Tradizioni – Statue parlanti

Un tempo a Roma quando il potere sbagliava o nel senno disordinato al passante veniva provocata silente ilarità, dal bianco marmo secolare giungeva la satira beffarda.
Era il tempo in cui le statue parlavano.

Pasquino

Statua di Pasquino
Statua di Pasquino

Si racconta che aveva bottega vicino una piazzetta un certo Pasquino sarto, famoso tra le vie di Roma del 1500 per le battute satire di straordinaria arguzia, egli era abile nel taglio quanto nel far ridere e riflettere, i potenti erano il suo passatempo, che derideva mostrandone con parole le smodate azioni. Grande popolarità avevano le sue satire, tanto che persino paura suscitata il punirlo.
Finché morte non venne, sospiro di sollievo per nobili e clero, era finito il canto del cigno satiro.

Nel corso di lavori di demolizione nell’area dove il sarto aveva bottega, venne rinvenuto un antico busto marmoreo, collocato proprio nella piazzetta dove si dice aveva la sua bottega.
La statua inizio a parlare attraverso epigrammi satirici, Pasquino sembrò esser resuscitato per tornare nelle di via di Roma a schernire nuovamente i potenti.
Nei secoli la voce di Pasquino non si silenzio mai, ad ogni evento di tragica ilarità la statua lasciava le sue “pasquinate”.
In realtà il popolo o spesso illustri letterati, erano gli artefici dei componimenti che, in segreto e in modo anonimo, venivano pubblicati, affiggendole sopra la statua di Pasquino.
Tra le più famose e recenti pasquinate, una è quella che fu scritta contro la visita di Hitler a Roma del 1938:
Roma fu allestita con grandiose scenografie di cartongesso, per onorare il talento del dittatore per la pittura, Pasquino scrisse:
“Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino”.

Tradizioni – Racconti dal passato

Sarà la Notte Nera…

Saranno le favole che oniriche imperversano nel cielo di questa rete.

Sarà il sole e la terra che han dato scena ai poemi…

Ma son evocato ed evocare battaglie e assedi, amori e tradimenti. Scene che nella mente ricreano suoni e colori. Le corde governano, la vita della storia che voce racconta.

Boom Boom, il legno risuona al battere degli stivali. La spada è sguainata lo scudo attende, il mantello manifesta il potere.

Signori e signore.

I Pupi siciliani 

 

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

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Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Miti e Leggende – Odissea

Nel post Viaggi incomprensibili, ho introdotto indirettamente, attraverso l’opera di James Joyce, un tema esistenziale che la letteratura ha argomentato con sublime e meravigliosa poetica.
Il viaggio, l’estrema odissea dell’uomo alla ricerca dell’identità e della libertà.

L’Odissea di Omero

L’opera letteraria che più di tutti riassume in se i significati e i simboli del viaggio.
L’epica opera narra le disavventure dell’eroe Ulisse. Dopo aver causato la caduta di Troia e determinato la fine della guerra, Ulisse e il suo equipaggio si imbarca per far ritorno all’amata Itaca, l’Odissea inizia con la devastazione dell’isola dei Cicóni, dove Ulisse e i suoi uomini depredano donne e bestiame. Dopo i Cicóni, l’eroe incontra i Lotófagi dove i suoi uomini avvelenati dal fatale fior di loto minaccia di abbandonarlo, costretto a trascinati a forza, li lego saldamente ai banchi riprendendo il viaggio, che porta Ulisse ad approdare nell’isola dei Ciclopi, imprigionati dal più feroce di essi Polifemo.
Ulisse riuscì a scappare ed evitare di essere divorato, inebriando con il vino e dopo accecando l’unico occhio del figlio di Nettuno, che nell’incapacità di controllo, fece uscire il gregge e con esso Ulisse e i suoi uomini aggrappati al ventre degli animali.

Arnoldo Böcklin - Ulisse e Polifemo - 1896
Arnoldo Böcklin – Ulisse e Polifemo – 1896

Ripreso il mare, approda all’isola di Eolo re dei venti, che dona all’eroe un otre, che racchiudeva tutti i venti contrari alla sua navigazione, i compagni incuriositi però forzano l’otre, scatenando i venti e allontanando ancor più Ulisse da Itaca, ripresa la rotta giunsero dai Lestrigoni, che distrussero le navi e decimarono lo scarno oramai equipaggio che seguiva l’eroe, salpati sull’unica nave rimasta giunsero dalla maga Circe, la quale trasforma i suoi uomini in porci e costringe l’eroe a vivere per un anno nell’isola. Seguendo i consigli della maga scese agli inferi per chiedere consiglio a Tiresia l’indovino, sul suo destino, qui però incontra l’ombra della madre Anticlèa morta per il dolore, che scuote l’animo di Ulisse a tornare ad Itaca e dall’amata Penèlope, e così fa, lascia Circe e riprende il viaggio, superando l’insidioso canto delle Sirene e i vortici di Scilla e Cariddi dove perde altri sei compagni, giunti all’isola del Sole, scatenano l’ira di Giove, che fulmina la nave, uccidendo tutti tranne Ulisse, colpevoli d’essersi nutriti dei buoi sacri al dio Iperione, Ulisse riesce a nuoto a trassi in salvo nell’isola di Ogigia, dove viene accolto e curato per sette anni, dall’amore della ninfa Calipso, che nel suo desiderio offre all’eroe l’immortalità per costringerlo a restare nell’isola e impedire che seguisse l’ordine della Dea Minerva sua protettrice, di tornare ad Itaca, ma rifiuta e sulla zattera costruita dal Dio Mercurio s’avventurò in mare, ma Nettuno accecato dall’ira per l’accecamento del figlio Polifemo, solleva il mare contro il naufrago, che sarebbe morto se non fosse stato protetto dalla ninfa Ino Leucatèa, dopo diciassette giorni in mare finalmente, stremato giunge all’isola dei Feaci, dove Nausicàa figlia del Re Alcinòo lo cura, e con l’aiuto e l’ospitalità del Re dei Feaci torna finalmente ad Itaca.
Su consiglio di Minerva l’eroe entra nella sua reggia invasa dai Proci, travestito da mendicante, con un piano ben preciso in testa, fattosi riconoscere dal suo fedele guardiano dei porci Eumèo e dal figlio Telemaco, inizia i preparativi delle sue idi. Minerva con un sogni ispira Penèlope, che proclama che avrebbe sposato colui che tendendo l’arco di Ulisse avrebbe fatto passare una freccia attraverso dodici anelli di ferro. Alla gara come da piano intervenne travestito anche Ulisse, il quale dopo i tentativi falliti di tutti i pretendenti compreso il bellissimo Antìnoo, abbraccio l’arco che egli stesso costruì e vince la prova. Dopo esser stato riconosciuto dai rivali, l’eroe scatena la sua ira sugli invasori, sterminato tutti i pretendenti, riconquistando Il suo trono e il suo eterno amore.

Anonimo Fiorentino - Naufragio della nave di Ulisse - 1390 circa
Anonimo Fiorentino – Naufragio della nave di Ulisse – 1390 circa

Nel leggere il poema omerico si può evincere come il viaggio, non può essere inteso come l’estremo tentativo di un uomo di far ritorno a casa, il viaggio di Ulisse è la prova suprema verso la libertà della conoscenza, il primordiale istinto che ci spinge alla sfida, al confronto verso ciò che è sconosciuto.
Scoprendo ad ogni impresa, il retaggio umano che ci esalta, e ci spinge ad andare oltre i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Ed ecco che l’uomo diventa tenacia nel sopportare le avversità naturali come le tempeste, diventa astuzia nel superare i pericolosi imprevisti, diventa temerarietà nell’andare oltre ciò che conosce e terrorizza l’essere umano come la morte.
Perché Ulisse con il suo viaggio, viola le leggi divine, sfida le divinità che piegano l’uomo all’accettazione del proprio destino, e va alla conquista di quei luoghi che erano solo conoscenza degli dei, egli porta il viaggio verso la conoscenza della natura dell’esistenza, liberando l’uomo dalla paura per l’ignoto e la mortalità.

Del resto le nostre esistenze sono metafora di un viaggio che non finisce, sempre alla ricerca di un approdo sicuro contro una tempesta che ci segue, le nostre vite sono navi destinate prima o poi a perdere la rotta e lottare per riconquistare la ragione che ci fa sentire persi in balia del mare dell’esistenza, è il nostro più desiderato scopo.

Arti maggiori – Imprimitura parte seconda

Torniamo alle Arti maggiori, e alla preparazione delle opere d’arte, è di fondamentale importanza preparare in maniera adeguata il supporto che farà da letto alla nostra pittura, lo splendore e la resistenza al tempo, dipende da questo.
Questa preparazione viene chiamata:

Imprimitura

Gia trattata nei primi post, ne approfondisco i contenuti con alcuni cenni storici.

Una tavola, un cartone o una tela grezza, come ho descritto in precedenza, risultano inadatte a ricevere il colore, gli artisti nei secoli hanno quindi sperimentato, procedure preparatorie atte a rendere questi supporti idonei alla ricezione dei pigmenti.

Per tradizione un’imprimitura è composta da tre elementi:
1 – Gessi.
2 – Leganti – quali colle e oli.
3 – Pigmenti

Gessi – Il gesso più comunemente usato per L’imprimitura è il cosiddetto gesso a oro o da doratore, importante nella preparazione non far bollire mai il gesso, il suo scopo è creare supporti assorbenti adeguati.

I leganti
La colla – i vari trattati consiglio di evitare le cosiddette colli forti, la tradizione consiglia l’uso di colle naturali, quali la colla di coniglio, o la colla di pesce, il Cennini, nel suo trattato sulle vite, cita la colla di pergamena, in commercio oggi esistono colle chimiche che possono sostituire le colle naturali, ma è sempre consigliabile l’uso delle citate, se si vuole ottenere un buon risultato.
Oli – per l’olio è molto più semplice la scelta, il classico olio di lino cotto o in mancanza quello crudo.
L’azione dei leganti è quella di regolare l’azione assorbente dei supporti oltre a legare gli elementi ed evitare screpolature e rigidità, la quantità di olio in particolare modera l’azione assorbente del gesso, e la plasticità del supporto.

I pigmenti – la scelta è totalmente a discrezione dell’artista, il colore ha lo scopo di creare uno sfondo colorato per la composizione, imprimiture bianche possono richiedere l’uso del bianco di zinco, altre colorazioni, possono essere create utilizzando le terre, si sa che ad esempio i fiamminghi, usassero colorare con toni grigi le imprimiture, come i Freraffaelliti, prediligevano imprimiture bianchissime mescolando il bianco con vernice d’ambra.

Per ricordare.
Dalle note del Vasari le prime innovazioni pittoriche, si sarebbe sviluppate a Firenze tra il 1200 e 1300, grazie a decoratore greci che insegnarono le loro tecniche a giovani artisti, fra cui il Cimabue, considerato da molti il padre della pittura italiana e precursore delle innovazioni che in seguito hanno poi reso il rinascimento l’epoca d’oro dell’arte italiana.

Leonardo Da Vinci - La scapigliata
Leonardo Da Vinci – La scapigliata

Da queste innovazioni derivano tutte le ricette di imprimitura che conosciamo e che ci sono state tramandata da artisti come il Vasari e il Cennini, attraverso i loro scritti, che oggi condivido con alcuni stralci.
Sulla pittura scriverà il Vasari così:
“Gli uomini per potere portare le pitture di paese in paese, hanno trovato la comodità delle tele dipinte, come quelle che pesano poco et avvolte sono agevoli a trasportarsi. Queste a olio, perch’elle siano arrendevoli, se non hanno a stare ferme non s’ingessano, atteso che il gesso vi crepa su arrotolandole, però si fa una pasta di farina con olio di noce et in quello si metteno due o tre macinate di biacca, e quando le tele hanno auto tre o quattro mani di colla che sia dolce, ch’abbia passato da una banda a l’altra, con un coltello si dà questa pasta, e tutti i buchi vengono con la mano dell’artefice a turarsi. Fatto ciò, se li dà una o due mani di colla dolce e da poi la mestica o imprimatura, et a dipignervi sopra si tiene il medesimo modo che agl’altri di sopra raconti.”

Sull’imprimitura il Cennini scriverà così.
“Fa una colla di pergamena diluita in modo che provata sulle palme delle mani senti che appiccica. Allora è buona e va colata due o tre volte. Poi abbi una mezza pignatta di questa colla a cui aggiungerai un terzo d’ acqua e falla bollire, poi danne una mano sulla tavola e lascio’ seccare. Poi da due mani della prima colla intera e lascia’ seccare l’una e l’altra volta. Dopo aver incollata così la tavola prendi dei pezzi di vecchia, ma pulitissima tela di lino, inzuppala della prima colla intera e spianali bene sulla tavola e lascia seccare per due giorni. Con coltellino molto tagliente asportazione tutte le asperità, poi con gesso grosso ben macinato insieme a della prima colla se ne dà sulla tela, a mezzo di stecca e asciutto che sia’ si rada bene col coltellino. Poi prendi gesso sottile e lascialo imbibire bene d’ acqua e senza usare altra acqua macinalo sulla pietra, indi messo in un pannolino spremilo fortemente, tritalo col coltello, e posto in un pignattino con della prima colla (ricordando che il gesso sottile deve essere meno incollato dell’altro) disfatto finchè diventi senza grumi, facendolo poi fondere a bagnomaria, ma non bollire che si guasterebbe. Quando è caldo con pennello di setole morbide ne distendi uno straterello su tutta la tavola aiutandoti con la mano per spianarlo in modo da incorporare il’ gesso grosso con quello sottile, poi danne altre tre mani senza fregare con la mano (l’ultima per l’altro verso) sempre tenendo il’ gesso caldo e non aspettando che gli strati siano proprio asciutti ma soltanto separati l’uno dall’altro da un certo riposo. Quando hai finito di ingessare (l’operazione deve essere completata in un giorno), lascia seccare almeno due giorni e due notti, indi con un sacchetto di tela ripieno di polvere di carbone tampona la tavola e poi con un mazzo di penne spazza via ed uguaglia questa polvere nera, cosi dovendo radere il gesso con un ferro piano dove è più bisogno da radere”.

Studi effettuati ad esempio, sulle opere del Caravaggio hanno evidenziato come egli usasse stendere più mani di imprimitura, conferendo alla stesure iniziali, una materia meno raffinata, mescondo nei primi strati sabbia o derivati granulosi.
Che utilizzasse come gesso il solfato di calcio o il carbonato di calcio, e che prediligesse le mezzetinte, usando ocre e terra, per la stesura finale.

Caravaggio -I musici - 1595 ca - Olio su tela - 92,1 × 118,4 cm - New York, Metropolitan Museum of Art.
Caravaggio -I musici – 1595 ca – Olio su tela – 92,1 × 118,4 cm – New York, Metropolitan Museum of Art.

Letteratura – Viaggi incomprensibili

Nel condividere i tre colori, ho espresso l’importanza dell’apprendimento, come valore per comprendere le opere dell’arte. Ed ho citato la lezione formativa che un corso apporto alla mia capacità di apprezzare l’estetica. La prof. oltre ai films, ci fece conoscere anche molti scrittori e le loro opere.
Oggi non condivido il libro che amo di più, ma uno di quelli che fin oggi ancora mi resiste…
A volte lo comprendo, altre lo richiudo dopo poche frasi…
Insisto perché la prof. lo considerava indispensabile per capire la società contemporanea.

Ulisse di James Joyce.

Un estratto:
“Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo se non altro ancora, il pensiero attraverso i miei occhi. Le impronte di tutte le cose sono qui a leggere, uova di molluschi e alghe marine, la marea che s’avvicina, lo scarpone arrugginito. Verdemocciolo, bluargento, ruggine: segni colorati. Limiti del diafano. Ma lui aggiunge: nei corpi. Quindi era consapevole del loro esser corpi prima che dell’esser colorati. Come? Sbattendoci la zucca contro, ovvio. Rilassati. Calvo era egli e milionario, maestro di color che sanno. Limite del diafano all’interno. Perché all’interno? Diafano, adiafano. Se riesci a infilarci le cinque dita è un cancello, se no una porta. Chiudi gli occhi e vedrai.
Stephen chiuse gli occhi per ascoltare gli scarponi schiacciare alghe e conchiglie crepitanti. Lo attraversi camminando però. Sì, una falcata alla volta. Uno spazio di tempo alquanto ristretto attraverso tempi di spazio alquanto ristretti.”

William Etty - Ulisse e le sirene - 1837
William Etty – Ulisse e le sirene – 1837

Arti maggiori – Lettere

Come spesso mi piace fare, condivido le parole vive di un maestro, da esse è possibile cogliere quegli aspetti che una tela a volte nasconde, le quotidianità, le disillusioni, i rapporti con le persone più care.

Tahiti, marzo 1892.
Alla moglie.

“Sono un grande artista e lo so. Proprio perche’ lo sono, ho sopportato tante sofferenze: per seguire la mia vita, se no mi considererei un bandito. Che è quello che sono, del resto, per molte persone. In fondo, che importa? Ciò che mi tormenta di più non è tanto la miseria quanto gli intralci continui alla mia arte, che non posso realizzare come la sento, e come potrei fare senza la miseria che mi lega le mani. Tu mi dici che ho torto a voler restare lontano dal centro dell’arte. No, ho ragione: da un pezzo so che cosa faccio e perche’ lo faccio. Il mio centro artistico è nel mio cervello e non altrove, e io sono grande perche’ non mi lascio frastornare dagli altri e perche’ faccio quello che è in me. Beethoven era sordo e cieco, isolato da tutti, e perciò le sue opere rivelano l’artista che vive su un suo pianeta. Guarda che cosa è successo a Pissarro a forza di voler sempre essere all’avanguardia, al corrente di tutto: ha perduto ogni originalità e la sua opera è priva di unità. Segue sempre la corrente, da Courbet e Millet fino a quei giovanottelli chimici che accumulano puntini. No, io ho un fine e continuo a perseguirlo, accumulando documenti. Ogni anno vi sono trasformazioni, è vero, ma sempre nella medesima direzione. Sono il solo a essere logico: per questo trovo ben poche persone che mi seguano a lungo. Povero Schufl‘enecker, che mi rimprovera di essere rigido nelle mie determinazioni! Ma se non agissi così potrei sopportare anche soltanto per un anno la lotta a oltranza che ho intrapreso? Le mie azioni, la mia pittura, eccetera, sul momento sono sempre contraddette e poi finalmente mi dànno ragione. Io devo sempre ricominciare. Sono persuaso di fare il mio dovere e, forte di ciò, non accetto ne’ consigli ne’ rimproveri. Le condizioni in cui lavoro sono sfavorevoli e bisogna essere un colosso per fare quello che faccio in queste condizioni.”

Paul Gauguin

Paul Gauguin - 1891
Paul Gauguin – 1891

Le Beatitudini secondo me

Beati i poveri d’ignoranza, perché di essi è la comprensione di ogni libro.
Beati i pittori, perché saranno dagli osservatori capiti e finalmente pagati prima di morire.
Beati gli scultori, perché saranno circondati da fanciulli che ameranno l’arte e non più imbratteranno con cazzate volgari, il marmo bianco dalle loro creazioni.
Beati i poeti, perché erediteranno la voce satirica di ogni editoria, e ogni persona in Terra saprà la vera verità in poesia.
Beati quelli che hanno fame e sete di conoscenza, perché saranno dai saggi saziati, senza l’ausilio più dì Wikipedia ma della grande inclopedia del sapere.
Beati i musicisti, perché troveranno le note della misericordiosa partitura.
Beati quelli che osserveranno un’opera con la saggezza del cuore, perché vedranno la forma e il messaggio della creazione.
Beati quelli che opereranno per educare all’arte, perché saranno chiamati figli del futuro.
Beati i perseguitati a causa della censura e della morale, perché di essi sarà la società che spezzerà le catena e libererà i musei.
Beati voi artisti quando vi diranno che non avete arte, quando vi perseguiteranno perché disegnerete un murale e vi diranno ogni sorta di turpiloquio, per causa mia, Arte.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa per aver debellato gli ottusi i censori e gli ultimi seguici della morale che copre un David perché è volgare, perché avrete portato il regno del colore e delle forme tra noi…

Parola di nato dalla tempesta

Guercino – Allegoria della pittura e scultura – 1637 – Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini
Guercino – Allegoria della pittura e scultura – 1637 – Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini

Arti maggiori – Opere

Dopo il post precedente… Un opera i miei ricordi hanno estratto…
Forse un modo mio inconscio… di vincere l’ottusità…

Il pensatore… Auguste Rodin

In origine l’opera scultorea doveva far parte di un più complesso progetto… Per la realizzazione decorativa di una grande porta in bronzo per il Musée des Arts Décoratifs… Il progetto sfortunatamente non venne mai iniziato, rimane solo il capolavoro che oggi ammiriamo…
Nato per omaggiare un sommo della letteratura italiana.
Dante Alighieri.

E come Dante… noi siamo viaggiatori erranti di un mondo che non sempre comprendiamo… Senza riflettere sul cammino… Perché?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”
a volte si ci ritrova smarriti per una selva oscura,

Il pensatore - 1880 - 1902 - Fusione in bronzo - 200×130×140 cm - Musée Rodin, Parigi
Il pensatore – 1880 – 1902 – Fusione in bronzo – 200×130×140 cm – Musée Rodin, Parigi

Arti maggiori – Lettere

L’arte come ho descritto molte volte, va scoperta nelle opere di chi la crea, nelle opere di chi con passione dedica il suo talento a descrivere le forme della realtà…

Ma al tempo stesso… ho sempre affermato, che non basta solo l’osservazione… quanto può darà, essere non solo nell’opera, ma anche nel cuore dell’artista, per questo ritengo importante anche, ascoltare le parole di chi crea la bellezza o il tormento…

Appunto per questo oggi condivido una lettera, che un immenso artista ha scritto più di un secolo fa…

A Charles Camoin.
Aix, 13 settembre 1903

“Caro signor Camoin,
sono felice di ricevere vostre notizie, e mi congratulo che siate libero di dedicarvi interamente allo studio.
Credevo di avervi detto che Monet abitava a Giverny; mi auguro che l’influsso artistico che questo maestro non può non esercitare sull’ambiente che lo circonda più o meno direttamente, si faccia sentire solo nella misura strettamente necessaria che può e deve avere su un artista giovane e ben disposto al lavoro. Couture diceva ai suoi allievi: Frequentate buone compagnie, cioè: Andate al Louvre. Ma dopo aver ammirato i grandi maestri che lì riposano, bisogna affrettarsi a uscire e vivificare in sé, a contatto con la natura, gli istinti e le sensazioni artistiche che abbiamo in noi. Mi dispiace di non potermi incontrare con voi. L’età non conterebbe, se ben altre considerazioni non mi impedissero di lasciare Aix. Spero però di avere un giorno il piacere di rivedervi. Larguier è a Parigi. Mio figlio è a Fontainebleau con la madre.
Cosa posso augurarvi se non dei buoni studi al cospetto della natura, che sono da preferire ad ogni altra cosa.
Se incontrate il maestro che entrambi ammiriamo [Claude Monet], ricordatemi a lui.
Non ama molto, credo, che lo si disturbi, ma di fronte alla sincerità forse si lascerà un po’ commuovere.”

Paul Cézanne

19 Gennaio 1839 - 22 Ottobre 1906
19 Gennaio 1839 – 22 Ottobre 1906