Metamorfosi – parte prima

Metamorfosi dal gr. μεταμόρϕωσις, «trasformare», comp. di μετα «meta» e μορϕή «forma».

  • Trasformazione, e in partic. trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, spec. del mondo classico.
  • In zoologia, l’insieme dei cambiamenti morfologici e fisiologici, implicanti un diverso rapporto dell’organismo con l’ambiente, che dallo stadio larvale conducono allo stadio adulto, tipici di alcuni pesci (anguilla), degli anfibî e di molti invertebrati.
  • In botanica, ogni profonda modificazione nella conformazione esterna e nella struttura interna di una pianta cormofita, comparsa e affermatasi nel corso dell’evoluzione, in quanto ha costituito un vantaggio selettivo nell’adattamento funzionale o ecologico a mutamenti ambientali.
  • In senso estens. e fig., cambiamento, modificazione in genere, nell’aspetto, nel carattere, nella condotta, nell’atteggiamento morale o spirituale d’una persona.

La Metamorfosi tema del mondo letterario e artistico che si fonde in maniere sublime nell’universo fantastico, eludendo le visioni del mondo reale per proiettarsi nelle evocazioni dell’immaginario.
Espressione a volte dirompente e labirintica nel sfuggire alla logica della realtà cognitiva, altre volte invece semantica e costruttiva nel suo valore razionale di luce creatrice di forme e vita.
È in questo caso rientra l’opera di Ovidio, Le Metamorfosi. In essa Ovidio imprigiona in un vasto ed enorme impianto narrativo più di duecentocinquanta casi di metamorfosi, di trasformazione, creando un immenso piano descrittivo che dalla creazione viaggia lungo i mondi del vissuto e dell’invisibile, dell’umano e dell’animale, dell’animato e dell’inanimato.
Le trasformazioni sono tra di loro estremamente personalizzate e rese su dimensioni e modalità alternate, tale da generare una continuità risolutiva e generatrice unica. Ogni mutazione e nella sua intermedia trasmutazione elevata e analizzata dando valenza alla natura che crea l’evento, la crisi di identità che avvolge l’umana coscienza e la forma instabile del vivere, per giungere al miglioramento e alla coscienza e persistenza del genere che nasce.
Questo è il tema che domina l’intera opera, e che i personaggi subiscono, a volte come dono, migliorando se stessi, per esser migliori del fato e del destino che dal grembo è stabilito, a volte come punizione per la dissolutezza della vita che non merita più forma e onore. E nel generare la trasformazione l’uomo comprende quali siano i comportamenti da non seguire onde evitare la divina mano punitrice.
I miti che Ovidio descrive son tanti, un’esemplificazione di forma e creazione. Io porto come primo esempio, il mito che infrange la psiche e la condotta dell’umane vanità.

NARCISO

Il poema inizia con una piacevole e vivace descrizione dell’ambiente che porta piano piano, dal caratterizzare il luogo a incentrarsi sul protagonista che una voce sempre narrante lo descrive, stanco dalla caccia e intento a colmare la sua sete, che prima d’acqua diverrà poi sete di desiderio d’amore. Narciso sporgendosi per bere vede nell’acqua la figura di un bellissimo fanciullo e se ne innamora perdutamente.
In realtà l’immagine che il riflesso restituisce agli occhi del giovane, da cui egli rimane stregato è la sua immagine, che lo specchio d’acqua restituisce come riflesso.
Il riflesso parola importante che evoca l’inganno provocato dalla sorgente.
La sequenza narrativa termina con questa contrapposizione tra realtà ed illusione che delinea e costruisce la scena di sublime bellezza che porta alla fine del giovane. Infatti Narciso suscita il fuoco dell’amore e nello stesso tempo ne è divorato, essendo egli stesso amante e oggetto amato. Narciso parlando tra sé chiama come testimoni gli elementi della natura, per poter alla selve dire come nessuno ha mai sofferto più di lui. Nel complesso poetico che nasce, l’infinita sofferenza di Narciso è follia perché non comprende il motivo per cui il fanciullo si prende gioco di lui, solo dopo la tragicità dell’opera fa comprendere che l’immagine che vede riflessa nell’acqua non è altro che la sua.
Ed alla consapevolezza di questa terribile verità egli si lascia morire, vittima di un amore che mai potrà essere ricambiato. Ma la tragica fine del suo cuore oltrepassa la morte, ed è punito per la sua vanità con una condanna anche negli Inferi. Egli infatti continuerà per sempre a contemplarsi nelle acque specchio dello Stige.
Narciso scompare e al suo posto nasce un fiore giallo.
Il mito di narciso nei secoli ha avuto molte interpretazioni, al centro delle osservazioni psicologiche l’aspetto dell’amore impossibile e il tema della morte, nella cultura occidentale Narciso paga a caro prezzo il rifiuto dell’amore delle ninfe, innamorandosi per vendetta della propria immagine diventando simbolo dell’egocentrico e della vanità.

Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio - 1594-1596 - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
Narciso Michelangelo Merisi da Caravaggio – 1594-1596 – Roma, Galleria nazionale d’arte antica.

Tradizioni – Racconti dal passato

Sarà la Notte Nera…

Saranno le favole che oniriche imperversano nel cielo di questa rete.

Sarà il sole e la terra che han dato scena ai poemi…

Ma son evocato ed evocare battaglie e assedi, amori e tradimenti. Scene che nella mente ricreano suoni e colori. Le corde governano, la vita della storia che voce racconta.

Boom Boom, il legno risuona al battere degli stivali. La spada è sguainata lo scudo attende, il mantello manifesta il potere.

Signori e signore.

I Pupi siciliani 

 

Arte – Riflessione

Sapevo che navigare in questo oceano, non sarebbe stato un viaggio mistico, ma speravo questa volta di vivere, l’arte come un viaggio di emigranti che fuggono dalla fame e dall’ignoranza…

Ma come accede nel nostro mare fame e ignoranza si imbarcano sulle navi che sfidano il mare.

Schermata 2017-04-21 alle 13.30.17 copia

Tanti post uno dopo l’altro buttati nell’etere, ed io cerco tra questi fogli digitali, le parole che sanno di colore, le rime che risuonano nelle miei orecchie come poetica evocazione, ma su decine e decine solo sei, su centinaia e centinaia poco più di poche decine, è questa l’arte del web? E non mi riferisco solo a libero.

Dopo tanti post, tante osservazioni, dopo tanti sbarchi in Isole sconosciute chiamate Blog, il mio diario di bordo, registra tristemente ciò che annotai più di un lustro fa, “l’arte è osservata, a volte commentata, ma non è seguita, non è capita, ne cercata“.

Ovviamente ho incontrato l’arte, nelle sue rare apparizioni.

Non cito nessuna eccellenza, non è mia intenzione fare elenchi. Tra le oniricità e i misteri dell’evocazioni, ho incontrato chi con eccelsa virtù divulga l’arte o chi ne compone come collage le parole e i suoni.
Ma sono pochi rispetto alla ricchezza di pensieri che proliferano nelle comunità.

Pablo Picasso disse:
“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”

L’arte è l’unica vera fede dell’uomo. Si sono accettate le divinità per un’infinita varietà di motivi, la salvezza, la paura, il controllo, si cerca nel luogo più lontano, la fonte per salvare o elevare la più vicina delle nostre virtù, l’anima. Se c’è eresia è nel affidare i nostri fallimenti e i nostri peccati in figure che sono solo capro espiatorio delle nostre paure.

Dio è la scelta di essere migliori e si è migliori, se si vive in virtù della bellezza della vita, nel rispetto della creazione.

E nella creazione vi è la nostra salvezza, come esseri umani, nella preghiera della poesia, nei sermoni della filosofia, nelle prediche delle pittura o della scultura e nei salmi della commedia teatrale della vita.

E per questi motivi continuerò a scrivere di arte.

Nato dalla tempesta - MLK in preghiera
Nato dalla tempesta – MLK in preghiera

Miti e Leggende – Odissea

Nel post Viaggi incomprensibili, ho introdotto indirettamente, attraverso l’opera di James Joyce, un tema esistenziale che la letteratura ha argomentato con sublime e meravigliosa poetica.
Il viaggio, l’estrema odissea dell’uomo alla ricerca dell’identità e della libertà.

L’Odissea di Omero

L’opera letteraria che più di tutti riassume in se i significati e i simboli del viaggio.
L’epica opera narra le disavventure dell’eroe Ulisse. Dopo aver causato la caduta di Troia e determinato la fine della guerra, Ulisse e il suo equipaggio si imbarca per far ritorno all’amata Itaca, l’Odissea inizia con la devastazione dell’isola dei Cicóni, dove Ulisse e i suoi uomini depredano donne e bestiame. Dopo i Cicóni, l’eroe incontra i Lotófagi dove i suoi uomini avvelenati dal fatale fior di loto minaccia di abbandonarlo, costretto a trascinati a forza, li lego saldamente ai banchi riprendendo il viaggio, che porta Ulisse ad approdare nell’isola dei Ciclopi, imprigionati dal più feroce di essi Polifemo.
Ulisse riuscì a scappare ed evitare di essere divorato, inebriando con il vino e dopo accecando l’unico occhio del figlio di Nettuno, che nell’incapacità di controllo, fece uscire il gregge e con esso Ulisse e i suoi uomini aggrappati al ventre degli animali.

Arnoldo Böcklin - Ulisse e Polifemo - 1896
Arnoldo Böcklin – Ulisse e Polifemo – 1896

Ripreso il mare, approda all’isola di Eolo re dei venti, che dona all’eroe un otre, che racchiudeva tutti i venti contrari alla sua navigazione, i compagni incuriositi però forzano l’otre, scatenando i venti e allontanando ancor più Ulisse da Itaca, ripresa la rotta giunsero dai Lestrigoni, che distrussero le navi e decimarono lo scarno oramai equipaggio che seguiva l’eroe, salpati sull’unica nave rimasta giunsero dalla maga Circe, la quale trasforma i suoi uomini in porci e costringe l’eroe a vivere per un anno nell’isola. Seguendo i consigli della maga scese agli inferi per chiedere consiglio a Tiresia l’indovino, sul suo destino, qui però incontra l’ombra della madre Anticlèa morta per il dolore, che scuote l’animo di Ulisse a tornare ad Itaca e dall’amata Penèlope, e così fa, lascia Circe e riprende il viaggio, superando l’insidioso canto delle Sirene e i vortici di Scilla e Cariddi dove perde altri sei compagni, giunti all’isola del Sole, scatenano l’ira di Giove, che fulmina la nave, uccidendo tutti tranne Ulisse, colpevoli d’essersi nutriti dei buoi sacri al dio Iperione, Ulisse riesce a nuoto a trassi in salvo nell’isola di Ogigia, dove viene accolto e curato per sette anni, dall’amore della ninfa Calipso, che nel suo desiderio offre all’eroe l’immortalità per costringerlo a restare nell’isola e impedire che seguisse l’ordine della Dea Minerva sua protettrice, di tornare ad Itaca, ma rifiuta e sulla zattera costruita dal Dio Mercurio s’avventurò in mare, ma Nettuno accecato dall’ira per l’accecamento del figlio Polifemo, solleva il mare contro il naufrago, che sarebbe morto se non fosse stato protetto dalla ninfa Ino Leucatèa, dopo diciassette giorni in mare finalmente, stremato giunge all’isola dei Feaci, dove Nausicàa figlia del Re Alcinòo lo cura, e con l’aiuto e l’ospitalità del Re dei Feaci torna finalmente ad Itaca.
Su consiglio di Minerva l’eroe entra nella sua reggia invasa dai Proci, travestito da mendicante, con un piano ben preciso in testa, fattosi riconoscere dal suo fedele guardiano dei porci Eumèo e dal figlio Telemaco, inizia i preparativi delle sue idi. Minerva con un sogni ispira Penèlope, che proclama che avrebbe sposato colui che tendendo l’arco di Ulisse avrebbe fatto passare una freccia attraverso dodici anelli di ferro. Alla gara come da piano intervenne travestito anche Ulisse, il quale dopo i tentativi falliti di tutti i pretendenti compreso il bellissimo Antìnoo, abbraccio l’arco che egli stesso costruì e vince la prova. Dopo esser stato riconosciuto dai rivali, l’eroe scatena la sua ira sugli invasori, sterminato tutti i pretendenti, riconquistando Il suo trono e il suo eterno amore.

Anonimo Fiorentino - Naufragio della nave di Ulisse - 1390 circa
Anonimo Fiorentino – Naufragio della nave di Ulisse – 1390 circa

Nel leggere il poema omerico si può evincere come il viaggio, non può essere inteso come l’estremo tentativo di un uomo di far ritorno a casa, il viaggio di Ulisse è la prova suprema verso la libertà della conoscenza, il primordiale istinto che ci spinge alla sfida, al confronto verso ciò che è sconosciuto.
Scoprendo ad ogni impresa, il retaggio umano che ci esalta, e ci spinge ad andare oltre i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Ed ecco che l’uomo diventa tenacia nel sopportare le avversità naturali come le tempeste, diventa astuzia nel superare i pericolosi imprevisti, diventa temerarietà nell’andare oltre ciò che conosce e terrorizza l’essere umano come la morte.
Perché Ulisse con il suo viaggio, viola le leggi divine, sfida le divinità che piegano l’uomo all’accettazione del proprio destino, e va alla conquista di quei luoghi che erano solo conoscenza degli dei, egli porta il viaggio verso la conoscenza della natura dell’esistenza, liberando l’uomo dalla paura per l’ignoto e la mortalità.

Del resto le nostre esistenze sono metafora di un viaggio che non finisce, sempre alla ricerca di un approdo sicuro contro una tempesta che ci segue, le nostre vite sono navi destinate prima o poi a perdere la rotta e lottare per riconquistare la ragione che ci fa sentire persi in balia del mare dell’esistenza, è il nostro più desiderato scopo.

Miti e Leggende – Medea

L’Arte ha sempre affrontato nei secoli la trasposizione di miti classici… La loro rappresentazione non è solo una occasione per creare una scena ornamentale, ma un modo di porre le società davanti ai lati psicologici più oscuri e deviati del pensiero e comportamento umano.

Il mito che voglio richiamare in questo post è:

MEDEA

Eugène Delacroix - 1862 - Parigi, Louvre
Eugène Delacroix – 1862 – Parigi, Louvre

Medea figlia di Eète re della Colchide, innamorata dell’eroe Giasone, lo aiutò a rubare il leggendario Vello d’oro, dotata di poteri magici, ereditati dalla zia la Maga Circe, ordi persino la morte del fratello per evitare che il padre seguisse Giasone… Ma il suo destino fu di breve felicità, Giasone ben presto si stanco e la ripudio per una donna più giovane Glauce, il suo geloso cuore ferito, realizzo la più macabra e crudele vendetta… In un inganno fece indossare alla giovane amante una veste intrisa di veleni… E non contenta, sotto gli occhi di Giasone uccise i suoi figli baciandoli mentre esalavano l’ultimo respiro.

La sindrome di Medea veniva di solito menzionata in relazione all’uccisione dei figli. Ma molti esperti moderni hanno riclassificato la sindrome di Medea, in un comportamento finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo una separazione conflittuale.
La moderna casistica è d’esempio… In una separazione i genitori coinvolgono i propri figli in una lotta continua alla scopo di forzare la loro scelta, è indirettamente colpire ex coniugi togliendo li l’amore è il legame del proprio figlio. Purtroppo gli abusi psicologici ripetuti soprattutto in età evolutiva, possono determinare la comparsa di alcune patologia borderline o comportamenti aggressivi che posso a lungo termini trasformarsi in auto distruttivi.
Le madri Medea sono donne patologica mente malate di gelosia, vittime nel subire la loro passione incontrollata.

“La gelosia nasce sempre con l’amore, ma non sempre muore con lui.”
Francois de La Rochefoucauld

Miti e Leggende – Medusa

Medusa è uno di quei miti che ha determinato con la sua mostruosa tragicità la sensibilità della cultura moderna.
Il volto di Medusa diviene con il passare del tempo il simbolo dell’insano connubio tra bellezza e morte, sessualità e crudeltà.
Non a caso Freud analizza il mito in relazione alle sue ricerche sul legame tra sguardo e perversioni.

Il mito classico di Medusa del resto ben si prestava ad una teoria dello sguardo.
Ecco il mito.
Medusa una delle Gorgoni, l’unica delle tre ad esser mortale. Il mito esalta la sua meravigliosa bellezza, tale da vincere il Dio Poseidone, che sotto forma d’uccello costrinse la giovane a rifugiarsi nel tempio consacrato ad Atene, incurante della profanazione il Dio la violento brutalmente, la Dea nonostante le preghiere della giovane, si vendica su di lei, per l’atto subito ai suoi occhi. Dea già adirata con Medusa per il suo superbo vanto, possedere dei cappelli che superavano in bellezza la Dea Atena. Per questa colpa Atena muto i capelli di Medusa in viluppi di serpenti e diede ai suoi occhi il potere di pietrificare qualunque essere la vesse guardata. Solo Perseo ebbe l’ardire di affrontarla, e con l’aiuto di Atena decapitarla grazie ad uno scudo che uso come specchio, impedendo allo sguardo di Medusa di infliggere il fatale potere.
Ci troviamo di fronte ad una delle più alte tragedie che la tradizione classica ci ha consegnato.

L’elemento fondamentale del mito di Medusa, sono i capelli, che da strumento di fascino diventano arma di morte.
I capelli sono da sempre simbolo della seduzione e fascino femminile, Atena che rappresenta la ragione, l’intelletto, punisce con la deformità, con la anormalità l’uso della seduzione, A sottolinearne la logica negatività.
D’altro canto il sedurre è l’unico potere che viene concesso alle donne. Potere che viene visto comunque come inganno.

Il mito sembra un modo per mettere in risalto il contrasto tra ragione ed esteriorità, tutto ciò che è legato alla bellezza fine a se stessa, viene punito.