ENERGIA

Se si vuole trovare i segreti dell’universo, bisogna pensare in termini di ENERGIA, frequenza e vibrazioni.

Nikola Tesla


Energia, grandezza fisica, capacità di un corpo o di un sistema fisico di compiere lavoro. Ma anche mezzo, per comprendere, per evocare e attraverso l’individuazione della coscienza, dotare le azioni psichiche di una carica ispiratrice di lavoro, di percezione costruttiva.

Nato dalla Tempesta - ENERGIA
Nato dalla Tempesta – ENERGIA


Metamorfosi – parte quarta

La Metamorfosi di Franz Kafka.

L’angosciante e ermetica esperienza del commesso viaggiatore Gregor Samsa, che senza una motivazione divina o scientifica, subisce la trasformazione in un insetto mostruoso. Kafka descrive con precisione sublime la metamorfosi creando un angosciante e lenta lettura che porta alla comprensione della metafora che nelle parole rigorose dell’opera fanno concretizzare la diversità e l’alienazione prodotta del degradano di una società borghese.

Ed è questo che Kafka rappresenta sulla sua grandiosa opere. Egli descrive una lunga e complessa metafora che da una parte vuole denunciare l’oppressione a cui l’individuo e sottoposto, schiacciato a volte spersonalizzato dalle regole sociali imposte. Dall’altra vuole mettere in risalto l’incapacità di comunicare, soprattutto tra famigliari, e questo aspetto viene evocato nell’opera dei luoghi chiusi e stretti in cui si articola la vicenda a simboleggiare il soffocamento che rende impossibile la convivenza e la comunicazione. La metamorfosi in insetto dunque rappresenta il modo con cui Gregor da forma all’alienazione, che lo priva della sua identità e dei mezzi che lo riconoscono come individuo sociale. Portando alla conseguenza e tragica fine legata all’altro aspetto che Kafka mette sotto i riflettori, le latenti tensione che divorano una famiglia, nel momento che si perde l’equilibrio che fin a quel momento era pilastro del benessere.

La mutazione porta Gregor ad esser un peso insostenibile per la sua famiglia e questo fa emergere tutte le tensione che mai si erano palesate. La fine del protagonista è conseguenza di questa insostenibilità. La magica esperienza che si viene a creare diventa cosi un’occasione di lettura che porta a valutazione psicologiche introspettive, la metamorfosi che subisce Gregor resta volutamente senza significato com’è tipico della narrativa kafkiana. Per Kafka probabilmente la metamorfosi diventa una chiave per aprire una porta verso la lettura dei mali dell’uomo moderno.

Estratto da La Metamorfosi di Franz Kafka – Capitolo secondo.

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.


Con l’opera di Kafka non si chiude pero il viaggio nella metamorfosi, l’epoca moderna esprime con altrettante sublima virtù altri memorabili esempi di narrativa e arte che vivono nel tema magico della trasfigurazione.

Nella narrazione sudamericana ad esempio il tema ricorre spesso all’interno del cosiddetto realismo magico, Gabriel Garcia Màrquez ne porta un eccellente prova nel suo capolavoro Cent’anni di solitudine.

A completare l’immaginario contemporaneo sono le nuove tecnologia, che aprono le frontiere a nuovi modi di narrare e creare, introducendo nel contesto alieno del digitale e della robotica in un modo o un altro lo stesso senso di dissolutezza e angoscia che per secoli hanno animato le trasformazioni che si sono susseguite nelle opere dei grandi maestri della storia.

Stelarc - Performance - 2013 - Biennale in Eindhoven - Netherlands.
Stelarc – Performance – 2013 – Biennale in Eindhoven – Netherlands.

Contributo Several1

Metamorfosi – parte terza

Con il passare dei secoli la Metamorfosi si allontana sempre di più dal modello classico, seppur mantenendo una sorta d’ispirazione latente. La sua semantica, muta radicalmente, distaccandosi dalla valenza descrittiva di eventi e fenomeni, declinando sempre più la sua origine divina per diventare una rappresentazione di illusioni e fantasie, in contrapposizione con i misteri del reale. Dal rinascimento fino alle soglie dell’ottocento l’arte, la letteratura, la musica, vivono questa transizione. La letteratura in particolare rimodella la metamorfosi creando un nuovo genere che farà la fortuna di novelli scritturi di talento. Nasce la letteratura per ragazzi.

LETTERATURA PER RAGAZZI

Dalla Fiabe di Hans Cristian Andersen a quelle dei fratelli Grimm la metamorfosi diventa, contemplazione di maledizione, di transizioni, di ascensioni e punizioni, come nel caso del nostro Pinocchio:

Dalle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

Estratto dal capitolo XXXII – Trasformazione in Somaro.

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una bella risata. 

E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt’a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando di colore, disse all’amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos’hai?

— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe. 

— Non mi riesce più neanche a me — gridò Pinocchio, piangendo e traballando.

E mentre dicevano così, si piegarono tutt’e due carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. 

Ma il momento più brutto per que’due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non l’avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt’e due in coro: j-a, j-a, j-a.

In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:

— Aprite! Sono l’omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, guai a voi! 

Illustrations from "Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino", Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)
Illustrations from “Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino”, Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Drawings and engravings by Carlo Chiostri, and A. Bongini)

Cosi come la letteratura, anche l’arte in virtù delle rivoluzioni visive e la caduta degli accademismi, vede infrangere il muro della fantasia, nella opera appiano le prima mutazioni di forma, fra tutti ricordo i surrealisti e le opere di Max Ernst e Rene Magritte.

René Magritte - Les merveilles de la nature - 1953 - Oil on canvas - Collection Museum of Contemporary Art Chicago.
René Magritte – Les merveilles de la nature – 1953 – Oil on canvas – Collection Museum of Contemporary Art Chicago.

L’era moderna porta con se le scoperte scientifiche. Le rivoluzioni trasformano le società segnando l’inizio di un nuovo modo di comunicare.

La metamorfosi segue queste rivoluzione e abbandona definitivamente la sua vestigia classica, per rinascere nel segno di un nuovo enigma, che avvolge il sovrannaturale, di un nuovo significato.

La sperimentazione scientifica diventa la nuova frontiera della metamorfosi.

L’esempio più celebre è: Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr Hyde di Stevenson.

Un medico nel tentativo di trovare un modo per separare la parte maligna dell’animo umano, crea un siero che provoca una metamorfosi di personalità, trasformandolo in un essere deforme e ripugnante, incarnazione del male assoluto, che egli chiama Hyde.

Jeckyll riesce a mettere a punto un antidoto, che gli consente di tornare alla sua consueta identità. Ma gli effetti del siero piano piano seducono Jeckyll, gli effetti psicologici del nuovo stato sfuggono al suo controllo, nelle vesti di Hyde non più capace di controllo, commette il più terribile dei crimini, scoperto muore ucciso durante una sparatoria.


Le elaborazione pero non si concludono e alle scoperte scientifica si accompagnano le evoluzioni sociali e le innovazioni psicologiche, il novecento vede la metamorfosi di nuovo rielaborarsi in un inedita analisi dell’umanità, l’erotismo e la diversità creano nuove frontiere.

Frank Kafka scrivi la sua Metamorfosi.

Considerando l’importanza dell’opera la tratterò in un successivo Post.

Metamorfosi – parte prima

Metamorfosi dal gr. μεταμόρϕωσις, «trasformare», comp. di μετα «meta» e μορϕή «forma».

  • Trasformazione, e in partic. trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, spec. del mondo classico.
  • In zoologia, l’insieme dei cambiamenti morfologici e fisiologici, implicanti un diverso rapporto dell’organismo con l’ambiente, che dallo stadio larvale conducono allo stadio adulto, tipici di alcuni pesci (anguilla), degli anfibî e di molti invertebrati.
  • In botanica, ogni profonda modificazione nella conformazione esterna e nella struttura interna di una pianta cormofita, comparsa e affermatasi nel corso dell’evoluzione, in quanto ha costituito un vantaggio selettivo nell’adattamento funzionale o ecologico a mutamenti ambientali.
  • In senso estens. e fig., cambiamento, modificazione in genere, nell’aspetto, nel carattere, nella condotta, nell’atteggiamento morale o spirituale d’una persona.

La Metamorfosi tema del mondo letterario e artistico che si fonde in maniere sublime nell’universo fantastico, eludendo le visioni del mondo reale per proiettarsi nelle evocazioni dell’immaginario.
Espressione a volte dirompente e labirintica nel sfuggire alla logica della realtà cognitiva, altre volte invece semantica e costruttiva nel suo valore razionale di luce creatrice di forme e vita.
È in questo caso rientra l’opera di Ovidio, Le Metamorfosi. In essa Ovidio imprigiona in un vasto ed enorme impianto narrativo più di duecentocinquanta casi di metamorfosi, di trasformazione, creando un immenso piano descrittivo che dalla creazione viaggia lungo i mondi del vissuto e dell’invisibile, dell’umano e dell’animale, dell’animato e dell’inanimato.
Le trasformazioni sono tra di loro estremamente personalizzate e rese su dimensioni e modalità alternate, tale da generare una continuità risolutiva e generatrice unica. Ogni mutazione e nella sua intermedia trasmutazione elevata e analizzata dando valenza alla natura che crea l’evento, la crisi di identità che avvolge l’umana coscienza e la forma instabile del vivere, per giungere al miglioramento e alla coscienza e persistenza del genere che nasce.
Questo è il tema che domina l’intera opera, e che i personaggi subiscono, a volte come dono, migliorando se stessi, per esser migliori del fato e del destino che dal grembo è stabilito, a volte come punizione per la dissolutezza della vita che non merita più forma e onore. E nel generare la trasformazione l’uomo comprende quali siano i comportamenti da non seguire onde evitare la divina mano punitrice.
I miti che Ovidio descrive son tanti, un’esemplificazione di forma e creazione. Io porto come primo esempio, il mito che infrange la psiche e la condotta dell’umane vanità.

NARCISO

Il poema inizia con una piacevole e vivace descrizione dell’ambiente che porta piano piano, dal caratterizzare il luogo a incentrarsi sul protagonista che una voce sempre narrante lo descrive, stanco dalla caccia e intento a colmare la sua sete, che prima d’acqua diverrà poi sete di desiderio d’amore. Narciso sporgendosi per bere vede nell’acqua la figura di un bellissimo fanciullo e se ne innamora perdutamente.
In realtà l’immagine che il riflesso restituisce agli occhi del giovane, da cui egli rimane stregato è la sua immagine, che lo specchio d’acqua restituisce come riflesso.
Il riflesso parola importante che evoca l’inganno provocato dalla sorgente.
La sequenza narrativa termina con questa contrapposizione tra realtà ed illusione che delinea e costruisce la scena di sublime bellezza che porta alla fine del giovane. Infatti Narciso suscita il fuoco dell’amore e nello stesso tempo ne è divorato, essendo egli stesso amante e oggetto amato. Narciso parlando tra sé chiama come testimoni gli elementi della natura, per poter alla selve dire come nessuno ha mai sofferto più di lui. Nel complesso poetico che nasce, l’infinita sofferenza di Narciso è follia perché non comprende il motivo per cui il fanciullo si prende gioco di lui, solo dopo la tragicità dell’opera fa comprendere che l’immagine che vede riflessa nell’acqua non è altro che la sua.
Ed alla consapevolezza di questa terribile verità egli si lascia morire, vittima di un amore che mai potrà essere ricambiato. Ma la tragica fine del suo cuore oltrepassa la morte, ed è punito per la sua vanità con una condanna anche negli Inferi. Egli infatti continuerà per sempre a contemplarsi nelle acque specchio dello Stige.
Narciso scompare e al suo posto nasce un fiore giallo.
Il mito di narciso nei secoli ha avuto molte interpretazioni, al centro delle osservazioni psicologiche l’aspetto dell’amore impossibile e il tema della morte, nella cultura occidentale Narciso paga a caro prezzo il rifiuto dell’amore delle ninfe, innamorandosi per vendetta della propria immagine diventando simbolo dell’egocentrico e della vanità.

Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio - 1594-1596 - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio – 1594-1596 – Roma, Galleria nazionale d’arte antica.

Arti maggiori – Lezioni di percezione

Estratto da ARTE e PERCEZIONE VISIVA di Rudolf Arnheim.

Post nato per una mia personale continuità. Non necessariamente per tutti, liberi di andare oltre. 🙂

Arte e percezione visiva, l’opera di Rudolf Arnheim che vogliamo
discutere e celebrare è, senza esagerazione, un libro epocale. Se consideriamo che quando è uscito si pensava ancora che l’arte è apparire sensibile dell’idea, come voleva Hegel e come ripetevano i neoidealisti – il che, in parole povere, significa che chi visita un museo contempla i promemoria dei concetti degli artisti – portare l’attenzione sulla percezione, era un gesto di una novità dirompente. E, per quanto può valere la mia piccola storia personale, non c’è dubbio che la mia proposta di concepire l’estetica anzitutto come aisthesis non sarebbe stata concepibile senza il movimento di cui Arnheim è un esponente insigne.

In Estetica razionale, il mio riferimento privilegiato andava a Il pensiero visivo, libro più direttamente utile per i miei scopi, visto che in Arte e percezione visiva, come spiega Arnheim chiudendo la prefazione alla nuova, e interamente riscritta, edizione del 1974, l’auspicio è «che questo libro continui a giacere, con qualche “orecchia” alle pagine, annotato, sporco di colori e di gesso, sul tavolo e sulla scrivania di chi si occupa attivamente di teoria e pratica dell’arte».

Mi intrigava, tra l’altro, la splendida ambiguità del titolo, “Pensiero visivo”. Significa che il pensiero entra nella visione, come sostengono tutti i filosofi, da Cartesio a Hume a Kant ecc., oppure che la visione ha una sua autonomia rispetto al pensiero, come sostiene la scuola gestaltista in cui si è formato Arnheim, e che sottolinea come – seguendo l’icastica formulazione di Kanizsa – «l’occhio, se proprio si vuole che ragioni, ragiona comunque a modo suo»?

Probabilmente, entrambe le cose. Rivendicare il valore del visibile, dello strato percettivo, suggerisce, contemporaneamente, il tentativo di nobilitare quello strato, mostrando quanto conti per il pensiero, quanto sia pensiero esso stesso. È un fenomeno molto comune tra gli psicologi della percezione, così come tra i filosofi, anche tra i più sensibili alla questione: in fondo è stato proprio un grande fenomenologo sperimentale avantilettera come Berkeley a sostenere che quando guardo un ritratto di Giulio Cesare non vedo solo colori, ma colgo contemporaneamente una idea, riconosco una persona.

Dunque, è vero che la visione è importante, però lo è in quanto il pensiero interferisce nella visione, al punto che senza pensiero la visione non ci sarebbe, o sarebbe pochissima cosa.
Ancora un passo, e siamo a Gregory, che ci fa un esempio […] argomentando che un analfabeta (e forse uno che non sa l’inglese) non decifrerebbe la scritta e, di conseguenza, non riconoscerebbe nemmeno le ombre.
A maggior ragione questo discorso dovrebbe valere per una attività sofisticata come l’arte, ricordiamo gli esempi di Gombrich: Castel Sant’Angelo, in una xilografia tedesca del 1540, manifesta dei tratti gotici; Notre Dame, riprodotta nel Seicento da Matthäus Merian, presenta degli elementi di architettura barocca; il rinoceronte raffigurato da Dürer è uno strano mostro che ha poco da spartire con quelli che vediamo allo zoo. Ancora un passo, e siamo al memorabile dialogo tra Amleto e Polonio:
Amleto: Lassù, vedete quella nuvola? Non ha quasi la forma di un cammello? Polonio: Per la santa messa, pare proprio un cammello.
Amleto: O piuttosto una donnola.
Polonio: Ha la gobba come una donnola.
Amleto. O una balena. Polonio: Una vera balena.
E Arnheim? Da una parte, come gestaltista, rivendica l’autonomia del visivo. Dall’altra, come studioso dell’arte, è sensibile agli argomenti, diciamo così, di Gregory e di Gombrich (ma potremmo dire anche di Cartesio e di Hume, di Kant e di Nietzsche). Questo proprio perché nell’arte abbiamo a che fare con una prestazione estremamente sofisticata, e non con un puro vedere. Con una creazione, come recita il sottotitolo del libro che, stranamente, non compare nella traduzione italiana: “Una psicologia dell’occhio creativo”.
Proprio così: dell’occhio creativo. Bene, ma quest’occhio creativo è paradigmatico, nel senso che crea sempre, o lo è solo nell’arte? Secondo me, lo è ovviamente nell’arte, o persino nella lettura, ma in tanti altri casi, no, e se non lo ammettiamo finiamo per mortificare la percezione, la sua splendida indifferenza al pensiero.
In altri termini, e venendo al dunque, i casi sono due, almeno idealmente: o la visione interferisce nel pensiero, o il pensiero interferisce nella visione. Non è lo stesso, e se si fa valere la seconda, allora cadiamo nel logocentrismo, cioè nella subordinazione del vedere (come simbolo dell’esperienza in generale) al pensare.

Percezioni
Percezioni

Banchetto d’amore

Dal sogno onirico è facile giungere alla filosofia e al pensiero che vola come un abile falco verso altezze inesplorate.

Un bacchetto, festoso come ogni conviviale raduno di amici. L’argomento che impegna i compensali l’AMORE.

Al banchetto serale gli inviatati sono abili oratori c’è Fedro, Eurissimaco, Aristofane e poi Pausania e Aristodemo, c’è anche un imbucato Alcibiade.
Ed infine lui il maestro che fu padre di ogni pensiero Socrate, tutti riuniti attorno al focolare dell’amico e poeta Agatone.

In questo banchetto o simposio serale si osservavano regole severe:
Bisognava lavarsi le mani prima, durante e dopo, e mangiare in abbondanza e ancor di più e bere vino sino a brillare come le stelle e poi cosa più importante conversare con gli amici (oh tempo passato che vivevi di vino e parole).
Nella sala ohimè erano ammessi solo uomini, unica pecca d’un mondo ancora vergine e immaturo.
Socrate giunge solo verso la fine del simposio, attardato al banchetto perché lungo il viaggio si era fermato a meditare.
Gli amici e discepoli che li attendevano dopo aver mangiato e bevuto a sazietà, decidono di discutere dell’Amore, sembra che a dar fonte sia stato Eurissimaco.

Fedro è il primo a parlare. Per lui l’Amore è il più antico e meraviglioso di tutti gli Dei, degno di ammirazione e rispetto.

“Oltre ad essere il più antico per noi è anche cagione di beni più grandi. Infatti non so dire quale bene sia più grande, subito, mentre uno è giovane che avere un eccellente amatore, e, per l’amatore un eccellente giovanetto. Perché quel che deve essere il punto di riferimento per tutta la vita per coloro che si propongono di vivere nobilmente, questo appunto non possono determinarlo tanto bene né parentela, né onori, né ricchezza, niente altro insomma come Amore”.  

Il secondo a parlare è Pausania, egli afferma che esistono due tipi di Amore.
In base all’etica di comportamento di un amante e di un amato, al sentimento d’amore il più nobile e puro si ha Afrodite Urania, al secondo il volgare amore è padrona Afrodite Pandemia.

“Sappiamo tutti infatti che Afrodite non è senza Amore. Dunque se essa fosse una sola, uno sarebbe Amore. Ma siccome ve ne sono due, ne segue necessariamente che due siano anche gli Amori. Una è più antica, non ha madre, è figlia di Urano ed è quella che chiamiamo Urania; l’altra più giovane, figlia di Zeus e di Dione è quella che chiamiamo Pandemia. Ne consegue dunque che anche Amore, quello che si accompagna con la seconda, venga chiamato giustamente Pandemio, l’altro invece Uranio […]  L’Amore che si accompagna ad Afrodite Pandemia è veramente volgare e agisce come gli capita. Ed è proprio quello che amano gli uomini di poco conto: essi per prima cosa amano le donne non meno che i giovanetti, e di questi poi amano più i corpi che le anime e poi hanno presa solo sui più insensati, guardando solo di mandare ad effetto il loro desiderio senza darsi pensiero se questo avviene in bella maniera o no. […] Quello invece che proviene da Urania, in primo luogo ha parte non della femmina, ma solo del maschio, ed è questo l’amore per i giovanetti, poi essa è più anziana ed è priva di tracotanza: perciò quelli che sono ispirati da questo dio sono attratti verso il maschio amando quello che per natura è più forte e ha maggiore senno.”

Il terzo a prendere la parola è Eurissimaco, secondo lui esistono più tipi di amore, ma il più benefico e unico è quello collegato alla medicina.
Ma mentre Eurissimaco sta lodando il suo mestiere, Aristofane lo interrompe e dice la sua.

“Anzitutto occorre che conosciate la natura umana e i suoi casi: giacché la natura di noi uomini, un tempo, non era la stessa, quale è ora per noi, ma diversa. Per prima cosa tre erano i generi della stirpe umana, non due come ora, maschio e femmina, ma ve n’era anche un terzo che era comune ad ambedue questi, del quale, oggi, resta soltanto il nome, ma esso si è perduto. Infatti l’androgino allora era un genere a sé e aveva forma e nome in comune dal maschio e dalla femmina, ora invece non c’è più, ma resta soltanto il nome sotto forma di ignominia. La forma di ciascun uomo era rotonda: aveva la schiena e i fianchi di aspetto circolare, aveva pure quattro mani, quattro gambe e due volti su un collo rotondo, del tutto uguali. Sui due volti, che poggiavano su una testa sola dai lati opposti, vi erano quattro orecchie, due organi genitali e tutto il resto come può immaginarsi da tutto questo. Si camminava in posizione eretta, come ora e ove si voleva; e quando si disponevano a correre velocemente, come i saltimbanchi, a gambe levate, fanno capitomboli di forma circolare, così essi, facendo perno sulle otto gambe, si muovevano velocemente in cerchio. […] Quanto a forza e vigore erano terribili e nutrivano un sentire orgoglioso, e quello che dice Omero a proposito di Efialte e di Oto, (26) che tentarono di dare la scalata al cielo per imporsi agli dèi, si riferisce loro.Zeus dunque e gli altri dèi si radunarono a consiglio per stabilire cosa dovevano fare, ma si trovarono nell’incertezza. Non avevano infatti come sopprimerli e farne sparire la razza come i Giganti fulminandoli – sarebbero scomparsi infatti tutti gli onori e i sacrifici da parte degli uomini nei loro riguardi -, né d’altra parte come lasciarli andare all’insolenza. Ma Zeus dopo aver pensato, e con fatica, disse: “Penso di avere un mezzo per il quale gli uomini possano sussistere e cessare la loro insolenza, divenendo più deboli. Dunque ora taglierò ciascuno di essi in due parti eguali e così diverranno più deboli e insieme più utili per noi per essere più numerosi. E cammineranno in posizione eretta, su due gambe. […]. Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore per non volere fare nulla l’una separatamente dall’altra. E quando moriva una delle parti e ne restava una sola, quella che sopravviveva ne cercava un’altra e vi si abbracciava, sia che capitasse nella metà di una donna intera, che ora chiamiamo donna, sia in quella di un uomo. E così raggiungevano la morte. Zeus, avendone pietà, escogitò un altro mezzo e traspose i loro genitali sulla parte anteriore, giacché fino a quel frangente li portavano all’esterno e generavano e partorivano non fra di loro, ma congiungendosi con la terra. Glieli traspose dunque sul davanti, così come è ora, e dispose la creazione loro tramite tra gli uni e gli altri, cioè tra il maschio e la femmina, per queste ragioni, perché se un maschio si imbatteva in una femmina, generassero e dessero continuità alla razza, e insieme se un maschio si incontrava con un maschio, quando fosse giunta la sazietà del loro stare insieme e vi ponessero temine, si volgessero poi ad altra attività e si prendessero cura delle altre faccende della vita. Da tempo dunque è connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri che si fa conciliatore dell’antica natura e che tenta di fare un essere solo da due e di curare la natura umana. Ciascuno di noi dunque è come un contrassegno d’uomo, giacché è tagliato in due come le sogliole, da uno divenuto due. Ciascuno cerca sempre il proprio segno di riconoscimento.”

L’ultimo a parlare è il maestro Socrate secondo lui Amore è il risultato dell’unione tra Ingegno e Povertà, il primo furbo e imbroglione, l’altra misera e malinconica. Un dio povero e imbroglione che va in giro insidiando le menti dei giovani.

“Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro, figlio di Metide. Dopo che ebbero banchettato, siccome c’era stato un grande pranzo, venne Penia a mendicare e se ne stava sulla porta. Poro, ebbro di nettare – il vino non c’era ancora – se ne andò nel giardino di Zeus, e appesantito dal cibo, si addormentò. Penia dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase incinta di Amore. Anche per questo è seguace e servitore di Afrodite essendo stato concepito nel genetliaco di essa e poiché per natura è amante del bello, e Afrodite è bella, Amore dunque perché è figlio di Poro e di Penia è stato posto in tale sorte. Per prima cosa è sempre povero, e manca molto che sia delicato e bello, quale molti lo reputano: è duro, sudicio, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, e dorme sotto il cielo presso le porte o per le strade, e poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l’indigenza. Secondo l’indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono; è coraggioso, protervo, caparbio, cacciatore terribile, sempre dietro a macchinare qualche insidia, desideroso di capire, scaltro, inteso a speculare tutta la vita, imbroglione terribile, maliardo e sofista. Per natura non è immortale né mortale e talora nello stesso giorno fiorisce e vive, quando prospera, ma talvolta muore e resuscita ancora, proprio per la natura del padre; e quel che accumula sempre si dilegua, tanto che Amore non si trova mai né in povertà né in ricchezza, e si trova sempre in mezzo a sapienza e ignoranza. La cosa infatti sta così : nessuno degli dèi fa filosofia, né desidera essere sapiente; lo è già, né, se vi è qualcun altro sapiente, fa filosofia, né d’altra parte gli ignoranti fanno filosofia, né desiderano diventare sapienti. Poiché proprio in questo sta l’aspetto più ostico per l’ignoranza, il fatto che chi non è né buono né bello, né assennato ha la convinzione che tutto gli basti. Pertanto chi non pensa di trovarsi nell’indigenza non può desiderare quello di cui non pensa di aver bisogno”. “E chi sono dunque”, chiesi io, “o Diotima, quelli che si mettono a fare filosofia, se non lo fanno i sapienti né gli ignoranti?” “Questo”, mi rispose, “è chiaro ormai anche a un bambino, e sono quelli che si trovano in mezzo a questi due gruppi, tra i quali va posto anche Amore. La sapienza infatti, appartiene al novero delle cose più belle, e Amore è amore riguardo al bello, tanto che è necessario che Amore sia filosofo e, essendo anche filosofo se ne sta in mezzo al sapiente e all’ignorante. Anche di tutto questo per lui è causa la sua nascita, perché il padre è sapiente e ricco di risorse, la madre invece non è sapiente e si trova sempre in ristrettezze. E la natura di questo demone, o caro Socrate, è questa. E per quel che tu credevi fosse Amore, non provavi cosa da suscitare meraviglia. Tu credevi infatti, come a me pare, e l’arguisco da quello che tu dici, che Amore fosse l’amato e non l’amante. Per questo, io penso, Amore ti appariva bellissimo. “

 J.-B. Regnault - 1791 - Socrate e Alcibiade nel simposio di Agatone
J.-B. Regnault – 1791 – Socrate e Alcibiade nel simposio di Agatone

Tradizioni – Statue parlanti

Un tempo a Roma quando il potere sbagliava o nel senno disordinato al passante veniva provocata silente ilarità, dal bianco marmo secolare giungeva la satira beffarda.
Era il tempo in cui le statue parlavano.

Pasquino

Statua di Pasquino
Statua di Pasquino

Si racconta che aveva bottega vicino una piazzetta un certo Pasquino sarto, famoso tra le vie di Roma del 1500 per le battute satire di straordinaria arguzia, egli era abile nel taglio quanto nel far ridere e riflettere, i potenti erano il suo passatempo, che derideva mostrandone con parole le smodate azioni. Grande popolarità avevano le sue satire, tanto che persino paura suscitata il punirlo.
Finché morte non venne, sospiro di sollievo per nobili e clero, era finito il canto del cigno satiro.

Nel corso di lavori di demolizione nell’area dove il sarto aveva bottega, venne rinvenuto un antico busto marmoreo, collocato proprio nella piazzetta dove si dice aveva la sua bottega.
La statua inizio a parlare attraverso epigrammi satirici, Pasquino sembrò esser resuscitato per tornare nelle di via di Roma a schernire nuovamente i potenti.
Nei secoli la voce di Pasquino non si silenzio mai, ad ogni evento di tragica ilarità la statua lasciava le sue “pasquinate”.
In realtà il popolo o spesso illustri letterati, erano gli artefici dei componimenti che, in segreto e in modo anonimo, venivano pubblicati, affiggendole sopra la statua di Pasquino.
Tra le più famose e recenti pasquinate, una è quella che fu scritta contro la visita di Hitler a Roma del 1938:
Roma fu allestita con grandiose scenografie di cartongesso, per onorare il talento del dittatore per la pittura, Pasquino scrisse:
“Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino”.

Tradizioni – Racconti dal passato

Sarà la Notte Nera…

Saranno le favole che oniriche imperversano nel cielo di questa rete.

Sarà il sole e la terra che han dato scena ai poemi…

Ma son evocato ed evocare battaglie e assedi, amori e tradimenti. Scene che nella mente ricreano suoni e colori. Le corde governano, la vita della storia che voce racconta.

Boom Boom, il legno risuona al battere degli stivali. La spada è sguainata lo scudo attende, il mantello manifesta il potere.

Signori e signore.

I Pupi siciliani 

 

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

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Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Miti e Leggende – Odissea

Nel post Viaggi incomprensibili, ho introdotto indirettamente, attraverso l’opera di James Joyce, un tema esistenziale che la letteratura ha argomentato con sublime e meravigliosa poetica.
Il viaggio, l’estrema odissea dell’uomo alla ricerca dell’identità e della libertà.

L’Odissea di Omero

L’opera letteraria che più di tutti riassume in se i significati e i simboli del viaggio.
L’epica opera narra le disavventure dell’eroe Ulisse. Dopo aver causato la caduta di Troia e determinato la fine della guerra, Ulisse e il suo equipaggio si imbarca per far ritorno all’amata Itaca, l’Odissea inizia con la devastazione dell’isola dei Cicóni, dove Ulisse e i suoi uomini depredano donne e bestiame. Dopo i Cicóni, l’eroe incontra i Lotófagi dove i suoi uomini avvelenati dal fatale fior di loto minaccia di abbandonarlo, costretto a trascinati a forza, li lego saldamente ai banchi riprendendo il viaggio, che porta Ulisse ad approdare nell’isola dei Ciclopi, imprigionati dal più feroce di essi Polifemo.
Ulisse riuscì a scappare ed evitare di essere divorato, inebriando con il vino e dopo accecando l’unico occhio del figlio di Nettuno, che nell’incapacità di controllo, fece uscire il gregge e con esso Ulisse e i suoi uomini aggrappati al ventre degli animali.

Arnoldo Böcklin - Ulisse e Polifemo - 1896
Arnoldo Böcklin – Ulisse e Polifemo – 1896

Ripreso il mare, approda all’isola di Eolo re dei venti, che dona all’eroe un otre, che racchiudeva tutti i venti contrari alla sua navigazione, i compagni incuriositi però forzano l’otre, scatenando i venti e allontanando ancor più Ulisse da Itaca, ripresa la rotta giunsero dai Lestrigoni, che distrussero le navi e decimarono lo scarno oramai equipaggio che seguiva l’eroe, salpati sull’unica nave rimasta giunsero dalla maga Circe, la quale trasforma i suoi uomini in porci e costringe l’eroe a vivere per un anno nell’isola. Seguendo i consigli della maga scese agli inferi per chiedere consiglio a Tiresia l’indovino, sul suo destino, qui però incontra l’ombra della madre Anticlèa morta per il dolore, che scuote l’animo di Ulisse a tornare ad Itaca e dall’amata Penèlope, e così fa, lascia Circe e riprende il viaggio, superando l’insidioso canto delle Sirene e i vortici di Scilla e Cariddi dove perde altri sei compagni, giunti all’isola del Sole, scatenano l’ira di Giove, che fulmina la nave, uccidendo tutti tranne Ulisse, colpevoli d’essersi nutriti dei buoi sacri al dio Iperione, Ulisse riesce a nuoto a trassi in salvo nell’isola di Ogigia, dove viene accolto e curato per sette anni, dall’amore della ninfa Calipso, che nel suo desiderio offre all’eroe l’immortalità per costringerlo a restare nell’isola e impedire che seguisse l’ordine della Dea Minerva sua protettrice, di tornare ad Itaca, ma rifiuta e sulla zattera costruita dal Dio Mercurio s’avventurò in mare, ma Nettuno accecato dall’ira per l’accecamento del figlio Polifemo, solleva il mare contro il naufrago, che sarebbe morto se non fosse stato protetto dalla ninfa Ino Leucatèa, dopo diciassette giorni in mare finalmente, stremato giunge all’isola dei Feaci, dove Nausicàa figlia del Re Alcinòo lo cura, e con l’aiuto e l’ospitalità del Re dei Feaci torna finalmente ad Itaca.
Su consiglio di Minerva l’eroe entra nella sua reggia invasa dai Proci, travestito da mendicante, con un piano ben preciso in testa, fattosi riconoscere dal suo fedele guardiano dei porci Eumèo e dal figlio Telemaco, inizia i preparativi delle sue idi. Minerva con un sogni ispira Penèlope, che proclama che avrebbe sposato colui che tendendo l’arco di Ulisse avrebbe fatto passare una freccia attraverso dodici anelli di ferro. Alla gara come da piano intervenne travestito anche Ulisse, il quale dopo i tentativi falliti di tutti i pretendenti compreso il bellissimo Antìnoo, abbraccio l’arco che egli stesso costruì e vince la prova. Dopo esser stato riconosciuto dai rivali, l’eroe scatena la sua ira sugli invasori, sterminato tutti i pretendenti, riconquistando Il suo trono e il suo eterno amore.

Anonimo Fiorentino - Naufragio della nave di Ulisse - 1390 circa
Anonimo Fiorentino – Naufragio della nave di Ulisse – 1390 circa

Nel leggere il poema omerico si può evincere come il viaggio, non può essere inteso come l’estremo tentativo di un uomo di far ritorno a casa, il viaggio di Ulisse è la prova suprema verso la libertà della conoscenza, il primordiale istinto che ci spinge alla sfida, al confronto verso ciò che è sconosciuto.
Scoprendo ad ogni impresa, il retaggio umano che ci esalta, e ci spinge ad andare oltre i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Ed ecco che l’uomo diventa tenacia nel sopportare le avversità naturali come le tempeste, diventa astuzia nel superare i pericolosi imprevisti, diventa temerarietà nell’andare oltre ciò che conosce e terrorizza l’essere umano come la morte.
Perché Ulisse con il suo viaggio, viola le leggi divine, sfida le divinità che piegano l’uomo all’accettazione del proprio destino, e va alla conquista di quei luoghi che erano solo conoscenza degli dei, egli porta il viaggio verso la conoscenza della natura dell’esistenza, liberando l’uomo dalla paura per l’ignoto e la mortalità.

Del resto le nostre esistenze sono metafora di un viaggio che non finisce, sempre alla ricerca di un approdo sicuro contro una tempesta che ci segue, le nostre vite sono navi destinate prima o poi a perdere la rotta e lottare per riconquistare la ragione che ci fa sentire persi in balia del mare dell’esistenza, è il nostro più desiderato scopo.