂

Arte e percezione visiva, l’opera di Rudolf Arnheim che vogliamo
discutere e celebrare è, senza esagerazione, un libro epocale. Se consideriamo che quando è uscito si pensava ancora che l’arte è apparire sensibile dell’idea, come voleva Hegel e come ripetevano i neoidealisti – il che, in parole povere, significa che chi visita un museo contempla i promemoria dei concetti degli artisti – portare l’attenzione sulla percezione, era un gesto di una novità dirompente. E, per quanto può valere la mia piccola storia personale, non c’è dubbio che la mia proposta di concepire l’estetica anzitutto come aisthesis non sarebbe stata concepibile senza il movimento di cui Arnheim è un esponente insigne.

In Estetica razionale, il mio riferimento privilegiato andava a Il pensiero visivo, libro più direttamente utile per i miei scopi, visto che in Arte e percezione visiva, come spiega Arnheim chiudendo la prefazione alla nuova, e interamente riscritta, edizione del 1974, l’auspicio è «che questo libro continui a giacere, con qualche “orecchia” alle pagine, annotato, sporco di colori e di gesso, sul tavolo e sulla scrivania di chi si occupa attivamente di teoria e pratica dell’arte».

Mi intrigava, tra l’altro, la splendida ambiguità del titolo, “Pensiero visivo”. Significa che il pensiero entra nella visione, come sostengono tutti i filosofi, da Cartesio a Hume a Kant ecc., oppure che la visione ha una sua autonomia rispetto al pensiero, come sostiene la scuola gestaltista in cui si è formato Arnheim, e che sottolinea come – seguendo l’icastica formulazione di Kanizsa – «l’occhio, se proprio si vuole che ragioni, ragiona comunque a modo suo»?

Probabilmente, entrambe le cose. Rivendicare il valore del visibile, dello strato percettivo, suggerisce, contemporaneamente, il tentativo di nobilitare quello strato, mostrando quanto conti per il pensiero, quanto sia pensiero esso stesso. È un fenomeno molto comune tra gli psicologi della percezione, così come tra i filosofi, anche tra i più sensibili alla questione: in fondo è stato proprio un grande fenomenologo sperimentale avantilettera come Berkeley a sostenere che quando guardo un ritratto di Giulio Cesare non vedo solo colori, ma colgo contemporaneamente una idea, riconosco una persona.

Dunque, è vero che la visione è importante, però lo è in quanto il pensiero interferisce nella visione, al punto che senza pensiero la visione non ci sarebbe, o sarebbe pochissima cosa.
Ancora un passo, e siamo a Gregory, che ci fa un esempio […] argomentando che un analfabeta (e forse uno che non sa l’inglese) non decifrerebbe la scritta e, di conseguenza, non riconoscerebbe nemmeno le ombre.
A maggior ragione questo discorso dovrebbe valere per una attività sofisticata come l’arte, ricordiamo gli esempi di Gombrich: Castel Sant’Angelo, in una xilografia tedesca del 1540, manifesta dei tratti gotici; Notre Dame, riprodotta nel Seicento da Matthäus Merian, presenta degli elementi di architettura barocca; il rinoceronte raffigurato da Dürer è uno strano mostro che ha poco da spartire con quelli che vediamo allo zoo. Ancora un passo, e siamo al memorabile dialogo tra Amleto e Polonio:
Amleto: Lassù, vedete quella nuvola? Non ha quasi la forma di un cammello? Polonio: Per la santa messa, pare proprio un cammello.
Amleto: O piuttosto una donnola.
Polonio: Ha la gobba come una donnola.
Amleto. O una balena. Polonio: Una vera balena.
E Arnheim? Da una parte, come gestaltista, rivendica l’autonomia del visivo. Dall’altra, come studioso dell’arte, è sensibile agli argomenti, diciamo così, di Gregory e di Gombrich (ma potremmo dire anche di Cartesio e di Hume, di Kant e di Nietzsche). Questo proprio perché nell’arte abbiamo a che fare con una prestazione estremamente sofisticata, e non con un puro vedere. Con una creazione, come recita il sottotitolo del libro che, stranamente, non compare nella traduzione italiana: “Una psicologia dell’occhio creativo”.
Proprio così: dell’occhio creativo. Bene, ma quest’occhio creativo è paradigmatico, nel senso che crea sempre, o lo è solo nell’arte? Secondo me, lo è ovviamente nell’arte, o persino nella lettura, ma in tanti altri casi, no, e se non lo ammettiamo finiamo per mortificare la percezione, la sua splendida indifferenza al pensiero.
In altri termini, e venendo al dunque, i casi sono due, almeno idealmente: o la visione interferisce nel pensiero, o il pensiero interferisce nella visione. Non è lo stesso, e se si fa valere la seconda, allora cadiamo nel logocentrismo, cioè nella subordinazione del vedere (come simbolo dell’esperienza in generale) al pensare.

Percezioni
Percezioni

Canti di battaglia

Per molti una canzone è solo una canzone, ma alcune sono canti di battaglia che ci ricordano che siamo combattenti all’ascolto, che il silenzio e l’indifferenza è l’arma migliore per essere sottomessi all’odio e alla violenza.

FRANCESCO GUCCINI – AUSCHWITZ

Guccini scrive questo toccante brano dopo aver letto il romanzo autobiografico di Vincenzo Pappalettera Tu passerai per il camino, dove l’autore racconta le sue memorie durante la sua prigionia nel campo di concentramento di Mauthausen.

Il testo di “Auschwitz” è stato scritto da Guccini in modo che risultasse a due voci: la prima la più toccante e struggente, è quella di un bambino “morto con altri cento, passato per un camino e adesso è nel vento”. La seconda è quella dello stesso Guccini che si pone alcune domande a cui ancora oggi dopo anni di distanza non è facile dare risposta.

TESTO

Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….
Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…
Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…
Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…


Ho condiviso questa canzone per ricordare quello che i libri e le parole dei miei nonni mi hanno insegnato. Che la guerra fa schifo e non vi è nessuna ragione logica o illogica, morale o immorale che la giustifichi.

Oggi leggo sulle testate di informazione, come i leader al potere dei nostri paesi, giochino a braccio di ferro, sfidandosi con presunti attacchi di guerra, giustificando azione e parole con la scusa della prevenzione. Prevenire per la salvezza comune.

È cosi difficile coesistere in pace. Sembra proprio di si. Il passato non riesce a scavare nei cuori il ricordo del dolore. Io sono solo uno sconosciuto come tanti, l’ultimo che forse potrà dire la sua.

Ma cara amici e nemici, cari Donald Trump, cari Kim Jong-un, cari Angela Merkel e tutti quelli che vi seguono.

SIETE TESTE DI CAZZO

 

I 10 COMANDAMENTI 2.0


Come ripetuto e come ripeto ancora il mio spazio è Arte.

E di arte discuto, condividendo i maestri, le tecnica e la passione per le virtù creatrici dell’essere umano.

Ma come ho scritto è civico ed etico porsi a difesa dei valori più semplici della vita o comunque prendere posizione verso di essi. Perché nel prendere posizione si difende la vita e i valori di essa. Io difendo l’Arte e con essa il suo più grande valore la libertà d’espressione. In ogni post scritto, in ogni maestro presentato, vi era un messaggio di libertà, perché ogni opera che un artista (nelle sue piene facoltà mentali) dona, vuole liberare il cuore e la mente da un pregiudizio.

Oggi sono in questa comunità è condivido i miei pensieri. È dovere mio esser rispettoso di ogni opinione condividendola o rifiutando con dignità verso la lingua italiana e l’integrità di ogni individuo.

Ma è anche mio diritto far battaglia con la stessa dignità, la stessa reverenza per la lingua italiana e integrità verso ogni individuo che condivide un pensiero. Perché quel che desidero è un web LIBERO d’azioni volgari e d’odio. Dove il dibattito sia nel valore della classicità dei maestri oratori che furono padri della nostra cultura.

Quindi con IRONIA e con pacifica e non violenta azione do BATTAGLIA alla morale dell’odio.

I DIECI COMANDAMENTI

by Nato dalla Tempesta

1 – Io sono il WEB, World Wide Web,  puoi avere altri Luoghi dove rompere i coglione oltre me.

2 – Puoi farti nickname con immagini in tutti i social che vuoi, ma non usare foto di attori e fotomodelli, le donne non sono fesse, NON CI CASCANO. Mentre gli uomini sono fessi… SVEGLIATI.

3 – Osserva un giorno per riposarti se non il Sabato, la Domenica non è un male staccarsi dalla rete e dalle onde elettromagnetiche che ti friggono le cellule del cervello. Esci per le strade e forse ti accorgerai che puoi avere ancora una speranza.

4 – Quando costruisce il tuo pensiero, prenditi tutto il tempo possibile, documentati, ci sono luoghi magici piene di fatate parole ed incantesimi che aprono le porte della verità, si chiamo biblioteca e contengono libri, consultali prima di scrivere un tuo pensiero. Non confutare quella che può essere solo un’idea, che sei un idiota.

5 – Non condividere Post senza averli letti e compreso bene. Perché è responsabilità tua ogni conseguenza, nel bene o nel male, ricorda che un click può uccidere. Se oggi sei tu il carnefice un giorno potresti essere la vittima. La saggezza ti può salvare la vita.

6 – Lo so che le prostitute o emerito testa di ca&&o non son più bianche e a te oh notturno depravato della destra radicata piacciano solo se son ariane. Ma lascia il web libero dai tuoi profili cacciatori, cosi che i poveri blogger gossippari possono condividere culi e tette in pace. Cosi anche voi oh sociali imbavagliati della sinistra picchiatrice che del colore non fate caso, giocate alla Playstation e lontani state dal web che vuole amare, non scopare.

7 – Non usate il web per chiedere soldi, ricattando con virus crittografici o catena di sant’Antonio che si è già rotto di portarla sta catena. Dovrete morire un giorno e i conti con il santo saran pesanti da incassare.

8  E se capita che giungi ad un dibattito tieni accanto a te oh combattivo avatar un VOCABOLARIO della lingua italiana, gli insulti, le parolacce i luoghi comuni non sono argomenti di risposta.

9 – E se hai oh sempre combattivo avatar comprato il VOCABOLARIO cerca la definizione di ANONIMO, perché questo sei. Un’immagine senza nome, quindi non è necessario moltiplicare i tuoi avatar, ne basta uno per nascondere le tue azioni.

10 – E se capita che un dialogo o una relazione virtuale non giunge a conclusione pacifica. Non rompere i coglioni camuffandoti con altro avatar (sei già anonimo coglione), per perseguire vendette all’onor tuo dileggiato e nell’oscurità della rete perseguitare chi in bene o male ti ha offeso. Si Chiama STALKING ed è perseguibile per legge.

Nato dalla tempesta - Il silenzio è d'oro
Nato dalla tempesta – Il silenzio è d’oro

Arti maggiori – Maestri dell’espressione

La natura umana sconvolge al margine degli avamposti dello spirito. Nel suo viaggio tra luce e ombre scandalizza l’innocente pensiero della vita. ferendo con la spada dell’inutilità l’onesta virtù che concede la scelta. 


“Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramontò
il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura
e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

Dal Diario di Edvard Munch.

Edvard Munch - L'Urlo - 1893 - olio, tempera, pastello su cartone - 91×73,5 cm - Museo Munch, Oslo
Edvard Munch – L’Urlo – 1893 – olio, tempera, pastello su cartone – 91×73,5 cm – Museo Munch, Oslo

Altre 22 vite urlano il sacrilegio all’infranta vita, giunge l’urlo dell’emerito viandante che nel pianto si piega all’infamia della morale della guerra.

NO ALLA VIOLENZA