Per rabbia e per amor di polemica

Capita di provare rabbia sul posto di lavoro, di essere particolarmente stressati, di prendersela con i colleghi, specialmente se non collaborativi, di essere scontenti e nervosi nei confronti dei capi, di ricevere seccature dall’esterno. D’altronde, lo stress lavorativo non è un’invenzione recente.

Magari vi è il rischio di trascendere, di andare oltre il livello di guardia. Certo, non capiterà a tutti, poiché ognuno avrà un diverso modo di reagire, ma accade. Sicuramente, non è un bene per la nostra salute, non è bello nei confronti degli altri, con i quali vorremmo mostrarci sempre sereni, sorridenti, pacati. Ma, purtroppo, la nostra condizione di esseri umani può portarci anche a questo. E, di certo, la gogna mediatica non è la punizione migliore.

Fatte queste premesse, non ho davvero intenzione di avventurarmi nella polemica sulle frasi pronunciate da Flavio Insinna, che avrà certamente sbagliato, ma rimane per me un professionista di buon livello. Una polemica che, comunque, continua a imperversare, considerato che diversi utenti social amano introdursi con ardore e insistenza in qualunque discussione, per ambire alla laurea in Tuttologia.

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Invece, vorrei innescare una piccola polemica su programmi come Striscia la notizia o le Iene che, a volte, pur di ottenere scoop clamorosi, non esitano a svergognare chiunque, magari prendendosi rivincite personali e utilizzando mezzi poco ortodossi (chi ha spedito il fuori onda a un’azienda concorrente, come ha giustamente sottolineato Selvaggia Lucarelli?). In alcuni casi, sono state svelate alcune truffe, ma in altre situazioni, certi servizi esaltanti non solo hanno creato inutili polemiche, ma hanno procurato anche danni: mi viene in mente il servizio delle Iene sul caso Unar, un chiaro esempio di informazione distorta. Come sempre, c’è chi, pur di ottenere clamore mediatico, calpesta la dignità delle persone.

La lotta contro l’omofobia tra pregiudizi e leggi dimenticate

Mercoledì si è celebrata la giornata mondiale contro l’omotransfobia, ricorrenza promossa dall’Unione europea nel 2004. Una giornata interamente dedicata alla sensibilizzazione, un momento importante per puntare l’attenzione contro pregiudizi e stereotipi, contro chi ancora crede che esista un “diverso” di cui aver paura o nei cui confronti sentirsi superiori, un “diverso” che si vorrebbe osteggiare in ogni modo. E il mio pensiero è rivolto, in particolare, a una piccola parola, a una semplice congiunzione, quel “ma” di chi nega per sé la condizione di omofobo, ma poi spalanca la porta verso un sconfinato mare di avversione, ignoranza, pregiudizio. Un “ma” che dovrebbe iniziare a sparire.

Giornata mondiale omofobia

Sul tema dell’omofobia, ho letto qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal giornalista Giovanni Fontana nel suo blog “Distanti saluti”, in cui affermava che l’omofobia è una parola non corretta, che lascerebbe intendere che l’unica fonte di odio verso gli omosessuali sia la paura, mentre “il disprezzo per gli omosessuali ha molte forme: la repulsione, l’odio diretto, l’ignoranza schietta, il conformismo che ride del diverso, e in generale un approccio acritico, che non si domanda davvero che bene o male possa fare un omosessuale, ma si affida a quello che ne pensa l’ambiente che si ha attorno. E l’ambiente è spesso maschilista, banale, ferocemente canonico“. Nel post si racconta la storia, poco nota in Italia, di Graeme LeSaux, calciatore inglese oggetto di una vera e propria persecuzione da parte dei suoi compagni di squadra, convinti che fosse gay, e, subito dopo, da parte delle tifoserie. Che il ragazzo non fosse realmente gay era solo un dettaglio, tutti avevano deciso, in base ai giornali che leggeva, alla musica che ascoltata, agli amici con cui andava in vacanza, che era omosessuale e che per questo doveva diventare oggetto di continuo dileggio e disprezzo.

Sappiamo bene che episodi simili di persecuzione ve ne sono tanti in Italia e finiscono sui giornali soltanto quando la vittima oggetto di tali vessazioni decide di togliersi la vita. Per non parlare degli episodi di pestaggio (a Roma intorno alla zona del Colosseo erano molto frequenti in un certo periodo) da parte dei cosiddetti “uomini veri“, che di umano non hanno nulla.

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E, accanto a tali episodi di violenza, non possiamo dimenticare quell’omofobia strisciante propria dei moralisti e perbenisti che, nella loro intolleranza, organizzano manifestazioni incentrate sull’odio, volte a negare diritti. Ricordo ancora che l’organizzatore principale di tale manifestazione (Gandolfini), di fronte ai suicidi di giovani omosessuali, suggerì di “spingerli verso l’eterosessualità”.

La lotta contro l’omotransfobia non può quindi concludersi in una sola giornata, ma continuare giorno dopo giorno. Per questi motivi, c’è bisogno in Italia di una legge che contrasti tali fenomeni, punendoli severamente, oltre a una campagna di sensibilizzazione.

Attualmente, vi è un disegno di legge che giace in Parlamento, un testo presentato dall’Onorevole Scalfarotto del PD approvato dalla Camera dei Deputati nel settembre del 2013, poi trasmesso al Senato: la discussione in Commissione Giustizia è, tuttavia, ferma dal mese di luglio del 2014.

Il testo prevede reclusione e multe per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull’omofobia o transfobia, per chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i medesimi motivi, per chi partecipa ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza basata sull’orientamento sessuale. Viene, in ogni caso, fatta salva la libertà di opinione ed espressione (tutelata, comunque, dalla Costituzione), purché non si istighi all’odio o alla violenza.

La discussione è ferma in Senato a causa dell’ostruzionismo, neanche a dirlo, dei partiti di destra (soprattutto la Lega) che temono che venga lesa la libertà di opinione, nonostante le salvaguardie stabilite dalla legge stessa. In sintesi, i politici hanno paura che, andando in giro a dire che i gay sono malati e che le unioni civili sono contro natura, qualcuno possa fargli causa. Tuttavia, non si preoccupano minimamente che tanti ragazzi possano essere picchiati o indotti al suicidio, non è quella la loro priorità.

Sappiamo bene, purtroppo, che le discussioni parlamentari somigliano sempre più a un poco edificante teatrino di manovre politiche, dettate da squallidi interessi di parte, in cui i diritti ed i sentimenti di persone vere passano in secondo piano. La speranza è che le parole pronunciate dal Presidente Mattarella possano smuovere tale situazione di stallo.

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Se la diffamazione corre sul web

La storia di Alfredo Mascheroni fa davvero rabbia per tanti motivi. Qualcuno arriva di punto in bianco e, per uno stupido scherzo, per idiozia, per cattiveria, decide di infangare la reputazione di questo ragazzo diffondendo una falsa notizia e dicendo in giro (mediante la condivisione di una sua foto su Facebook e su Whatsapp) che si tratta di un pedofilo. La gente, come spesso accade, non si pone troppi interrogativi, abbocca e continua a condividere la foto di Alfredo, contribuendo a diffondere questa diffamazione.

Quindi, il gesto perfido ed estremamente stupido di un singolo si diffonde senza misura attraverso la rete che ne amplifica la portata passando attraverso tutti coloro che, come spesso accade, senza alcuna prova e senza riflettere neanche un attimo, tendono a farsi giustizia da soli, a ergersi a giudice, giuria e boia, insultando il povero Alfredo, lanciando parole come fossero sassi e continuando a diffondere tale falsità.

Alfredo gestisce un bar che, come si può vedere dalla foto, in queste ore è stato colpito dai vandali che ancora continuano a spargere infami bugie. Purtroppo dallo spazio virtuale i problemi si sono spostati alla realtà materiale.

Alfredo

In tali occasioni, si è portati a inveire contro Internet e i social, demonizzandoli e considerandoli causa di ogni male. Tuttavia, occorre riflettere sul fatto che si tratta soltanto di strumenti che, se ottimamente impiegati, possono essere estremamente utili, agevolando la nostra vita, favorendo la diffusione di nozioni e testi culturali, consentendoci di girare per il mondo senza muoverci dalla nostra stanza.

Chiaramente, dietro tale realtà virtuale possono esserci persone profondamente cattive, stupide o ignoranti, che sono comunque le stesse che agiscono nella vita reale, fanno del male agli altri, diffondono fandonie, insultano o adescano soggetti deboli e facilmente influenzabili.

Se ci pensiamo, la diffamazione via social non è molto diversa dalle false voci o dai pettegolezzi che venivano diffusi di bocca in bocca, specialmente nei piccoli paesi, anche prima dell’avvento di Internet. Forse, la differenza sta nella rapidità con cui si raggiunge l’obiettivo, ma il loro effetto finale è identico: distruggere l’immagine e la reputazione di una persona impedendogli di vivere serenamente. In sintesi, non sono gli strumenti a creare i problemi, ma le persone che compiono il male nella realtà, sia essa materiale o virtuale.

Tramite la polizia e il blogger David Puente, Alfredo sta cercando di risolvere l’assurda situazione in cui si è trovato. E la speranza è che si arrivi presto a una soluzione.

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Finalmente giustizia per Sara

È trascorso quasi un anno dal brutale assassinio di Sara di Pietrantonio, quel terribile episodio che ha profondamente scosso l’opinione pubblica. Sara si era innamorata, aveva provato brividi e sentimenti tipici di una storia appena sbocciata. Poi, però, le cose erano andate diversamente. Lei aveva capito che i sentimenti possono finire e le storie avere un termine, ma il suo ex fidanzato Vincenzo non aveva alcuna intenzione di farsene una ragione. Pensava che lei fosse di sua proprietà e che nessuno avrebbe mai potuto prendere il suo posto o avvicinarla. E così, una terribile sera di giugno, Sara è stata uccisa e il suo corpo è stato dato alle fiamme. Una morte crudele procurata da un essere privo di coscienza.

Della morte di Sara avevo parlato l’anno scorso, soffermandomi sull’indifferenza di coloro che quella sera non si erano fermati ad aiutarla e sui problemi di una società che spesso non riesce a provare empatia per il prossimo. Tuttavia, adesso il tema è un altro.

L’assassino di Sara è stato condannato all’ergastolo e, salvo successivi sconti, pagherà la giusta pena per ciò che ha commesso. Molte persone, a tale annuncio, hanno reclamato l’introduzione della pena di morte per un reato del genere, ma io non sono assolutamente d’accordo. E non lo dico semplicemente per un motivo religioso, pur essendo convinto che nessuno abbia il diritto di provocare la morte di un altro, qualunque cosa abbia fatto, salvo rari casi. Sono contrario alla pena di morte perché credo che la detenzione in carcere debba servire al condannato a ripensare spesso a ciò che ha commesso, al dolore che ha provocato ai familiari della propria vittima, alla crudeltà con cui ha annientato una vita.

Sara Di Pietrantonio

Sono pienamente d’accordo, poi, con coloro che affermano che il carcere non debba in generale avere una funzione meramente punitiva, quasi fosse una vendetta o una rivalsa della società nei confronti del condannato, considerato che, come recita l’articolo 27 della nostra Costituzione, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Una rieducazione necessaria ai fini della futura reintroduzione dei carcerati nella società.

Mi chiedo, comunque, se il carcere potrà riuscire davvero a svolgere questa funzione rieducativa nei confronti di Vincenzo. Di fronte a un ragazzo che ha agito con tanta crudeltà e che non ha mostrato alcun segno di pentimento, mi riesce davvero difficile pensare ad un suo futuro reinserimento nella società. Di certo, dovrà ripensare al male compiuto, anche se questo non consentirà ai genitori di Sara di riavere indietro la loro ragazza.

Ospitalità e intolleranze quotidiane

Le recenti parole pronunciate da Debora Serracchiani sono ormai abbastanza note. Praticamente, a suo avviso, uno stupro è sempre un atto odioso, ma, se commesso da un rifugiato, è moralmente e socialmente più inaccettabile.

Io credo che queste parole, più che razziste, debbano considerarsi inopportune. Si tratterebbe, infatti, di un ragionamento basato su una certa filosofia secondo cui il sentire comune avvertirebbe come particolarmente fastidiosa l’ingratitudine di un ospite. E, a mio avviso, questo ragionamento è connotato da una certa ipocrisia.

Se, per un atto spontaneo di generosità o in forza di eventi contingenti, dovessi decidere di ospitare un forestiero nella mia casa, sarei ben consapevole di non potermi davvero fidare a occhi chiusi di lui, non avendolo mai visto prima, a meno che io non sia completamente ingenuo o fuori dal mondo. In tal caso, cercherei di stare attento, adotterei le mie precauzioni e, qualora il mio ospite dovesse rivelarsi davvero un delinquente e dovesse, comunque, commettere un reato a mio danno, lo denuncerei in modo che paghi per il male commesso. Di certo, non cadrei dalle nuvole urlandogli scandalizzato “che ingrato!”, considerato che, nel momento in cui ho deciso di dargli ospitalità, ero consapevole del rischio che potevo correre. Oltretutto, saprei bene che un criminale non ha certamente a cuore il valore della gratitudine.

Allo stesso modo, uno Stato che apre i propri confini e fa entrare persone provenienti da Paesi in guerra, disperati che fuggono dalla povertà oppure immigrati in cerca di lavoro, dovrebbe sapere bene che non tutti sono brave persone, che tra di loro vi saranno alcuni delinquenti come accade in tutte le popolazioni. Il rischio esiste, per cui quando un rifugiato o un immigrato commette un crimine, è abbastanza ipocrita e inutile parlare di “rottura di un patto di accoglienza” o di violazione di valori, considerato che, come ho detto prima, nessun criminale, italiano o straniero, ha davvero desiderio di rispettare quei valori. L’ipocrisia è ancora più evidente se si pensa che chi fugge spesso lo fa perché nel suo Paese c’è una guerra che le stesse forze occidentali hanno contribuito a fomentare. E di certo l’Italia non è esente da colpe.

Rifugiati

Certamente, lo stupro è sempre un crimine odioso e, dovendo operare una differenziazione, io direi che è moralmente e socialmente più inaccettabile (e in alcuni casi penalmente più grave) una violenza perpetrata da chi ha la piena fiducia della vittima (un parente, un amico, un insegnante, un prete), a prescindere dalla sua nazionalità.

In ogni caso, si deve pretendere da tutti, in maniera indistinta, il rispetto delle regole giuridiche e morali, per cui non è accettabile l’affermazione secondo cui “ho accolto il rifugiato, mi aspetto quindi da lui il massimo rispetto delle regole”, perché potrebbe lasciare intendere che non si pretende lo stesso rispetto delle regole dagli altri, dando adito alla becera mentalità secondo cui, se stupra l’immigrato deve essere linciato, se stupra l’italiano figlio di buona famiglia, è solo una ragazzata.

Le frasi della Serracchiani sono inopportune anche perché, se un politico lancia un proclama “lo stupro è più grave se lo commette un rifugiato”, finisce per assecondare i pregiudizi di tutti coloro che cercano di utilizzare gli immigrati come capro espiatorio per ogni problema al fine di ottenere consenso, che pensano che siano gli unici a delinquere o che vengano in Italia per rubarci il lavoro.

Infatti, se l’immigrato che sta nel mio quartiere cerca di integrarsi pulendo le strade, mentre la giunta comunale latita, allora tutti si precipitano a dire che c’è un racket dietro; se un immigrato ha un lavoro e un reddito, allora secondo qualche quotidiano, certamente troverà il trucchetto per pagare un centinaio di euro di tasse in meno. Tutto questo, mentre diversi italiani evadono per miliardi ed esportano capitali all’estero.

Nessuno nega che esista un problema di gestione dei flussi immigratori, ma i problemi di certo non si risolvono con i proclami inutili e dannosi che fomentano i pregiudizi e agevolano i procacciatori di voti.

Debora Serracchiani

Presunti flop e numeri a caso per le unioni civili

È in vigore da circa un anno una legge che disciplina le unioni civili, approvata in Italia dopo un’attesa di tanti anni, con grave ritardo rispetto ad altri Paesi considerati civili, in un contesto di pressioni, ingerenze esterne e compromessi. La legge presenta parecchi limiti e talune discriminazioni, ma alla fine è stata emanata e garantisce determinati diritti.

Ci sono, dunque, tutte quelle persone che hanno atteso a lungo che quella legge fosse approvata. Alcuni di loro hanno deciso di usufruire subito di quei diritti faticosamente (e parzialmente) acquisiti. Altri magari decideranno di aspettare ancora. E, considerato che il diritto implica anche libertà, c’è chi deciderà di non usufruirne affatto.

Ma il diritto esiste, è concreto e attuale e tutti devono avere la possibilità di goderne o meno. Non è certo un fondo che viene stanziato nel bilancio dello Stato e deve essere utilizzato subito altrimenti va “in economia“.

Si tratta di ragionamenti forse scontati, ma, a quanto pare, non chiari a tutti. A iniziare dal quotidiano “La Repubblica” che, evidentemente a caccia di nuovi lettori, pochi giorni fa ha deciso di fare i conti della serva, indicando quante coppie hanno deciso di unirsi civilmente in un anno, per far uscire poi un articolo con un titolo abbastanza imbarazzante “Flop delle unioni civili“. In pratica, numeri che presi in assoluto non indicano nulla sono serviti per stabilire arbitrariamente che le unioni civili sono state un flop, neanche stessimo parlando di offerte al supermercato.

I diritti vengono, quindi, ridotti a mere cifre da offrire in pasto a soggetti come Adinolfi o Salvini che, con la bava alla bocca, si staranno fregando le mani e non vedranno l’ora di strumentalizzare questa notizia per la loro campagna denigratoria e distruttiva. Bisogna ricordare sempre che il leader leghista, qualora al Governo, non si farà molti scrupoli ad abrogare tale legge, convinto che i diritti garantiti a qualcuno possano danneggiare altri.

È vero che la libertà di stampa è un diritto costituzionale, ma a volte usare il cervello quando si scrive non sarebbe male.

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Dio salvi la democrazia

Gabriele Del Grande, il giornalista toscano trattenuto in Turchia per 14 giorni, arrestato senza che gli venisse contestato alcun reato, è stato liberato il 24 aprile scorso. Si tratta ovviamente di una bellissima notizia che ci fa tirare un sospiro di sollievo, considerato che le sorti di certi nostri italiani all’estero non sono sempre state benevole. Ma, come ci ricorda lo stesso Gabriele, è una notizia che non può farci dimenticare che nelle prigioni turche sono ancora detenuti illegalmente tanti altri giornalisti (174 per la precisione).

Questo ci fa riflettere molto sulla scarsa libertà di espressione e sul mancato rispetto dei fondamentali diritti civili in Turchia, un Paese la cui maggioranza di cittadini, nel frattempo, in un contesto di dubbia regolarità delle procedure di voto, ha espresso il proprio assenso a una riforma costituzionale. Riforma ovviamente voluta dal Presidente Erdogan, che accentra il potere nelle sue mani e gli attribuisce la possibilità di essere eletto per altri due mandati, riducendo notevolmente le prerogative del Parlamento. Di fatto, si legittima una dittatura ormai esistente da tempo. D’altronde, come non dimenticare il tentativo di colpo di Stato di questa estate che Erdogan ha sventato e punito a colpi di epurazioni?

Erdogan

La democrazia è un grande valore che spesso viene dato per scontato, in Italia specialmente. Mi viene in mente il referendum costituzionale di dicembre scorso, il presunto obiettivo di realizzare un assetto di governo più stabile, una riforma che prometteva grandi cambiamenti, ma che alla fine si traduceva in un tentativo di depotenziare notevolmente il diritto di voto dei cittadini e gli equilibri democratici. Fortunatamente, di questo rischio, che sarebbe stato ancor più evidente con certi possibili futuri governi, la maggioranza degli elettori si è resa conto in tempo.

La democrazia, purtroppo, non si può mai considerare completamente al riparo da attacchi esterni. Il tentato “assalto” di Marine Le Pen all’Eliseo, i rigurgiti fascisti (e leghisti) in Italia, il risvegliarsi dei sopiti nazionalismi nel resto di Europa, sono tutti elementi che, seppure messi in campo con le regole democratiche, lanciano avvisaglie di pericolo per il futuro.

Il populismo, da sempre, mira a sollevare l’indignazione popolare contro i cosiddetti poteri forti; un’indignazione che ha origine certamente nei bisogni effettivi dei cittadini, ma che induce questi ultimi a divenire, senza rendersene davvero conto, uno strumento nelle mani di personaggi con mire autoritarie. E gli errori continuano a ripetersi.

All’indomani delle celebrazioni per l’anniversario della Liberazione, c’è chi ha ancora il coraggio di chiedersi perché mai dovremmo festeggiare e ricordare questo evento, come se le attuali istituzioni democratiche fossero nate dal nulla.

Nel frattempo, proliferano pagine social dedicate alla memoria di Mussolini da parte dei nostalgici del Ventennio, che probabilmente non sanno nemmeno che cosa sia una guerra. A questi soggetti, (cui parlare di milioni di morti non fa evidentemente alcun effetto), consiglierei un giro di ricognizione nei peggiori regimi dittatoriali: magari diventerebbero meno nostalgici.

Per concludere, come diceva Sandro Pertini, “è meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”.

Pertini Liberazione

Freddure post pasquali

Ricomincio a scrivere sul mio blog dopo qualche giorno di pausa pre e post pasquale. Quest’anno le ferie pasquali sono state un po’ più corte, ma fortunatamente sono trascorse abbastanza serenamente, di sicuro in un clima familiare molto più tranquillo rispetto ai mesi precedenti e, soprattutto, rispetto al Natale.

Comunque, per certi aspetti, non è proprio una gran sfortuna che le festività pasquali non durino troppo. Considerate le varie maratone gastronomiche, durante queste feste si finisce per esagerare e, poi, una volta tornati a casa, ecco la bilancia che ci aspetta per presentare il conto, dando il suo inesorabile verdetto.

La settimana dopo Pasqua si è distinta per un improvviso ritorno del freddo, con temperature decisamente più basse rispetto alla media stagionale e pioggia mista a neve in diverse zone.

neve

Un freddo di cui stupirsi? Spesso, mi viene da pensare che Aprile si dovrebbe considerare ancor più folle di Marzo. Di sicuro non è la prima volta che il periodo pasquale si caratterizza per il maltempo, anzi a volte sembra quasi una maledizione.

Alcuni miei ricordi di infanzia sono certamente legati alla visita di Papa Giovanni Paolo II in Basilicata, visita che avrebbe dovuto tenersi intorno alla metà di aprile del 1991. Ebbene, in quei giorni venne giù talmente tanta neve da impedire l’arrivo del Santo Pontefice, la cui visita venne spostata di una settimana. Nevicate simili non ne avevamo avute per diversi anni, nemmeno a Natale.

Per tornare, invece, a un periodo più recente, ricordo che due anni fa, subito dopo Pasqua, verso la prima settimana di Aprile, mentre mi trovavo a Potenza, decisi di uscire con una mia amica. Considerata la splendida giornata, ci incamminammo verso una meta piuttosto lontana. Poi, però, ci ritrovammo, quasi improvvisamente, avvolti da una tempesta di neve e a mala pena riuscimmo a tornare a casa. Se non è folle un tempo del genere!

In questi giorni, sto leggendo sui social parecchie battute ironiche sul cambio di stagione ormai avvenuto, con alcune persone costrette a rimettere il piumone o altre che, invece, non si rassegnano e decidono di andare lo stesso in giro con vestiti leggeri pur morendo di freddo. Per fortuna, è stata una bella domenica, magari il freddo è ormai passato.

Piumone

Aforismi – Pasqua, festa di luce

Pasqua era giunta, la festa della luce e della liberazione per tutta la natura! L’inverno aveva dato il suo addio, ravvolto in un fosco velo di nebbie, e sopra le turgide nuvole in corsa s’avvicinava ora la primavera. Aveva spedito innanzi i suoi messaggeri di tempesta per destare la terra dal lungo sonno, ed essi fremevano su boschi e piani, battevan le ali sulle cime possenti dell’alpe e sconvolgevano il mare dal profondo. Era nell’aria come un lottare e un muggire selvaggio, e ne usciva tuttavia quasi un grido di vittoria: ché tra le burrasche di primavera, frementi di vita, s’annunciava la resurrezione” (Elisabeth Bürstenbinder)

Si tratta dell’incipit di “San Michele”, un romanzo di Elisabeth Bürstenbinder, nota anche come Elisabeth Werner, scrittrice tedesca dell’Ottocento (scoperta per caso navigando sul web). Il romanzo è ormai introvabile in libreria, in quanto fuori catalogo, anche se, a dire il vero, la trama (la storia di un giovane aristocratico dedito a una vita selvaggia fino a quando non vi è il provvidenziale intervento di un professore, suo grande protettore) non mi attrae moltissimo. Tuttavia, questa descrizione iniziale è interessante e, in certo senso, coinvolgente, con la Pasqua definita come festa di luce, che succede all’inverno, denso di oscurità, con l’annuncio della Resurrezione tra burrasche di primavera che fremono di vita. La Pasqua come volontà di liberarsi della nebbia per ritornare a vivere.

Pasqua

Passando dalla narrativa all’arte, di quadri che abbiano per oggetto temi pasquali ve ne sono a bizzeffe, ma uno in particolare mi ha colpito, la “Resurrezione” del grandissimo pittore Andrea Mantegna, dipinto del 1457 – 1459, conservato nel Musée des Beaux-Arts di Tours. La scena ha come sfondo la grotta dove venne sepolto Gesù, con alla base il sarcofago aperto. Al centro si eleva la figura di Gesù risorto, all’interno di una cornice luminosa di cherubini. In basso e ai lati i soldati, appena svegli e spaventati dall’evento miracoloso. Il dipinto dimostra la volontà di Mantegna di ricreare con precisione l’ambientazione nel mondo classico.

Mantegna

E con questo auguro a tutti voi una serena Pasqua, festa di luce e di ritorno alla vita!

Le torture in Cecenia e la Storia che si ripete

Spesso mi sono chiesto che cosa spinga tante persone ad assumere atteggiamenti discriminatori e intolleranti verso coloro che sono ritenuti “diversi”. Tante le risposte che mi sono venute in mente e che si adattano a varie tipologie di persone: ignoranza, ottusità, pregiudizi derivanti da condizionamenti religiosi. E tutto questo è accompagnato in diversi casi, più che dalla semplice “paura del diverso”, da una ferrea convinzione di trovarsi in una posizione di superiorità nei confronti di coloro che non rispondono a presunti canoni di perfezione, una posizione da difendere a tutti i costi contro ogni attacco esterno, contro ogni possibile contaminazione. A quel punto discriminazione e intolleranza finiscono per sfociare nell’annientamento della dignità umana.

Nel corso della Storia abbiamo avuto diversi esempi di persone convinte di tale superiorità. Nel tentativo di difendere la purezza della propria razza, non hanno esitato ad annientare chiunque venisse bollato come diverso: ebrei, zingari, omosessuali. E la Storia sembra tristemente ripetersi.

In Cecenia sono in corso da diverso tempo numerosi arresti, che hanno coinvolto centinaia di persone la cui colpa è quella di avere un orientamento sessuale non tradizionale e che, dunque, non si adattano al canone di riferimento di cui sopra.

Putin

Il portavoce del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, smentisce tali notizie, che parlano di torture e violenze ai danni delle persone arrestate. Questo tentativo di smentita (contraddetto dalle numerose testimonianze) per assurdo, fa quasi più paura della notizia in sé, tanto è sconvolgente la naturalezza con cui il Presidente Kadyrov svela la condizione degli omosessuali in Cecenia e la diffusa omofobia: gli omosessuali in pratica non esistono in tale Paese, perché se ci fossero, i loro parenti li manderebbero via in luoghi da cui non si può far ritorno. In altre parole, devono nascondersi continuamente, perché altrimenti verrebbero esiliati oppure arrestati e torturati, come sta accadendo in questi giorni.

Può forse stupirci una situazione del genere? Il leader ceceno è noto per il suo governo dittatoriale, per la violazione dei più elementari diritti civili, per il suo esercito privato che continua a commettere assassinii, stupri, rapimenti e torture. Ha, ovviamente, l’appoggio di Putin, famoso per la sua campagna omofoba e per la legge volta a vietare qualsiasi propaganda in favore dei diritti degli omosessuali.

Organizzazioni come Amnesty International, nel frattempo, si stanno muovendo tramite appelli, nella speranza che questo ennesimo brutale attacco ai diritti umani possa essere fermato.

Intanto, in Italia c’è chi continua a sostenere Putin, considerato come un potente e lungimirante leader, e magari starà affermando in queste ore che tutto ciò che sta accadendo in Cecenia è una bufala. Perché spesso anche l’evidenza viene negata.

Proprio ieri, ricorreva l’anniversario della morte dello scrittore Primo Levi che affermava “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?“. Parole che dovrebbero farci riflettere.

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